FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UN INCARICO IMPORTANTE

Paolo Scaffardi




- Agente Harvey Owell - esordì il direttore Barley, studiando attraverso un paio di spesse lenti bifocali il fascicolo che teneva tra le mani. Sedeva comodamente su una poltrona in pelle e la luce della lampada al neon si rifletteva sul cranio completamente privo di peli.
Dal lato opposto della scrivania, Harvey ascoltava, ansioso di conoscere il motivo di quella convocazione urgente. Non si accorse nemmeno di aver posato lo sguardo su quel curioso riflesso.
Harvey è quella che si potrebbe definire una persona emotivamente instabile, tant'è che sarebbe bastata qualsiasi novità fuori programma per scombussolarlo dalla testa ai piedi. Figuratevi il trovarsi in quella situazione, tanto scomoda quanto imprevista. Harvey era ricoperto di sudore, aveva un nodo allo stomaco e la gola secca. Manco a dirlo, le idee continuavano a frullargli nella testa, impedendogli di concentrarsi su qualcosa di preciso al di fuori di quello di cui avrebbe potuto lamentarsi il superiore.
Un cigolio accompagnò lo spostarsi del peso di Barley sulla poltrona, mentre chiudeva la cartella e la posava sulla scrivania. Si schiarì la voce ed Harvey distolse l'attenzione dalla testa del superiore.
- Veniamo subito al dunque, agente Owell. Il suo curriculum parla chiaro: da ben dodici anni lei svolge con efficienza il suo lavoro qui alla nostra agenzia. D'altra parte non ha avuto ne promozioni ne riconoscimenti particolari per i suoi meriti. Abbiamo deciso di darle l'opportunità di dimostrare il suo valore in una missione della massima importanza. Si sente in grado di servire il suo paese, agente Owell?
Barley si interruppe e fissò l'uomo che gli stava di fronte e che continuava a torturarsi nervosamente le dita delle mani. L'espressione di Harvey tradiva molto di più che un pizzico d'incredulità.
- E' un onore ed un dovere farlo, signore - balbettò. - E' solo che...
- E' solo cosa, Harvey? - sollecitò il superiore. - Non le piacerebbe uscire da quel buco d'ufficio per prendere una boccata d'aria?
- Certo, signore. Ma dopo così tanti anni mi sono rassegnato a dover occuparmi solo della compilazione di moduli, dell'archiviazione di rapporti ed altri compiti di cancelleria. Non avrei mai sperato che mi fosse affidato un incarico importante. Sono alquanto sorpreso...
Harvey esitò e prima che Barley potesse intervenire, aggiunse:
- Ma accetterò ugualmente l'incarico.
- Molto bene, Harvey- continuò Barley approvando con un gesto del capo, rilassando i muscoli sinora contratti della mascella.
- La sua missione consiste nel recapitare alla nostra sede di Daitona una valigia contenente dei documenti assolutamente top- secret. Ci sono molte persone interessate a quelle informazioni che le staranno alle calcagna. Stia in guardia.
Così dicendo porse la valigia ad Harvey, che la prese sottobraccio con la stessa attenzione con cui avrebbe afferrato un neonato.
- Arrivederci, agente Owell- salutò Barley, con una stretta di mano ed un sorriso forzato che tradiva un velo di preoccupazione.
Si raccomandò:
- Faccia del suo meglio.
- Ci conti, direttore - replicò Harvey, con una fiammata d'orgoglio.

