FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GLI INVIATI SPECIALI

I Luis Depraved




Nessun estraneo varcò mai la soglia di quel locale, zeppo di libri, che Dotti ebbe il coraggio di esplorare fino all'ultimo scaffale. Quel giorno però aveva prodotto i suoi frutti, nonostante avesse penato tanto a srotolare la lunga pergamena, trovata in un angolo della libreria del professore. Prima, ragnatele, poi, molta polvere su tutto; specie all'ultimo piano, buio, illuminato solo da un alto lucernario, dal quale penetrava una lama di luce fioca. Mettendosi nella giusta posizione, poteva anche scorgere un piccolo tratto di cielo.
Nulla di straordinario, in tutto ciò, se l'esploratore non fosse stato un essere particolare formato di anti-materia.
Raffi, il suo compagno, aveva brontolato mentre gli girava attorno, senza rendersi ben conto di quello che faceva. Una cosa però l'aveva ben capita: non era quella la loro missione principale e glielo disse, senza mezzi termini. Lasciarsi prendere dalla smania dell'avventura, significava derogare dalle loro incombenze principali: cioè interrompere la conta.
Dotti, alle sue rimostranze, minimizzò: a parte che a loro non era stato spiegato nulla, rimaneva il fatto che la conta una qualche importanza dovesse pure averla e che comunque dovesse portare ad un risultato finale concreto. Era quindi lecito che lui indagasse per scoprirne il segreto. Aveva disteso per terra la pergamena ed ora la misurava a passi: dodici, quanto l'intera stanza; né uno di più, né uno di meno.
I bordi erano sfrangiati, ma i segni erano conservati perfettamente ed in alcuni tratti essi mantenevano anche il colore originale. Lesse rapidamente, indietreggiando senza mai fermarsi. Il contenuto non scopriva nulla di particolare. Si trattava di un banale trattato sulla vita degli animali, di duemila anni prima. Agli ultimi passi, Dotti si fermò, e disse a voce alta:
- "Vedi Raffi forse qui potremo trovare finalmente la spiegazione di tutto. Ricordi che ne parlammo proprio ieri alla fine di quell'ecatombe di zanzare? Sembra che qualcuno ci abbia preceduto e sapesse anche il perché di questo nostro lavoro." -
- "Ah. si?"-
- "Beh! Guarda e dimmi se non ho ragione" -
Dotti si chinò sull'ultima parte della pergamena, trascurando tutto il resto.
- "Francamente non vedo nulla di così eccezionale. Il fatto che accenni alla vita sociale delle formiche non aggiunge una virgola a quanto noi già ne sapevamo."-
- "Credi di avere letto bene?" -
- "Ma si! Cosa ci trovi di strano nella frase: << Anche le formiche conoscono la suddivisione del lavoro e come gli uomini adottano mezzi individuali e collettivi per raggiungere un determinato scopo.>>" -
- "Stai attento. Non è il senso della frase. Sono solo tre parole che mi colpiscono: 'come gli uomini'." -
- "Da questo arguisci che l'autore della pergamena abbia voluto dire che le formiche siano come gli uomini?" -
- "No, certamente. Ma se quelle tre parole sono seguite da 'scopo', il 'come gli uomini' assume un valore che noi non avevamo mai considerato." -
- "E cioè?" -
- "Si dà il caso che il nostro compito di contare quanti esseri viventi vengono uccisi dai nostri sosia umani, assuma così un valore concreto ed il suo numero finale costituisca una tappa con un senso ben preciso." -
- "Sarà come tu dici; ma io non riesco molto a collegare nella conta uomini, formiche, zanzare ed altri esseri microscopici. Se poi a ciò aggiungi che siamo ancora incerti se dobbiamo contare anche i vegetali, in quanto esseri viventi, allora la tua spiegazione fa acqua da tutte le parti."-
- "Caro Raffi, pensaci un pochino. Noi ci troviamo in un universo di cose 'vive' la cui vitalità è molto differente dalla nostra. Se ognuna di queste ha uno 'scopo', poco importa che questi siano o no simili tra loro. Ciò che conta è che tutte siano teleologicamente importanti."-
- "Tele...che?" -
- "Che lo scopo di vita di ciascuna rivesta, nell'organizzazione generale, una importanza particolare." -
Dotti lasciò cadere il discorso e si rimise ad arrotolare pazientemente la pergamena.
Aveva fatto una gaffe. Non poteva infierire così sul suo amico solo perché quella contadina che era stata assegnata al suo compagno per eseguirne la conta, fosse una donna ignorante.
Gli si avvicinò, lo prese sottobraccio, e si avviarono su per un sentiero di campagna facendo ben attenzione a dove mettevano i piedi.
- "Vuoi che anche questa mattina venga assieme a te per darti una mano? Il mio sosia sarà occupato a tenere una lezione all'Università e non mi darà certamente da fare in alcun modo. Fortunatamente, anche se il vecchio proverbio <<Ne uccide più la lingua che la spada>> sia di tutt'altro avviso, a noi le uccisioni verbali non interessano."-
- "La mia contadina, mangia in continuazione. I suoi denti stritolano esseri viventi, fortunatamente per lei, già uccisi da altri. Tuttavia la sua passione per i frutti di mare e per alcuni pesci di vivaio non mi da tregua. Talvolta va in tilt la conta, pure facendo molta attenzione. Ti ringrazio, una mano in queste circostanze non si rifiuta mai." -
La sosia di Raffi li precedeva di pochi passi. Era arruffata e rientrava a casa dopo una giornata trascorsa a lavorare il suo campo. Lui non fece molta fatica a contare i pochi grilli, talpe e vermi che erano stati tanto incauti da farsi travolgere dalla sua vanga. Comunque tutto fu diligentemente inserito in quel meraviglioso mini computer, grande appena quanto un orologio da polso.
Raffi osservava la donna camminare e disse al compagno intento ad esaminare il suo strumento da polso:
- "Guarda" -
- "Cosa?"-
- "Come sono brave le formiche ad evitare le sue scarpe chiodate. Poco fa ne ha calpestato un'intera colonna in trasferimento e solo una è stata soccorsa dalle compagne con lievi ferite agli arti inferiori. Ne avrà per una settimana." -
- "Spero tu non abbia contato anche quella." -
- " No. Anche se non ho il computer, gli occhi mi servono ancora bene. Ho visto, quando le compagne la soccorrevano. Si trascinava con le zampe posteriori ma riusciva ancora a camminare. La rimetteranno su presto." -
- "Lo stercorario che ho contato io, quello non si salverà di certo." -
- "Si l'ho visto spiaccicato per terra ma non mi sono accorto che fosse stata lei a schiacciarlo." -
- "Beh, non farci caso; una svista può capitare a tutti. Ciò che conta, in definitiva, nel nostro lavoro, è la buona fede. Nonostante il mio computer, talvolta qualche colpo lo perdo anch'io." -
Intanto la sosia di Raffi era arrivata a casa. Un moccioso di tre anni le si fece incontro e le buttò le braccia al collo. Teneva nel pugno chiuso, ben stretta, una farfalla cavolaia che nonostante si divincolasse non riusciva a liberarsi. Imprecava mille maledizioni, a mala pena udite da Raffi che stava vicino alla sua sosia. Aveva le antenne tranciate di netto e le ali malconce.
- "Tu credi che si salverà? - disse Dotti.
- "No, credo di no. Nemmeno un miracolo potrebbe salvarla."-
- "Attento! Se la madre gliela vede e non gli dice niente, puoi tranquillamente inserirla nella tua conta. Altrimenti, no. Per i bambini non c'è un inviato speciale." -
Il bambino si staccò dalla madre; barcollando, scese i tre gradini che lo separavano dal cortile e si mise a rincorrere un'anatra. Teneva sempre il pugno della mano destra chiusa e Raffi smise di preoccuparsi di lui.
La sua sosia entrò in cucina giusto in tempo per perdersi di schiacciare due lucide blatte che rapidamente sgattaiolarono dal lavatoio verso un buco dell'impiantito. Fece la mossa, ma il piede cadde pochi centimetri più in là.
- "Bel colpo!" - disse Dotti.
- "Credo che siano addirittura sgusciate tra il tacco e la suola. Pochi centimetri e.. ciac! Avrei contato anche quelle."-
La contadina si mise a tavola e loro due si tennero in disparte, ma bene in vista per contare. Tra loro ci fu una accalorata discussione durante la masticazione delle verdure.
- "Queste non entrano nella conta" - disse Raffi, quando vide Dotti calcare diverse volte i tasti del suo computer.
- "E rieccoci al solito discorso. Entrano; eccome! Non sono degli essere viventi anch'essi?" -
- "D'accordo. Dimenticavo che tu sostieni che la verdura avrebbe una sua particolare sensitività." -
- "Ti vorrei fare un solo esempio. Ricordi gli esperimenti sulla sensibilità della Dracena alla vicinanza e cura degli esseri umani? E' pure vero che la cosa non ebbe molto seguito; ma ci mancò poco che non si aprisse una nuova scienza: la psicologia vegetale." -
Avevano finito col mettersi d'accordo. Le verdure si, ma i sott'aceto no. Quelli erano imputabili a coloro che li avevano conciati. In poche parole quando la sosia di Raffi li masticava, erano già morti.
Dotti si congedò per scappare dal suo professore. Oramai doveva avere finito la sua lezione e si approssimava anche per lui l'ora della cena.
La notte aveva sparso nel cielo manciate di stelle e la periferia della città balzava prepotentemente all'orizzonte spargendo a sua volta grandi macchie di luci multicolori.

