FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IMPROBABILI STORIE FANTASTICHE

Marco Tombesi




Nulla

Scalinata UGO BASSI, così riportava la cartina di Roma, e così mi aveva indicato la zia.
C'erano due strade per arrivare in via di Villa Pamphili, a Mon- teverde, dalla stazione ferroviaria di Trastevere:

a) una lunga: arrivare con un autobus qualsiasi o il tram 13 all'altezza del ministero della Pubblica Istruzione e poi lì prendere un'altro autobus, il 44, che passa per Monteverde

oppure:

b) una breve: prendere un autobus che vada verso il centro o il 13, fermarsi in piazza Ippolito Nievo e salire la scalina- ta Ugo Bassi.

Quest'ultima non è la strada più breve, bisogna camminare di più, ma è quella che scelsi: meno mezzi, meno attese, meno numeri.
Scelsi anche il tram, lo vidi arrivare come un trenino, quasi silenzioso rispetto agli altri mezzi, avanzava come un ferro da stiro, inarrestabile, inesorabile, deciso, sicuro di non sbaglia- re strada. Decisi che quello sarebbe stato il mio mezzo. Sceso in piazza Ippolito Nievo mi trovai di fronte la scalinata, era incastrata in mezzo a due palazzoni, ma la scalinata era lar- ga, manteneva una sua dignità.
Mentre mi incamminavo rievocavo i miei ricordi su Ugo Bassi, que- sto nome aleggiava da sempre in casa di mia madre, infatti rap- presenta un punto di riferimento pressocché fisso con mia zia, su mia zia, sono arrivato a considerarlo quasi un parente...
Ugo Bassi, il religioso che si unì ai combattenti della repubbli- ca romana e che fuggì poi da Roma per essere arrestato e fucilato dagli Austriaci... Non ricordo di ordine fosse, ricordo che da bambino l'ho immaginato dapprima con il volto giusto, simpatico e onesto di Spencer Tracy, poi è diventato il Charlton Eston di Gordon Pascia, ma mai mi sarei immaginato di vederlo con il volto gentile e sereno di Jacques Perrin in un recente film italiano; sempre nello stesso film si vedeva una statua di Ugo Bassi che si trova a Bologna, credo, inutile dire che non assomigliava assolu- tamente a nessuno degli attori che io immaginavo, ma assomigliava quasi a Carlo Marx...
Dimenticavo di dire che era sera, che era una autunno inoltrato e che pioveva. La pioggia, cadeva fitta e leggera, la luce dei lam- pioni illuminava una cascata di aghi dorati. Incominciai ad ar- rampicarmi lungo la scalinata.
Sulla cartina la scalinata sembra lunga e severa, è facile imma- ginarsela di marmo, che sale solennemente verso il Pincio, in realtà, dopo il primo tratto la scalinata sparisce, e ci si trova di fronte ad una massa di vegetazione informe, selvaggia, un frammento di giungla vietnamita nel centro di Roma si ha quasi voglia di fare dietro-front e tornare alla luce, alla strada, alla città... Dopo il primo attimo di smarrimento, se ci si ri- prende, si intravede un viottolo che sale, delle scale, e si pro- segue, maledicendosi ad ogni scalino per la propria stupidità, ed aspettandosi una sonora mazzata in testa e il film della propria vita che scorre dinanzi ai propri occhi.
Passata questa seconda fase ci si ferma ad osservare ciò che ci circonda, la vegetazione stillante acqua, il buio, piccoli rumo- ri, il vento... Ci aspetta di vedere avanzare un dinosauro, lento e massiccio, oppure una donna romana, con una brocca sulla spal- la, un protomartire con uno scrigno di ostie consacrate che va consapevolmente incontro al suo martirio, oppure, Caravaggio, che vaga per Roma con la spada al fianco e avvolto in un mantellaccio in cerca di luci, di volti, di personaggi, di vita da rapire e da fissare nei suoi quadri o inseguito per l'ennesima volta dalle guardie papali.
Ecco un drappello di garibaldini in fuga, dietro vengono Garibal- di e Anita, da qualche parte c'è qualcun altro... Ugo Bassi... Inutile dire che le cose più antiche sono carcasse di motorini, scatole fradice, plastiche di ogni tipo, sporcizia, siringhe, preservativi usati...
La realtà.
L'ultimo tratto di scalinata è come la prima, larga, pulita, se- ria, di fianco c'è una casa con una specie di torretta, da cui proveniva musica classica, forse era la casa di una musicista, un vecchio concertista o una vecchia pianista, o forse un dirigente di banca con un buon stereo.
