FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DATE PAROLE

Mattia Italo



Milano, 1996

Ieri ho sognato di te.
Non ricordo quasi più i singoli fatti, so soltanto che di continuo
ci trasformavamo l'uno nell'altra, io ero tu, tu eri io.
Infine, non so come, prendesti fuoco, ma ricordai che il fuoco
può essere soffocato con i panni,
afferrai il mio vecchio cappotto e con questo mi misi a batterti.
Ma qui ricominciarono le metamorfosi
e si arrivò al punto che tu eri scomparsa,
mentre ero io che ardevo.
Intanto, però, erano arrivati i pompieri
e, nonostante tutto, in qualche modo fosti salvata.
Ma eri diversa da prima, spettrale, disegnata
con il gesso nel buio e, inanimata
o forse soltanto svenuta per la gioia di essere salva,
mi cadesti fra le braccia.

La cervicale mi perseguita,
come tu.


A Mariolina

Trasudano
parole
queste rughe
comparse non so come
né quando.
Profonde più di un palmo
su questa faccia
su queste dita
le copro con sorrisi troppo seri
che non sfuggo
al giudizio decifrato
degli esteti dell'arte dell'uscire.
Ma proprio oggi ho buttato
le ballerine
e sui calli non penso sia opportuno
roteare su me stesso.
Per gli altri ho piani segreti.



Rami secchi di luce,
tagliate il cielo
e il vostro antico bosco
morto da sempre
vivrà
nel dito di un bambino
non mai cresciuto
che cerca di afferrarvi
o di sparire con voi.
È solo un attimo
il tempo
che rimanete scolpiti
negli occhi chiusi
di uomini
per sempre bambini
che cercano il punto
in cui siete caduti.
O siete partiti.
Tagliate il cielo,
o rami secchi di luce,
sono fatto di voi,
sono io il vostro bosco
tagliato.
(Vendicatemi)



Sorridevi.
No, questa volta il ricordo non mi inganna.
Noi due lungo il fiume
(perché ti impuntavi a chiamarlo mare?)
una parola per ciascuno
e non riuscivamo a dirci tutto.
Il castello si è già sciolto.
"Poche storie son durate più di un'onda".



Mi manchi.
Come un desiderio mai appagato che si calma
fra la tristezza e la malinconia di pensieri e di ricordi
consumati dal ritorno continuo a loro
padroni segreti.
Tristezza, malinconia e pioggia
accomunati fra loro dall'assenza del colore.
E come il calore brucia il fotogramma prima al centro,
a me non restano che i contorni della nostra vita
fusa dalla freddezza della tua incoscienza.
Ed arido e freddo e sterminato e vuoto
io sono davanti a te
che mi hai generato allattato cresciuto
madre amante compagna.
Ma il suono della tua voce ti rivela
madre matrigna
sterile amante
compagna infedele.
E solo al centro dell'universo rotolo fra le dita
una moneta.
Ogni volta daccapo. Punto me stesso.
Ventisette dispari rosso.



Amore per tutta l'estensione del nostro destino.
L'ipnosi dei fatti sigilla l'illusione
che tutto questo abbia una regola,
mentre il sottile filo di cristallo
si rompe ad un urlo di vita.
Compare davanti ai miei occhi
strappati da queste mie mani superiori
il lampo implacabile della verità
che m'imponi e che io getto
nel lento calvario di questa ragnatela.
Gli uomini si scambiano parole moneta.
Ed io vomito e per questo mi sento salvo
mentre tu sei complice
della distruzione scritta da queste dita
che ora taglio ed il sangue rigenerà
questi segni.
Ora c'è bisogno solo di sangue
e del tuo sacrificio.
E voglio essere io il rogo preparato
e la mia voce il fuoco che ti aspetta.



Ieri come sabbia nella mano
sei cresciuta su questo orizzonte di luci
ansiosi
battiti improvvisi e più forti
escono dal buio di più stanze
laggiù albe di tutti
limiti invalicabili
Aria Amore mio adesso.



Fiori secchi dentro a libri dimenticati
e sempre davanti
hanno cancellato le pagine.
Restano questi petali
mie lacrime gialle
sono storia che io sbriciolo.
Muoiano tutti i fiori del mondo.



