FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MARCO CLEMENTI E ETHIENNE ZEDANI, NERO D'IPERBOLE (1998); PATCHWORK CON TIMES NEW ROMAN CORPO 12

Marco Patrioli




Adesso posso veramente esserne sicuro, ci ho riflettuto a lungo. E' nei libri che si trova l'ipertesto del nostro rapporto.
O forse si tratta di intratesto, e quelli che penso di riconoscere come dati certi sono solo passaggi analogici. Rimane che sono loro, i libri, a segnare la mia storia con lei, e che è sempre intorno a loro che ci muoviamo entrambi. Perché le dimensioni non sono tre, e nemmeno quattro: le dimensioni che io posso distinguere sono cinque.
altezza larghezza profondità tempo finzione.
Mi ci muovo bene qui dentro e quasi non riesco a capire come se ne possa fare a meno quando uno è innamorato. Ti sento - Ethienne, attraverso la fragranza delle pagine, quando ci affondo il naso e cerco il sapore della carta, e allora rivedo anche il fragile senso di noi stessi affidato a quei margini bianchi e sempre troppo stretti per una dichiarazione d'esistenza. Ci ritrovo la tua matita incerta e le mie sottolineature sbilenche, l'esasperata verbosità dei tuoi concetti e le mie pretese da esegeta, parole che si aprono su altre parole e parole che si esauriscono in se stesse. Frasi appese a un capoverso e immagini allo sbando, richiami ad un vissuto ed improbabili assoluti.
Sento che ci sei quando apro un libro. E adesso che invece loro sono lì, accatastati e chiusi, rimango chiuso anch'io. E vivo.

Potrei dire che erano il nostro testamento, i libri, ma preferisco parlare di un diario, un Grande Quaderno su cui entrambi scrivevamo, senza sapere però chi dei due era veramente a scrivere, né chi sarebbe stato a raccogliere il messaggio. Quale, poi, non potevamo capirlo.
A noi così comune ed allo stesso tempo intimo, il libro ci ha salvati - almeno inizialmente. Senza, saremmo stati soggiogati dall'impersonalità del rapporto: ti considero non per quello che sei, ma per quello che sei in quanto mio compagno. Noi sui libri non eravamo mai compagni, al massimo colleghi, più spesso avversari.
Tra una discussione e l'altra ci amavamo con la disperazione di chi ha un permesso a termine e deve tornare nel suo mondo. Tornandoci poi ci sentivamo a casa e contavamo i passi della scena come Beaumarchais nel Barbiere di Siviglia: ripassavamo furiosamente ogni nota a margine, ogni commento, cautelandoci in questo modo per le future esperienze di distacco. Così, quando una necessità ce lo imponeva, potevamo muoverci a memoria nel buio di quell'assenza, citando ed autocitandoci, ancorati verso l'alto da una gomena di casuali appunti.

Ogni riflessione a margine è una cicatrizzazione del pensiero.
A margine e cicatrizzazione sono le definizioni più esatte a cui io possa pensare. A margine della vita, proprio. Dentro, ma non nel vortice. Da dove puoi empatizzare con l'umanità e osservarla da vicino ma senza farti trascinare nel cuore della turbolenza.
E cicatrici del pensiero perché sono loro a rimarginare una ferita aperta. Certo dopo non puoi evitare di portarne i segni addosso, ed è per questo che si dice che sei perduto, perché ti segnano, sarai marchiato per sempre dalle tue ossessioni. E sempre per questo alcuni rimpiangono una generica condizione di barbaricità dell'uomo: i barbari non avevano ferite.
Però io così mi sento bene, quasi mi sembra di non soffrire più - neanche riesco a immaginare come sarebbe senza di lei e senza le nostre fughe alate in punta di matita. Forse se ci penso bene però ho paura, ho paura di rimanere schiacciato, mi sento troppo in alto e leggero e se improvvisamente scopro che oltre la stratosfera c'è un abbassamento di pressione che ti riporta sotto i mille metri...
Un corpo di piombo in caduta libera da un'iperbole in frantumi che sorte può avere? Chi sa che effetto, cosa pensi, se poi rimani veramente sfigurato dentro.

