FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DUE BUONI MOTIVI

Marcello




La brezza leggera e fresca del mare gli accarezzò dolcemente il viso, inebriandolo con l'odore di salsedine che essa portava con sé. Guardò le onde che si infrangevano, stanche e leggere, contro la riva sassosa, mentre i gabbiani volteggiavano sopra quello spicchio di mondo urlando la propria felicità di volare.
Già, volare; ne sentiva molto la mancanza, ed era in quei momenti che avrebbe dato tutto pur di tornare a bucare le nuvole alla guida di un apparecchio, ma troppe ragioni lo trattenevano ancora; o forse no, le ragioni erano tre sole, ma erano troppo grandi per pensare solamente di passarci sopra, specialmente le ultime due. In realtà quel che non voleva era vedere ancora l'inferno della guerra, che si era lasciato alle spalle ormai da un anno. Quei luoghi colmi di pace e tranquillità, i prati verdi divisi da piccole siepi, le collinette dai declivi dolci, la costa, ora formata da alte ed imponenti scogliere, ora bassa ed a tratti sabbiosa, erano un'ancora troppo forte per permettergli di tornare in mezzo ad un conflitto mondiale.
Il suo sguardo si perse in qualche punto dell'oceano; là, sotto alcune centinaia di metri d'acqua, c'era sepolto l'aereo con cui aveva sorvolato il mare l'ultima volta. Un vecchio e scassatissimo idrovolante spedito in mezzo all'Atlantico per una stupidissima operazione di guerra; non era certo la prima missione del genere che compiva, ma dopo due anni di combattimenti ne aveva piene ne tasche, senza contare che non ne poteva più di colare a picco mercantili e marinai che neanche conosceva; quel giorno dell'estate del '42 però, insieme al convoglio inglese che doveva attaccare, c'era anche una portaerei americana, i cui caccia pensarono bene di prendersela con il suo Cant Z-506, certamente più lento e meno armato dei moderni quadrimotori Focke-Wolf 200 dei tedeschi. Il combattimento era stato molto breve, ma particolarmente cruento: il suo secondo pilota Giuseppe Pezzolini ed telegrafista Stefano Lariolo erano morti sotto i colpi delle mitraglie Yankee, e con un motore in fiamme era stato costretto a lasciare il luogo dello scontro e dirigersi alla terraferma più vicina; dopo un'ammaraggio di fortuna lui ed il mitragliere Giulio Casertano, portandosi i cadaveri dei loro camerati, erano riusciti con il canotto a raggiungere le coste dell'Irlanda riuscendo così ad evitare la cattura degli inglesi.
L'Irlanda aveva mantenuto la sua neutralità in quella guerra, ma non si poteva certo negare che il governo di De Valera non aiutasse quello di Sua Maesta' britannica impedendo ai piloti dell'Asse di rientrare alle loro basi; Giulio però era fuggito dall'isola grazie all'ambasciata spagnola, ed ora probabilmente era ancora dietro alla mitragliatrice di qualche trimotore della Regia Aereonautica; ma lui, che era stato ferito, era rimasto in quel piccolo angolo di verde e di blù, dove da un momento all'altro ci si può aspettare di incontrare una fata od un folletto, e non era più riuscito a venirne via. Gli abitanti di un villaggio costiero lo avevano curato ed aiutato a seppellire i suoi due amici, ed ora era lì, rapito dall'atmosfera di quella straordinaria isola, a poche decine di metri dal cimitero dove riposavano Giuseppe e Stefano, davanti al mare sopra il quale aveva volato per l'ultima volta l'anno scorso. Aveva fatto breccia nei cuori di quella gente di mare ostile e sospettosa facendosi numerosi amici; viveva lavorando saltuariamente ora per uno, ora per l'altro, e gli abitanti di quel piccolo angolo verde avevano cominciato ad apprezzare quel giovane allegro dai capelli neri ed il viso abbronzato che la sera beveva e ballava con loro nel pub del paese, per poi sparire per giorni, durante i quali girava per la costa, osservando chissà che cosa.