* * *

Dotti si diresse verso una palazzina del quartiere alto, circondata da magnolie e pruni selvatici. Entrò da una finestra aperta proprio mentre il suo sosia stava lavandosi le mani per andare a tavola. Era un uomo meticoloso, il professore. Non si accontentava di mandare via i microbi con l'acqua e sapone. Eppure poteva essere una cosa semplice: sarebbero scivolati dalle mani e si sarebbero dispersi nello scarico, sospinti dalla pressione dell'acqua ed aiutati dal sapone, ma sarebbero rimasti vivi. No! Bisognava ucciderli con quella lozione detergente che si fregava nelle mani prima di lavarle!
Fece un rapido calcolo per centimetro quadro di pelle ed il suo computer diede il responso: microbi uccisi quattro miliardi novecento milioni cinquecentotrentasettemila. Trascrisse il numero nel suo fedele quaderno ed attese che il professore si mettesse a tavola.
Da quando gli era stata affidata quell'incombenza, faceva il suo lavoro con lo scrupolo del neofita, ma non poteva esimersi dal porsi alcune domande inquietanti. Perché era tanto importante raccogliere tutti quei dati? Per quando sarebbe stata la chiamata finale? E lui sarebbe riuscito a portare a termine il suo incarico? Aveva sempre presente le raccomandazioni ricevute dal Capo ed il bonario, ma fermo avvertimento: <<Fai le cose colla massima coscienza e scrupolo. Ne va di mezzo la tua carriera!>>.
Quello del professore fu un pasto del tutto incruento. Se si esclude un uovo che ingerì crudo con un poco di limone, tutti gli altri cibi erano stati precotti o manipolati dalla cuoca. Un pensiero di meno! Non spettava a lui fare la conta in questo caso, e poteva quindi permettersi un poco di distrazione non appena il professore fosse andato a dormire.
Rifece il cammino inverso per incontrarsi nuovamente col suo amico Raffi. Povero diavolo! Forse si trovava in difficoltà. Quando lo vide che contava, una per una, tante pulci morte e qualche zecca morente, ebbe compassione. Le segnava diligentemente servendosi di un pallottoliere. Erano state uccise dalla sua sosia sul cane, con la semplice spruzzata di una polverina insetticida. Sarebbe dovuto stare sveglio tutta la notte per contarle tutte.
Gli offrì il suo programmino statistico che nel calcolo teneva in considerazione oltre che le diverse aree della pelle, il peso e la razza dell'animale, anche la densità delle pulci e delle zecche che potevano formarsi nelle diverse zone di insediamento. Mise dentro al computer il numero di pulci e zecche trovate su un orecchio, digitò la razza e il peso dell'animale, il calcolo era bell'e fatto: trecento settanta quattro pulci e venti zecche. Raffi, ringraziò Dotti, trascrisse quel dato nel suo quaderno, e visto che la sua sosia russava, uscirono entrambi a prendere una boccata d'aria.
Una luna quasi piena aveva per un gran tratto di cielo fugato quelle stelle gracili che le stavano accanto e si rifletteva civettuola in una pozzanghera davanti a una fontana. Ascoltarono il sommesso sciabordio dell'acqua confondersi col gracchiare dei ranocchi ai margini del sentiero, mentre le cicale, scatenate, facevano a gara coi grilli a chi poteva frinire più forte quasi sentissero la loro luttuosa presenza e li avvertissero che erano ancora vivi.
Raffi che fino a quel momento aveva camminato a fianco del compagno senza parlare, si fermò e sollevò le mani in alto, in segno di protesta.
- "Vadano tutti in malora, disse. Ti rendi conto che solo oggi ho registrato più di diecimila decessi? Sembra che il mio sosia si diverta a fare terra bruciata intorno a sé." -
- "Non hai conseguito nessun record. Nella giornata odierna io ne ho più di quattro miliardi." -
- "Tu hai il vantaggio del computer."-
- "Si. Hai ragione. In parte è dovuto alla più grande precisione di calcolo. Ma c'è anche un altro motivo." -
- "Quale?" -
In quel momento Dotti tese l'orecchio perché gli parve di aver udito il cicalino del suo sofisticato strumento. Era la chiamata automatica che lo allertava quando al suo sosia capitava qualcosa di molto eccezionale. Cioè perlomeno un evento catastrofico.
- "Scusami, ma devo andare. Questa volta l'ecatombe non riguarda né pulci, né zanzare. Si tratta di vite umane. Tornerò appena possibile. Ciao."-
Andò a passo spedito. E presto si trovò nuovamente nella palazzina del professore.
Quando si appressò alla finestra semiaperta della camera da letto gli parve di udire distintamente il ronfare di due dormienti. Accanto al suo sosia dormiva, beata e soddisfatta, una graziosa fanciulla, che forse aveva metà degli anni del suo partner. Dotti si avvicinò e da sopra il comodino prese un profilattico gonfio di minuti spermatozoi agonizzanti. Qualcuno muoveva ancora stancamente la coda. Niente da fare sarebbero morti tutti nel giro di qualche minuto; fuori del loro ambiente naturale potevano vivere un massimo di due ore. Lo soppesò e lo guardò tenendolo tra due dita contro il debole chiarore lunare. Meno di quattro grammi e poco più di tre centimetri cubici. Mise i dati nel computer. Risultarono complessivamente duecento dieci milioni quattrocentomila duecento sei. Raccolse nel suo quaderno il dato e si allontanò.
La giornata era stata fra le più tragiche: quasi mezzo miliardo di vite spezzate. Vite che in condizioni favorevoli avrebbero avuto uno scopo ed un'esistenza particolare, ben distinta dalle altre tante vite, e dagli altri tanti scopi. Lo aveva sentito ripetere tante volte dal suo Capo. All'obiezione che in definitiva molte di quelle vite avrebbero terminato il loro ciclo vitale in modo naturale, forse soltanto poche ore o pochi minuti dopo, gli era stato risposto che ogni vita aveva, per ciascun essere, la stessa identica durata. La drosofila, nelle sue ventiquattrore, la farfalla in pochi giorni o il coniglio in pochi anni, vivevano la loro vita con la stessa intensità di un essere umano che campava cent'anni o di una tartaruga che ne campava duecento.
Quando incontrò nuovamente Raffi, lo aggiornò sugli ultimi avvenimenti:
- "Ho pensato a quanto mi chiedevi prima, ma non so risponderti. Non ho la minima idea del perché io sia stato fornito di un computer e tu solo di un pallottoliere. Ho anche tentato di capire perché ci abbiano mandato a contare i morti ammazzati ma non ci sono riuscito. Giornataccia. Nessun confronto regge razionalmente. Troppi decessi da una parte, quasi niente morti ammazzati dall'altra. Non si può fare nessun confronto utile. Per regolare alla pari la partita bisognerebbe che un solo microbo avesse il potere di distruggere, da solo e durante la sua vita, tutti gli abitanti del pianeta."-
- "Se fosse così il Capo non ci manderebbe più in giro a fare la conta e noi rimarremo disoccupati?"-
- "Potrei risponderti solo se sapessi per quale motivo ci hanno mandato; se qualcuno potesse vederci ci prenderebbe per matti scappati da un manicomio. Spesso osservo i necrologi che il mio sosia legge ogni mattina sul giornale." -
- "Per che fare?" -
- "Ne conto appena una ventina." -
- "Non sono poi tanti." -
- "Accidenti se per loro lo sono! Sono tutti ossessionati dal numero sempre crescente di quelle sbarrette nere."-
- "Anche per i tuoi spermatozoi di stanotte dovrebbero fare i necrologi. Ma forse non basterebbe un'intera enciclopedia a contenerli tutti." -
Passeggiarono ancora un poco senza parlare, godendo di una leggera brezza che andava verso il mare lontano. La luna semipiena aveva riempito ogni angolo del sentiero e l'erba scintillava coperta di minute gocce di rugiada. In lontananza una torre campanaria inviò tre pesanti rintocchi che passarono sulle loro teste e andarono a perdersi oltre le colline piene di siepi di more.
La notte era piena di tanti rumori di mandibole di piccoli e grandi animali, che lavoravano incessantemente. Rumori cauti, grevi, intermittenti - per vigilare il pericolo sempre in agguato di altri animali pronti a sopraffarli in una lotta ad armi pari. Rumori piccolissimi, impercettibili, ma presenti e palpitanti al di là dello stormire lieve delle foglie, anche loro incapaci di scrollarsi di dosso migliaia di afidi zuccherine ed altrettante formiche intente alla loro mungitura.
Dotti teneva stretto il braccio del suo amico e ad un tratto gli venne in mente di dover continuare un discorso che non aveva concluso. Così riprendendo il filo interrotto, disse:
- "Il motivo non interessa solo il computer. C'è dell'altro." -
- "Di quale motivo parli?" -
- "Della differenza tra la tua e la mia conta." -
- "Ah, si. Ne parlavamo poco fa."-
- "Vedi, forse é tutta questione di classe sociale; tu conti i decessi di una povera donna che trova il tempo di ammazzare soltanto quando mangia e quando cammina. La tua sosia ha altro a cui pensare. Deve provvedere all'orto, alla semina, alla concimazione, alla sarchiatura, al raccolto. Qualche vittima tu la ritrovi soltanto o sotto i suoi denti o sotto le sue scarpe. Le sue mani generalmente rimangono pulite."-
- "Qualche volta la sorprendo mentre tenta di ammazzare qualche mosca o zanzara." -
- "E ti sarai accorto che ella si dà dei poderosi schiaffi senza riuscire a prenderne una." -
- "Come fai a saperlo?" -
- "Lo so perché capita così a tutti. E cioè a quelli che vogliono ammazzare mosche e zanzare con le mani." -
- "E' naturale, questi insetti sono molto più rapidi della mia sosia." -
- "Lo sono perché fino ad oggi hanno imparato a difendersi con la fuga. Ma prendi il mio professore; lui appartiene ad una classe sociale più elevata, non adopera le mani per eliminare mosche e zanzare. Lui è più furbo ed estirpa il male dalla radice. Una bella spruzzata di insetticida e giù un'ecatombe di mosche, di zanzare, di formiche e di quanta vita c'è nel raggio di quella nebbiolina letale." -
- "A lui verrà certamente più facile così" -
- "Non essere così ingenuo. Non si tratta di facilità. Se la tua contadina volesse farlo tutte le volte che le mosche cavalline gli tormentano il bestiame, a quest'ora, per comprare gli insetticidi, si sarebbe dovuta vendere il podere." -
Un chiarore lontano contornava a toni netti la cresta delle colline più alte. Fra una mezz'ora anche il sole si sarebbe levato ed un nuovo giorno di fatiche sarebbe ricominciato. Raffi lo disse, quasi scusandosi col suo amico: fra non molto sarebbe stato costretto a raggiungere la sua contadina, che si sarebbe alzata col primo sole.
- "Non ti preoccupare; per qualche ora ancora posso stare con te. Il mio sosia se la prende comoda, e dopo la carneficina di stanotte credo non si leverà prima delle dieci." -

* * *

Quando entrarono nella casa di campagna, il contadino e sua moglie erano già in piedi. Sua moglie ancora in camicia da notte e lui in mutande. L'uomo si avvicinò alla moglie e le diede una gran manata nel sedere che schioccò come una frustata. Era una donna sciupata dalle fatiche, ma ancora in carne e piacente. Lei sapeva cosa significava quel gesto e senza protestare si sfilò la camicia e si mise a letto pronta a riceverlo. Lui si denudò e le fu subito addosso.
Raffi e Dotti stettero a guardarli dall'uscio spalancato, per il breve tempo che impiegarono. Poi il primo chiese al secondo:
- "Era fatale che anche la mia sosia non rimanesse indietro. Fra qualche secondo anche l'ecatombe degli spermatozoi di suo marito sarà compiuta."
- "Ma l'hai osservato bene prima che saltasse sul letto?" -
- "Perché? Cosa avrei dovuto osservare?" -
- "Non ti sei accorto che era completamente nudo?" -
- "Certo. Me ne sono accorto. Cosa significa questo?" -
- "Significa che dovrai rinunciare alla tua conta." -
- "E perché mai? Forse che anche i suoi non moriranno quando avrà finito?" -
- "Certamente, moriranno; ma non verranno uccisi.
- " Sarà come tu dici ma non ritengo giustificata la distinzione."
- " Non ci sarà nessuna ecatombe perché non avranno impiegato nessun mezzo per eliminarli. Ognuno finirà la sua esistenza in base al suo naturale destino." -
- "Quale destino?" -
- "Insomma moriranno di morte naturale." -
Raffi si alzò dal suo angolo e si sporse per osservare meglio la coppia. Voleva vedere l'uomo mentre si sollevava. Si. Purtroppo era completamente nudo. Solo ed esclusivamente la pelle del suo corpo.
Si sedette sul gradino della porta ed il capo gli ciondolò giù come un macigno. Teneva gli occhi bassi, terribilmente deluso, come se le sue aspettative fossero state definitivamente tarpate. Dotti se ne accorse e gli chiese:
- " Non sei contento?" -
- "Ma certo che sono contento. E' che solo adesso comincio a capire quello che dicevi poco fa." -
- "Certo il discorso di prima si attaglia alla perfezione. Anche un profilattico ha un suo peso nel magro bilancio familiare della tua sosia. Oltre a ciò devi aggiungere che il primo lo chiama semplicemente guanto." -
- "Allora vuol dire che la mia conta vale meno della tua?" -
- "Non si tratta di questo. Ogni uccisione ha sempre lo stesso peso." -
- "Ma se ha lo stesso peso, alla resa dei conti, chi sarà stato il più bravo di noi due?" -
- "Io non penso che tu possa trovarti svantaggiato. Se io sono stato fornito di computer è proprio perché il mio sosia era persona che ne avrebbe imposto un uso serrato." -
Raffi rimaneva a testa bassa ed il suo sguardo ogni tanto si levava per osservare la donna che, dopo una breve sosta, era stata nuovamente presa tra le braccia di suo marito. Questo nuovo intervento l'aveva addirittura sconcertato. E pensare che con quei due colpi, uno di seguito all'altro, avrebbe potuto guadagnarsi il primato della conta dell'intera giornata. Basandosi su quella calcolata precedentemente da Dotti, in meno di un'ora ci sarebbero stati oltre mezzo miliardo di morti ammazzati.
Ben presto, fischiettando, il marito si rivestì e si avvicinò alla finestra. Fuori il sole era sorto da circa un'ora e la campagna risplendeva di luce multicolore mostrando tutta la magnificenza dei suoi campi coltivati a vigna ed a granturco. Prese lo zaino con gli arnesi e, seguito dalla moglie, andò diritto verso il suo podere. Raffi, dopo essersi scusato rapidamente con l'amico, gli fu cautamente dietro seguendola dappresso, pronto a contare i morti ammazzati delle sue scarpe.