Sì, certo, è cominciato con una lettera.
Lei però ha subito raccolto il mio invito, era felice.
La scrittura ci ha nutriti.
Ha risolto gli imbarazzi.
Era uno scambio fitto, tagliente.
Esplicito, è vero, lo giuro.
Proprio come attori consumati ci siamo costruiti un palcoscenico a misura dei nostri incontri.
Eravamo capaci di spaziare tra i più diversi registri:
sdraiati sull'erba di qualche parco leggevamo ad alta voce in chiave realistica con cadute patetiche
il vuoto rarefatto del telefono ci suggeriva declamazioni con impennate stranianti
la notte, appartatati in qualche anfratto periferico, leggere era un rito propiziatorio da adempiere in una sorta di trance.
Le vibrazioni della sessualità interferivano coi timbri vocali e anche i nostri consueti commenti erano sbrigativi ed ellittici.
Le parole erano un'ouverture, noi aspettavamo la carne.
Come siamo passati ai libri, non saprei dire.
Improvvisamente forse.
O forse no, mi sbaglio, non lo so
non lo so.
Sì.
Sì, è stato attraverso un graduale passaggio di consegne che abbiamo delegato ai libri le nostre verità.
O le nostre illusioni.
E loro sono diventati un'estensione del nostro essere.
Del nostro essere insieme.

E' una condizione di inebriamento continuo, una sorta di esaltazione che nasce dal compiaciuto riconoscimento di un'estraneità. Rimanere ai margini può far male, ma per noi significa poter sfiorare le cose senza schiantarci sopra, graffiare la corazza del mondo dichiarandoci, e senza consumare alcun dolore. E' gettare gli occhi nell'abisso, affondarci la penna e poi riemergere tra i docili argini della nostra storia. Perché incidere sul mondo è incidere le ultime pagine del libro, quelle che servono a fare trentadue, e quando non ci sono è rabbia e frustrazione, ma qualche spazio consegnato al niente lo trovi, tra il titolo in originale e la data della stampa.
Ti dà un senso di epicità questo agonizzare fin dentro i grovigli che hai irrisolti per poi rinascere più aspro e disilluso: leggere e poi scrivere è palingenesi, per noi. E non c'è niente di liberatorio in tutto questo, si tratta proprio di vivere e di guardare oltre.
Non cerchiamo la catarsi, perché quella significa rappresentare le proprie ossessioni per potersene liberare. E' chiudere gli occhi quando trovi il buio, guardarsi addosso senza guardare attorno, e alla fine non può che portarti all'immobilismo.
Se scegli la catarsi guardi affronti e uccidi i tuoi demoni, ma non li puoi manovrare dall'alto con dei fili, non puoi governarli come burattini inanimati veicolandoli ad una realizzazione di te stesso. Quello che noi cerchiamo è recitare la vita, anche col catrame tra le dita, e senza tagliare nessun filo.

Lui scriveva così bene, e amava bene, anche, e io vorrei sentire di nuovo quella necessità assurda di raccontargli subito la bellezza delle pagine, prendere il telefono e leggergli il commento, ma è meglio che aspetti che lo legga anch'io, mi diceva, e io aspettavo e poi gli davo il libro che prima di rivederlo passavano dei mesi, perché era un terribile egoista, pretendeva di tenerli lui, tutti i nostri libri, diceva che la sua biblioteca era più fornita e che era un peccato separarli, i libri, ma io allora che cosa sono, dicevo, se te li tieni te i libri, mica sono una povera scema, quelli che sono miei li tengo io, e va bene un paio glieli ho anche regalati, adesso vorrei sapere dove sono, ma ritrovarci me stessa no, è impossibile, la memoria conservata in un libro è memoria del presente, quando il tempo passa sono solo lacrime che non voglio più vedermi, allo specchio, e poi non è possibile frugare così dentro le proprie ferite, il tempio consacrato a se stessi è troppo solido per intaccarlo senza usare la violenza, e io mi sento così vuota, pagina bianca che vorrebbe diventare nera, nera come la forza, nera come l'impossibiltà di tracciarci sopra una linea, nera come un libro definitivo e inutile, nera come un punto moltiplicato all'infinito, persa tra gli altri, dentro gli altri sopra gli altri indistinguibile dagli altri.


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