Nei corridoi dell'agenzia, due colleghi stavano discutendo del più e del meno, quando la porta dell'ufficio del direttore Barley si aprì e ne uscì l'agente Owell, con una valigia scura stretta tra le braccia.
- Hey, Harvey!- urlò quello più tozzo, ridacchiando. - Cos'hai combinato stavolta?
Harvey era un tipo di media statura, aveva una quarantina d'anni ed il doppio di chili di peso. L'aria bonaria, che caratterizzava quel suo viso liscio e rotondo, stonava con i capelli riccioli e brizzolati, che gli donavano un tocco particolare di saggezza.
Ma era soprattutto il temperamento mite e passivo che rendeva Harvey lo zimbello di turno tra la maggior parte dei suoi colleghi.
Di solito, si sarebbe limitato ad ignorarli, ma siccome doveva andare di fretta verso l'uscita, che si trovava proprio nella loro direzione, avrebbe dovuto incrociarli. Si sforzò di apparire tranquillo come al solito e sorrise loro.
- Non posso parlarne, Joe- si scusò, asciugandosi la fronte con il palmo della mano.
- Mi spiace, ma è una cosa abbastanza riservata...
- Ti prego di scusare la mia curiosità, Harvey- ironizzò Joe. - Sai, è più forte di me!
- Vieni, Alonco- disse al collega, dal colorito sudamericano, che fino a quel momento era rimasto meditabondo a fissare Harvey. - Lasciamo lavorare il vecchio Harvey.
- Certo- rispose lui. - In bocca al lupo, Owell.
- Grazie, Diaz- replicò Harvey, sbadato. Poi, quando si ricordò, aggiunse:
- Anzi, crepi il lupo!
Dopodiché, si allontanò guardingo, incurante del fatto che un paio di minuti più tardi un suo collega avrebbe avuto una conversazione con un importante boss della malavita.
- Ne sono certo, Capo- sussurrava l'agente, controllando che nessuno entrasse nell'ufficio. - Quei documenti che stai cercando sono nelle mani del più idiota dei nostri agenti. E' incredibile, ma è proprio così. Avranno voluto sviare i sospetti. Certo. Certo. Non c'è problema. Sarà un gioco da ragazzi soffiargliela. Quando? Penso di riuscire a portartela domani sera. Va bene, al solito posto. Come? Puoi starne certo, capo. Questa volta non ti deluderò.

- Tutto qui, signora?- chiese l'autista del taxi, mostrando il palmo della mano alla cliente che aveva appena accompagnato all'aeroporto.
Era una ragazza sulla trentina, mora, coi capelli a caschetto, alta non più di un metro e sessanta. Anche se il famelico tassista l'aveva spogliata con gli occhi sin da quando era salita, non era certo una di quelle donne per cui gli uomini girano la testa quando passano per strada. Non aveva certo il corpo di una modella, ma era indubbiamente carina.
- Come?- chiese lei dopo aver sistemato il portafoglio in fretta e furia dentro la borsetta, guardando l'orologio luminoso dell'enorme sala d'attesa.
- Solo questi spiccioli?- brontolò l'altro sotto i baffi, mostrando delle banconote e qualche moneta. Poi, vedendo l'espressione assente della ragazza, spiegò:
- Sono 9 dollari e 90 centesimi e lei mi ha dato un biglietto da 10!
- Ah!- rispose lei appoggiando il bagaglio (che consisteva in una valigia e in un ombrello). - Che sciocca! Sono talmente in ritardo che quasi dimenticavo la mancia. Un attimo che guardo se ho qualche spicciolo...
Nel frattempo, una voce femminile, proveniente dagli speaker dell'aeroporto, annunciò: - Il volo 112 diretto a Daitona, è in partenza dalla pista 14. Ultimo avviso per l'imbarco dei passeggeri.
- Mio Dio!- esclamò la donna, serrando la borsetta e chiudendo la portiera del taxi.
- Mi spiace- si scusò. - Devo andare! Sarà per la prossima volta- e si precipitò nella calca dell'aeroporto.
- Maledizione!- ringhiò l'autista inserendo la marcia. - Finisce sempre così!- e si immise di nuovo nel traffico cittadino.

