FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA BARCA

Giuseppe Sanso'




Così com'era disegnato nella sua disinvolta fantasia che senza scrupoli si inoltrava in epoche avveniristiche prefigurandovi adattamenti e accomodamenti della propria radicata persona e grazie alle doti di resistenza alle sciagure, alle malattie ed ai ~brutti mali~ fornitegli da uno straordinario spirito di conservazione, Egidio Ghirbelli vide spegnersi, talvolta per cause naturali ma più spesso per malattie dolorose, premature ed improvvise, quasi tutti i conoscenti della propria generazione e si apprestava ad assistere, con una certa soddisfazione al pensiero della propria longevità, alla nuova sequenza di ~rese~ che avrebbe riguardato la generazione di sua figlia se non addirittura quella dei suoi nipoti. Il segreto di quest'uomo non era l'egoismo e perciò l'attaccamento alla vita, come rozzamente qualcuno già più accorto aveva osservato, bensì la costante attenzione verso se stesso, la cura di sé sopravvissuta alle mode, alle crisi politiche ed alle congiunture economiche, ai ricorrenti esistenzialismi depressivi detti anche depressioni esistenziali e soprattutto alla seconda guerra mondiale; tuttalpiù è lecito affermare che il suo egoismo fosse una necessaria conseguenza del suo esasperato desiderio di osservare ciò che ancora sarebbe accaduto intorno alla sua vita ed in tempi sempre più futuri, incurante dei lutti e delle disgrazie e, pertanto, incrollabilmente sostenuto da un abnorme e cinico egocentrismo. Alla morte di sua moglie, durante quel lungo ed estenuante periodo di attesa imposto dalla lenta invasione di un tumore, non riuscì a nascondere la crescente e scherzosa ilarità che gli derivava dall'assistere, con l'animo infantile della scoperta, alla nuova esperienza che l'esistenza gli offriva. La compagna di una vita e depositaria dei suoi intimi segreti, la testimone delle inconfessabili debolezze, l'erede materna della tacita comprensione stava per diventare nulla, mentre il suo non ancora persuaso marito si avviava verso la condizione di vedovo per la circostanza irresistibile e senza colpe di un curioso gioco di ruoli e di avvenimenti, prefigurati ma, innocentemente, mai evocati. Anche in questo caso, suoi maldisposti giudici avrebbero attribuito all'equanime sentimento di soggettiva rivalsa generato dal pensiero della propria anamnesi un atteggiamento così ~disumano~ ed incomprensibile, ma non era così. Fin dalla sua nascita, o per qualche accidente accadutogli nei primi anni di vita, infatti, egli soffriva di una infedele riproduzione della realtà nella propria mente e, pertanto, l'universo relazionale che circondava la sua esistenza si raccoglieva e sedimentava nei cerebrali archivi della sua memoria in modo alterato se non addirittura distorto. Ma la carente percezione della realtà nelle sue manifestazioni concrete e quotidiane, la difficoltà ad afferrare le connessioni tra i fatti e distinguere le circostanze, la scarsa comprensione degli equilibri nelle relazioni interpersonali e persino la superficiale nozione di causa ed effetto sono condizioni diffusissime tra gli individui che, come direbbe Desmond Morris, per quanto poca strada abbiano percorso nella evoluzione della loro natura animale tanta avrebbero dovuto percorrerne almeno nella crescita culturale. Si fosse trattato di questo, Egidio Ghirbelli sarebbe assomigliato a tutte quelle persone capaci di trasformare una malcapitata discussione in un confronto ambiguamente pedagogico. No, egli soffriva di una diffusa deformazione di quel meccanismo che ci consente di capire le implicazioni emotive e fisiche di una situazione senza bisogno di sperimentarla, cioè riceveva un'eco sentimentale deformata dalle simulazioni che la sua mente costruiva per comprendere qualcosa che non era ancora reale e che forse, in molti casi, non si sarebbe mai realizzato. Adottando un'immagine semplificata ma efficace, si potrebbe dire che il laboratorio mentale che eseguiva per lui i test emotivi riguardanti la sua vita di relazione non era in grado di fornirgli risultati generalmente attendibili, anzi, nella maggior parte dei casi rispondeva con un