FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL VELO DELLA VERONICA

Giuseppe Caravita




(dedicato a tutti gli italiani che nel 1992 avevano quattro anni)

(ovvero: il panno sporco più antico d'Italia)

(ovvero ancora: le tre reti che governeranno il mondo)

<La tua città , che di colui é pianta

Che pria volse le spalle al suo Fattore

e di cui é la 'nvidia tanto pianta,

Produce e spande il maledetto fiore

c'ha disviato le pecore e gli agni

però che fatto ha lupo del pastore.

Per questo l'Evangelio e i dottor magni

Son derelitti; e solo ai Decretali

Si studia sì, che pare a' lor vivagni.

A questo intende il papa e' cardinali:

Non vanno i loro pensieri a Nazzarette,

là dove Gabriello aperse l'ali.

Ma Vaticano e l'altre parti elette

Di Roma, che son state cimitero

Alla milizia che Pietro seguette,

tosto libere fien dell'adulterio>

Indice

Ringraziamenti

Questo scritto, per il suo carattere un po' particolare, ha avuto bisogno di un buon numero di sperimentatori. Tra cui, innanzitutto, il dottor Roberto Bordogna, Mattia Losi, Maria Rosaria Zincone, Vito Morawetz, Fabrizio Galimberti che si sono dati la pena di leggerlo in bozza con successivi, e utilissimi, consigli. Inoltre mia moglie, Fiorella De Cindio, ha contribuito con le sue osservazioni e con la sua infinita pazienza al travaglio.

Le ragioni di un non-libro;

Questo non é un libro. Almeno per quanto riguarda la mia volontà questo scritto non dovrà raggiungere, almeno per il momento, la normale pubblicazione a vasto raggio, indifferenziata e in libreria. Per due gruppi di motivi. Il primo sta nel contenuto stesso di quanto segue. L'Italia di nuova qualità o sarà Italia di reti attive, aperte e personalizzanti o non sarà. E questo é un diario aperto, che aggiorno ogni volta ascoltando la radio (Radio Popolare di Milano, di cui sono fiero azionista e sostenitore) con i suoi stimoli su cui rifletto al computer. Divertendomi un sacco, ve l'assicuro (fino a telefonare alla radio per dire la mia nei numerosi dibattiti aperti disponibili). Stampare questo diario continuo, una volta per tutte, mi pare per ora impossibile. Un non senso. La qualità é un processo evolutivo della vita, non un codice definitivo. La pubblicazione, in rete, di questo scritto é quindi coerente con il suo contenuto: innescare un processo, un'analoga ricerca in altre menti. Mi riservo il diritto di modificare e aggiornare ogni parte di quanto segue (compresi gli errori di ortografia) alla luce della comunicazione in rete. Altrimenti non divertirei me e, spero, Voi.

Il secondo gruppo di motivi riguarda il valore del successo. Per mia fortuna, come giornalista tecnologico nel maggiore quotidiano economico italiano, mi trovo in una posizione di visibilità eccezionale. E amo il mio lavoro. Ho dei colleghi, intorno a me, che stimo. Un'area di lavoro, nell'informatica, sinergica alle mie idee e al mio percorso di vita. Non desidero da questo non-libro né ulteriore successo (che potrebbe anche destabilizzare il mio lavoro, e trasformarmi a poco a poco in un altro Sgarbi o Ferrara, che non sono esattamente i mei modelli ideali) né insuccesso (che potrebbe deprimermi, dato che sono un essere umano piuttosto emotivo). Una diffusione troppo rapida del Velo della Veronica potrebbe nuocere alle ipotesi analitiche e alla proposta contenuta, che va metabolizzata, innanzitutto dal mio stesso cervello e poi dalla sinistra, dai cattolici e dalla Lega, che vorrei riflettessero su un vero progetto di cambiamento dei valori italiani. Comunque da menti e stomaci forti (dato il contenuto che avrete la fortuna - o meno - di valutare) e da un processo di diffusione delle reti telematiche in Italia che, nelle previsioni, si annuncia graduale e non esplosivo. In cui i battistrada siete Voi che leggete. Desidero così, con questo scritto, aprire una discussione, con chiunque voglia capire meglio ciò che qui tento di abbozzare. E premi in qualche modo la fatica (non piccola in Italia) di collegarsi alle reti e divenire un cittadino attivo.

C'é infine un motivo pratico: le reti civiche hanno bisogno (anche loro, ma guarda) di soldi per vivere. E questo libro, se lo prendete e leggete (anche se vi fa arrabbiare e lo lasciate a mezzo) costa lire Ventimila che Vi prego caldamente di inviare, in busta, presso la Rete Civica Milanese, Via Comelico 39 , Milano. Si tratta, come si usa dire nell'informatica, di un caso di Shareware. Una buona azione, ve l'assicuro. Per Voi e i vostri figli. Vi prometto, dall'alto, un lampo d'amore dei diecimila Buddha.

Premessa

Premessa

Nel giugno del 1992 l'Italia stava per crollare. Una violenta crisi di credibilità sui mercati internazionali portava, in poche settimane, alla svalutazione drastica della lira (oltre un terzo della ricchezza nazionale veniva annullata in termini di ragioni di scambio con l'estero), alla fuoriuscita (che oggi appare pressoché definitiva) dallo Sme, il sistema di cambi semi-fissi inaugurato con tante belle speranze nel 1979 e che avrebbe dovuto assicurare l'unione strutturale dell'Europa e la "disciplina" dell'Italia. Non solo: nell'estate del 1992 esplode l'intero equilibrio politico italiano. Nei fatti Dc, Psi e forze laiche tradizionali risultano polverizzate. Al governo Giuliano Amato, e poi Carlo Azeglio Ciampi, sorta di commissari fallimentari della Prima Repubblica, non possono che avvalersi dell'unica forza politica che i giudici di Mani Pulite hanno (volutamente, accusano da destra) risparmiato: i tanto vituperati ex-comunisti del Pds di Achille Occhetto, che sottoscrivono senza fiatare, uno dopo l'altro, i decreti legge dell'amministrazione controllata (pre-fallimentare) del paese. Anche se, al momento decisivo, il Pds non entrò nel governo Ciampi.

Nuovi tribuni inondano piazze, giornali, e media. Umberto Bossi, il fondatore della Lega (prima Lombarda, poi Nord) accusa tutto e tutti, e riceve recensioni positive persino su "Cuore", il settimanale satirico della sinistra. Andreotti, fino a dodici mesi prima quasi inamovibile e quarantennale stella polare del regime Dc va sotto processo per collusione con la mafia. Così tanti altri notabili del suo partito. Mentre il Psi, il partito delle speranze di modernizzazione degli anni Ottanta, affonda in una palude melmosa di accuse di corruzione. L'uomo della strada ormai identifica la sigla Psi con "ladro". E non senza ragioni.

Isola di Favignana, di fronte a Trapani. 25 agosto 1994. Sul terrazzo bianco di calce di casa Campo quattro uomini, tutti e quattro quarantenni, stanno immobili, quasi attoniti di fronte al tramonto rosso dietro la montagna delle Fate. Così Ruggero, il figlio di uno di essi, ha chiamato il monte di Favignana, il dorso della farfalla distesa sul mare che si porta in groppa un castello normanno color ocra chiaro, oggi osservatorio radar che protegge l'aereoporto militare di Birgi. E nel tramonto rosso il castello sembra davvero abitato dalle Fate, e non da tecnici elettronici della Nato.

Beppe (io), ovvero il padre di Ruggero, sta seduto su una sdraio, il giornale posato in terra. Federico, in piedi, impacchetta sul tavolo di plastica da giardino le stoviglie. Le mogli e i bambini sono partiti tutti in mattinata con il volo diretto Birgi-Milano. Loro quattro, invece, dovranno domani imbarcarsi sul traghetto da Palermo, con le auto zeppe di cianfrusaglia da vacanza. Antonio, magro e eternamente bianco, è disteso sul materassino, immerso in una specie di torpore. Ha tentato per un mese di abbronzarsi al sole siciliano. Ne ha ricavato solo feroci mal di testa. Emilio, seduto sul davanzale di tufo, si liscia i grandi baffi neri. Un comasco lacustre che pare un principe beduino, lungo e scuro. Lui il sole nemmeno lo sente. Uscì dal ventre di sua madre come da una seduta alla lampada al quarzo.

Tutti in silenzio, tutti muti. Per un mese i bambini, urlanti e giocosi, sono stati i padroni della casa. Le donne le furie, le regine. Ora, per loro, è quel poco di tempo vuoto, quell'intermezzo prima del traghetto, del ritorno al lavoro.

Beppe pensa a Milano con calma, senza apprensione. Il suo lavoro gli piace, fa il giornalista tecnico, e a casa lo attende il solito turbine di impegni, articoli, conferenze stampa di aziende di computer e di software. Lo angoscia, piuttosto, preparare la cena. Rompere quel silenzio meraviglioso del tramonto, quell'immobilità magica.

Federico, il manager. Ora, finalmente, è riuscito a tornare a Milano. Niente più corse di notte sull'autostrada per tornare a casa. Peccato, però, che ne abbia perso in qualità del lavoro. A Parma era un'altra musica. Nel palazzo alle porte di Milano si respira pesante, anche i muri hanno orecchie.

Antonio, il professore. Fa finta di dormire e pensa di continuo, ormai da un mese, alla stessa cosa. Ossessiva, come un pendolo eterno, va e viene. Solo, sono solo. A Milano non troverò più i compagni, gli amici . Da quando ho giurato a me stesso di tentare l'avventura politica non ho fatto altro che rimediare guai a ripetizione. E ora devo salvarmi anche il posto di lavoro. Quelli al potere arriveranno a sbattermi fuori dall'università.

E infine Emilio, l'esteta. Compone, dipinge, ma si guadagna da vivere disegnando le più belle borse di Milano. E investe, spende, viaggia. Sul davanzale tenta di catturare nella memoria la sfumatura rossa del castello delle Fate. Per riprodurla in un possibile disegno. Emilio è pieno di debiti, ma non gli importa. Fra due giorni, a Milano, deve presentarsi in Tribunale per una vecchia causa, una lite di lavoro. Rischia San Vittore, gli ha detto l'avvocato a bassa voce. Ma Emilio non ci pensa nemmeno. L'unica attenzione, per lui, è in quel rosso sfolgorante, che vorrebbe fissare nella sua retina.

<L'Italia che incontreremo domani è sulla sponda dell'abisso.- Federico parla quasi cantilenando, con voce meccanica - Vi propongo un gioco per la serata, dato che i bambini sono via e possiamo parlare di politica. Rispondete a queste tre domande. Perché ci é arrivata? Chi ce l'ha portata? Come uscirne?>.

Ci siamo, penso Beppe. Vado a preparare la cena. Federico riattacca. L'altra volta, in spiaggia, quasi litigava con Antonio. Lo provoca, sa che sta scrivendo un libro politico. Per lui Occhetto è un ipocrita. Antonio era livido. Federico a volte non lo capisco proprio. Dare dell'ipocrita a Occhetto in faccia a un professore di Modena per tre volte consecutive trombato alle elezioni. Uno che fa il militante a tempo pieno ancora per il Pds. Sembra che lo faccia apposta. Forse si diverte. Un po' da sadico. Io però devo pulire le cozze. Altrimenti non si mangia.

Antonio, dritto sul materassino, leggeva a voce alta un foglio bianco, estratto da un pigna spiegazzata in un sacchetto del supermercato. Aveva la voce dura. <Il primo elemento, per costruire la risposta al vostro quesito, é una riflessione sui nostri ultimi quarant'anni di storia, come paese. In un periodo caratterizzato da un'altissima divergenza tra apparenza e realtà. Uno dei protagonisti di questo periodo, Francesco Cossiga, l'ha recentemente definito, in un (raro) impeto di verità "un regime totalitario", quello costruito dalla Dc dal dopoguerra al 1994. Regime totalitario (di fatto) occulto (in apparenza democratico) che ha gestito, in Italia, una sorta di "guerra a bassissima intensità", quella che definisco la "seconda guerra civile italiana", combattuta e vinta con i mass media, il network occulto (parte di cui anche la mafia), la spesa pubblica, il controllo consociativo delle opposizioni, la cultura>.

<Vi ricordate Nanni Moretti ? - lo interruppe Emilio - "No, il dibattito no", e fuggirono tutti dal cinema d'essai. Adesso non ricominciamo con questa storia. Domani si torna nel mondo civile. E vediamo di arrivarci in buono stato mentale. Se possibile>.

<Forse la chiave ce l'hai proprio tu, fricchettone arricchito - lo fermò Antonio - ascolta quello che ho scritto in questi giorni, e ti giuro che mi è costato sangue. Ci metto poco, mentre Beppe cucina>.

E riattaccò: <Non esiste storia documentata e certa di questa seconda guerra civile. Mi provo ad abbozzarne, per quanto posso (non sono certo uno specialista di indagine storica), alcuni lineamenti. E osservarne qualche risvolto sul piano dei valori. La gestione di questa guerra da parte della componente cattolica della società italiana é il tratto caratteristico del caso italiano, a mio avviso, sul piano dell'evoluzione dei valori. In particolare la rinascita, a tutto campo, di quella configurazione particolare che io definisco come "velo della Veronica", ovvero la doppia morale, paradossalmente vera in tutte e due le sue facce, allo stesso tempo cristiana e di potere assoluto tipica delle alte gerarchie ecclesiatiche del passato (ma tuttora, vedi Marcinkus...) incarnatasi, nella pratica politica, dentro il vertice Dc.

Questo sistema di valori dominante per quarant'anni, mediatorio e progressivo da un lato ma dall'altro inquinante e pericoloso, oggi continua a riprodursi in altre forze politiche e componenti della società italiana. Come se uno spettro dormiente (ma poi non tanto) dalla Roma papalina avesse ripreso il controllo di una nazione per un millennio paralizzata, politicamente, proprio da questo potere ecclesiastico temporale sovradimensionato e fondato su un sistema religioso e di valori sostanzialmente mitico, difendibile solo con il puro potere coercitivo, con gli atti di fede o gli autodafé.

Oggi la Chiesa é profondamente cambiata da allora. Ma resta in Italia questa tara nel sistema di valori, che rischia di trascinarsi sotto forme nuove (forse la stessa Forza Italia, ma molto più probabilmente Alleanza Nazionale con il suo codazzo di ex-andreottiani) e secondo una dinamica pressoché automatica, auto-riproduttiva.

Esistono anche altre componenti, altri portatori di valori. E cerco di indagare possibili alternative. Tra cui nuove alleanze tra i sistemi di valori italiani subordinati e l'uso delle nuove forme di comunicazione, i mass-media personalizzati e attivi, perché una fase involutiva del cammino della nostra società possa essere quanto più possibile rapidamente, e in modo indolore, superata.

Ho inserito alcune citazioni di Dante Alighieri in quanto lo ritengo il primo intellettuale italiano che, in forma per lo più occulta ha posto la doppia morale al centro della sua critica politica dentro la Divina Commedia (allora per eretici e oppositori, siano stati essi Patarini, Spirituali, Fedeli d'Amore e Templari o semplici uomini di coraggio c'era solo il rogo...). Il problema é vecchio...Ed é ora di uscirne>.

<Antonio, tu hai quarant'anni come me. - Beppe, in costume e maglietta con il mestolo in mano, era uscito dalla cucina - Ti é arrivata addosso l'andropausa culturale. Ci sono anch'io nella stessa situazione. Finora sono vissuto di verità, o supposte tali, dette da altri. Ora invece vorrei farmi un mio punto di vista. D'altra parte, come cittadini, siamo chiamati a scegliere, con il voto e non solo, nei prossimi mesi. E la confusione, sotto il cielo italiano e nel mio cranio, é grande. Presumo che potranno essere anche scelte importanti, le prossime, di quelle da prendere a ragion veduta. Ho il sospetto che per la prima volta da quando siamo nati possiamo creare la vera democrazia in Italia>.

<Ma non dite scemenze! - Federico ammucchiava le borse, ormai chiuse, in un angolo del terrazzo - Non vi rendete conto che siamo bombardati, ogni giorno e ogni minuto, da gente che urla? L'Italia é diventata un paese isterico. Certo, ci sono le notizie importanti (basti pensare a Mani Pulite, alla vittoria di Berlusconi...), ma é tutto frammisto in una nebbia di stridori e grida, di maleducati in tv, di scene da avanspettacolo. La tv deve vendere audience, e la riflessione storica o politica, specie del tipo meno comodo, convenzionale e accomondante, di audience non ne fa molta. Magari fa cultura ma non soddisfa i budget della Fininvest. Dico sul serio. E' il mio lavoro>.

<Poi Rai 3 l'hanno chiusa e "Cuore" non é esattamente un libro di storia - aggiunse Emilio - Se dovessi scrivere una storia alternativa io mi sentirei, oggi, un po' a corto di fonti >.

<Guardate però che di questo passo rischiamo di concludere la nostra esistenza come dei cornuti - riprese Antonio - Sono ancora piccoli ma tra qualche anno che gli diciamo ai nostri figli? La mia ossessione é la ricostruzione dell'Italia, campo su cui mi piacerebbe, come cittadino, si concentrassero un po' di più le brillanti menti di tanti intellettuali, oggi fin troppo occupati a ripetere da varie sponde, sui giornali, sempre gli stessi concetti: il ladrocinio, la degenerazione del sistema, meriti e colpe della vecchia classe politica e imprendioriale. L'ultima di Berlusconi, di Bossi, di Fini. E via starnazzando>.

<C'é un libro, un saggio che ci spieghi che cosa é davvero successo in Italia negli ultimi cinquant'anni? A casa ho una intera parete di libreria, che chiamo il Mosaico. Tante tesseruzze, tanti frammenti. Ma non c'é una sintesi minimamente, ripeto minimamente credibile per discutere davvero sul cosa fare, dove andare. Si riempiono la bocca di giudizi ma non sanno nemmeno la propria storia, molti commentatori illustri. O almeno, fingono di non saperla o di non averla capita. In una nuova Divina Commedia il primo girone andrebbe dedicato agli struzzi, a quelli che parlano di continuo tenendo la testa ben ficcata dentro la sabbia>.

Antonio, accalorato, era in piedi ora. <Mi sono accorto, a quarant'anni, che questo é un paese senza storia, storia recente. L'altra, la storia "storica" é talmente manipolata da un esercito di mistificatori professionali, di colleghi imbroglioni con cattedra, da risultare quasi inservibile per capire qualcosa di questo disgraziato paese. La tradizione storica italiana é oggi una delle peggiori del mondo, lo dico per esperienza. Tanto é vero che dobbiamo ricorrere a interpretazioni estere (come quelle di Denis Mack-Smith, autorevole studioso di Cambridge....) per ottenere un minimo di obbiettività, anche in eventi lontani. Viviamo in un paese in cui <Qualcuno> vuole oscurare, azzerare, cancellare la nostra memoria. Il ricorrere quasi infinito di patterns tipicamente italiani (la menzogna, l'ipocrisia, il tradimento, l'illegalità protetta...e poi l'insabbiamento). Fantasmi antichi, trasmessi generazione dopo generazione nelle classi dirigenti della Penisola. Demoni della politica in Italia, costantemente occultati da tonnellate di inchiostro agiografico. Fantasmi a tratti dormienti, poi improvvisamente reincarnati e dominanti. In un movimento ciclico tra brevi risorgimenti e lunghe decadenze etico-morali; regimi di volta in volta diversi ma caratterizzati sempre da alcune costanti. Prima fra tutte l'esclusione dal potere dei "non appartenenti", a una classe, a una corporazione, a una categoria, a una religione, a un partito, a una loggia o, peggio, a una cosca.

Oggi il pendolo pare girare, ancora una volta, nella direzione del risorgimento etico. E per questo ho passato l'estate qui a scrivere. Non sono affatto pessimista>.

Arrivarono le cozze, portate nel pentolone da Federico mentre Beppe trotterellava dietro con piatti e posate. A tavola!

<Lo sapete. Per lavoro faccio il giornalista di informatica. - riprese calmo Beppe - mi occupo a tempo pieno di un mercato totalmente competitivo, mondializzato e aperto. Nell'autunno del 1992, dopo sei mesi di Mani Pulite, mi trovai a intervistare uno dei mostri sacri del settore, Steven Jobs, il mitico fondatore della Apple. Alla fine della chiacchierata Jobs si lasciò andare ad una frase sulla "terribile situazione" dell'Italia. Senza nemmeno pensarci su gli risposi che, per parte mia, non avevo mai vissuto, da italiano, un momento così bello. Mi guardò come si guarda un deficiente. Un anno dopo lo incontrai di nuovo, dopo che anche la stampa Usa aveva iniziato a scrivere, e frequentemente, della rivoluzione italiana. Niente più occhiate di commiserazione.

Oggi però temo che Jobs, leggendo sul suo New York Times o San Francisco Chronicle, che in Italia al potere ci sono andati i fascisti e una sorta di magnate della tv di fascia bassa, simile all'infausto brasiliano Collor alla commiserazione sostituisca il disgusto. Molto meno facile da eliminare, quest'ultimo, almeno con le parole>.

Capitolo PrimoPrimo girone, una passeggiata nel <giardino Italia> (sbandamenti nella selva)

Capitolo Primo

Primo girone, una passeggiata nel <giardino Italia> (sbandamenti nella selva)

1.0. La posta in gioco: una democrazia autentica (il pio desiderio)

1.0. La posta in gioco: una democrazia autentica (il pio desiderio)

13 luglio 1994[1], mercoledì. Consiglio dei Ministri. Il "capo" é nervoso, guarda i suoi fidi con occhi cattivi. Sa che a Milano i giudici stanno preparandogli la trappola, con la scusa dell'inchiesta sul fisco corrotto.

Il capo é preoccupato. Il suo esperto di sondaggi d'opinione continua a rassicurarlo ma lui sa che é un grosso rischio. I giudici di Milano non sono più così popolari, gli ripetono, la gente é stanca di avvisi di garanzia, vuole il ritorno alla normalità, alla "sua" normalità. Il trend é verso destra, il vento é favorevole, dicono. Anche il suo vecchio amico dalla Tunisia é dello stesso parere: é il momento buono, ci sono i Mondiali e tutti sono incollati alla Tv, fermali, sputtanali, ricorri al tuo "avvocato" ministro della Giustizia, prepara con cura il siluro e lancialo preciso. Fammeli scoppiare tutti, prima del grande processo, la Norimberga del Palazzo di Giustizia di Milano.

Nel Governo ci sono due ex musicisti. Lui, il capo, che cantava canzoni melodiche sulle navi da crociera e quel leghista dalla barba mai fatta, suonatore jazz di organo elettrico o SaDioCosa. Quello lì é l'unico ostacolo, messo apposta dal Perito di Varese per rompermi le scatole. A quello l'avvocato deve tirare il pacco, e tirarglielo bene. Il decreto deve passare liscio e pulito. E poi, fine degli arresti di tanta brava gente, fine delle confessioni. Fine delle inchieste senza fine. Pacificazione, normalità, affari come prima. E in fretta, prima che arrivino a casa mia.

Venerdi 15 luglio 1994. La giocata é andata proprio male. Imbecilli, direbbe il tunisino. Innanzitutto i giudici, veloci e clamorosi a rispondere. Con le telecamere puntate di quella maledetta Rai, ancora in mano a un sacco di comunisti. E poi questa storia dei fax, migliaia di fax piovuti sui giornali e sui partiti; i miei cronisti aggrediti, a insulti e monetine, davanti al Palazzo di Giustizia da un folla inferocita. De Lorenzo e Di Donato moralmente linciati, a Napoli, all'uscita di Poggioreale. I sondaggi mi danno già fregato; e quegli inetti che mi rassicuravano sullo scarso gradimento dei giudici... Porca miseria, se solo avessi avuto un po' più di tempo. Ma loro, con quei maledetti finanzieri, erano già a un passo da casa mia. Io le dimissioni, però, non le dò. Passerà anche questa, in qualche modo. L'Italia dimentica, assopisce, giustifica. Ci siamo tutti in questa storia del fisco corrotto; tutti li abbiamo pagati e li paghiamo. I giudici non possono usarmi come l'unico capro espiatorio. Devo stare calmo e mettermi al vento. Passerà... passerà.

La vedremo se "passerà". In qualunque altro paese civile tu, Silvio, per concorso già accertato (vale la confessione di Tuo fratello di fronte al magistrato) in reati come la frode fiscale e la corruzione di pubblici funzionari, saresti già oggetto, e da tempo, di impeachment. Negli Usa saltano carriere politiche per non aver pagato i contributi alle Colf. Qui invece si parla ancora a comando. Finora nessuno, neanche tra i grandi commentatori di questo paese, si é accorto di questa piccola implicazione delle confessioni di reato di Paolo Berlusconi. E temo che, a breve termine, nessuno, nemmeno a sinistra, abbia interesse a far saltare il Tuo potere e il Tuo governo. Intanto, però, Ti hanno ridimensionato. Hai una spada di Damocle sulla testa. E poi, quando saranno pronti, Ti daranno il benservito.

<Che ne dite? Anch'io ho scritto qualcosa - disse Beppe, richiudendo lo schermo del notebook - Mi é venuto spontaneo così>.

<Attento alle denunce Beppe - Federico sminuzzava un pezzo di biscotto per immegerlo nel bicchiere di vino passito - hanno fama di essere molto permalosi>.

<Sono daccordo con la tua storiella - riprese Antonio scartabellando nei fogli - In Italia restiamo in piena transizione. Berlusconi é di sicuro solo una tappa, breve o lunga che sia. Mi sono convinto che, in questi anni, noi italiani stiamo giocandoci una delle più profonde partite della nostra storia. Possiamo cambiare davvero e senza bisogno di centinaia di migliaia di cadaveri bellici con conseguenti ferite fisiche e psichiche di contorno. Possiamo riflettere, abbiamo spazi per intervenire, per ricercare, per mettere in circolo qualche frammento di verità. Possiamo soprattutto rileggere, reinventarci e ricostruire l'autentico patrimonio di un paese: il suo sistema di valori, il suo codice genetico sociale e intellettuale. Questo mi interessa, e qui voglio buttare l'amo. Federico ha ragione a provocarci. Se ci state questa non sarà una serata come un'altra. Ho un sacco di cose da proporvi>.

<Dai, forza - Emilio sorrideva - Se dobbiamo fare una meditazione sull'Italia facciamola bene, con una Guida. Nomino Antonio. E togliamo dal portabagagli la cassa di passito. Tanto possiamo dormire domani in traghetto. E tu, Beppe, fai partire quel computer che é anche registratore>

Beppe ripartì lo schermo del Philos. Apparve Windows. Spazio nel disco rigido più che sufficiente (e ne aveva uno di riserva). Click sulla funzione registratore. Microfono attivato.

<Pronti - disse Beppe collegando la spina - Io ci penso da almeno due anni, da quando Di Pietro ha cominciato. Qui ci vorrebbe davvero una sorta di pazzesca, stupenda meditazione collettiva. Una specie di momento religioso personale e civile. Aperto a tutti, senza esclusione alcuna>.

Antonio si rimise a leggere: <La bellezza dell'opportunità italiana sta in questo. Molto semplice: c'é una crisi mondiale sostanzialmente nata il "day after" il crollo del muro di Berlino. Crisi di riassestamento ma anche di senso, di direzione, di valori dopo il cataclisma che ha visto il crollo del mondo come impero capitalista contro impero comunista.

L'Italia é stata parte, e profonda, di questo assetto. Il muro, da noi, é passato nelle coscienze, nelle appartenenze politiche e sociali, dentro il sistema di valori del paese. E la guerra fredda vi ha prodotto, come sempre ogni guerra, i suoi mostri e i suoi morti. Ora noi italiani affrontiamo, nel nostro corpo vivo sociale, la crisi di valori dell'intero pianeta in forma interna, introiettata, radicata, istituzionale. Ma, grazie all'estrema ricchezza e varietà delle nostre forme culturali e a un patrimonio genetico di valori e disvalori complesso e persino indecifrabile, abbiamo la possibilità (ripeto, la possibilità) di elaborare e vivere una risposta di valore raramente vista nella storia d'Europa.

Non sottovalutiamoci. In questa "rivoluzione pacifica" (se innanzitutto la manterremo tale) possiamo darci e dare una grossa lezione di civiltà. Possiamo creare una nuova realtà di qualità italiana: il perno dell'autentica ricostruzione (anche materiale) del paese. Ma non solo. Indurre anche gli altri popoli in una ricerca positiva di nuova qualità, di valori che divengono forze produttive e di sviluppo, verso una soluzione della crisi naturalmente civile, normalmente civile. Un passaggio semplice, umile, comprensibile, diretto, non aggressivo. Fuori della terza guerra mondiale, combattuta al rallentatore tra Washington e Mosca dal 1945 al 1992.

Per questo é bene fare un viaggetto senza eccessive pretese dentro di noi, e dare un'occhiata ai simboli, al passato, alle percezioni "italiane". Cercando di capire se il cerchio si chiude piatto o si innalza come una spirale. E, in questo secondo caso, dove sta muovendo>.

