FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







INGORGO

Tana Ferrara




Era una piovosa notte di primavera e, per una strada stretta del centro non c'era pace. Era una strada piccola eppure una delle pochissime arterie della zona che convogliasse gli autoveicoli dalla periferia verso il centro storico vero e proprio, grazie ad un mal studiato sistema di sensi unici e passaggi pedonali. Ma le auto che ogni notte, soprattutto nel weekend, vi transitavano una in fila all'altra, trovavano la loro ragione di essere in quel posto dalla moltitudine di locali presenti alle spalle della via stessa. Si era infatti in quello che, molto indietro nel tempo, veniva definito come il quartiere artistico della città, poco rispettabile e raccomandabile, quindi tutto sommato dotato di un certo fascino bohemièn, un po' maledetto per via dei morti di fame, spesso rivelatisi autentici ladri, e delle puttane che lo infestavano. Ora, tutte le maledizioni che il quartiere conservava erano quelle che i malcapitati abitanti di esso lanciavano all'indirizzo degli avventori dei clubs presenti in zona. Ogni notte uno stormo di varesotti, pavesini, bergamaschi e simile fauna infestava le vie del circondario, invadendo, con il tipico clamore della peggior provincialeria cafona, quella viuzza lasticata di pavet. Le automobili venivano posteggiate in seconda o terza fila su entrambi i lati della strada, causando irrimediabilmente drammatici ingorghi che rallentavano la circolazione del settanta per cento rispetto alla normalità. In più i cialtroni che invadevano la via con i loro fiammanti superturbo, non trovavano maggior divertimento che suonare i clacson all'impazzata fino alle quattro del mattino. Inscatolati e intrappolati come topi, questi fascistelli ignoranti come bestie al macello, avviluppati nella loro giacchetta di renna e col curatissimo ricciolo puzzolente di lacca, tenevano una mano intermittente premuta sul volante e l'altra salda dentro le cosce della fidanzata che sedeva accanto, in genere una squinzia disgustosamente truccata che avrebbe fatto venire i sudori freddi alle stesse meretrici che tempo addietro avevano, con la loro opera, reso il quartiere un'attrattiva turistica.
Tutti i weekends era la stessa storia. Ma quella notte, un uomo dalla camicia da notte azzurra scostò le veneziane della sua finestra, aprì quest'ultima e decise che qualcosa andava fatto. Abitava al secondo piano della via, sopportava da tempi quei disagi con sofferenza e malanimo, non intendeva più piegarsi. Agì d'impulso e, senza neppure cambiarsi, infilò la porta di casa e poi il portone. La masnada presente in strada vociante, quella che premeva forsennatamente il clacson e poi si sporgeva dal finestrino sorridente per osservare le reazioni dell'auto degli amici, posizionata generalmente due o tre veicoli dietro, era per l'uomo dalla camicia da notte azzurra uno spettacolo insopportabile. Possibile, si chiese, che l'evoluzione umana sia arrivata a tal punto da mutare in involuzione in modo così repentino? Individuò nella selva delle auto, targate VA, BG, PV, delle persone che avevano votato perché l'Italia si separasse, perché i meridionali rimanessero dov'erano nati e cresciuti, perché ognuno se ne stesse a casa sua e non rompesse le scatole all'altro, magari con la scusa che era meno fortunato perché viveva in un luogo dove c'erano meno possibilità. L'uomo con la camicia da notte azzurra decise che c'era contraddizione in tutto questo e pensò, democraticamente, di chiederne conto alla festosa folla dei clacsonari impazziti. Così, incurante della pioggia e del suo inusuale vestiario, si piazzò al centro della strada e fermando le macchine, invitò al ragionamento quei topi impazziti con lo stereo a mille. Dalle macchine scesero alcune persone che con uno sguardo tra il torvo e il divertito osservavano abulicamente l'uomo con la camicia da notte azzurra. Il quale aspettava una sola cosa.
Che puntualmente avvenne. Al primo "Cazzo fai, 'mbecille?", l'uomo dalla camicia da notte azzurra tirò fuori il fucile a canne mozze e sventagliò la prima raffica sulla faccia di uno di quegli animali, poi di un altro, poi di un altro ancora. Rimase a guardare come la pioggia si portava via il sangue dentro le rotaie del tram e sperò che si portasse via anche i corpi che ormai intralciavano ancora di più il passaggio.
"Bah", si disse, "almeno adesso suoneranno per qualcosa" e tornò a dormire.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.