FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UN PO' DEI MIEI INCUBI

Paolo Puppo




Un sogno imperfetto

Quella mattina, più di due anni fa, mi svegliai più allegro del solito, avevo nuovamente fatto quel sogno e tutte le volte che mi accadeva mi rendeva di buon umore per l'intera giornata.
Anche quella notte il sogno era cominciato come tutte le altre volte: era una giornata normale, nessuna situazione particolare, ed ecco che con un solo pensiero riuscivo a bloccare tutto intorno a me. Le persone si trasformavano come per magia in manichini di carne ed ossa, tutto era stato come congelato intorno a me, ero per la strada e vidi, cosa che suscitò in me una forte risata, un gatto sospeso in aria che stava cercando di atterrare al suolo dopo essere saltato giù da un muretto. Due ragazzi si stavano baciando ed all'improvviso mi ritrovai in classe, durante una lezione di lettere, e tutto continuava ad essere immobile.
La professoressa Clark, forse per raccogliere un gessetto che si trovava proprio davanti ai suoi piedi, dando quasi completamente le spalle alla classe, aveva iniziato a chinarsi ed era stata fermata dai miei poteri proprio in una posizione estremamente sexy. Ero seduto al mio posto, in terza fila alla sinistra della cattedra e sentii immediatamente il desiderio di alzarmi e andare a toccare la mia professoressa. Potevo farlo! Potevo fare tutto ciò che volevo, il mondo intero era completamente in mano mia.
Mi alzai, ero molto eccitato, e mi avvicinai (a dire il vero essendo stato un sogno direi che più che altro mi smaterializzai per riapparire al fianco della donna) e con la mano cominciai ad accarezzarle la schiena, poi feci scendere le mie mire e le tastai energicamente il sedere, quindi le sbottonai i primi tre bottoni della camicetta in modo che per la posizione che la professoressa aveva assunto si intravedesse buona parte del reggiseno.
Tornai al mio posto, chiusi gli occhi e ridiedi vita, grazie alla forza della mia mente, al mondo intero, e sorrisisi di buon gusto quando vidi il volto della signorina Clark arrossire per l'imbarazzo di quello spettacolo che involontariamente ed inspiegabilmente ci aveva offerto. Quindi mi svegliai, in preda ad una eccitazione e gioia al contempo alquanto rari.
Feci colazione e mi diressi a scuola; quella mattina non avevo ore con la Clark, la quale tra l'altro è (o forse sarebbe meglio era) molto meno sexy ed affascinante di quanto non l'avessi fatta nel sogno. Mi aspettava quasi sicuramente una interrogazione di matematica ed ero molto tranquillo, la matematica era sempre stata la materia in qui avevo sempre avuto i minor problemi, e quindi la mia preferita.
Davanti all'atrio della scuola, come ogni mattina c'erano già buona parte dei miei compagni che formavano un buffo capannello, arrivai e mi unii a loro e fu in quell'istante che sentii per la prima volta qualcosa di strano in me, qualcosa di enorme e pericoloso che risiedeva nel più intimo di me stesso. Non vi feci particolare attenzione ed entrai in classe dopo il suono della campanella. Le prime due ore passarono lisce ma molto spossanti; due interminabili ore di storia che si rivelarono le più noiose degli ultimi vent'anni (io allora ne avevo da poco compiuti diciassette!). Durante l'intervallo andai con Bob, il mio compagno di banco, a nascondermi in bagno per fumare una sigaretta, poi spietata come sempre, la campanella ci interruppe.
Il signor Waas entrò con la solita puntualità, era l'insegnate di matematica e fisica, e quel giorno sembrava stranamente nervoso. Dico stranamente perché non lo avevamo mai visto arrabbiato neanche una volta ed era molto più che raro, quasi unico, che entrasse in aula senza un gradevole sorriso stampato sul volto; forse era l'allegria che diffondeva in chi lo circondava che mi aveva sempre fatto amare le sue materie, fatto sta che quel giorno era evidentemente innervosito.
Come nelle mie previsioni dopo pochi secondi di consultazione del registro di classe chiamò ad alta voce il mio nome, e con quel gesto mi invitava ad andare alla lavagna per essere interrogato. Mi alzai quasi immediatamente e sentii le ginocchia stranamente malferme, a malapena riuscivano a reggere il peso del mio corpo, mi resi conto che ciò che provavo era paura.