1.1. 1992, l'anno del cambiamento (la tempesta);'

1.1. 1992, l'anno del cambiamento (la tempesta)

<Stop. Adesso vi leggo un'altro pezzo del mio diario, ce l'ho qui da qualche parte. Ecco> Beppe smanettava il mouse, poi attaccò:<Febbraio 1992. Mannaggia. Ho perso il treno. E adesso, di corsa, devo telefonare al giornale. Il convegno non aspetta certo me. Quelli alle nove sono già tutti schierati e alle undici arriva Cirino Pomicino. Cristo, e se dice cose importanti sulla finanza pubblica? Che figura ci faccio? Arrivano le agenzie al giornale e vogliono il pezzo mentre io sono ancora qui a Milano, intrappolato da un maledetto computer che non funziona.

Mannaggia a questo aggeggio, mannaggia a Windows. Facevo meglio a portarmi il Macintosh. Almeno quello funziona, sempre. Anche se é incompatibile con il sistema del giornale. Sono anni che scrivo che Mac é meglio di Windows. Ma che ci vuoi fare. I dirigenti di informatica del mio giornale evidentemente non mi leggono, o non mi credono. Peggio per loro. Ma io nei guai, comunque, adesso ci sono. Devo telefonare...

Cirino Pomicino non é venuto, meno male. Era a Napoli per affari suoi. Ha fatto dire, ufficialmente, che <improvvisi e improcrastinabili impegni di Governo mi impediscono la tanto gradita presenza ad un così importante consesso>. Meglio. Così, senza di lui, é il solito convegno di dirigenti informatici. Niente attualità di giornata. Relazioni scritte, che posso leggere con calma. E la settimana prossima scrivere un bel pezzo sui progetti di servizi per il cittadino via computer. Sull'amministrazione meno costosa e sulle innovazioni possibili per rendere meno ridicola la burocrazia.

Questo treno finalmente corre. Mi dispiace un po' per Benito. Lui alla presenza di almeno un ministro ci teneva. Ci aveva lavorato da settembre. E invece niente: all'ultimo momento un telegramma e via. Ma cosa vuoi che interessi a Cirino Pomicino dell'informatica nella pubblica amministrazione? Della "carta del cittadino"? Delle code di mezza giornata che ogni italiano deve farsi, spesso in una caldo asfissiante e a spintoni, per rinnovare la patente, pagare l'Iva, mettere a posto le tasse automobilistiche, correre dietro alle geniali pensate di Rino Formica? Ma che gliene frega a loro di come viviamo noi? Per loro siamo merda. Animali da voto e da spremitura. Finirà, prima o poi.

A Formica e compagni nell'83 un bello scherzo gliel'ho combinato, però. Con quell'articolo con pseudonimo sul Manifesto ho messo in piazza, per la prima volta, i numeri segreti di Cavazzuti e Andreatta sul debito pubblico. E il governo, lo Spadolini Uno, é schiattato come una rana. Mannaggia, avessi ancora una bomba come quella. Forse se mi mettessi seriamente a lavorare con Nando Dalla Chiesa e quelli di Società Civile...Mi sembrano persone serie, ci sono anche magistrati. Sono anni che picchiano sulla mafia, la corruzione, il regime. Io invece, quasi mi faccio schifo. Lavoro in un giornale moderato, tecnico, asettico. E mi illudo, con un po' di idee tecnocratiche, di risolvere i mali d'Italia. Qui ci vuole ben altro. Anche se vedo sempre più gente incazzata in giro. Anche imprenditori, stufi marci. Che spostano a Grenoble o a Evian gli uffici per non stare più in Italia. Per non continuare a pagare ai Cirino Pomicino di turno.

Luglio 1992. Che faccia, quella di Andreotti al funerale di Lima. Giallo, cadaverico, furibondo. Mai visto così. Qualcosa di grosso, sotto, deve essere successo. Vuoi vedere che Aristide Gunnella, il repubblicano amico degli amici passato in area Psi, ha fatto lo scherzaccio sulla quota di mercato elettorale Dc in Sicilia? In effetti i socialisti ne hanno beccati di voterelli nell'isola, oltre il 3,5% in più mentre nel resto d'Italia sono quasi crollati, con l'altra eccezione della democratica Calabria.

Ma che ci fa, su Panorama di ieri, la Fumagalli Carulli nel grosso servizio dedicato all'inchiesta che fa tremare Milano, quella messa su da Antonio Di Pietro contro Chiesa, e che dal Trivulzio sta estendendosi a tutta la banda craxiana di Palazzo Marino?

Ma guarda. La Carulli che sponsorizza Di Pietro. Lei che un paio d'anni fa tuonava sul "Giornale Nuovo" contro i giudici comunisti di Palermo. Lei, magistrato, ex-Csm, andreottiana di ferro. Morganti mi dice che é tornata da alcuni mesi a Milano a tempo pieno. Ha persino tentato di infilarsi dentro il giro dei referendari. Ma Morganti, Segni e gli altri non l'hanno voluta. Lei invece imperterrita: ha avviato questo comitato antimafia al comune che sta trovando strane cose sui socialisti, dopo che "Società Civile" aveva pubblicato l'inchiesta su "Duomo Connection". E ora questa intervista a Panorama in cui lei, il magistrato di ferro dello stesso giro di Corrado Carnevale l'ammazzasentenze, si spertica in elogi su Di Pietro.

Uhm. Qui c'é qualcosa di più. Di Pietro, noi giornalisti di informatica, lo conosciamo bene. E' uno, si dice in giro, che ha tutto sullo stomaco e nel computer da almeno un paio d'anni, dall'inchiesta De Mico che si dovette fermare solo a Nicolazzi, e altri socialdemocratici sfigati.

Ma lui, Di Pietro, andava persino in giro per convegni a raccontare il "modello dell'impresa di partito", ovvero l'intero sistema di corruzione esistente, persino raffinato a livello di sistemica teorica. Sapeva, ma non poteva fare i nomi e i cognomi. Forse lo stesso De Mico e Nicolazzi gli avevano spiattellato tutto. Ma perché ci dobbiamo andare di mezzo solo noi socialdemocratici? E vuoi sapere degli altri, di come stanno davvero le cose a Milano? E giù nomi, date, transazioni. Tutto nel computer di Di Pietro, pieno come un uovo.

Poi, in primavera, la faccenda di Chiesa. Strana. Sembrava niente e poi si é allargata. Di Pietro ci é andato giù duro con la carcerazione preventiva. Nessuno aveva calcolato questo aspetto del nuovo codice penale.

Morale. Un casino di quelli davvero grossi. E ora i giudici si stanno muovendo in tutta Italia. Ma lei, l'andreottiana Fumagalli Carulli, perché fa dichirazioni di appoggio a spada tratta di Di Pietro? Perché questo strano comportamento dc, dopo decenni di insabbiamenti, veti, blocchi di indagini? Perchè si lancia, proprio lei, su <Duomo Connection>? Non capisce che di questo passo, appoggiando le inchieste antisocialiste più scottanti, potrebbe essere la volta del suo grande protettore, già azzoppato dall'omicidio di Lima?.

Lima, già. I socialisti alla ricerca di voti in Sicilia. Gunnella. Lima morto crivellato. Non votiamo più per te, Andreotti, dicono quelle pallottole. Abbiamo trovato un altro referente per i nostri interessi. E poi tu, Giulio, stai esagerando con tutti questi annunci e leggi antimafia. D'ora in poi si cambia registro...

A Milano intanto...l'attacco dei magistrati al cuore del potere craxiano. Come un grande gioco di scacchi, giocato su tutta la penisola. Nessuno, di sicuro, nè dentro nè fuori la magistratura ha voluto o potuto fermare Mani Pulite. D'altro canto a Milano c'è ormai un enorme vuoto di potere. La valanga Lega ha scompaginato tutte le carte sia a destra che a sinistra.

Dicembre 1992. Se c'é stata partita a scacchi, all'inizio, di sicuro i tentativi di <pilotaggio> dei pezzi sono del tutto sfuggiti di mano ai suoi giocatori. Ormai i magistrati mettono dentro politici a decine giorno dopo giorno. Socialisti come laici e democristiani (e anche qualche triste comunista). Qualcosa di mai visto, da quarant'anni, in questo paese si é evidentemente messo in moto. Ma cosa?

1.2. Dopo Mani Pulite (oscurità)

1.2. Dopo Mani Pulite (oscurità)

<C'é un dato di fatto, incontestabile> riprese Federico dopo un lungo silenzio sulla terrazza, pieno di musica dei grilli e di notte stellata <La rivoluzione é avvenuta. Viva la rivoluzione. Una intera classe dirigente é stata spazzata via, in un processo incruento che davvero ha avuuto e ha dello straordinario. Si mette a nudo, finalmente, il vero volto di un regime che ha condizionato l'Italia da decenni.

Il problema, adesso, é quello di continuare a far pulizia, manutenere il riordino già fatto, e intanto ricostruire su basi nuove e, possibilmente, migliori. Questione quantomai difficile, perché sembra approssimarsi una crisi istituzionale, industriale e sociale senza precedenti. Ma non c'é alternativa: tra notizie drammatiche, avvisi di garanzia, buchi di bilancio, malversazioni e semplici incapacità spicciole qualcuno deve essere abbastanza matto o testardo per parlare solo il linguaggio del futuro>.

1.3. Qual é il nostro codice genetico? (a tentoni)

1.3. Qual é il nostro codice genetico? (a tentoni)

Imperterrito, Beppe, aveva sullo schermo un'altra pagina di diario:<Aereoporto di Linate, ore 7 del mattino di un martedi quasiasi dell'ottobre 1993, aspettando il primo volo per Roma. Una folla di uomini in grigio, pieni di sonno e con grosse borse di pelle, aspetta. Seduti, quasi tutti leggono giornali o spulciano carte estratte dalle borse. Qualcuno in piedi, chiacchiera di ritorno dal caffé. Il clima é stanco, quasi rassegnato. A Roma non troveranno amici ma grane. Incontri al ministero, nei Palazzi. Attesa di risposte, inutili solleciti. Ennesimi tentativi di salvare progetti, di trovare soluzioni, mediazioni, escamotages. L'Italia é in piena recessione. Ciampi non scherza: i cordoni della borsa sono davvero stretti.

Un frammento di conversazione, tra un sessantenne basso, insaccato in un abito grigio spiegazzato e uno più alto, con la classica giacca a quadrettoni del venditore. <Gli amici di un tempo o sono scappati all'estero o sono chiusi in casa, a contare gli avvisi di garanzia. E io le mie medicine come cacchio le vendo? Prima bastava qualche omaggio a "Monsieur Lingotto" e via. Ora no. Con questo sistema, mezzo sovietico e mezzo levantino, ci siamo bruciati tutta l'industria farmaceutica italiana, venduta pezzo a pezzo alle multinazionali. E ora vogliono farci fare la fame, per punizione. Anch'io, appena possibile, vendo. La mia azienda vale ancora qualcosa. Basta con Roma. Me ne vado in pensione all'estero. Chiudo>.

<Sapete cosa mi viene in mente? - Emilio si versava il passito - C'é aria da Divina Commedia in giro. Aria forte. E' un percorso che fa paura, proprio nel senso che diede Dante quando si smarrì nella Selva Oscura. Proviamo a fare un salto indietro, alla nostra storia. Io la vedo così. Noi siamo un paese con un <codice genetico> estremamente complesso, variegato, stratificato, contraddittorio e eterogeneo. La costante dell'Italia, da un paio di decine di secoli a questa parte, é stata un sovradimensionamento delle istituzioni e dei poteri (formali e sostanziali) rispetto al naturale potenziale della sua società e territorio. Esempio chiave il Papa; realtà sempre ingombrante per la povera penisola; realtà con cui fare i conti in ogni momento; realtà fatta di Borgia e di Roncalli, male e bene, ma comunque da giudicarsi con difficili esercizi privati. E l'attenzione pratica sempre posta non sul proprio comune o ambiente ma, quella politica, su quella benedetta, o maledetta, Roma centro di novità, pulsioni, decisioni.

Nel codice genetico degli italiani sta questa profonda eredità dell'impero romano. Non-nazionale, feticcio di potere estraneo, schema di sudditanza, sistema da eludere, schiavitù mitigata, ideologia e fede non del tutto convincente e convinta. Potere auto-perpetuato>.

Vero - disse Antonio tirando fuori un altro foglio dal sacchetto ormai caotico di pagine spiegazzate. Lesse: <La propensione naturale dell'italiano, é a costruire localmente ma a pensare, in astratto, sempre con focalità centrale, romana. Di qui un eccesso di istituzioni, di preferenze per le grandi strutture amministrative e di governo, di delega reale, da sudditi (e credenti), ad un sistema intenzionalmente lasciato poco controllabile, perché ideologicamente auto-motivato (la Chiesa imperiale....) e autentico campione dell'Italia nel mondo.

Riportare tutto questo a modello anche di una repubblica democratica é stato l'accidente storico degli ultimi quarant'anni. E' una menzogna tra le menzogne che tutto sia colpa di un partito comunista italiano troppo ingombrante per la democrazia, e primo tra i suoi fratelli dell'occidente. Il dato é più profondo. Il Pci, con la sua strutturale incapacità di andare al potere, la sua altrettanto strutturale (e enorme) capacità di impedire alternanza fisiologica ad una democrazia bloccata fin dal 1945, é dentro, tutto, nel codice genetico, nei patterns storici degli italiani. Il Pci é, sul piano locale, il meglio e sul piano centrale il peggio. Esattamente quello che il paese ha dovuto vivere per secoli. La riedizione dei Ghibellini, degli eretici, dei liberali. Di tutte le grandi minoranze riformatrici che non hanno mai potuto giungere al potere e cambiare uno status imperiale eternamente fissato per la Penisola. Pena l'immediata entrata in gioco di un potere esterno (Spagna, Francia, Germania, Usa, Nato, Gladio...) nel caso di una destabilizzazione degli equilibri. E, in particolare, di una messa in discussione della centralità romana.

Costruire nonostante Roma. Rileggiamoci la storia di Firenze e del suo assedio del 1500. Capiremo molto anche di oggi, di quel rifiuto del centralismo per impossibilità di agire su una Roma "designata da Dio". Potere alto, indistruttibile e incontrollabile, che alla fine distrusse anche i Medici, gli Agnelli (e che Agnelli!) dei tempi. E pensiamo al Valentino, sorta di coraggioso e terribile Gardini di allora, con un piano chiaro di conquista e "stabilizzazione" dell'Italia che partiva dalla sua Roma guidata da un sontuoso padre Borgia (Andreotti). Un po' di analogia impossibile talvolta non guasta: serve a guardare agli anni ottanta della Repubblica italiana con lo stesso sentimento con cui abbiamo letto del Rinascimento. In fondo sono tempi analoghi: tempi di ripresa, di grandi squilibri, di ri-formazione naturale di antichi patterns, modelli. Tempi rivelatori>.

1.4. La maledizione di Roma (lo spettro)

1.4. La maledizione di Roma (lo spettro)

<Il potere non locale, auto-certificato é stato da sempre la maledizione d'Italia.- il tono di Antonio saliva mentre le pagine cadevano dal sacchetto - Una sorta di abitudine mentale, da Guelfi e Ghibellini, che ha marcato la penisola. E che per il futuro si riprodurrà ancora, in ogni momento in cui non ascolteremo le campane del nostro campanile ma le prediche provenienti da Roma. E' questo il nostro autentico nemico. L'automatismo di mille anni di sudditanza. Un profondo retaggio del passato. A cui dobbiamo porre rimedio>.

<Alt - la lunga mano di Emilio, abituata a tagliare il cuoio si interpose tra le pagine e Antonio - Non credere che nel resto d'Europa la situazione sia tanto differente, per quello che vedo. Gli spagnoli hanno un quasi identico problema di marcescenza centrale; in Germania la struttura politica federalista (Berlino era in fuori gioco...) finora ha fatto da contrappeso a una assoluta centralizzazione economica in mano a un gruppo chiuso di grandi banche che controllano il sistema industriale, ma fino ad ora legittimate. Anche in Francia la degenerazione del potere é all'opera. E si dibatte, tra i magistrati, se fare come Di Pietro o meno. Alcuni ci provano, con tangibili risultati. In Gran Bretagna, infine, il crollo della classe aristrocratico-padronale, piena di trofei imperiali nelle proprie dimore, ha ridotto in polvere l'industria inglese a favore di un management multinazionale di cultura statunitense o giapponese. Bisogna essere ciechi per non vederlo. Il "leghista", inteso come italiano imprenditore con cultura e capacità d'azione locale, é stato uno dei grandi vincitori nell'Europa degli scorsi trent'anni. Un animale che, per un breve tratto della sua storia, é riuscito a sfruttare al meglio i segmenti più adatti del proprio codice genetico, e di neutralizzare i meno adatti. Che invece altri, nello stesso sistema Italia, tendevano, strutturalmente o soggettivamente, ad esaltare>.

<D'accordo - Federico stava raccogliendo i piatti pieni di gusci - ma oggi il tuo "leghista" pare morire, di fronte al nuovo riassetto fondato sulla figura di Berlusconi. Nelle tue analogie chi é, Antonio, Carlo Quinto? La Restaurazione? O qualcuno farà risorgere il nostro italiano che vuole davvero il cambiamento?>.

1.5. Una possibile Nuova Italia? (ipotesi ingenua)

1.5. Una possibile Nuova Italia? (ipotesi ingenua)

Beppe portò lo scatolone pieno di bottiglie e il sacco dei biscotti, necessari per non stramazzare sotto la tavola sotto i pugni del vino moscato appassito di Marsala, la bevanda antica dei contadini siciliani.

<Mi sono fatto una convinzione. C'é in giro una sorta di visione condivisa che a tratti intravvedo emergere tra i suoi cittadini pensanti. E' quella che tra me chiamo la <Nuova Italia>. Questa visione condivisa é oggi propria solo della base professionale del paese. Nessun politico, vecchio o nuovo, la rappresenta completamente. i più vicini mi paiono da sinistra Occhetto, Veltroni e dal suo versante liberista, Bossi.

Io sono un frustrato. Mi occupo al "Sole 24 Ore" di tecnologia e ho potuto assistere allo scempio compiuto negli ultimi quindici anni. Anche quando c'era qualche risorsa a disposizione, investimenti, innovazione, tecnologie sono stati solo termini retorici, buoni per i discorsi inaugurali dei convegni, che coprivano la degenerazione politica. Oggi, e con risorse molto più limitate (o inesistenti), bisogna passare ai fatti, scegliendo con decisione di toglierle ai parassiti per destinarle ai progetti.

Nei soli primi sei mesi del 1983 abbiamo avuto un quarto di milione di nuovi disoccupati. In un paese in drammatico ritardo quanto a infrastrutture di base la gente perde il lavoro e non si iscrive nemmeno più nelle liste. Un segnale ulteriore per cui é mutata la costituzione materiale. Lo stato inizia a divenire nulla (dopo i tempi del maledetto "posto sicuro"), irrilevante, per il popolo italiano. Ecco una parte della "visione condivisa">.

<Dobbiamo frugare tra le macerie per ritrovare la terra su cui ricostruire - Federico partì in quarta - I danni sono enormi: il paese è imbarbarito; la sua é una economia di carta, ad alta instabilità; la sua base produttiva vacilla; il suo equilibrio politico del tutto inesistente e con serie minacce di involuzione verso un insensato conflitto interno; la sua classe dirigente, decimata dalla marcescenza del precedente regime, si paralizza di fronte ad ogni progetto o decisione; il suo sistema tecnico-scientifico impoverito da decenni di irrilevanza, da pratiche burocratico-spartitorie, da una sistematica sottovalutazione dei meriti.

Il vecchio sistema, fondato sulla distribuzione di danaro-debito contro consenso, ancora elargisce margini spurii di ricchezza individuale che però iniziano rapidamente ad assottigliarsi.

Non manca molto al collasso socio-economico. Quello politico-istituzionale c'é già stato, e ha reso la gente felice. Il secondo passo, invece, rischia di coinvolgere (e sconvolgere) gli interessi di massa, e quindi scatenare la collera, a ragione o meno, di chi si vede privato dei <sacrosanti privilegi acquisiti> nei decenni scorsi. Su questa base ha vinto la destra: il sogno (ma é solo un sogno) di poter, facilmente, evitare il peggio.

Il catalogo negativo potrebbe continuare a lungo. Si dipana tutti i giorni sui giornali, più o meno urlato, e comunque ci assorda le orecchie. Non intendo ripeterlo>.

1.6. Le ragioni di Forza Italia (primo sbandamento)

1.6. Le ragioni di Forza Italia (primo sbandamento)

Attento, Federico. - Antonio, tranquillo, aveva un sorrisetto enigmatico mentre riordinava i fogli - Io una cosa l'ho capita ,o almeno mi sembra. Sono proprio le urla assordanti quelle che rischiano di paralizzarci, e quindi di trascinarci in una (possibile) crisi distruttiva di natura sostanzialmente psicologico-collettiva. Qui Bossi ha distrutto gran parte del suo patrimonio di credibilità: spaventando la gente con la storiella truce e inutile delle tre Italie>.

<Proviamo a cambiare tono, per favore - disse Emilio, nervoso - Smettiamola con le Apocalissi. C'é anche l'approccio opposto. Una serena valutazione di ciò che avviene porta invece ad una diagnosi molto meno grave: l'Italia, dopo quasi due secoli, diviene finalmente paese adulto, che vive se stessa come davvero é, senza le mistificazioni di poteri monopolistici (re, dittatori, eterni partiti di governo) o la guida occulta di <arciconfraternite> di ogni tipo. Ma questo liguaggio per la sinistra non é di sinistra, caro Antonio. Qui, sulla possibile liberazione dell'Italia dal suo codice genetico di <appartenenze protettive> ha perso Occhetto e il suo staff di economisti e intellettuali. Nel programma del Pds non c'era posto per il vero problema italiano: il soffocamento da eccesso di appartenenze, in primo luogo partitiche. Ma come può un partito-chiesa pensare e dire questa verità?

<Siamo un paese ricco, civile, colto ma anche per molti aspetti infantile - si intromise Federico - Infantili le urla dei mass-media, e dei nuovi politici. Infantile il cinismo di una classe dirigente che credeva davvero in una eterna impunità. Infantile la furbizia diffusa, di fronte ad una economia di carta che oggi paghiamo con i beni e servizi pubblici più degradati d'Europa. Debole la sua struttura, ammalata di iper-protezione. Infantile la soluzione prescelta: affidarsi al grande pubblicitario, all'incantatore, all'imprenditore più legato al mercato interno, al livello di consumi diffusi. All'uomo del Milan, della Standa, della fascia bassa televisiva>.

<Ma anche grande saggezza, caro mio - riprese Emilio - dietro l'infantilismo apparente: chi meglio di lui può tenere a bada i matti delle tre italie oppure una sinistra così ipocrita? Chi meglio di lui ha interesse a che la gente possa consumare, divertirsi, godere di una prolungata protezione collettiva? Chi può mediare, ammorbidire, stemperare, tirare a campare meglio di lui? Chi può promettere nuovo sviluppo? Solo una faccia nuova, in apparenza, di un grande miliardario vincente, in apparenza. La logica ben poco ha potuto contro il perdurante rifiuto da parte del 60% degli italiani di una sinistra segnata nell'immaginario di più di quarant'anni dal simbolo dell'infamia dell'Est, la Falce e Martello. Simbolo che, ancora ma più in piccolo, campeggia tuttora al centro geometrico della bandiera del Pds, a sua volta centro geometrico dei Progressisti>.

<Vero. Non passeranno mai - Beppe si sedette finalmente, dopo aver lavato i piatti - Su trenta telefonate fatte dal sottoscritto per la campagna elettorale di Franco Morganti a Milano in oltre venti casi rispondeva la classica nonna, o il pensionato, che arrivava facilemente a concordare sulla qualità personale del candidato progressista (di area laica e referendaria). Ma poi, alla fine , chiudeva con un <vede, io per i comunisti non ho mai votato e non lo farò certo adesso>.

<Dicono che é meglio farsi prendere in giro da Berlusconi che dal Pds-Pci. Anche se il primo é amico si Craxi, ha altri amici a Catania e la Finivest non pagherà mai i debiti. Almeno lui diverte, con il Milan e le tv. L'altro, con il suoi saccente D'Alema, non é neppure simpatico, nemmeno ai suoi stessi compagni della sinistra. Porta sfiga e ci farà fare la fame. Questo chiedevano gli italiani. E questo hanno avuto>.

Emilio all'attacco, scatenato: <Anche se sarà una truffa, il berlusconismo, non saranno mai quelli del Pds-Pci a avvantaggiarsene, da qui a cinque anni. Per loro, e per tutta la stirpe di Togliatti la partita del governo é definitivamente chiusa, così come sono oggi. Non lo sanno, camminano e respirano, ma sono morti, in quanto leader del paese. Si tratta solo di capire come dimenticarli. E come loro stessi si dimenticheranno di sé. Diventando altro, se ci riescono>.

<Attenti - lo interruppe Federico guardando fisso un Antonio ancora più bianco e pallido del normale - Ma sarà davvero una truffa, quella del Berlusca? I nostri problemi, infatti, non sono poi così inaffrontabili. In fondo siamo una nazione con sistemi e sottosistemi evoluti e complessi che si trova a ristabilire regole da altri sperimentate e vissute da secoli. Che sta rientrando da un grave ma non fuori controllo squilibrio finanziario. Che ha da realizzare un suo sistema di mercato semplicemente adeguandolo a quanto già esiste su scala mondiale. Che ha il problema di assicurarsi una buona amministrazione costante, strutture pubbliche adeguate e efficaci, un ambiente accettabile, di valorizzare la propria cultura, di mantenere aperto e concorrenziale, ma allo stesso tempo solidale, il proprio corpo sociale. In pratica di usare e rendere viva una Costituzione già scritta e accettata da decenni, al posto di una <costituzione materiale> sedimentatasi in un regime prima immobile e poi marcescente.

Può sembrare molto, troppo, ma invece non mi pare affatto lo sia. Altri hanno o hanno avuto problemi altrettanto gravi e ne sono usciti anche bene. Basti pensare a ciò che era la stessa Italia nel 1945. Ora abbiamo solo macerie morali, psicologiche, economiche e organizzative da rimuovere. Allora c'erano anche quelle fisiche>.

Ragazzi, allora c'era anche quella straordinaria esperienza quale é stata nella storia italiana la Resistenza - Antonio si riprese - Un anti-stato divenuto Stato. Di qui la grande rivolta del 43-45. E la stupenda sistematizzazione nella Costituzione della Repubblica Italiana. A mio avviso uno dei più alti eventi nella storia, millenaria, di questo paese. Avvenuta nel sangue di Buchenwald e delle Fosse Ardeatine. Ma un punto alto non fa certo la quotidianità, l'inconscio e incessante ritorno del codice genetico. Guelfi e Ghibellini. Patrizi e schiavi. Eccellenze e clienti. Dominatori e sudditi. Nel paese di Spartaco e Crasso (la prima rivolta comunista, avvenuta intorno a Napoli ben 2400 anni fa) il primo si é reincarnato, e degnamente, come Partito Comunista Italiano e il secondo nella Dc, per un po' di tempo degnamente e poi un po' meno. Il modello, per trent'anni, é stato questo. Il problema é che il nostro Spartaco si é fatto troppi amici nella mitica Arcadia di Mosca. E ha concesso a troppi Crasso, per troppo poco, il monopolio e l'impunità nel potere. Fino al crollo dell'Impero. Niente a che vedere con lo <scatto storico> della costituzione del 46. A scriverla, del resto, c'erano uomini come Togliatti e Dossetti, Calamandrei e Einaudi. E qualche altra persona seria>.

1.7. La crisi di Forza Italia (sbandamento opposto)

1.7. La crisi di Forza Italia (sbandamento opposto)

Ancora Beppe, al computer: <La falena si é bruciacchiata le ali il 15 luglio 1994. Meno di un anno dopo la sua nascita. Gli eventi erano prevedibili. Berlusconi sapeva che la sua era, nella buona sostanza, una corsa contro il tempo. Prendere il potere e consolidare il regime prima che i magistrati arrivassero a scoperchiare gli scheletri della Finivest, quelli di cui hanno parlato tutti i quotidiani italiani da luglio a settembre 1994, ovvero la proprietà dubbia (in barba alla Mammì) dell'ex sottorete Finivest Telepiù, del giro di tangenti con la Guardia di Finanza e le banche svizzere utilizzate (su cui operavano contemporaneamente, guarda caso, i vari Cusani, Craxi e compagnia...). Dei contatti - secondo il giudice Ingroia durante il seminario della Rete a Filaga, tenutosi il 25 agosto 1994 - tra i gemelli Dell'Utri e importanti personaggi dell'organizzazione mafiosa. E chi sa che altro ancora.

Di Pietro ci é arrivato prima del previsto, a questo ennesimo groviglio di nodi occulti. Risultato: l'emissione precipitosa del decreto Biondi salvaladri (tra cui la Finivest innanzitutto), l'ondata di protesta generale, la dissociazione della Lega, la fine dell'incantesimo Berlusconi.

Un ultima menzogna si é consumata ai danni degli italiani. La protezione delle proprie e altrui illegalità spacciata per garantismo giuridico liberale. Ma questa volta gli italiani non se la sono bevuta. E Forza Italia imbarca acqua, e con lei il progetto di una nuova destra erede e continuatrice del regime quarantennale. E' la dimostrazione che una destra prigioniera del passato non regge così come non ha retto, pochi mesi prima, una sinistra con lo stesso marchio di infamia. Bisogna cambiare. Ma in quale direzione?