Oramai ero praticamente arrivato, nel mio breve viaggio avevo vissuto tante sensazioni, avevo avuto tante idee, potevo dirmi già sazio, il mio viaggio aveva dati molti buoni frutti, ora po- tevo riposarmi e dedicare il resto della mia vita ad una seria e matura riflessione.
Mia zia permettendo.
***
La stanza in cui la zia mi fece dormire era piccola ma aveva una bella finestra da cui si poteva vedere quasi tutta Roma, il tempo quella mattina non era dei migliori, stranamente dopo una notte di pioggia il cielo non sembrava aver esaurito la sua riserva d'acqua.
Aprendo la finestra mi accorsi che c'era un gran vento, l'aria era fresca, frizzante ma ancora umida, prometteva ancora pioggia. Durante la colazione chiesi chiarimenti a mia zia su un fenomeno accaduto durante la notte, avevo dormito come un ghiro, ma mi ero svegliato sentendo uno strano rumore, uno scatto, come una serra- tura che si chiudesse.
Un rumore stranamente sonoro, forte, che aveva lasciato intorno a sé l'aria disturbata, silenziosa, ferma.
Mia zia tagliò corto dicendo "NULLA" e passò ad altro argomento, sinceramente non mi sembrò il caso di insistere sull'argomento e non ci pensai più.
***
Roma è una città con più realtà, più vite... Passando da un quar- tiere ad un altro si attraversano tante epoche, tante vite, sem- bra impossibile che in uno stesso momento debbano esistere tale e tante facce di uno stesso luogo.
Ad esempio si percorre una strada trafficata, caotica come Corso Vittorio Emanuele, poi ci si infila in una stradina laterale e tutto scompare: luci, rumori, persone...
Così ci sono quartieri o strade che non conosco pace a nessun ora del giorno, mentre altri che sono perennemente immersi in una quiete, una pace quasi preoccupante. Sembra che siano immersi in una dimensione diversa...
E' il caso del quartiere in cui abitava mia zia, mi sembrava di trovarmi in una specie di Olimpo; vi erano delle ore in cui si notava una certa animazione, dei giorni in cui il traffico aumen- tava, ma sostanzialmente vivevo in una pace pressocché totale. Non che mi dispiacesse, solo che quando mi trovavo in mezzo alla confusione mi sentivo stordito, confuso.
Successe una volta: mi piaceva camminare lungo le mura Aureliane e andare a passeggiare a Villa Sciarra, anche perché qui trovavo un buon compromesso tra la pace opprimente in cui vivevo di soli- to ed il caos che mi spaventava.
Villa Sciarra è molto spesso frequentata da bambini che giocano, anzi secondo me è il luogo ideale per far giocare un bambino. Infatti non è il classico giardino piatto e largo, ma è comples- sa, ha varie strade, che si intrecciano fra loro ma che, alla fine, ti portano in posti diversi; ci sono statue dietro cui na- scondersi, siepi, alberi.
Una mattina successe una cosa strana, stavo uscendo dal cancello del piazzale Wurts e fui investito da una valanga di bambini zin- gari, correvano, gridavano, dietro di loro venivano delle donne assistenti sociali o maestre credo, non so.
Il fatto in se fu anche divertente, fu bello pensare che c'era qualcuno che si occupava di quei bambini, ma, per me, fu anche scioccante, fui assalito da una sorta di stordimento, che mi co- strinse ad allontanarmi in fretta.
Solo infilandomi in un viale alberato ritrovai un minimo di tran- quillità.
Lentamente, ritornai verso casa.
***
In casa di mia zia c'era un corridoio con in fondo una finestra, mi piaceva guardare da quella finestra; quando, raramente, passa- va una macchina il rumore rimbombava nel corridoio, dando vita ad una strana eco. Quando il rumore non era troppo forte era addi- rittura piacevole;quella eco che danzava nell'aria rendeva più piacevole il silenzio su cui rimbalzava, facendo assaporare mag- giormente la quiete che seguiva.
Un pomeriggio che mi trovavo nel corridoio mi tornò in mente quel rumore che sentii la prima sera che dormii in quella casa. Mi venne voglia di sapere di cosa si trattasse e decisi di vegliare, quella sera, per controllare se l'episodio si ripeteva e a cosa era dovuto.

