FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ITALIA

Giuseppe Sansò




Durante la seconda metà del mese di gennaio alcune giornate furono così limpide e l'aria così tiepida da far pensare all'inizio di una precoce primavera. Come tutti gli anni ne furono illuse le mimose ed i gerani delle belle terrazze e dei balconi, inconsapevoli delle brevi ma improvvise gelate che l'inverno avrebbe ancora riservato al pur temperato clima della mia città costiera. E ne fui preso anch'io che già andando al lavoro m'incantavo ammirando la nitida cresta di uno scorcio dell'appennino. La via che da levante porta al centro della città, infatti, offre una suggestiva panoramica sui monti che difendono Genova, sull'appennino e, lontano lontano, sulle Alpi liguri con il loro biancore di neve stagliato nell'azzurro del cielo. Decisi per il pomeriggio la breve escursione che porta sulla cima del monte Dente, così chiamato per l'aspetto ~molare~ che offre a chi lo guardi dal versante meridionale. Veramente la sua forma ricorda più una di quelle rotonde pastine ricoperte di glassa e sormontate da una ciliegia candita: così lo descrivo a chi voglia individuarlo nel panorama, ma pudicamente, perché a me, che soffro di fantasia, appare invece come un bel seno femminile rivolto verso la luminosità del cielo. Alle due del pomeriggio ero già presso il valico stradale del Turchino per imboccare la stretta carrozzabile che, ricalcando quasi lo spartiacque, porta incontro a quel limbo desolato di canaloni scoscesi, nudi costoni di montagna, forre e precipizi che ricordano un paesaggio lunare ma ricoperto da fittissime macchie di erica e disposto ai primaverili concerti di crocus o di viole. Lasciai l'auto in un piazzale sterrato da cui discendevano i due versanti appenninici: la soleggiata parete della ligure conca di mare ed il malinconico ed ombroso declinare dei boschi verso la piana padana. I contrasti di questa terra, favoriti anche dal lambirsi senza sfumature di diverse zone climatiche e la sua estensione longitudinale ricordano poco l'uniformità montuosa ed architettonica della ~terra dei laghi~ di Robert Walser ma i sentieri sui panoramici crinali, il vento incessante che scompiglia i capelli, le rocce, le balze e le improvvise solitudini dei luoghi sono ingredienti di quella sua universale ~passeggiata~ che accomuna tutti coloro che siano disposti ad ascoltare la poesia che sgorga dal proprio cuore. M'incamminai, dunque, per il sentiero che con rapidi tornanti si innalza verso la vetta ed esso non trascorse in un attimo come fanno, nel tempo del ricordo, i tragitti, gli spostamenti. Ogni gradino, ogni asperità che il passo scansava, ogni roccia (non pietra ma scuro ed amico gendarme, personaggio immobile e familiare con il suo profumo di lichene, la sua solidità e ricchezza di appigli, la rugosità antica e provata) costituivano l'essenziale geografia del concreto, l'universo del reale, anzi, l'unica realtà sicura ed accettabile in un mondo di dubbi ed incerte opinioni. Infatti il passo lento per lo scarso esercizio colpiva un po' pesante il sentiero che rispondeva con un suono sordo ed interiore, come nel silenzio il rassicurante battito, il cuore profondo della grande madre terra. Così l'incontro con qualcuno che già discende questo ~monte analogo~ non è solo un rapido saluto rituale ma l'incontro stesso tra due metafore per cui, distolto per un attimo il pensiero, e lo sguardo, dalla terra, ci si riconosce affratellati, figli non unici, simili e successivi aspiranti alla comprensione. Poi sul crinale, mentre il vento rende indisciplinata l'erba, verso l'orizzonte la vista della striscia bianca e lontana delle alpi. Ma percorrere un crinale, pur modesto, non è ancora contemplare, capire: è mostrarsi, aggiungere il proprio profilo a quello frastagliato del monte, come fanno gli animali vanitosi e incuranti della freccia e del piombo. Arrampicandomi lungo gli ultimi, familiari roccioni raggiunsi quel culmine ma non ancora appagato perché il panorama, goduto già con gli ultimi ansimi della salita, si apriva ora disponibile ed a trecentosessanta gradi. Le parole non sono più sufficienti, e le risparmio nel timore dell'inutile esuberanza, per descrivere la vertigine e l'emozione: una chiazza accecante di mare ed il porto, la città, il proteso monte di Portofino e ancora le chiare Apuane contro il cielo toscano. Di qua la Padana, l'ampia pianura appena velata di grigio che mostra la traccia del suo grande fiume; laggiù, scuro ed aguzzo, quasi isolato e perciò imponente e severo, il Monviso e ancora le Alpi, Alpi, Alpi, quelle studiate a scuola nella sequenza mnemonica e quelle calpestate, quelle solo sognate e quelle raccontate. Una catena continua, riconoscibile, il confine naturale di questa straordinaria terra, forse non ~other Eden, demi-paradise~, ma così raccolta nella sua varietà, da poter essere abbracciata da un'unica escursione dello sguardo restando su questo piccolo monte. Tra quella muraglia bianca ed esso, dunque, una regione non vasta che faceva intuire un'Italia spilungona e distesa ma non oggetto di astratta immaginazione. La porzione più ampia era li, racchiusa in un panorama; il resto, oltre la Toscana, oltre la visibile Corsica, erano i terzi facilmente intuibili di un prolungamento. Una regione ricopribile con lo sguardo e, dunque, una terra conquistabile e