1.8. Finalmente sulla porta dell'inferno: Cerbero (ovvero il grande mercato finanziario) {la prima rete}

1.8. Finalmente sulla porta dell'inferno: Cerbero (ovvero il grande mercato finanziario) {la prima rete}

<Caro Emilio, tu parlavi di "Divina Commedia" - Federico era andato a prendere un blocchetto e un penna, su cui aveva scritto in fretta - E come in tutte le parafrasi (o parodie?) della "Commedia" sulla porta dell'Inferno italiano che ci apprestiamo a varcare c'é Cerbero, il demone multitesta, il guardiano e supremo regolatore del traffico infernale. Nel nostro caso un Cerbero c'é, che ci controlla, come intero paese, giorno per giorno, minuto per minuto, e analizza ogni nostra vicenda, ogni nostra scelta politica con mille teste e mille portafogli. Ci premia o ci penalizza, e non si stanca mai di giudicarci. I suoi ruggiti sono terribili per noi, dannati da un debito pubblico di due milioni di miliardi di lire. La catena che ci avvinghia al mostro. Cerbero altro non é che il mercato finanziario globale; una rete planetaria di computer, uomini e portafogli. Una rete di miliardi di scommesse continue ogni giorno, ogni ora o minuto. Una bestia intelligente, equanime, incontrollabile e auto-controllata. Ma feroce e indipendente a ogni potere, anche da quello del massimo rappresentante politico del pianeta: il Presidente degli Stati Uniti d'America.

Questo Cerbero é l'entità che sta costringendo l'Italia ad alto indebitamento, nata negli anni Settanta e poi esponenzialmente dilatatasi negli anni Ottanta, ad una severa disciplina economico-finanziaria. E quindi, allo stesso tempo, ad un incremento nel suo tasso di malessere interno, di isteria collettiva ma anche ad una faticosa (e per ora in gran parte sotterrranea) conversione dei suoi valori e dei suoi modi di vita.

Teniamo a mente sempre questo Cerbero. Oggi la chiave della grande politica, in tutto il pianeta, sta nell'interazione tra gli Stati e i Mercati (il buon Michele Salvati l'aveva ben compreso quindici anni fa, tanto da dedicargli una apposita e bella rivista). Cerbero, con la sua rete di milioni di computer, fa continuamente i conti. Per lui la politica si misura in termini di valori finanziari precisi, di informazioni, di risultati. Non c'é spazio, nella mente di Cerbero, per le illusioni. E questa mente oggi controlla l'Italia, la scruta, e decide di continuo del suo prezzo. Sono finiti i tempi dei viaggi a Washington di qualche potente Dc per assicurarsi, con qualche promessa e molte belle parole, margini finanziari per la politica di consenso anticomunista. Per la prima volta l'Italia, paese specialista da duemila anni nella produzione di illusioni, é soggetta strettamente ad una mente collettiva per sua natura impermeabile ad ogni illusione. Di qui il primo motore nel mutamento. Di qui la bancarotta del Caf nel 1992; di qui il disperato salvataggio della lira da parte di Amato; la navigazione a vista di Ciampi; i primi scossoni a Berlusconi. E altri ruggiti, morsi e frustate seguiranno. Cerbero é freddo, glaciale, calcolatore.

Cerbero fa la guardia, rabbiosa e costante, all'autentica catena che avvinghia l'Italia alla disciplina dei mercati. Il suo enorme debito pubblico, il macigno storico nato dalla guerra anticomunista, di cui Cerbero impedisce ogni facile svalutazione. Svalutare il debito é oggi il sogno proibito di tanti politici italiani, vecchi o nuovi (se così si può dire) di destra (soprattutto) ma anche di sinistra. Svalutare il debito via inflazione é oggi reso impossibile dalla forza di movimento, rapidissima, di Cerbero che controlla i cambi e le bilance dei pagamenti. Svalutare il debito via provvedimenti amministrativi (consolidamento o quant'altro) è altrettanto improponibile, dato l'immediato crollo di consenso (se non peggio) che ne conseguirebbe, in un paese ad alto tasso di risparmio e che controbilancia il basso reddito disponibile (almeno per i lavoratori dipendenti e gli imprenditri non evasori) con le rendite finanziarie da Bot. E Cerbero dà il tono, con la sua schiera selettiva di investitori internazionali, che in pratica governano i tassi di interesse interni italiani, sui Bot e complessivi (si veda l'azione sul Tasso di Sconto immancabile, da parte della Banca d'Italia ad ogni scivolone del Governo Berlusconi). Cerbero, quindi, é di guardia alla catena e al macigno, che a questo punto può solo essere eroso e alleggerito con milioni di sani colpi di scalpello politici e sociali. Il debito pubblico, in definitiva, sarà per il prevedibile futuro inversamente proporzionale al grado complessivo e concreto di qualità italiana.

Cerbero, quindi, ci indica un cammino da seguire, in fondo al quale c'é luce. E scopriremo insieme questo cammino. In una parola, per me, si chiama qualità.Vera, concreta, tangibile. Industriale, vendibile sul mercato mondiale. Ma anche nei valori civili, nelle nostre menti>.

Capitolo secondoSecondo girone, i valori (sotto la superficie)

Capitolo secondo

Secondo girone, i valori (sotto la superficie)

2.1. Ingresso: la qualità, <Lila> di Pirsig

2.1. Ingresso: la qualità, <Lila> di Pirsig

<Anch'io cercavo una chiave. - riprese Federico - E nell'estate del 1993 lessi <Lila> di Robert Pirsig[2]. Mi fece piacere ritrovarlo, perché lo credevo morto, l'autore dello <Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta>, dopo tredici anni di silenzio. E invece no. Eccolo di nuovo, questo intellettuale sessantottino che per primo, da un manuale tecnico di una bicicletta giapponese, capì quello che, cinque anni più tardi sarebbe stata l'ossessione di milioni di persone, manager, operai, tecnici, ricercatori di ogni impresa del mondo: la qualità.

Carlo Marx, troppo sugli allori ieri e troppo dimenticato oggi, diceva che nel fuoco dell'officina si plasmano, in definitiva, le azioni e i valori dell'intero corpo sociale. E gli anni 70 e 80 sono stati, in definitiva, gli anni della domanda generale di passaggio dal regno della quantità a quello della qualità. Ovvio: i grandi numeri dei mercati industriali per i prodotti di primo consumo si saturavano rapidamente e <fare la differenza> é diventato sempre più cruciale, per vincere sulle folle di concorrenti.

Ma quale differenza, quale <percezione superiore>, quale <valore condiviso>, quale qualità? Quella di Benetton, con i suoi messaggi culturali e i suoi valori-colori puntati sul network planetario? O le fotografie provocatorie di Oliviero Toscani, la materialità del sangue, il ridicolo della repressione sessuale? Oppure la qualità giapponese, sul motore perfetto, sul televisore o videoregistratore che, con il suo lungo silenzio attivo e privo di guasti, testimonia di fabbriche dove lavorando si pratica qualcosa di non molto distante dalla disciplina Zen?

Oppure i centri computerizzati di lavoro della Mandelli, macchine utensili che associavano al microprocessore americano il supremo mandrino su cui, per generazioni, gli operai padani si sono maciullati dita e braccia? Oppure la natura "forte", e tutta americano-canadese, dei boschi impressi sulle scatole delle Timberland, scarpe di pelle grassa, dura e pura, direttamente trasferita dai taglialegna ai figli della borghesia europea?

La qualità industriale vincente é stata negli anni 80 ben di più di una illusione fatta di immagine pompata a uso e consumo di superficiali socialisti, spagnoli o italiani. Di generiche e plastificate campagne di stampa organizzate una Sip qualsiasi. E' stata, via prodotti autentici sul mercato aperto, trasmissione reale di valori, sedimentati in secoli da intere culture del pianeta, compresa la nostra>.

<Ci vado a nozze su questo, Federico - Emilio era raggiante -Vuoi altr riprove? Prendiamo i corpi, quelli dentro cui viviamo. Fino al 1968 non esisteva una cultura del corpo. C'era innanzitutto da vestirli, nutrirli, riposarli, soddisfarli. Dargli beni di prima necessità. Poi venne la corsa (jogging), la danza aerobica, il controllo del colesterolo...La qualità di se stessi quasi assurse a ideologia. George Bush rilasciava interviste correndo in calzoncini di prima mattina. E divenne presidente dell'impero Usa. Mentre Brezhnev e Cernienko, decrepiti e obesi, mostravano con i loro corpi-cultura l'imminente crollo dell'impero della non-qualità comunista. La qualità psichica: il buddismo, da lettura esotica per pochi intellettuali, diviene oggi fenomeno ad alto rilevo sociale. Persino la Chiesa lo prende sul serio. E lo teme. <Prendo rifugio nel Buddha e nel Sangha, nella comunità degli illuminati>, ripetono oggi, in silenzio, molte coscienze di italiani, prima senza pace. Una strada seria verso la qualità autentica della propria vita. E io con loro, ho fatto questa scelta.. Ma mi sento lo stesso vicino alla qualità italiana dei cristiani autentici, dei poveri preti che lavorano nelle carceri, nelle associazioni del volontariato, di tutti quelli che creano, giorno dopo giorno, il <rifugio> da questa Italia nevrotica e triste che ci circonda.

Quante altri esempi volete? Komeini che mostra al mondo che anche gli arabi hanno identità? Al prezzo di un mare di sangue che ha (illusoriamente) riscattato, nella cultura di un miliardo e più di persone l'affronto di Lawrence, inglese che ha fatto la storia dei sauditi e occidentalizzato gli arabi? Oppure Mao, stufo di un sovietismo russo importato, che, riscrivendo nel suo libretto rosso Confucio, ha scatenato un miliardo di cinesi, processo da cui sta emergendo oggi la grande potenza economica del 2100? Tutti, dopo il primo soddisfacimento, iniziano a cercare se stessi, le proprie qualità, le proprie anime, i propri sistemi di valori. In un mondo dove la tecnologia e il mercato aperto ti equalizzano a tal punto che questa diviene ragione di identità e di sopravvivenza, per gli individui come per le nazioni>.

2.2. Chi se ne frega della qualità ( Forza Italia)

2.2. Chi se ne frega della qualità (Forza Italia)

<La cosa che più mi spaventa dell'Italia attuale é il minimalismo delle sue menti, dei suoi intellettuali - Antonio così cambiò argomento -. Esempio massimo quel mio collega che risponde al nome di Renzo de Felice. Da cui ho sentito affermare, un paio d'anni fa, che la Resistenza fu un fenomeno irrilevante in un Italia che, in realtà, visse la caduta di Mussolini come l'eterno passivo <tira a campare>, con un ventennio fascista attraversato dall'eterna Italia dei sudditi, dei vili, mai risollevatasi dall'ultima battaglia delle legioni di Ezio.

Dio Mio, ma dobbiamo proprio dare credito a questi (davvero) eterni decrepiti <saggi>, travestiti da storici, che altro non hanno da comunicarci che nullità siamo e nullità saremo, per l'eternità e oltre. Falsificando la storia di una generazione di padani (e ben oltre) che corse in montagna per difendersi dai tedeschi, e tornare a sentirsi essere umano libero. Caro De Felice non ti hanno mai detto nulla di Curtatone e Montanara? Dei decapitati giacobini nella piazza del Mercato di Napoli? Di Murat e del suo esercito napoletano? Dei volontari del Sud nell'esercito dei Savoia? Dei picciotti di Garibaldi? Dello sbarco americano in Sicilia attivamente aiutato dai siciliani (mafiosi, ma era un'altra mafia) agli ordini (americani) di Lucky Luciano? E questa, nel bene e nel male, la chiami passività? Le Langhe e l'Ossola liberate a colpi di mitra? E le decine di migliaia di giovani fascisti che si fecero massacrare in nome di un idolo caduto nella Rsi?

Poveri questi intellettuali, senza spessore, senza qualità. Gente che vive, come i ragni, abbarbicata alla sua polverosa biblioteca mentre intorno le buche nell'asfalto divengono voragini, al passare delle macchine, perché non si trova uno straccio di sindaco o assessore di qualità? Con quale forza culturale partendo dalle sue tesi e dalla sua cultura, signor De Felice, si possono convincere giovani italiani di livello a dedicare la propria attività alla cosa pubblica? E a produrre qualità per questo paese eternamente passivo, eternamente morto, eternamente vinto dal primo Craxi o De Mita di turno?>

<Noi italiani, invece - lo interruppe Emilio - siamo dentro fino al collo in questa storia della qualità. Ed é su questa faccenda che ci giocheremo il futuro. All'estero, per milioni di individui, siamo "qualità della vita", possibile esempio di paese simbolo di simpatia, cultura profonda, ricordo piacevole, armonia di un momento o di una conoscenza. Siamo stile, amore del bello, apertura mentale, gentilezza, comprensione, ospitalità, disponibilità, educazione. Ma siamo anche qualità negativa: italiani mafiosi, commercianti d'armi e di droga, truffatori dell'alta o bassa finanza, inaffidabili, magliari. C'é un demone italiano: il doppio volto del dio Giano. La faccia positiva di Francesco d'Assisi e del Principe De Curtis (in arte Totò); quella negativa del Valentino Borgia, di Michele Sindona. E noi, in questo frangente storico, abbiamo finalmente l'occasione di abbattere questo idolo. Capirlo, sezionarlo, sminuzzarlo, relegarlo nel passato. Ridurlo, comprenderlo, paralizzarlo, isolarlo, renderlo infecondo. Farlo morire di morte naturale perché qualcosa di nettamente migliore é finalmente giunto, rinato. Qualcosa di veramente italiano. L'Italia fuori dal potere>.

<Al Classico lessi di Tirteo - intervenne Beppe - poeta greco (forse spartano), che incitava i giovani alle virtù, totalitarie forse, ma civili di Sparta. Non mi pare esista un Tirteo italiano. Ma tanti eccellenti sofisti, sempre attenti a pararsi il didietro da ovvie critiche. E pressoché mai con il coraggio di sbilanciarsi, di rischiare di dire una fesseria ma coraggiosa. Capace di spingere la gente a darci sotto, a corpo morto.

Quanti illustri editorialisti e opinion leaders avete letto, in quesi mesi di rivoluzione, dire: avanti, giovani fatevi avanti. E quanti invece di <turarsi il naso> e votare prima per la Dc e poi per i vari Formentini di turno. Una classe dirigente muore, sepolta dalla storia. E non ho sentito nessuno, mai dire. Si cambia, finalmente. Siate voi a prendere in mano l'Italia e portatela dove vuole davvero andare, come tutte le altre nazioni. Verso un mondo di qualità, di prosecuzione della grande pace (evento incredibile per un continente, l'Europa, con plurimillenaria storia di macellai e tiranni), di ricostruzione dei valori (paziente, da quelli finanziari fino a quelli etici, culturali, di vita quotidiana), di ricerca di nuovi modi di essere, più efficaci, nella costellazione tecnologico-geopolitica-sociale di un mondo orfano del rassicurante bipolarismo Mosca-Washington di un tempo?>.

<Ma guarda il perito, il demagogo Umberto Bossi - Federico agitava la penna - Sia lode a lui. Se non altro perché fa casino, mostra anche agli italiani da "Gazzetta dello Sport" il letamaio mafioso creato ai margini delle nostre bellissime fabbrichette brianziole, varesine, toscane, emiliane. Ma attento Bossi! Questi letamai, questi campi puzzolenti e pieni di bitume velenoso sono anche opera tua e della tua generazione. Mio padre e io, come immigrati da Napoli, ci abbiamo guazzato per anni e abbiamo anche noi contribuito a produrli, in nome del nostro (collettivo) arricchimento di beni primari, a-qualitativi. Oggi , Bossi dobbiamo ripulirli e riuscire a mandare avanti l'azienda. Altrimenti niente Italia ma Bosnia. E il federalismo diventa secessione. Guai grossi>.

Sono d'accordo, ma in parte. Vedi Fderico - rispose Beppe - Il Bossi, da quando era in clandestinità con quelli dell'Union Valdotaine, ha interpretato, nel suo modo "popolano", un processo storico strutturale: la qualità é differenziazione, apertura, destrutturazione dei monopoli e degli oligopoli del passato. Negli stessi giorni leggevamo i libri di Alvin Toffler, in inglese (quindi irraggiungibili dal Bossi) o pubblicati dal Gotha dell'editoria milanese, che prevedevano la progressiva differenziazione, regionalista o localista, dei sistemi serializzati della produzione di massa a-qualitativa. Avevamo alle spalle, nel 1976, già una silenziosa battaglia, combattuta e persa nel palazzo dei partiti e nei salotti, dai Bassetti e Ruffolo per uno stato regionalista. E io, studente alla Bocconi con simpatie per Lotta Continua, scrivevo la mia tesi di laurea sulle linee del democristianissimo e cattolicissimo economista Piero Giarda, esperto lombardo della finanza pubblica alla Cattolica di Milano, che sosteneva che il carico di deficit e di interessi sul bilancio dello Stato non si sarebbe mai placato fino a quando gli Enti Locali (allora, parlo del 1976) non avessero dovuto fare i conti che con i propri contribuenti, disposti o meno a pagare per le relative spese, e non con un bilancio romano-centrale pronto, fatte salve le necessarie <mediazioni>, ad accordare deficit fuori misura. Da allora siamo andati quasi al fallimento del paese, via debito pubblico accumulato. Poi é arrivato il Bossi, con le sue idee giuste e la sua testa un po' confusa. Ma é comunque riuscito a creare, dal nulla, un progetto politico che oggi tiene banco, ha schiacciato contro il muro la vecchia Dc (compresa quell'autentica nullità politica oggi presieduta da Buttiglione), tiene sotto scacco una sinistra ancora conventuale.

E ricordo un modello matematico macroeconomico fatto da Luigi Spaventa che dimostrava, equazioni alla mano, che il settore pubblico sarebbe stato sempre strutturalmente spiazzato, in termini di competitività, da quello privato. Spaventa, finemente allevato a Oxford, l'aveva ripreso dall'americano Baumol (e a costui fruttò il Nobel in Economia), ne descriveva perfettamente la struttura ma non arrivava alle necessarie conclusioni politiche. Per fermare l'inflazione da settore pubblico (o il deficit senza fine, che in regime di cambi relativamente fissi é lo stesso) c'erano (e ci sono tuttora) solo due alternative: o la centralizzazione assoluta sotto la mano ferma, da amministrazione controllata, di un super bancario (leggi Ciampi) oppure la distribuzione del conflitto fiscale su base locale e sociale (leggi Bossi, o Miglio). E quindi della qualità dello stato in base ai reali interessi dei suoi utenti, sempre locali. De te fabula narratur>.

<Ma lui, Bossi, nei fatti , e almeno finora, pare che se ne freghi della qualità italiana - intervenne Antonio -. Lui e il resto della "compagine", dell'allegra compagnia che oggi governa questo paese. Belle parole sul federalismo ma, all'atto pratico, due condoni, due infernali meccanismi burocratici che distruggono valori civili, divorano qualità italiana in cambio di una manciata di quattrini, "pochi, maledetti e subito", dice quel grande economista chiamato Lamberto Dini. Quel bancario amico fraterno dell'eterno Andreotti. La prosecuzione dell'opera ideale del divo Giulio con lo stile discreto (in apparenza) della Banca d'Italia dentro l'esecutivo termidoriano del miliardario Silvio Berlusconi.

Se Di Pietro, Borrelli e i magistrati colpiscono, se ficcano il naso nel marcio della Finanza, e non condonano, certo, lo facciamo noi ministri della restaurazione. Noi condoniamo, con lo sconto sullo sconto, il furto di centomila miliardi annui di tasse non pagate; noi condoniamo il muro non dichiarato e anche la tristezza di una Italia cementificata, imbruttita e sporca; noi soprattutto manteniamo alta la sacra bandiera del premio ai furbi, agli ipocriti, agli italiani che amiamo e da cui siamo votati. Condono dopo condono, Di Pietro non sarà più nulla. Mentre cresceranno quelli che davvero contano, che agiscono e investono. E che i cretini onesti, i comunisti, i dipendenti e i pirla si fottano. Loro, i loro figli, e pure i loro fax. Me ne frego. Ce lo dissero un tempo e ci crediamo ancora>.

2.3. Il tunnel di Favignana

2.3. Il tunnel di Favignana

Luglio 1994. La potente centrale indagativa e spionistica internazionale Fipe (ovvero la Federazione Italiana Pubblici Esercizi) rende pubblico un suo rapporto di circa 400 pagine in tema di criminalità economica nel nostro paese. Si chiama <I beni al Sole della Crime Company> ed é basato su 1218 interviste fatte in italia a negozianti, ambulanti, gente comune, anche spacciatori e pesci piccoli del network criminale-occulto.

Nel 1993-94, con la crisi macroeconomica, l'intera Italia della distribuzione, dei servizi e della piccola industria é stata presa d'assalto dal <grande capitale nero>, un network che manovra un fatturato annuo stimato in 109mila miliardi, quasi il doppio del gruppo Fiat (la maggiore industria del paese) ma con ben altro tasso di redditività. Dal canto suo il Ministro degli Interni Maroni stima un business di 170mila miliardi annui con 26mila "dipendenti" (ben sei miliardi per "addetto").

I dati del rapporto Fipe hanno dell'incredibile. Nel solo 1993 la mafia e n'drangheta hanno investito, secondo la Fipe, circa 85mila miliardi in beni immobili e attività finanziarie con una crescita del 20% sull'anno precedente. Il network controlla il 22% delle imprese edili e il 19% di quelle commerciali, il 24% dei grossi centri di smistamento agricolo, il 14% degli ipermercati, il 50% delle finanziarie. Il tutto agendo nella crisi con la potente arma dell'usura (16.500 miliardi di introiti) che oltre a generare profitti porta poi all'acquisto forzato di aziende, negozi e locali strangolati dalla crisi e dall'usura.

L'usura, la risposta velenosa dentro la crisi del network occulto all'offensiva dello Stato, mostra una efficacia quantomeno notevole. Nel 1994 é cresciuta del 37%, con punte a Roma e Milano. Persino nel Veneto questa forma di attività illegale aumenta al 23%.

Una mafia che investe massicciamente anche in beni industriali contraffatti. Nel 1994 l'aumento di introiti da produzioni manifatturiere é del 26,5% con abbigliamento e elettronica di consumo a falso marchio smistata, in prevalenza, sui mercati dell'Est.

Un network criminale, insomma, che non si basa più sulla sola droga (o sulle attività occulte tipiche di queste organizzazioni) per vivere e diffondersi. La sua metastasi ormai attacca gangli malati del sistema come il credito bancario, la distribuzione commerciale, la piccola e media impresa esposta, senza difese, alla durezza della crisi. E ora viene condonata, sia sul piano fiscale che edilizio (abusivo).

L'usura come nuova droga. Il network criminale oggi crea una sorta di perversa egemonia su strati ampi di società italiana; si radica in attività grigie; si fa grande investitore e diffuso (ma medioevale e perverso) socio in affari. Genera e diffonde valori negativi, oppressioni barbariche, produce mostri.

<Il risultato é quantomai temibile - continuò Beppe, non leggendo più al computer - Un tempo settori della Dc garantivano la stabilità politica (perché affratellati dall'anticomunismo) al network occulto. Domani lo saranno forze popolari che si richiamano alla libera piccola imprenditoria, ai commerci, agli scambi con l'estero, all'Italia che va e quant'altro?>

<Patetici quelli, come Galli della Loggia, che fino a poco tempo fa disquisivano di populismo leghista. Altro che populismo! Qui c'é un progetto sociale serio (o almeno spero) che intende affrontare la crisi su una delle due possibili reali soluzioni (complementari): il decentramento dello Stato (l'altra, insieme, é l'appiattimento organizzativo dello Stato stesso e delle sue reti di servizi). Un conto é l'eterno balletto di parole dei politici e un conto la speranza di centinaia di migliaia di italiani che hanno creduto alla Lega, e alle idee (giuste) del cambiamento di un sistema vecchio, imbroglione e autoritario.

Uno stato rigoroso, deciso a ripulire, decentrato, appiattito, efficace é l'unico reale antagonista alla nuova forma che sta assumento l'antistato in Italia, che a sua volta (e prima) punta alla diffusione nel grigio, alla piccola impresa, agli investimenti finanziari distribuiti, al ricatto e al terrore individuale via usura e lavoro forzato>.

<Guardiamoci intorno - Beppe si accalorava - Lo stato piatto-federale (che é anche e soprattuto stato di dignità, di qualità, di rigore, di regole serie e condivise) significa, in concreto, il fatto che qui a Favignana non vi siano più: un acquedotto con Trapani costato alcuni miliardi, finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno, con alcuni chilometri di tubi sottomarini in cui non passa, da anni, un bel niente. Il cui ingegnere di progettazione é stato ucciso a Palermo misteriosamente (!) alcuni anni fa. E un tunnel ,non certo indispensabile, sotto una montagna scavato due anni fa con i soldi della Regione Siciliana, a sua volta dispensati da Roma, ma mai completato per esaurimento di fondi, non si sa come mai: preventivi sbagliati, tangenti...Ora il tunnel fa bella mostra di sé: scavato, cementato, apparentemente perfetto nella sua volta emisferica già in disfacimento. Ma non c'é la strada né l'illuminazione. Filo spinato arrugginito lo chiude. Dentro il buio, simbolo delle coscienze di chi l'ha costruito e lasciato così.

<La verità e che Favignana, come Milano o ogni parte d'Italia - continuò Federico - ha il dovere e il diritto di sapere quanto può spendere, chi guadagna nell'isola e in base a quali risorse locali é possibile investire. E che queste ultime sono fatte di quattrini che, a loro volta, escono innanzitutto dalle tasche dei cittadini di quel paese, e sono costati lavoro, industria, pezzi di vita. Possibilmente trasparenti e puliti.

Negli anni 60, 70 e 80 l'Italia ha subito una enorme, sistematica e prolungata fase di distruzione di valori. Altra cosa vera che i nostri intellettuali non ci dicono. Forse perché non siamo diversi, in questo, dagli altri paesi. Ma fare le stesse fesserie degli altri non ci rende meno colpevoli, solo più conformisti.

Lo spiega bene Pirsig nel suo Lila, libro di cui vi raccomando una attenta e rilassata lettura: la grande stupidaggine che noi, come sessantottini, facemmo, fu quella di contestare tutto (istituzioni, codici , strutture) salvo mettere a critica i nostri padri diretti, quei <cattivi maestri>, intellettuali degli anni Cinquanta che credevano che bastasse spazzare via il vecchio codice morale (negli Usa e in Inghilterra la vecchia morale vittoriana, in Italia nel Mediterraneo più semplicemente la <Mamma mediterranea>, l'appartenenza protettiva) senza sostituirvi nulla. Esito: l'unica vera vittoria che il Sessantotto ha avuto é stata quella di annichilire e ridicolizzare ogni regola, ogni codice, etico, sessuale, comportamentale senza sostituirvi nulla, salvo vaghe (e minoritarie) implantazioni di culture orientali, tribali, di indiani d'America o metropolitani. Da noi l'etica italiana non é stata sottoposta a critica creativa, ma solo a una frettolosa e facile demolizione, di tipo ideologico. Risultato: un paese superficiale, edonista, serializzato su valori industriali di provenienza americana e di bassa qualità, producibili un tanto al chilo dentro un qualsiasi serial televisivo della Finivest.

Conseguenza ulteriore: la società dei paesi industriali, e l'Italia prima fra tutte, si é immediatamente impadronita, a livello di massa, della <liberazione sessantottina>. Utilizzandola per la via più facile e diretta, come sempre: aumento enorme della criminalità, esplosione dei conflitti, riduzione generalizzata di ogni valore, compresa la vita umana. La vecchia, cara buona educazione (codificata per prima in Italia nelle corti rinascimentali del Castiglione) in polvere, sotto i tappeti delle risse televisive di Ferrara e Sgarbi.

Le metropoli Usa, la rivolta di Los Angeles, i ghetti neri , l'assedio sanguinoso di Sarajevo e di Mostar, le periferie di Palermo, Catania e Napoli hanno di sicuro questo in comune: un sistema di valori mancanti, qualcosa di ancorché artificioso nel passato ma oggi inesistente, la necessità inconscia di un codice etico nuovo, credibile e efficace.

Qui, più che nelle singole <tragedie con pistola> degli episodi di terrorismo, la nostra generazione ha fallito: non ha dato niente di nuovo al mondo salvo una serie di no, in cui si sono incuneati, e hanno irrotto, le forze più primordiali.

Eppure avevamo sotto gli occhi la soluzione. Se avessimo mangiato un po' più di pane secco per assorbire gli effetti della nostra ubriacatura rivoluzionaria ci saremmo accorti che quei codici di valori orientali che avidamente leggevamo (e istintivamente, giustamente, ritenevamo come superiori al banale e rigido moralismo delle "Mamme" o dei "Superiori") ci trasmettevano, anche, un sistema di valori eminentemente pratico, immediatamente applicabile. Il sistema della perenne ricerca di maggiore qualità da parte della specie e della natura attiva.

Se avessimo posto la qualità alla base della trasformazione degli ultimi due decenni di sicuro ci saremmo risparmiati l'involuzione. Ma le idee, come ogni altro processo sociale, hanno bisogno di tempo per giungere a maturazione. E alcune muoiono o vengono uccise nel frattempo, e ricompaiono reincarnandosi in situazioni apparentemente molto diverse, a secoli o anche millenni di distanza>.