'Stranò pensai e quindi arrivai alla cattedra. La prima domanda ebbe in me l'effetto devastante di un fulmine su di un albero. Gli occhi mi si sbarrarono e le mani e la fronte cominciarono ad inumidirsi di sudore e a diventare sempre più fredde. Come per l'effetto di una frustata mi ricordai di tutto quello che avrei dovuto studiare (come avevo fatto a dimenticarmene?) e mi resi subito conto che si prospettava una interrogazione terribile.
Il professor Waas cominciò stranamente ad infierire su di me, prima tartassandomi con una domanda dopo l'altra, domande che a me perlopiù risultarono incomprensibili, quindi iniziò letteralmente ad insultarmi: che lo sapeva che prima o poi mi avrebbe colto in castagna, che a fare i furbi si finisce sempre male e che se mi ritenevo intelligente sbagliavo di grosso, la mia furbizia non riusciva a nascondere nemmeno grossolanamente l'enorme ignoranza di cui ero il padrone. Mi sentivo gli occhi di tutta la classe puntati contro, percepii la vergogna che provavano i miei compagni nei miei confronti, quindi chiusi gli occhi, serrai i pugni e per la prima volta accadde.
Ci fu come un bagliore, un rumore metallico breve ed intenso, poi riaprii gli occhi e la classe era immobile!
Un filo di saliva era sospeso proprio davanti alla bocca quasi spalancata del signor Waas, forse per causa del tono della voce che era andato via via sempre più alzandosi, dal banco di Clara stava cadendo una penna, John sbadigliava con gran gusto, Bob si era assopito sulle braccia incrociate posate sul banco, Charl stava toccando le gambe di Hannah (che piacevole scoperta!) e mi resi conto che forse tutta quella attenzione nei miei confronti era stata frutto della mia immaginazione. Sorrisi, non ricordo per quale motivo, ma ricordo di essermi sentito estremamente sollevato. In un primo momento non mi resi proprio conto di quello che avevo appena fatto, ma stranamente non me ne stupii più di tanto, mi sembrò addirittura normale.
Tornai a sedermi al mio posto, presi il libro e studiai la lezione che avevo scordato di fare, quindi dopo molto tempo (la sapevo praticamente a memoria!), tornai alla cattedra; presi il fazzoletto da una tasca ed asciugai quella gocciolina di saliva che stava sospesa in aria tra me ed il professore, quindi chiusi gli occhi, serrai i pugni e senza riuscire a pensare a niente di concreto la vita riprese, le urla del professor Waas furono interrotte dal bussare di un bidello sulla porta; altre gocce di saliva raggiunsero il mio volto proprio in quel momento.
"Sihi?" disse Waas, "Avanti!".
Il bidello entrò per leggere una circolare del preside.
Il preside non gradiva assolutamente che gli studenti impestassero i bagni di fumo di sigarette e purtroppo anche di altro genere; vietava quindi assolutamente che si fumasse all'interno dell'edificio scolastico e prometteva severe punizioni ai contravvenenti. Il comunicato si concludeva con le parole: "Il Preside."
Mentre il bidello usciva dall'aula, facendo sbattere violentemente la porta per via della corrente, e questo irritò ulteriormente Waas, mi venne in mente un brutto scherzo che avrei in seguito fatto al preside Mayer.
Quindi ci riconcentrammo sull'interrogazione e finsi di aver attraversato un malore temporaneo, ecco perché non riuscivo a rispondere alle domande, e mi misi a spiattellare tutta la lezione condendola con numerosi esempi e numeri alla lavagna; Waas cambiò umore, mi parve addirittura che un sorriso gli conquistasse il volto, quindi mi fece accomodare al mio posto e come sua abitudine non mi disse il voto, ma il suo volto fugava ogni incertezza: era soddisfatto e mi stava scrivendo un buon voto, nonostante tutto!
Per quel giorno non accadde più, la sera cenai di buon gusto, complimentato dai miei genitori per l'interrogazione di matematica, ovviamente nel resoconto omisi l'inizio e ciò che accadde e che diede una svolta positiva, quindi andai a letto abbastanza presto.