* * *

Quando Dotti rientrò nei quartieri alti a momenti si scontrava con la gentile signorina che di fretta abbandonava la villetta. La spalliera di gelsomini che si arrampicava sul muro di cinta formava un grande cuscino bianco fiorito che emanava un profumo intenso. Il professore si faceva la barba davanti allo specchio. Si sentiva leggero come una piuma. Nulla di più piacevole che radersi dopo essersi massaggiati il viso con una lozione forte e profumata. Il suo rasoio andando su e giù per la pelle trascinava, assieme ai piccoli peli tagliati, anche una moltitudine di vite tramortite o già cadaveri.
Dotti diligentemente mise alcuni dati nel computer ed ottenne un dato strabiliante. Quella piccola lama aveva raccolto almeno tre miliardi di microbi uccisi dalla lozione pre-barba. I superstiti sarebbero stati finiti dal dopobarba. Mise in memoria il risultato e si sedette accanto al suo sosia che aveva preso posto al tavolo del soggiorno.
Approfittò della sua incruenta colazione a base di caffè, marmellata e burro, per riordinare nel suo foglio elettronico le sue tante annotazioni. Oramai aveva raccolto dati per oltre 50 mega-y. Per rendere disponibile la memoria avrebbe trasferito il tutto nel suo mini dischetto ad altissima densità e lo avrebbe sistemato nell'archivio generale. Non ci sarebbe voluto molto. Pochi minuti. La giornata si presentava propizia e una memoria completamente libera, nel suo strumento, lo avrebbe sicuramente avvantaggiato per la raccolta di molti nuovi dati.
Intanto il suo sosia si era spostato nello studio e si era messo a leggere alcune carte che teneva sulla scrivania. Pochi fogli color rosa con un'intestazione di un Istituto militare straniero. La curiosità di Dotti lo spinse a dare di sottecchi una sbirciata.
- "Ma bravo! Il professore era anche consulente delle forze armate di un paese straniero. Quelle carte, sotto i suoi occhi, portavano indicazioni circa le principali caratteristiche dei velivoli da combattimento e da ricognizione a lungo raggio in uso presso l'aviazione militare di quel paese. Nonostante quei fogli apparentemente non avessero nulla a che fare con la sua missione, ritenne giusto fotografarli. Aveva la sensazione che prima o poi gli sarebbero serviti.
Mentre lui riprendeva la scena, sistemato dietro alle sue spalle, il professore tracciava dei segni con un pennarello rosso e sottolineava alcune frasi del testo. Ad un tratto prese dal cassetto un foglio bianco e vi scrisse: <<Dispositivo d'emergenza>>. Lui scriveva pagine su pagine e Dotti le inseriva rapidamente in memoria. Non sapeva bene a cosa gli sarebbero servite, tuttavia il suo istinto gli diceva che forse gli sarebbero state utili in seguito. Quando ebbe finito, il suo sosia sorseggiò un drinks, si cambiò d'abito e uscì. Sapeva che a quell'ora si sarebbe recato al suo Istituto universitario per preparare la conferenza della sera. Poteva disporre del suo tempo fino all'ora di pranzo. Pensare a qualche vita stroncata con le sue scarpe, sull'asfalto cittadino, era pura follia. Tutta la città aveva ormai da tempo fatto piazza pulita di ogni forma vivente calpestabile.
Un giorno vide nel Corso una colonna di formiche avanzare, sui bordi del marciapiede, con le più grosse in testa. Avevano un aspetto bellicoso; sembrava volessero espugnare la città e metterla a ferro e a fuoco. Forse lo avrebbero anche fatto se un'auto non si fosse spostata incautamente ai margini della strada e le avesse travolte quasi tutte. Da alcune superstiti, in verità alquanto malconce, che si salvarono perché vennero a trovarsi nel vuoto del battistrada, seppe che erano appena sbarcate da un Tir carico di granaglie. Se al loro spirito bellicoso avesse corrisposto una struttura fisica di maggiori dimensioni, sarebbero stati sicuramente i nuovi dominatori del pianeta.
Rimase ancora un pezzo nello studio del professore frugando fra le sue cose. Non poteva lasciarsi sfuggire un'occasione tanto favorevole. Si tolse il suo orologio-computer e lo usò come rilevatore magnetico. Ispezionò ogni angolo della stanza. Nessuna massa ferrosa che tradisse l'ubicazione della cassaforte. Eppure quel <<dispositivo d'emergenza>> doveva pure avere un suo codice ben conservato da qualche parte.
Fu un innocente topolino, sbucato da una scansia piena di libri, che casualmente gli indicò la strada da seguire. In quel punto si trovava una larga fessura attraverso la quale si intravedeva parte di una maniglia, appartenente certamente ad una porta segreta ricavata nella stessa libreria. Con l'aiuto del suo rivelatore non tardò a trovare il sistema per fare ruotare la scansia di 90 gradi. Visibilissima, nella parete di fronte c'era una gran cassaforte a combinazione. Con quel suo programmino sul calcolo delle probabilità, aprirla sarebbe stato un gioco da ragazzi.

* * *

La grande aula dell'Ateneo conteneva a malapena le centinaia di persone che si erano accalcate per sentire la conferenza del professore. Non erano soltanto studenti. Una varia umanità, nonostante il gran caldo, si era data convegno in quell'austero palazzo, ammuffito dai secoli, per avere la possibilità di udire la viva voce di quell'illustre cattedratico che aveva dedicato un'intera vita alla ricerca scientifica.
L'uditorio si era disposto in diversi gruppi omogenei. Di qua, vi erano le matricole; di là, i laureandi; al centro, gli studenti dei corsi intermedi; davanti, molti docenti, di quello e di altri atenei; dietro, una gran folla di persone eterogenee e anonime, ma tutte intente a tirare su il collo, per vedere quando sarebbe entrato l'oratore, da una porticina, a sinistra di quella lunga cattedra scura, situata nella platea dell'emiciclo. Il frastuono di tutte quelle voci veniva amplificato dalle grida di alcuni che si rivolgevano, trasversalmente, a qualche altro situato nei settori più lontani.
Raffi, che era rimasto libero dai suoi impegni, aveva accompagnato Dotti, occupato a seguire da vicino il suo sosia. Stava nell'ultima fila, la più alta. Accanto a lui l'operatore era pronto, coi suoi apparati di proiezione, ad entrare in azione quando il professore glielo avesse ordinato.
Il sole pomeridiano illuminava le tre lunette accanto al soffitto, e le tende lasciavano trapelare tre lunghe lame di luce che rendevano corposi e visibili ad occhio nudo sciami di piccoli esseri viventi. Erano leggerissimi, e danzavano, aggrappati ad una lieve polvere impalpabile, che ridiventava invisibile dopo avere appena attraversato il breve tratto di quelle lame.
Raffi non poté fare a meno di focalizzare il suo sguardo in quello sfolgorio iridescente, e vi scorse un mondo meraviglioso. Esistenze microscopiche che forse, in quella preziosa occasione, avevano voluto manifestare la loro presenza. Nemmeno lui poteva permettersi di entrare nelle loro vite private. Tuttavia a lui era concesso di individuarle e riconoscerle. Non si trattava di uno sforzo scientifico di catalogazione. No. Era soltanto per la necessità di effettuare la conta. Doveva pure potere distinguere se si trattava di un corpo inerte, trascinato dall'aria, o se, in quella cosa piccolissima, pulsava una vita. Certo, il suo amico Dotti, se non fosse stato occupato nei preparativi col professore, in quell'occasione, avrebbe anche potuto contarli tutti. Ma forse avrebbe lasciato perdere. Nessuno dei presenti pareva insidiare le loro esistenze. Molti, è vero, finivano spiaccicati nei bronchi e negli alveoli di tutta quella gente. Ma non si trattava di morti violente, né si poteva dire che tutti morissero. Alcuni, era certo, vi trovavano il terreno migliore per proliferare. A pensarci bene questi esseri così piccoli erano i soli a contrastare l'esistenza degli esseri umani.
Rimaneva tuttavia un grande divario di potere fra i due gruppi. L'uno riusciva da solo a generare un'ecatombe; l'altro poteva funzionare solo se riunito con molti della sua stessa specie. E poi c'era il tempo: un tempo diverso per le due parti. I primi una vita la consumavano in un centinaio di minuti o in un centinaio di ore; i secondi in un centinaio di anni. Un anno, pari a un'ora o un minuto. Non poteva esistere nessun confronto possibile. Un giorno aveva chiesto a Dotti se non ci fossero vite, diverse da altre vite. Quella dei secondi si collocava addirittura a livelli esponenziali rispetto alle prime due. Dimensioni diverse che però potevano incontrarsi, non in un punto qualsiasi, ma soltanto in un punto che non rendesse incompatibili le loro diverse strutture finite. Come quando un solido si fa intersecare da un piano o da una retta. Il piano può invadere il solido. La retta può invadere il piano ed il solido, ma non può accadere il contrario. Il solido può soltanto inglobare il piano e la retta, ma non potrà mai inserirsi in essi.
La vita vissuta su una retta era quindi diversa da quella vissuta su un piano o su un solido? Il discorso si faceva troppo complicato e Raffi era ignorante. Ne avrebbe parlato ancora con Dotti. Del resto, oramai il fastidioso cicaleccio che aveva invaso la sala, d'un tratto si era smorzato, per cessare poi definitivamente, non appena dalla porticina laterale entrò il sosia di Dotti, con la toga d'ermellino.
Dotti lo seguiva molto impacciato, e quando lo vide prendere posto sullo scanno del conferenziere si allontanò da lui e si diresse verso Raffi che gli aveva fatto un cenno di saluto. Il professore cominciò la sua dissertazione sulla <<Immanenza e trascendenza nel pensiero moderno>>
<<Magnifico Rettore, illustri colleghi, miei cari studenti. Oggi i nostri più illustri pensatori credono di avere raggiunto le vette più alte della speculazione filosofica abbandonando i sentieri antichi e ben lastricati, tracciati dagli antichi maestri.>>
Dotti e Raffi stettero buoni buoni uno accanto all'altro tentando di seguire la dotta dissertazione che diventava sempre più ostica e difficile. Ma non era possibile. Dotti ogni tanto guardava Raffi e questo lo ricambiava di un rapido sguardo d'intesa quasi ad affermare il compiacimento e la compartecipazione a tutto il discorso.
Quando uno scroscio di applausi partì dall'emiciclo, Raffi chiese a Dotti:
- "Ho la sensazione che il tuo professore stia trattando un argomento che potrebbe chiarirci tante cose. Spero che tu stia registrando tutto. In questo modo mi potrai semplificare quanto ha detto, non appena ce ne capiterà l'occasione." -
- "Certamente il suo discorso toccherà dei punti molto vicini al nostro lavoro. Ma non farti illusioni. Non sarà certamente la sua dissertazione a farci capire esattamente il significato della nostra missione. Dal suo modo di comportarsi mi è sembrato che nemmeno lui abbia capito molto del nostro problema." -
L'oratore di lì a poco riprese:
<<Ogni filosofo opta coscientemente o in modo incosciente per una filosofia che rappresenta la codificazione dei suoi istinti di ordine o di disordine: è anzi proprio davanti al tribunale dell'etica che il sano buon senso dell'uomo della strada, chiama e giudica, senza sottigliezze dialettiche, i vari sistemi filosofici, senza possibilità di sbagliare. Se ciò che consegue a questi giudizi si rivela eticamente sano, ciò significa che sono veri anche i principi filosofici che l'hanno generato; al contrario essi sono indice di falsità: il bene ed il male diventano indice del vero e del falso. Al di sotto di ogni filosofia negativa si nasconde un disordine morale, come al disotto di ogni filosofia positiva si trova una volontà di bene. Da quella nasceranno solo frutti avvelenati: immoralità, indifferentismo etico, sessualismo, avidità di ricchezze, ambizioni smodate, presunzione, particolarismi, egoismi, solitudine del cuore, ingiustizia, oppressione dei propri simili, odio e rovina. Da questa nasceranno purezza e bontà, candore dell'animo, limpidezza delle intenzioni e delle azioni, ordine e benessere sociali, amore del prossimo, compassione nelle sventure, solidarietà nel dolore e felicità nella gioia.>>
Dotti a questo punto si rivolse all'amico e disse:
- "Ci conviene tagliare la corda. Ho visto quante cartelle ha scritto e sono certo che ne avrà per più di due ore." -
- "Ma come farai poi a conoscerne tutto il contenuto." -
- "Non ti preoccupare, ho sistemato il registratore a pochi passi dal diffusore e così potremo discuterne, a nostro piacimento, sentendo la conferenza dalla sua viva voce, senza essere costretti a respirare quest'aria mefitica." -
- "Bene allora propongo di fare una passeggiata in campagna; magari dalla mia contadina che a quest'ora starà sudando sette camice nel suo orto."-
- "Credi che sarà importante contare?..." -
- "No. Credo che non ce ne sarà bisogno." -