Mete diverse da quelle di tutti
a noi non resta che aspettare
ritorni
idee parole
navighiamo senza fine
attorno a noi.



Vendetemi.
E le vostre immagini
saranno
come la mia anima di pioggia.
Fate presto.
Pochi istanti
e sarò
come questo prato di angeli.



Ottavo giorno

Sei come vento.
Non vieni da nessuna parte
e vai ovunque.
Soffi sulla faccia
di uomini grassi
di uomini magri
di uomini ricchi
di uomini poveri.
Passi fra le lenzuola
di due amanti
fra le dita di mani
che raccolgono
lacrime
dentro alle orecchie
di chi ti cerca
per respirarti
e per tradirti.
Trasporti sabbia e tessuti
polline ed aeroplani
e fuggi per sempre
chi ti cerca di fermare
con un fiore.
Ed io di fronte a te
spoglio dell'uomo che sono,
mi faccio vela
e mi gonfio di te
in vista di quel porto
già descritto,
ma mai raggiunto.



Decimo giorno

Non chiedermi niente.

Tu per me sei
vibrazione nell'aria
che si muove inquieta
verso di me stupito.
Vorrei un libro
pieno di risposte
e un fiammifero per bruciarlo.
Vorrei un pomeriggio di sole
ed una notte eterna,
ma anche un'alba
ed un fiore di rugiada.
Vorrei un silenzio
fatto di parole
nuove
inventate da noi.


E vorrei svegliarmi domani
e vedere che tutto
è come è
adesso.


Ci si trova
allora
a raccogliere pezzi di noi
lasciati da qualche parte del tempo.
Non so perché.
Povero.
Non riesco nemmeno a ricordarmi
che sono
anche senza il mondo.



Rumori di camere
chiuse
vuote
rispecchiano
intere figure
di uomini
non c'è altro da fare
che assommare frasi iniziali
per capire che dentro
c'è un universo di nulla.



Come sei lontana!
Più di un palmo.
Nascondersi
dietro parole
stupido gioco
con se stessi
come altra cosa.
Sei qui
eppure fuggi.
Non puoi essere
che da altra parte
altra parte che non è
in questo tempo.
Non siamo
e se fosse
non lo crederei
perché ho paura.
E' in giornate
come questa
che penso
dovremmo essere
solo
gocce di pioggia.



Imbuti di parole
riempiono
bottiglie di lacrime
chiuse in anime
buie
come cantine
e sporche.
Non sforziamoci
di credere.
Niente è successo
o succederà.
Il mio orologio
non segna ore diverse.



Labirinti di gabbie
sopra tracciati di parole
formano ardite impalcature.
Dietro noi.
Affannati.
Non riusciamo più ad essere
ladri di noi stessi.



Dodicesimo giorno

Mentre scrivo
su tovaglioli
o su pezzi di giornale
mi ritaglio quello spazio
fra Pericle ed il Pireo.
Ancorato
ad un bancone troppo alto
parlo mille lingue
con mille donne,
ma non esprimo
quella estranea
che mi salva.
E pensare che una linea
da sola
mi sconfigge.
Non mi resta che fare
il pigmaglione
o il saltimbanco
o il giocoliere
l'illusionista
il faccendiere
il puttaniere
il panettiere.
Portare a letto
colazioni
che non godo.
Con quei soliti sorrisi
che non spiego.
Chi ti è più mancato?
Mattia poeta?
Mattia?
Sei tu ad inventare
differenze.
Entrambi
mi appartengono
come questo
rutto
che mi descrive
per quella
umanità
che spengo.



Tredicesimo giorno

Infiniti
universi
paralleli
(ma non troppo)
si muovono
lungo una linea
che divide
sfumature
diverse
di uno stesso colore.
Bar, ginnasi
licei, istituti magistrali.
Chi mi ha insegnato
che nella vita
bisogna diventare
presidenti?



Tredicesimo giorno

Stanotte
hanno cambiato
la sabbia
con le pietre.
Ed "entro il cavo della mano in ozio"
scivolano con qualche difficoltà.
Grazie, Dio.
Mi dissolvo,
annegato,
fra questi segni.