Si distese sul prato osservando i nuvoloni neri carichi d'acqua che passavano sopra di lui. L'autunno era ormai alle porte, e presto sarebbe cominciato un'altro inverno freddo ed umido, ma sempre intriso di calma e tranquillità, come qualunque cosa lì; chiuse gli occhi per concentrarsi meglio nei suoi pensieri, ma il sonno prese il sopravvento. Fu una voce a svegliarlo; aprì le palpebre per vedere sopra di lui un musetto lentigginoso, riempito da gote paffute e due grandi occhi azzurri, e circondato da degli splendidi capelli biondo-rame; quei due grandi occhioni, dello stesso colore del cielo di quel paese, lo osservavano intensamente:
-Ciao, Elphin.- disse.
-E' più di una settimana che non ti si vede, Jack.- gli rispose una voce bassa e melodiosa. Lui si alzò a sedere e la guardò sorridendo, ma non disse una parola.
-Ti stanno cercando tutti in paese.- disse ancora lei. Il suo sguardo si perse ancora nell'orizzonte. Da qualche parte di quella distesa blu c'era il suo paese, ma quei tre motivi per non tornarci c'erano ancora, e qualcosa dentro gli diceva che presto avrebbe dovuto prendere quella decisione, quando invece avrebbe preferito che il tempo ed il mondo si fermassero, per rimanere ad osservare il mare in eterno.
-Tu non mi stai ascoltando, Jack.- si lamentò lei, ma lui continuò a guardare davanti a sé. Gli piaceva essere chiamato all'inglese.
-Sapevi già dove cercarmi, vero?-
-Quando sparisci non puoi essere che qui, sembri innamorato di questo posto. Ma adesso ascoltami, ti prego. E' molto importante.- gli disse quasi implorandolo.
-Parla pure, ti ascolto.- gli rispose senza voltarsi.
Lei fece una pausa, poi quasi di botto disse: -Jack, l'Italia si è arresa.-
Si voltò di scatto, con un'espressione stupita dipinta sul volto. -Quando?- Fu l'unica cosa che riuscì a dire.
-Cinque giorni fa, l'otto. Il tuo governo ha firmato l'armistizio con gli alleati, ma il paese è stato occupato dai tedeschi, e adesso è diviso in due: a sud gli americani con il re, ed a nord Mussolini ed i nazisti.
No, il momento della decisione non era ancora arrivato.
-Allora la guerra non è finita. Continuerà fino a che gli alleati non saranno alle Alpi, e poi in Germania.-
-Lo so. Oggi in paese sono arrivati due ufficiali inglesi, e ti hanno lasciato una lettera. Vogliono che ti schieri con loro, per andare a combattere i tedeschi. Ecco, l'ho portata con me.- Estrasse dalla tasca una busta e gliela consegnò. Sopra c'era il suo nome, Giacomo Baratti, ed il suo grado, Tenente pilota del 3à stormo idrovolanti della Regia Aereonautica Italiana, aggregato alla 27à divisione aerea tedesca a Brest, Francia, ed abbattuto al largo delle coste irlandesi il 18/8/1942. Giulio al suo rientro in Italia doveva aver reso un rapporto completo della loro ultima missione. La lettera era firmata dall'attendente del generale Badoglio, che, con le solite frasi retoriche sulla difesa della patria, lo invitava ad unirsi alle forze lealiste del re per continuare la lotta, ma stavolta contro i tedeschi ed i fascisti, che stavano preparando un nuovo governo a Milano. Avrebbe dovuto semplicemente mettersi agli ordini del comando alleato, che lo avrebbe destinato ad una divisione aerea da trasporto.
Richiuse la lettera e la ripose nella busta. Aveva visto giusto, la guerra in Italia non era finita, ma lui poteva tornare a volare. Lo avrebbero spedito a pilotare aerei da trasporto truppe, nelle retrovie, lontano da caccia e contraeree; il conflitto volgeva ormai al termine, e gli alleati possedevano una superiorità aerea schiacciante; non avrebbe nuovamente corso il rischio di uccidere od essere ucciso. Sarebbe tornato a vedere la terra dall'alto, come i gabbiani; ora uno dei motivi che gli impedivano di partire non c'era più,...però....
Voltò lo sguardo e vide gli ultimi due motivi che lo trattenevano lì; due grandi occhioni azzurri lo guardavano intensamente, pieni di speranza e di paura, di gioia e di tristezza, di amore e di disperazione, e comprese che ormai erano troppo grandi per ignorarli. Alzò lo sguardo per un istante e vide gli uccelli sopra di lui, ed udì le loro grida; no, non sarebbe tornato indietro, non avrebbe volato mai più; sarebbe rimasto lì, a guardare l'azzurro di quegli occhi, osservare l'orizzonte ed invidiare i gabbiani.



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