* * *

Attraversarono una città insonnolita dalla canicola pomeridiana. Raffi più piccolo, con la schiena ricurva pareva fosse sempre in procinto di cadere, attratto da quell'asfalto bollente che esalava vapori irritanti. Camminavano in silenzio e faceva fatica a seguire l'altro che camminava con passo disinvolto e spedito. Ad un tratto trattenne l'amico per un braccio, quasi appendendosi, e disse:
- "Senti, se vuoi che stia al tuo fianco, rallenta. Non ce la faccio a seguirti. Potremo parlare anche camminando se non mi farai venire il fiatone." -
- "Scusami. Istintivamente ho accelerato perché volevo superare questo asfalto infernale che mi chiude la gola." -
- "Se non te la senti di parlare; non importa. Siamo oramai in periferia e avremo più refrigerio quando entreremo nel boschetto di lecci." -
Gli alberi grigio verdi oramai si avvicinavano rapidamente e presto ne furono investiti completamente. Dotti prese lo spunto per riaprire il discorso:
- "Quindi, anche questi alberi avrebbero una loro vita sensibile?" -
- "C'è chi l'afferma. Del resto il confine fra animale e vegetale non è poi così netto." -
- "Già; ci sono animali erbivori e piante carnivore." -
- "A parte questo, si tratta di una distinzione solamente fittizia. Esistono esseri, specie fra quelli microscopici che sono difficilmente classificabili." -
- "Allora una vita vegetale vale una vita animale?" -
- "Dipende" -
- "Da cosa?" -
- "Da tutti quei fattori che tu esprimi nel termine 'vale'. E' troppo semplicistico pensare di potere confrontare le due entità con gli stessi parametri. Sarebbe come volere misurare una circonferenza di un cerchio utilizzando, come unità di misura, il suo raggio o frazioni di esso. Eppure osservandoli a te pare che siano formati da tratti della stessa natura in quanto facenti parte entrambi del cerchio." -
- "Se ho ben capito si tratta di elementi incommensurabili."
- "Non sono confrontabili se non con le vite di una stessa specie perché fanno parte di dimensioni diverse. A mala pena potrai riuscire a portare a termine uno studio comparato tra individui molto simili; nell'ambito del loro stesso vicinato." -
- "Allora è forse il caso di definire prima: 'essere vivente'."
- "Potremo dire che un essere vivente si distingue per una sua reiterazione regolare dei processi organici. Oppure, più semplicemente, per la sua capacità di locomozione, di nutrizione, di riproduzione e di sviluppo." -
- "Beh, questo è un concetto elementare." -
- "Se vogliamo seguire la teoria evoluzionista, sia i vegetali che gli animali hanno avuto gli stessi progenitori: alcune specie dei quali forse esistono ancora, magari nelle profondità dell'oceano, dove l'ambiente ha subito minori modificazioni." -
- "Se tutte le vite, vegetali e animali, si sono sviluppate da una medesima matrice, sarebbe più giusto parlare di vite che hanno lo stesso valore." -
- "Capisco che tu voglia renderti conto immediatamente di ciò che ti interessa maggiormente: la conta. Purtroppo gli esseri viventi non si limitano solo a muoversi, a nutrirsi, a riprodursi ed a svilupparsi. Il problema della conta coinvolge, forse, tanti altri fattori che a noi ora sfuggono. Uno di questi a me pare la capacità dei viventi di cooperare e di riunirsi in gruppi. Fenomeni come quelli della simbiosi e della parassitosi sono certamente fra le manifestazioni importanti di questa tendenza. " -
- "Non afferro il nesso" -
- "Vedi è stata proprio quest'attitudine sociale a permettere alle vite singole di esistere. Io credo che tutto debba partire proprio da questo" -
- "Se rifletti bene anche i cristalli si aggregano. Eppure noi non li abbiamo in elenco per la conta."
- "Bada che ho parlato di una cooperazione tra esseri viventi e di un cristallo non puoi certo dire che si muova autonomamente, che si riproduca e che si nutra." -
- "Se vogliamo sottilizzare, potremmo anche dirlo. Infatti aggrega sostanze minerali, cresce di volume, si moltiplica e quindi si muove e si riproduce." -
Passo dopo passo arrivarono al cascinale giusto in tempo per assistere al pasto frugale della contadina che gorgogliando rumorosamente, sorbiva la minestra che si era appena scodellata. Cavolo verza, qualche fagiolo, carote in quantità accompagnate da patate e conchiglie di pasta.
Diede uno scappellotto al figlio che teneva la bocca troppo vicina al piatto e disse al marito:
- "Se continua così lo manderò a mangiare nella porcilaia" -
- "Ma cosa vuoi pretendere da un bambino di cinque anni?" -
- "Vorrei solo che si lasciasse educare come un cristiano e non come una bestia. Se continuerai ad essere tollerante, ti ritroverai fra vent'anni con un manigoldo." -
Parlava senza smettere di mangiare e suo figlio teneva sempre la testa china sul piatto. Ci provò suo marito, con un manrovescio dato tra collo e nuca.
- "Non hai sentito tua madre? Vuoi che noi si litighi sempre per causa tua? " -
E giù, un altro scappellotto.
La madre riprese a sorbire rumorosamente, il padre continuò a mangiare ed il figlio tenne sempre la testa sul piatto.
Il gatto si avvicinò al bambino con un miagolio flebile e si strofinò ai suoi pantaloncini sdruciti. A questo punto il piccolo sollevò la testa dal piatto, guardo con aria cattiva il gatto mentre gli faceva le fusa, e gli allungò una poderosa pedata.
- "Cosa dovrebbe fare ora il gatto?" - disse Raffi al suo amico che non si era persa una battuta della curiosa scena familiare.
- "Fare cosa?" -
- "Ma diammine! Per riequilibrare il tutto." -
- "Potrei risponderti con un esempio se avessi fra le mani un topo. Ma a questo punto la catena si spezzerebbe. La carica di aggressività, partita dalla tua sosia, finirebbe con il decesso del roditore. E tu saresti obbligato a segnarlo nella conta." -
- "Non mi pare logico. Mica è il gatto il mio sosia" -
- "Eh si, mio caro. Avresti dovuto segnarlo. Ricordi? Questa è la consegna. Se tutto si fosse svolto senza l'aggressività della madre, tua sosia, il bambino avrebbe come suo solito allungato da sotto il tavolo qualcosa da mangiare al gatto, ed il gatto forse non avrebbe avuto più voglia di mangiare il topo." -
- "Se speri che con queste tue parabole io capisca qualcosa, sbagli di grosso. Eravamo partiti bene col discorso dell'origine della vita. Se riesco a capire perché la vita si è sviluppata in questo pianeta, riuscirò anche a capire perché ce ne dobbiamo interessare così da vicino. Era proprio indispensabile che ciò avvenisse in un isolato pianeta del sistema solare?" -
- "Vedi, caro Raffi, quando 50 milioni di anni fa, delle stromatoliti in Rodesia ebbero l'infelice idea di formarsi nelle concrezioni marine, non potevano mai supporre di riuscire a giungere intatte fino a noi come reperto fossile e ad avvallare tra gli studiosi il concetto dell'evoluzione dell'universo." -
- "Vuoi dire che la nascita della vita è opera di un'evoluzione naturale così lontana?" -
- "Voglio dire che ciò è probabile, anche se alcuni sostengono che la vita può essere giunta sulla terra dallo spazio. Certamente quel reperto, a quella data, è stato formato da esseri viventi: questo è stato dimostrato scientificamente. Ciò non toglie che potessero essercene altri anche in età precedente, nell'era precambriana. Nessuno tuttavia può testimoniare di averne visto. " -
- "E queste stromatoliti cos'erano vegetali o animali?" -
- "Né l'uno, né l'altro. Erano strutture sedimentarie dovute probabilmente all'azione di altri esseri viventi." -
- "Bene, non erano né l'una né l'altra: non erano esseri viventi." -
- "In effetti gli scienziati affermano che esse non rappresentano il fossile di un particolare organismo bensì la concrezione di particolari alghe blu e verdi in associazione"-
- "Anziché dilungarti in questa dotta spiegazione avresti fatto prima a dirmi che si trattava di banali alghe" -
- "Se ti fa piacere... ma non è come tu dici."-
- "Comunque a me sembra che un punto importante l'abbiamo raggiunto."-
- "E cioè?" -
- "Che la prima forma di vita era vegetale"
- "Non mi pare che ciò possa essere derivato da quanto ti ho detto. Anzi posso aggiungere che esistevano delle colonie di piccoli animali chiamati Stromatoporoidi che con tutta probabilità erano anch'essi responsabili di quel reperto fossile."
- "Bene. Ma se nemmeno gli studiosi riescono a stabilire una priorità certa, ciò vuol dire che la vita è qualcosa che non può essere definita vegetale o animale. E' semplicemente la vita." -
- "Se ti fa piacere..." -
- "Certo che mi fa piacere. Da un po' di tempo non sai dire altro. Per spiegarmi la ragione della conta vegetale e animale, questo è molto importante."
- "Vuoi dire che è inutile cercare ulteriori distinzioni?" -
- "No. Vorrei affermare che, riguardo al nostro contendere sulla liceità della conta dei vegetali, a me pare si sia arrivati ad una conclusione certa: un vegetale vivo è uguale ad un animale vivo."-
- "E', infatti, quello che ho sempre sostenuto. Qualunque sia il significato teleologico della vita è mia convinzione che esso debba essere il medesimo sia nell'ambito filogenetico che in quello ontogenetico. E' ovvio quindi che una distinzione tra vegetale e animale sia puramente astratta." -
- "Se sono riuscito a capire, vuoi dire che la vita non è un fenomeno accidentale, scaturito a seguito dello scatenarsi di un temporale - che con le sue potenti scariche elettriche abbia casualmente aggregato, in forme vitali, alcuni elementi inorganici - come mi raccontasti qualche sera fa, ma una necessità per raggiungere uno scopo."-
- "Bravo ci sei arrivato. Così come ora ci chiediamo il significato della vita potremo chiederci allo stesso modo il significato delle combinazioni chimiche o quello dell'elettricità e del magnetismo. Ma ora non posso stare più a lungo con te. Il mio sosia sarà ormai giunto alla fine della conferenza e dovrò recarmi da lui." -
Il sole non era più tanto alto; e l'asfalto aveva smesso di emanare quell'odore acre che gli chiudeva la gola. Quando giunse all'Università il professore, oramai, un poco rauco, stava per porre termine alla prolusione. Una grande ovazione coronò la sua fatica. Dotti si raccolse il registratore e scese in platea seguendo dappresso il suo sosia.