Non c'era più nessuno allo sportello della pista 14 ed una commessa stava chiudendo l'accesso allo scalo quando dalla folla sbucarono contemporaneamente due persone in corsa, dirette entrambe verso il rilevatore metallico. L'uomo e la ragazza, urlarono entrambi: - Un attimo!- per poi scontrarsi rovinosamente. La commessa, visibilmente seccata dal ritardo dei due passeggeri (scena che si ripeteva puntualmente ogni giorno almeno un paio di volte), sibilò minacciosa:
- Fate in fretta, o rimarrete a piedi!
I due poveretti si rialzarono, scusandosi a vicenda. Lei arrossì oltremodo quando quell'uomo dai capelli brizzolati l'aiutò a recuperare i bagagli e a consegnarli alla commessa. Infine, si precipitarono insieme nel tunnel.
- Davvero per un soffio! - sospirò Harvey, studiando le interessanti caratteristiche anatomiche della ragazza che lo precedeva nel condotto.
- Già!- rispose lei abbozzando un timido sorriso. In un paio di minuti furono a bordo. Il personale e gli altri passeggeri li osservavano stizziti, mentre i loro biglietti venivano controllati all'ingresso, come se quei cinque minuti che avevano perso a causa loro fossero stati d'importanza vitale. Tutti i posti singoli erano occupati, constatò Harvey.
- Sono gli unici, signorina- disse, indicando due posti adiacenti. - Preferisce stare vicino al finestrino?
- No, lo prenda pure lei. Soffro di vertigini!
- La prima volta che viaggia, signorina...?
- No! No! No! Chiamami Jill! Mi chiamo Jill Demetris.
Un altro sorriso amichevole, forse per mascherare la tensione, rifletté Harvey.
- Piacere di conoscerla, Jill. Io mi chiamo Harvey Owell.
- Piacere, Harvey.
Si strinsero la mano. Jill fu percorsa da una vampata d'emozione ed abbassò gli occhi. Harvey fu sorpreso dalla piacevole sensazione di quel breve contatto. La fragilità di quella donna lo aveva colpito dal primo istante.
- Comunque, sì- continuò lei, riprendendosi. - è il primo volo che faccio. Si vede così tanto?
- Appena un poco, non si preoccupi- minimizzò lui. - Sa com'è, la capisco. Anch'io non amo volare e sebbene le statistiche sugli incidenti aerei siano confortanti, preferisco optare per altri mezzi di locomozione. Tranne per i casi urgenti. Tornando a noi, potremmo distrarci conversando, sempre che non le dispiaccia o preferisca riposare durante il volo.
- Molto volentieri, Harvey. Mi fa sempre piacere chiacchierare.
Unì le mani sul grembo e, guardandolo con occhi scuri e penetranti, iniziò:
- Io vado a Daitona per il matrimonio di mia sorella. Lei per quale motivo?
Cosicché i due cominciarono a conoscersi meglio, ignari che a pochi metri da loro, uno sconosciuto, nascosto dietro ad un quotidiano aperto, li stava osservando attentamente.

E' il momento, pensò Diaz. La ragazza dormiva ed Harvey, finalmente, si era appena alzato per andare a rinfrescarsi. Aveva dovuto attendere qualche ora, ma ne era valsa la pena. Non doveva correre il rischio di farsi riconoscere. Diaz lasciò con disinvoltura il proprio posto e finse di dirigersi verso il gabinetto, procedendo invece fino ad uno sportello con la scritta "Accesso riservato al personale". Si assicurò che nessuno lo stesse osservando ed entrò nello scompartimento dei bagagli. Non fu difficile trovare la valigia nera di Harvey. Ce n'erano solo un paio simili e la identificò tramite l'adesivo che veniva usato dalla compagnia per rintracciare il proprietario di ogni bagaglio, che riportava tanto di nome e cognome. Diaz scambiò poi con attenzione l'adesivo con quello della propria valigia, che a prima vista parrebbe identica all'altra anche se l'interno era vuoto e rinforzato con alcune barre metalliche per simulare il peso di un comune bagaglio. Tutta l'operazione si concluse in un paio di minuti. Sarebbe bastato aspettare il ritiro dei bagagli a Daitona per impossessarsi facilmente delle tanto bramate informazioni. Diaz tornò al proprio posto con un sorriso di soddisfazione dipinto sul viso.

- E' stato veramente un piacere conoscerla, Jill- disse Harvey stringendole di nuovo la mano. Stretta che si protrasse più a lungo dell'altra.
- Anche per me, Harvey. Se ne va così presto?- chiese lei, preoccupata.
- Ho prenotato una camera al GrandVince hotel, a pochi passi da qui. Ora vado a fare uno spuntino in qualche bar. Poi mi ritirerò in camera per riposare. Domattina devo sbrigare un lavoro molto importante e preferisco essere in forma.
Dopo qualche imbarazzante secondo di silenzio, aggiunse:
- Naturalmente, non appena avrò sbrigato tutti i miei affari potremmo, non so, cenare insie...
- Con molto piacere!- intervenne lei.
- Benissimo! Se trova un attimo libero, chiami in albergo e lasci detto quando e dove incontrarci. Si ricordi che io riparto tra una settimana esatta.
- Ho capito- disse lei. Si avvicinò ad Harvey, che inizialmente parve voler arretrare.
- A presto- gli sussurrò ad un orecchio.
- Arrivederci- biascicò lui, inebriato dal profumo della ragazza.
Poi lei si incamminò per la sua strada, con passo solenne, conscia che finché non sarebbe stata dietro l'angolo gli occhi di Harvey sarebbero stati fissi su di lei.