Antonio si rimise a leggere da uno dei suoi fogli: <Buddha Sakyamuni (1500 avanti Cristo) e Gesù di Nazareth sempre che questa città sia esistita o non sia stata invece Gamala, capitale della rivolta Davidica anti romana) furono anche loro figli di passaggi da assetti di quantità ad assetti di qualità-differenziazione.

Nel primo caso il sistema di dominio e di caste ario-indiano stabilizzato, nel secondo il caso l'impero romano organizzato su tutto il Mediterraneo ma incompatibile con una cultura nazionale che sulla propria indipendenza mistico-religiosa (popolo eletto) aveva costruito ogni valore.

Buddha e Gesù furono, anche, rielaboratori e interpeti di valori. Il primo li estrasse da un calderone induista caotico e ancestrale e li distillò in sistema etico personale moderno e indipendente da ogni atto non razionale di fede; il secondo fu (o fu interpretato poi come) il portatore di una "novella", un nuovo sistema di pensiero, anche politico e sociale (comunione dei beni dei primi cristiani, carità, amore), che tuttora attende piena realizzazione. Forse il suo <regno dei Cieli> era riservato ai soli ebrei in rivolta contro l'oppressore imperiale romano. Di sicuro, grazie alla sua radice egizio-mosaica e alle influenze buddiste (operanti sulla setta ebraica degli Esseni) insieme alle aggiunte platoniche e ellenistiche dei padri della Chiesa ne é scaturita una sintesi di grande rilievo: il sistema di valori cristiano non é cosa che una miserabile generazione di figli dei fiori poteva buttare nel gabinetto a cuor leggero. E fu infatti, purtroppo, quest'ultima a finirci, Jimy Hendrix in testa>.

2.4. La bicicletta giapponese

2.4. La bicicletta giapponese

<La qualità che ci passò dinanzi, come un falena, altri la videro. Un popolo triste - riprese Federico - ossessionato da un incubo tremendo, un doppio fungo nucleare che aveva distrutto due sue metropoli. Una martellata rimbombante sulla testa di una società arrogante, plasmata da secoli di sanguinoso e inflessibile militarismo, dove persino i bimbi colpevoli di aver lasciato senza permesso le classi elementari per fare pipì venivano squartati dalle katane dei samurai.

Questo popolo, questa isola di ex-tartari per secoli distante dal mondo, entrò nella rete del pianeta grazie alle due grandi martellate atomiche. E dalle porte divelte del suo castello uscirono radioline, scarpe, frigoriferi, automobili. Mentre entravano intellettuali americani radicals che vi disegnavano una costituzione democratica, istituzioni sindacali, sistemi di sicurezza sociale e quant'altro la cultura progressista di Roosevelt aveva da offrire all'epoca.

Il Giappone é un grande enigma storico, affascinante. Accettò e fece proprio, stordito dalle martellate, un sistema instituzionale formale a lui estraneo. Ma rapidamente ricostituì una sua costituzione materiale fatta di appartenenze, di clan, di gruppi economici e di garanzie tali da permettergli la prosecuzione di uno sviluppo organizzativo naturale sbocco della società militaritisco-strutturata dello Shogun e dei Samurai. In Giappone l'organizzazione é tutto e ciò che fa é secondario. Se la prima regge (e per definizione lo deve, come appartenenza assoluta e a vita degli individui) si ottengono i risultati: l'Hitachi può fare frullatori, trattori sottomarini, navi o microchip. Ma la sua vita si gioca sulle centinaia di migliaia di addetti che ogni mattino, alle sei, corrono disperati a prendere l'autobus per arrivare puntuali e cronometrici alla cerimonia di avvio del lavoro nel cortile dell'azienda.

Costoro, i più lontani dai fumi degli Hippy, scoprirono la chiave. La scoprirono naturalmente, per la via semplice e concreta del mercato e del lavoro. Il Giappone, privo di risorse naturali e sovrappopolato, doveva farsi largo nella competizione mondiale. E in un ambiente quantomai ostile, dal dopoguerra a oggi.

Pochi amano i giapponesi, popolo strano, profondo, chiuso e difficile. Non certo gli americani dopo una lunga e terribile guerra nel Pacifico. E nemmeno i cinesi, che tuttora ricordano l'occupazione nipponica degli anni Trenta. Nel 1946, tra le macerie delle città dell'arcipelago, ricominciarono da zero, come subfornitori a basso costo delle aziende americane. Producevano quei beni di massa "Made in Japan" oggetto di tante barzellette allora in voga tra consumatori e produttori occidentali. Poi la storia la sappiamo: come se fosse nel loro codice genetico superarono di slancio la prima fase di saturazione quantitativa dei mercati "ricchi": reinventarono radio, motociclette, automobili, macchine utensili e quant'altro. Strabiliarono il mondo con l'idea della qualità totale. Da sottovalutati divennero, in due decenni, sopravvalutati. Grazie a loro, alla loro forza materiale, si sparse per il pianeta l'unico messaggio che aveva senso concreto nel passaggio di fase: la qualità come valore di fondo, come senso del tardo Novecento industriale. Un processo ancora in corso, forse solo agli inizi.

Dalla mia posizione di manager industriale - continuò Federico - il fenomeno si dispiegò con chiarezza impressionante, e altrettanto impressionante dimensione diffusiva. Oggi centinaia di migliaia di aziende nel mondo hanno strutture, programmi, procedure, sistemi di comunicazione, di misurazione e di elaborazione focalizzati sulla qualità. In pratica tutta la grande industria mondiale e molte tra le amministrazioni pubbliche e istituzioni guida delle grandi capitali del pianeta. C'é poco da aggiungere a questo macroscopico fenomeno. Che fa la prosperità di intere nazioni>.

2.5. La produzione di nuova qualità come nucleo di un progetto politico

2.5. La produzione di nuova qualità come nucleo di un progetto politico

E' bene, a questo punto, che vi dia una spiegazione. Torniamo a Pirsig, l'ispiratore di Federico e l'uomo che scoprì la qualità negli anni 50 leggendo in un manuale di una scatola di montaggio "Made in Japan" che <per montare correttamente la bicicletta giapponese é innanzitutto necessaria una grande pace mentale>.

Pirsig, dopo tredici anni di riflessioni sul suo <Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta>, ormai divenuto libro di culto, espande in "Lila" la sua filosofia. All'osso, tutta la filosofia, o <metafisica della qualità> di Pirsig si compone di un assioma, di una constatazione e di due categorie.

L'assioma identifica la qualità al valore, come percezione ripetuta e previsione, individuale o collettiva, degli eventi.

La constatazione é che ogni sistema, dalle molecole fino alle culture umane, si basa per esistere su sistemi di valori.

Le due categorie identificano sistemi di qualità (valori) statici, necessari all'autoconservazione dei sistemi, e una qualità dinamica, ovvero un processo di continua generazione di nuovo valore determinato dalla spinta evolutiva.

Nelle sfere fisiche, biologiche, sociali, intellettuali tendono a svilupparsi sistemi di valori relativamente separati e indipendenti tra di loro. Ma con una gerarchia precisa: la qualità delle idee, dell'uomo cosciente e dinamico, é superiore ai valori sociali. Che, a loro volta dominano i valori biologici così come questi ultimi superano e controllano le leggi della materia inanimata.

C'é molto di più nella metafisica della qualità di Pirsig, in Lila. La sua visione inizia a esplorare un'area grigia, in penombra tra realtà e misticismo, etica e concreta evoluzione del presente. E, soprattutto, ha la potenzialità di un messaggio fortissimo, autentica idea forza secolare. La qualità dinamica come nuovo sistema di valori per l'epoca presente, dopo la dissoluzione dei vecchi codici tradizionali e la susseguente esplosione di marcescenza e criminalità.

<Ci stiamo avvicinando al problema Italia - riprese Federico - Ma voglio entrarci usando la "chiave di Pirsig" e vedere, insieme a voi, se nuove porte si aprono, e dove portano>.

<C'é un elemento da aggiungere - continuò Beppe -Le più avanzate ricerche in tema di scienza cognitiva paiono definire l'intelligenza come la capacità di prefigurare patterns che poi, nella realtà, avranno riscontro. La qualità dinamica di Pirsig mi pare molto simile: la capacità di modificare e sviluppare nuovi valori capaci di promuovere, proteggere e consolidare l'evoluzione. In un mondo, come é quello reale, che produce anche involuzioni, crisi, tentativi falliti, dissoluzioni di intere culture. Come in ogni sistema vivente accade. I valori statici, i codici di regole condivise, acquisite e trasmesse tra le popolazioni dei sistemi servono a proteggere la vita dello stesso. Mentre la qualità dinamica é esattamente come l'innovazione che ha successo duraturo sul libero mercato. Un esempio industriale: il personal computer, passo avanti reale nell'evoluzione della specie computer e non solo di questa>.

<Infatti - disse Federico - C'é qualità e qualità, per Pirsig. Quella giapponese, con i suoi processi di continuo micro-miglioramento (learning) assomiglia a un saldo sistema di valori statico capace di proteggere la vita delle organizzazioni produttive sul mercato. Condizione necessaria, ma non sempre sufficiente. C'é poi la qualità dinamica, il fatto nuovo, che può avere una origine casuale (ma in situazioni di ambiente favorevoli) oppure una gestazione attentamente costruita da intelligenze capaci di prevedere, capire e affinare i pattern reali, del passato, presente e futuro>.

<Il pen computer - aggiunse Beppe - appartiene a questa seconda categoria: nasce da una costante maturazione di diversi filoni tecnologici (la miniaturizzazione dei personal portatili, lo sviluppo delle tecniche software di riconoscimento della scrittura, le telecomunicazioni digitali wireless) che via via sta cercano di integrare in uno strumento che faccia ancor meglio il lavoro del pc, come assistente personale, estensione parziale, ma dinamica e con qualche intelligenza, della mente umana>.

<La qualità statica, in un certo senso, é un problema di buona organizzazione e di valori fortemente condivisi - intervenne Emilio, al suo decimo bicchiere di passito - La qualità dinamica, invece, é figlia della libertà, del pensiero, del lampo di intuizione, della preveggenza che poi si radica facilmente nella realtà. Ed é il mercato aperto e evoluto l'ambiente per eccellenza più favorevole alla produzione di qualità dinamica. Ma non il Far West: un ambiente di cooperazione e competizione con valori condivisi e mutuamente rispettati. Con istituzioni capaci di farli valere, se necessario. Con gli agenti della Sec, tanto per dirla in chiaro, che sparano multe da milioni di dollari e ti mettono a soqquadro l'azienda se una posta di bilancio é stata calcolata male. E non certo con il Finanziere che metti a tacere con qualche <regalo>.

2.6. Primo abbozzo di un tentativo di applicazione all'Italia

2.6. Primo abbozzo di un tentativo di applicazione all'Italia

Edward Luttwak[3], autorevole politologo americano ha una profonda conoscenza dell'Italia (in cui ha vissuto per molti anni). Luttwak ha una visione ricostruttiva dell'Italia come <un grande paese e una grande nazione prigioniera di un apparato statale e di una classe politica da terzo mondo>. Dove <non si tratta soltanto di punire i corrotti come individui, per puro senso di giustizia (anche se questo é di per sé essenziale) ma di eliminare una intera cultura di corruzione, che rimane quasi intatta in certe parti d'Italia e in certi settori della vita pubblica>.

<Fondamentalmente si tratta di ristabilire la piena dignità di tutti gli italiani che lavorano e vivono onestamente. Quella che solo poco tempo fa poteva essere considerata una utopia é divenuta possibilità concreta (ma solo se le riforme andranno avanti): un'Italia in cui chi é onesto non debba sentirsi <un povero fesso>, uno non abbastanza furbo da arricchirsi senza lavorare; un'Italia in cui i cittadini siano serviti dalla burocrazia statale invece di essere trattati come servitori; un'Italia in cui lo Stato sia svincolato da qualunque attività economica ad esso estranea in modo da svolgere le proprie funzioni - dalla conservazione della natura alla tutela dei beni culturali alla pubblica istruzione - in modo efficiente e economico; un'Italia in cui ogni governo locale sia veramente locale, cioé finanziato da tasse locali e composto da rappresentanti eletti localmente, in modo che i cittadini possano vedere con i propri occhi ciò che viene fatto, se viene fatto bene o male e per quali ragioni - e poi, agendo da cittadini responsabili, possano denunciare immediatamente gli abusi e chiedere efficaci riparazioni, senza aver paura di essere ignorati o addirittura penalizzati>.

<Ho letto anch'io quegli articoli sull'Espresso - disse Antonio - Luttwak, intellettuale di formazione europea ma immerso nella realtà istituzionale degli Stati Uniti d'America, riprende un filo che la storia del tardo Novecento ha conosciuto molto bene, dal 1945 ad oggi. Il crollo dei regimi totalitari fascisti in Germania e Giappone lasciò, allora, la terra bruciata. E, insieme ai capitali americani del piano Marshall, vennero anche gli esperti di Roosewelt e Truman, intellettuali democratici Usa che "riscrissero" larghe parti della costituzione tedesca e giapponese, sul modello statunitense.

Allora, però, questo innesto di valori democratici operò su un terreno fertile. In ambienti in cui il deserto, materiale e morale, era assoluto. Dove la superiorità del modello americano si imponeva indiscussa, faro di benessere in un panorama di macerie. E dove la sola alternativa era un modello totalitario stalinista inaccettabile per i ceti medi delle società industrializzate. E soprattutto il valore materiale di base, la ricostruzione del paese, costituiva un elemento condiviso di forza straordinaria. Che consentì di radicare un processo evolutivo di cui forse non molti si sono resi conto: in vent'anni, in Europa, furono superati, di colpo, i concetti di sovranità assoluta degli stati nazionali, di appropriazione territoriale via violenza militare, di intolleranza interna, di sudditanza (quantomeno formale) a caste di diritto divino, di accettazione acritica del potere, di primato dell'uniforme sulla redingote>.

2.7. L'enorme produzione di qualità negativa in Europa

2.7. L'enorme produzione di qualità negativa in Europa

Atonio ora leggeva affannato: <Il crollo, insomma, di quel sistema statico di valori europeo sedimentatosi in quattro secoli di (sanguinosa) "epoca moderna", ovvero di fuoriuscita dal medioevo via stati nazionali autoritari. Sistema che aveva trovato in Hitler e Mussolini gli ultimi epigoni, a loro volta risposte estremistiche, secondo il vecchio codice, rispetto all'autentico <suicidio d'Europa>, l'insensato conflitto 1914-18 , autentica implosione di un sistema rigido e statico di valori che aveva progressivamente costruito nazioni europee simili a collettive belve in divisa pronte ad azzannarsi l'un l'altra, e rese follemente superbe da sterminate (e economicamente assurde) dominazioni colonial-militari in varie parti del pianeta.

La prima esplosione dei valori europei sta nei campi, e nei mostruosi cimiteri di Verdun; la seconda, e definitiva, nell'assoluto baricentro d'Europa, nel <miracolo nero di Berlino>.

Il centro dell'inferno: il miracolo nero di Berlino

Il centro dell'inferno: il miracolo nero di Berlino

La Porta di Brandeburgo tutti la conosciamo: luogo-simbolo della città, ma anche luogo simbolo del militarismo prussiano di Federico il Grande, poi del nazionalismo tedesco, ultima ridotta della rivolta operaia e spartachista del 1918, arco di trionfo del nazionalsocialismo e infine, simbolo della divisione del mondo nei due grandi blocchi, luogo di confine primario della Berlino del Muro. Ma a poche decine di metri da questo punto focale stava qualcosa di "forzatamente" dimenticato, da quarantacinque anni. Nella terra di nessuno, quella squallida bretella erbosa scoperta, larga come una autostrada e compresa tra i due muri di cemento che tagliavano in due la città, stava un cumulo di rovine su una piccola collinetta. La tomba di Hitler, i ruderi della Cancelleria del Reichstag e sedici metri sottoterra, il bunker dove si suicidò.

La tomba di Hitler, dell'estremo interprete del codice di valori autoritari e nazionali europeo, é stata posta dalla storia (o da Dio o dal caso) per quarant'anni nel punto focale esatto di massimo affronto alla sua religione nazionale, nella terra di nessuno, a-nazionale, decretata da potenze occupanti, nella sua capitale.

Per quarant'anni rimase inaccessibile la rovina del Reichstag sulla collinetta di Postdam. Nella bretella erbosa di morte, nel luogo lunare tra i due muri di cemento armato protetti da corrente elettrica ad alta tensione, guardie armate di fucili di precisione, periodiche ronde con i cani lupo. Nel centro della Germania qul luogo era la più totale negazione materiale di ogni parola, idea o azione prodotta da Adolf Hitler. Ferita non nazionale nel centro della grande Germania. Luogo di occupazione militare straniera dei palazzi del potere nazista. Territorio di segregazione assoluta alla società tedesca, che un tempo guardava a quel Reichstag con ben altro spirito. Bretella intrisa di sangue berlinese. Rovina di quelle pietre un tempo luogo di potenza.

Nel 1992 il municipio di Berlino decise di operare un sopralluogo nel bunker, sedici metri sotto il cumulo di rovine del Reichstag. Le ruspe scavarono e una troupe della televisione tedesca riprese stanze di cemento piene d'acqua ma ancora intatte, con manifesti nazisti alle pareti, tavolini, telefoni, sedie. Ripresero, richiusero tutto come prima e se ne andarono. Le rovine della Cancelleria sono ancora là, come nei quarant'anni precedenti. Immerse nella negazione simmetrica e multidimensionale del miracolo nero. Apparentemente casuale.

Se qualcuno, credente nella intenzionalità extra-umana attiva nelle vicende della storia, volesse un segno, la tomba di Hitler sarebbe un esempio perfetto di nemesi simbolica, di messaggio trascendente, ma anche tragicamente materiale (su quella terra di nessuno erbosa quanti tedeschi, stranieri in patria, sono morti cercando di fuggire dal sistema totalitario stalinista). La sua vicenda nascosta e implicita racconta alla perfezione il problema chiave del Novecento. La necessità, vissuta secondo gli schemi classici della tragedia greca, madre della cultura occidentale, di produrre nuovi valori e di sostituirli con il codice preesistente, troppo intriso di sangue.

Ma c'é anche l'altra faccia della medaglia. Un altro luogo-simbolo d'Europa: Carnaby Street di Londra. Qui, negli anni Sessanta, si affacciò al mondo un modo diverso di essere europei, nato da vent'anni di straordinario (e fragile) consenso collettivo sui valori positivi della ricostruzione, e del rifiuto di un passato codice autoritario.

Carnaby Street, la via dei Beatles e dei Rolling Stones, é oggi un piccolo, ridicolo salottino plastificato, buono per i venditori di magliette per turisti, mercatino dozzinale nemmeno ombra di se stessa. Nulla, vuoto pneumatico. Simbolo del grande limite del nuovo codice di non-valori. I "figli dei fiori" che da san Francisco a Londra allora, vent'anni fa, incantavano il mondo con la loro musica, i loro colori, con la loro non violenza, il loro edonismo creativo, la loro ricerca di se stessi, la loro critica del sistema predominante, oggi si sono mutati in marginalità sociale, in cinici yuppies, in trasgressioni violente, in cocaina, in ipocrisia, in deserto morale, con la regressione di centinaia di migliaia di giovani occidentali, di pelle bianca o nera, al paleolitico metropolitano delle bande, della forza, e alla fine della svastica.

Perché questo (almeno apparente) fallimento di una intera generazione che in pochi anni, ovunque nel mondo, pareva capace di trasformare le coscienze, le regole e gli equilibri secolari? Perché la sconfitta venne, clamorosa e rapida, quando alla facile distruzione del vecchio codice si trattò di indicare e radicare nuovi valori. Alcuni si persero nell'edonismo puro, altri nella riscoperta del marxismo-leninismo (più o meno armato), altri nelle culture esoteriche, altri infine semplicemente tornarono all'ovile, al grande ventre sociale che tutto digerisce, a quel buon senso collettivo di fondo che però appiattisce, rende scontato ogni messaggio, confina nella quotidianità e fa anche da paravento al progressivo vuoto etico e intellettuale degli anni ottanta. Dove alcuni si diedero da fare nelle appartenenze, più o meno vincenti>.

<Guarda che ti sbagli, Antonio - lo interruppe Emilio - Il buon senso, la riscoperta del passato, il rifiuto di ogni radicalità. I tanto bistrattati anni ottanta, luogo storico di apparente degrado e stagnazione, offrono invece spazio per una enorme rivalutazione, che forse verrà operata da ben altre menti fra dieci o venti anni.

Gli anni ottanta seguono i cinquanta della ricostruzione "a testa bassa", dei sessanta del "primo benessere", dei settanta della "ricerca alternativa". E' il decennio della pausa, dell'assimilazione, della pace perdurante, del ripiegamento, della quotidianità, dell'innovazione tecnologica, della nuova destra Usa, del neo liberismo, del ridimensionamento delle strutture pubbliche, del mercato aperto come valore sociale. Dell'alternativa conservatrice, visto l'esaurimento di quella progressista-keynesiana>.

<Emilio ha ragione - riprese Federico - Gli anni ottanta, con il loro apparente "silenzio", decretano la morte del socialismo reale che ancora, con l'ondata dei conflitti terzomondisti del precedente decennio, aveva vissuto il suo grande canto del cigno. Il luogo-simbolo degli anni Settanta, Saigon, oggi si ripopola silenziosamente di lattine di Coca-Cola e di radioline di Taiwan. E poco più lontano, a Taipei nella vecchia Formosa, sta il concentrato del decennio successivo: la Borsa valori di Taiwan, il primo azionariato di massa della grande nazione cinese. Il mercato ricco anche per gli ex-poveri dell'Asia nella piccola nazione, a forza di lavoro produttivo divenuta oggi più ricca, in termini di riserve valutarie, di colossi come gli Usa, il Giappone, la Germania.

Nel "materasso" dei cinesi di Taiwan stanno i valori del decennio: risparmio e accumulazione, capitalismo come riscossa reale della faccia asiatica del pianeta, tecnocrazia via via più democratica, apertura alla cooperazione industriale su base planetaria, qualità.

Dal fascino del super-prospero Giappone e soprattutto delle "tigri" asiatiche nasce la spinta reale che porta al crollo del sistema socialista reale. Prima é la Cina ad aprirsi, in modo controllato, al circostante capitalismo in piena crescita. Con una alterazione prospettica degli equilibri planetari che spaventa sopra ogni cosa la statica e senescente Mosca di Andropov. Una Cina in piena crescita, una macchina sociale da un miliardo di persone potenzialmente lanciata sulle piste di potenza economica aperte prima dal Giappone e poi da Taipei diviene l'incubo sovietico da Breznev in avanti. In un impero Urss sempre più vecchio, internamente mafioso e corrotto, e costretto a dedicare le poche risorse prodotte ad un eterno investimento in armi capaci di confrontarsi con quelle americane, tecnologicamente sempre più avanzate.

Andropov, sorta di Andreotti sovietico, inizia a rompere il cerchio di ferro della statica Urss. Da super-informato capo del Kgb seleziona una squadra di nuovi dirigenti tra cui Gorbaciov, Eltsin, Sobciack. Grazie al suo appoggio salgono ai piani alti del Kremlino e iniziano a mettere in moto il processo delle riforme. Ma il sistema si rivela auto-alimentante in termini dissolutivi. Qualsiasi dose di riforma genera ulteriori aspettative perché altri pezzi del muro marcio crollino da lì a poco. L'impero sovietico si riscopre permeato da una opinione pubblica dai valori politici di riferimento non diversi da quelli di un cittadino finlandese, svedese, austriaco. L'ideale é un capitalismo socialdemocratico prospero. La realtà una veloce messa a nudo di città, come Berlino Est, ancora piene di case crivellate dalle pallottole di quarant'anni prima, di enormi reti commerciali clandestino-mafiose moscovite, di telefoni inesistenti, fabbriche da incubo di primo novecento, società civili, come quella romena, azzerate da inamovibli e sanguinari Conducator>.

<Il risultato, cari amici - intervenne Beppe - é che nel 1989, la Porta di Brandeburgo, vede il definitivo seppellimento, tra le rovine del muro, dell'ultimo figlio deforme della stirpe europea di Caino. Il bastardo nato dall'unione contro natura tra il vecchio codice autoritario-nazionale (in versione satrapo-moscovita) con l'intollerante positivismo del socialismo scientifico, di quel Carlo Marx che si sentiva il Darwin dei sistemi sociali. Il mostro salutato come "uomo nuovo", come realizzazione del Paradiso in terra, come soluzione dei sogni millenari dei deboli, dei poveri, degli sfruttati>. <E non a caso - continuò Antonio mentre l'aria intorno acquistava una strana elettricità luminescente - simbolo del crollo di questo sistema di valori tardo-autoritario, é ancora questo punto focale magico europeo, questa Porta di Brandeburgo su cui nel 1989 si posa, ancora, l'occhio del mondo e, forse, il dito di Dio.

Qualcuno vuole indicarci, con la ricorrenza dei luoghi, un percorso, un mostruoso e incessante problema che, come generazione di europei, dobbiamo risolvere? Di sicuro a Berlino le ondate di coincidenze della storia sembrano susseguirsi perfette. Città del tormento europeo, senza dubbio. Ma anche luogo di una possibile involuzione in una nuova, e crudelmente plastificata, nuova potenza tedesca. Ma non credo: la Germania avrà per capitale un popolo di berlinesi che lascerà nel suo potente e nudo squallore la tomba di Hitler nella terra di nessuno. Che non abbatterà il muro, laddove splendidamente dipinto da artisti e poveri cristi. Che oggi si limita a piantare alberi con il nome di chi, in quella terra di nessuno, ci ha rimesso la pelle per poter passare dall'altra parte, via dal figlio deforme delle spalline, delle sciabole lucide e dei bottoni luccicanti che un tempo passavano, con bandiere e fanfare in testa, proprio sotto quell'arco. Dirette ad ammazzare>.

2.8. A metà del girone: il velo della Veronica

2.8. A metà del girone: il velo della Veronica

<La Germania, almeno, ha avuto un vantaggio tremendo - Antonio ora era incotrollabile, persino un po' rosso in volto - La tragedia, la mazzata é stata totale e soprattutto ha colpito centralmente, nel cuore del cuore della vecchia Europa. Ha imposto un ribaltamento dei valori: dalla Berlino imperiale, con le aquile del nazionalsocialismo alla piccola Bonn della provincia produttiva tedesca. In Italia invece la tragedia é stata parziale, temperata e ambigua. Quando Roma subì il suo unico e solo bombardamento (la stazione ferroviaria di S. Giovanni) i romani non se la presero con Mussolini, ma con il Papa. La Storia vera, quella dura che in altre parti d'Italia produsse Marzabotto, Salò o Cassino, a Roma aveva il suo paracadute millenario. Il grande garante bianco della città eterna, dei suoi eterni luoghi del potere, eterne elite dominanti, eterni riti, uffici, eterni ministeri, eterne messe mattutine, eterne bugie.

Peccato che i Savoia non abbiano avvertito a sufficienza questo profumo di eterno, misto a incenso, polvere e fogna che veniva allora dalla Roma papalina. L'Italia in movimento di centoventi anni fa pose fine al suo movimento a Roma, e assimilò rapidamente quell'ambiguo profumo di vecchia eternità che ancora oggi resta addosso, guarda caso, all'ultimo grande papalino: Giulio Andreotti. Profumo che ancora fino a poco fa mandava in visibilio i giovani, e bene educati, cattolici di Comunione e Liberazione. E che comunque, se non vi avesse aggiunto quel troppo pesante sottofondo nascosto di eroina siculo-mafiosa, sarebbe stato aroma ancora gradito, in privato, ai borghesi e benpensanti d'Italia. Che sempre apprezzano l'eternità, i paracadute, le mediazioni sottovoce. E non senza ragione.

Il codice morale papalino. Non del Papa, si badi bene, specie se polacco e combattente di Nova Huta, prima croce in messa in faccia al bastardo deforme di cui sopra. Il Woityla delle grandi tragedie europee.

Né dei cristiani, dei milioni di credenti in un mondo religioso che ha prodotto figure come Francesco d'Assisi, Bernardo di Clairvaux, Ignazio di Loyola. E tanti altri.

No, il codice di valori papalino, sedimentatosi in millenni dentro e fuori le mura del Vaticano, dentro papi-statisti, papi-generali, cardinali inquisitori, prelati poliziotti, preti esattori e informatori. Il codice di valori di cui é intriso il selciato di Trastevere, antica Suburra dei romani. Il figlio di 1500 anni di commistione tra potere spirituale e temporale, le due facce dell'assolutismo. Il codice genetico della nobiltà nera romana. Dei tanti Marcinkus. Ma non solo. E ancora vivo e operante.

Andreotti della possibile tragedia italiana, della guerra civile sempre incombente, dall'attentato a Togliatti in poi. Una mai avvenuta (per fortuna) esplosione atomica italiana. Un conflitto senza prigionieri con nove milioni di comunisti padani, con la Cia che li conta ogni anno, che allunga soldi, che nonglienefreganiente dell'Italia salvo che stia al suo posto, salda nei ranghi della Nato. E che la Dc faccia il suo dannato mestiere: li tenga fermi.

