FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA NOTTE (INCUBO)

Guy De Maupassant
(trad. Emilio Capodeski)




Amo con passione la notte. L'amo come si ama il proprio paese o la propria amante, d'un amore istintivo, profondo, invincibile. L'amo con tutti i miei sensi, con gli occhi che la guardano, con l'olfatto che la respira, con le orecchie che ne ascoltano il silenzio, con tutta la carne accarezzata dalle tenebre. Le allodole cantano al sole, nell'aria celeste, nell'aria calda, nell'aria leggera dei chiari mattini. Il gufo fugge nella notte, macchia nera che solca lo spazio nero, e, allegro, inebriato dall'oscurità smisurata lancia il suo grido vibrante e sinistro.
Il giorno m'affatica e mi annoia. E' brutale e rumoroso. Mi alzo con sforzo, mi vesto stancamente, esco di malavoglia e ogni passo, ogni movimento, ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero mi estenuano come se sollevassi un gravoso fardello.
Ma al calar del sole una gioia confusa, una gioia di tutto il corpo m'invade. Mi risveglio, mi animo. Man mano che l'ombra cresce mi sento un altro, più giovane, più forte, più vivace, più felice. La guardo infittirsi, la grande ombra dolce piombata giù dal cielo: sommerge la città, come un'onda impalpabile ed impenetrabile nasconde, cancella e distrugge i colori, le forme, stringe le case, gli esseri, i monumenti nel suo abbraccio impercettibile. Allora mi viene voglia di gridare di piacere come le civette, di correre sui tetti come i gatti; e un impetuoso, invincibile desiderio d'amare mi si accende nelle vene.
Vado, cammino, a volte in oscuri sobborghi, altre nei boschi vicino a Parigi, dove sento aggirarsi le bestie mie sorelle e i miei fratelli bracconieri. Ciò che amiamo con violenza finisce sempre per annientarci. Ma come spiegare ciò che mi accade? E in che modo far capire che io possa raccontarlo? Non so, non so più, so solo che è così. - Ecco.
Dunque ieri - ma era ieri? - si, senza dubbio, a meno che non fosse prima, un'altro giorno, un'altro mese, un'altro anno - non so. Deve essere stato ieri comunque, poiché il giorno non è più sorto, il sole non è riapparso. Ma da quanto dura la notte? Da quanto? Chi può dirlo? Chi lo saprà mai?
Dunque, ieri, sono uscito come faccio tutte le sere, dopo cena. Il tempo era molto bello, molto mite e faceva molto caldo. Scendendo verso i boulevards, osservavo sopra la mia testa il fiume nero e gremito di stelle ritagliato nel cielo dai tetti della via che si attorceva, facendo serpeggiare come un vero corso d'acqua quel mobile ruscello d'astri.
Tutto era chiaro nell'aria tersa, dai pianeti ai lampioni a gas. Così tante luci sfavillavano in alto e nella città, che le tenebre sembravano risplenderne. Le notti lucenti sono più allegre dei maestosi giorni di sole. Lungo il boulevard i caffè scintillavano; si rideva, si passeggiava, si beveva. Entrai per un attimo in un teatro; in quale? Non ricordo. Mi rattristò che fosse tutto così chiaro e uscii di nuovo, un poco amareggiato in cuor mio dal riflesso brutale della luce sugli ori della balconata, dal bagliore artificiale del lampadario di cristallo, dalla cortina di luci della ribalta, dalla malinconia di quella luminosità falsa e cruda. Raggiunsi gli Champs Elysées, dove i caffè-concerto parevano focolai d'incendio nel fogliame. Gli alberi lustri di luce gialla avevano un aspetto dipinto, come di piante fosforescenti. E i globi delle lampade, simili a lune rilucenti e diafane, a perle mostruose, vive, facevano impallidire sotto la loro luminosità madreperlacea, misteriosa e regale le reti del gas, il gas volgare e sporco, e i festoni di vetri colorati.