Per tutta la notte giacqui in un dolce dormiveglia, passarono i minuti, tranquillamente, in silenzio. Ripensavo alle paure infan- tili, a come erano sparite improvvisamente, lasciando il posto a nuove paure, ricordavo la paura del buio, della notte, delle stanze vuote, dei film tristi...
Tutto sparito, anzi ciò che una volta mi faceva paura, ora, qua- si mi affascinava.
ECCO!!
Risentii il rumore, forse più forte e più chiaro.
Non resistetti, mi alzai, non accesi nemmeno la luce, tanto, i miei occhi erano già abituati all'oscurità e intravedevo abba- stanza bene la porta e gli oggetti della stanza.
Uscii sul corridoio, ad un'estremità si trovava la finestra, dal- l'altra la porta, dalla finestra entrava la luce dei lampioni della strada sottostante, proprio in quel momento passò un'auto e ci fu quell'eco di cui ho già parlato precedentemente, come sem- pre mi riempì di pace e di serenità, dentro di me sparì l'eccita- zione che mi aveva spinto nel corridoio e fui tentato di tornare a letto, eppure mi avviai verso la porta, automaticamente, senza convinzione, forse senza nemmeno accorgermene o, addirittura, volerlo.
Vidi la porta divenire sempre più grande, poi fu così vicina, così vera, capii che l'unica cosa che potevo fare era oltrepassa- re la porta, affrontare la realtà...
Abbassai piano la maniglia, fino a quando la mano non si fermò, spinsi in avanti il braccio, io restai fermo, solo il braccio si mosse, contemporaneamente alzavo la maniglia.
Descrivo tutte queste cose elementari perché, effettivamente, ricordo di essermi reso conto di averle fatte, non furono gesti, casuali, ma tutti coscienti.
Quando la porta fu completamente aperta la maniglia era tornata in alto ed allora si sentì lo stesso identico rumore, lo scatto, lo schiocco secco.
E questa è l'ultima cosa che ricordo.

Poi il NULLA...

Ecco cosa intendeva mia zia, non una semplice parola, non un luo- go comune, ma esattamente quello: il nulla.
Non luce, non buio.
non volume, né forma,
nessun colore, nessun rumore...
solo spazio
e la percezione di esistere in questo spazio, sentirsi parte di gigantesco NIENTE.
improvvisamente capii cosa intendeva Gandhi quando disse:
'...Faccio parte di quell'Infinito, e tuttavia ne costituisco un tale frammento infinitesimale che me ne sento fuori...'.
Ecco l'Infinito, ed ecco la sensazione dell'infinitesimo frammen- to.
E quel frammento ero io...
Ero io e tutta la mia realtà, la mia vita, tutta la mia esistenza e quella di coloro che conoscevo, o perlomeno pensavo di conosce- re...
Improvvisamente tutta la mia percezione dell'esistenza cambiò, ed il fatto di essere, di esistere diventò una cosa puramente casua- le, accessoria; tutto era insignificante paragonato a quella spa- ventosa e potentissima sensazione di realtà.
Mi resi conto dell'inutilità del nostro concetto di esistenza, e capii che anche una perticella elementare, costituita di sola energia, era, con tutta la sua potenza, la sua velocità, infini- tamente più vera e più reale di me...
In realtà forse io non ero mai esistito, oppure ero solo un ba- gliore a mia volta, magari un incrocio delle rotte di due parti- celle elementari, una scintilla, una deviazione da un'asse. E quest'incidente aveva generato una mutazione nello spazio e nel tempo, e questo si era ripercosso per secoli e secoli, divenendo una memoria storica, genetica, ed ancora dopo milioni di anni tutto questo si materializzò in un pensiero, un'idea, subito sfuggito, riacchiappato e poi sfuggito ancora, nella mente di un Essere, un qualsiasi Essere dell'universo.
Ecco dunque che dall'Essere nasce il pensiero, e dal pensiero può nascere un Essere.
Quindi io potrei non esistere realmente, ma essere solo un'idea, un pensiero, un concetto, destinato a guizzare via nell'universo come una cometa.
E, chissà, forse non esisti nemmeno Tu che stai leggendo...