Il codice papalino. Che, silenziosamente, permetteva (e in qualche caso, alla bisogna, organizzava) gli omicidi politici e il terrorismo, la controllata strategia della tensione e del terrore propria dello stato della Chiesa. Uno stato famoso per la sua strana amministrazione, tra le più miserabili d'Europa in fatto economico e produttivo (persino inferiore alla Napoli borbonica) ma tra le più efficienti in tema di controllo sociale, distribuzione di privilegi, attività di spionaggio sociale e di polizia in termini clandestini. Tanti storici italiani hanno lavorato, negli ultimi cinquant'anni, a mettere sotto il tappeto questo curioso accidente politico italiano. Quasi esattamente reincarnatosi quando il reingresso pieno dei cattolici nella vita politica italiana, via Dc egemone, ha visto il passaggio di testimone dall'austriaco-liberale De Gasperi al dinamico e corporativo Fanfani (e al suo super-stato centralizzato, dalla Rai di Bernabei all'Iri e Eni di Petrilli e Mattei) e poi al papalino Andreotti. Al contorno, alleate e interagenti, figure minori come il capitalismo privato accorto di Mattioli-Cuccia-La Malfa, la sfortunata parentesi di consociativismo Moro-Berlinguer, la presenza subalterna del povero contadino padano Nenni, il progetto di super papalinismo laico e yuppy di Bettino Craxi. E, infine, lo schianto di un codice di valori vecchio e bacato, doppio e ipocrita, apparentemente umile ma in realtà ingordo fino all'autodistruzione.

Andreotti, infatti, é stata la qualità politica italiana dal 1945 ad oggi. E per molti tuttora lo é. Mi si permetta di scandagliarlo un poco, per quello che posso. Andreotti é il luogo-simbolo nostro, il nostro problema, il fuoco su cui gli italiani oggi debbono meditare. Lunga vita a lui, e alla sua verità nascosta. Ma speriamo che divenga palese. Prima della sua morte. Ne abbiamo bisogno, noi sorici come ogni altro cittadino, per capire l'Italia. Rilasci una buona volta la sua "intervista impossibile". Questo solo ci intreressa. Non le vendette>.

2.9. La doppia verità (mille anni e una bugia)

2.9. La doppia verità (mille anni e una bugia)

<Andreotti é una particolare forma di prete, prelato, pontefice, comandante militare anticomunista. Un cattolico tradizionale, permeato di due millenni romani. Che sia papalino lo testimoniano i suoi libri (su Pellegrino Rossi, sui Papi, sulla fequentazione dei poteri). E papalino di razza, capace di accedere ai più riposti recessi del Vaticano, alle stanze segrete incise nelle colonne dove si conserva un velo della Veronica falsificato in tempi immemorabili ma per millenni usato, come autentica immagine di Cristo, per far convergere milioni di pellegrini su Roma, e quindi rinsanguare le povere casse di uno stato pontificio dedito, fin dal medioevo, al mercato dell'incasso e distribuzione sociale di elemosine, dei posti in Paradiso.

Andreotti come codice di valori cattolico-romani. La chiesa centrale di Roma, da duemila anni preda di un incubo segreto ricorrente: e se il mondo scoprisse la verità su Gesù? Se sapesse, prove alla mano, che era soltanto un uomo, un aristocratico ebreo con conoscenze filosofiche e mediche evolute, ma di fatto solo un ebreo di razza impegnato in una guerra di liberazione giudaica contro l'imperialismo romano. Poi deificato nella grande organizzazione internazionale della Diaspora nata fin dai tempi di Erode Il Grande. Dentro il grande prelato romano, il custode della Chiesa, sta questo vizio di fondo: all'esterno é portatore di una etica evoluta, perfetta, a cui di norma cerca di attenersi. Ma é anche figlio della grande tradizione di manipolazione delle coscienze di cui é protagonista la sua immortale organizzazione. Dalle prime <eresie> di Paolo di Tarso, uomo della nuova Diaspora cristiana e amico dei Romani e che quasi fu linciato nel Tempio di Gerusalemme dagli ortodossi seguaci ebrei di Gesù guidati da Giacomo, fratello del poi-nominato Redentore. Alla successiva incorporazione della religione di Mitra delle legioni romane, con il suo Natale-solstizio d'inverno prontamente messo nel calendario cristiano. Al concilio di Costantinopoli, quando la reincarnazione fu abolita dalla religione ufficiale. E a quello di Nicea, infine, quando i Vangeli vennero riscritti e distillati (ovvero falsificati) fino a divenire il potente codice morale che conosciamo.

Ma questo é niente. La chiesa cristiana, per imporre il suo Gesù-Dio, ha dovuto combattere una millenaria, sanguinosa e sporca guerra contro tutti coloro che la pensavano diversamente. I cosidetti eretici, condannati solo moralmente ai primi tempi ma poi, una volta entrata la Chiesa nel diretto potere statale, anche con il deterrente fisico del "braccio secolare", della tortura, dei supplizi, delle esecuzioni, delle armi, persino dei genocidi. Potere spirituale, distillato dalla religiosità giudaica e dal calderone ellenistico. Potere temporale: inquisizione, censura, spionaggio, complotto, terrorismo, segreto. Doppio codice: l'uno il più pubblico del mondo. L'altro, il più segreto e terribile.

Il cattolico di alto bordo, il papalino, sa di tutta questa tormentata vicenda, culturale e umana, dell'avventura cristiana, e poi cattolica, nei secoli. E sa anche del sangue necessario per imporre questo codice, elaborato da uomini per altri uomini, spacciandolo come diretto prodotto di Dio, come dogma ultraterreno, come ideologia a cui credere senza tentennamenti, pena la tortura, il rogo, la scomunica. Il prelato di oggi, il membro effettivo della Chiesa da almeno un secolo é impegnato nel distacco dal <temporale>. A volte ci riesce (Giovanni XXIII), a volte no (Marcinkus). Il politico cattolico e romano non può. Deve operare giorno dopo giorno dentro il <mondo>. E il suo codice genetico, prima o poi, scatta.

Dentro il papalino il peso del cattolicesimo temporale apre un varco che, fatta salva la facciata, consente teoricamente ogni genere di flusso di fogna. Il papalino si sente autore del codice etico, ma superiore ad esso. Gli hanno insegnato a farlo rispettare ma, in segreto, a disprezzarlo. E anche se scoprisse che, in fondo Gesù, come Buddha Sakyamuni, o Maometto o San Bernardo di Clairvaux, erano davvero "voci di Dio" (nella normale accezione di "profeti", o grandi maestri della civiltà etica umana) poco cambierebbe. Il suo autentico dio, rivelatosi a lui ogni giorno, é il miracolo di un potere millenario, che nulla sul Tevere ha potuto scalfire.

Resterebbe, per impregnarsi di questo codice, la storia sanguinosa di una Roma papale zeppa di personaggi che vendevano e compravano fede, facevano affondare lame, o rompere ossa con i martelli dell'inquisizione, con altrettanta serenità e facilità con cui mostravano a folle osannati un pezzo di cotone su cui qualcuno aveva dipinto la "vera faccia di Gesù", la fantomatica Veronica, oggi ufficialmente inesistente>[4].

<Ne so una bella, al proposito - disse Beppe - secondo un inglese, che vi ha scritto un libro la Veronica, la massima santa reliquia, forse sta in una preziosa cornice d'oro massiccio donata al Papa dai mercanti veneziani nel 1300. Forse é nascosta in una stanza segreta e in un tabernacolo ricavato dentro il pilastro della Veronica a S. Pietro. Forse. E forse, dopo il sacco di Roma del 1500 é stata danneggiata irrimediabilmente. Oppure i suoi "segni" si sono con il tempo perduti, su un panno sfilacciato ormai solo pieno di macchie oscure del tempo che passa. Forse. Un segreto vaticano, fra i tanti. Appassionante, per alcuni. Curiosità da Settimana Enigmistica per altri>.

<La Veronica, la santa reliquia segreta o lo straccio sporco, come si vuole, é comunque un simbolo di forza millenaria - riprese Antonio - E' il segreto, il silenzio, l'inconoscibile, l'archivio serrato, il mito sussurrato. Impone l'atto di fede, la non-curiosità, la non-domanda che rende "guasta" la terra di Parsifal-Peredur di fronte al re-padrone del Graal ferito. E' il simbolo del dubbio, la scomodità di una verità nascosta (ma che i rotoli del Mar Morto hanno in parte riportato a galla[5]), il timor panico che le <masse non possano capire>, che comunque si perda la sacralità del mistero, del divino inconoscibile.

Sulla faccia esterna del velo della Veronica c'é la grazia dispensata a milioni di pellegrini, susseguitisi nei Giubilei romani secolo dopo secolo, l'acclamazione di massa, l'inno maestoso, la potenza della Chiesa. Dietro il dubbio millenario, il potere, il forziere vaticano, la rete protettiva degli inquisitori e degli eserciti propri o di alleati. I re Cattolici (o Cattolicissimi) che, secolo dopo secolo, devastarono la "Terre Gaste" d'Italia ad ogni suo conato di mutamento nei poteri.

Falso, segreto, mito, manipolazione, controllo centrale, frattura tra apparenza e realtà. Queste le macchie principali che oggi rendono impresentabile, e ufficialmente inesistente, il velo della Veronica. Macchie da almeno un migliaio di anni impresse nel Dna culturale europeo, occidentale, italiano.

La "veronica" di Andreotti é stata quella che é esplosa più volte, negli anni 70, nelle piazze, sui treni e nelle stazioni di una Italia in preda ad una rivolta pericolosamente vicina ai comunisti. Sono le centinaia di migliaia di preferenze affluite con le schede elettorali siciliane sotto l'occhio controllore e feroce di un gruppo di ex-contadini corleonesi dediti al grande commercio in particolari prodotti chimici alcaloidi , eroina e cocaina in primis. Sta, la "Veronica", nella chiamata a raccolta di un gruppo di "operatori economici e politici" della forza morale di un Caltagirone, Lima, Cirino Pomicino, Fumagalli Carulli. Sta nell'effetto di emulazione, dentro la Dc, che produceva i Gava, i Freato, i Rumor, i Forlani e poi i De Michelis, i Craxi, i Pillitteri, i De Lorenzo, i De Donato>.

<Fino ai più lontani riverberi - aggiunse implacabile Emilio - al Pci che decideva, a metà anni ottanta, di farsi anche lei la sua brava "Veronica" in stile Dc, la sua doppia morale generatrice di fondi e consenso. E di fare qualche affare, non più solo con i compagni di là del muro di Brandeburgo>.

2.10. La croce di Nova Huta

2.10. La croce di Nova Huta

Una pagina di Antonio (fotocopiata poi a Milano):<C'é un profondo paradosso nel cattolicesimo di questo tardo Novecento. La Chiesa di Roma, ormai da un secolo, non ha più rilevante potere temporale (salvo un limitato potere finanziario) ed é di fatto gradualmente divenuta la maggiore organizzazione etica del pianeta. Per contro, laddove al potere, gli uomini politici di ispirazione cattolica non si sono, almeno negli ultimi cinquantanni, granché discostati dalla tendenza al degrado etico generalizzato, e forse intrinseco alla gestione continuata del potere, senza periodico ricambio democratico.

La novità vera, però, sta più nella Chiesa che nell'ambiente cattolico. E in particolare Karol Woityla rappresenta, dopo la parentesi innovativa di Roncalli, un salto di qualità politico. Si tratta di Papi, soprattutto l'ultimo, non espressi dalla Curia Romana (come erano invece Pacelli e Montini). Woytila, in particolare, é un tipo nuovo di cattolico. Un polacco vissuto nel centro dell'inferno europeo del Novecento. Nella nazione martire di due martirii, quello tedesco nazista e quello stalinista. Nel paese devastato dalla morte, di Varsavia per due volte rasa al suolo (prima nel suo ghetto dei disperati ebrei in armi e poi dell'insurrezione anti-nazista del 1944, con Stalin alla finestra a godersi il massacro dei partigiani non-comunisti). Voytila é l'uomo che ha dentro di sé, nelle sue carni, le fosse di Katyn, Treblinka, e trentacinque anni di notte sovietica. E' l'uomo slavo che, di fronte al mostro siderurgico di Nova Huta, proclama la sua fede, la sua identità culturale, nazionale e politica innalzando e difendendo con le unghie la sua croce e la sua chiesa. Che assiste il suo cardinale gettato a vita in prigione. Che lotta, senza violenza, di fronte all'impero rosso.

Onore a lui, a questo grande e dolente gigante del Novecento europeo. A questo cospiratore che, con il suo complice Ronald Reagan, non esita a indebitare fino al collo il Vaticano, a usare i soldi sporchi della mafia, di Sindona e di Calvi pur di finanziare la sua Solidarnosch, giustamente individuata come la punta di ferro che da li' a pochi anni avrebbe fatto crollare il muro marcio eretto dallo stalinismo. Woytila é davvero un gigante, esecutore forse dell'ultima profezia di Fatima, rivelata dalla Grande Madre a una piccola contadina. Lui ha atterrato l'impero del Male. La simmetria della storia é ancora una volta impressionante nella sua perfezione. Il più non-violento dei polacchi, il paese che più ha subito dalla Falce e Martello, é il seppellitore del potere del Kremlino. E ha usato come arma la classe operaia (polacca), riunita in un sindacato di scioperi a oltranza e di preghiere dietro i cancelli delle fabbriche occupate. La classe operaia del centro Europa che distrugge il comunismo, nato nella deificazione di quella stessa classe operaia, esattamente un secolo dopo (1880-1980) la sua nascita, e proprio in quei luoghi. Davvero un altro miracolo europeo, un altro <segno> per chi vuole capire.

Woytila, da allora, ha trasformato il Vaticano nel maggiore centro etico, via mass media, del pianeta. Il suo culto della Grande Madre. I suoi viaggi, sistematici. L'uso ampio della tv, della rete sovrannazionale di comunicazione. Le parole chiare, nette, adatte ad essere capite da chiunque (accettabili o meno che siano). La religione della vita, dell'uomo, della dignità dei popoli. Il rifiuto netto della violenza e della guerra, anche contro mostri come Saddam Hussein. Il rifiuto della facile soluzione della limitazione delle nascite, di fronte a un mondo che tuttora deve prendere coscienza di sé e risolvere in positivo i suoi problemi di distribuzione delle risorse. E sviluppare il suo immenso potenziale di qualità, differenziazione, e amore reciproco (anche se, su questo tema, Woityla prende l'abbaglio colossale, tipico del conservatorismo cattolico-contadino, di demonizzare la sessualità umana).

Woityla ha comunque creato la prima istituzione adatta al grande mutamento. Il suo Vaticano parla e viene compreso dal pianeta, e ormai supera gli Stati. L'Onu, il Pentagono, la Casa Bianca sono molto indietro rispetto a Lui. Per non parlare di quel patetico nano politico residente a Bruxelles.

Le altre chiese, di fronte al gigante Woityla, sono sparite. Non esiste prelato buddista, mussulmano, ortodosso, protestante o ebraico che possa lontanamente paragonarsi alla sua statura. Speriamo che il Vaticano sappia trovargli un degno successore, quando sarà il momento. E intanto auguriamogli lunga vita e un proseguimento proficuo del suo grande lavoro di luce, <De Labore Solis>, come recitava l'antica profezia del druido Malachia.

Tutto ciò non significa che Woityla mi piaccia. Anzi. In lui non sento quell'"adesso andate a casa e date un bacio ai vostri bambini. E ditegli che è il Papa a darglielo". Che segnò il punto più alto di Roncalli. Woityla ha reintrodotto il demonio come agente attivo, senza spiegare che è nel nostro codice genetico culturale (e non è uno spettro paranormale da esorcizzarsi magari in modo barbaro). Woityla doveva dire una parola chiara su Marcinkus, sulla P2 e su Andreotti e non l'ha detta. Woityla continua a coprire un sacramento cattolico, la confessione segreta, che è in profonda contraddizione con il Vangelo, con i cristiani che si confessano e si perdonano in pubblico, nell'ecclesia (assemblea aperta), come avveniva agli inizi. Woityla ha ragione a privilegiare la vita e l'amore. Ma non può ignorare la sofferenza delle donne. E dei bambini>.

Aggiungo io, Beppe: Woityla, con la sua croce terribile, è di sicuro un gigante politico. Ma ,almeno finora, non é stato non un buon Papa(`).

2.11. A nord dell'inferno italiano: La città di Dite: ;'

2.11. A nord dell'inferno italiano: la città di Dite

<Ogni tanto, dal mio terrazzo di Milano, le guardo - Federico aveva gli occhi persi, in direzione del Castello delle Fate - In lontananza, nei tramonti limpidi di giornate ventose o rasserenate dopo lunghe pioggie, appaiono sull'orizzonte rosse, le montagne a Nord. Come le mura di una città lontana. Mura ardenti.

Il paese, per gli italiani, simbolo del perbenismo, della perfezione tecnica, dell'orologio di lusso. Il vicino ricco, da ammirare e maledire per la sua prosperità, stabilità e benessere. Ma anche lo svizzero arrogante, xenofobo, zotico, buono solo ai commerci, ai profitti. E infine: l'esempio massimo dell'europeo del Nord, dalle regole sicure e dalla moralità austera. Tra uno svizzero e un pugliese, per un brianzolo, non vi sono molti dubbi: il primo é un modello, il secondo un terrone, magliaro, mafioso e sotto-uomo.

Grazie al dono di un amico sto leggendo "La Svizzera lava più bianco"[6] del deputato socialista svizzero Jean Ziegler. E in questo libro ho trovato la conferma per un altro "miracolo nero", un'altra incredibile e perfetta simmetria a pochi passi da casa nostra.

La Svizzera di Zurigo e Ginevra, la Svizzera dell'Ubs e delle altre grandi banche con sette piani sotterranei di caveau. Fortezze inespugnabili del danaro in cui sono custoditi, in segreto, oltre due milioni di miliardi di valori, per gran parte frutto inconfessabile di rapine, uccisioni singole e di massa, dittature, traffici di droga e corruzione.

Questa massa di "valore nero", l'autentico lavoro degli "Emiri" bancari svizzeri (nella dizione di Ziegler) puzza. E puzza a tal punto da aver ammorbato e corrotto i valori della gente svizzera fino alla più alta mortalità di massa, per suicidio di droga, tra tutti i paesi del mondo. I giovani sventurati svizzeri, figli di irreprensibili padri bancari in grigio ogni giorno impegnati a commerciare danaro con italiani, turchi, iracheni e libanesi del network occulto, questa puzza se la portano a casa. E non resta al figlio che la nemesi simmetrica: prendere un pezzettino della materia prima su cui si esercita il lavoro finanziario del padre per tentare la fuga dall'incubo, dalla più sanguinosa e blindata, perbenista veronica d'Europa>.

"Federico prese il libro, tirato fuori da un borsa. Lo aprì su un segnalibro e lesse:<Adagiata sulle rive di un lago alimentato dalle limpide acque dei ghiacciai alpini - scrive Ziegler - Zurigo é una delle città più antiche e più belle del nostro continente. Nel suo centro si apre, disseminata di platani e di aiuole fiorite, una piazza sinistra: il Platzspitz.

"Il Platzspitz é un luogo di morte che gode di una sorta di extraterritorialità. Nessun agente di polizia vi opera. Fra i fiori e sotto gli alberi, centinaia di adolescenti, di adulti e persino dei bambini, negoziano la loro dose di eroina, di crack, di Lsd, si iniettano nella vene il loro veleno quotidiano, delirano, soffrono e, talvolta, agonizzano. Infermieri volontari di organizzazioni benefiche, assistenti sociali, religiosi, circolano tra questi giovani distrutti. Le ambulanze giungono a sirene spiegate, caricano un ragazzo morente, ripartono... Disseminate al suolo, siringhe usate. Una volta al giorno, gli autocarri arancione della nettezza urbana puliscono con violenti getti d'acqua le immondizie accumulate sul Platzspitz.

"Questa piazza della miseria, che offre quotidianamente ai curiosi lo spaventoso spettacolo della disgregazione di adolescenti smarriti, animati da impulsi suicidi, é a poche centinaia di metri dalle sontuose facciate dei templi bancari in cui vengono lavati i miliardi di dollari provenienti dal traffico intercontinentale della droga>.

<Il secondo mercato monetario del pianeta - proseguì Federico - con oltre 100mila miliardi di lire trattati ogni giorni e patrimoni per quasi due milioni di miliardi. Ma la Svizzera é anche l'altra faccia di Cerbero, la città di Dite che consuma, nel fuoco delle sue mura fiammeggianti, i suoi valori e i suoi giovani sull'altare di Mammona. La sua magistratura copre sistematicamente i crimini del network occulto. Ha rifiutato centinaia e centinaia di richieste di indagini e di arresti da parte della magistratura italiana, americana, francese. I grandi mafiosi vi trovano rifugi sicuri e sconti fiscali pur di mantenere saldo il fiume di denaro che parte dalla disperazione dei marciapiedi delle metropoli occidentali e fluisce fino ai grandi caveau sotterranei a sette piani. Qui é la testa dell'Idra infernale>.

<E ora, caro brianzolo, rispondi per favore - disse Federico, quasi in lacrime - Dove sta la testa della Piovra? Chi sono i veri mostri? I sotto-uomini, i terroni?

Capitolo terzoI dannati del girone della Veronica

Capitolo terzo

I dannati del girone della Veronica

3.0. Palazzo Toledo (Curzio Malaparte)

3.0. Palazzo Toledo: (Curzio Malaparte)

<Eccoci qui. I terroni. - Beppe si alzò in piedi e puntò i pugni sul tavolo - Napoli ha un primato, al di là della retorica. E' forse la più antica zona sovrappopolata, cresciuta sulle pendici di un vulcano attivo, del mondo. Già ai tempi dell'impero romano era così. Il suo fertilissimo entroterra vulcanico, in una Campania ben più difficile da coltivare, da millenni ha concentrato attività contadine intensive intorno alla metropoli fondata dai seguaci Orfici, di Dioniso e delle feste-orge naturali fuori della grotta (Fuorigrotta) ove i Misteri del Dio androgino venivano celebrati. Misteri di sangue di animali che aspergevano l'iniziato, di danze ipnotiche e di apparizioni di dee ermafrodite, simbolo della natura autogerminante. Misteri di veggenti, Sibille di Cuma, che nelle vibrazioni della pietra vivente, risonante delle pulsazioni del grande vulcano, leggevano e assorbivano il ritmo dell'universo, il suo linguaggio segreto. Napoli é il centro assoluto della cultura mediterranea, del mistero che tuttora rende non del tutto interpretabile razionalmente (e la Confraternita di S. Gennaro ben lo sa) il suo pulsare nascosto.

L'integrità autentica della cultura mediterranea non sta nel palese, ma nell'occulto e nel mistero. Nell'ombra si vive e si crea quando il sole ardente toglie ogni capacità d'azione. Nell'ombra si trama e si decide. Nell'ombra si incontra il Dio, il potente, l'oracolo, la Sibilla, il sacerdote rinserrato nel confessionale. Nell'ombra, al riparo delle protezioni palesi e occulte. Nell'ombra della notte é festa, danza con le fiaccole, omaggio a Bacco-Dioniso, contemplazione del fuoco eterno del Vesuvio, il vero unico e autentico Dio di Napoli. Abraxas dalla doppia faccia, generatore di fertilità dei campi, e delle sue pendici e distruttore della metropoli formicolante nella più terribile delle morti violente: il fuoco e il soffocamento.

Il napoletano é costantemente attivo, anche quando finge di non far nulla. Specie quando finge di non far nulla. Come il suo dio tellurico é esplosivo, eruttivo nell'eterna sceneggiata che dai tavolacci delle feste orfiche fino a Mario Merola recita i normali rapporti familiari esistenti da Napoli a Palermo (e non solo). Come il suo dio tellurico ha il gusto dell'eternità e rigetta ogni forma di auto-valorizzazione, di auto-sfruttamento. Al napoletano l'accumulazione di capitale interessa relativamente. Il suo obbiettivo é innanzitutto estetico: mostrare se stesso come meraviglia del creato, da ammirare e temere, proprio come é per il suo dio tellurico.

Pochi hanno capito e studiato il Vesuvio. Nessuno il triangolo magico formato da Lui, l'Etna e lo Stromboli. Eppure qui, al centro esatto del Mediterraneo, è lo scontro di due grandi continenti-culture, l'Europa dei Celti e l'Africa dei semiti-camiti. Che si sostanzia geologicamente in crosta terrestre più sottile, più fragile, e dalle fessure sgorga la forza sotterranea del pianeta, che innalza i suoi dei eterni. Appunto l'Etna dei catanesi, lo Stromboli degli eoliani, il Vesuvio dei napoletani.

Una crosta europea sottile, e sotto la forza del Caos naturale. La Napoli della Pelle di Curzio Malaparte, fotografia eccessiva (ad uso e consumo, peraltro, di un profondo e autentico fascista), dà però il senso autentico del mistero mediterraneo. L'esplosione contemporanea di fame, sessualità di massa, comunicazione con razze diverse fa della Napoli occupata dall'armata anglo-americana (ma anche marocchina, africana di Harlem, francese, australiana...) un momento storico senza precedenti nel Ventesimo secolo. E il dio vulcano saluta questa eccezionalità con una sua mite esplosione, come a sottolineare che qui, in questo punto della storia, va cercata una chiave nascosta. Qui é successo qualcosa.

Quel qualcosa é la lacerazione, dopo secoli, del Velo della Veronica. Nella Napoli affamata, prostituita, sessuata, comunicativa dell'occupazione alleata torna la primigenia integrità mediterranea. La sua produzione di fertilità, il suo amore (anche a pagamento) per il diverso, la sua esperienza dolente ma profondamente estetica, il suo rimettersi al ritmo ferreo del caos sotterraneo. Il suo essere libero, da pari a pari, nell'apparente miseria, nell'essere nessuno, tra le macerie di un mondo di regole finte, imposte da Roma, dietro cui riemergono, possenti, le forze telluriche.

Napoli é allo stesso tempo anche Spartaco, Masianiello, Murat, Filangieri, Croce, Bassolino. L'anima greca e celta del tempio perfetto, della razionalità, della forza dell'uomo libero incanalata nel progetto, nel mutamento. Delle schiere di schiavi e gladiatori in rivolta che minacciarono Roma, della flotta di pescatori che batté Nelson, delle truppe giacobine che cacciarono il Borbone e i suoi cardinali-poliziotti, dei reggimenti vanto dell'esercito del Bonaparte. I napoletani di Murat per una sola battaglia (impari) persero l'unità d'Italia[7]. Poi i Savoia misero il veto su quel pezzo di storia del Paese, ancor oggi ben poco conosciuto e meditato. E sulla dignità autonoma del Sud democratico e giacobino.

Ma la qualità del Sud é cosa seria. Farsesca, esteriore e ironica, normalmente. Sanguinosa e terribile, a volte. Il Borbone uccise la speranza napoletana, e fucilò il suo grande celta Murat. Uomo integro, senza veroniche di sorta. Cavaliere d'assalto che amava più Napoli del suo mitico Imperatore. Arrivò a tradirlo per la gente del Vesuvio. E per cento anni i contadini sulle sue pendici portarono al collo una moneta con la faccia di Gioacchino, il loro vero e segreto eroe.

Poi, dopo la stagnazione borbonica, venne il nuovo Murat. L'occitano Giuseppe Garibaldi, rosso come Spartaco. Ma fu subito Piemonte. Ovvero tasse, regole rigide da nebbioso inverno padano, bersaglieri con il fucile sempre carico, fabbriche chiuse, anime bigotte, e piene di medaglie, che parlavano in francese. Napoli fu ridimensionata, repressa ma poi rifiorì. La sua classe dirigente era ora dentro l'alveo dei Savoia. La guerra di Libia e il porto pieno di navi e soldati. Poi Mussolini con l'impero: i napoletani sognavano nella grande illusione cantata dall'ex giornalista, dal mancato romanziere romagnolo.

Venne il 1944, e la grande eruzione anglo-americana. L'anima millenaria si svegliava, di fronte a un'Italia che iniziava a arricchirsi e produrre qualità di vita materiale. Il popolo dei bassi, dei Quartieri, di fronte alle automobili lucenti, ai televisori, allo steccato eterno con la classe dei ricchi, degli eredi perenni dei romani, degli aragonesi, degli svevi, degli angioini, dei piemontesi. E fu Camorra, associazione organizzata sull'industria prima della sigaretta di contrabbando, poi della cocaina e dell'eroina. E infine dell'appalto, della licenza edilizia, dell'opera pubblica, del voto.

Uomini tellurici del popolo del Sud escluso, uomini sanguinosi, uomini del segreto, dell'ombra e del mistero. Uomini della mafia, della Camorra e della N'drangheta. Uomini della scorciatoia verso l'arricchimento. Dell'illusione di un nuovo impero segreto, di un rovesciamento della millenaria divisione in classi. Uomini di un'anti-veronica satanica, della qualità nera italiana.

Da Murat a oggi mai la sinistra democratica ha governato nel Sud. Bassolino, con la sua parlata larga da Rione Sanità (che Dio gliela conservi) é forse il primo figlio del popolo del Vesuvio che amministra la sua città. Prima erano le sanguinose veroniche dei veneti Gava, i viceré di ogni tipo, gli abitatori dei Palazzi (con stemma) magari riciclatisi nella Falce e Martello. E' ora, quindi, che il popolo del Vesuvio si riprenda la sua città. E la rifaccia bella. E non solo per il G7. Ma per apparire, al mondo, per quella che é: il luogo più profondo d'Europa. Il mistero vero: non quello dell'illusione camorrista, ma della millenaria forza creativa del Vesuvio. Forse il Kailash d'Italia>.

