FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







LA RETE

Elisabetta Di Giuliomaria




Ovvero tutto quello che penso su Internet e non ho mai detto a nessuno tanto a chi volete che interessi. Considerazioni di una domenica pomeriggio.

12 giugno 1996

1. - La Rete. Considerazioni semiserie sul termine 'virtuale'.

Tra le tante definizioni con le quali si cerca di inquadrare quell'immenso ribollimento elettronico planetario raccolto sotto il nome di 'Internet', o 'Rete delle reti', ecc., c'è quella, abbastanza intrigante, di 'virtuale'.
E' un'espressione comunemente accettata, e anche, in molti casi, abusata, o usata male, o a sproposito. Dato però che la lingua non fa mai le cose a caso, mi incuriosisce l'impiego di questo termine, e per prima cosa vado a compulsare il mio vecchio Devoto-Oli, che alla voce 'virtuale' spiega: 'agg. 1. genrc. Ciò che è in potenza e non in atto; ...Part., nella terminologia filosofica, equivale generalmente a ëpotenziale', in antitesi ad ëattuale', ëreale', ëeffettivo', ma... tende a sottolineare la pura supposizione di una realtà esistente allo stato concettuale... In fisica,....si intende nel riferimento a ...fenomeni o enti che si presentano con aspetti non corrispondenti alla realtà (per es. in ottica, 'immagine virtuale', 'fuoco virtuale', ecc.)'.
Sembra, dunque, che dando l'appellativo di 'virtuale' alla Rete, ne venga negato in qualche modo lo statuto di cosa reale, esistente. Ma, a questo punto, bisogna mettersi d'accordo su ciò che si intende con 'reale' ed 'esistente', e soltanto dopo si potrà indagare che cosa si intende con 'virtuale'.

Degli odori, per esempio, siamo disposti a dire che esistono anche se non vediamo la fonte da cui provengono. Un odore sembra avere in sé le caratteristiche sufficienti per essere reale, e non ha bisogno di verifiche.
Lo stesso, più o meno, capita con i suoni: udire lo squillo di un campanello non ci pone di fronte a particolari problemi di interpretazione. Può darsi che ignoriamo dove si trova o che cosa sia l'oggetto da cui proviene il suono, ma non nutriamo dubbi sul fatto che esso sia reale e soprattutto, inferenza di capitale importanza, non dubitiamo che 'da qualche parte' esista l'oggetto che lo genera. Un discorso a parte va fatto per ciò che tocchiamo. Il tatto porta con sé la diretta esperienza dell'oggetto. A differenza dei suoni e degli odori, l'esperienza tattile ci dice che qualcosa c'è, è reale e occupa un certo volume nello spazio. I concetti del toccare e dell'esistere aderiscono talmente, che 'toccare' una rosa 'è' esperire una rosa. A differenza dell'udire e dell'odorare, il toccare ci dà l'esperienza diretta dello spazio tridimensionale e dell'oggetto-fonte. Tutti e tre i tipi di esperienze (odorare, udire, toccare), comunque, vengono considerati 'reali', e presi a loro volta a testimoni della 'realtà' o 'esistenza' di un qualche oggetto.
Con l'esperienza visiva è tutta un'altra cosa.
L'immagine è detta spesso 'traditrice', 'ingannevole', 'illusoria', 'ambigua'. Appartiene al regno dell'immaginazione, del sogno, della visione, delle idee, e per questo, di una cosa che vediamo senza poterla anche toccare, o annusare, o udire, non siamo immediatamente disposti a dire che esiste.
Si tratta in parte di un condizionamento, in parte di una sana sfiducia dovuta alle caratteristiche intrinseche del vedere, non a caso definito come 'il più stupido dei sensi', dato che da solo non fornisce dati sufficienti a fare ipotesi circa la realtà del mondo esterno. Annidata profondamente nella cultura di millenni, infatti, troviamo l'immagine come visione, sogno, sintomo di follia, di estasi mistica, di stati di allucinazione, di ispirazione poetica; il vaticinante era colui che 'vedeva' ciò che altri non potevano vedere. I sogni si vedono, i fantasmi si vedono, il pittore ha la sua 'visione' personale del mondo, così come il poeta e il folle. La retorica crea, attraverso il linguaggio, delle 'immagini' nella mente dell'ascoltatore, e nell'usare la lingua, continuamente creiamo noi stessi immagini di tutti i tipi per spiegarci meglio, per far capire. La lingua è piena di espressioni che chiamano in causa il vedere: 'Immagina per un attimo...', 'Figùrati!', 'Vediamo se questo ragionamento fila', 'A ben vedere', 'Io la vedo così e così', ecc. D'altro canto, fidarsi 'a prima vista' (nel senso letterale) di un'immagine per inferire da essa l'esistenza dell'oggetto di cui è immagine, è abbastanza azzardato, come ben sapevano già i filosofi greci (vedi Platone e il mito della caverna). La sfiducia nel vedere è dunque un condizionamento che affonda le radici nella cultura di millenni, e che va a toccare delle figure profondamente annidate nell'inconscio, delle figure archetipe.
Più recentemente, da quando per la precisione è stato inventato il cinema, abbiamo imparato che anche il vedere e l'udire insieme non sono sempre garanzia dell'esistenza, nello spazio tridimensionale, dell'oggetto delle nostre esperienze sensorie.
Udito e olfatto 'rinforzano' l'esperienza visiva, e ci inducono a dire che l'oggetto esperito esiste (Qui, per 'esistenza', intendo esclusivamente 'occupare un volume nello spazio tridimensionale'). A differenza delle altre, invece, l'esperienza tattile è ritenuta sufficiente di per sé, come si è detto sopra, a statuire l'esistenza di un oggetto, e costituisce un formidabile rinforzo dell'esperienza visiva. Di qui la potenza suggestionatoria delle esperienze di realtà virtuale: qui, le sensazioni visive vengono 'rimpolpate' da esperienze tattili che, per esempio, ci permettono di 'toccare' una molecola, o di avvertire gli spostamenti gravitazionali dovuti a un vuoto d'aria durante un volo simulato. L'aspetto eccitante dell'esperienza di realtà virtuale sta nel fatto di essere perfettamente coscienti che le nostre esperienze tattili sono, esse pure, delle illusioni, al pari delle immagini. Ciò che 'tocchiamo' non esiste affatto nello spazio tridimensionale, oppure esiste, ma si trova a migliaia di chilometri di distanza dalla nostra immediata portata, oppure ha dimensioni tali da non poter essere normalmente 'toccato' da un essere umano. L'esperienza di realtà virtuale ci avverte che fidarci tanto del nostro tatto è da incauti, e che anche questo senso non serve ormai più a garantirci la realtà di oggetti materiali nello spazio.