Ripensai a quello che era successo e non riuscii a trovare una spiegazione chiara di come fosse avvenuto, non ricordai nemmeno cosa fu che fece scattare quel meraviglioso quanto terrificante meccanismo; a rendermi ancora più perplesso fu ciò che accadde in quel momento. Linda, la mia dirimpettaia, una ragazza carina e alquanto disinibita, si stava cambiando per andare a dormire e come quasi ogni sera si svestiva e rivestiva praticamente davanti alla finestra, così che io, grazie all'illuminazione della sua camera, riuscivo a godermi lo spettacolo che purtroppo durava sempre troppo poco. Vidi che si era slacciata il reggiseno e decisi di farlo, chiusi gli occhi, serrai i pugni pensai a qualsiasi cosa ma non successe niente, ci riprovai con maggiore intensità ma ancora niente, mi dissi che ero stanco, e che forse potevo farlo una volta sola al giorno o addirittura una volta sola nella mia vita. Questo pensiero mi rattristò, pensai che potevo aver sprecato questa occasione irripetibile, ma ahimè così non fu.
Mi addormentai e quella notte non feci alcun sogno.
Il giorno seguente era uno di quei giorni che fino ad allora avevo sempre odiato, pioveva, pioveva quasi a dirotto e faceva un freddo del diavolo. Feci colazione da solo, i miei genitori erano già usciti per andare a lavorare, presi l'ombrello e feci per uscire. Non potevo credere che l'enorme potere che il giorno prima era uscito da me si fosse estinto, e che non potessi più utilizzarlo; mancavano venti minuti all'inizio delle lezioni ed era giusto il tempo che impiegavo a raggiungere la scuola, rientrai in casa, accesi la televisione e mi versai un enorme bicchiere di succo d'arancia. A quell'ora, se ricordo bene, non c'era mai niente d'interessante in TV, se non qualche cartone; mi costrinsi a far passare più di un quarto d'ora, e con l'ultimo sorso di succo nel bicchiere mi alzai dal divano. Ingoiai a forza il liquido aspro e leggermente dolciastro, quindi chiusi gli occhi, presi un sospiro profondo, serrai i pugni e un'ondata di luce accompagnata da un rumore che era già diventato famigliare, mi avvolse.
Mi feci sfuggire un urlo, e poi ancora un altro, sempre più forte; stavo quasi ululando alla luna, l'adrenalina aveva istantaneamente conquistato ogni cellula del mio corpo, mi sentivo l'uomo più potente del mondo, mi sentivo più di un uomo, mi sentivo, ero, un Dio.
Aprii la porta e lì fuori, ad aspettarmi, c'era uno spettacolo miracoloso ed indimenticabile. L'aria era cosparsa da un'infinità di goccioline, ora, immobili com'erano, le potevo distinguere ad una ad una, le mettevo a fuoco, le toccavo, le stringevo in mano e le facevo scoppiare urtandole con la punta del dito. Decisi di non prendere l'ombrello e cominciai a camminare cercando di evitare le gocce ad una ad una, almeno quelle ad altezza testa; me la presi con comodo: avevo a disposizione tutto il tempo del mondo!
Una macchina era passata a tutta velocità sopra una pozzanghera, ed il mondo si era fermato proprio mentre l'acqua, schizzando via, aveva assunto la posa più artistica che fosse possibile, da una grondaia stava colando la pioggia formando una colonna d'acqua del diametro di un dito; mi avvicinai e con un colpo secco ne feci esplodere una parte, così che la colonna apparisse spezzata a metà, risi fragorosamente e bevetti un altro pezzo di colonna. Ora era spezzata in tre parti. Proseguii verso la scuola, sempre evitando le gocce ad una ad una per quanto fosse impossibile evitarle tutte, quindi mi fermai di fronte ad un'edicola.
Presi a sfogliare tutti i giornali, lessi in ognuno le poche notizie che mi interessavano, quindi presi un quotidiano ben piegato, lo immersi in una pozzanghera e lo rimisi con precisione nel mezzo di una pila e fui molto divertito da questo scherzo. Poco più avanti c'era una bella ragazza che mi stava sicuramente aspettando, mi avvicinai e la baciai in bocca, la sensazione che mi procurò quel gesto non fu propriamente piacevole; mi era sembrato di baciare qualcosa come un manichino, o meglio qualcosa che sembrava (era?) morta.
Tralasciai questo particolare spiacevole, non avevo certo intenzione di rovinarmi quella splendida giornata, e mi diressi velocemente a scuola, avevo rubato un ombrello ad un 'passantè ed ora servendomene come uno scudo correvo contro quel muro d'acqua che avevo di fronte, evitai proprio all'ultimo un 'manichinò e quindi, essendo ormai vicinissimo a scuola mi sbarazzai dell'ombrello.