3.1. La cultura italiana lungo la frattura etica

3.1 La cultura italiana lungo la frattura etica

Antonio cancellava e riscriveva freneticamente con un mozzone di matita sui fogli ormai unti del sugo di cozze. <Il complesso della "Veronica", la fogna dentro e l'etica cristallina fuori ha creato una Italia di qualità solo apparente e esteriore, anche industriale, che oggi tende a crollare sotto la pressione di ben più autentici sistemi di valori, magari meno perfetti sulla carta ma più robusti e unitari. Ha creato un network criminale. Ha creato la percezione dell'italiano come soggetto e paese inaffidabile, ambiguo, superficiale, pericoloso>.

<La mia tesi, insomma, é la seguente: dal grande conflitto europeo del Novecento l'Europa centrale é uscita, a caro prezzo, con culture e sistemi di valori frastagliati, instabili, ma generalmente con "noccioli" interni unitari. I Francesi, tedeschi, inglesi e spagnoli hanno, alla fin fine, fiducia nel proprio stato e non ritengono che una sistematica violazione delle regole civili possa informare una intera esistenza come cittadino.

In Italia, invece, il nocciolo non esiste: il cristallo morale é stato verticalmente spaccato dalla "Veronica", dalla menzogna papalina originaria, rinata nella Dc. Il collante nella frattura si é prodotto, nei millenni di sudditanza e sofferenze italiane, nell'abilità al compromesso, alla compassione reciproca, alla gestione umana della doppia morale, dell'ambiguità, dell'eterno essere vinti, tutti.

Esiste infatti una super-morale italiana che ci rende uno dei popoli migliori della terra. La "Veronica" che ci portiamo dentro, con la sua etica spaccata, ci ripete ogni millisecondo della nostra vita che siamo "peccatori" , "mentitori", "poveri cristi". Di qui il senso di compassione, gentilezza, gaiezza, superficialità solo in apparenza superficiale, stile che ci fa amare. Sappiamo, ben prima di Einstein, che tutto é relativo. Non siamo schiavi, come i tedeschi fino al 1945, scandinavi o americani, di super-io altamente integrati, corposi e pieni di regole indiscutibili. Ma non abbiamo limiti o punti fissi etici benefici come quelli dei francesi o inglesi (e anglosassoni in generale), che sanno spesso (non sempre) accoppiare stile a qualità durevole, a valori condivisi>.

<Ho un esempio eloquente da proporti per il tuo libro sui valori - lo interruppe Federico - la vicenda recente di Mogadiscio, e della Folgore. Il primo scontro politico autentico tra italiani e americani (Onu). Giocatosi proprio su questa fondamentale divergenza nel sistema di valori. Accuse di inaffidabilità e ipocrisia da un lato; repliche di "rambismo" dall'altra>.

<Infatti - rispose Antonio - La nostra "super-morale", relativamente ristretta, ci consente di gestire i più violenti, e biologici, conflitti nella spaccatura della Veronica. Ma quasi sempre a livello individuale, e difficilmente sociale>.

<Siamo artisti, noi italiani - aggiunse Emilio -perché quella che tu chiami la "frattura della Veronica" ci consente di osservare distaccati, comprendere, compatire, immedesimarci ma anche manipolare e variegare valori esterni che altri non osano toccare ma che noi possiamo comprendere e modificare con relativa facilità. Quante meravigliose Madonne esistono nelle nostre gallerie d'arte? E quante sono state dipinte sulla bellezza carnale di una prostituta, di una contadina o di una nobildonna toscana o lombarda per un monsignore che aveva tale e talaltra amante, e che pagava il pittore con ritardo. E il Cellini e Michelangelo che lavoravano per Giulio Secondo, dipingendo la maestà di Dio per un papa che preferiva la corazza e il cannone alla tiara? La libertà mentale che in realtà offre la Veronica, come sistema fluttuante e relativo di valori, consente meglio di altri la piena fioritura immaginativa, artistica e letteraria.

Mai un Machiavelli o un Guicciardini sarebbero nati nella seria Germania di Lutero o nell'Inghilterra di Tommaso Moro, martire della sua etica umanistica contro il potere assoluto. Mentre altrove nasceva Calvino da noi correva il figlio illeggittimo del Papa, un duca Valentino, vivente Veronica, che per un pelo non fondò lo stato moderno e nazionale unitario italiano. Poi i Borgia furono conosciuti solo per le orge e i veleni>.

<Torniamo alla storia - implacabile, l'Antonio comunista - La Veronica della Dc distesa sull'Italia si chiama debito pubblico, ovvero duemila miliardi di debiti dello stato e della collettività italiani. Una tesi che é abbastanza facile dimostrare in questa immaginaria mia "favola sui valori" degli italiani. Due chiese, nel nostro paese, si sono confrontate negli ultimi cinque decenni : l'una bianca e l'altra rossa. La prima tradizionale, con il suo doppio codice e soprattutto il potere. La seconda fatta innanzitutto, guarda caso, dai figli o pronipoti degli ex-sudditi anticlericali del Papa, emiliani, romagnoli, toscani, umbri che quasi naturalmente hanno aderito ad un codice etico altrettanto forte e cogente come quello cattolico ma, almeno a prima vista (e proprio solo a prima vista), non bacato da segrete spaccature verticali.

La prima chiesa, quella bianca, era a sua volta frutto della gistapposizione di due aree culturali, tra loro in parte disomogenee: il cattolicesimo "franco-celtico" della padania, con la sua cristianità originariamente povera, di base, anche con tracce patarino-ereticali, un po' comunista, coooperativa, dall'etica sovente contadinamente priva di ogni Veronica, ma spontanea come i culti della natura della Grande Madre, della Notre Dame che tuttora i celti francesi adorano al posto di un quasi dimenticato crocifisso ( e prima era lo stesso con la Vergine partoriente dei non violenti Druidi).

E dall'altro il cattolicesimo molto istituzionale, spagnolo e opportunistico delle società alte, dei palazzi del Sud. Quello "stile Borgia" (gente spagnola) di essere cattolici che si é fatto conoscere in tutta Europa per la sua qualità, e che ha avuto come altri campioni Torquemada, Cortez, Pizzarro, Filippo Secondo, il cardinale Ruffo, il cattolicissimo "re bomba" Ferdinando di Borbone e via elencando. Il paese delle Veroniche diffuse e visibili come i veli ricamati che tutte le donne portavano alla domenica in Chiesa, grande strumento di eleganza e seduzione.

Queste due anime unificate da una Dc che, sia eterna sua colpa storica, invece di rimarginare le veroniche di Roma e del Sud diffondendo e facendo evolvere la naturalità e l'integrità dei valori celtici, contadini e mediterranei ha fatto il contrario: la doppia morale, civile e politica, si é gradualmente affermata fino agli avvisi di garanzia per alcuni arrivisti, yuppies bianchi di Comunione e Liberazione, movimento nutritosi di giovani lombardi dal cattolicesimo profondo, integrale.

La Dc ha corrotto molti, troppi cattolici grazie alla sua leadership papalina. E é ovvio perché a Rimini si applauda ancora Andreotti. Negare il maestro, l'eterno leader-pontefice, significherebbe per Cl negare la propria esperienza, il proprio percorso, dichiarare fallimento storico. Poveretti!>.

3.2. L'anti-veronica: Francesco d'Assisi

3.2. L'anti-veronica: Francesco d'Assisi

Mezz'ora di pausa. Per caricare le borse e chiudere le macchine, a notte inoltrata.

E poi giù di nuovo, con Antonio che leggeva altri fogli.<La Veronica, la doppia etica, non é infatti propria di tutta la storia italiana. Federico Imperatore rase al suolo per due volte Milano perché comune orgogliosamente autonomo e pieno di eretici, quei catari-patarini della <scuola di Concorezzo> che negavano, come i loro fratelli francesi, alcuna autorità al Cristo e ai suoi preti, credevano solo nei loro "perfetti", "Bons Hommes" che vivevano di una etica assoluta, senza infallibilità, dogmi o altre leggende. Le armi dei re cattolici sterminarono questi oppositori. Ma Francesco D'Assisi riuscì a temperare questa corrente etica di base in un difficile compromesso con il potere romano. Ne scaturì un cristianesimo etico italiano che tuttora vive di una accurata rimozione della Veronica romana e su un'altrettanto potente esperienza mistico-naturale, sui valori di semplicità, umiltà, compassione presenti nella "super-morale" nazionale.

Sia lode eterna a Francesco, con il suo geniale "dribbling" di un codice di valori che già nel 1200-1300 era in piena crisi. Santo distillatore di una religione autentica, che ad Assisi, per esempio, non più di quaranta anni fa salvò spontaneamente migliaia di ebrei innocenti dalle grinfie insanguinate delle Ss. Sta al pari di Bernardo di Clairvaux, l'uomo che insegnò ai francesi la mistica celtica di Notre Dame, che riconciliò le foreste dei Druidi alle Chiese, che fondò circestensi e templari, che a loro volta ricoprirono l'Europa di risonanti cattedrali di pietra, e trasformarono la barbarie medioevale in civiltà dei trovatori cortesi in meno di cento anni. Il 1200, forse il più bel secolo d'Europa.

Tuttora Assisi é il centro della grande cristianità italiana, il luogo dove ogni italiano, del Nord o del Sud, guarda con piacere, amore e rispetto. Dove non c'e Veronica. Qui il Papa incontra e prega con gli altri rappresentanti religiosi del pianeta. Il punto focale dell'unico autentico miracolo prodottosi in questa penisola: un figlio di mercante che riuscì a distruggere la sua Veronica con l'arma dell'assoluta semplificazione dei valori etici, e il fermo proposito di non affrontare la sfera del potere, della religione come storia e istituzione di comando. Peccato però che Dossetti, interprete di questa linea nella nascente Dc, non abbia retto lo scontro contro i De Gasperi, i Fanfani o gli Andreotti. C'é infatti un prezzo nella cultura francescana: l'autosemplificazione, l'auto-riduzione se consente di evitare, dal di sotto, il problema della Veronica (e quindi permette una vita etico-personale piena e autentica) non consente di avere una completa dotazione di valori civili e sociali che sola può nascere da una visione storica completa, e conseguente ai principi di verità dell'etica sottostante. Francesco, in modo grandioso, eluse un atto di sottomissione che generazioni di eretici negarono, e per questo diedero la vita: ma il problema reale, per i cattolici anche francescani o di base, persiste, purtroppo. Il problema del potere. E se il francescano fa atto di sottomissione al papalino ne diviene complice. Diviene anche lui inquisitore>.

Hei, ragazzi - lo interruppe Beppe, con una voce alta e allegra - Ma lo sapete che il "nome della Rosa" di Umberto Eco é in fondo proprio l'allegoria del doppio codice etico italiano? Il conflitto tra il francescano colto, umano e intellettuale contro il domenicano che viene da Roma, inquisitore e censore bigotto e fanatico, circondato da potere, corazze, spade e ceppi e dalle parole teologicamente perfette. Il finale del romanzo é in pratica la rivoluzione popolare contro l'inquisitore, dopo i roghi (le stragi). Mentre il francescano sul suo asinello riprende il cammino, e raccoglie i valori residui, le pagine bruciate della grande abbazia-biblioteca crollata, il Palazzo una volta superbo e ora in macerie. Ovvero la cultura italiana, oggi ombra di se stessa. Bravo Eco! Grande!>.

3.3 Tre genocidi per liberarsi dalla veronica

3.3 Tre genocidi per liberarsi dalla veronica

Altra fotocopia di Antonio: <Negli altri paesi la soluzione fu il graduale imporsi di un'etica sempre meno basata sul culto ellenistico di Gesù e sempre più su quella della Bibbia e di "libere" reintepretazioni del testo sacro ebraico. Questa rilettura (in pratica il distacco dalla sottomissione al potere romano) costò al popolo tedesco e dei Paesi Bassi il genocidio della Guerra dei Trent'anni. Anche la Francia squassata dalla guerra civile contro gli Ugonotti, vide pagine atroci. Determinò la fuga in massa di eretici e riformati verso il nuovo mondo appena scoperto. Un continente vergine, abitato solo da "buoni selvaggi" che praticavano il culto della libertà e della natura di cui l'illuminista Rousseau scriverà, idealizzandoli (ma non troppo, in fondo), in un libro potentissimo.

Le comunità riformate e eretiche del New England già di per sé egualitarie si trovarono a contatto con tribù di pellerossa che, ogni anno, tenevano un parlamento democratico per decidere della propria amministrazione, dei conflitti tra le tribù, dei territori di pertinenza e quant'altro. Auto-determinazione, libertà individuale, eguaglianza, fraternità, amore della natura, del suo spirito eterno: idee rinate dal profondo, nell'animo degli eretici e massoni europei d'America nel contatto tra due culture diverse, tra i puritani anglosassoni e scandinavi con i pellerossa pacifici delle foreste dell'est, tutt'altra cosa da quelli delle grandi praterie centrali, "aquile" piumate in perenne guerra tra loro. E forse non a caso si travestirono da pellerossa, impiumandosi e colorandosi il corpo, i patrioti del Tea Party di Boston. E poi ballarono all'indiana intorno al loro nuovo totem: l'albero della Libertà. La cultura celtica dell'eguaglianza, della natura, della comunità si risvegliava a contatto con un'altro grande ceppo naturale. Dai valori in fondo non molto diversi. Risultato: una sinergia che nei successivi due secoli avrebbe cambiato il mondo.

Da allora il "vento americano" non ha cessato di soffiare verso l'Europa. Da Lafayette in avanti lo stimolo e la trasmissione di nuovi valori é stata costante: libertà politica, elettorale, concorrenza aperta, amministrazione su base di comunità locali, eticità del lavoro e del profitto imprenditoriale (compreso il credito bancario, un tempo peccato di usura riservato agli ebrei del ghetto), tolleranza multirazziale, espressione artistica e intellettuale libera e senza censura, eleggibilità e controllo dal basso dei governanti, ricerca personale dello stile di vita, protezione della privacy, tolleranza per i diversi, primato della libertà intellettuale sulle regole sociali e sul potere... La rivincita dai massacri della Guerra dei Trent'anni o dai roghi degli inquisitori non poteva essere più completa. E la corona di Spagna, insieme alla chiesa secolare di Roma, passo dopo passo, dovettero battere in ritirata. Fino alla rovina, all'emarginazione.

Niente affatto lineare, però, il processo di evoluzione dei valori, sia in America che in Europa. Ai cacciatori e coloni del settecento, ai Davy Krockett amici dei pellirossa si sostituì ben presto l'immigrazione di massa tedesca e centro-europea, l'occupazione estensiva di territorio delle pianure, l'urbanizzazione metropolitana, il confronto armato, e infine il sistematico genocidio degli autoctoni. La società americana dell'Ottocento poco assomigliava al puritanesimo democratico di un secolo prima: era divenuto ambiente industriale urbano, o contadino, con una cultura vittoriana analoga a quella inglese e per certi versi simile a quella cattolico-mediterranea: assoluta superiorità dell'uomo bianco, regole morali inflessibili (almeno esternamente), culto del denaro e del potere, fiducia nella violenza militare e nello stato, sfruttamento illimitato delle risorse, naturali e umane (leggi operai del primo novecento reclusi in fabbriche-inferno). Tocqueville lo descrive, questo americano urbano dell'est senza volto. Le prime folle senza nome dell'era industriale, gli uomini senza qualità, equalizzati, serializzati>.

3.4. Il risorgimento contro papalini e borboni: quasi mani pulite

3.4. Il risorgimento contro papalini e borboni: quasi mani pulite

<Una democrazia oligarchica e aristocratica, quella americana del tardo ottocento, simile a quella che in Inghilterra aveva appena debellato sul continente Napoleone Bonaparte, a sua volta regressione imperiale, militare e autoritaria del movimento popolare e democratico nato alla Bastiglia. E la cultura vittoriana dei grandi stati nazionali, estesi a imperi coloniali, fu anche il motore del Piemonte di Cavour, imprenditore e statista di formazione e riferimento inglese.

In Italia il sistema di valori, assestatosi dopo gli sconvolgimenti del 500 e 600 su un ancien regime debole, edonista e frammentato, saltò sotto l'urto della rivoluzione francese. Napoleone e i cisalpini al Nord e Murat al Sud avviarono un processo evolutivo che per poco, nei primi anni dell'Ottocento non vide il re di Napoli protagonista di una anticipata unità d'Italia, alla testa di un esercito di "terroni" che affrontò in campo aperto l'impero degli Asburgo.

La prima metà dell'Ottocento, per l'Italia, é un ininterrotto susseguirsi di tentativi insurrezionali. Una fase di "rientro nella storia" in cui, guarda caso, il peso della "Veronica", della doppia morale papalina, si fa minimo, anzi é uno dei principali avversari. Fino all'aperto affronto, contro un papa sostanzialmente reazionario, della Repubblica Romana. 1848, anno in cui in tutta Europa riesplose la domanda di democrazia compressa da Napoleone, dalla sua sconfitta, dalla restaurazione di Metternich. In Italia quello fu l'anno in cui cadde l'idolo: Pio Nono cacciato da Roma, il suo "Andreotti", Pellegrino Rossi, assassinato sulla pubblica piazza. Roma occupata da una torma di giovani rivoluzionari e da un idealista confusionario chiamato Mazzini. Un assedio sanguinoso e, di nuovo, la normalizzazione, l'adeguamento alla Veronica, gli assassinii sotto casa a Bologna, Ancona e Imola da pugnali inguantati di porpora rossa.

Milano contro Radeski, perfetto orologio austriaco della repressione: una ritirata tattica dopo la sanguinosa guerriglia per le strade e, per i reggimenti di Vienna, il ritorno in città dopo alcune battaglie contro un esercito piemontese messo su in tutta fretta e che a Custoza venne annientato. A capo un coraggioso, romantico dilettante chiamato Carlo Alberto.

Poi, dieci anni dopo, il ritorno. Ma di un altro sanguigno Savoia determinato a prendersi ciò che gli spettava e, soprattutto, alla guida di un esercito infoltito da mezza Italia, ben organizzato dall'imprenditore e finanziere Conte di Cavour e soprattutto appoggiato da una marea di algerini francesi, zuavi, truppe d'assalto impazienti di scannare qualunque cosa sul loro percorso.

A Solferino l'animo militare e la linea di fanteria austriaca andarono in pezzi, sotto l'urto di un'orda di mussulmani incuranti della morte e che produssero la crepa cruciale necessaria alla formazione dell'Italia moderna. Con buona pace del supposto professor Miglio, che nemmeno conosce la storia di ciò che avvenne a meno di cento chilometri dal suo fin troppo amato laghetto. E che di sicuro, se andrà al potere, non promuoverà studi storici né su Gioacchino Murat e i suoi terroni né su quei fantasmi oleografici degli zuavi algerini, poveri maometti che a Solferino ci lasciarono ossa e budella, e tra i cui sopravvissuti, forse, c'era il trisavolo di qualche lavavetri di oggi, paria di una società italiana che ha riscoperto, tra i suoi nuovi valori, anche l'ignoranza e la superiorità del danaro. E, per alcuni, il pestaggio dei deboli, dei vinti e degli indifesi.

Ma torniamo a quella fase, breve, di mutamento. Nessuno voleva, o poteva, ascoltare la ragione di un teorico da tavolino come Carlo Cattaneo nel fragore di una guerra di liberazione, e insieme guerra civile, in corso. Né Cavour aveva mai messo piede a Napoli e gli stessi mazziniani di Garibaldi, quando giunsero a Palermo, per prima cosa quadruplicarono gli impieghi comunali. La formazione della nazione italiana non avvenne certo secondo un processo pianificato, razionale, gestito. Ma fu un fatto emotivo, una spallata militare ad un muro marcio e sopravvissuto a sé stesso, seguito da una gestione, quale fu quella piemontese, simile ad una occupazione coloniale, almeno per quel che riguardò il Sud>.

<Questa, caro Antonio, é proprio una fesseria> Beppe, sprezzante, si dondolava sulla sedia - <Vi sono stati degli storici marxisti, come Del Carria che, negli anni Sessanta, hanno scritto ponderosi volumi descrivendo la guerra contro i briganti dopo l'unificazione in Calabria e Sicilia come uno scontro tra un maligno occupante e un popolo intento, ante-litteram, ad una guerra di popolo per la liberazione contro il potere capitalistico piemontese. Me li ricorso bene quei "proletari senza rivoluzione" libro di testo obbligatorio di Servire il Popolo, dei sessantottini marxisti-leninisti. Li ho letti e sottolineati quei tre verbosi volumi. Non c'era niente di più falso. Lo so bene perché sono di quelle parti, mio nonno nacque a Reggio Calabria: i piemontesi imposero ad una civiltà contadina a basso tasso di rapporti con lo stato (sotto il Borbone i contadini praticamente non pagavano tasse) un regime fiscale analogo a quello vigente a Cuneo o a Ivrea. Non solo: pretendevano che i reati venissero individuati e puniti dalle autorità ufficiali, dai carabinieri, bersaglieri e giudici e non dai capibastone locali, della mafia della camorra o della ndrangheta, di fatto delegati dai marescialli borbonici all'esercizio della giustizia nelle campagne di Ferdinando.

I borboni, insieme ai papalini, avevano infatti creato in Italia due forme statali singolarissime, ancora poco indagate e studiate dagli storici. Ambedue erano stati assolutistici in cui una classe dominante relativamente ristretta (prelati e nobili) con discendenze e codice genetico non autoctono trovava in una sorta di patto di alleanza con gli strati popolari più poveri un blocco di supporto di massa necessario a contrastare l'autentica opposizione: la borghesia produttiva e commerciale delle città, che invece tendeva all'unificazione in un solo mercato nazionale e all'adozione della Costituzione.

Per questo Borboni e papalini avevano sviluppato nel tempo un sistema statale in cui era istituzionalizzata l'esenzione fiscale nelle campagne e per il sottoproletariato urbano, mentre la borghesia e i commerci erano costantemente sotto pressione. Non solo: specie nelle campagne l'amministrazione, la giustizia e la polizia erano demandati, in gran parte, ai poteri di fatto. Al clero nello stato della Chiesa, agli uomini d'onore in Sicilia, ai capibastone in Calabria, ai possidenti terrieri in Puglia e Campania. Terzo elemento le spese pubbliche: sempre intese come elargizioni o regalie discrezionali da parte del potere, atte a creare quel consenso necessario che salvò, con le sue truppe di lazzari, il Borbone dalla rivoluzione giacobina. Mentre il papa preferiva appoggiarsi, sistematicamente, sulle armi francesi.

Lo riconoscete questo assetto statale? Quasi perfettamente identico alla Gioia Tauro dei Macrì, alla Palermo di Ciancimino e di Lima, ai comuni vesuviani della camorra. Niente certezza del diritto, oppressione feudale, controllo sociale capillare via criminalità organizzata collusa al potere politico a cui fornisce consenso e in cambio ne ha elargizioni e spazi extra-legali d'azione.

Nello stato delle due Sicilie le rivoluzioni borghesi della prima metà dell'ottocento represse nel sangue non fecero che rafforzare questa tendenza allo sviluppo di uno "stato criminale". Alla fine, quando Garibaldi e i piemontesi liberarono il Sud si trovarono di fronte a economie dissestate, città un tempo fiorenti in piena crisi economica, appoggio alla rivolta anche da parte dei contadini siciliani e dei cittadini poveri di Palermo, un tempo fidi alleati e rifugio di Ferdinando ai tempi dei giacobini-borghesi di Napoli>.

3.5. La seconda guerra civile della prima repubblica italiana3.5. La seconda guerra civile della prima repubblica italiana

"Sarà la musica che gira intorno,

di quella che non ha futuro.

O saremo noi che abbiamo nella testa

un maledetto muro"

(Ivano Fossati)

<La descrizione di Beppe assomiglia in modo incredibile all'Italia del 1991 - Federico guardava il suo blocchetto, riempitosi di appunti - Nel 1973-74 il paese rischiava un passaggio di poteri alla cilena verso un blocco di sinistra giunto sulla soglia della maggioranza assoluta. Gli anni delle giunte rosse anche a Roma e Napoli, della massima intensità nella strategia della tensione, delle minacce ripetute di colpi di stato, dell'avvio dell'alleanza al Sud, su vasta scala, dei politici con i boss. In cinque anni la sinistra, da Roma in giù venne in pratica messa in condizioni di non nuocere; il Psi vide l'avvento di un gruppo dirigente ferocemente anticomunista; fu eliminato, con Aldo Moro, anche il progetto di consociazione "soft" (compromesso storico) tra Dc e comunisti; si ritornava appieno, con il Psi di Craxi e la Dc del Preambolo, all'allineamento sicuro con la Nato e il resto del fronte antisovietico.

Il prezzo? Una finanza pubblica dissestata, un sistema statale nelle metropoli del Sud ancora più degradato di quanto era prima, una democrazia esplicitamente bloccata. Ma l'Italia era salva. Sventato era il pericolo di un bagno di sangue alla cilena al costo di danni, prima o poi, forse riparabili. Come il Borbone sventò la rivoluzione borghese consegnando Napoli e il Sud ai "lazzari" del Cardinale Ruffo così la Dc sventò il cambiamento (l'alternanza con le sinistre) tramite i nuovi lazzari, in particolare quelli nati a Corleone.

<Ci siamo - continuò Antonio - L'involuzione verso un assetto borbonico-papalino anziché operazione tattica si tradusse in trend strutturale, travolgente e diffusivo. Nella Dc del 1986 ormai prevalevano le forze che traevano alimento e potere dal sistema perverso; nel Psi si affermava una strategia volta a competere con la Dc sullo stesso terreno clientelare-criminale. La ripresa industriale e imprenditoriale italiana della prima metà degli anni ottanta non fece che aggiungere una nuova e sempre più estesa illegalità di massa: quella fiscale, praticata al Nord come al Sud, e non contrastata da partiti di governo che, nei fatti, consideravano i nuovi ceti medi produttivi e del terziario come base elettorale privilegiata. E i nuovi lazzari impazzavano per la penisola con i loro arroganti fuoristrada, e con esibizioni di consumo persino patetiche>.

<La Veronica papalina - aggiunse solonico Antonio - molto spesso tende a perdere la sua facciata di etica cattolica, rivelando la pura barbarie della sopraffazione mafiosa, dell'assolutismo mascherato. E la seconda metà degli anni ottanta, per l'Italia, sono stati anni di ulteriore divaricazione nella frattura dei valori, di degenerazione di un sistema che ormai tendeva a marcire fuori di ogni controllo, auto-alimentando la propria propensione allo squilibrio e all'illegalità.

La versione italiana del codice di valori tradizionali, quella che Beppe ha chiamato Veronica, si era ormai degradata al punto da minacciare ogni fondamento della vita civile: corruzione, paura, illegalità isituzionale, controllo feudale sulle persone, distruzione in un solo crollo dell'intero patrimonio finanziario del paese. Brividi che tuttora corrono per l'Italia, mostri fuorisciti dalla spaccatura verticale nel sistema di valori, dalla prima menzogna originaria. Un fenomeno moltiplicato dalla tendenza, di rilievo mondiale, all'obsolescenza rapida dei vecchi sistemi di valori nazionali, familiari, sociali. Il codice vittoriano-borghese-liberale, in tutto il mondo, lasciava il posto al movimento di contestazione prima degli intellettuali progressisti e poi della generazione del sessantotto. Ques'ultima negli Usa in pratica produceva il nulla, perdendosi per strada o in qualche canzone e in Europa esercitava un spinta in direzione del blocco comunista immediatamente bloccata in Francia e che in Italia veniva rovinosamente gestita, dai borbonico-papalini, come abbiamo visto. In tutti i paesi l'obsolescenza della "buona educazione borghese" finiva per produrre un progressivo innalzamento del tasso di barbarie, di conflitto diffuso, di ottusità collettiva.

<Insomma - intervenne Emilio - siamo di fronte a due codici di valori, l'uno vecchio e l'altro nuovo, ma ambedue a brandelli e sempre più marginali. Buoni per consentire alle società occidentali di barcamenarsi nella sopravvivenza. Bosnia, sfilate di neonazisti a Lipsia, tensioni di massa razziste in Francia, Italia, persino Olanda rientrano in questa mancanza di senso. Di cui il caso Italiano é solo uno dei più complessi e interessanti, perché la crisi dei valori vi ha coinvolto un intero sistema statale, civile, sociale, finanziario e economico.

L'Italia, almeno, un vantaggio l'ha avuto rispetto agli altri paesi. La continua variabilità dei suoi sistemi di valori di riferimento.

Dal 1700 fino al nazismo, per due secoli e mezzo, la Germania ha dovuto costantemente vivere in un ambiente dominante a fondo militarista. Per contro l'Italia vedeva intrecciarsi in sequenza edonismo aristocratico settecentesco a pulsioni libertario-giacobine a repressione borboniche e papaline alla cultura vittoriana dell'epoca di Giolitti, al militarismo roboante (e falso) di Mussolini, all'insidiosa ambiguità della Dc, all'ipocrita moralità rossa dei comunisti italiani. Tutti sepolcri imbiancati, chi più o chi meno: sistemi di valori creati da uomini di potere per il potere, a cui si contrapponeva una sistema di valori di fondo basato sulla cultura cattolica ma temperato, nella sua frattura costitutiva, da una "super-morale" tipicamente contadina, francescana, filosofica.