Sotto l'Arco di Trionfo mi fermai a guardare il corso, il lungo e meraviglioso corso stellato, che portava verso Parigi tra due file di luci, e gli astri! Gli astri lassù, gli astri ignoti, gettati a caso nell'immensità dove disegnano quelle figure bizzarre che fanno tanto fantasticare, tanto pensare.
Mi inoltrai nel bois de Boulogne e vi rimasi a lungo, a lungo. Poi tornai indietro. Mi aveva afferrato un fremito singolare, un'emozione inaspettata e intensa, un'esaltazione della mente che sfiorava la follia.
Camminai a lungo, a lungo. Poi tornai indietro.
Che ora era quando ripassai sotto l'Arco di Trionfo? Non so. La città dormiva e delle nubi, delle grosse nubi nere si stendevano lentamente sul cielo.
Per la prima volta sentii che stava per accadere qualcosa di strano, di nuovo. Mi sembrò che facesse freddo, che l'aria s'ispessisse, che la notte, la mia benamata notte, cominciasse a pesarmi sul cuore. Il corso era deserto, ora. Soltanto, due guardie municipali passeggiavano nei pressi della stazione delle carrozze, e, sulla carreggiata a malapena rischiarata da lampioni che parevano moribondi, una fila di carri di verdura andava verso le Halles. Procedevano lentamente, carichi di carote, rape e cavoli. I conducenti sonnecchiavano, invisibili, i cavalli marciavano con andatura regolare, ognuno seguendo il carro precedente, senza un rumore, sul lastricato di legno. Dinanzi ad ogni lume del marciapiede, le carote s'illuminavano di rosso, le rape di bianco, i cavoli di verde; e sfilavano uno dietro all'altro, quei carri rossi d'un rosso fuoco, bianchi d'un bianco argenteo, verdi d'un verde smeraldo. Li seguii, poi svoltai per Rue Royale e tornai sui Boulevards. Più nessuno, non un caffè illuminato, solo qualche ritardatario frettoloso. Non avevo mai visto Parigi così morta, così deserta. Estrassi l'orologio. Erano le due.
Una forza mi sospingeva, un bisogno di camminare. Così mi spinsi fino alla Bastiglia. Là mi resi conto di non aver mai visto una notte così fosca, poiché non riuscivo a distinguere nemmeno la Colonna di Luglio, il cui genio d'oro era celato nell'oscurità impenetrabile. Una coltre di nuvole, spessa come l'immensità, aveva coperto le stelle, e sembrava volesse abbattersi sulla terra per annichilirla.
Ritornai. Non c'era più nessuno attorno a me. In Place du Chateau-d'Eau, tuttavia, un ubriaco per poco non mi urtò, poi scomparve. Udii per breve tempo il suo passo ineguale e sonoro. Proseguii. All'altezza di Fauburg Mon Matre passò una carrozza, scendendo verso la Senna. Chiamai. Il vetturino non rispose. Una donna si aggirava nei pressi di rue Drouot: <<Signore, sentite... >>. Affrettai il passo per evitare la sua mano tesa. Poi più nulla. Davanti al Vaudeville, uno straccivendolo frugava nel rigagnolo. La sua piccola lanterna oscillava all'altezza del suolo. Gli chiesi: <<Che ora è, brav'uomo?>>.
Lui borbottò: <<E che ne so! Non ce l'ho l'orologio>>.
Allora, d'un tratto, mi accorsi che i lampioni erano spenti. So che in questa stagione vengono spenti di buon'ora, prima dell'alba, per economia; ma mancava ancora tanto tempo, così tanto tempo, prima che facesse giorno!
<<Andiamo alle Halles - pensai - là almeno troverò la vita>>.
Mi misi in cammino, ma non ci vedevo a sufficienza nemmeno per orientarmi. Avanzavo lentamente, come si fa in un bosco, riconoscendo le strade nel contarle.