Era sera, ed il sole iniziava a scivolare oltre l'orizzonte. Jill era nella camera degli ospiti di sua sorella e fissava stupefatta il contenuto della sua valigia, aperta sul letto.
- Mio Dio!- esclamò.
In mezzo ad alcuni abiti maschili, un pacchetto, accuratamente sigillato, riportava la scritta "Attenzione: documenti importanti". Sull'altro lato, era riportato il destinatario. Pareva essere un tale di una agenzia governativa di cui Jill non aveva mai sentito parlare. Fino a quel pomeriggio, almeno.
- Harvey!- realizzò all'istante.
Forse, durante lo scontro prima dell'imbarco, avevano scambiato per sbaglio le valigie. Il caso aveva voluto che fossero simili ed ora il povero Harvey, qualora Jill non l'avesse raggiunto in tempo, avrebbe consegnato a qualche suo superiore una valigia contenente abiti, maglieria intima e qualche profumo da donna.
- Torno il più presto possibile- spiegò alla sorella, che la vide uscire a razzo dalla porta della cucina senza nemmeno aver consumato la cena. Durante il percoso Jill si domandò più volte se non fosse l'eccitazione di rivedere quell'uomo affascinante a metterle fretta in quel modo. Che importanza aveva? Ora avrebbe avuto la scusa per incontrarlo di nuovo, quella stessa sera.

Diaz era inorridito. Aveva rubato la valigia sbagliata! Avrebbe dovuto capirlo: Harvey non era poi tanto stupido come sembrava! L'incontro con la ragazza non era stato un caso. Lo scontro, lo scambio, il gabinetto. Tutto ora combaciava alla perfezione. Harvey aveva previsto tutto e, sottovalutandolo, Diaz c'era cascato in pieno. Ora si ritrovava con una valigia piena di vestiti e tra poche ore avrebbe dovuto consegnare quei dannati documenti al capo. Se non l'avesse fatto... ma era meglio togliersi certe idee dalla testa. L'avrebbe fatto. A costo di usare la forza. Del resto, una vita vale l'altra e, se ce ne fosse stato bisogno, Diaz avrebbe sacrificato volentieri, per la propria, quella di qualcun'altro.
Con lo sguardo cupo, Diaz uscì dalla toilette pubblica della hall dell'albergo GrandVince e si diresse verso la portineria per ottenere, con le buone o le cattive, il numero di camera assegnata ad Harvey. La valigia giusta si trovava probabilmente nelle sue mani o in quelle della ragazza. Proprio mentre stava per attirare l'attenzione del personale, una donna gli si accostò e lo anticipò, suonando il campanello.
Il portiere, che stava smistando la posta, si voltò verso il banco.
- Desidera, signora?- domandò, notando l'affanno della ragazza.
- La camera del signor Owell, per favore- disse lei, tra una boccata di fiato e l'altra.
Diaz stava per sfogare la propria collera verso colei che l'aveva preceduto, ma quando riconobbe la sua voce rimase ammutolito ad osservarla. Era colei che cercava. Aveva letto il nome sui documenti della valigia che aveva esaminato. Jill Demetris.
- La 102, signora. Il signor Owell è appena salito in camera- rispose il ragazzo in divisa.
- Grazie tante- disse lei. Spinse una banconota da cinque dollari verso il portiere e si precipitò all'ascensore, tirandosi dietro la valigia di Harvey.
- Ha bisogno di qualcosa?- chiese l'inserviente a Diaz, che pareva fissare il vuoto.
- Lascia stare- rispose lui, con un gesto della mano.
Avrebbe voluto salire anch'egli sull'ascensore, ma la ragazza non era sola.
Dopo un attimo di esitazione, decise di incamminarsi sulle scale.