<Attenti - Antonio riprese il filo - Per onestà dobbiamo dire che il livello di cinismo reale del sistema di potere italiano solo negli ultimi due decenni degenerava nell'assoluto autolesionismo incontrollato. Caratteristica costante di queste culture del potere italiane la doppiezza. Belle parole ma fatti ben diversi. Con l'unica eccezione, forse, dei liberali di Giolitti. Che però, contagiati dal resto dell'alta borghesia europea, fecero coinvolgere l'Italia nella prima grande crisi di valori, il "suicidio d'Europa" del 14-18>.

3.6. Piccola storia del dopoguerra

3.6. Piccola storia del dopoguerra

Emilio, totalmente sbronzo (almeno in apparenza) rileggeva gli appunti di Antonio, sottrattigli con abile colpo di mano sotto la tavola. <Oggi, per fortuna, il "convitato di pietra" del degrado italiano, questa arrogante, saccente, insopportabile e ingombrante chiesa rossa - ma, Antonio, piena di brave e valenti persone, per carità- é stata seppellita dagli insicuri socialdemocratici reincarnati nel pds. Mentre i "salvatori" dell'Italia dal pericolo comunista, via la loro tradizionale strategia borbonico-papalina devono pagare il conto alla nazione, soprattutto per la loro abissale mancanza di fantasia e di coraggio politico e civile.

Specie i socialisti: una cultura da sempre priva di propria personalità, persa a Livorno negli anni 20 e da sempre a rimorchio, almeno in Italia, di modelli altrui. Dal massimalismo imbelle del primo dopoguerra (che ci fruttò il fascismo) al fiancheggiamento del movimento comunista, al fronte popolare dopoguerra, al centrosinistra arruffone e dilettantesco, alle buffonate degli anni 70, di un Psi contemporaneamente al governo e all'opposizione sessantottina, al progetto anticomunista e clientelare di Craxi, che invece di vincere nella concorrenza di regime sulla Dc ha portato l'intera nomenklatura politica italiana a schiantarsi in un degrado auto-alimentato>.

<In realtà é lei, la Dc, sul banco degli accusati - intervenne deciso Beppe - Un mafioso pentito, Giuseppe Calderone[8], sostiene che nei primi anni sessanta la Mafia quasi non esisteva più, grazie all'azione dello stato e dei giudici e all'evoluzione della socità civile dell'isola, che pareva essersi lasciata alle spalle, con il nuovo benessere, la vecchia cultura dell'antistato clandestino degli uomini d'onore. Eravamo, allora, sulla soglia di una nuova era per l'Italia: la Sicilia vedeva una città come Catania riempirsi di industrie fiorenti, di investimenti operati da imprenditori autoctoni e del Nord; di un primo fenomeno da "California d'Europa". Se la Dc fosse stato il cane da guardia di questo miracolo, se l'avesse capito e sostenuto oggi avremmo una Italia completamente diversa. E forse ricca come l'area che va San Francisco a San Diego>.

<Allora, davvero - disse Antonio - secondo me c'era la possibilità di uno sviluppo "pulito" in cui il Pci si sarebbe sgonfiato rapidamente ai livelli francesi (marginalizzati già negli anni settanta) per dar luogo ad una reale alternanza con un possibile, e parallelo sviluppo di una forza popolare socialdemocratica. E invece gli anni sessanta del miracolo furono solo il luogo per le prime "mani sulla città", per i primi appalti truccati con il piccolo mafioso di turno, per l'adozione di tecniche clientelari da Comandante Lauro. D'altro canto in quegli anni i "giovani turchi" del corporativo Fanfani invadevano il corpo dello scudocrociato, emarginavano una prima generazione dc borghese-liberale, istituivano il dominio delle tessere, il sistema del consenso basato sul voto di scambio.

La Francia ebbe De Gaulle, noi purtroppo Fanfani. Protagonista della prima e micidiale operazione su vasta scala contro la democrazia italiana: la contemporanea apertura alla cultura borbonico-mafioso-papalina sul piano sociale e, su quello politico, l'abbraccio mortale con i socialisti di Nenni (altro grande politico lungimirante a cui dobbiamo tanto) in un centrosinistra che di fatto congelò, dall'altra parte, la democrazia italiana evirando i socialisti. Fanfani nel 1963 aveva realizzato il suo sogno di teorico dell'economia corporativa quando insegnava ai malcapitati studenti della Cattolica di Milano: aveva creato un regime, con un enorme peso dello stato e capacità di gestione dei più minuti aspetti del vivere civile. Dalle coscienze quotidianamente manipolate dalla Rai di Bernabei fino all'acciaio di Petrilli. Dal 1963 in avanti i giochi erano fatti: la nomenklatura stabilizzata. I commerci politici in pieno corso.

Andreotti fu discepolo del buon De Gasperi, leader della prima dc borghese-liberale. Forse, senza troppi famelici "giovani turchi" tra i piedi, nel clima della prima Dc avrebbe potuto evolvere in una sorta di Pellegrino Rossi moderno, cauto ma onesto statista di un partito cattolico che avrebbe dovuto alternarsi, prima o poi, con un rivale socialdemocratico moderno. Un possibile Adenauer.

Ma la "seconda generazione" democristiana, con la sua fame assoluta e secolare di potere e il suo codice morale inesistente (ancorché doppio) portò anche lui, il prelato-politico, sulla frattura della Veronica. La concorrenza nella Dc nacque con l'uscita di Dossetti, gli assalti fanfaniani, la coagulazione della Base e degli andreottiani. E, infine, dei dorotei e morotei. Almeno cinque ditte diverse in feroce concorrenza su un mercato fatto di tessere, voti, preferenze, danaro pubblico e privato necessario per produrre o conservare il consenso. E Andreotti, mentre come ministro della Difesa organizzava e ramificava con cura la rete di protezione anticomunista voluta fin dall'inizio dell'impero Usa con la Nato, cercava e acquisiva "amici" per la corrente, fino a conquistare quote di mercato chiave sul mercato dc siciliano senza guardare troppo per il sottile. Da lì in avanti la storia é conosciuta.

Morale: il passaggio dalla prima alla seconda fase di ricostruzione negli altri paesi europei avvenne con un leader stabile: De Gaulle in Francia e Adenauer in Germania. In Italia, invece, vi fu una rivoluzione silenziosa e un conseguente degrado nella classe dirigente e nel sistema di valori. Dal codice liberal-borghese di Parri, De Gasperi, Einaudi ai "giovani turchi" del centrosinistra. Detti anche "zulù" dagli aristocratici diplomatici italiani che, in quegli anni, si videro il ministero invaso di provinciali dc troppo ignoranti, arroganti, protetti e di troppo belle speranze.

In un momento cruciale, così, il paese imboccò la strada sbagliata. Invece di completare il risanamento civile del Sud e di ridurre la quantità di reddito destinatovi dalle casse pubbliche, la Dc fece il contrario. Avviò il sistema di gestione del consenso tipico della cultura del sottosviluppo assolutistico mediterraneo e che negli anni 70 e 80, con lo spaventoso potenziamento finanziario dei traffici di droga, avrebbe iniettato nelle organizzazioni criminali un potere tale da permettere a queste ultime una guerra diretta allo stato, a componenti specifiche della stessa dc siciliana e lo sviluppo di una penetrazione su tutto il territorio dell'isola, comprese le regioni orientali un tempo immuni dal fenomeno mafioso.

La Dc, del resto, era nel 1963 (quando a Dallas John Kennedy fu assassinato dal network occulto statunitense) già da più di quindici anni ininterrottamente al potere. E mai per un momento, fino ad allora, si era profilata alcuna possibilità politica di alternanza, di ricambio. Di qui l'inizio di un processo di marcescenza del potere, con orde di arrivisti e avventurieri che sgomitavano per un posto nel partito, e abbattevano senza pietà chiunque, buono o cattivo, onesto o disonesto si fosse parato sul loro cammino. Basta leggere la biografia di non pochi politici dc che anche raggiunsero cariche elevatissime (uno persino fu eletto presidente della Repubblica) per rendersi conto dei metodi di questi Giovani Turchi, protagonisti del regime nato nel 1963. Figuriamoci quale codice di valori avevano da trasmettere. Gente che coprì quasi ermeticamente di silenzio e segreto la crisi del 1964, quando Roma venne percorsa dai brividi del Piano Solo, quasi-rivolta della destra militare (e dei servizi segreti della rete Cia-Gladio) contro il centrosinistra duro, massimalista e statalizzatore con cui Pietro Nenni, ex grande alleato dei comunisti, si illudeva di generare una svolta nella politica italiana. Fu invece lui costretto a svoltare, verso un'ordinaria amministrazione subordinata del sistema già realizzato dal fascismo e poi dalla Dc. L'imperialismo "duro", al potere negli Usa da Dallas in poi, aveva emesso il suo preciso verdetto. E i suoi rappresentanti italiani l'avevano eseguito. Dando il primo altolà ad Aldo Moro (l'autentico architetto dell'alleanza con Nenni).

In fondo, paradossalmente, il Piano Solo risparmiò all'Italia un'altra ondata di nazionalizzazioni, e quindi di espansione delle nomenklature statali dopo la prima ondata di Giolitti, la seconda di Mussolini-Beneduce e la terza di Fanfani. Ma condannò, anche, il Psi ad un ruolo subordinato al traino del potere democristiano, con speranze praticamente nulle di poter alterare gli equilibri politici di un sistema bloccato. In cui ai "coesistenti" Kruschev e Kennedy si sostituivano i "confrontazionali" Brezhnev e Johnson. In cui partiva la guerra in Vietnam e la conseguente ri-militarizzazione degli Usa>.

La "Falange armata"[9], che ha rivendicato decine di attentati e omicidi, é la prosecuzione dello "zoccolo duro" di una organizzazione attiva tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 80, che di muoveva in un quadro di <diffusi tradimenti dei principi costituzionali>. Una organizzazione che ha connessioni con la strategia stragista ed <era diretta essenzialmente a controllare e neutralizzare le attività comuniste>.

Sono le conclusioni contenute nella requisitoria del Pubblico Ministero Libero Mancuso, al termine delle inchieste bis sulle stragi del 2 agosto e dell'Italicus. Cent'ottanta pagine che rifanno la storia d'Italia dagli anni 70 ad oggi non solo sotto il profilo delle deviazioni e dei depistaggi delle inchieste, ma soprattutto del <pesante condizionamento delle nostre libertà personali e la nostra indipendenza nazionale>. Il giudice parla di stravolgimento dei valori costituzionali, di imbrigliamento delle dinamiche politiche: <offensive corali, portate avanti per decenni, inarrestabili>.

Per il giudice, <va rilevata la compatibilità e la contestualità delle strategie portate avanti dalla Cia, attraverso Gladio e le bande neofasciste, con i progetti e i programmi reazionari prima, autoritari dopo di Licio Gelli> e della loggia P2. Un'opera occulta che arriverebbe fino ai tempi nostri con i <messaggi di disinformazione e di ricatto> della sedicente Falange Armata.

3.7. Sei generazioni di italiani e di stato italiano

3.7. Sei generazioni di italiani e di stato italiano

Ennesima fotocopia di Antonio: <Dall'unità ad oggi, ovvero da centotrenta anni a questa parte (sei generazioni di italiani) la questione dello Stato é sempre stata centrale in Italia. Sei generazioni fa lo stato era soprattutto il modello centralizzato di una grande Parigi con i maestosi boulevards di Napoleone Terzo. O la Berlino di Bismarck, o la Londra imperiale di Disraeli. Oppure infine la Vienna con il suo massiccio palazzo imperiale, dove Cecco Beppe, supremo burocrate, sbrigava maniacalmente ogni minuto affare del regno e dormiva sulla sua brandina da campo. Eserciti luccicanti, potere di funzionari e ufficiali, centralismo assoluto e monarchi come garanti del perfetto funzionamento delle macchine amministrative. Ovvio che tra gli intellettuali e i professionisiti italiani della borghesia liberale il consenso per un'Italia imperniata sull'eterna Roma fosse assoluto. E che la costruzione di grandi ministeri in stile franco-austro-tedesco fosse inevitabile, una volta strappata la capitale agli ultimi residui temporali del Papa.

Poi fu la volta della prima marcescenza, gli anni dell'affarismo di una generazione politica improvvisata e rapace, non diversa dai Giovani Turchi di Fanfani. Gli anni della tassa sul macinato, dello scandalo della Banca Romana, dell'attentato a Umberto Primo, del grande sciopero socialista dei portuali di Genova. E poi la svolta di Giolitti, seconda generazione dall'unità, che aprì ai socialisti e a una politica di investimenti. Capitali tedeschi crearono le banche. E queste le grandi industrie e l'acciaio, le ferrovie statali, le prime automobili, l'energia elettrica, la raffinazione del petrolio, la gomma, i telefoni. Lo stato come datore di lavoro, come posto sicuro e qualificato romano, come industria a Torino, Genova o Milano. Come divisa, come pensione, come scuola, università. Ma anche, per la terza generazione contadina come galera, come fisco, come servizio militare, come trincea piena di morte.

Negli anni trenta l'intero sistema bancario e industriale era alla frutta. E Mussolini, con la prontezza di uno statalista convinto, incaricò Beneduce che, con l'Imi, raccolse le membra sparse dei grandi colossi industriali inflazionatisi con le produzioni belliche e ora in ginocchio per la grande crisi da domanda. La quarta generazione ebbe in regalo alla nascita la proprietà statale diretta di gran parte della grande industria. E tutto, o quasi, era Stato nella Patria autarchica di Mussolini. Un termine che si identificava con l'Italia, allora quanto più possibile in divisa, stivali o fasce mollettiere e scarponi con l'intersuola in cartone. L'Italia dove le maestre di scuola, ai bambini, ripetevano di continuo le favole dell'impero romano, la piccola e falsa cultura di una destra italiana angusta che produce ancora i suoi Storace, i suoi sogni di controllo cretino delle idee di un popolo complesso.

Dopo la guerra, la quinta generazione ancora più statale, meno nelle parole e più nei fatti. Imprenditori anomali come l'ex partigiano Mattei creavano dal nulla l'Eni; Menichella l'instancabile pugliese passava le notti in ufficio all'Iri; Sinigaglia forgiava altoforni d'avanguardia; Bernabei creava lo spaventoso potere politico della Rai e di Mike Bongiorno; l'Italia lavorava e ricostruiva nella macchina dello stato democristiano, ereditata senza un graffio, come Roma capitale, dal fascismo. E immediatamente fatta ripartire senza tentennamenti sull'identico modello di Beneduce.

Qualche prima, autorevole ma isolata voce critica: Einaudi, poi Carli con le sue famose "arciconfraternite del potere" (la prima denuncia della generazione dei giovani turchi), Ernesto Rossi. Ma in Italia il sistema dei valori ormai identificava lo stato con il benessere del popolo. Più a sinistra, più statalista. Più statalista, più di sinistra, progressista, popolare, buono. Dosi massime di nazionalizzazioni nei programmi del Pci di Togliatti e Longo (nel frattempo Nenni aveva a che fare con De Lorenzo e la sua sciabola tintinnante); poi dosi massime del fumoso e incomprensibile termine allora di moda, negli anni sessanta della sesta generazione, la programmazione, più o meno democratica, più o meno campata per aria. Aria fritta, programmi tecnocratici, segretari alla Programmazione impegnati per anni su libri dei sogni (che ancora stanno scrivendo). Intanto una doppietta micidiale per l'assetto amministrativo e finanziario del paese: la quasi contemporanea centralizzazione delle entrate tributarie e il decentramento della spesa. Mentre Preti gettava con la sciagurata riforma tributaria le basi per l'evasione fiscale di massa degli anni 70 e 80 il movimento regionalista della sinistra Dc e di Bassetti aveva la sua tanto agognata riforma regionale di decentramento democratico, ma piccola, tutta tecnocratica e sostanzialmente irrilevante per il potere centrale. Con la conseguenza che ogni comune, o ente locale italiano doveva approvvigionarsi a Roma per avere i fondi necessari ai suoi programmi di spesa. E, dalla seconda metà degli anni sessanta, nessun equilibrio di bilancio era attivamente perseguito. Ogni deficit veniva saldato dalla romana Cassa Depositi e Prestiti e via via si traduceva in debito pubblico, con una componente di interessi passivi che iniziava la sua crescita ininterrotta, che durerà trent'anni e tuttora non si é conclusa nella sua traiettoria quasi esponenziale.

La sesta generazione degli italiani unitari fu però la prima a nutrire, in massa, dubbi sull'identificazione di se stessa con lo stato. Dal 1968 in avanti molti giovani italiani scopersero gli inamovibili professori-burocrati-baroni delle università. Poi i manganelli dei celerini e le bandoliere dei carabinieri, poi gli efficienti lacrimogeni, con traiettorie più o meno ad altezza d'uomo. E lo stato divenne nemico, stato borghese, per alcuni oggetto di guerra aperta e clandestina. Per altri, invece, luogo da cui fuggire per inventarsi un illusorio mondo alternativo, fatto di cooperative, laboratori artigiani, piccoli ritrovi. O di centri sociali in vecchie fabbriche in disuso occupate. Lo stato negli anni Settanta iniziava il suo declino nei valori degli italiani.

Dal gruppo di Ernesto Rossi, dai giornalisti del Mondo e poi dell'Espresso era finalmente spuntata (o ri-spuntata), anche in Italia, la stampa adulta. La nuova generazione di giornalisti e intellettuali radicali, non condizionati da appartenenze (e conseguenti veroniche) iniziò ad agire come occhio critico del paese. Un occhio che non cesserà di scrutare oltre il velo. Dobbiamo all'Espresso e alla Repubblica il racconto sui primi scandali edilizi, la tormentata emersione del piano Solo, l'autentica guerriglia informativa intorno alla strategia della tensione (che i sessantottini chiamarono, in un libro famoso, strage di stato). Un canale di comunicazione, di verità e di visibilità all'inizio stretto, accidentato e non privo di rischi, di manipolazioni, di doppi giochi. Ma il nuovo giornalismo radicale, crescendo progressivamente fino al maggior quotidiano nazionale (che resta La Repubblica) divenne egemone, come stile culturale, nel sistema italiano della carta stampata. E consentì quantomeno la messa sotto osservazione della veronica da parte del ceto medio. Un controllo decisivo, che probabilmente ha risparmiato all'Italia tante ricorrenti velleità golpiste (la strada più facile, peraltro percorsa in paesi vicini come la Grecia, per risolvere la questione sociale e comunista). Un occhio tuttora aperto, e che fa gridare di rabbia i potenti del presente sulla congiura dei giornalisti. Un occhio che divenne televisivo, e di grande massa, con Rai 3 di Samarcanda e Milano-Italia. Un pezzo di contagio positivo, di sviluppo di anticorpi agenti contro la veronica. La normalità democratica della libera stampa. Anche se, ovviamente, mai perfetta. Anche lei con qualche santo da proteggere. Ma il gioco, qui, é stato a somma positiva. Il gornalismo radicale, nei fatti, é stato per quarant'anni l'unico vero antagonista al sistema della doppia morale e delle appartenenze.

Alla fine degli anni Settanta l'occhiuto sociologo De Rita proclamò il primato della piccola impresa familiare, del "cespuglio" che salvò l'economia del paese nel decennio dei conflitti. Dentro la Fiat del 1978 si tenevano mercatini alternativi e epiche partite a carte. Mentre a Castelgoffredo o a Prato si lavorava di notte negli scantinati.

L'Italia delle mille città fu vista con prontezza, analizzata e appoggiata dai migliori intellettuali Dc. Peccato però che i De Rita e i Prodi non avessero percepito con eguale acume la svolta di Fanfani di quindici anni prima, la distribuzione di fondi e prebende per il Sud operata da Moro, il massiccio indebitamento del 1974 necessario a finanziare elezioni critiche e fermare il comunismo, la successiva inflazione a due cifre, l'arrembaggio dell'evasione fiscale generalizzata. E soprattutto la partita ormai definitivamente persa nel Sud, dove la mafia iniziava il suo massiccio affare di droga, che le permise progressivamente di mettere in campo risorse superiori alla Fiat, e di generare un consenso di massa, sulla costa Tirrenica, per l'accumulazione criminale.

Nel 1968, in Italia, stava avvenendo un fenomeno molto naturale. La società, dal basso, chiedeva il cambiamento. La prima generazione cresciuta senza guerre, nel clima mite, musicale e americano degli anni 50 e 60, voleva molto: nuovi valori, ricambio di classe dirigente, umanizzazione del lavoro, qualità della vita. In Francia De Gaulle, il padre autoritario, passò la mano; in Gran Bretagna laburisti e in Germania i socialdemocratici si avvicendarono ai partiti di destra. Ma in Italia no. L'assetto rigido della veronica, anticomunisti contro Dc, non lo consentiva. Non esisteva alternativa democratica, di fatto. Troppo i democristiani avevano praticato la strada del regime contro i "compagni". Troppo ingombranti, questi ultimi. Troppo deboli i socialisti.

Il grande movimento <ereticale> nato nel 1968 e 1969, nelle scuole e nelle fabbriche, non poteva che essere ammortizzato, spento, represso e terrorizzato. Scompaginato e decimato esattamente come lo furono i catari di Linguadoca e di Lombardia, gli ebrei e i Moriscos della Spagna di Torquemada, gli Ugonotti di Francia, i protestanti di Germania e Olanda. La Veronica, la purga e la difesa dai nuovi eretici, che volevano al potere in Italia i comunisti, coalizzò un fronte che andava da Langley alle cantine nere di Padova, a Piazza del Gesù a Roma. E fu la seconda "fase calda" della guerra civile occulta. Quella combattuta con i botti e i media. Con la tensione, il terrore sapientemente dosato e indotto nel corpo sociale.

Ma nel 1975, ancora, gli eretici erano cresciuti fino quasi al sorpasso. I compagni, vecchi e nuovi, votavano al Sud per i sindaci rossi. E fu il risveglio della mafia, alimentata da quel grande psicotropo e veleno sociale chiamato eroina (prodotto chimico uccisore di eretici). Fu il deficit pubblico fuori controllo, le elargizioni di consenso. Il macigno finanziario che ancora oggi grava sulla Repubblica.

Tutto passava in secondo piano rispetto all'ossessione dei big democristiani: impedire ad ogni costo l'ascesa al potere dei comunisti, anche se faticosamente democratizzati, tecnocratizzati e socialdemocratizzati da Berlinguer. Tutto la Dc ha sacrificato in nome di questo obbiettivo (che del resto coincideva con la sua primaria ragione di vita e con la conservazione imperiale del suo potere): legalità giuridica e fiscale, equilibri finanziari e persino le vite di molti innocenti, caduti sotto le bombe dei servizi segreti. L'Italia del 1975-78 pareva in preda a un circolo vizioso mortale: la degradazione progressiva del potere Dc, dello stato e i conflitti della crisi stagflattiva accrescevano il consenso intorno all'opposizione comunista. E più la Dc pompava danaro pubblico per comprare consenso, più vedeva crescere la disaffezione anche da parte di crescenti settori del ceto medio qualificato. Ma il circolo fu spezzato dal terrore stragista, dal finanziamento, via evasione fiscale, della crescita dell'economia sommersa, e, al Sud, dal nuovo controllo feudale del territorio da parte del potere politico-mafioso. Nel 1978 la guerra civile, o il colpo di stato alla cilena pareva vicino. I comunisti erano a un passo dall'entrare nella maggioranza, con la successiva promessa di qualche ministero. Ma venne la P2 e in via Fani proprio quella mattina....>

3.8. La sinistra fu uccisa in via Fani

3.8. La sinistra fu uccisa in via Fani

<Alt. Non rifacciamo la "Strage di Stato" - Emilio si alzò in piedi - In un certo senso la P2, la mafia, i servizi segreti e gli evasori dell'economia sommersa possono affermare, non senza ragioni, di aver salvato l'Italia nel 1977-78 da una conflagrazione>. <Ma quale Italia? - Antonio sembrava davvero arrabbiato - Quella del generale Arena, che denunciò il Piano Solo, avvelenato in pieno Parlamento, o quella delle mani sulla città, di Ciancimino, Lima e Gunnella, quella dei "giovani turchi" e degli Zulù di Fanfani, o dei vaniloqui di Pietro Nenni? L'Italia mal ricostruita da una sventurata generazione interessata solo al proprio potere, individuale e di corrente. L'Italia che non scelse mai, fin dal ritiro di Dossetti, la strada della trasparenza, delle regole, del mercato aperto? Condannata ad un potere eternamente fermo, e ad un eterno sistema di appartenenze. Alla veronica. Al muro.

Poi, nel 1980, venne la battaglia di Torino, la marcia dei centomila, la fine del potere operaio e sindacale. Ma il Pci aveva già perso la partita due anni prima, quando nella Renault rossa di via Caetani era stato trovato, in forma di cadavere eccellente, il veto del sistema occulto al suo progetto di coabitazione nel potere con la Dc.

Il nostro muro di Berlino era dentro quella Renault. I tedeschi che fuggivano all'ovest venivano crivellati dai Vopos. L'italiano che lasciò socchiusa la stanza dei bottoni per il Pci ebbe sorte analoga, ma il colpo venne dalla direzione opposta. E Moro divenne un valore per gli italiani. Fu contemporaneamente la fine politica di Berlinguer, l'inizio del declino comunista in Italia, l'avvio dell'ultimo atto della lunga tragicommedia. <Che, comunque - acido e implacabile arrivòFederico - a conti fatti ci costò meno morti di un paio di rientri dalle ferie>.

<Ma quale prezzo nei valori, nella nostra percezione dell'Italia, caro Federico! - Antonio adamantino - La Renault Rossa come archetipo, come immagine psicologica forte di una Penisola dei poteri oscuri, dei segreti, dei Pecorelli, dei Bisaglia e di tutti gli altri suicidati o morti di bombe nel corso di una lunga guerra segreta di cui oggi affiorano, a tratti, solo piccoli relitti anneriti. L'Ustica perenne. Una cosa é certa, e mi possono denunciare ma non calunnio: dal Piano Solo in avanti menti cattoliche, sistemi di valore dichiaratamente cattolici, si trovarono in posizione di governo a controllare e guidare i protagonisti di questa vicenda segreta. L'azione materiale della veronica: la doppia morale che esclude ab initio la strada, difficile ma umana, della trasparenza, il coraggio della verità anticomunista esplicita, e ricorre alla manipolazione delle coscienze anche con strumenti criminali. <Per il bene del popolo>, <per la salvezza delle anime>: loro, i prelati, i sacerdoti, gli eterni depositari dei segreti e delle verità autentiche, gli eterni decisori di ciò che é bene e ciò che non lo é. Sotto tutto, nel sistema della veronica, l'assoluta certezza della propria e altrui mancanza di valori completamente integri, <siamo peccatori>, siamo colpevoli da quando abbiamo sposato la nostra fede con il potere. E abbiamo ucciso, torturato, compiuto ripetuti genocidi perché tutti credessero, per <la salvezza della loro anima> a questa nostra religione statale, ricca di basiliche e di camere di tortura. Ma abbiamo agito per il bene. In una Europa di barbari non potevamo, del resto, che agire così. Da Costantino in avanti, da quando ci liberarono dalle catene e dai mattatoi di Diocleziano e ci misero sugli altari, il potere sulle coscienze spetta a noi, pastori del gregge. Deus vult. Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi. Una confessione, una penitenza, un'ostia. E domani si ricomincia>.

<Sono daccordo con te - Beppe era serio - Per i <prelati>, anzi per gli <zulù> della Dc, di questo inamovibile potere per accidente della storia così simile a quello arcaico ecclesiastico romano, é stato naturale, spontaneo, automatico, quasi obbligatoria l'adozione piena, pratica, di questa modalità di gestione del potere. <Le secrete cose> dei principi sono del resto costante del potere da millenni e millenni. Soltanto negli Usa, negli anni 80 del dopo Watergate (e Irangate) una piccola legge sulla trasparenza impone, dopo un certo tempo, l'apertura degli archivi della Cia (probabilmente previa accurata purga). Scandali, giochetti sporchi, conflitti segreti, tangenti e delitti sono del resto comuni all'intero pianeta. Ma in Italia quest'altra faccia nascosta della Veronica é progressivamente divenuta, dal 1964 ad oggi, quella principale e ha bloccato ogni funzionamento del sistema. Hanno ragioni quanti addebitano alla Dc la progressiva "scristianizzazione" dell'Italia. Se il cristianesimo é la Dc meglio il buddismo. Non é così che si governa un paese di uomini miti, di antiche ferite curate nei secoli con l'amore della Madre, con la pazienza, il sussurro, il canto. L'Italia del 1950 non aveva bisogno dei famelici Zulù, dei Fanfani, dei Cossiga e degli Andreotti. Meritava un Adenauer, un Kennedy, un De Gaulle, un Giolitti. Peccato che questi ultimi , però, avessero in tasca, da noi, la tessera con la Falce e Martello>.