Il cortile dove ogni mattina aspettavamo per andare a lezione, era stranissimo: invaso di ragazzi e sommerso nel silenzio, ed ora che vi feci attenzione notai che gli unici rumori che si sentivano nella mia città erano quelli generati da me stesso. Mi piacque questa sensazione e rimasi dieci minuti seduto ad ascoltare quel silenzio di morte che mi avvolgeva.
Mi sistemai sotto un cornicione dove l'aria non era occupata da gocce d'acqua, chiusi gli occhi, serrai i pugni e con un'enorme sforzo il mondo ripartì.
Salutai i miei compagni i quali si stupirono nel vedermi relativamente asciutto senza avere con me un ombrello, dissi loro che avevo schivato le gocce ad una ad una e risi a crepapelle. Non capirono.
Quel giorno feci una scoperta sensazionale, anzi ne feci due!
Dopo la terza ora di lezione il mio stomaco iniziò a protestare per la fame, il professor Mason stava esponendo una interessantissima! lezione di scienze e sapevo più che bene che non mi avrebbe assolutamente permesso di uscire, eppure la fame era spietatamente presente, così mi alzai, chiusi gli occhi, serrai i pugni con forza e zac: la luce, il rumore ed il mondo, per la seconda volta in quel giorno, si fermò su mio comando. Uscii dalla classe, quindi mi allontanai dalla scuola, entrai in una pasticceria ed iniziai due torte, quindi mangiai una decina di paste e me ne andai, senza preoccuparmi di rimettere in ordine. Entrai in una rosticceria e divorai mezzo pollo ed un pacchetto di patatine, mi spiacque l'aver sbagliato sequenza, prima il dolce e poi il salato, ma me ne feci una ragione; infine tornai a scuola, mi rimisi a sedere ma ad un tratto mi venne un'idea.
Mi avvicinai a Mary, non c'è mai stata una gran simpatia tra di noi, appallottolai un foglio di carta, lo portai poco sopra la sua testa, quindi lo lasciai e con enorme sorpresa (nemmeno troppa!) la pallina rimase sospesa in aria. Sorrisi e tornai a posto, feci per sedermi e mi accorsi che gli occhi di Mason erano fissi su di me, mi resi conto che mi aveva visto mentre mi alzavo per scatenare i miei poteri, quindi mi rimisi in piedi, chiusi occhi e pugni, cercai di radunare tutte le mie forze, e a farmi capire che la vita era ripresa fu il rumore della carta che cadeva e Mason che mi chiese cosa volessi. Gli domandai gentilmente se potevo andare fuori ed egli, altrettanto gentilmente, mi negò questo diritto. Tornai a sedermi lanciando un'occhiata a Mary che mi stava guardando con odio (forse si chiedeva come avessi fatto a fare un lancio così preciso, essendo sicura che fossi stato io!), e mi accorsi di essere stranamente stanco. Dovetti ammettere che fermare era facile, a parte l'inconveniente della sera precedente, mentre il far ripartire era molto dispendioso; non diedi importanza alla cosa, ero o no l'uomo più potente della Terra? Purtroppo sì!
Anche quella notte non sognai, forse per il fatto che ero terribilmente stanco, e in meno di cinque minuti piombai in un sonno profondissimo. La mattina seguente non mi trovava totalmente rinvigorito, i postumi della giornata precedente si facevano sentire ma l'appetito non mi mancava, feci una colazione abbondante e partii in orario per andare a scuola. All'ora dei dieci minuti d'intervallo, invece di andare con Bob a fumare nei bagni (aveva continuato anche se si era già beccato una nota sul registro!) mi diressi verso il cortile, quando nessuno mi guardava, così da poter far ripartire senza dover tornare nello stesso posto, chiusi gli occhi, serrai i pugni e con estrema facilità la luce ed il rumore arrivarono. Andai verso il negozio di dischi della città, mi guardai in torno, e vidi un signore distinto che aveva l'aria di avere un sacco di soldi. Mi avvicinai al 'manichinò e tastai alla ricerca del portafogli che mi apparve incredibilmente gonfio. Prelevai il necessario per sette compact disc e quindi cercai, non senza difficoltà un posto nascosto dagli occhi della gente. Lo trovai sulla destra del negozio che mi interessava, era una cabina telefonica con i vetri stranamente opachi, un ottimo nascondiglio!