Davanti al Credit Lyonnais, un cane ringhiò. Girai per rue de Grammont, e mi smarrii; vagai, poi riconobbi la Borsa dall'inferriata che la circonda. Tutta Parigi dormiva, d'un sonno profondo, terribile. In lontananza però una carrozza viaggiava, una sola carrozza, forse quella che avevo incrociato poco prima. Cercavo di raggiungerla, seguendo il rumore delle sue ruote, attraverso le vie solitarie e nere, nere, nere come la morte.
Mi smarrii di nuovo. Dove mi trovavo? Che follia spegnere l'illuminazione così presto! Non un passante, non un nottambulo, non un vagabondo, non un miagolio di gatti in amore. Niente.
Ma dov'erano le guardie municipali? Mi dissi: <<Se grido accorreranno>>.
Gridai. Nessuna risposta.
Chiamai più forte. La mia voce si disperdeva, senza eco, debole, soffocata e schiacciata dalla notte, da questa notte impenetrabile.
Urlai: <<Aiuto! Aiuto! Aiuto!>>.
Il mio appello disperato restò senza risposta. Ma che ora era? Estrassi l'orologio, ma non avevo fiammiferi. Ascoltai il ticchettio leggero del piccolo meccanismo con una gioia ignota e bizzarra. Sembrava che fosse vivo. Ero meno solo. Che mistero! Mi rimisi in marcia come un cieco, tastando i muri col bastone, e alzavo ad ogni momento gli occhi al cielo, nella speranza che finalmente il giorno sorgesse; ma lo spazio era nero, tutto nero, più profondamente nero della città.
Che ora poteva essere? Mi sembrava di camminare da un tempo infinito, poiché le gambe mi si piegavano, il mio petto ansimava, e avevo una fame tremenda. Mi decisi a suonare al primo portone. Premetti il pulsante di rame, e il campanello squillò sonoramente nell'abitazione; stranamente, squillò come se quel suono vibrante fosse echeggiato in una casa vuota.
Attesi, non ci fu alcuna risposta, la porta non venne aperta. Suonai nuovamente; aspettai ancora - nulla!
Ebbi paura! Corsi alla casa successiva, e venti volte di seguito feci squillare la suoneria nell'andito buio dove doveva dormire il portinaio. Ma egli non si svegliò. E io andai oltre, azionando con tutte le mie forze i tiranti o i pulsanti, percuotendo coi piedi, il bastone e le mani le porte ostinatamente chiuse.
E d'un tratto mi resi conto di essere giunto alle Halles. Le Halles erano deserte, senza un rumore, un movimento, senza una carrozza, un uomo, un fascio di ortaggi o di fiori. Erano vuote, immobili, abbandonate, morte!
Mi assalì uno spavento - orribile. Che cosa stava accadendo? Oh! Mio Dio!
Che cosa stava accadendo?
Ripartii. Ma l'ora? Chi mi avrebbe detto l'ora? Nessun orologio suonava, sui campanili o sui monumenti. Pensai: <<Solleverò il vetro dell'orologio e tasterò le lancette con le dita>>. Estrassi l'orologio... non ticchettava più... si era fermato. Più nulla, più nulla, non un fremito nella città, non un bagliore, non un fruscio nell'aria. Nulla! Più nulla! Nemmeno il rumore lontano della carrozza - più nulla!
Mi trovavo sul lungosenna, e un freddo glaciale saliva dal fiume.
Scorreva ancora la Senna?
Volli scoprirlo, trovai la scala, scesi... Non sentivo il gorgoglio della corrente sotto gli archi del ponte... Ancora qualche gradino... poi la sabbia... poi della melma... poi l'acqua... vi immersi il braccio...
scorreva... scorreva... fredda... fredda... quasi gelata... quasi prosciugata... quasi morta.
E io capii che non avrei mai avuto la forza di risalire... e che sarei morto là... anch'io, di fame, di fatica, e di freddo.




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