Apparizioni

Quel sabato sera il cielo più irreale del solito, le nuvole for- mavano un strato denso, quasi un velluto, il tramonto le dipinge- va di rosa, sembrava uno scenario apocalittico, cinematografico, questo cielo incombeva sopra di me.
Rientravo da un giro di spese pre-natalizie, Marco non c'era, era uscito subito dopo di me per andare all'aeroporto, aveva un volo che lo avrebbe tenuto fuori tutto il week-end.
Rientrando andai di filato in cucina senza nemmeno togliermi il cappotto, avevo camminato molto ed avevo una gran sete.
Attraversando la casa vidi con la coda dell'occhio una macchia, una figura, QUALCOSA che si stagliava contro la finestra, la vidi solo con la coda dell'occhio un'attimo prima di entrare in cuci- na, lì mi bloccai CHI era, COSA era, PERCHE' era lì?
Logica e illogica per un attimo mi confusero: Marco non poteva essere in quanto era fuori, quindi doveva essere qualcos'altro, qualcun'altro, ma chi?
Sentivo una presenza minacciosa.
La figura era indiscutibilmente quella di Marco, ma non poteva essere lui... Un'apparizione, un simulacro di Marco, un'impronta, fantasia e paura attraversavano la mia mente come lampi formulan- do ipotesi pazzesche.

Ora mi sarei recata di là e avrei visto dalla finestra un pipi- strello che svolazzava, e avrei sentito una lugubre e diabolica risata... Marco, il mio Marco, mio marito un vampiro... (ecco perché odiava gli specchi, ecco perché non mi accorgevo mai quan- do entrava nelle stanze)...

Ora mi sarei recata di là e non avrei visto nulla, assolutamente nulla, e mi sarei resa improvvisamente conto della mia follia, del mio credermi moglie, felice... immaginavo di sentire i vicini riferire brani di una mia folle biografia... "... era tanto una brava ragazza, tranne che aveva questa fissazione, questa fanta- sia di un marito che non esisteva...", "... io me la ricordo bene da anni inventava amici e amiche inesistenti, a volte passa- va le ore a parlare al telefono da sola...".

Ora mi sarei recata di là e avrei visto un alone, una traccia di umidità sulla finestra, un'impronta di un corpo, e l'avrei guar- data scomparire, svanire, poi avrei sentito squillare il telefo- no... dall'aeroporto, una bomba, il suo aereo esploso in volo, pochi minuti fa... e lui era tornato a trovarmi un'ultima volta, per vedere la nostra casa, il nostro letto, per rivedermi solo per un attimo prima del grande viaggio, prima di affrontare il grande buio, la grande notte...

Ero ancora in cucina, mi voltai lentamente, mi avviai verso la camera da letto, verso il tramonto rosa, verso l'ombra scura. Le macchine nella strada sottostante emanavano il solito e sano rumore di clacson e accellerate, io proseguivo il mio lento viag- gio verso la camera da letto.
Ormai l'ombra era davanti a me, ed aveva abbandonato la sua di- mensione da incubo, non era più né spettro né vampiro, né fol- lia, ma era semplicemente mio marito che, assorto, fissava il tramonto.
Si girò lentamente mi fissò per qualche secondo studiandomi, come se mi vedesse per la prima volta.
Poi sul suo volto si allargò un sorriso, "Tutti i voli sono can- cellati fino a domani mattina", mormorò...
"Facciamo l'amore?... ", aggiunse poi.