* * *

La città nella strada accendeva i suoi lampioni e le insegne al neon rutilavano di mille colori che si alternavano in una sarabanda smagliante di forme. L'afa aveva ceduto ad una lieve brezza, fugando temporaneamente i gas di scarico di mille auto del corso principale.
Il professore, con la sua vettura, sfrecciava sul rettilineo, abusando della potenza del suo motore per superare di frequente le altre.
Dotti che lo guardava allontanarsi rifletteva. Strano non ci aveva mai pensato. Perché segnare le morti estemporanee e non anche quelle a medio e a lungo termine. Se ora il professore emetteva violentemente con la sua vettura quei gas venefici, a parte i micro organismi che potevano esservi coinvolti sul momento, bisognava considerare che altri esseri avrebbero subito conseguenze fra mesi o anni dall'emissione. Non era un mistero che le piante del meraviglioso viale, che stavano attraversando, da qualche tempo mostravano segni di degrado e di malattia. Ma il problema non era facilmente risolvibile.
In primo luogo il tempo giocava in favore dell'inquinatore; e poi in quale misura poteva essere stabilita la singola responsabilità rispetto alla massa che produceva i danni? Era solo in piccola quantità, l'ossido di carbonio diffuso dalla sua vettura. Da sola si sarebbe facilmente dispersa nell'aria senza danneggiare alcuno. Forse era per questo che non le aveva in agenda.
Ma allora quel discorso della massificazione sociale si ritorceva contro ogni etica comune. Il raggrupparsi era vantaggioso soltanto fino ad un certo limite, oltre il quale si scatenava la distruzione ed il caos. Era la foglia, che dopo avere nutrito migliaia di afidi ammassati sulla sua lamina, si accartocciava e cedeva di schianto, travolgendo tutti i suoi ospiti. Eppure ogni singolo essere aveva contribuito a quella catastrofe. Nessuno poteva dichiararsi immune da quella responsabilità; nemmeno chi, troppo debole per riuscire a conquistarsi un posticino per suggere la linfa, contribuiva sia pure con il suo solo peso ad accelerarne la caduta e la rovina.
A pensarci bene la struttura di organismi complessi come gli animali e le piante erano loro stessi costituiti da una moltitudine di cellule con funzioni simili e differenziate. Perché fare la conta degli spermatozoi rinchiusi in un profilattico e non di tanti milioni di cellule, in possesso anch'esse di una vita distinta dalle altre che venivano distrutte o modificate a seguito di incidenti o abitudini di vita autolesive, come l'alcoolismo, il fumo e la droga? Certo, non esistevano monadi nell'universo. Forse non si dovevano contare perché questo avrebbe comportato una difficoltà insormontabile: la divisione di una vita per sé stessa e come dividere un numero per uno, il risultato non cambia mai. Oppure era lecito chiamare vita soltanto una unità vitale elementare? Allora quelle dei vegetali e degli animali pluricellulari erano solo un aggregato di tante vite diverse? In questo caso che significato avrebbe il termine essere vivente?
La vettura intanto si era fermata; ed il professore, seguito da Dotti, era rientrato a casa. Non si era voluto sposare per non spartire la sua libertà con nessuno; quella grande casa era quindi solo per lui: un salone molto bene arredato con mobili moderni, una camera da letto in stile Luigi XVI, un cucinotto funzionale mai adoperato, due stanze per gli ospiti, il suo studio, la biblioteca con più di cinquemila volumi, un bagno padronale con grande vasca centrale, ornata di marmi pregiati e munita di idromassaggio. Al piano interrato aveva il suo laboratorio, con stabulari, pieni di svariati animali, e apparecchiature elettroniche complesse. Ed infine a poche decine di metri, una dependance per la servitù: giardiniere, cuoca, autista e cameriere.
La vita non gli aveva lesinato le soddisfazioni. Studioso di biologia, non disdegnava né la filosofia né la psicologia. Autore di pregiate pubblicazioni sull'arte militare, che avevano ottenuto vasti consensi in patria e all'estero, i suoi interessi erano divisi fra l'insegnamento, la ricerca applicata e le consulenze militari per il terzo mondo. Aveva superato da un pezzo la sessantina e la salute con lui era stata benigna. Mai un raffreddore o una qualunque febbriciattola. Solo la sua vista aveva difettato un poco. Era un miope congenito e le diottrie con l'età aumentavano spaventosamente.
Da qualche tempo a questa parte aveva dovuto cambiare di frequente occhiali. Alla miopia era seguito l'astigmatismo. Senza quelle lenti sempre più spesse e più pesanti diventava un essere impotente. Non distingueva le forme a soli pochi metri di distanza. Tutto l'ambiente diventava evanescente e fluido come se la stessa atmosfera che lo circondava diventasse d'un tratto densa e ovattata. Da qualche mese si era aggiunta una cataratta. Si sarebbe dovuto sottoporre ad un intervento chirurgico fra non molto.
Dotti seduto di fronte a lui lo osservava mentre la cameriera gli serviva la cena. Era un buongustaio. Divorava delle ostriche al limone e le masticava lentamente. I muscoli vivi del mollusco si stritolavano tra le sue mascelle producendo uno strano squittio che pareva l'ultimo lamento di un condannato a morte. Dotti prese nota: quindici. Fu poi la volta della pietanza e della frutta. Nulla più da trascrivere. Lo seguì nel suo studio.
Aiutandosi con una grande lente, lo vide leggere quelle sue carte militari che aveva avuto modo di consultare quando era riuscito ad aprire la cassaforte. Teneva davanti a sé un gran foglio e con un pennarello tracciava delle linee e dei cerchi che subito numerava. Non aveva mai capito perché quel paese straniero, il cui stemma era in bella evidenza su ciascuno di quei fogli, si servisse di un biologo come consulente militare. Forse il segreto stava in quel suo laboratorio dove trascorreva parte della sua giornata.

* * *

Appena il professore aprì la gabbia, la scimmietta gli saltò in braccio e lo strinse al collo. Era una resus ed era la più affezionata. Ormai l'aveva più di un anno ed era soltanto lui che l'accudiva e le portava da mangiare. Anche questa volta le diede due banane e un sacchetto di noccioline. L'indomani sarebbe stato il gran giorno. L'avrebbe fatta accoppiare con un maschio della sua stessa razza. Sarebbe stato fortunato se avesse potuto avere da lei un suo piccolo. Era di capitale importanza. Doveva avere una conferma. Solo così la sua teoria poteva essere provata.
Prese una piccola siringa e le prelevò un poco di sangue. L'animale non protestò, evidentemente era abituata a quel genere di sevizie. Divenne solo un po' più querula con quei suoni gutturali che terminavano in un acuto stonato e più pressante. Gli danzò attorno, come faceva sempre quando aspettava una ricompensa. Si acquietò soltanto quando ebbe in mano la seconda banana.
Il professore preparò un vetrino e lo stette ad osservare per un poco di tempo sotto al microscopio. Prese ancora un poco di sangue e lo distribuì nell'analizzatore elettronico. Lesse i risultati. Non c'era alcun dubbio il virus c'era ancora. Anzi sembrava molto rinvigorito ed aumentato di numero. Era prossimo alla vittoria. L'ultima conferma doveva giungere da Nerina, la scimmietta.
Dotti l'aveva seguito nel laboratorio, ossessionato dall'idea che lì avrebbe trovato una risposta ai tanti misteri della sua missione. Le altre volte lo aveva lasciato solo. Approfittando del fatto che in quell'ambiente c'era poco da contare, aveva preferito trascorrere il suo tempo col suo amico. Non era il caso di stargli vicino. Nel laboratorio non c'era nessun morto ammazzato. Semmai molte nascite. Soprattutto virus e bacilli. Ed a lui queste non interessavano affatto. Ma da quando gli scoperse quelle carte militari il discorso era cambiato. Ora era convinto che fra non molto avrebbe raggiunto la spiegazione che cercava. A dire il vero da qualche mese aveva notato che il suo sosia aveva molto cambiato le sue abitudini, generalmente propense al compromesso, in una meticolosità esasperante.
Il professore dopo avere dato da mangiare ai suoi topi ed avere cosparso di mangime l'acquario, si tolse i guanti e si lavò accuratamente le mani, dopo averle sterilizzate con una sostanza disinfettante. Dotti avvicinò il suo rilevatore ma stranamente l'apparecchio non registrò alcun decesso microbico. Le sue mani erano perfettamente sterili prima ancora di cospargerle del potente antisettico. Si avvicinò ai suoi guanti, posati sul bancone d'analisi, e li osservò da vicino. Erano cosparsi di un'infinità di virus e di batteri vivi. Nessun morto ammazzato. Registrò solo qualche inservibile decesso naturale. Come aveva fatto a mantenere le sue mani sterili se la sepsi di quei guanti raggiungeva livelli molto elevati? Nonostante facesse lavorare la sua mente non riuscì a darsi una spiegazione.
Raggiunse il suo sosia in bagno e di lì lo accompagnò a letto. La giornata non era stata delle migliori e lui si sentiva molto stanco. D'altronde in quella bella casa si sentiva completamente a suo agio. Attese qualche minuto finché non sentì il professore russare. Poi scese nuovamente la grande scalinata che portava al piano terreno e si sistemò nello studio.
Voleva portare a termine il lavoro cominciato il giorno prima.