Quando una parola migra dal linguaggio tecnico alla lingua comune, inevitabilmente subisce dei cambiamenti nel suo significato. Esso slitta, sfuma, si amplia fino a ricomprendere delle accezioni che originariamente non aveva, e a volte fino a perdere quelle dell'universo semantico di origine. Soprattutto, quando un termine tecnico entra nell'uso comune, finisce di solito per assumere un significato stereotipato e fluido(1), che serve di valore facciale per l'oggetto che va a designare, e tale nuovo significato non è necessariamente compreso nella rosa dei significati originari del termine. E' emblematico, dunque, che sia stato affibbiato il termine 'virtuale' al mondo delle reti. Forse, sotto sotto, continuiamo a non fidarci troppo dell'esistenza di questi fasci di bit che interminabilmente sfrecciano in tutte le direzioni intorno al globo. Mi viene in mente che se per un caso - altamente improbabile ma non impossibile - decidessimo TUTTI all'unisono di spegnere i nostri computer, la Rete cesserebbe all'istante di esistere. La rete esiste perché in ogni momento, sparsi su tutto il pianeta, milioni di computer sono accesi e collegati. Non a caso essa è stata definita come una 'memoria collettiva'(2), intesa non come memoria storica, bensì come capacità di immagazzinare dati. Dunque, una memoria 'virtuale', una sorta di immensa RAM planetaria, che esiste solo finché passa corrente.