desolante silenzio. Con molta probabilità egli non si rendeva conto dell'anomalia che alterava la sua percezione affettiva e sentimentale perciò aveva accettato come ~normale~ quell'unica condizione che, mentalmente, gli era possibile conoscere e sperimentare. Da bambino aveva sofferto di una intensa gelosia nei confronti della sorella nata pochi anni dopo di lui e ciò lo aveva indotto ad escogitare ingegnosi dispetti con cui riteneva di vendicarsi della apparente predilezione che veniva dimostrata verso la piccola. Alla sera, costretto in anticipo nel suo letto per un castigo meritato durante la giornata, rifletteva su quella indesiderata sorella chiedendosi, tuttavia, quanto le volesse bene e sperando in una risposta generosa del proprio cuore. Ma questo non rispondeva: come risponde un cuore? con una fitta, con un trasalimento, la sospensione del respiro? E poi, come interpretare quei segnali? Provò ad immaginare che alla bambina fosse accaduto un incidente, non tragico e definitivo ma sufficiente a ridurla immobile e piangente in un lettino. Costruì nella sua mente immagini suggestive e drammatiche di cui lui era non responsabile e impotente spettatore, ma non scaturivano commozione e dolore, nessuna risposta al suo quesito. La sua mente, quel laboratorio che all'occorrenza analizza, progetta, escogita, informa rimaneva silenzioso, non si eprimeva attraverso il cuore, il respiro o la pelle, era solo indifferente e muto. In quell'occasione rimase semplicemente disorientato e così evitò, almeno per qualche tempo, gli artifici della psicologia per ottenere, o meglio per non ottenere, responsi sul proprio animo. Ma con la crescita ed il trascorrere degli anni della scuola la dispettosità abituale, ormai indipendente dalla gelosia per la nuova arrivatà, si confermò come un lato caratteristico dei suoi rapporti con i compagni e con i familiari. E fu l'inasprirsi, per lui incomprensibile, delle punizioni che gli fece dubitare dell'affetto di cui era circondato e di quello che egli nutriva per gli adulti. Suo padre era morto dopo la prima guerra mondiale che già lo aveva tenuto lontano da casa per tre anni e perciò la sua famiglia, quella materna che si era presa cura dei due bambini e della giovane madre, era costituita dai due nonni e da uno zio affettuoso e gioviale. Egidio si chiese, sorpreso dal rancore che provava per la nonna dopo l'ultima punizione, cosa avrebbe sentito se ella fosse morta e poi immaginò il nonno ammalato nel proprio letto e lo zio prigioniero delle lamiere della sua automobile ed ancora la sorellina ed infine la mamma. Ma qui si fermò perché l'indifferenza della sua mente, il silenzio del laboratorio sentimentale a cui inviava i suoi test non gli facessero dubitare anche di quell'unico amore certo della sua vita. Impose il silenzio a tutti i suoi pensieri e, attraverso un intenso sforzo cognitivo, comprese, ma sarebbe meglio dire assunse, che l'affetto, il voler bene non sono sentimenti percepibili nel profondo del proprio essere, non producono segnali chimici, elettrici e perciò fisici. L'affetto, il voler bene, l'amore sono sentimenti parentali per definizione, esistono ~istituzionalmente~ e, pertanto, sono certi, senza necessità di prova. Così trascorse la sua vita, egli non unico esemplare tra tutti quegli uomini e donne vittime non si sa bene se del conflitto tra ragionare e sentire oppure tra non ragionare e non sentire, dubitando ben poco della dimensione umana ed emotiva degli altri perché, comunque, questi aspetti dei suoi interlocutori familiari, amici e conoscenti occasionali erano ridotti, con rassicurante certezza, ai tipi canonici previsti dalla sistematica della sua mente: gli era evidente la propria normalità secondo la quale nessuno, se non malato o cembalo, poteva provare trasporti che non fossero ~definitivi~ come i suoi. Così trascorre la vita di molti a cui i propri test mentali restituiscono il silenzio o le bugie, le cui simulazioni inducono loro stessi a pensare di essere atei o comunisti, omosessuali o santi, preti o scrittori, pensatori o compositori, esploratori o dongiovanni, politici o filosofi. Oppure, ancora, equilibrati e giusti.