Arrivò al sesto piano in cinque minuti. Si affacciò sul corridoio. La ragazza era là, a dieci metri da lui, davanti ad una porta. La valigia a terra. Si incamminò frettolosamente, mentre la ragazza allungava il braccio verso il campanello. Diaz affrettò il passo e le si precipitò addosso, impedendole di completare il gesto e facendola rotolare per terra. Lei, completamente sbigottita, si rialzò guardando quello sconosciuto scambiare la propria valigia con la sua, per poi scomparire infondo al corridoio. Poi, la porta del 102 si spalancò di scatto.
- Che diavolo è questo baccano?- sbottò Harvey, guardandosi intorno.
Indossava un pigiama verde che lo rendeva alquanto buffo ed aveva le labbra sporche di dentifricio. Agitava nella mano destra lo spazzolino da denti, quasi avesse voluto minacciare con quell'arma chi stava disturbando la quiete dell'albergo a quell'ora tarda.
Guardò la valigia a terra e la ragazza che si stava massaggiando la testa.
- Jill, che cosa ci fai lì a terra?- domandò lui, aiutandola ad alzarsi.
- Harvey!- rispose lei, con le lacrime agli occhi.
- Vieni dentro un attimo, Jill- le suggerì lui.
Quando si trovarono seduti sul letto, faccia a faccia, lui disse: - Stai bene, ora?
Lei annuì.
- Dimmi cos'è successo- insistette lui, apprensivo.
Jill tirò su col naso ed iniziò:
- Stavo per suonarti quando un tizio che neanche conoscevo mi ha spinto a terra. Sul momento ho pensato che volesse derubarmi. Avevo anche una discreta somma nella borsetta. Invece, quel tipo ha scambiato la sua valigia con la mia ed è scappato di corsa giù dalle scale. Io non capisco proprio...
Poi iniziò a singhiozzare e si getto con le braccia al collo di Harvey che le batté qualche colpetto con le mani sulla schiena, per confortarla.
- Va tutto bene, Jill. Non preoccuparti- le sussurrò lui, retoricamente.
Poi un'idea gli balenò nella mente.
- Jill?
- Si?- rispose lei guardandolo dritto negli occhi.
- Sei tornata da me, perché?
Riconobbe negli occhi della ragazza un barlume molto speciale, prima che si socchiudessero, mentre i loro visi si avvicinavano, scontrandosi in un tenero bacio.
Harvey non trovava le parole per descrivere quella stupenda sensazione. Ma il cervello dell'agente gli ricordò che c'era ancora un pezzetto di puzzle mancante. Non avrebbe voluto farlo, ma dovette interrompere quel bacio.
- Cosa c'è?- chiese lei.
- La valigia!- disse Harvey, alzandosi ed andandola a prendere.
- La valigia?- ripeté Jill, mentre Harvey si apprestava a premerne i pulsanti.
La serratura scattò, aprendosi. Passarono diversi secondi, durante i quali i due fissarono increduli il contenuto della valigetta.
Harvey vi infilò la mano ed estrasse, osservandola come se non l'avesse mai vista in vita sua, una giarrettiera di pizzo nera. Sul viso di Harvey si dipinse un'espressione di stupore. Jill arrossì.

La mattina seguente, Harvey era nell'ufficio del generale Teeter, che lo studiava dall'alto al basso. Harvey era davvero elegante. Era lavato, sbarbato, pettinato e profumato come un bambino. Si sentiva in forma anche se aveva perso qualche ora di sonno a causa di Jill. Grazie a Jill, ad essere sinceri. Non aveva mai passato una notte insonne così piacevole. La mattina, quando si era svegliato, l'aveva cercata sotto le lenzuola e quando non la trovò aveva temuto che si fosse trattato soltanto di un sogno, frutto della sua fervida immaginazione.
Ma le narici non lo avevano tradito e riconobbero un profumo famigliare provenire dalla cucina. Si era seduto sul letto pesantemente, mentre le molle continuavano a scricchiolare sotto i suoi movimenti. Si era infilato le ciabatte e prima che potesse coprirsi, Jill era comparsa raggiante dalla cucina. Era avvolta nel suo accappatoio azzurro, di qualche misura più largo, e teneva in mano due tazzine di caffè. Aveva i capelli bagnati, segno che aveva fatto la doccia senza fare il minimo rumore per non disturbarlo. Harvey si era ricordato di essere nudo ed aveva afferrato un cuscino per coprirsi alla bene e meglio. Jill gli aveva sorriso, dicendo:
- Credi che non abbia mai visto un uomo svestito prima d'ora?
Struccata, era addirittura più dolce del solito, aveva pensato Harvey.
- E' questa?- domandò il superiore, facendolo tornare al presente.
Harvey assentì, scrollandosi dalla mente quei ricordi: - Certo, generale!
Teeter appoggiò la valigia sulla propria scrivania.
- Ha avuto qualche problema?- chiese sospettoso.
- Tutto liscio come l'olio- rispose Harvey, ignaro di tutto ciò che realmente successe in quelle 24 ore alla sua valigia. Stava già ripensando a quando avrebbe rivisto Jill.