Il nostro rapporto con le immagini ha anche molto a che vedere con i fantasmi. Esse ci inquietano perché non possiamo afferrarle. Sappiamo che esistono, da qualche parte, ma non occupano spazio, non sappiamo mai con certezza 'dove' sono. E quindi non ci fidiamo di loro; e per questo andiamo sempre alla ricerca di conferme tattili, olfattive e uditive.
Tuttavia, la rete non odora, non si può toccare e non sempre emette suoni. Il mondo della rete è composto prevalentemente di immagini, testi, disegni, fotografie, la stessa videata del monitor. Da un certo punto di vista, la si potrebbe considerare come un'enorme galleria di immagini fisse e in movimento. Quindi la rete dovrebbe possedere quelle caratteristiche di inafferrabilità, ambiguità e soprattutto di 'inaffidabilità' che tanto ci fanno diffidare delle immagini. Lo stesso che guardare il riflesso di uno specchio su una parete. E invece no. Pare che queste immagini siano così reali! Con esse facciamo disinvoltamente un mucchio di cose: leggiamo, interagiamo, lavoriamo, comunichiamo, ecc.... E' stato forse a questo punto che abbiamo appioppato l'epiteto 'virtuale' a questa cosa proteiforme, come un promemoria: 'Attenzione, voi siete sicuri che queste cose così e così esistano, mentre ëin realtà' non esistono affatto!' Questa parola - virtuale - serve per metterci sull'avviso, per ricordarci che ciò che andiamo a sperimentare forse esiste, ma forse no. C'è, ma non si sa dove (ovvero non è possibile 'verificarlo'): nella memoria dei computer, sui pixel dello schermo, nel flusso di bit che come un gomitolo di energia avvolge il pianeta...

2. - Sogni e fantasmi.

Tradizionalmente, una cosa che 'esiste', ma non si può toccare, annusare e udire, appartiene al regno del mistico, oppure alle famiglie dei sogni e dei fantasmi, sottogruppi del soprannaturale, dell'immaginario. Dei primi ci insegnano a dubitare, dei secondi ad avere paura. La Rete, con raccapriccio di moltissima gente, sembra appartenere alla stessa famiglia dei fantasmi e dei sogni (tenderei a escludere una sua essenza divina, anche se i miti e le leggende sull'argomento non mancano): la si vede, la si ascolta, la si 'vive', ma non è fatta di alcuna sostanza tangibile. E chi ha a che fare con essa è inevitabilmente ritenuto un trasgressore, un eretico, un blasfemo, un alchimista. Nella migliore delle ipotesi, uno comunque un po' 'strano'.
In effetti, la Rete non è né larga né stretta, né lunga né corta. Non ha un alto e un basso, dei lati, un davanti o un dietro. Non si può toccare. E' 'adimensionale' (o iperdimensionale?). E' etere, corrente elettrica, sequenze infinite di bit, ma non rispetta le leggi dello spazio newtoniano. Come si fa a trovare l'area di una rete? E che forma ha? E dove si trova?
Come i fantasmi, essa sembra godere di una sua autonomia, con una 'volontà' indipendente dalla volontà dei singoli; agisce a nostra insaputa, non si lascia controllare, è la manifestazione collettiva delle azioni di milioni di individui (In questo senso, l'aggettivo 'virtuale' è geometricamente calzante), una specie di immenso ectoplasma energetico planetario.. Come i sogni, la Rete non ha 'sostanza', non lascia tracce, se si trascurano quelle - magnetiche - sull'hard disk. Una volta scollegati, è come se non fosse mai esistita; non ne resta alcun segno sulla tastiera, sulla scrivania, sullo schermo. Neanche una piccola scia argentea, come quella delle lumache sulle foglie bagnate d'autunno.
A causa di questo insieme di caratteristiche inusitate, essere on-line può avere un impatto psicologico sorprendente. Può rivelarsi un'esperienza enormemente - e anche illusoriamente - liberatoria. Proprio perché ci abituiamo ad avere a che fare con 'sogni' e 'fantasmi', o comunque, con entità che sembrano possederne tutte le caratteristiche. Con tali entità intessiamo dei rapporti che, quando si svolgono tra persone in carne ed ossa, chiamiamo interpersonali; e, come sappiamo, si tratta di rapporti importantissimi per lo sviluppo e l'armonia psichica dell'individuo. La domanda è la seguente: questi fantasmi 'sono' persone in carne ed ossa? Non ne siamo mai 'veramente' certi. Ci assicurano che esistono, solo che, magari, si trovano a migliaia di chilometri dal nostro tavolo. Il problema è che anche le molecole 'sappiamo' che esistono, esattamente 'dentro' al nostro tavolo.
Quel che ci turba è una certa inafferrabilità, che persiste nonostante noi siamo 'proprio sicuri' che dall'altra parte (del condominio o del mondo) ci sia realmente una persona 'vera' come noi, fatta di ossa e carne e sangue, che sta battendo i tasti della sua tastiera. A. Carotenuto, professore di Psicologia della personalità all'Università La Sapienza di Roma, ritiene che ci stiamo avviando verso un '...universo via via più autistico, in cui l'individuo è solo e il suo interlocutore, appunto, virtuale. [...] La realtà dell'altro, che si esprime innanzi tutto attraverso la sua fisicità, è indispensabile alla delimitazione del Sé(3). L'uomo telematico sta dunque per sfaldarsi nell'immagine elettronica di se stesso? Nella mia modesta opinione, ritengo questa una eventualità improbabile, anche se il rischio indubbiamente c'è, ma ciò risulterà chiaramente più avanti.