Egidio Ghibelli non sognava mai. Anche se i personaggi che popolano i sogni, uomini, donne, mostri e fantasmi sono una diversa interpretazione o, almeno, una alternativa rappresentazione della personalità dello stesso sognatore secondo le segrete versioni del lato oscuro della sua mente, per sognare è necessario conoscere l'arte dell'immedesimazione mentre a lui questa attitudine sembrava definitivamente negata. Le sue notti erano senza immagini e senza parole, vuote come l'oblio e, dunque, non gli capitava di svegliarsi da un breve sonno turbato da spaventose immagini, commosso da un incontro impossibile o eccitato dagli appagati impulsi onirici. Non gli capitava di iniziare una giornata sorretto dalla liberazione del risveglio o incupito dall'interruzione di un sogno, elettrizzato dal dilatarsi della sua coscenza o impensierito da una inattesa riflessione notturna. Egli viveva i suoi desideri liberati dal sogno e perciò aspirava a conquiste che riguardavano esclusivamente il suo benessere materiale, possedeva cose che erano soltanto oggetti, spogliati da significati simbolici o da richiami nostalgici, ridotti alla pura funzionalità degli strumenti o, nella maggior parte dei casi, alla transitoria gradevolezza dei giocattoli. Innumerevoli oggetti popolavano la sua abitazione, la rimessa per l'automobile, la sua casa di campagna e l'annesso giardino. Non vedendo egli una ragione per liberarsene quando ne aveva dismesso l'uso o esaurito il godimento, giacevano stipati o abbandonati casualmente come inerti testimoni, minuscole note, segni nel diario della sua vita. Ogni giorno, ogni mese ed ogni anno del suo percorso esistenziale conservava una traccia in quei relitti che la proprietà aveva costretto in un mare tanto privato e chiuso. Solo per la locomozione si contavano due automobili, un carrello ed una roulotte, una vespa ed un motociclo, tre biciclette, una barca e tre motori marini, un canotto per ragazzi, uno per bambini ed uno Zodiac per tre persone e poi ancora una bicicletta arrugginita della figlia che, ella, avrebbe voluto buttare via ma che lui conservava, conservava. Non per ricordo o nostalgia, perché a nessuno dei suoi beni egli era legato sentimentalmente, ma perché ogni oggetto rendeva indelebile un lungo passato altrimenti ateo ed ingiustificabile, dunque inesistente, ancor prima che estinto. Naturalmente chi avesse ripercorso, per così dire, la sua storia oggettuale, avrebbe trovato molto altro: una raccolta di macchine fotografiche, binocoli, cannocchiali e numerose lenti, diversi calibri e regoli calcolatori ma anche calcolatrici elettroniche, quattro macchine per scrivere, ben quattordici apparecchi radio, sei televisori tutti funzionanti e sei rasoi elettrici, un ciclostile ed un computer con stampante e manuali, attrezzi di prima, seconda e terza qualità per lavori quasi mai eseguiti e poi decine e decine di scarpe ciabatte, scarponi e calze quanti nessuno avrebbe potuto consumarne in una sola vita e cinture per pantaloni (una per ogni capo, nuovo, sgualcito o rammendato che fosse) e guanti e cravatte sbiadite e portafogli e borsellini di ogni età ed in numero impensabile. Ed inoltre: venti ombrelli ed una dozzina di bastoni da passeggio, le armi, giocattolo o vulneranti, pistole, un fucile, due archi con le frecce, una balestra, due sciabole e coltelli appesi al muro, in un cassetto nascosto o nelle loro custodie, ed altro ed altro ancora. Ma tra tutto ciò, e tra infiniti oggetti di cui non è possibile stendere un elenco senza evocare la sensazione dell'eccesso e della confusione, uno solo gli stava veramente a cuore. Era la piccola barca, una lancia di appena due metri e mezzo, costruita con fasciame all'inglese e dotata di due soli banchi. Quello a poppa per lui che con una mano conduceva il tranquillo motore da un cavallo e mezzo mentre con l'altra accarezzava orgoglioso la lucida falchetta del pregiato mogano di cui era fatta tutta l'imbarcazione. L'altro banco era generalmente occupato dalla moglie, quando era in vita, voltata verso la prua ed il mare aperto in contemplazione di un punto lontano sull'orizzonte. A lui piaceva quella modesta velocità che produceva una brezza fresca e profumata sul viso mentre poteva osservare la donna che, voltandogli le spalle, appariva tuttavia così fragile e indifesa. Soprattutto, quando non aveva passeggeri con sé, amava condurla a remi, la sua barchetta. Allora si sedeva sul banco di centro e, presa la mira su un punto della costa remava quietamente e a lungo nella direzione opposta. Tra gli sporadici controlli della rotta per cui doveva torcersi a guardare verso prua, il suo sguardo si posava sovrappensiero sul solco prodotto dal lento movimento dello scafo. Dietro allo specchio di poppa l'acqua sciabordava dolcemente e la scia cominciava già ad allargarsi allontanandosi rapidamente da lui per