FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA MIA PRIMA ESPERIENZA

Taddeo Alderotto




La mia prima esperienza sessuale ebbe luogo, un pomeriggio d'estate, nell'oscurità surriscaldata di una sala cinematografica parrocchiale - l'unica del polveroso e sonnolento paesino meridionale nel quale ogni anno i miei genitori mi confinavano, affidandomi alle amorevoli cure dei nonni paterni, per non dovermi avere tra i piedi anche durante le vacanze. Lei l'avevo conosciuta qualche ora prima sul lungomare. Fu lo scintillio del sole sui suoi denti bianchissimi, scoperti dal sorriso col quale aveva risposto ai miei sguardi, a guidarmi fino a lei, così come la luce di un faro conduce le navi al porto. Le proposi di andare a vedere un film e lei accettò.
Le luci in platea non si erano ancora del tutto smorzate che già una piccola mano impaziente si era messa ad armeggiare con la cerniera dei miei pantaloni, aveva frugato nelle mutande e ne aveva infine estratto il mio ciondolo, che a quel tocco delicato si era prontamente drizzato e indurito come il fusto svettante di un pioppo. (Non è lunghissimo, il mio cazzo, ma quanto a diametro e resistenza non teme confronti e, se adoperato nella maniera giusta, diventa un grimaldello capace di scassinare qualsiasi serratura).
Mentre dita affusolate dalle unghie graziosamente smaltate mi si avviluppavano intorno al membro e lo mungevano con impegno per stillarne dense gocce del suo latte prezioso, io fissavo senza vedere, con la fronte imperlata di sudore, le immagini concitate che si succedevano sullo schermo rattoppato; intanto, dopo aver intrapreso una silenziosa lotta con un ostinato bottone che non voleva saperne di slacciarsi, insinuavo la mano sotto una camicetta di cotone e accoglievo nel palmo a coppa l'acerba rotondità di un seno. Ebbi così modo di scoprire quanto può essere divertente brancicare un capezzolo fino a farlo indurire.
Docile, non appena le ebbi sussurrato all'orecchio il mio suggerimento, una testolina dai capelli bruni raccolti a coda di cavallo mi si chinò sul grembo e iniziò a lambire con la lingua, quasi si trattasse di un cono gelato, la cupola rossa e turgida del mio campanile.
Ad un certo punto, con una leggera ma decisa pressione delle mani sulla sua nuca, cercai di indurla a prenderlo direttamente in bocca. All'inizio lei oppose qualche resistenza e accennò a divincolarsi, facendo mostra di un pudore che mi commosse e allo stesso tempo accrebbe a dismisura la mia eccitazione. Non le diedi bada e spinsi con più forza, fino a che un varco si aprì tra le sue labbra serrate, attraverso il quale il pene si fece largo prepotentemente soffocandole in gola ogni protesta.
Come avevo sperato, una volta che lo ebbe assaggiato lo trovò di suo gusto e, dimostrando un talento da mangiatrice di spade, lo ingoiò tutto fino alle palle. "Mi piace, mi piace, è buono" ripetè più volte, al che io scherzosamente le mormorai: "Shhh, non si parla a bocca piena". La foga e l'ingordigia con cui me lo succhiava cominciarono a farmi temere che volesse divorarlo.
Si era talmente appassionata alla faccenda che per farla sollevare, appena in tempo prima che si producesse l'esplosione finale, dovetti strapparmela di dosso a forza. Venni a fontana, e la gittata dello schizzo fu tale che alcune gocce raggiunsero la giacca e la testa pelata di un signore seduto qualche fila davanti a noi, che per fortuna dormiva pacificamente e non si accorse di nulla. Prima che rinfilassi nella tana il cucciolo, stanco per tutti quei giochi, lei volle asciugarlo per bene con il suo fazzoletto. "Non lo laverò più" disse annusando il profumo che vi era rimasto impregnato. "Che ragazza adorabile - pensai - non riuscirò mai a dimostrarle tutta la mia gratitudine". Quella giornata indimenticabile si concluse con una scena spassosa: io e lei stavamo uscendo dal cinema, teneramente abbracciati, quando sul marciapiedi incrociammo l'uomo che avevo "innaffiato": ancora assonnato, fermo in mezzo alla via, si toccava la testa e guardava in alto con un espressione stupidamente interrogativa. Quel fesso credeva che un piccione gli avesse cagato in testa, non è tutta da ridere?
A quel tempo io non avevo ancora compiuto i tredici anni e andavo alle scuole medie, ma a lei, che frequentava già il ginnasio, avevo fatto credere di averne quindici. Dopo quel primo incontro avrei voluto molto poterla rivedere per approfondire l'intesa meravigliosa che si era subito stabilita tra noi ed esplorare insieme il nuovo orizzonte di sensazioni che ci era stato dischiuso davanti, ma qualche invidioso le rivelò la mia vera età e lei, mortalmente offesa, non volle più nemmeno parlarmi. Ne rimasi profondamente deluso: come è possibile che un vero amore venga ucciso da una sciocca questione anagrafica? Comunque, alla spia gliela feci pagare. Dopo che l'ebbi individuato gli combinai uno scherzo che non si sarebbe scordato tanto facilmente: nottetempo mi introdussi nella cabina della sua famiglia alla spiaggia e spalmai l'interno del suo costume con una mistura di mia invenzione a base di peperoncino. Il mattino dopo, le sue grida da maiale sgozzato turbarono l'oziosa pace dei bagnanti per chilometri e chilometri intorno. Lo avevo ridotto in uno stato tale che per il resto delle vacanze anche solo pisciare gli costò atroci sofferenze. Se io non potevo averla, almeno non sarebbe stato lui ad approfittarsene.
L'estate stava finendo e presto i miei genitori vennero a prendermi per riportarmi a casa. Lei non l'ho più vista. Mi chiedo se l'abbia poi lavato o no, il fazzoletto.




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