Quattordicesimo giorno

Al confine
fra proprietà di dei diversi
incontro un uomo
acquietato con entrambi.
Non mi stupisce:
del resto questo è il luogo
"dove gli dei hanno fatto pace con gli uomini".
"E' un gioco assai modesto
di dare e avere e di specchi convergenti.
La montagna si appoggia al suo compagno
e guarda il cielo
mentre il Nostro rispecchia tutto quanto".
Mi allontano un po' perplesso.
Il nostro ruolo
mi è ancora molto oscuro.
Quella terra
ha lineamenti già seguiti,
mentre al mare
si sa
si annotano le colpe che non prendi.
Il conto a me?
Ho sognato di aver scritto
non so dove
una promessa
che m'arrossa.



Quindicesimo giorno

Polvere
pietra
e marmo,
portico
tetto
e muffa
voglio essere
quella porta
colorata
che si apre
al passaggio
degli estranei.
Ho visto
il coltello che non perdona
mani che strappano
e che accarezzano.
Ho visto
corpi sudati
sfiniti
lascivi
freddi.
Da qui è passato
Gesù Risorto
Giuda
e l'uomo cieco che mi canta.
Non sottrarti
entra
rimani,
non devi aver paura.

Io non esisto
e se pensi il contrario
sei tu ad ingannarti.



Quindicesimo giorno

Ed anche alla fine
di questo sole
non ti resta
che cancellare
tutto.
Chiudi gli occhi.
Non ti bastano
mille uomini
su una nave di carta
che segui
che affondi.
Non ti basta
una cartolina
che cancelli
un continente
spolverato di case.
Ti resta
un fiore secco
che rinfreschi con quel che hai.
Ti strappi gli occhi
ma è già perso.
Allora odi.
Chi fugge.
Chi uccide.
Chi spreca.
Ed odi
lei
ed urli
lei
e piangi
lei
e cerchi
lei.
Chinati,
raccoglili,
ed apri gli occhi,
amico mio,
e la ritrovi.



Sedicesimo giorno

Mi sento
abbandonato
lasciato
disperso.
Sarà il caldo.
Questo pomeriggio mi consuma
in un'attesa
inutile.
L'altra sera
ho trovato
una chiesa
dentro di me.
Bianca
immobile
come tutto,
con le cupole azzurre.
Sei campane
di varie forme e grandezza
dividevano
il cielo.
Severa.
Muta.
Ospita
sole
le donne
che fanno un mio passato.

Della mia piccola
odissea
sono
unico testimone.



Diciassettesimo giorno

L'architettura
dei quadrati
delle Cicladi
non mi spiega
come sia possibile
non sentire
la mancanza.
Questi
milleventotto
gradini
non mi alzano
di un palmo.
Questo
sole
che strappa
applausi
ha solo
qualche
milionesimo
di grado
in meno.
Se vedo
in questo modo
è perché
gli occhi
ce li ho
in mano.
A voi,
io non sono l'esegeta,
la lettura.
Sono troppo
stanco
per stare dietro alle vostre baggianate.



Diciassettesimo giorno

Guarda
queste
mani.
Hanno raccolto
hanno ritrovato.
Hanno picchiato,
amato,
singhiozzato.
Tientele.
Giocaci a carte
o ridi con gli amici
quando vuoi far
vedere
come sono
le mani di un poeta.



Diciassettesimo giorno

Mio padre
e già la parola
è troppo grossa
da sempre
corre e piange.
Piange
la madre
che è scomparsa
suo padre
trucidato
perché nero
la moglie
che balbetta
la figlia
che non bacia
i soldi
che non ha avuto mai
e poco più
conosco
delle righe che qui scrivo.
Corre dietro
a mille sottane
d'altri tempi
alla volgarità
che più ferisce
ai suoi fantasmi.
Corre e piange.
Mi dispiace,
ma non tengo
più
il suo ritmo.



Diciottesimo giorno

Spazzolino
e
dentifricio
sempre dietro
per partire
o per fuggire.
Io
con me
ho sempre
un fazzoletto.
"Non si sa mai"
ed io pensavo
"ci sarà qualche lacrima di dama"
e le scarpe lucide.
"Da lì si vede
l'eleganza".
Un fazzoletto.
Un dentifricio.
Così tanto
ci divide.
A piedi
nudi
farò scivolare
sulle mani
le tue lacrime
per conservarle
come foto.