sparire e dissolversi nel mare senza traccia. Forse allora sognava, ad occhi aperti, non di viaggiare in chissà quali regioni del tempo e dello spazio, ma di rimanere li, in quel suo confortevole guscio di legno, nel rassicurante ventre della sua piccola isola cullata dal grande mare. Leggi capziose e regolamenti dissuasivi di questo nostro paese che con il pretesto di reprimere l'irresponsabilità suicida soffoca il piccolo e piccolissimo diporto per favorire la sgombra navigazione di altri e veloci natanti, lo avevano indotto a riporre, grottescamente sospesa sopra all'automobile nella rimessa, la graziosa barca ma con la cura di mantenere bene in vista il nome che un tempo le aveva imposto. Difatti, ogni volta che apriva la porta dell'automobile, era inevitabile alzasse lo sguardo sulle lettere in lucido ottone che componevano ELISABETTA, il nome di sua moglie. L'aveva appesa con robuste cime ritorte in numerose carrucole che gli consentivano di svolgere la manovra senza dover ricorrere all'aiuto di alcuno e poi l'aveva abbandonata in balia della polvere, degli acidi contenuti nell'aria e del tempo. Periodicamente, affinché non se ne perdesse almeno l'identità, lucidava quei caratteri ma con la speranza che un giorno, circostanze più favorevoli, potessero rendere necessario ed utile il restauro completo dei legni.
Una notte, inaspettatamente, sognò di trovarsi in una stanza da soggiorno complicata e sconosciuta. Seduto su una grande poltrona aveva di fronte a se la propria madre con la quale conversava in una condizione di grande serenità mentre una labile coscienza tentava di trascinarlo fuori da quell'esperienza per lui inconsueta ed appagante. Il debole chiarore che s'insinuava tra le palpebre socchiuse tentava di allucinare la scena che, al contrario, egli desiderava conservare ~vera~ il più a lungo possibile. Sua madre gli parlava dolcemente, la sua figura asciutta e chiara finalmente aveva riacquistato vita e movimento, le sue labbra continuavano a produrre parole. Un discorso pacato, interminabile e rassicurante come una ninna nanna, che lo tratteneva nel sonno a dispetto della pur indebolita ragione. Protese le braccia al di sopra del letto mentre nella visione notturna restava seduto sulla poltrona, con le mani posate, anzi, finalmente abbandonate sui tondeggianti braccioli. Anche lui parlava, parlava e senza provare alcun timore o sorpresa, stupito del sogno ma non del colloquio le cui battute riusciva appena a percepire. D'altra parte non aveva mai, veramente, ascoltato sua madre né l'aveva guardata. Una volta interiorizzata la sua immagine e, in un certo senso, la sua voce ritenendo i discorsi di lei, le esortazioni ed i rimproveri scontati e prevedibili, lui non l'aveva guardata più, non l'aveva ascoltata più. Ecco perché, sorpreso dal fatto di sognare, non lo era per nulla dal dialogo con una donna defunta. Infatti, così come egli l'aveva ridotta nella propria mente, ella non sarebbe potuta morire mai, il suo colloquio poteva proseguire per tutto il tempo in cui lui stesso avrebbe vissuto mentre la sua mancanza materiale non poteva provocargli alcun dolore dal momento che lui era immune dall'eco emotiva che il contatto fisico, non per il semplice scambio termico o per la lieve pressione meccanica ma per l'implicita educata aggressione ed i significati in essa contenuti, produce in qualunque persona per così dire ~normale~. Quindi continuarono a parlarsi come due ologrammi dei quali solo le labbra apparivano in movimento e dei quali lo stesso sognante non avrebbe potuto distinguere il vivo dal morto, l'apparente dallo spettatore, il patente dal reale. Ma dopo qualche tempo in cui egli contemporaneamente alla madre parlava ed osservava la scena e si sforzava di trattenere il sogno opponendosi alla luce che con forza straordinaria tentava di sollevare le sue pesanti palpebre, la donna portò lentamente la mano sinistra fin sotto al proprio piccolo seno, li trattenendola mentre il suo viso si contraeva lievemente come per un dolore improvviso. Le dita lunghe e nobili, prima raccolte in grembo con quelle dell'altra mano, inaspettatamente non producevano alcun effetto taumaturgico, l'espressione accentuò il messaggio di sofferenza ed il corpo della donna si curvò impercettibilmente protendendosi verso la figura del figlio come reclamando un soccorso. Egidio Ghirbelli sentì contrarsi i muscoli dello stomaco e poi un'ombra opaca di dolore salire lungo l'esofago per espandersi nel petto. Guardava attonito la madre sapendo di non poter intervenire ma la compassione, l'osmosi biologica con quell'essere a lui caro, gli fece avvertire una fitta acuta nel centro del torace mentre la gola gli si serrava impedendogli il respiro. Lacrime involontarie e finalmente non compiaciute gli inumidirono gli occhi allontanandolo definitivamente dalla rappresentazione del sogno.