Paure

Da bambino non avevo paura.
Mai.
Potevo dormire al buio, da solo, in una casa vuota, non avevo paura.
Da ragazzo giravo da solo la notte e non avevo paura; prendevo i mezzi, la metropolitana, mi infilavo in vicoli scuri e non avevo paura.
Neanche a scuola.
Affrontavo professori, esami, compiti in classe senza avere la benché minima paura.
Non che andassi bene... Non andavo neanche male... Ma non ero un secchione.
La mancanza di paura era un aspetto della mia personalità che mi ha sempre incuriosito, veramente!
Ho attraversato tutta l'infanzia e la giovinezza senza provare il benché minimo batticuore.
E la cosa mi preoccupo' anche. Pensavo di essere imperfetto, in- completo, credevo che la mia sensibilità fosse in qualche modo incrinata, ero sicuro che mia maturità avesse qualche seria lacu- na.

Poi successe.
Un po' per volta, lentamente, nel corso degli anni fui aggredito da pensieri,angosce, preoccupazioni, fino a diventare completa- mente terrorizzato dall'esistenza.
Cose già successe, cose che potevano succedere in futuro mi im- paurivano.
La mia era una paura irragionevole, insensata, al di là di ogni possibile spiegazione.
Succedeva spesso alla consegna di qualche lavoro, di qualche pro- gramma; spesso arrivavo all'appuntamento sfinito, distrutto dal rimuginare sui possibili ed eventuali problemi che potevano in- sorgere, sulle critiche, sui commenti al lavoro svolto. A volte ero così teso che compivo degli errori banali, madornali, che l'utente stesso, gentilmente e pazientemente, perdonava e correg- geva.
Incominciai ad avere problemi fisici, somatizzavo questa mia pau- ra, la notte spesso mi agitavo in preda ad incubi, oppure la pas- savo insonne continuamente disturbato dal pensiero del mio lavo- ro.
Entro certi limiti questa cosa non era del tutto negativa, infat- ti una conseguenza era che i programmi erano abbastanza testati e certi problemi li risolvevo prima di consegnare il lavoro. Oppure il fatto di immaginare possibili critiche ed osservazioni da par- te dei clienti mi portava ad essere preparato, pronto a rispon- dere alle loro osservazioni, cosa questa molto importante nei rapporti con i clienti.

Passai poi ad una successiva fase: continuavo a essere spaventato dalla realtà, ero sempre agitato nei confronti della mia esisten- za, ma forse proprio per il fatto di immaginare tutto peggio di quanto fosse, cominciai ad osservare che le cose non erano poi così terribili, che i miei programmi, anche se non erano perfet- ti, erano comunque abbastanza soddisfacenti.
Gli utenti non erano quei mostri immondi che io paventavo, certo non tutti erano ben disposti e pazienti, ma tutto sommato potevo sopportarli.
Le poche volte che ho parlato di questa storia con qualcuno mi è stato detto che era un problema di inesperienza, di insicurezza, di ipersensibilità.
Ma a me rimane il dubbio che ci sia un aspetto insondabile nella vita delle persone e che la nostra esistenza può variare inspie- gabilmente ed inaspettatamente.
Ognuno di noi, nella vita, è come una piccola imbarcazione in balia della marea che viene spinta contro un pontile da cui rim- balza per poter essere poi spinta nuovamente.
E noi ci troviamo su questa barchetta e seguiamo questi sposta- menti senza poter far nulla se non osservare, osservare, osserva- re...




