FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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INCUBO

I Luis Depraved




Avevano suonato alla porta. Elisa non rispose. Qualcuno ieri l'aveva seriamente minacciata di ricorrere a mezzi estremi se non avesse ubbidito. Era stata costretta a chiedere quel prestito, ed ora le ingiungevano di pagare. Subito. Non più di un giorno di tempo.
E se ancora fosse uno di loro? Non lo credeva possibile: non conoscevano il suo indirizzo. Ma il campanello trillava ancora nervosamente. I muscoli del suo viso si irrigidivano fino a farle male ed il morbido sofà sembrava piuttosto un letto di Procuste. Meglio avvicinarsi cautamente alla porta ed osservare dallo spioncino. Chinandosi, tratteneva il respiro e cercava di mettere a fuoco quella persona che le stava di fronte con una piccola valigia in mano. Sicuramente non era uno di loro: aveva piuttosto l'aspetto del solito rappresentante di casalinghi. Se non avesse aperto, si sarebbe scoraggiato e l'avrebbe lasciata in pace. Tornò indietro e si distese nuovamente sul divano di nappa di vitello: cercava di ignorare quel fastidiosissimo rumore che l'ossessionava. Trovava più semplice temporeggiare, cercare di isolarsi il più possibile; chiudere gli occhi infastiditi dalla lampada alogena dell'abat-jour e tapparsi le orecchie con le mani. Già, la lampada; l'aveva accesa, nonostante fossero le nove del mattino, perché aveva voluto abbassare tutte le tapparelle, per far credere che in casa non vi fosse nessuno.
Strano, come mai non ci aveva pensato? Dal pianerottolo quell'individuo vedeva certamente quella lama di luce azzurrina di sotto la porta. Ecco spiegata la sua insistenza. Ma non aveva voglia di aprirgli. Chiunque fosse, per violare la sua privacy, avrebbe dovuto sfondare la porta.
Cazzo, il suono di quel campanello petulante oltrepassava le sue mani ben pigiate sui padiglioni e gli si conficcava nel cervello come fossero minutissimi chiodi. Non avrebbe potuto resistere per molto in quelle condizioni, né d'altro canto quell'individuo pareva intenzionato a togliere il dito da quell'aggeggio che la faceva impazzire. Si rialzò, tolse il chiavistello e lo scampanellio cessò. Fu quasi tentata di non aprire; si trattenne, prima di infilare la chiave nella serratura. Ancora lo squillo si fece udire più arrogante e lei si affrettò a girare la chiave e ad aprire. Si aspettava che il solito scocciatore gli sciorinasse davanti la mercanzia, decisa a non farlo nemmeno entrare. Ma l'uomo la travolse con impeto, costringendola ad entrare nella stanza; poi con mossa rapida e leggera le passò il suo braccio attorno al collo e la immobilizzò, dopo aver lanciato la sua piccola valigia sul divano. La posizione non era dolorosa, ma nemmeno delle più comode e già sentiva il fiato venirle meno, quando ad un tratto si ritrovò libera e seduta con a fianco il suo strano visitatore. Nonostante l'impetuosa presentazione, dall'aspetto le pareva una persona distinta. Fu lui a parlare per primo.
-"Le chiedo umilmente scusa se mi sono dimostrato violento"-
Si schiarì la voce, un poco appannata, poi riprese:
-"Naturalmente ho fatto il possibile per non farle alcun male. Come avrà notato, tuttavia, la posizione era di quelle che non lasciano scampo. Sarebbe bastato qualche minuto di più e lei sarebbe crollata definitivamente. Per sempre. Si rende conto del pericolo che ha corso?"-
Elisa non osava parlare. Guardava con occhi imbambolati il suo interlocutore che con fare sicuro si era sistemato accanto a lei.
Certamente aveva a che fare con qualcuno di quella banda, e si rammaricava per la propria ingenuità. Se non avesse aperto, ora non si sarebbe trovata in quella spiacevole situazione. Ma oramai il guaio era fatto e bisognava cercare di uscirne nel miglior modo possibile. Lei non era una donna molto coraggiosa. Tuttavia cercò di coordinare rapidamente le sue idee e di decidere il da farsi. Le ipotesi potevano essere diverse. Se quell'individuo era venuto soltanto per spaventarla, conveniva assecondarlo e dargli ad intendere che si, lei aveva imparato la lezione ed avrebbe senz'altro eseguito l'ordine. Se invece avesse avuto l'intenzione di farle del male, aveva di fronte solo due alternative. Gridare per cercare di farsi udire all'esterno, ma la villetta era isolata e la casa più vicina stava ad oltre cinquanta metri. Oppure usare l'attizzatoio del caminetto come arma di difesa; ma anche in questo caso la sua mossa poteva essere facilmente impedita e vanificata. Il panico stava per impadronirsi di lei. Si sforzò di essere razionale; forse le conveniva dimostrarsi accondiscendente. Guardando quella piccola valigia, le era parso di intravedere una custodia per armi di precisione. Nei film polizieschi tante volte aveva visto un astuccio simile accompagnarsi ai killer professionisti. Doveva prendere tempo, cercare di eludere la sua attenzione, per riuscire ad avvicinarsi il più possibile all'attizzatoio. Così, quando lui si girò per prendere la piccola valigia, lei, credendosi oramai perduta, sgattaiolò rapida dal suo posto e prese in mano l'attizzatoio.
Non trascorse nemmeno una frazione di secondo che già quell'arnese si era calato violentemente sulla testa dell'uomo, facendolo stramazzare sul pavimento. Da l'ampia ferita sgorgava il sangue come da una fontanella. Si raccoglieva in un rivolo tortuoso, scavalcava il padiglione auricolare, e, scendendo sul collo, si versava nel tappeto persiano, creando nuovi disegni e arabeschi. I suoi occhi erano chiusi ed ella credette di averlo ucciso. Si lasciò andare sul divano ed il suo sguardo rimase incollato su quel rosso vivo che si stendeva lentamente.
Il campanello della porta trillò nuovamente. Come un automa, andò ad aprire e si trovò di fronte Rachele, la sua cara vicina di casa. Riuscì appena a balbettare qualcosa di incomprensibile, poi si accasciò su se stessa e svenne.

