FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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JEANNE

Grisù




CAPITOLO I

Dai ricordi di Giampaolo Tatavilla, Milano, 1998


Rischiammo di perdere il treno. Il tragitto per la stazione non era breve come ci aspettavamo: dovemmo risalire la collina, attraversato il piccolo centro del paese. Camminammo lungo la muraglia che portava a Villefranche e ci confrontammo per gioco con le sue immense pietre (eravamo sorpresi che fosse così grande, anche se la vedevamo ogni giorno dalla barca), appiattendoci con le braccia alzate contro il muro o passeggiando sul rinforzo che difendeva lo strapiombo. Di un equipaggio di cinque amici eravamo rimasti in due a voler tentare la spedizione nella notte, diversamente da quello che ci aveva fino ad allora riservato il viaggio, spiagge distese al sole o porticcioli incrostati di salsedine.
Scoprimmo, lentamente, il profilo della costa, lontano, molto più on basso, mentre dall'altro lato dell'orizzonte, più staccate e in basso ancora, le barche del porto si lasciavano spingere all'indietro e scomparivano ai nostri occhi.
Nel faticoso avvicinamento alla stazione mi chiedevo quali fossero i pensieri del mio compagno di viaggio. Sapevo che uguali alle mie erano le sue speranza e profonda come la mia la sua ansia. Ma non osavo distrarre la sua attenzione, concentrata sui sassi squadrati che da ogni lato gli colpivano le suole delle scarpe o sulle piccole polverose del terreno. Ricordo che facemmo gran parte del tragitto senza dire una parola: insieme agli altri, avevamo già condiviso molte cose affrontando da soli il mare aperto. Dopo il breve viaggio in treno arrivammo a destinazione. Il cielo cupo ma non minaccioso, livido, ci aveva seguito sotto la sua ala protettiva fin da quando eravamo usciti dalla barca e ora lo ritrovavamo segnato di bianco, in immobile attesa della luna. Istintivamente guardai in alto le forme che le nuvole disegnavano sullo sfondo ma non riuscii a scoprire delle figure conosciute.
Entrammo nell'ampio giardino della piazza antistante la stazione, avvolto nell'aria calda della sera. A me e a Luigi non restava che raggiungere il centro del paese, dove si accalcavano i locali notturni, i bar affollati con le orchestre dal vivo, le discoteche. I nostri sguardi rapidi si volsero intorno con crescente curiosità ma senza una meta precisa. Voci lontane, musica ad alto volume: nulla ci raggiungeva dalle strade per indirizzarci. Sotto un albero, che era alto e dai rami lunghe frondosi, una ragazza sedeva su una panchina gialla e rovinata, leggendo un libro. Ai suoi piedi un bambino con il ciuccio in bocca, che immaginammo fosse suo fratello, si stava impiastricciando le mani nella terra. Ci facemmo l'un l'altro coraggio e l'avvicinammo per chiedere informazioni o forse per attaccare discorso. Sembrava giovane come noi, sedici anni appena abbozzati.
Ce ne innamorammo subito. Le domandammo imbarazzati dove si trovasse una discoteca di cui conoscevamo a malapena il nome. Lei rispose con un sorriso gentile che ci sembrò comprensivo: aveva la bocca bella e uno sguardo vivace velato da un'ombra malinconica che mi penetrò sotto la pelle. Mentre ci spiegava la strada in un francese velocissimo che capimmo a malapena, come se fosse una lingua lontana e a noi del tutto nuova, la sua testa si dondolava leggermente sulla spalla sinistra come se il collo delicato e bianco sostenesse a fatica il peso della sua bellezza. E la sua voce i suoi gesti si riempirono di vezzi innaturali, di una gioia di vivere mai vissuta.
Ebbi l'impressione di averla già incontrata, come in alcune pagine di Dumas che rileggevo tutte le sere, e che da allora non avevo fatto altro che cercarla, di giorno, fantasticando ad occhi aperti di un amore imprevisto ma totale, di notte, nei pochi paesi stranieri che la compagnia dei miei amici mi aveva dato il coraggio di affrontare. Sapevo che una volta messo piede fuori della mia città l'avrei rivista.