* * *

Antoin Kouyu, il giardiniere del professore, era intento a potare una bordura di biancospino che orlava la piscina. Nessuno si era accorto che lui era una persona civile e colta, che aveva conseguito una laurea in lettere, che parlava correntemente tre lingue, oltre al suo dialetto congolese, e che aveva accettato di impiegarsi dal professore unicamente perché al suo paese non sapeva come sbarcare il lunario. Nemmeno lui, il professore, pure compiacendosi per la sua bravura, era mai andato oltre un interessamento generico. Lo considerava esclusivamente per come se la cavava nella sua nuova attività di curatore delle sue piante. Il salario gli consentiva di vivere abbastanza bene e di mandare ogni due mesi anche qualcosa ai suoi. Oramai era più di due anni che non rientrava in patria.
Aveva cercato invano di mettere a frutto la laurea, ma il paese ospitante non riconosceva il titolo di studio, mentre il suo paese era troppo povero per consentirgli un impiego ben remunerato. Cominciò facendo l'ambulante, il vù cumprà; ma dovette smettere dopo solo un mese perché il suo datore di lavoro era stato arrestato per ricettazione. Mancò poco che fosse incriminato anche lui.
Si riunì con altri suoi compatrioti, in un alloggio di fortuna, alla periferia della città. Visse così con la solidarietà dei suoi amici ancora per due mesi. Poi dovette abbandonarli perché volevano iniziarlo allo spaccio di droga. Finalmente un giorno si incontrò in metropolitana con Lilawan, una filippina emigrata da oltre tre anni, con la quale strinse una tenera amicizia. Un giorno lei gli disse che il suo padrone cercava un giardiniere, e così trovò il suo primo impiego decente, con vitto e alloggio signorili, ed una paga che al suo paese non percepiva nemmeno il più quotato professionista.
Aveva una corporatura atletica e la pelle di un nero ebano intenso. I suoi occhi molto grandi sembravano due fanali in un viso affilato, ma dai lineamenti armonici e aristocratici. Il distacco dalla sua famiglia all'inizio fu traumatico. Prima di inserissi definitivamente aveva dovuto subire penose umiliazioni. Molto peggio di quando si era recato a Brazzeville da Ololi, suo paese natale ai confini col Gabon, per frequentarvi l'Università, dopo avere vinto una borsa di studio.
Aveva percorso quei cinquecento chilometri che lo separavano dalla capitale in parte a piedi e in parte con mezzi di fortuna. Aveva calzato le scarpe solo dopo avere varcato i cancelli dell'Ateneo. I suoi non avevano potuto pagargli il viaggio ed era già molto se erano riusciti a rimediargli un abito decente che non lo facesse eccessivamente sfigurare di fronte ai suoi nuovi compagni di studio. L'accoglienza che gli riservarono fu tutt'altro che cordiale. Al suo passaggio, i gruppi di studenti sparsi nel Campus, lo scansarono tenendosi il naso stretto tra il pollice e l'indice. Forse aveva sbagliato abbigliamento ma certamente non si poteva dire che puzzasse. Si era lavato bene nella tinozza prima di mettersi in viaggio e si era cosparso abbondantemente il corpo di acqua di colonia. Tutti gli altri vestivano molto semplicemente mentre il suo abito della festa era perfetto ed i suoi pantaloni avevano una riga talmente dritta che si sarebbe detto fosse stata inamidata. Anche la sua camicia aveva una pettorina operata ed un colletto alto con le punte rigide che a mala pena consentivano la fuoriuscita di uno striminzito nodo di cravatta a fiorami. Forse tutto ciò stonava terribilmente. O forse era quel suo camminare, come sui carboni ardenti, per via della scarsa dimestichezza con le calzature o semplicemente perché si trattava di un paio di scarpe nuove di un colore indefinito che in città non aveva visto ai piedi di nessuno. Per qualche tempo si avvilì talmente che già pensava di rinunciare e di tornarsene a casa. Lo studio non era fatto per lui. Ma più tardi tutto si appianò. Dopo qualche mese si accorse di non essere il solo sotto il mirino degli anziani. Quel trattamento veniva riservato a tutte le matricole.
Diventò uno studente modello e seppe coltivarsi preziose amicizie, ma anche molte invidie. Era sempre a lui che i professori si rivolgevano quando dovevano preparare le dispense o quando era necessario organizzare la festa delle matricole o quella di fine d'anno. Durante l'estate, non potendo raggiungere i suoi in vacanza come i suoi compagni, doveva lavorare sodo per potersi mantenere. Fu lì che imparò a coltivare i fiori, presso la moglie dell'economo che aveva un bel giardino e, oltre al vitto gli elargiva un poco di soldi per i suoi svaghi innocenti: qualche film, qualche libro e pochi vizi.
I rapporti con Lilawan erano stati molto intimi durante i primi mesi. Ma successivamente si erano raffreddati. La donna aveva preferito legare con l'autista che essendo del luogo le dava una garanzia maggiore: si chiamava Giuseppe, era di media statura, tarchiato, di circa quarant'anni, al servizio del professore da quasi dieci. La sua anzianità gli dava il privilegio di avere, nella dependence, un quartierino tutto per conto suo e possedere una vettura privata che teneva nel vasto garage assieme alla limousine ed alla mercedes cupé del suo padrone. Era il capo indiscusso della servitù. Difficilmente gli altri due si rivolgevano direttamente al professore. Generalmente lo facevano per il suo tramite.
La casa era governata dalla cuoca-cameriera con il saltuario aiuto di Antoin che oltre al giardino aveva il compito di tenere pulito il laboratorio e gli stabulari. Era il solo ammesso in quei locali. Seguendo le istruzioni del suo padrone, si occupava talvolta anche dei pasti degli animali che però venivano confezionati sotto la stretta sorveglianza del professore.

* * *

Quella mattina Dotti sapeva che se voleva poteva stare a casa. Era domenica ed il suo sosia avrebbe trascorso quasi tutta la sua giornata fra le mura domestiche. Sarebbe stata una giornata di riposo anche per lui. Poteva segnare i dati della conta a memoria. Non c'era bisogno di stare accanto a lui per verificare di persona. Sapeva cosa e quanti ne avrebbe ammazzati in tutta la giornata. Avrebbe cominciato col fare un'ecatombe di microbi col pre-barba; poi con il disinfettante per le mani; infine una strage di insetti con la disinfestazione degli animali nello stabulario. In quest'ultimo caso nonostante l'insetticida fosse cosparso da Antoin le morti ammazzate dovevano essere addebitate a lui come unico mandante e responsabile. A questo proposito ricordava di avere avuto una spiacevole discussione con Raffi proprio perché lui sosteneva che dovessero essere addebitati al giardiniere.
La cosa ebbe il suo naturale chiarimento quando un giorno il professore si accorse che i suoi animali avevano ancora qualche parassita. Avvenne il finimondo. Risalì nello studio. Si sedette dietro la scrivania e chiamò al telefono Giuseppe. Il suo autista fu informato dell'accaduto; ed a sua volta provvide a comunicare ad Antoin che era stato multato del salario di un intera giornata lavorativa. La prossima volta avrebbe fatto più attenzione. Nemmeno il più piccolo essere vivente doveva scorrazzare nella pelle dei suoi animali. Lo tenesse bene a mente.
A questo punto non potevano esserci dubbi. Il giardiniere non aveva nessuna colpa. La conta doveva essere a carico del professore.
Nonostante avesse previsto il lavoro della sua giornata, Dotti si decise di stare accanto a lui. Il professore si era alzato, come suo solito, a mezza mattina, completamente riposato e aveva dormito dalle undici della sera fino alle dieci e mezza del mattino: più di undici ore.
La giornata era calda, ma ventilata da una leggera brezza di ponente che ne mitigava la canicola. Tutto si svolse come già era stato previsto e la conta non ebbe bisogno di essere corretta, almeno fino a quando il suo uomo a sera inoltrata non si diresse verso il laboratorio. Entrarono contemporaneamente e l'ambiente si presentò ordinato come al solito. Un odore acre di disinfettate copriva, ma non molto, il caratteristico fetore che emanavano gli animali. Nerina, la 'macaco mulatta' che doveva convolare a nozze era irrequieta e saltava da un trespolo all'altro della gabbia senza mai fermarsi. Il professore le si avvicinò e le grattò la testa per calmarla. Poi prese da un'altra gabbia il maschio e lo mise assieme a lei. Perché si accoppiassero sarebbe stato necessario la totale assenza di guardoni disturbatori. Così uscì e si mise di fronte al monitor in una stanza accanto. Doveva essere assolutamente certo dell'accoppiamento. I due animali prima si guardarono con diffidenza e per qualche tempo ciascuno rimase appollaiato nel suo angolo. Poi lentamente Nerina si avvicinò al maschio e gli mostrò il sedere calloso in segno di sottomissione. Il maschio parve apprezzare questo gesto; poi, dopo essere rimasto ancora qualche minuto indifferente, balzò dal suo trespolo e le saltò addosso. L'accoppiamento durò solo pochi minuti. Il professore rimise Nerina nella sua gabbia e se ne andò a dormire.
Dotti non resistette; e quando anche Antoin e Giuseppe si furono ritirati nelle loro stanze, volle ridiscendere nel laboratorio. Portò con sé anche la pergamena che aveva trovato nella libreria. Appena varcata la soglia non accese subito la luce. Si diresse ai tre finestrini alti che si affacciavano nel giardino e li chiuse meticolosamente con gli scurini. Il cigolio delle pomelle arrugginite svegliò gran parte degli animali che si misero a fare un baccano infernale. Soltanto la luce intensa che si sprigionò dalle grosse lampade appese al soffitto li acquietò. Le scimmie si appesero curiose alle sbarre; i pesci dell'acquario non sbatterono più i loro musi sui vetri; i volatili smisero di starnazzare e si posarono sui rami scarniti della grande voliera; i triceti e i conigli smisero di correre e qualcuno si levò sulle zampe posteriori per osservare meglio.
Dotti si avvicinò alla scrivania e dopo avere prelevato un piccolo frammento della pergamena, la osservò al microscopio elettronico. Non c'era alcun dubbio, era autentica; dal suo contenuto, si poteva farla risalire tra il 60 e il 20 a.C. Doveva essere certamente un cimelio di grande valore. Nonostante il poema fosse un'arcigna adesione alla filosofia epicurea e quindi in polemica con la religione tradizionale romana esso si apriva con un'invocazione a Venere che così recitava:

<<Genitrice della stirpe di Enea, piacere degli uomini e degli dei, alma Venere, che al volger delle stelle nel cielo riempi di vita il mare popolato di navi e le terre fiorenti di messi, poiché da te attinge la vita ogni famiglia d'esseri animati, e al suo nascere si bea della luce del sole, te, dea, fuggono i venti procellosi, al tuo arrivo i nembi sgombrano il cielo, al tocco lieve dei tuoi piedi la terra si cosparge d'un variopinto tappeto di fiori, ti arridono le onde del mare e il cielo rasserenato, risplende in un trionfo di luce... Ogni creatura vinta da letizia ti segue cupida ovunque il tuo fremito la stimola. Insomma pei mari e pei monti e pei fiumi devastatori e per le dimore fronzute degli uccelli e pei campi verdeggianti, infondendo a tutti nel petto il suadente amore, fai che le età, stirpe da stirpe, nella brama si continuino.>>

Più avanti si parlava della tragica vanità della vita umana:
<<....<<E inoltre la natura perch nutre ed accresce, per terra e per mare, la orrenda stirpe delle belve a danno di quella degli uomini? Perché le stagioni arrecano i loro morbi? Perché s'aggira la morte falciandoci anzitempo?>>
Ed ancora del funesto destino degli animali:

<<.<<Spesso dinnanzi ai santuari adorni degli dei, presso gli altari spiranti incensi, cade immolato un vitello, soffiando dal fianco un largo fiume di sangue; ma la madre orbata... riempie di gemiti il bosco fronzuto...>>

Quel poeta pagano, vissuto duemila anni prima, si poneva anche lui le loro stesse domande. Ma riguardavano prevalentemente la triste sorte degli umani sopraffatti dagli animali e di animali sacrificati dall'uomo. Quasi si trattasse di una battaglia ad armi pari o tutt'al più una periodica rivincita del piccolo sul grande quando le stagioni arrecavano i morbi. Nessun cenno alle stragi ed alle ecatombe di piccole ma numerose vite che popolano il pianeta. Era stato solo un caso, il suo, di imbattersi nel manoscritto che pareva redatto da meticolosi amanuensi soltanto qualche giorno prima?
Anche lui si era chiesto a chi poteva giovare l'accurata conta di tutte quelle vite stroncate dai loro due sosia; e seguendo idealmente quel poeta latino ora cercava di inoltrarsi in un terreno più profondo ma certamente più insidioso. Esisteva un rapporto, un qualche legame fra le vite di quegli esseri, grandi, piccoli e piccolissimi che cadevano sotto la sua conta? In un ambito più generale, era avvertita da qualcuno la loro perdita? A chi poteva interessare il numero delle loro dipartite per mano o volontà di quei due esseri umani?
Indubbiamente in alcuni esseri viventi abbastanza piccoli, ma sufficientemente osservabili, si notavano dei comportamenti cooperativi che somigliavano, in qualche modo, al comportamento affettivo degli uomini. Non a caso le formiche trasportavano le loro compagne ferite accidentalmente e provvedevano alle loro cure con la massima dedizione, talvolta anche a rischio della loro stessa vita. Che valore avevano, dunque, queste vite, se per salvaguardarne una se ne sacrificava un'altra? Quale necessità o arbitrio poteva giustificare questo operare? Tutte le vite sparse in questo pianeta erano vite individuali o appartenevano ad un unico ciclo vitale indivisibile? La vita poteva essere paragonata all'acqua o ad altri elementi chimici che contribuiscono alla vita, dove, quando questa vien meno, essi rimangono inalterati e possono ricongiungersi fra loro senza mutare la loro essenza?
Finora il suo sosia aveva impiegato un'esistenza per studiare con perseveranza le forme di vita più semplici, esaminando e modificando il loro patrimonio genetico. L'aveva seguito con la sua agenda, sperando di coglierlo in flagrante delitto quando, servendosi del microscopio elettronico, operava sui batteri e sui virus. Ma il più delle volte non era stato in grado di constatare nessun decesso. Anche dovendo ammettere che quell'operazione aveva totalmente cancellato quelle vite, la conta non l'aveva potuta fare. Mancavano i cadaveri, i corpi che avevano cessato di vivere. Senza cadavere non poteva essere registrato nessun decesso. Essi si erano soltanto trasformati in altri esseri totalmente diversi dai primi. Ma era passata con loro anche la vita dell'essere che li aveva generati? A rigor di logica no; quindi sarebbe stato giusto anche in questo caso eseguire la conta.