Chiusi gli occhi, respirai con violenza due o tre volte, il sudore mi colava giù dalla fronte copiosamente, radunai le mie forze, serrai i pugni e cominciai a pensare intensamente; non sapevo bene a cosa dover pensare in particolare, ma cercai di concentrarmi sul niente che mi circondava. Pensavo, pensavo sempre più intensamente quando il clacson di un'auto mi destò di scatto. Trascinandomi un po' sulle gambe entrai nel negozio e comprai ciò che mi mancava per terminare la discografia di Bob Dylan, quindi uscii svoltai l'angolo ed ecco che richiamai la luce ed il rumore che ormai erano parte di me. Arrivai a scuola e passando di fronte all'ufficio del preside qualcosa mi fece arrestare di colpo. Sopra il tavolo davanti a me c'era un pacchetto di sigarette ed un accendino, sulla mia sinistra l'ufficio di Mayer, mi misi in bocca una sigaretta, presi l'accendino ed entrai, bussando!, nell'ufficio.
Mayer era seduto che leggeva una rivista, aveva i piedi sulla scrivania e l'aria da vero e proprio sceriffo, si credeva potente quando invece non era che una nullità, come tutte le altre persone della Terra, e per dimostrare a quello sciocco chi fosse il vero boss gli sputai sulle scarpe. La mia saliva bagnò dei fogli che erano affianco alle sue scarpe, forse importanti, e mi parve che gli occhi di Mayer si fossero mossi verso la mia figura. Non so se fu paura quella sensazione di brivido che mi percorse la schiena, ma a ripensarci oggi mi sembrò quasi piacevole.
Accesi la sigaretta, la finestra dell'ufficio era chiusa, e cominciai a soffiare fumo in ogni angolo della stanzetta, addosso ai fiori, sulla sua giacca, nell'armadietto, sul maglione che il preside stava indossando, anche in faccia e cercai anche, sfiorando con le mie labbra le sue, di cacciarglielo in gola. Durante il breve contatto con la sua bocce una sensazione di morte mi colpì come una bastonata nelle reni, quindi passò non appena mi allontanai da lui.
Quando l'aria fu irrespirabile uscii dall'ufficio, dicendo arrivederci, e mi diressi in classe dove non c'era nessuno. Mi sedetti, posai la fronte sulle braccia incrociate sul banco, chiusi gli occhi e con un briciolo di paura serrai i pugni e mi sforzai, come mai fino ad allora, per ridare vita a tutto il mondo. La campanella che annunciava il termine dell'intervallo scacciò le mie paure. Sotto il banco avevo i compact disc di Bob Dylan ed ero veramente felice.
Fu mezzora dopo che sudai veramente freddo. Il bidello bussò e disse, con aria grave, che portava un messaggio importante del preside.
Gli occhi di Mayer mi tornarono in mente, più ci pensavo e più mi convincevo che si fossero mossi e mi avessero visto. Stavo per fermare tutto per andare a leggere in anteprima il messaggio e quindi agire di conseguenza, quando il bidello incominciò:
"Il preside, viste le continue infrazioni a quella che doveva essere una regola ferrea, da domani ispezionerà le classi prendendo gravi sanzioni disciplinari (sospensioni!) per tutti coloro i quali saranno trovati in possesso di sigarette o simili. Inoltre si comunica che non verranno più sopportate infrazioni a questa regola.
Il Preside."
La paura smise immediatamente, e per poco non scoppiai in una risata decisamente fuori luogo. Mi lasciai sfuggire un sorriso e pensai a Bob. Quella sera la stanchezza mi assalì improvvisamente, non ebbi neanche la forza di mangiare, mi costrinsi ad ingoiare un piatto di pastasciutta e andai in camera mia, con grande stupore generale; mi spogliai e mi sdraiai sul letto. Vidi che nella camera di Linda si svolgeva uno spettacolo alquanto interessante ma non ebbi nemmeno la forza di alzare la testa; in breve fui addormentato e nemmeno quella notte fece alcun sogno.
La mattina seguente contrariamente a quanto mi aspettassi mi ridonò buona parte delle energie spese nei due giorni precedenti, notai con gioia di aver un buon appetito e mi sentivo stranamente in forma. Finita la colazione mi dedicai per qualche minuto alla televisione e al primo rimprovero di mia madre mi alzai e mi diressi verso la scuola.