3. - C'è qualcuno là fuori?

Paradossalmente, nell'era che è già stata battezzata 'della comunicazione', la comunicazione è diventata estremamente difficoltosa. Non penso, ovviamente, a quelle che possiamo definire 'comunicazioni di servizio', del tipo: 'Signorina, mi porti la tale pratica', oppure 'Mamma, hai comprato il dentifricio?'. Mi riferisco alla Comunicazione, quella che ci permette di dare e ricevere idee, parole, emozioni, sentimenti. Di essere sulla stessa lunghezza d'onda. Di avere la sensazione di vivere. E di crescere, a volte. Quanti, oggi, possono dire di conoscere e intrattenere rapporti sociali con gli abitanti del proprio condominio? In Rete, la Comunicazione sembra avvenire con rapidità e facilità sorprendenti. Comunichiamo con gente che vive dall'altra parte del globo, esprimiamo una parte di noi stessi e, lasciando allegramente cadere le più radicate inibizioni, la gettiamo nel cerchio, la mettiamo nel patrimonio comune. Quello che con il vicino di casa è diventato difficilissimo o impossibile (a volte anche solo dirsi 'buongiorno' richiede complessi rituali diplomatici) avviene in rete molto semplicemente e naturalmente. La Rete, allora, è liberatoria? Sorge un sospetto: tale sicurezza comunicativa non deriva forse dall'anonimato, dal non dover necessariamente scoprire la propria identità di fronte a qualcuno, dal non doversi confrontare - se non per interposto schermo - con qualcosa (o qualcuno) che può essere toccato e che - aiuto! - può toccare noi? Un interlocutore telematico può soltanto essere visto o letto, e altrettanto deve limitarsi a fare lui con noi. Sotto sotto, resiste la speranza che sia tutto un gioco, che esso - o egli - non esista, e comunque la certezza che egli/esso è innocuo, non può 'farci nulla', dato che è composto di meri impulsi elettrici. Se diventa fastidioso o invadente, basta spegnere il computer.
Da questo punto di vista, dunque, la Rete è falsamente liberatoria, in quanto la disinvoltura e la sicurezza che sfoggiamo derivano desolantemente dal fatto che ci sentiamo affrancati da ogni responsabilità etica nei confronti dell'interlocutore, dal sentirci in qualche modo assicurata l'impunità da tutte le peggiori nefandezze che possiamo trovare il coraggio di 'mettere in rete'. E questo con grave nocumento per la Comunicazione. In effetti, on-line si trova di tutto: a me è capitato di visitare il sito di un tizio che aveva messo in mostra il contenuto del suo frigorifero. Non sono in grado di pronunciarmi sui valori profondi che egli voleva sicuramente Comunicarmi, e che io, ahimé, non ho saputo cogliere.
Tuttavia, forte anche delle mie esplorazioni, resto del parere che la Comunicazione riceva nuovo impulso dall'uso della Rete. Per fortuna, infatti, a parte i frigoriferi, vi si trova gente che ha veramente qualcosa da dire, e lo dice anche bene. E non bisogna trascurare, secondo me, un certo ruolo 'educativo' (o rieducativo) che l'atto di comunicare telematicamente può avere. Mandare messaggi attraverso la Rete, infatti, ci costringe a una vera e propria 'rieducazione' (in senso quasi fisioterapico!) del nostro comportamento intellettuale, perché abbiamo la necessità di farci capire senza ambiguità; siamo costretti a re-imparare a esplicitare pensieri, idee ed emozioni senza l'ausilio della voce o dei gesti; dobbiamo dare senso verbalmente compiuto a quei concetti che molte volte restano a galleggiare nel nostro cervello, inespressi o espressi a metà perché, nella vita affrettata di tutti i giorni, non troviamo più il tempo per pensare (inteso come 'processare ed elaborare idee fino a renderle verbalmente intelligibili'). Il più delle volte, infatti, ci limitiamo ad usare schemi mentali e linguistici preconfezionati. Usiamo le parole come i contenitori per alimenti del frigorifero, che (ci avete fatto caso?) sono sempre o troppo grandi o troppo piccoli per la pietanza che devono contenere, mai della misura giusta. Comunicando in rete, invece, dobbiamo 'pensare in chiaro', costretti a questo dalla necessità di 'far vedere' (sic!), con il solo linguaggio scritto, anche quel che non si può vedere: l'espressione della faccia, il gesticolare, la particolare intonazione della voce: tutti tratti della comunicazione (che una volta si chiamavano 'soprasegmentali') che accompagnano la parola e la integrano nel suo significato in modo continuo e automatico, senza che, nella conversazione quotidiana, ce ne rendiamo conto. Il carattere di 'epistolarità' che caratterizza la comunicazione on-line ci mette dunque di fronte alla necessità di essere quanto più possibile 'chiari' ed 'espliciti', per evitare fraintendimenti, per essere sicuri che 'l'altro', a un oceano telematico di distanza, abbia capito. Un sintomo di quanto abbiamo disimparato a comunicare per iscritto è costituito anche dall'uso inveterato di quegli artifici grafici, detti 'smilies' (che ho sentito chiamare anche 'smailini' - brrr!), faccine fatte di punti e parentesi, aventi lo scopo di chiarire lo stato d'animo dello scrivente, il quale, evidentemente, ha difficoltà a farlo usando il solo linguaggio verbale. Se l'espediente di tali 'omunculi' grafici poteva avere una sua ragione agli albori della comunicazione in rete, quando essa avveniva per così dire solo 'in diretta' e i messaggi dovevano essere il più possibile concisi, essi mi sembrano oggi diventati un vezzo abbastanza inutile, viste le possibilità tecniche a disposizione.
Imparare di nuovo a scrivere ha di bello che non è un dato, o una nozione, ma qualcosa di molto più importante e utile, vale a dire un Metodo, il quale, come tutti i metodi, ha il pregio di poter essere applicato a un'infinità di situazioni. Un metodo è una formula, un algoritmo(4) che permette di risolvere un problema in maniera (più o meno) ottimale. Nel nostro caso, il problema è quello della comunicazione e comprensione reciproca, e il metodo è quello di esprimerci con precisione e chiarezza, due qualità che nella vita 'normale' sono diventate estremamente rare. Dobbiamo insomma togliere al nostro linguaggio il massimo possibile di ambiguità e genericità, in modo da essere sicuri di risultare, per quanto possibile, intelligibili, e in modo da metterci al riparo da fraintendimenti. Ma per fare questo occorrono due cose: 1) la chiarezza deve risiedere dentro di noi: solo se i nostri pensieri sono chiari ed espliciti riusciamo ad esserlo altrettanto quando parliamo con gli altri. Perché sappiamo che cosa stiamo pensando e come vogliamo esprimerlo; 2) dobbiamo conoscere molto bene lo strumento di cui ci serviamo per comunicare, vale a dire la nostra stessa lingua (e non solo, come molti sembrano ritenere, lo strumento tecnologico).