* * *

Quando una mattina il giardiniere entrò nel laboratorio per fare le pulizie non si fermò di fronte alla gabbia di Nerina, per grattarle la testa col suo gesto abituale. Solitamente le rivolgeva alcune parole di saluto e l'animale lo ricambiava stringendogli calorosamente la mano. Era il segnale che fra pochi minuti avrebbe distribuito le razioni di cibo e ciò spingeva gli altri animali ad agitarsi scompostamente nell'attesa. Ma quella mattina lui le passò davanti e si diresse altrove attratto dallo squittio di alcuni triceti che dimostravano un'animazione insolita. Una femmina era rimasta incastrata nell'abbeveratoio; con gesto delicato la prese per la collottola, la sollevò all'altezza del suo viso e con l'indice le grattò delicatamente la testa. Aveva il ventre molto grosso e si era trovata in difficoltà a passare nello stretto passaggio.
Nerina rimase rincantucciata nel suo angolo. Guardava l'uomo con diffidenza come se si trattasse di un estraneo. Antoin la chiamò ma lei non si mosse. Allora convinto si trattasse di un dispetto momentaneo, aprì la gabbia ed allungò la mano per accarezzarla. Ma mentre stava per raggiungerla, la scimmia gli afferrò strettamente il braccio e diede un morso al polso. Antoin non riuscì a trattenere un grido che ottenne il doppio effetto di fare allentare la presa e di creare un pandemonio tra gli altri animali. Notò che i denti dell'animale gli avevano procurato una ferita profonda e che il sangue colava copioso, forse aveva reciso un'arteria. Si avvicinò all'armadio del pronto soccorso, si disinfettò la ferita e si fasciò il polso con della garza. Poi come tutte le mattine si diede da fare per preparare il pasto degli animali.
Il professore lo raggiunse poco dopo e si mostrò seriamente preoccupato quando gli raccontò l'accaduto. Volle lui stesso medicare nuovamente la ferita e fece di tutto per fare fuoriuscire ancora dell'altro sangue. Lo rimproverò per la sua imprudenza con modi bruschi e con sguardo irato, assolutamente fuori dagli schemi usuali del suo comportamento in genere molto controllato e tollerante. Ciò meravigliò non poco il povero giardiniere. In fin dei conti era stato lui ad essere morso. Non sarebbe cascato il mondo per questo; la disinfezione era stata radicale ed al massimo, proprio per volere essere accorto, si sarebbe fatto il vaccino antirabbico. Si scusò per l'imprudenza e chiese il permesso di ritirarsi.
Per un poco il professore stette a guardare Nerina che si dondolava imbronciata in un canto. Poi si mise due robusti guanti di pelle e aprì la sua gabbia. L'animale non si mosse dal suo posto e si lasciò prendere senza protestare. L'uomo se la prese in braccio e le accarezzò il capo. Lei si accucciò mansueta nascondendo il viso nella sua spalla. Non vide così che la sua mano libera aveva aperto un cassetto della scrivania e ne aveva tratto una pistola ad ago simile a quelle che adoperano i macellai per abbattere i maiali. Gliela puntò alla nuca e, sempre accarezzandole la testa, tirò il grilletto. L'animale ciondolò inerte su d'un fianco senza emettere un gemito con la testa reclinata da un lato. Nessuna manifestazione cruenta. Soltanto il macaco maschio diede segno di irrequietezza e parve accorgersi del delitto che si era consumato davanti ai suoi occhi. Il professore la depose su un gran tavolo di marmo candido e si attrezzò per aprirle il ventre. Fece un grande taglio centrale. Ne estrasse l'utero e le ovaie e le mise in una bacinella.
Il professore ora non sembrava più interessato al corpo di Nerina. La sua attenzione era focalizzata su quei pochi visceri che aveva estratto. Raccolse in una provetta il sangue sieroso e lavò accuratamente la parte asportata. Riprese il bisturi e con molta attenzione fece un'incisione nell'utero. I suoi movimenti erano molto precisi e calibrati. Sembrava che l'operazione non riguardasse un pezzo anatomico ma un essere vivente. Quando lo ebbe aperto si chinò ad osservarne l'interno membranoso con una grande lente. Ad occhio nudo quella piccola papilla che si era annidata fra le pieghe dell'endometrio non si sarebbe potuta vedere. La staccò delicatamente con una lunga pinza affilata e depositò il piccolo frammento in un brodo di cultura dentro una provetta. Trasferì le due ampolle in un piccolo apparecchio e con una manopola ne regolò la temperatura a trentasette gradi. Il corpo di Nerina finì dentro un frigorifero assieme alle altre frattaglie.

* * *

Dotti aveva seguito tutte le mosse del suo sosia. Aveva anche allungato lo sguardo per cercare di vedere, attraverso quella grande lente, cosa stesse facendo di tanto importante da valere il sacrificio della vita di quella povera scimmietta. Riuscì solamente a capire che si trattava di qualcosa riguardante la sfera degli organi di riproduzione. Qualcosa che aveva attinenza alla fecondazione dell'ovulo di Nerina. Oppure doveva trattarsi di qualche manipolazione genetica particolare. Certamente la parte anatomica asportata doveva essere per il professore di un'importanza notevole. Ma la cosa lo riguardava soltanto marginalmente; la sua consegna era di effettuare la conta e questa volta la difficoltà consisteva non nel prendere nota della morte di Nerina ma nello stabilire in quale momento tutti quei miliardi di virus e bacilli che lei ospitava sarebbero morti. Ad un tratto vide attraverso la finestra il suo amico Raffi. Lo fece entrare e gli raccontò quanto aveva visto.
- "Hai segnato anche la morte dell'ovulo di Nerina? " - Gli chiese Raffi.
- "No; è ancora vivo." -
- "Non ti pare tuttavia che io avrei dovuto segnare la morte di un ovulo quando, la mia contadina si è accoppiata, visto che aveva preso una pillola anticoncezionale poco prima?" -
-"Vedi, caro amico, questa tua domanda mi dà modo di riflettere su un fatto che pone la nostra conta su un livello differenziale. Nella donna l'ovulo è uno solo a morire o a non nascere se si usano particolari anticoncezionali, mentre nell'uomo i gameti sono centinaia di milioni per eiaculazione." -
- "Bene, e con questo? Avrei dovuto segnarlo o no?" -
- " Se la conta pone i due sessi allo stesso livello, ciò significa che - qualunque sarà il senso di questa operazione - essa deve comunque seguire un criterio paritetico." -
- "Non ti seguo. Vedi se riesci ad essere più chiaro." -
- " Beh, detto in soldoni, se così non fosse uno dei due sessi risulterebbe svantaggiato perché nello stesso frangente fisiologico, il maschio produce più gameti e la femmina un solo ovulo." -
- "Cioè, vuoi dire che l'uno ha maggiori possibilità dell'altra di essere inserito nella conta?" -
- "Certamente! Ricordi cosa ci dissero prima di darci l'incarico? <<Vi raccomandiamo la massima imparzialità>>". -
- "E non ti viene in mente nulla per spiegare tutto questo?" -
- Per spiegarlo no, ma per fare delle congetture si. Non credi che questo possa riferirsi ad una discriminazione di fatto, che pure mantenendo paritetico il risultato della conta in definitiva penalizzi il maschio?" -
- "In che senso?" -
- " Partendo dalla constatazione che in realtà esiste una differenza notevole nella vita media dei due sessi." -
- "Fin qui ci arrivo anch'io. Si tratta di oltre sette anni di differenza, se ricordo bene." -
- "Ricordi benissimo! Tenendo presente ciò possiamo supporre che se la conta venisse fatta, ad esempio, per segnare il limite di vita di ciascuno..." -
- "Sono nuovamente in alto mare" -
- " Ma è logico, no? Se ci fai caso le differenze sostanziali fra i due sessi non sono tanto legate all'anatomia del sesso quanto alla sua funzionalità. Se per i maschi tu aggiungi anche i gameti uccisi, loro arrivano a quel fatidico traguardo prima delle femmine." -
- "E quando scatterebbe questo traguardo?"-
- "Non lo immagino nemmeno, ma mi piacerebbe saperlo." -

* * *

Antoin, si ristabilì perfettamente ed ottenne dal professore una licenza di un mese da trascorrere al suo paese. Appena vi arrivò nessuno lo riconobbe. A parte i suoi abiti di taglio impeccabile, anche il suo accento aveva subito una notevole trasformazione. Solo Tania, la sua ragazza, gli si buttò al collo non appena la corriera lo depositò in quella landa desolata.
Fu una vacanza di sogno. Il fatto di avere portato un bel gruzzolo di soldi alla famiglia lo fece passare per un benestante e tutti fecero a gara per accaparrarsi la sua compagnia e farsi raccontare le storie di un mondo dove nella giornata si mangia almeno tre volte, si va in giro solo in macchina e si lavora solo otto ore in cinque giorni della settimana. Ma lui preferiva trascorrere il suo tempo con Tania.
Si allontanarono dal villaggio di capanne, fatte di fango e paglia, e si inoltrarono nella savana, tenendosi per mano, percorrendo sentieri inesplorati e fermandosi spesso per baciarsi appassionatamente. Lei si concesse senza falsi pudori. Dopo alcune schermaglie, condotte senza molta convinzione, si lasciò adagiare sull'erba fresca e gli permise di violare la sua verginità, peraltro già violata dallo stregone.
Era una ragazza di appena tredici anni e i suoi genitori furono abbastanza d'accordo nel permettere che stessero insieme anche la notte. Si era celebrato un accordo con la famiglia, dietro il pagamento di una somma che sarebbe servita per la dote. Non vi era stata nessuna promessa di matrimonio. Soltanto un patto a termine. Tutti d'altronde sapevano che lui fra poco sarebbe ripartito.
Quella mattina mentre si trovavano sotto un grande albero di teck, su un'erba molto tenera cresciuta tra le grandi radici simili ai tentacoli di una piovra, lei gli disse:
- "Fra qualche giorno dovrai partire ed io voglio di te un ricordo duraturo. Chissà se ti rivedrò ancora. Ti prego non mettere quella cosa di gomma. Voglio sentirti tutto dentro di me." -
- "Come vuoi. Ma bada che potrei metterti in cinta" -
- "Sarebbe una cosa bellissima. Avrei per sempre il ricordo più bello di te." -
Antoin, prima riluttante, si fece convincere quando gli disse:
- " Dovresti saperlo che un figlio significa un valido aiuto anche per tutta la mia famiglia. " -
Non si fece più pregare e da quel giorno si amarono liberamente.
Quando il mese di ferie finì, Antoin dovette ritornare al suo lavoro dopo aver promesso a Tania che il prossimo anno sarebbe tornato e l'avrebbe sposata.
Le cose alla villa non erano molto mutate, tranne forse l'umore del professore che sin dal suo rientro manifestò nei suoi confronti un modo di fare piuttosto ansioso e circospetto. Volle sottoporlo alle più sofisticate analisi ed un giorno gli disse senza mezzi termini che il morso della scimmietta poteva avere compromesso seriamente la sua salute. Non volle, tuttavia, mai dirgli di cosa si trattasse.