Diciottesimo giorno

Prigioniero
imbavagliato
incatenato
torturato
sono
libero
di vedere
la luna
piena
un uomo
una donna
che si amano
e mocciosi
che giocano
con rane
variopinte
e farfalle
di poesie
volare
fra castelli
di libri
chiosati.
Vedo
un pianoforte
ed un mendicante
che l'accorda.
Sento
la notte
scendere
fra la musica
ed il silenzio
ed una casa
senza porte
senza scuri.
Vedo
noi due
che inventiamo
tutto questo.
Un insulto
mi risveglia.
Il guardiano
mi sorride.
Stratagemma?


APRI
QUELLA
PORTA

Ultimo faro.



Diciannovesimo giorno

Presuntuosi
per qualche istante
dividiamo
il mare.
Davanti
Itaca
o una nuova maga Circe.
Mi guardo indietro.
Ho imparato
a leggere
a scrivere,
ad amare
la poesia
la musica
l'otium letterario.
Ho conosciuto
l'ars amandi
e la truffa
di una donna.
Ho dormito
in una chiesa
in una cella
nel fango
di un crepaccio.
So
come si uccide
un uomo
con le dita
cos'è la disciplina
la paura.
Ho portato
la bara
di un amico.
Ho guardato
la mia vita
nei suoi occhi.
Ho imparato
a strisciare
a mangiar merda.
Sono stato
insultato
lapidato.

Ora
sento
addosso
il vento.
Mi rivolto
e nei miei
sogni
ci sei
tu.
Ma sono
senza braccia
senza gambe.
Non ho occhi.
Non ho orecchie.
E se non sfuggo più
la volontà di raccontarmi
vivo
il semplice
timore
che non ci sia
tu
dall'altra parte
del mare
ad ascoltarmi.



Diciannovesimo giorno

Non
un
solo
tuo
respiro
è scontato.



Ventesimo giorno

Non ricordo da quando
l'omertà
ha ispirato
le mie azioni.
Da ferma
ogni cosa
poteva essere
inventata.
Così non so più
cosa è vero
e cosa è tratto
da spunti letterari.
Ora
basta.
La prima isola è raggiunta.
La terra non è poi così ferma.
Non si avvicinino
passeri.



Ventiduesimo giorno

Questa pietra
che io premo
soffoca
i pensieri
con la storia.
Da giorni il dio del sonno
mi ha lasciato
ad altre più difficili incombenze.
Battere Crono ed i suoi alleati.
Non dormo.
E questo sasso
mi ha concesso
l'onore
di farmi da giaciglio.
Ci raccontiamo
le nostre storie
da vecchi amici
e le sue hanno un certo peso.
Ma quando ti descrivo
la città alta
per intero si sussulta
(a conferma del buon Platone).
E mentre finalmente mi addormento
fra di te, Elena e Penelope,
l'orgoglio un po' mi gonfia.
Sì,
lasciatemi cantare,
da solo, ma che importa,
lo spirito di colei
che m'impietrisce.



Venticinquesimo giorno

Sei
in ogni nota
della nona:
sei la sua gioia,
il suo animo;
della quinta
quando dialoghi
con chi
non c'è stato mai;
del secondo movimento
della settima
con quella lucida coscienza
dell'assenza.
C'è
chi ha capito
che abbisogni
di segni superiori
che non so.
Inventerò
lingue mai sentite
per farti addormentare
alla mia voce.



Venticinquesimo giorno

Lasciate spazi
lasciate argomentazioni.
Allontanatevi.
Noi siamo quelli che voi chiamate
disordine.
Rispetto a che cosa?
Per tutto questo?
Grazie per i letti rifatti.
Ma dove potevo andare?
Senza bianche pareti invalicabili
senza a mio fianco una guardia che veglia?
Date tregua.



Venticinquesimo giorno

Ritornano
le ombre della nebbia
che si alza
dall'asfalto della memoria.
Luce
bianca
improvvisa
fredda
come la Morte
questa mano che trema poi ferma
tutto inquadrato.
La parola non mi dà la forza.
La mia mente riscalda solo un po' d'aria.
E' inutile dibattersi.
Scompaio dall'alto.