4. - Non è tutto oro...

Non mancano, ovviamente, obiezioni e preoccupazioni. Una delle più diffuse teme che tale libertà di comunicazione e assenza di barriere renda impossibile distinguere le informazioni vere da quelle false, visto che in rete nessuno controlla nessuno, non ci sono garanti e il clima, insomma, è piuttosto da Far West. Perché tale diffidenza? Tutto sommato, perché il giornale di carta o il telegiornale, o altre fonti di informazione devono essere ritenute più veridiche e credibili della rete? Dice: perché in rete nessuno le controlla, le informazioni. Perché, dico io, allora è meglio avere qualcuno che faccia il lavoro al posto nostro, porgendoci informazioni preventivamente controllate, spurgate, selezionate e scelte in modo da venire incontro alle nostre preferenze, e - nei casi peggiori - indirizzare le nostre opinioni? Io ritengo che il modo odierno di porgere informazione da parte dei media sia estremamente scorretto e diseducativo. Ci stiamo disabituando a discernere, a leggere tra le righe, a formulare giudizi, in una parola a essere critici, a usare la facoltà di giudizio, perché tanto troviamo sempre qualcuno che ha già pensato per noi, che ha già la sua teoria e il suo giudizio preconfezionati, basta scaldare cinque minuti ed è cotto, pronto da servire in pasto al cervello. Tutto questo è abbastanza stomachevole. Se la circolazione inflazionatoria dell'informazione in rete avrà tra i suoi effetti un ripensamento del ruolo e della correttezza degli altri media, beh, mi sembra già un bell'inizio! Non è detto, tra l'altro, che non sia proprio questo nuovo tipo di lavoro critico, che dobbiamo reimparare a svolgere nei confronti dell'informazione telematica per selezionarla e ripulirla, a spaventare e a provocare la reazione di rigetto da parte dei detrattori della medesima, ormai impigriti e anestetizzati dal mondo precotto e predigerito dell'informazione tradizionale. Certo, un conto è trovare il grano raccolto in bei mucchietti ordinati, con tanto di peso e scontrino appiccicati sopra, e un altro è doverselo 'capare'(5) nel mucchio della pula. Molto più faticoso.