Gli toccò dunque di capire, l'esperimento che aveva rifiutato di condurre da bambino era compiuto conservandogli l'amore per la madre, ma non quello per il mondo. Come tutte le storie che rimandano l'aspetto non apparente dell'esistenza anche la vicenda di quest'uomo ebbe un esito banalmente prevedibile. Dopo aver acquistato carte abrasive, stucco, vernice e diluenti, pennelli e guanti da lavoro fece scendere la sua piccola barca dal cielo in cui l'aveva sospesa e ne carteggiò con cura i legni intarsiandoli dove il tempo e la xilocopa avevano prodotto le loro carie, verniciò due volte con cura tutte le superfici ed infine lucidò a nuovo l'ottone degli scalmi a forcella, degli anelli, del lèggio e dei moschettoni. Si ricordò anche del coprichiglia di rame che lustrò con la paglietta immaginandoselo scivolare lucente sulla verde profondità del mare. Rimessa a nuovo la sollevò ancora una volta per posarla sul tetto della vettura a cui la assicurò mediante il portabagagli, assi di legno per impedirne il rollio e robuste cime. Tutto ciò gli aveva richiesto diversi giorni di lavoro ma ancora alcuni ne attese per riprender fiato prima di farla sivolare di nuovo, finalmente, in mare. Allora si sedette sul banco centrale voltando le spalle alla prua e dando qualche silenzioso colpo coi remi osservò il piccolo approdo del borgo rivierasco, lo scivolo di cemento e l'automobile abbandonata sulla banchina. Prese ritmo e velocità affidandosi a tutto il vigore che, alla sua età, gli era ancora rimasto e quando il paese divenne per lo sguardo un unico scorcio ne fece un punto di allineamento, un cardine della sua rotta. Remò a lungo, con calma, osservando l'orizzonte che si faceva sottile e la scia che lentamente dissolveva come una vita. Il mare era fermo, appena lo cullava con il suo pacato respiro, e la barca era comoda ed avvolgente. Quando solo quella scia potè costituire il riferimento della sua navigazione formulò la filosofia della sua vita, il risultato della sua esistenza e, per lui, l'unico motivo per cui era vissuto. "Cullàti dal mare, distesi sul fondo di una barca e tranquillizzati dalla cantilena delle onde che languidamente bussano sul curato fasciame, dimentichiamo la terra, disimpariamo a camminare, perdiamo il duro senso della realtà a cui siamo costretti da un atto prepotente e, anch'esso, spumeggiante come il mare. E semmai, quell'atto, lo abbiamo perpetuato ignari ed irresponsabili". Infine il cielo divenne un'unica cupola rossa che scuriva il mare nascondendone ancor più i sommersi misteri, e poi divenne viola e finalmente nero con un ricordo di azzurro. Le stelle non furono luce, né rotta né fantasia di costellazioni ma solo ricordo di un ostile ~fuori~. Egidio Ghirbelli smise di remare, sistemò con cura i remi lungo le fiancate e ripose anche se stesso sul fondo della barca rannicchiandosi come fosse chiuso in un bozzolo. Quella notte avvolgente, come lui desiderava, non finì mai più.



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