Diaz stava rigido davanti al boss, porgendogli la valigia tanto agognata.
Nella stanza c'era una fastidiosa luce debole e soffusa. Quattro scagnozzi, presumibilmente armati fino ai denti, controllavano ogni suo movimento.
- Eccotela, come promesso- riuscì a dire, trattenendosi dal balbettare per la tensione.
- Good- rispose l'altro, sorridendo. - Very good!
Diaz si lasciò scappare un sospiro di sollievo.
- Posso avere i miei soldi, capo?- domandò impunemente.
- Un attimo, Alonco- temporeggiò l'altro, porgendo la valigia ad un suo uomo, che la appoggiò ad un tavolo, dando le spalle a Diaz.
- Prima voglio controllare che tu abbia svolto il lavoro correttamente- aggiunse.
Poi ordinò, al suo uomo: - Avanti, Tony!
L'uomo fece scattare la serratura e ne controllò l'interno.
- Allora?- domandò il boss.
Tony si accostò al capo, e gli riferì qualcosa all'orecchio.
- Molto bene, Alonco- pronunciò il capo, girandosi verso Diaz, il quale sorrise, compiaciuto.
- Avrai quello che meriti... - continuò, infilando una mano nella giacca.
-... come promesso.
Il sorriso di Diaz si spense quando vide spuntare dal taschino del capo un tagliacarte. Fece per ritrarsi ma due braccia muscolose lo afferrarono alle spalle ed una fitta micidiale lo colpì sulla sinistra del petto, dove ora spuntava un manico di metallo. Non si rese nemmeno conto di essere sul punto di morire.
Riuscì solo a domandarsi, un'ultima volta prima di spirare, che cosa avesse sbagliato.
Sentì solo le ultime parole del capo risuonare nella mente, fino a spegnersi in un sussurro.
- Liberatevi del cadavere e di quella maledetta valigia vuota.

Quando l'agente Owell lasciò l'ufficio, il generale Teeter controllò il contenuto della valigia ed una smorfia gli sfigurò il viso. Afferrò la cornetta del telefono. Compose un numero. Dopo il secondo squillo rispose una voce maschile.
- Direttore Barley, chi parla?
- Sono Teeter, Barley. Il suo uomo ha appena recapitato la valigia.
- Cosa?- domandò incredulo Barley.
- Quello che le ho detto, Barley. L'agente Owell ci ha riportato la stessa valigia che gli abbiamo consegnato.
- Ci dev'essere un errore... ha controllato i documenti all'interno?
- Sono ancora sigillati. Non sono stati toccati.
- Ma è incredibile... questo significa che...
- Che rischia il posto, mio caro Barley. Non possiamo permette ai nostri uomini di sottovalutare i nostri agenti, come ha fatto lei. A causa della sua errata valutazione delle capacità dell'agente Owell, non abbiamo potuto depistare il nemico con le informazioni sbagliate che la talpa del suo distretto avrebbe dovuto intercettare. Ci toccherà scegliere un altro uomo per questo lavoro. Un vero incapace, questa volta. Le assicuro che ci risentiremo presto, Barley.
Il direttore Barley rimase di sasso, sentendo il generale Teeter interrompere la conversazione con un tono di voce pericolosamente minaccioso. Aveva veramente commesso un errore sottovalutando Owell?