Virus I

Quella mattina Franca Calerani si alzò più stanca della sera pre- cedente, quando si era coricata.
Imputò la cosa ad un inizio di influenza.
Si mise gli abiti più pesanti, i guanti la sciarpa ed uscì di casa.
Quando fu in strada la prima persona che vide fu un giovane, in- freddolito e con il naso arrossato, questo è tutto ciò che Franca avrebbe ricordato per il resto della sua vita. Non avrebbe mai più saputo ricostruire cosa era accaduto, né come era potuto ac- cadere. Avrebbe solo ricordato il BACIO, il più assurdo bacio della sua vita, dato ad un giovane sconosciuto, per strada. Avrebbe ricordato anche la sensazione di calore, interno oltre che esterno, che aveva provato a stare lì, in mezzo alla strada, con le labbra appoggiate a quelle di uno sconosciuto.
Poi si scostò e riprese la sua strada, come se nulla fosse, con uno strano vuoto interiore che l'avrebbe seguita per tutto il resto della giornata, impedendole di razionalizzare l'episodio.

Carlo Abini, il giovane che ricevette il bacio, restò interdetto, non capì assolutamente cosa stava succedendo, vide a malapena la donna che si allontanava.
Proseguì comunque per la sua strada, pensando a come la vita, la città, il lavoro possono alienare una persona...
O forse no, non erano quelli i motivi del comportamento della donna che lo aveva baciato, forse era l'indifferenza, la mancanza di considerazione del proprio prossimo come un individuo bisogno- so di attenzione, di affetto...
D'altronde tutti si riempiono la bocca con le parole amore, al- truismo, pace, eppure raramente si è veramente tolleranti o giu- sti verso le minoranze, di qualsiasi tipo. Prendiamo, ad esempio, gli omosessuali. Se due uomini si mettono insieme per una truffa, possono generare addirittura simpatia, se due uomini si uniscono per compiere una rapina, si troverà qualcuno che li giustificherà per una qualche ingiustizia sociale da loro subita. Ma se malau- guratamente convivono per amore dovranno subire l'odio generale di tutti coloro che saranno imbarazzati, offesi, confusi dal loro gesto.
Tutti ammiriamo le belle figliole che appaiono in televisione, amiamo i loro volti, le loro chiome, i loro corpi sottili e si- nuosi, ma... e le altre? le ragazze vere, quelle che si trovano aldifuori dello schermo? che camminano per strada, che incontria- mo sugli autobus, che fanno la fila alla posta... non le guardia- mo mai...
Ci rifiutiamo di osservare i loro nasi non proprio perfetti, la loro pelle, talvolta, rovinata, le loro gambe troppo piene o troppo magre. E come le prendiamo in giro quando scimmiottano questa o quella attrice o cantante... anche se siamo noi che pre- tendiamo una cosa del genere, siamo noi che ammettiamo solo l'ec- cesso, il paradosso, loro lo fanno per guadagnare la nostra con- siderazione, i nostri sguardi...
La stessa cosa vale per i ragazzi: si fanno crescere barba e ca- pelli, o viceversa se li tagliano in svariate fogge solo per es- sere considerati...
Perché proprio questa è l'essenza del discorso, la paura di non esistere, o almeno di non esistere per il prossimo, in quanto non conforme a regole estetiche ben precise che ci obbligano ad esse- re vistosi e visti.
Tutto sommato non c'è niente di nuovo: spesso nel regno animale si osservano le livree nuziali ed atteggiamenti di accoppiamento, e gli individui che spesso prevalgono sono quelli più appariscen- ti... Ci sono anche le livree di mimetizzazione, ma quelle hanno un'altro scopo... Ed anche la violenza, lo scontro fisico per il mantenimento della specie sono un'altro discorso...
Quindi si comperano e si indossano scarpe e pantaloni più costosi e scomodi possibili... Ma che ci illudiamo ci permetteranno di riprodurci...
E così continuiamo a considerarci per quello che appariamo, per come ci mostriamo agli altri e non per quello che siamo realmen- te...

Mentre Carlo pensava queste cose incontrò una ragazza che portava a spasso un cagnolino, la giovane era infagottata in un ampio eskimo, la pelliccia sintetica del cappuccio le nascondeva o qua- si il volto, che era ornato da spessi occhiali.
Carlo avvertì quasi un mancamento, un momento di assenza, e si ritrovò con le labbra appoggiate a quelle della ragazza...