5. - Ho due braccia, due occhi, due gambe, una testa.

Un'immersione in Rete può far sperimentare un senso di libertà e di potenza che non è dato ritrovare nella vita di tutti i giorni, perché essa mette in grado di superare barriere spaziali e temporali che siamo da sempre stati abituati a considerare invalicabili. La navigazione telematica consente una straordinaria amplificazione dei nostri sensi, che molti trovano abbastanza inquietante. A questo punto, infatti, sorgono generalmente le critiche di chi paventa una collettiva perdita di contatto con la realtà, con individui simbionti con le loro macchine, i quali non saranno più in grado di esperire il mondo direttamente, ma solo attraverso la tastiera e il monitor del loro computer, separati irrevocabilmente dai loro simili da una fitta barriera di bit.
Mi sembra un timore infondato. Tutto sommato, l'esperienza è tale in quanto viene recepita dalla mente. E' con la mente che registriamo tutto quello che succede intorno a noi, al di fuori del nostro involucro di pelle e muscoli. La conoscenza, in particolare, è un fatto essenzialmente mentale.
'Ma', diranno sempre i soliti detrattori, 'c'è un tipo di conoscenza che passa per canali diversi dalla mente: l'esperienza corporea, per esempio: il sole sulla pelle, il vento in faccia, le carezze di un amante, sono tutte cose che sicuramente non si ritrovano in nessuna rete. Nessun computer, per quanto sofisticato, può baciare, abbracciare, sferrare pugni. La ëconoscenza' cibernetica allontana dalla realtà, essa è pura illusione, e produce soltanto danni, perché induce a creare un'immagine illusoria del mondo e a vivere in essa, escludendo la realtà ëvera''.
E' evidente che l'esperienza di navigare in Rete, come qualunque altra, non è e non può essere sostitutiva di tutti gli altri tipi di esperienza che un essere umano è in grado di fare. In qualunque esperienza, per quanto coinvolgente e totalizzante, c'è sempre, per fortuna, qualcosa che rimane 'fuori'. Nessuna delle umane invenzioni è talmente 'totale' da inglobare tutte le esperienze possibili. La 'comunicazione telematica' dà la possibilità di vedere/vedersi da una prospettiva affatto nuova. Ma non ritengo proprio che essa possa ritenersi 'L'Esperienza'. Questo sarebbe un grosso errore, che ha la sua origine nel voler stilare a tutti i costi una gerarchia di valori in base a un criterio di 'bontà', con ogni elemento che esclude tutti gli elementi inferiori: ciò che è buono viene surclassato ed eliminato da ciò che è 'migliore' o 'ottimo'. Vale a dire che chi obietta in tal senso non pensa in termini di 'questo e quello e quell'altro', bensì di 'o questo o quello', tagliando proditoriamente fuori una bella fetta di mondo. La verità, come al solito, sta nel mezzo: non esiste il Punto di Vista, ma una molteplicità di punti, e il bello sta nel visitarne il maggior numero possibile. La Rete è uno di essi.

6. - Venti di rivoluzione.