Quel giorno avevo una gran voglia di fare, di imparare ad usare al meglio e forse anche più intelligentemente il mio potere, ma prima di fermare aspettai che giungesse il momento dell'intervallo.
Non appena suonò la campanella che indicava la fine delle prime due ore e l'inizio di dieci minuti di sosta, senza neanche alzarmi chiusi gli occhi e serrai i pugni, stavo per mettermi a pensare quando la luce e il rumore mi investirono. "Più facile del solito!" pensai.
Quando il mondo fosse ripartito mi sarei anche potuto godere i dieci minuti d'intervallo!
Provai ad alzarmi e le gambe mi giocarono un brutto scherzo, riuscì miracolosamente a restare in piedi puntando le braccia al banco e quando le ginocchia cedettero rimasi in posizione eretta solamente grazie alla forza delle mie spalle. Tutta la forza che credevo di aver recuperato quella mattina sparì all'improvviso, e con essa ne sparì anche molta di quella che faceva parte delle mie scorte.
Uscii dalla classe e mi diressi verso una stanzetta adibita ad infermeria, mi sdraia sull'unica barella che era presente e mi assopii; dormii per forse un'ora, non lo potevo sapere anche perché quella volta scoprii che l'orologio (stranamente non me lo ero mai chiesto) non funzionava nei momenti di pausa, mi alzai e tornando in classe per riprendere il mio posto originario un'altra crisi di stanchezza mi assalì.
Il mondo immobile intorno a me non mi interessava più, volevo solo farlo ripartire per riposarmi, anche se sapevo benissimo che lo sforzo che mi accingevo a compiere mi avrebbe debilitato per parecchio tempo, forse, sperai, per qualche giorno solamente. Mi sedetti al mio posto, appoggiai la schiena alla seggiola di legno, chiusi gli occhi, serrai i pugni e mi spremetti fino all'ultima goccia di energia, aspettavo che un suono, un qualunque suono testimoniasse la ripresa della vita, ma le mie aspettative furono tradite.
Riprovai e riprovai e ancora niente.

Sono passati quasi due anni da quel giorno terribile, le forze sono un po' tornate anche se un torpore generale si è insinuato nelle mie membra, non sono più riuscito a fare sonni tranquilli e qualcosa mi ha rubato i sogni.
Da poco più di tre mesi ho scorto, quasi nascosto totalmente da una montagna un puntino nel cielo, credo sia un aeroplano e a volte passo le giornate ad immaginarmi chi siano i suoi passeggeri, che cosa stiano (o meglio stavano!) facendo e un giorno riuscirò a raggiungerlo. Misuro il tempo con una rudimentale clessidra che ho costruito utilizzandone una cinquantina che ho preso in un negozio vicino a casa mia, l'ho calibrata ascoltando i battiti del mio cuore, ogni ora devo girarla, e di notte ho imparato a svegliarmi al momento giusto, credo di non aver perso tanto tempo. E' due anni che i Lakers battono i Celtics 78 a 75, e questa è una delle poche cose che ancora riesce a divertirmi; Linda sfortunatamente non sta facendo uno dei suoi classici spogliarelli, è a letto con l'influenza e per giunta ha un pessimo aspetto; il preside Mayer è nel suo bagno privato con una pipa in mano, forse la voleva accendere, non so se lo saprò mai!; mio padre è nel suo ufficio mentre non sono ancora riuscito a trovare mia madre, ma non mi arrendo e credo che prima o poi la troverò.
Ho scoperto che non è possibile far partire nessun mezzo meccanico (automobili e affini) e questo silenzio rischia lentamente di portarmi alla pazzia. Ho costruito da poco un congegno che fa cadere dei sassi su un fondo metallico, ogni tanto lo ricarico e la musica riprende.
Il tempo è nuvoloso da due anni e la mia pelle ha assunto un colore pallido quasi cadaverico. Non so se sto invecchiando, ma non mi interessa granché. Non ho altro da fare che scrivere la mia storia per qualcuno che non potrà mai leggerla, e questo mi deprime. Ho letto parecchi libri in questo ultimo periodo, e se vogliamo essere ottimisti ho molto più tempo da dedicare a me stesso. Purtroppo non ho ancora trovato il coraggio per uccidermi...




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