Ventiseiesimo giorno

Invisibile
per abitudine
ripeto
a bassa voce
l'anatema
che quella spietata tessitrice
ha colorato sul mio filo.
Eppure
la natura mi aiuta.
Guarda.
Il tempo rispecchia
il mio
animo?
Fa freddo.
Pioviggina
grigio.
È buio presto la sera.
Quasi
non inizia il giorno nuovo.
Ma quale?
Non ricordo
quando qualcuno ha dipinto Milano
di mio cuore.
D'agosto.


Ventisettesimo giorno

Scrivo il tuo nome
su un tramonto
di sabbia.
Di quanti granelli
è composto
questo mio cuore
così lontano da me?
Non voglio sapere
da che parte della duna
domani saranno.
Mi basta.


Ventisettesimo giorno

Tacete.
Questa solitudine
che mi avvolge
non risparmia
le parole inutili
che voi dite
sospirando vita
mai avuta
ridicoli.
Inseguo
piccole cose
aspettando domani già stanchi
deridendo un'arida mente
bianca di pensieri più grandi.
Voi ridete.
Ed io percorro
sentieri
mai visti
cercando scomparse città.
Anatema
scolpito negli occhi,
sulle righe
di una mano ben chiusa,
il mio nome
hai colpito per sempre.


Ventottesimo giorno

Bianco nero
nero bianco
mi perdo fra questi intervalli
non giungo
e il punto finale mi sfugge.
Né lo troverò in questa notte
che non ha un nome né deve averlo.
Corre veloce dentro al freddo
inquina l'aria con le sue parole
la stupida macchina che sono.



Trentunesimo giorno

Cosa c'è
in quello spazio
che separa
un secondo dall'altro?
Un nero pensiero
che si scioglie
su un tavolo bianco?
Un grigio guardare
che si fissa
su un punto non vero?
Sognare di nuovo?
Ma quando?
(Giuseppe è un nome
che accomuna
diverse persone)

Stringimi.
Non voglio scoprire
che dopo un secondo
ne segue subito un altro.
E se tu già sai
stringi più forte.
Più forte.


Trentunesimo giorno

All'alba
gabbiano
sei tornato.
Perché dopo questa notte
uguale alle altre
per colore e fumo?
Come te non ho imparato
a volare sopra le case
che nascondono
farse dolorose di uomini.
Mi porti un messaggio lontano.
Torna dentro di me.
Non ho dimenticato
quel sole e quella sabbia
e quel nome.


Trentaduesimo giorno

E questa solitudine
che mai pensavo potesse essere
così grande
che consuma ogni pensiero
e lo uccide piano
come fa il bambino la formica
con il fuoco.
E questa ha solo il tuo nome.
Ed io non muoio.


Trentatreesimo giorno

Non so se c'è posto
in questo strano
universo
per Te, Amore mio.
E' buio e fatto di lampi
di dolore
di coscienze improvvise
di morte.

Non so se voglio
che ci sia posto
per Te.
Vattene.
Il mio viaggio è
senza ritorno
al sorriso della Terra.


Trentatreesimo giorno

Licenza magnetofoni Castelli.
L'ho riacceso
(non senza qualche pirotecnico timore)
prende forma
una voce
che non conosco.
E' la mai!
E' la sua!
Arrossisco.
Rido.
Mi diverto.
Ma non voglio continuare.
Tutti quanti
devono restare

dove li ho messi.
Io le date
non le voglio più ascoltare.



Trentaquattresimo giorno

Guarda.
I poeti
quelli seri
di pittura e di poesia
ne sanno molto.
Io anche in questo campo
vado a spanne
a tentoni
e picchio ovunque.
Sbaglio spesso
ma a me piace
restar fermo
davanti all'uomo
che ara
che pesca,
davanti al bambino
che si accorge che lo fisso.
Ma dentro a me
trova ben poco
e scappa
e fugge
con altri gioca.
Biasimarlo?
No.
Anch'io farei la stessa cosa.



Trentaquattresimo giorno

Tengo
arrotolati attorno al polso
pezzi di me
di come mi sono usato
o fatto il comodo degli altri.
No, non faccio nodi al fazzoletto
non giro l'ora;
non sono abituato come altri
ad insabbiare la macchina.
Ma se questo bel quadretto
immobile
tedesco
qualcosa mi vuol dire
per cambiare, finalmente,
non lo capisco
o non l'accetto.
Ed in fondo è proprio uguale.