E mi viene in mente un'ultima considerazione.
Quello a cui stiamo assistendo è il ribaltamento di uno schema che è nato nel XIX secolo e ha funzionato per un paio di secoli. Fino a ieri, la gente aveva una istintiva ritrosia e repulsione per le nuove tecnologie, ritenute (non sempre a torto) astruse, aride, accessibili a pochi eletti, a quei pochi che 'sanno come si fa'. Quel che sfuggiva alla gente, fino a ieri, era la vera 'utilità' di ogni nuova tecnologia, e serpeggiava il sospetto, spesso fondato, che non ci fosse poi estremo bisogno di una nuova macchina, visto che con quelle vecchie si riusciva benissimo a fare quel che si doveva fare (Atteggiamento che tuttora resiste, qua e là, colorandosi di un leggero snobismo, nei confronti per es. del personal computer quale successore della 'vecchia' macchina per scrivere). Lo iato tra scienza/tecnologia e uomo comune è stato per molto tempo un leit motiv: si è detto che la tecnologia è spersonalizzante, massificante, alienante, una livellatrice di sistemi sociali, un rullo compressore sulla mente della gente. E questo era verissimo, perché la tecnologia non era a misura d'uomo, né era questa la preoccupazione di coloro che se ne occupavano (Charlie Chaplin nel suo 'Tempi Moderni' esprime proprio l'angoscia dell'uomo della strada di fronte al cosiddetto 'progresso').
Oggi assistiamo a un fatto completamente nuovo. In Rete non esistono gerarchie. Vige una sorta di anarchia, che spunta in partenza le armi di chiunque vi si aggiri con intenzioni monopolistiche o accentratrici. Questo è dovuto anche al fatto che, per la prima volta, coloro che 'entrano' in rete si ritrovano a usare una tecnologia avanzatissima e tuttavia non ostile, che si adatta con facilità alle esigenze di ognuno, non è invasiva, non costringe a comportamenti innaturali. Per la prima volta l'individuo, da fruitore passivo, è protagonista attivo nell'uso dello strumento tecnologico. In questo senso, tra l'altro, essendo l'attualizzazione di una complessa volontà collettiva, la Rete si comporta con se stessa come un organismo vivente; quasi avesse in sé un selettore 'naturale', essa seleziona da sé tutte le cellule necessarie e utili per la sua sopravvivenza ed evoluzione, eliminando o lasciando morire quelle che non sono più funzionali. Per esempio, tutto il software che non funziona, o che funziona male, o che non viene migliorato, diviene semplicemente obsoleto, e presto sparisce. Il fatto di capitale importanza è che questo lavoro di 'manutenzione' viene realizzato dalla simultanea azione di milioni di singoli individui.
Questo tipo di approccio è qualcosa di completamente nuovo, al quale contribuisce, in misura forse determinante, il fatto che la gente, probabilmente per la prima volta nella storia umana, si avvicina alla tecnologia, la ridimensiona, la adatta alla sua misura, se ne appropria introducendone l'uso nella vita di tutti i giorni. Per la prima volta, è il destinatario della tecnologia a gestire la medesima, e non viceversa, e quest'ultima deve adeguarsi in tempi brevi, brevissimi, pena l'obsolescenza e l'oblio.
Per queste caratteristiche, e anche se ancora circoscritto nei numeri, quello della rete è un fenomeno che ha assunto già dimensioni planetarie, e sta attraversando in orizzontale e in verticale tutte le stratificazioni sociali, rendendo obsolete le barriere doganali, reperti archeologici le distinzioni di classe, ciarpame inutilizzabile ideologie e dottrine, risibili tutte le 'chiusure' più o meno politiche o dottrinarie (per non parlare delle legislazioni, che in alcuni paesi cominciano ad apparire neolitiche).

Chi siamo, dove andiamo, e che cosa faremo una volta arrivati?