padroneggiabile con la forza e l'avidità di un invasore: pochi giorni di viaggio a cavallo, ~a vista~, e si è raggiunto l'altro mare, pochi giorni di avanzata con una colonna di carri e la si è tagliata come per un confine, poche settimane di marcia, fra i giardini, e si è a Roma. La storia, le storie, i campi di battaglia, le colonne di fumo durante i saccheggi, le urla e le fughe e le notti di paura tra le cicale dei campi, le marce dei legionari, le paludi nebbiose e i freddi inverni armati sugli appennini, i rapidi voli degli aerei da bombardamento, le apparizioni, i mille campanili e le eresie, le guerre feudali e comunali, vicinali e mondiali, le ideologie e le contrapposizioni paesane: tutto su questo ~visibile~ fazzoletto di terra. E l'uomo di questo tempo, casomai seduto sulla cima di un simile, aereo monte, rassegnato e solitario abitante del proprio mondo interiore, riflette sulla eventualità della Storia e sulla inefficacia della propria vita; l'uomo di questo tempo sa di possedere la conoscenza della Storia ma assieme alla consapevolezza di non poter fare la Storia. Così si esaurisce la sua illusione di giustificare la propria esistenza con una vicenda memorabile: egli è irrilevante. Intanto saliva la nebbia, o le nuvole. Dalle nascoste caverne del ~Malpasso~ dense folate di vapori muovevano rapidamente srotolandosi lungo le pendici dei monti. Visto dalla città è un fenomeno consueto: una enorme bambagia bianca ammanta, riproducendoli sopra uno spessore di decine di metri, questi magnetici monti. Ma sulla cima è volare, per pochi attimi su uno scoglio circondato da un mare insicuro e fluttuante, poi è la densa ma dilatata cecità della nebbia. Non più cielo, non più Italia, non più Storia visionaria e lontana. Solo l'essere, ed il vivere. Muovendo cauti passi mi accostai al pilastrino che segnava la vetta; quando lo raggiunsi le mie braccia, fino ad allora protese nella ricerca a tentoni, quasi lo abbracciarono. E volgendo lo sguardo verso l'alto, dove era la croce, sorrisi immaginando la somiglianza della scena alle familiari iconografie di molti santi. Mi ci afferrai, come la vedetta all'albero della nave, e quasi scrutando la rotta cercai di penetrare quel biancore. Se il buio fa dilatare le pupille nella ricerca del più piccolo riflesso di luce che indichi un ostacolo, la nebbia le restringe affinché la retina non venga abbagliata da un eccesso confusionario di segnali e perché possa individuare le ombre e le consistenze non vuote dei corpi discernendole dalle illusioni, favorite dai moti dell'aria, della nostra mente. L'esercizio fu breve perché quel giorno, non freddo e limpido negli strati alti del cielo, i venti ascendenti di mare diradarono subito, trascinandoli verso l'alto, quegli improvvisi vapori. Così, diremmo, le storie del nostro tempo. Iniziai con prudenza la discesa producendo lievi avvallamenti sulla morbida consistenza, priva di asperità, del monte. I suoi fianchi avevano perso improvvisamente il manto giallo delle sue erbe invernali ed al loro posto si estendeva una superficie ondulata e teneramente porosa che pareva epidermica. La mancanza di appigli mi impediva di reggermi in equilibrio, e perciò, talvolta, mi lasciavo cadere provando la piacevole sensazione dell'adattarsi della sua glabra materia alla pressione del mio corpo ed allora le mie mani, con innocente voluttà, ne percepirono il tepore asciutto ma non scabro. Dopo una precipitosa discesa lungo un fianco quasi verticale, esplorata l'umorosa piega tra questo e la piana ad esso successiva, mi permisi una sosta per apprezzare il profumo che in quella zona sembrava quasi ristagnare. Poi risalii una lieve ed ampia collina che appariva uniformemente chiara, non bianca, piuttosto simile al malinconico ed ammaliante colore della luce lunare. Sulla cima era una minuscola buca assomigliante alle numerose neviere delle quali è rimasta traccia nelle zone intorno. Ne apprezzai il morbido orlo sedendomici ad osservare le misteriose volute che portavano al suo umido fondo. E poi ancora la discesa, dapprima dolce, pigra e perciò pervasa da un languido incedere del passo e poi sempre più ripida, precipitosa ed inarrestabile attraverso una fitta ed alta prateria ed ancora attraverso un bosco con i suoi intralci, nel buio impenetrabile e rassicurante dell'incoscienza e dell'oblio. Poi più nulla oltre l'umoroso ed avvolgente abbraccio della terra, pegno l'atomizzazione del corpo e la fissità del pensiero su una idea essenziale della propria vita, come una paralisi del vento, senza tempo. Ero rientrato con naturalezza e senza sorprendermene, quasi senza accorgermi, nell'antico sogno dell'uomo.
Sul piazzale sterrato ripresi la guida della mia auto dal bel colore rosso e percorrendo la panoramica e solitaria strada del ritorno verso il passo del Turchino (ah, i toponimi, come scivoliamo ignari oltre al loro didascalico significato!), mentre l'erica inscuriva in macchie indistinte lungo bordi della strada ed i costoni nascondevano zone cupe in cui immaginare fittissimo il mistero, mi sentii colorire il viso dallo stesso caldo tramontare del sole che invadeva il mare, la città ed i suoi monti. Un universo arancione, come nel disegno di un bambino, prendeva il posto del turchino del cielo, del verde dei boschi, come fosse per sempre.



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