* * *

Quando Dotti e Raffi arrivarono, i loro colleghi erano già seduti sugli alti scanni di antimateria pregiata ed attendevano pazienti, sgranocchiando pop-corn, che i commessi avevano distribuito in gran copia, nei sacchettini di cellofan. L'atmosfera aveva un non so che di solenne, facilmente riscontrabile anche nei visi di tutti i convenuti che chiacchieravano a voce sommessa ed ammiccavano al podio dove Dotti e Raffi si erano rannicchiati cercando di defilarsi il più possibile dietro una colonna dell'emiciclo.
Ad un tratto il mormorio della grande sala cessò ed il Capo dai capelli bianchi fluenti ed una barba che arrivava quasi fino ai piedi, prese posto al centro dando le spalle ad una parete fatta di niente, dalla quale penetrava una luce di mille colori e l'intenso profumo dei fiori di primavera. Scostò i suoi capelli dal viso, raccolse la barba sulla spalla destra e comunicò senza proferire parola, nel più assoluto silenzio, con la moltitudine degli astanti:
- "Questo è un momento grave e del tutto eccezionale. A nessuno è dato di distrarsi o di interferire fino a quando non avrò espresso pienamente tutto il mio pensiero!" -
Raffi si strinse ancora di più all'amico e gli sussurrò ad un orecchio:
- "E' certamente molto cambiato dall'ultima volta che ci diede l'incarico!" -
- "Si, me ne sono accorto e per giunta oggi è di umore pessimo" -
Dopo una così lunga permanenza sulla terra avevano dimenticato che interferire significava anche soltanto pensare a qualcosa di diverso. Così, appena ebbero finito di sussurrare la frase, una voce tuonò nell'ampio emiciclo turbando per un attimo quel silenzio:
- "Quanto ho detto è valido anche per i due convocati speciali. Prego, facciano silenzio!" -
I due si strinsero vieppiù alla colonna, quasi a cercare riparo, e attesero. Cessata l'eco di quella frase il Capo riprese a comunicare in silenzio:
- "Non ho bisogno di aggiungere che i convocati hanno la possibilità di esprimere i loro giudizi solo quando ne saranno richiesti."-
Passò con gesto solenne la sua barba sulla spalla sinistra e attivando i canali di comunicazione generali proseguì:
- "Ho richiamato i due convocati per contestare loro la più grave delle infrazioni: l'omissione, nei rapporti giornalieri, di fatti riguardanti la più grande strage del secolo sulla terra. Il Dotti è accusato di grave negligenza nella conta del suo sosia ed il Raffi, che ne era a conoscenza, per la mancata denuncia dello stesso. Sin dai primi giorni dello scorso anno, il Dotti era al corrente degli esperimenti di ingegneria genetica intrapresi dal suo sosia e ci risulta che di ciò ne parlò a lungo anche col suo amico. I loro rapporti non menzionano assolutamente questa circostanza. Vuole comunicare il Dotti - utilizzando il mio canale privato - il perché di questo suo comportamento?" -
Era stato chiamato direttamente in causa e si affrettò a sintonizzare la sua mente sul canale principale così che le sue dichiarazioni, soltanto pensate, fossero captate solo dall'interpellante. Fu poi la volta del suo amico che fu pregato di usare la stessa sintonia. Dotti in verità non aveva molto da dire e si limitò a proclamare la sua completa estraneità riguardo ai fatti a lui ascritti.
Il Capo, dopo avere contestato, sui canali privati, alcune affermazioni dei due, si collegò ai canali circolari e comunico:
-"Noi siamo già da diversi mesi a conoscenza dei risultati di questi esperimenti del professore, ma li abbiamo appresi da altri informatori. Sapevamo solo che lo scienziato operava in questo delicato settore finanziato da una potenza straniera che avrebbe tratto vantaggio dalle sue manipolazioni. Non abbiamo manifestato alcuna particolare apprensione proprio perché pensavamo che la questione fosse sotto il controllo del Dotti. Ora, a distanza di un anno dalla scoperta, apprendiamo che alcuni virus, modificati nella loro struttura genetica, sono stati costruiti per annientare il patrimonio immunitario di milioni di esseri viventi. Questo era lo scopo esclusivo della ricerca e la ragione prima dello Stato finanziatore che li avrebbe utilizzati in ordigni batteriologici per rendere inoffensive, oltreché le truppe combattenti, anche l'intera popolazione dei territori nemici. Ma evidentemente qualcosa non ha funzionato secondo i piani previsti ed i virus si sono accidentalmente dispersi per il mondo prima ancora che potessero essere ceduti alla potenza committente. Questo frangente - relativamente grave per quanto riguarda i decessi di milioni di individui accidentalmente infettati dal morso di una scimmia, ma di esclusiva pertinenza del libero arbitrio del genere umano - ora ci porta a rivedere sostanzialmente tutti i dati della conta forniti a suo tempo dal Dotti, la negligenza del quale ha sovvertito tutti i nostri principi costringendoci, per più anni, a tenere in vita un essere umano così spregevole. Da questo momento apro ogni vostro singolo canale privato e rimango in ascolto per sentire le soluzioni che vorrete proporre." -
Per diverse ore l'unica cosa che mutò in tutto l'emiciclo fu la luce del grande tabellone posto ad un lato della sala. Man mano che ciascuno conferiva sul canale privato, una lampadina si accendeva indicando il posto occupato dal referente. Quando anche l'ultima luce si spense, il Capo riprese a comunicare silenziosamente sul canale circolare:
- "Ho sentito le vostre opinioni e vi ringrazio. Fra le soluzioni che mi avete proposte ve ne sono di veramente costruttive e originali che verranno da me ponderate accuratamente. Qualcuno vorrebbe che l'esimio professore 'fuori quota' avesse il trattamento speciale che riservammo a Nobel, a Fermi, e a tanti altri che fornirono strumenti di distruzione di massa. Ma io non sono d'accordo. Non possiamo includere il professore fra questi personaggi; se lo facessimo commetteremo una grande ingiustizia. Se è vero che nei primi la distruzione è stata operata sempre da terze persone che usarono questi strumenti per sterminare ed uccidere, tuttavia non bisogna dimenticare che gli stessi possono essere impiegati largamente anche per un uso pacifico e civile: è solo agli utilizzatori che noi ne imputiamo il cattivo uso. Nel secondo caso non vi è alcuna alternativa. Il nostro professore - che avrebbe potuto usare il suo sapere per invenzioni utili - si è dedicato invece ad un opera criminale di distruzione che sfugge a qualunque controllo dei terzi. Il caso ha voluto che ad innescare casualmente la scintilla fosse proprio lui personalmente ed è giusto che sia lui solo a pagare per tutte le sue malefatte passate, presenti e future." -
L'uditorio si era fatto attento in attesa di conoscere quale sarebbe stato il verdetto finale. Raffi e Dotti ora non si nascondevano più e - quasi consapevoli di meritare una grave punizione - si offrivano ritti sui loro scanni agli occhi degli inquisitori. Il Capo, dopo essersi passato la barba sull'altra spalla continuò:
- " Qualcuno fra voi mi ha anche suggerito di modificare le regole solo per questa volta. Ebbene ciò non è possibile. L'universale armonia ne verrebbe compromessa irrimediabilmente. A nessuno è consentito di infrangere le regole della conta. E in questo momento il nostro professore si trova in una posizione del tutto anomala. Solo lui, nei millenni di storia dell'uomo, è andato al di là delle sue reali possibilità di esistenza. Per porre rimedio a ciò è indispensabile che si addivenga ad un bilanciamento attraverso l'annullamento della personalità del professore in un'altra che presenti un credito di conta notevole. Io proporrei la sua trasmutazione in uno dei suoi stessi virus." -
Questa soluzione trovò consenziente tutto l'emiciclo e nel silenzio più totale cominciò a serpeggiare un bisbiglio di frasi dette senza muovere le labbra, fintanto che il Capo non riprese a comunicare:
- "Mi fa molto piacere che questa soluzione sia stata accettata favorevolmente da tutti. Bisognerà attuarla al più presto! Rimane comunque il problema dei nostri due Raffi e Dotti. Il primo ha avuto solo il torto di lasciarsi plagiare dal suo compagno e, se sarete d'accordo, proporrei di rimandarlo a contare la sua contadina col pallottoliere. Per il secondo, che ha avuto la presunzione di risolvere autonomamente problemi che non entravano nei suoi compiti e si è spinto troppo in avanti, trascurando i suoi doveri principali, proporrei di permettergli di studiare meglio la questione, riducendolo a sosia del virus in cui trasformeremo il professore" -
Un frenetico applauso coronò le sue ultime parole silenziose e la sala fremette per alcuni minuti investita da uno scrosciante rumore simile ad una cascata. Raffi lentamente si scostò dal suo amico e si mischiò tra gli altri. Dotti rimase solo e tornò a rannicchiarsi dietro alla colonna per sfuggire agli sguardi dei compagni che avevano gli occhi puntati su di lui.

* * *

La trasformazione del professore avvenne in modo rapido. Mentre stava nel suo laboratorio, dietro la sua scrivania, ad osservare al microscopio una colonia di virus, ad un tratto si ritrovò dentro al vetrino, assieme a tanti altri piccoli esseri, senza rendersi conto del cambiamento subito.
Qualcuno dei suoi servitori, forse l'autista, fu incaricato di sporgere denuncia alla polizia per sospetto di rapimento: aveva trovato sulla sua scrivania tracce di sangue che corrispondevano al gruppo sanguigno del professore. Il giornale cittadino diede la notizia a lettere cubitali: il professore era scomparso dopo essersi recato all'estero e si sospettava un rapimento da parte dei servizi segreti di una potenza straniera.
Ma per Dotti le cose non furono così semplici: fu necessario utilizzare una particolare cerimonia per la sua trasformazione. Poiché la sentenza fu resa subito esecutiva, si riunirono tutti all'aperto e lui fu sistemato al centro legato ad un palo. Essendo formato di antimateria non poteva essere disintegrato e ricostruito come era capitato al professore, occorreva riequilibrare le tensioni distruggendo il suo ectoplasma molto lentamente. Operazione che poteva essere effettuata soltanto dai suoi stessi simili. Così tutti passarono accanto a lui e ne staccarono un pezzetto che ingoiarono facilmente. Quando non rimase di lui quasi niente, il Capo silenziosamente ordinò che quel briciolo infinitesimo di antimateria gli fosse portato accanto. Lo soppesò nella sua bilancia elettronica, si accertò che il suo peso equivalesse a quello del virus, poi, facendo schioccare le sue dita, lo spedì sulla terra accanto al virus del professore.
Lui purtroppo non aveva perso nulla della cerimonia cruenta ed aveva sofferto le pene dell'inferno vedendosi per migliaia di volte defraudare del suo prezioso ectoplasma umano. La memoria dei tempi trascorsi come sosia del professore rimase molto viva e cercò disperatamente di mettere ordine alle sue idee adeguandole a quella nuova dimensione. Riconobbe il suo virus materia e questa volta cercò di stargli il più possibile vicino senza perderlo mai di vista.
L'ambiente rarefatto in cui ora si trovava non gli consentiva più di spingere il suo sguardo oltre la sua stessa dimensione. Tuttavia poteva facilmente vedere il suo sosia, diventato come una piovra famelica dai mille tentacoli, affaccendarsi, con altri virus suoi simili, a penetrare cellule viventi in un amplesso orgiastico senza nascite, ma per fagocitare ogni difesa ed occupare lo spazio vitale conquistato.
Aveva conservato ogni traccia di memoria precedente e per un attimo si fece prendere dallo sconforto. Gli sarebbero mancati moltissimo il suo bel computer e quell'aria tersa che ogni mattina respirava a grandi boccate nella bella villa del professore. Qui i ritmi erano molto più rapidi, e le morti delle singole cellule ad opera del suo sosia lo tenevano occupato per gran parte della giornata non più scandita dall'alba e dal tramonto del sole, ma dal degradarsi della cellula invasa che scoppiava in mille pezzi oscurandogli la vista per un bel pezzo. E questo si manifestava ad un ritmo impressionante. In quell'inferno di cellule morte non si chiese più la ragione della vita, ma comprese che di vita si vive e di vita si muore in un'alternarsi di vicende che valgono soltanto a tenere compatto l'universo.



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