In quella giornata furono scambiati milioni di baci, un anziano viveur, che se andava in giro tinto ed azzimato, baciò voluttuo- samente una vecchina che dava da mangiare ai gatti, lasciandola poi confusa e interdetta con i gatti che le si strusciavano alle gambe...

Giulio Pedersoli baciò Irene Macagli, che baciò Ernesto Papi, che baciò Alessandra Tani, che baciò Luciano Gentili, che baciò Carla Mazzi, che baciò Giuseppe Lanzi...

Il bacio più lungo fu quello che si scambiarono la Professoressa Gaetana Sombrini, docente di filologia romanza alla facoltà di lettere dell'università di Roma "La Sapienza" ed Ernesto Santini un tecnico della manutenzione dei servizi sanitari: 21 minuti e dodici secondi.
Quello più breve fu quello che si scambiarono due autisti durante una fermata: due secondi e due primi.

Durò solo una giornata, non ci furono effetti secondari: né in- crementi, né decremento delle nascite. Altrettanto dicasi delle morti.

Questo fu il virus dei baci.





Virus II

Era una fredda mattina di gennaio, il tram 30 barrato transitava lungo Viale Aventino, una ragazza che si trovava vicino alla ca- bina dell'autista fece un fortissimo starnuto, che sembrò risve- gliare gli altri passeggeri.
Nessuno disse niente, ma tutti alzarono la testa, sospirarono e cominciarono guardare fisso dinanzi a sé.

La Ragazza che aveva starnutito parlò:
"Perché? Perché mi ha mentito? Non poteva dirmelo? avrei capito: 'Non è stata la prima volta...', avrei capito, invece no mi ha mentito, lo aveva già fatto con qualcun altra.
Ed io chi sono? solo un'altra con cui farlo e poi scappare? Sono una ruota di scorta? E' questo che sono?"

Una signora anziana mormorò:
"... l'amico di mio figlio era lì in piedi nella stanza, era im- pacciato, mio marito continuava a parlare, a parlare, il ragazzo faceva di sì con la testa ed ogni tanto sorrideva, aveva le mani in tasca. Mio figlio era uscito dalla camera da pranzo poco prima ed era andato nella sua stanza, aveva messo un disco ed ogni tan- to lo chiamava, ma il ragazzo non si muoveva non voleva offendere mio marito. Ad un certo punto io gli ho detto 'Vada, vada a sen- tire la musica...'. Il giovane si è voltato ed è uscito dalla stanza, senza dire nulla, mi è sembrato tanto mortificato..." l'anziana signora, infine, tacque con un sospiro.

Un soldato di leva che si stava recando al Celio si alzò e disse deciso:
"Dove finisce l'uomo comincia il militare..."

Un giovane uomo con un cappotto verde, una grossa sciarpa, una borsa a tracolla e gli occhiali disse a bassa voce:
"Sabato sera ho rivisto 'Ecce Bombò di Nanni Moretti, ed ho ri- conosciuto uno degli attori, quello che telefonava alla radio privata per parlare dell'amico Etiope e che raccontava la storia dei carri armati che non possono passare sotto le gallerie del- l'autostrada... Beh, lavora all'università, è proprio come nel film, lo vedo spesso al telefono, una volta ha detto una cosa: 'Alberto Sordi è un'attore involontariò... Mentre vedevo il film non sapevo cosa pensare, conoscevo la persona che parlava, e ve- devo il personaggio del film, e non riuscivo a stabilire un rap- porto tra i due..."

Un anziano signore cominciò a parlare sommessamente:
"Qualche estate fa mi sono sentito male in chiesa, durante una funzione... Mi hanno portato via a braccia, ho attraversato tutta la chiesa portato da due o tre persone. C'era un gran silenzio... Non mi sono mai sentito così mortificato...".