Cedendo ai nostri ripetuti attacchi, come sotto un fuoco di fila, ci disse di chiamarsi Jeanne, un nome che mi sono imposto più volte di gettare nel cestino. Talmente impacciati da non riuscire a spiccicare una parola, restammo di fronte a lei per alcuni lunghi secondi. Cazzo, non mi ricordavo nulla dello scarso francese che avevo studiato a scuola e non riuscivo nemmeno a parlare il franco-italiano che ero solito usare in caso di emergenza. Jeanne era come sorpresa dalla nostra ritrosia e dagli sguardi fissi su di lei. A sua volta ci guardava timidamente, si chiedeva forse cosa volessimo, perché insistessimo. Anzi, guardava me: ne sono sicuro, e sembrava sussurrarmi qualcosa.
Io mi dilungavo sul suo corpo, scrutavo il suo viso, cercavo il suo seno, baciavo nella mia testa la sua bocca di fragola, e sentivo le sue unghie sulla pelle accarezzarmi senza graffiare. Immaginavo già che sarei tornato spesso, le avrei portato dei fiori di campo, o forse delle rose, saremmo andati sulla spiaggia la sera e avrei anche imparato il francese molto bene. Giocammo per qualche istante con il fratellino, sperando di ravvivare la conversazione, ormai spenta: invece ci imbrattammo di terra i calzoni nuovi comprati per la serata. Imbarazzati e tesi, alla fine non osammo che andarcene per dove ci aveva indicato.
Superammo la piazza e imboccammo una delle vie che si distribuivano a raggiera, tutte perfettamente uguali, verso il resto del paese. Ma subito ci fermammo e, gurdatici negli occhi, capimmo che la discoteca, ora, non ci interessava e che quello che volevamo era soltanto un po' di compagnia. "Giampaolo", mi disse il mio amico, ed era quello che io mi aspettavo di sentire, "non dobbiamo lasciarci sfuggire l'occasione". Tornammo indietro correndo, con rinnovato ardore e nuovi fremiti. Jeanne era scomparsa e con lei l'orrendo bambino. La cercammo inutilmente per la piazza, per le vie; non la rivedemmo, né quella sera né mai.
Non l'abbiamo più dimenticata. Ci è rimasto solamente il suo nome e la voglia di essere ancora là a parlarle. Ogni cosa, buona o cattiva che sia, quando viene a mancare lascia un senso di vuoto e non permette di potersi nascondere e perdere tra le proprie emozioni. Scrivo e riscrivo le frasi di questo racconto, correggendole e cancellandole con la mia penna nera, ma non butto via le pagine scartate e le conservo e le leggo in continuazione fino ad impararle a memoria, perché soltanto in questo modo Jeanne mi appartiene. Con impazienza ascolto la ferita di quell'incontro, che ha avvilito per la prima volta il senso di onnipotenza che trascinava me e i miei amici, quando, insieme, viaggiavamo e andavamo a donne, sicuri che niente ci avrebbe fermati e la nostra amicizia non avrebbe mai avuto termine, neanche per colpa di una di loro. Ma già allora avevamo bisogno di Jeanne e spesso inseguivamo un volto femminile nella folla perché dovevamo parlargli, volevamo baciarlo. Per lungo tempo, spinto da un istinto di sopravvivenza, sono stato servo dei miei sentimenti incontrollati, del desiderio di essere là in quel posto a cercarla per ore tra la gente, senza stancarmi o spaventarmi, in un paese non così estraneo come avvertivo il mio, dove mi sentivo inadeguato e perso. Tuttavia neanche quella sera ci arrendemmo, anche se avevamo perso Jeanne, anche se eravamo stati abbandonati, tentammo di divertirci. Passammo la serata in discoteca e per inerzia agganciammo due parigine. A una di queste, durante la blanda conversazione, chiesi, ingenuo, che scuola facesse. "Ecole?", rispose lei fredda, "moi, je suis professeur".
Di lì a poco ci scaricarono. La nostra nottata, tra balli, Cuba Libre e Martini, urla e spintoni, continuò fino alle quattro, quando, usciti dal locale, ci concedemmo nel bar di fronte un caffè, che ci risvegliò insieme all'aria fredda del mattino e alla corsa che facemmo perché non avevamo pagato. Non ci restava che aspettare il treno di ritorno: cercammo di entrare alla stazione ma era ancora chiusa. Vinti nonostante tutto dal sonno, ci dovemmo adattare a dormire in piedi, stretti in una cabina telefonica, fino allasua apertura. Finalmente passammo alle panchine della sala d'aspetto, non comode ma certo più accoglienti, continuando il nostro sonno anche sul trenino delle sei, tanto che rischiammo di saltare la fermata: mi svegliai di soprassalto appena in tempo per avvertire Luigi e scendere.
Il resto della vacanza continuò senza pensieri; toccammo altri porti, vedemmo altri posti. Poi, tornati in città, ci perdemmo tutti quanti di vista.
Talvolta ci sentiamo per telefono.