Quando tornò in sé, quell'uomo non c'era più. La sua amica, amorevolmente, si prodigava ancora a passarle dell'acqua fresca sulla fronte ed a lei parve di aver sognato. Accanto a lei un signore di mezza età, grassoccio, prendeva appunti su un taccuino di pelle sdrucito, segnando alcune cose che la sua amica gli andava dicendo a bassa voce. Anche il tappeto persiano era sparito, ma, in quella stanza, tutte le altre cose erano rimaste al loro posto, compreso l'attizzatoio. Elisa si sollevò e stette per qualche minuto immobile. Fu colta da improvvisa nausea e tutta la camera cominciò a girarle attorno. Non udiva nemmeno il signore grassoccio che, accortosi del suo risveglio, ora le aveva rivolto la parola, ed attendeva una sua risposta. Fu la sua amica a toglierla d'impaccio.
-"Veda, signor Commissario, sono stata io a telefonarle. Passavo di qui, per andare al mercato, ed ho pensato di bussare da lei per chiedere se le occorresse qualcosa."-
Per un attimo il silenzio fu l'unico a regnare incontrastato. Poi Elisa, che si era ripresa, si rese conto finalmente di quanto era accaduto ed il suo viso, dal colorito smorto di poco prima, divenne paonazzo e in un pianto irrefrenabile cominciò a balbettare:
-"Io non ne ho colpa... Appena gli ho aperto, mi è saltato al collo... Voleva uccidermi..."-
Rachele le porse un fazzoletto ed ella si asciugò le lacrime e si soffiò il naso. Poi con voce pacata disse:
-"Era un delinquente... un killer della banda degli strozzini... Ero già stata minacciata ieri sera da uno di loro. Pretendeva restituissi entro stasera il triplo di quanto mi aveva prestato il mese prima. Io non avevo quei soldi..."-
Il Commissario la interruppe col gesto perentorio di chi è abituato a condurre il colloquio a modo suo.
-"Ma perché dice 'era', il signore, fortunatamente per lei, è ancora vivo e vegeto e..."-
Una scampanellata interruppe il poliziotto e Rachele, che si era alzata per aprire, introdusse quell'uomo. Aveva un cerotto sulla tempia destra e la sua giacca presentava le tracce fresche di una pulitura sommaria.
-"Si, è lui... è lui che voleva uccidermi."- urlò Elisa con quanto fiato aveva in gola - "Prenda quella piccola valigia nera... Vedrà... vedrà che le ho detto la verità... Ci troverà le armi..."-
Il Commissario per un attimo rimase indeciso, avrebbe voluto prima chiedere all'uomo come si sentiva e quale fosse la lunghezza della ferita riscontrata dai sanitari del pronto soccorso; tuttavia quella piccola valigia, che inizialmente gli era sfuggita, ora attirava la sua curiosità e, dopo le dichiarazioni di quella donna, il desiderio di conferma diventava impellente.
La prese; noto' che aveva una forma strana, diversa dalle solite ventiquattrore dei rappresentanti. La aperse e notò qualcosa di insolito al suo interno: un tubo nichelato lungo circa mezzo metro, del diametro di un quarto di pollice, con una filettatura ad una estremità, una scatola dalla quale fuoriuscivano dei fili elettrici di diverso colore, una base quadrata, anch'essa nichelata, con una manopola snodata, una specie di minuscolo cannocchiale ed altre minuterie alloggiate in apposite scanalature. Prese quei pezzi ad uno ad uno e li osservò attentamente; poi, con aria perplessa ed il tubo ancora in mano, rivolse lo sguardo verso l'uomo che stava seduto in silenzio e con voce irritata gli chiese:
-"E questo cos'é?! -
L'uomo si alzò; gli si avvicinò e senza scomporsi estrasse da un portafogli della piccola valigia un opuscolo che porse al commissario. Si trattava di una licenza rilasciata dal Comune per la propaganda porta a porta di mezzi di sicurezza antifurto per abitazioni private. Quelli erano alcuni dei pezzi più importanti per la costruzione delle porte blindate.
- "Mi scusi, signor Commissario, ma non avrei mai immaginato che una dimostrazione a priori... del tutto innocente e palese, oltreché istruttiva... della impellente necessità dei nostri prodotti - andata benissimo in tanti altri casi - si trasformasse oggi in una quasi tragedia."-
Si sedette nuovamente sul divano. Con gesto lento e stanco trasse dal portafoglio un foglietto piegato in quattro e lo diede a Elisa:
-"Sarà pronto fra due giorni"- le disse con un fil di voce. Era la ricevuta per la smacchiatura del tappeto persiano.



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