Un signore grande e grosso disse con un tono sognante:
"A Natale mi piaceva andare in una pasticceria che si trova tra via di S.Michele a Ripa e Via delle fratte di Trastevere, faceva- no un ottimo panettone artigianale; non era troppo dolce ma molto aromatico, quando lo aprivi dovevi consumarlo in un paio di gior- ni altrimenti si seccava. Anche secco era comunque molto buono, era come il pane casareccio, quello che si faceva una volta. Una volta a Roma del vino genuino si diceva 'non dice la bucià, oppure 'è sincerò, è un bel modo di dire ha a che vedere con la verità... Quel panettone era proprio 'sincerò..."

Una giovane donna con un occhio un po' più sporgente dell'altro disse:
"Non voglio occuparmi della procedura di rilevazione presenze, riguarda la mia collega, è compito suo, gli si sta' meccanizzando il suo lavoro non il mio, perché deve toccare sempre a certe per- sone sottomettersi? perché gli altri devono fare sempre i furbi, o comunque non devono mai sforzarsi di fare le cose che gli com- petono?".
Detto questo fece uno starnuto fortissimo e tutti ripresero a pensare ai fatti propri.
Il tram imboccò Via Labicana.

Questo fu il virus che fece dire alle persone i loro pensieri più nascosti.





L'Editore

L'Editore solleva la cornetta del telefono e risponde alla chia- mata:
- Pronto? Ciao Giorgio come stai? Abbastanza bene grazie. Buon Natale anche a te... Che mi dici? Sì l'ho letto... No, non ci siamo... No, non va... Cosa vuoi lo trovo scollegato, non c'è un filo logico, non sono racconti brevi perché ognuno è troppo com- plesso e troppo lungo, non c'è la voglia di portare a fondo il lavoro, è come se chi li ha scritti non volesse prendersi la re- sponsabilità di portare a fondo i discorsi che comincia, di deli- neare esattamente i personaggi... Sì, ho capito che è un dilet- tante ma questo non lo solleva dalle sue responsabilità... No, no... Aspetta, non mi fraintendere, qui non è soltanto un fatto di gusto personale, questo non sa proprio scrivere, mia figlia a cinque anni scriveva in maniera più chiara e leggibile...
Mia figlia è diventata commercialista e non scrittrice... Sì, questo e vero, però al di là di tutto il problema rimane: chi sò tutte stè persone? La Zia, ad esempio, chi è, che fa'? Chi è stò tizio che scompare? Da dove viene?... "Dallo stesso ignoto in cui si perde"... Così ti ha detto?... E che significa?... No, scusa, fammi parlare, io ho questo maledetto vizio che quando faccio qualcosa, qualsiasi cosa devo capire e adesso non capi- sco... No, è qui che sbagli, non è poesia, è un guazzabuglio di gotico, horror, esistenzialismo, minimalismo... I racconti di Buzzati?... E' proprio questo il problema, qui ci troviamo di fronte a qualcuno che, in perfetta buonafede, ha letto superfi- cialmente, senza assorbire pienamente il contenuto, romanzi di grandi scrittori: Buzzati, Poe, Maupassant ed ora pensa di poter scrivere anche lui qualcosa, magari di breve, di non troppo impe- gnativo, qualcosa di simile, senza impegnarsi troppo... E qui c'è un errore di fondo, un racconto, per quanto breve, ha una sua logica, deve essere completo in tutti i suoi aspetti, chi lo scrive deve avere ben chiaro tutto un iter da seguire, devono essere presentati i personaggi, le situazioni, gli ambienti, ma- gari anche brevemente...
Ad esempio io sono il personaggio di quest'ultima storia, ma chi sono... l'Editore, si, lo so, ma di che? chi sono? dove lavoro? come lavoro? con chi sto parlando al telefono?... Come sarebbe "non ha importanza"?... lui ti ha detto: "...la sostanza delle cose ha più importanza della loro forma"... Potremmo anche essere d'accordo su questo, ma non pensi che la precisione è fatta anche di piccole cose, di piccole chiarezze e chiarimenti, dobbiamo permettere alle persone di capire qualsiasi cosa si trovino di fronte, questa è una responsabilità anche nostra, anche se noi non ci occupiamo di cronaca, di attualità vera e propria, siamo sempre e comunque soggetti a degli obblighi di chiarezza sia for- mali che sostanziali...




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