Trentacinquesimo giorno

No.
Gli occhi non si possono
abituare
a questo buio, di parole non dette.
Allora, cieco, sorveglio
le tinte docili
di colori mai visti, ripetendo le tue linee,
chiaroscuri
della mente
suffragati
dai silenzi che mantieni.
Rivedo mani bianche
immobili
fra tasti.
Fermati.
Anche il resto lo è.
Seguo, ti giuro, il tuo respiro.



Trentacinquesimo giorno

Sgombri
la fronte
da un'estate di capelli.
Così ritocchi
quel tempo
che un'umanità guadagna
come può.



Trentaseiesimo giorno

Mari di parole per dire
Amare.



Trentasettesimo giorno

Forse esisti
luce improvvisa.
Pensiero primo
dell'universo in moto.
Purezza
sei pura, anima
innocente.
Echi lontani
di parole che pensavo
pensavo?
Morte.

L'universo tutto
e il tempo
rinascono con Te.
Luce
finalmente
ho capito
come sei.
Eppur fuggir io devo
quella luce
adesso?
No.


Qual rosa di petali grigi
e cuore di uomo che ha pianto
questa voce che trema ed è incerta
suggerisce a pensieri oramai stanchi
il nome
che lega alla vita
e chiama la morte.
Ragnatele di ricordi strappa la mano
e trova là dove c'era fuoco
pezzi di cuore che non pensava esistiti
che in sogni di un altro
che non c'è più.


Una mattina
di agosto
un fiume di luce
entrava silenzioso
da un piffero della finestra.
La vita mi nascondeva
la sua risposta.

Una notte di settembre
una nebbia di alcool
entrava confusa
da una porta della memoria.
La morte mi nascondeva
il suo segreto.



Quarantasettesimo giorno

Ogni volta
che penso
di averti perso
trovo fra le mie mani
tuoi capelli
lunghi complici segreti
di fughe notturne.
No.
Non più solo
sogni,
ma segni.
E come aghi sottili
entrano in un cuore già malato
di te.
Ma li seguo
e trovo il tuo volto.

Nuovo orizzonte.



Quarantasettesimo giorno

La linea dei tuoi capelli
segue
rossa
l'ombra di quell'orizzonte
di un ambrogio
che verrà solo fra mille anni.

Le mie mani
scivolano
quell'orizzonte
che è la tua linea del viso.
Pianura.
Montagne.
E ancora pianura.
E poi oceano
e stelle.
Mi perdo.
Naufrago.



Cinquantaseiesimo giorno

Ascoltami.
Parlo piano per confondermi
fra i tuoi pensieri,
rubarne un paio,
farli miei.
Davanti agli occhi
ho un nuovo calendario
(non me ne voglia il buon Gregorio).
Non esistono più i giorni,
non appaiono più i numeri.
È fatto di caselle che finiscono
con gli esimi.
Sono loro a suggerire ogni cosa:
a incidere questa montagna
per colorarla con il tuo nome,
a plasmare quella nuvola
della forma dei tuoi occhi,
a deviare il corso del fiume della valle
per scoprire il profilo del tuo viso,
a coprire il mondo di nuovi fiori, di marioline,
a trasformare questo silenzio nella prima parola
di tuo figlio.
E se potessi fermare
questo film
taglierei le sequenze
in cui guardi
un punto al di là dell'infinito,
in cui sorridi
a tutti i figli che non hai,
in cui sali
su un aereo
per salvarne magari solo uno.
Mi basterebbe che tu mi appartenessi
per questi fotogrammi.
Il resto lo lascerei
vedere agli altri.



Sessantatreesimo giorno
venti luglio venti settembre

Se cammini lungo
il sottile filo
che separa
i tuoi Mattia
incontrerai
la mia memoria
abbandonata
lasciata agli altri
ostaggio dei miei errori.
Se segui fino in fondo
il profilo
delle mie mani
troverai
i tuoi sogni ed i tuoi occhi.
Adesso
sono anche i miei
compagni.
Non te l'ho chiesto.
Ho fatto male?
Non è vero che una risposta vale l'altra.
Anche perché se tu mi disegnassi addosso
i punti cardinali
ti offrirei
un astrolabio
per condurci
in quell'ultima stanza
della nostra anima.



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