Jill sgranò gli occhi.
- Harvey, non possiamo permetterci dei prezzi del genere! - disse con voce smorzata, osservando il menù di uno dei ristoranti più cari della città.
- Non preoccuparti, Jill- disse Harvey. - Offro io. E prima che tu mi interrompa di nuovo voglio che tu sappia che non desisterò. Fino a poco tempo fa non avrei potuto permettermi una cena del genere, ma da oggi posso.
Jill, ancora dubbiosa, stava per ribattere ma Harvey la precedette.
- Stamani, il direttore Barley è stato licenziato. Non indovinerai mai chi ha preso il suo posto...
- Tu?- domandò Jill, a bocca aperta per lo stupore.
Harvey sorrise amabilmente, lisciandosi lo smoking nuovo di zecca.
- Magnifico!- disse lei, - dobbiamo brindare!
Si fecero versare dal cameriere un calice di champagne e lo alzarono in direzione dell'altro.
- Alla tua promozione... - iniziò lei.
- E al nostro incontro!- aggiunse lui.
Dopo il brindisi, Harvey parve essere un poco assente.
- Che c'è, Harvey?- sussurrò Jill, preoccupata, - sembri avere la testa altrove!
Harvey si mosse a disagio sulla sedia. Poi iniziò:
- C'è ancora qualcosa che non quadra, sebbene tutto si sia sistemato con successo. Non riesco a spiegarmi la scomparsa di Diaz, un mio collega, ed il contemporaneo licenziamento di Barley. Inoltre, non riesco a capire cosa volesse da te quel tizio che ti ha aggredito dopo che ci siamo restituiti la valigia. Come se non bastasse, tu dici che ha preso la tua e ti ha lasciato la sua ma quando l'abbiamo aperta nella mia camera abbiamo trovato il tuo bagaglio. C'è qualcosa che non quadra.
Rimasero entrambi in silenzio, cercando di risolvere il mistero.
- E poi,- aggiunse lui, - quella sera non mi hai risposto: perché sei tornata da me dopo avermi reso la valigia che ci siamo scambiati per sbaglio?
Lei chinò lo sguardo sul piatto, le mani che trafficavano nervosamente con le posate.
- Lo sai..- rispose lei a bassa voce.
- Ah!- replicò lui. - Ti prego di scusarmi, Jill.
Poi continuò, per cambiare argomento: - Resta comunque un mistero quello che è successo.
- No, Harvey- rispose Jill decisa, guardandolo con una dolcezza che lo fece tremare.
- Io so a chi dobbiamo tutto questo...
- A chi?- domandò Harvey, mentre la bocca di lei si fece lentamente più vicina e si apriva per pronunciare poche parole, prima di incollarsi alle sue labbra in un lungo e caloroso bacio.
- Al destino!

**EPILOGO**
La trama di base di Un incarico importante (anche se il suo nome originario era Al destino) la ideai verso la fine di giugno del 1996. Volevo provare a scrivere un piccolo giallo, la cui storia si basava su un ripetuto scambio di valigie tra tre persone: un agente, un ladro ed una persona completamente estranea. Durante tutto il racconto il lettore avrebbe dovuto tenere a mente a chi si trovavano in mano le varie valigie e rimanere sorpreso dal constatare nel finale che tutte le valigie sono ritornate nelle mani dei legittimi proprietari. Ho fatto infatti in modo che sfuggisse il primo scambio involontario, in occasione dello scontro tra Harvey e Jill. Dopodiché, quando Diaz scambia la sua valigia con quella di Jill, egli non si rende conto che nel frattempo (cinque minuti, il tempo di far le scale, mentre Jill l'aveva preceduto prendendo l'ascensore) Jill aveva già restituito la valigia ad Harvey. Diaz non se ne accorse perché vide la ragazza intenta a suonare alla porta di Harvey con una valigia in tutto e per tutto simile all'altra. Tutto il quadro si dovrebbe ricomporre verso la fine, anche se durante il percorso, il più attento dei lettori avrebbe dovuto chiedersi da dove potessero provenire il pigiama e lo spazzolino da denti di Harvey, visto che doveva ancora ricevere la valigia da Jill. Probabilmente nessuno l'ha notato. Mi dispiace per la fine del povero Diaz, ma volevo far capire che non sempre il crimine ripaga.



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