Ora, ci sono due tipi di rivoluzioni: quelle che partono dall'alto e scendono verso il basso, come la Rivoluzione Francese, l'Unità d'Italia, la Rivoluzione Industriale, le quali hanno una fisionomia ben definita, sono circoscritte nello spazio e nel tempo, si studiano a scuola e, soprattutto, nascono, vivono e muoiono in un arco di tempo relativamente breve, delle volte lasciando nel tessuto sociale degli strascichi - non sempre positivi - dovuti al fatto che chi sta in alto non sempre riesce a vedere bene che cosa succede tra coloro che stanno in basso.
Poi ci sono le rivoluzioni che partono dal basso e salgono verso l'alto, e come una marea che monta lentamente, invadono tutto, si allargano, conquistano ogni giorno, con ottusa determinazione, un pezzetto di territorio; senza una strategia, senza una regola precisa. Non hanno struttura: sono proteiformi, striscianti, metamorfiche, si insinuano in tutti gli angoli del tessuto sociale, scivolano silenziose sotto i confini delle convenzioni, penetrano nelle cittadelle sociali più difese, esplodono qua e là in impreviste manifestazioni di vita, e te le ritrovi in casa quando meno te le aspetti, proprio quando pensavi di aver chiuso bene porte e finestre. Questo secondo tipo di rivoluzione, generalmente, non ha mai un nome; non si studia a scuola, se non dopo molto, moltissimo tempo dal suo apparire. Una rivoluzione di questo tipo, a volte, non viene individuata dallo storico o dal sociologo, ma dall'archeologo, perché ha dimensioni troppo grandi per poter essere inquadrata in un arco temporale di pochi decenni. Quel che si vede e si studia, per un sacco di tempo, sono i suoi effetti a livello per lo più locale (nazionale, per gruppi sociali, ecc.), che vengono inquadrati nei cosiddetti 'cambiamenti di costume', 'trend', 'correnti', 'mode', ma in realtà, il quadro complessivo sfugge a tutti. Per forza: è un po' come osservare la Monna Lisa con un microscopio a scansione. Per questo, perché venga riconosciuta come tale, una Rivoluzione Sociale ha bisogno di un lungo, lungo periodo di decantazione. Rispetto a una Rivoluzione del primo tipo, i suoi effetti sono meno evidenti, ma incomparabilmente più profondi.
In una rivoluzione di questo genere, la gente non dice, fa. Si appropria silenziosamente di territori che prima le erano negati o tradizionalmente estranei, tranquillamente, sicuramente, con naturalezza. Ognuno partecipa nel suo piccolo, secondo le proprie forze, e quasi sempre senza la minima consapevolezza del proprio contributo a un cambiamento globale.
Quello che esce fuori da questo tipo di rivoluzione è qualcosa di completamente nuovo. L'umanità ne viene trasformata, non è più la stessa di prima. E' cresciuta, ha acquisito nuove conoscenze, nuovi poteri. E questo senza che nessuno lo abbia progettato a tavolino. Accade e basta.

Qualcuno ha detto che la 'rivoluzione telematica', per l'impatto che avrà sui costumi sociali di tutto il mondo, potrà essere paragonata alla scoperta del fuoco dell'antichità. Non so, come nessuno ancora può sapere (ne riparleremo con i nostri nipoti!) se sarà così. Certo siamo di fronte a qualcosa che non era mai accaduto prima, e che avrà conseguenze e ripercussioni incalcolabili su ogni aspetto della nostra vita, che cambierà gli assetti sociali, e in qualche misura anche la nostra visione del mondo. Già se ne stanno occupando, dopotutto, filosofi, semiologi, sociologi, psicologi e studiosi vari in tutto il mondo. Viene definita 'la grande sfida' del nostro secolo, anche se non mi sembra che ci sia da sfidare qualcuno. C'è soltanto da accendere il computer e collegarsi.

'La realtà che il flusso informativo ricrea non è allora necessariamente una realtà virtuale. Può essere una realtà effettiva se chi riceve gli stimoli mantiene una ëlunghezza d'onda' adeguata. Come tutti gli strumenti, anche quelli della telematica sono solo degli ausili materiali, e quello che conta è l'uomo' (F. Galimberti, 'Come lavorare in Italia abitando agli antipodi', in Telèma n. 4, cit., p. 56).


******************************************
Note


(1) Il linguaggio tecnico, rispetto alla lingua, è molto meno 'mobile'. I significati vengono rigidamente stabiliti allo scopo di eliminare il più possibile le ambiguità e le polisemie, e ogni termine tende ad avere uno e un solo significato. Viceversa nella lingua, il significato di un termine può subire slittamenti anche notevoli nel corso di un breve lasso di tempo. Sull'argomento si sono espressi i massimi nomi della linguistica. Cito per tutti de Saussure, 'Corso di linguistica generale', Laterza, Roma-Bari 1968, p. 92 e ss.
(2) D. de Kerckhove, intervista su Telema, Editore Fondaz. U. Bordoni, n. 4, pp. 42-43.

(3) 'Anche la notizia falsa rischia di sembrare vera', Telèma, cit., p. 63.

(4) Devoto-Oli: 'Algoritmo, s.m., Qualsiasi schema o procedimento sistematico di calcolo'.

(5) Devoto-Oli: 'v. tr., region. Scegliere, mondare, riferito specialm. al riso e agli erbaggi.'



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.