CAPITOLO II

Dal diario di Luigi Bignazzi, Costa Azzurra, Estate 1986


Rischiammo di perdere il treno. Un tacco dopo l'altro ci affrettiamo sulla stretta stradina di terra battuta. Quasi corriamo, sapendo di essere in ritardo. La polvere si addentra nelle quattro scarpe che toccano il terreno, tacco punta punta tacco tacco punta; avanzano appaiate, salgono affaticate fino alla stazione. E' molto lontana, sono stanco, siamo stanchi, un timoroso e inspiegabile nervosismo ci scotta la pelle. Forte è l'odore del gel "Studio Line" che ci attacca i capelli, forte è la puzza delle mie scarpe da ginnastica, la ricordano ancora le mie narici. Il viaggio dura solo venticinque minuti e dieci secondi, cronometrato.
Ci troviamo, sono le dieci della sera, fuori dalla stazione di J.L.P. e non sappiamo ancora quello che ci aspetta.
L'aria calda e il profumo dei fiori degli alberi ristagnano nel giardino di fronte. Ci avviciniamo a chiedere informazioni a un dolce viso, che è insieme a un bambino che gioca. Le guardo le scarpe da ginnastica, intravedo l'osso sottile della caviglia che invita lo sguardo a salire. Non faccio uno sforzo nell'immaginare la forma del piede delicato, il collo affilato e ben modellato, i denti e le gengive e la saliva e il palato. Mi ricorda una in televisione che faceva pubblicità allo shampoo per la città. Mala suerte: non sa rispondere alle nostre domande incerte e subito ci allontaniamo, ma subito decidiamo di tornare sui nostri passi: è là il nostro sogno, lo scopo del nostro bisogno. Sono smarrito, siamo smarriti lei non c'è più. Cerchiamo con affanno, la saliva mi manca, ora ho molto caldo, la mia mente è stanca, "dov'è?". La troviamo sulla strada asfaltata accanto alla stazione, tra due binari e un vagone, ambulante con un passo (credo) esitante. La fermiamo, le parliamo, siamo dolci ormai innamorati, le faccio un sorriso la carezzo sui capelli sul viso, le tocco il seno (vorrei morderlo vorrei mangiarlo). Lei, sorpresa, si ritrae di scatto. Giampaolo è diventato matto, le blocca le mani, le afferra il petto, io strappo i vestiti, mi fa un certo effetto, ma sto solo facendo quello che sento, quello che desideravo dal primo momento. Che male c'è, il desiderio non è un reato, non sono malato. "Ci siamo". Nuda, possiamo violare definitivamente la sua ritrosia, prima ci pensa Giampi poi io dico la mia. Da vicino, di Jeanne mi piace leccarne le lacrime miste al sudore nonostante il rumore, il pianto suo e del bambino: le mie orecchie sono rintronate dal baccano, tanto che il rito da sacro diventa profano. Sopraggiunta la spossatezza finale del baccanale corriamo, e siamo felici (omne animal post coitum beatum), nel centro del paese fino a infilarci in un locale. "Che sballo". Ma la serata non si arricchisce di colpi di scena, continuiamo ad abbordare ragazze a catena, in fondo siamo in Costa Azzurra per questo. Entriamo naturalmente in discoteca: faretti colorati, luci stroboscopiche: rallentate i movimenti, alleggerite le nostre menti. Faretti colorati, luci stroboscopiche, rallentate i movimenti, alleggerite le nostre menti. Rallentate i movimenti alleggerite le nostre menti.
Per inerzia agganciamo due parigine. A una di queste, durante la blanda conversazione, Giampaolo chiede, ingenuo, che scuola fa. "Ecole?", risponde lei fredda, "moi, je suis professeur". Di lì a poco ci scaricano. La nostra nottata, tra balli, Cuba Libre e Martini, urla e spintoni, continua fino alle quattro, quando, usciti dal locale, ci concediamo nel bar di fronte un caffè meritato, che ci risveglia insieme all'aria fredda del mattino e alla corsa che facciamo perché non abbiamo pagato.
Il resto della vacanza continua senza pensieri; tocchiamo altri porti, vediamo altri posti. Poi, tornati in città ci perdiamo tutti quanti di vista. Giampaolo, è da un po' che non ci parliamo. Ti conosco, so che tu hai già dimenticato. Io da quel giorno, invece, non penso che a tornare in Francia. Soffro di insonnia, la notte mi rigiro in continuazione nel letto, non ho più pace: sono ancora innamorato.


Urlava attorno a me la via assordante, lunga, sottile, in grande cordoglio, in maestoso dolore. Agile e nobile passò una donna dalla gamba statuaria sollevando, agitando il pizzo e l'orlo con la sua mano sfarzosa.
Ed io, nervoso come un pazzo, bevevo nel suo occhio (cielo livido dove nasce l'uragano) la dolcezza che affascina e il piacere che uccide.
Un lampo...poi la notte! fuggitiva bellezza il cui sguardo mi ha fatto improvvisamente rinascere non ti rivredrò che nell'eternità? Altrove, ben lontano da qui! troppo tardi! mai forse! perché io ignoro dove fuggi, tu non sai dove vado; o te che io avrei amato, o te che lo sapevi!

C. Baudelaire (A una passante, I fiori del male)




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