<Mi devi dare atto- Antonio aggressivo - che la faccia oscura della Veronica é l'unica che spiega la lunga guerra fredda segreta anticomunista che abbiamo vissuto senza saperlo (o fingendo di non saperlo). Nella Renault Rossa del 1978 c'era questo: il Compromesso Storico, un progetto politico per fare in Italia, una sorta di <pace separata>, tra italiani miti e civili. Per chiudere localmente la guerra fredda, la vera terza guerra mondiale. Un progetto per governare assieme, Dc e Pci, senza rompere l'anima né a americani né a russi. E così tentare di forzare l'immobilità della democrazia italiana, con connessa marcescenza etica, politica e sociale. Un nobile tentativo, quello di Moro e Berlinguer, che ambedue la mattina di via Fani credevano in porto, tra consenso ottenuto nei rispettivi partiti, aperture e via libera ricevuti da Mosca e, dopo mesi e mesi di analisi occhiute, anche da Washington (in quei giorni Roma era piena di grandi giornalisti americani e di diplomatici venuti a studiare questo Pci <occidentalizzato>).

Tutto sembrava a posto: non rimaneva che varare il governo, presieduto da Andreotti, il garante, e cominciare a lavorare. Tutto era a posto, però, solo sul lato "esterno" della Veronica: l'altra faccia, quella del sistema reale di potere, quella che aveva scelto la strada del silenzio e del segreto anticomunista fin dalla fine della guerra, quella che vi aveva costruito sopra il network del potere e del danaro sanguinoso era all'opera e in piena fioritura economica. E agì fulminea.

Un uomo morto per aver violato i valori, non comunicabili apertamente, dell'altra faccia della Veronica. Che <voleva fare il furbo>, <non stare alle regole>, immettere un fattore di instabilità strategica, lui e Berlinguer, nel punto chiave della Nato nel Mediterraneo, con la portaerei Kirov in quei mesi alla fonda nei porti egiziani e Breznev con Castro lanciati alla conquista del Corno d'Africa e dell'Angola. Niente da fare: nessuna pietà. Via Caetani. Le lettere di Moro, per quel che si é riuscito a leggerne, sono il primo grande atto di accusa contro la veronica dc. La prima lacerazione del velo.

La Renault Rossa entrava nell'immaginario collettivo come il simbolo del "doppio sistema di valori" immanente alla prima repubblica italiana. Le lettere di Moro e la straordinaria, tuttora inspiegata, inflessibilità del vertice dello scudocrociato. E i viaggi segreti di Moretti in Calabria....

All'esterno la più libera democrazia del mondo, dove perfino un provocatore come Pannella o una pornostar come l'ungherese Ilona Staller potevano varcare le soglie del Parlamento. Dall'altro lato un sistema militare-strategico costantemente all'opera, capace di utilizzare anche i sessantottini armati, o i fascisti o i mafiosi o i massoni in un network di forze occulte impressionante. Un network in cui si facevano e ricambiavano favori, o in cui ci si eliminava a vicenda, si facevano affari per conto proprio o di altri poteri, si trattava droga, informazioni, navi cariche di armi, si riciclavano patrimoni sporchi in paradisi fiscali, si decidevano carriere, si eseguivano azioni "dimostrative" e si condizionavano, con ricatti, altri potenti. Un network di protezione del potere italiano, di gestione di interi settori industriali (chimica, telecomunicazioni, radiotelevisione...), di masse finanziarie (Sindona, Marcinkus, Calvi), di gerarchie dello stato e della grande industria pubblica (P2). Il maggiore sistema di potere occulto, forse, tra tutti i paesi industriali. Il prodotto di quaran'anni di lavoro da parte dell'altra faccia della Veronica>.

<Il 1975 è l'anno di svolta, l'anno di architrave dell'intera storia recente italiana - continuò Antonio - più ci studio sopra e più me ne convinco. Nel 1974-75 in Italia prende consistenza un deciso progetto politico di sinistra. I giovani, la generazione del 68, sono ancora in piazza, inquadrati nelle formazioni extra-parlamentari. Sono molti, forse oltre duecentomila militanti, e sono riusciti a trasmettere il proprio messaggio politico e culturale alle generazioni successive, e a larghe parti della società e del ceto medio italiano, pericolosamente vicino al Pci e ad un Psi fortemente spostato a sinistra. Le elezioni comunali del 1975 vedono, di fatto, il successo di questa sinistra unita, da Lotta Continua fino al grupo di De Martino. Il programma comune è l'abolizione del <regime Dc>, del sistema di acquisto del consenso anticomunista travestito da stato sociale. E per la prima volta nel dopoguerra le sinistre paiono in grado di farcela. Le giunte rosse si moltiplicano nelle metropoli un tempo a stretta conduzione conservatrice. Persino il <Corriere della Sera>, organo della borghesia italiana, con la direzione di Piero Ottone, guarda con favore al ricambio politico verso sinistra. A Roma, di fatto, il Pci inizia a vedere socchiusa la stanza dei bottoni, con confusi governi che preludono al <compromesso storico> lanciato da Berlinguer nel 1973-74, sotto l'urto dell'intervento americano anticomunista in Cile.

Ovvio che, in questa situazione di grave pericolo, l'impero e la destra italiana si risvegliassero. Nel 1975 si forma, e prende forza, la P2. Uomini dell'establishment, generali, funzionari pubblici e di servizi segreti, giornalisti e imprenditori (tra cui Berlusconi), magistrati e faccendieri aderiscono all'organizzazione occulta. Cadono le barriere tra massoneria e mafia; gli enormi capitali sporchi della droga inziano fluire dentro il reticolo delle appartenenze anticomuniste e conservatrici; la strategia della tensione produce a ripetizione nuovi <eventi>; gli agenti segreti di varie nazionalità sono al lavoro.

Nel 1975-76 viene stilato il <piano di rinascita nazionale> della P2, autentico manifesto della riscossa della destra occulta. Un progetto di ristrutturazione autoritaria del sistema poltico, verso una repubblica presidenziale in cui i Fratelli avessero un peso determinante, attraverso il controllo dei maggiori quotidiani e dei grandi media (tra cui una rete privata contrapposta alla Rai), del sistema bancario, dei corpi dello stato, dei partiti e dei sindacati. Una <repubblica della P2> tutta all'insegna del sistema delle appartenenze e delle veroniche, delle doppie verità e dell'uso occulto del danaro pubblico.

Da allora, fino ai giorni nostri di Berlusconi, la destra italiana non ha mai realmente abbandonato questo filo conduttore strategico. Soprattutto perchè il sistema occulto di appartenenze dal 1975 in avanti si estendeva dalla borghese massoneria italiana al reticolo mafioso, con il suo fiume di denaro proveniente dalla stessa decimazione, via droga pesante, della generazione dei giovani alternativi-oppositori. Il tutto sotto la benevola e fattiva supervisione dei gendarmi che già, negli anni 60, avevano agitato le loro sciabole di fronte alla sinistra.

Questo mostro a tre teste prende consistenza e forza nei successivi cinque anni, di reazione sempre più dura e decisa alla sinistra. Dove vi è una sorta di divisione dei ruoli: la mafia elimina, sul piano sociale, la generazione di opposizione delle metropoli, ripulisce progressivamente il Sud dalla sinistra, spazza con la sua scopa velenosa e di piombo, il pavimento italiano. La massoneria, la borghesia occulta, si occupa del piano immediatamente più alto: ricicla il danaro mafioso, occupa posizioni economiche e amministrative, si espande nel sottogoverno e nella corruzione diffusa. Il vertice politico militare, infine, opera con i suoi "eventi" sanguinosi; controlla e manipola i gruppi terroristici; li usa infine per il suo gran finale, a Via Caetani>.

3.9. La piccola veronica di Bettino

3.9. La piccola veronica di Bettino

Beppe, nel dormiveglia, faceva finta di leggere. <Nel 1981 gli italiani, immersi in una sorta di seconda ricostruzione, ascoltavano le suadenti parole di Bettino Craxi che parlavano di alternanza, di governabilità, di democrazia finalmente compiuta e matura. Parole talmente belle e limpide che anche un ex sessantottino imborghesito come me, le votò. Peccato però che nulla cambiò: un paese cresciuto nel sistema statico delle appartenenze, con i suoi valori saldamente ipocriti e radicati in chiese di diverso colore, con i suoi redditi garantiti da anni dal politico locale, non si lasciava incantare dal messaggio suadente di Craxi, Martelli, Amato. Il network della Veronica non esisteva solo nel circuito del potere, ma si era ormai ramificato anche nella società civile.

Fosse stato lui, Bettino, al posto di Nenni vent'anni prima e forse la storia d'Italia avrebbe preso una piega diversa. Ma ormai, nel 1990, l'unica strategia possibile appariva, agli strateghi del Psi, una lunga guerra di logoramento contemporanea contro il Pci ri-arroccato del dopo Moro e contro la Dc di De Mita. Guerra da combattersi casamatta del potere dopo casamatta, nodo dopo nodo nel network della Veronica. E con l'esplosivo dei danari, legalmente o illegalmente ottenuti. Tanti, tutti a Craxi che provvedeva personalmente a lanciarli nella battaglia. Di qui le prime mosse platealmente esplicite quanto obbligate: la difesa pubblica di Calvi, la guerra contro Mazzanti per la ripresa di controllo socialista dell'Eni, il sostegno a Di Donna, e tutto ciò che "Mani Pulite" sta oggi via via elencando.

Craxi pareva matto: agiva in pubblico come un democristiano non avrebbe mai fatto. Invece di una doppia parola a tratti ne aveva una sola: peccato che fosse quella sbagliata. E allo stesso tempo la sorda battaglia di Ghino di Tacco contro De Mita. In cui però il grande socialista dimenticò la forse più grave accusa contro il rivale avellinese: di non aver rimesso in carreggiata l'Italia negli anni buoni della seconda ricostruzione. Ma l'accusa poteva ritorcersi moltiplicata contro di lui che in quel periodo preferì circondarsi di <nani e ballerine> piuttosto che ridimensionare gli sprechi, le pubbliche elargizioni, il sistema per appartenenze, la burocrazia corrotta e arrogante, la bassa qualità generale del sistema Italia.

De Mita, con il suo fumoso e inconsistente progetto di rinnovamento della Dc, tentò qualcosa ma in breve tempo fu vinto. Come fece Fanfani, per la seconda ricostruzione, fu scelta la solita strada del minimo sforzo e del massimo consenso. Fino all'ultima apoteosi del Caf, canto del cigno, gran finale pirotecnico della degradazione della cosa pubblica italiana che salutò, con le sue tangenti miliardiarie, il contemporaneo crollo del muro di Berlino e della Falce e Martello moscovita.

Gran finale con un congresso Dc che decise in un camper l'ultima spensierata tornata di indebitamento a oltranza, mentre Cirino Pomicino si proponeva una Neonapoli cementata da 5 milioni di metri cubi di vani, terreno d'azione per lui e i suoi clan. Mentre Pillitteri e la sua corte si lavoravano Milano e De Lorenzo l'intero sistema farmaceutico-sanitario.

Craxi e De Michelis (gli altri sono comprimari) hanno però avuto, per piccolissimi tratti e bagliori, una particolarità: agivano platealmente. Avevano introiettato, evidentemente, una sorta di Veronica modificata: più esplicita sul lato oscuro, più scoperta e arrogante ma, anche se su valori negativi, più integra.

De Michelis proviene da una famiglia veneta protestante, fortemente religiosa, nota per l'integrità dei suoi antenati e pater-familias. Lui stesso é uomo intellettualmente lineare, profondamente convinto della sua intelligenza (notevole, da statista). De Michelis non é uomo da doppia morale. E, come Bettino (che ha perfino un fratello buddista praticante, la religione forse con sistema di valori più integro mai apparsa al mondo) dalla costante osservazione, e partecipazione, nella vita politica italiana trassero alimento per produrre un sistema di valori, una qualità dinamica, per dirla con Pirsig, che ritenevano in termini pratici superiore alla Veronica, alla doppia morale, catto-democristiana.

Il sistema di valori craxiano dell'assoluta aderenza alla costituzione materiale, dell'azione libera e spregiudicata nel network del potere, della costruzione per questa via di una forza politica superiore, dimensionalmente e per qualità di progetto-paese, alla Dc e al Pci. Capace alla fine di guidare il paese verso una democrazia compiuta ma autoritaria, (Grande Riforma) in cui questo gruppo dirigente avrebbe rinnovato l'Italia, fino a farla divenire una grande potenza capace di autonomia in politica estera, di impatto economico e finanziario, di egemonia sul Mediterraneo e persino sull'Europa.

Assioma di partenza, ancora una volta, che la strada "francescana" della trasparenza, della verità fosse del tutto impraticabile. Una strada tentata e fermatasi subito sotto i piedi di Parri, Dossetti, Lombardi, La Malfa (Ugo). Una strada fallimentare, da poveretti. Buona per gente come Pintacuda, Orlando o Dalla Chiesa, eterni minoritari, eterni perdenti.

La strada craxiana del potere invece, poteva essere affrontata solo con una sorta di veronica potenziata, ancora meno vincolata dalla tortuosità cattolica con cui si aggira la frattura verticale dei valori, dai ripensamenti, dai tormenti, dai feroci mal di testa del divo Giulio. Il Psi come macchina di potere, di immagine, di comunicazione e di azione organizzata nel network. Un partito coeso, senza correnti, bolscevico, con un gruppo dirigente piccolo e immerso nel segreto. E un ripetitore televisivo con la forza nascente, lo spirito imprenditoriale animale di Silvio Berlusconi, capace di dare al popolo quel che il popolo vuole. E tra un culo di Drive In e una telenovela lui, Craxi, con la sua aria da Kohl o da Bismarck italiano>.

Nel 1990 il muro di Berlino era crollato e anche la Renault rossa pareva sparita nella rimozione collettiva. Gli italiani percepirono immediatamente la nuova qualità del momento: nell'autunno del 1992 il Kremlino ammainò la bandiera rossa. Poche settimane dopo partiva l'inchiesta su Mario Chiesa. Ad aprile la Lega era egemone in Lombardia. Un anno dopo, però, il maggior professionista italiano della manipolazione di massa, il Cavalier Silvio Berlusconi, era al potere. Il 20-30% degli italiani é evidentemente quantomai affezionato alla sua cara veronica, ambiente etico instabile che consente ampi movimenti sotterranei. E ha deciso di affidare il potere al maggiore operatore professionale del paese in questo campo; Forza Italia é la nuova veronica dall'immagine efficiente, patinata, plastificata, suadente, auto-affermativa e auto-legittimata. Sulla sua scia ha innanzitutto attratto i <mediterranei> (leggi Alleanza Nazionale) e soprattutto diviso il campo realmente avversario, separando i celti (i liberi imprenditori leghisti) dal popolo dei francescani (sinistra) da sempre sottomesso, colpevole di quell'atto di non-contrasto che consentì a Francesco di sopravvivere circa seicento anni fa. (E Togliatti, nella sua saggezza geopolitica, non fece poi molto diversamente a Salerno).

C'é però una debolezza di fondo nella veronica di Berlusconi. Non poggia più sulle granitiche fondamenta dell'anticomunismo imperiale, come fu quella della Dc di Andreotti. Potrebbe rivelarsi vera ancora una volta la frase di Marx: la storia si ripete solo come farsa. Già Bettino tentò di rieditare la veronica in chiave pragmatica e non imperiale. E abbiamo visto come é andata a finire. Sarà la buona volta che riconosceremo davvero questo spettro che si agita dentro il nostro codice genetico di italiani e inizieremo a superarlo? Se sì, forse, ricorderemo Craxi e Berlusconi come inconsapevoli, ma grandi, facitori di storia di questo Paese>.

3.10. La veronica rossa: la faccia oscura della sinistra

3.10. La veronica rossa: la faccia oscura della sinistra

<Amici miei - disse Emilio - Mettiamo un pò di equilibrio in questa notte folle. Non sono certo un esperto di vita conventuale, di cooptazioni, di corridoi, di silenzi. Ma un po' come tutti gli italiani queste ricorrenze comportamentali me le porto nel mio codice genetico. Un mio antenato era persino Priore.

Un fatto poco indagato ha sempre mosso la mia curiosità , dagli infausti tempi di "Servire il Popolo", in tema di mondo comunista. L'accenno alla educazione di Josif Vissarioniovic Jugaschvili, altrimenti detto Ferreo (Stalin) dentro il seminario di un grande convento ortodosso (a Tiblisi, la capitale della Georgia), ad opera di frati e sacerdoti da secoli viventi nell'universo chiuso, e auto-referenziale, del monastero.

Carlo Marx, il pensatore; Lenin, il catalizzatore-rivoluzionario, il motore del mutamento; Stalin, l'organizzatore-edificatore. L'oleografia della chiesa rossa per decenni ci ha presentato questa Trinità, non priva di un suo fondo reale.

Marx, però, ha lasciato nell'immaginario comunista italiano solo qualche libro e qualche idea di non facile digeribilità; Lenin le suggestioni dei Soviet, breve fase di illusione di un auto-governo popolare-proletario, rigenerazione in una Europa del primo dopoguerra scossa dalla maggiore crisi psichica collettiva che la storia ricordi (del resto ben comprensibile dopo il massacro di dieci milioni di giovani maschi, in prevalenza piccolo-borghesi, operai e contadini agli ordini di imbellettati generali aristocratici).

Lenin, Trotzkyi, Tugachewskij sono nomi che evocano soltanto una bella e gloriosa parentesi. Posta tra la vigliaccheria dei socialdemocratici della Seconda Internazionale (con la loro colpa storica, soprattutto tedesca e austriaca -ma anche francese, inglese e italiana- di non aver voluto opporsi seriamente in tutta Europa alla guerra <dei Signori>) e la restaurazione asiatica di Stalin. In quei tre nomi, per l'intera parte centrale del Novecento europeo, sta una <speranza violenta> che si mescolava, in un cocktail terribile (Molotov?), da lì a pochi anni con la silenziosa tirannide di Stalin. Un misto sinergico di speranza e sottomissione, di ribaltamento e potere millenario, di <fare come in Russia> che non poteva non affascinare gli italiani subalterni del nord e soprattutto del centro, con il loro Dna culturale zeppo di ergastoli nel lavoro dei campi e delle fabbriche, di croci, chiese, sai, tonache ma anche di campane a stormo, di picche e falci, di sagrati tumultuanti. E poi, il ritorno all'ergastolo del lavoro subalterno sotto padrone o agrario.

Nel silenzio, nel buio e nel chiuso di quel monastero ortodosso centrale della Georgia Josif Vissarionovic si impregnò di un codice millenario di valori ecclesiastici rurali georgiani, russi e asiatici. Profondo e particolare il mondo auto-referenziale del convento ortodosso. Poi la sua Urss ne sarà la proiezione: un solo, enorme convento rosso centralizzato e dedito, con disciplina terribile, alla auto-purificazione, al <socialismo in un solo paese>, alla potenza della Madre-Patria Russia (la Madre Terra, la Natura, l'eterna e tremenda divinità del coltivatore).

La Veronica rossa nasce in quel convento ortodosso. Un altro dei grandi <buchi neri> della vicenda europea mai indagati. Un luogo santo, il convento, per le decine di migliaia di famiglie contadine circostanti. Ospedale, parlamento, tribunale, banca, culto, conforto, cultura, tecniche agricole, promozione sociale. L'intera vita mentale e sociale contadina concentrata , custodita e dispensata da monaci austeri, silenziosi, autoritari e paterni. Da un sistema di potere sulle coscienze assolutamente centralizzato, gerarchico, inamovibile, basato sulla scelta del nuovo monaco per cooptazione, sulla gerontocrazia, sulla ideologia (la fede contadina in forma di mito naturale esplicabile e memorizzabile dalle masse di braccianti analfabeti).

Il monaco rurale del feudalesimo é un contadino di contadini. Invece di coltivare piante e animali, assicurando il ciclo eterno della riproduzione, coltiva il territorio umano. Semina, Concima, alleva, raccoglie, pota, cura, ripara, abbellisce, armonizza secondo la Tradizione. Gli ordini circestensi-templari, aperti, combattivi e comunicativi, produssero la rivoluzione civile, la fioritura del 1100-1200. I Domenicani la sanguinosa <potatura> europea dagli eretici. I Francescani la riparazione dello spirito comunitario cristiano. I gesuiti, nati in Spagna da un erede culturale dei Templari, la nuova "messa a cultura" delle terre coloniali, dalla Cina all'America Latina.

Ordini di monaci-soldati, grandi progetti politici dell'Occidente cristiano. Il monastero di Stalin, Tiblisi, fermo nelle sue radici millenarie dentro la terra, é invece apparato centralmente statico, sistema di valori totalizzante di servizio e di potere. Luogo in cui il giovane Josif, robusto e intelligente, passa i primi gradi della cooptazione; diviene, come seminarista, candidato al ruolo di sacerdote; quindi partecipe delle iniziazioni, dei segreti, della gerarchia silenziosa dei contadini di uomini. Gli insegnano la relatività dell'ideologia, il mito religioso, il potere del convento, la scelta degli uomini, le pene da subire e adottare per manterere integra la terra, e sopra tutto, sopra anche la religione, il valore fondamentale. L'eterna autoperpetuazione del monastero. Come le stagioni, la vita, la Natura, la Madre. Così fiorente per la verde Georgia.

Tutto pronto per l'ordinazione di Josif. Poi la fuga. L`adesione ai gruppi rivoluzionari armati, le rapine, i complotti, l'insurrezione. L'arrivo a Mosca da potente capo bolscevico. Che, dopo il monastero, ha imparato la politica, il potere, la guerra civile, l'uso della morte.

Il monaco conventuale rurale detesta, sopra ogni cosa, chi destabilizza il <suo> territorio, interviene sulle coscienze dei <suoi> contadini, del <suo> gregge. Rompe o strappa le radici. I Fra Dolcino, i monaci vaganti, gli Spirituali, i Livellatori, i Turchi maomettani, gli invasori russi e cosacchi, i bolscevichi delle metropoli occidentalizzate, gli intellettuali ebrei, gli oppositori, i contadini abbastanza ricchi da leggere in proprio i libri, il contropotere borghese. Questi vanno potati, sono concime. Poi la Madre rifiorirà, a primavera, sui rami tronchi.

Stalin, monaco supremo del grande Convento Rosso, purifica il <suo territorio>. All'appuntamento con il nuovo Gran Maestro Teutone, risorto dall'abisso in forma di Adolf Hitler, si presenta nel 1939 con un campo quasi completamente ripulito dalle erbacce. Una potatura così forte, per l'Armata Rossa, che quasi la decapita di fronte ai Panzer. Il Gulag é il suo inferno di ghiaccio. E Stalin comanda la guerra esattamente secondo la logica profonda del contadino dei contadini. Pur avendo a disposizione un esercito altamente meccanizzato (anche di più di quello tedesco, grazie al piano quinquennale) impone ondate e ondate frontali di corpi umani contro acciaio. Oltre dieci milioni di morti tra i fanti sovietici, il sestuplo dei corrispondenti tedeschi; quasi mai un attacco concentrato di macchine (carri, artiglierie, razzi e aerei non mancavano) in nessuna blitzkrieg sovietica (peraltro tecnicamente più che possibile) come il trentenne operaio e cavaliere bolscevico, il grande cosacco Tugachewskij, proponeva già negli anni Trenta, prima di essere <purificato>.

Il convento rosso non può che mandare all'attacco i suoi contadini, anche se armati di T-34, Kathyiusce, Tupolev. Qui il segreto di una disparità di perdite, tra sovietici e tedeschi che tuttora resta un punto irrisolto tra gli storici militari della Seconda Guerra mondiale. Ma che rivela il codice segreto russo, che non sta nel Mausoleo di Lenin ma nei silenzi di Tiblisi. E negli immensi campi fioriti della steppa in Primavera.

La festa dell'Unità a Bologna. Quanta temperanza e gioia i Francescani rossi italiani hanno immesso nel grande film di Stalin, purtoppo mai girato da Esenstein! Quante salsicce e salamelle al posto di colpi battuti alla porta a mezzanotte! Quanti Ivan che oggi organizzano club sportivi! Quante cene romane intorno al Bottegone insieme a democristiani e socialisti per mediare quella legge, per il finanziamento a Bologna o Firenze! Togliatti, l'operaio torinese del dopolavoro Ordine Nuovo, delle Case del Popolo; l'ascoltatore del liberale Gobetti e di quel nano visionario e gentile, Antonio Gramsci; l'amico dell'intellettuale Bucharin, del mercato dentro il socialismo bolscevico, zittito e rieducato, da vent'anni di continua paura, dentro le stanze dell'Hotel Lux di Mosca. Il convento Rosso internazionale. Al minimo segnale del <Genio> liste di nomi, discorsi rivoltati come guanti, informazioni riservate sui <compagni>, i candidati alla potatura.

L'orologio di Togliatti. Un cipollone spagnolo, racconta Montanelli, cavato di tasca a un anarchico appena fucilato dai rossi sul campo, e graziosamente donato dal capo del Plotone di Esecuzione all'Importante Dirigente Italiano del Komintern. Togliatti se lo teneva sul comodino, piccola concrezione dei valori sanguinosi del Convento Rosso. E ricordo permanente, forse, di quello che invece non doveva avvenire in Italia. In Italia sarà diverso, scommise con se stesso a Mosca. Con un proiettile in testa, lui, li fermò da un letto di ospedale. E i Garibadini, mugugnando, tornarono a casa, alle benedette salamelle di Bologna. Dimenticarono l'attentato a Togliatti, la miccia che spense.

Togliatti il Migliore. E, conti alla mano, oggi possiamo dire che davvero lo fu. Il suo convento, temperato e corretto dal suo equilibrio di operaio piemontese, regge ancora alle temperie del mondo, in un deserto rosso di macerie. Peccato che Togliatti sia stato un comunista, un ergastolano dell'esclusione dal potere in Occidente. Avrebbe, con la sua statura, creato un'Italia di certo migliore da quella dei Fanfani e dei Nenni. E successori.

Il convento rosso di Roma. In puro stile vaticano. Poco o nulla violento (almeno materialmente) ma sancta sanctorum del culto del <Partito>. Pieno di giovani brillanti, di troppi intellettuali di qualità. Scelti con cura, da un gruppo alto di monaci, provati nella clandestinità, nella paura moscovita, nella guerra civile contro fascisti e nazisti. Il mondo diviso in <dentro> e <fuori>. L'impero economico delle cooperative, del popolo rosso al lavoro intorno al convento. Gli uomini attentamente valutati e soppesati, all'uopo cooptati tra gli applausi automatici, le mediazioni, le invisibili cordate, il millimetrico avvicinamento (per non spaventare Mosca) al riformismo socialista, alla programmazione olivettiana, la guerra cartacea, da destra, con i cinesi radicali di Mao-Tse-Tung, la messa al vento, passo dopo passo, dopo la rivolta ungherese, l'ipocrito rinnego di Stalin da parte di Cruscev, la triste visione dei carri rossi a Praga nel 1968, la spallata di Solidarnosch, il tentativo di Gorbacev, il crollo del muro e del convento troppo invecchiato, corrotto e rigido di Mosca.

E soprattutto, inciso sul Bottegone, l'assioma centrale: prima il convento (pardon, il Partito) e poi l'Italia. Niente avventure, mai una sinistra davvero al Governo. Mai il ricambio possibile. Siamo nell'impero americano. Facciamo pressione, mediamo, cogestiamo ma innanzitutto esistiamo e controlliamo il gregge. Conservazione innanzitutto, compagni. Chi se ne frega della democrazia.

Nel 1968 il convento rosso fu spaventato dalla rivolta, troppo improvvisa e radicale, dei giovani studenti. Un po' di Fra Dolcino dentro il gregge, anche a Praga e Varsavia. Prontamente assimilati. Salvo gli eretici del Manifesto, monaci modernisti cacciati dal convento. Nel 1973 Berlinguer si rifiutò di violare l'equilibrio imperiale, dopo la punizione americana di Salvador Allende. Ovvio. Chiese il compromesso storico. Nel 1978 la Renault Rossa. Molto meno ovvio. Il convento tornava a chiudersi ma, a poco a poco, sempre meno sacrale. Craxi, con la sua Veronica socialista, preparava un destino di marginalità comunista, alla francese. Ma il convento tenne, arretrando di poco. Alla frutta, in realtà, erano socialisti e democristiani.

Poi, nel 1992, l'inaspettato crollo del muro italiano. Già da due anni Occhetto, il vecchio sessantottino, agitava il pastorale della <Cosa>. Muoviamoci, arriva Di Pietro. La rietichettatura del convento come Pds, la grande paura di fronte a Greganti, dalla bocca bolscevicamente serrata. La Veronica rossa, la figlia di Tiblisi, era apparentemente salva. Sull'altare il nuovo, razionale e giovane chierico Massimo D'alema, simpatico come un'aspirapolvere, il convento aciaccato ma ancora vivo, unico esemplare occidentale al mondo ancora esistente di una razza in via di rapida estinzione (apparente).

Occhetto, il vecchio castrista intristito, fuori dal Bottegone. Distrutto dal lavorio di D'Alema alle spalle e, in faccia, dalle parolacce chiare di Bossi e dal fascino sensuale di Berlusconi. Occhetto senza qualità. Nessun comunista, fin da Lenin, ha mai pensato alla qualità. Nel grande convento rosso solo reti elettriche e Soviet, numeri quantitativi e controllo del gregge. La qualità, a Tiblisi, del resto la fa la natura, la Madre eterna. E' lei la qualità, sempre uguale>.

<Occhetto fu senza qualità, purtroppo. Tutto qui>. <E me ne dispiace> aggiunse Beppe, non contraddetto da nessuno..

3.11. Il grande condensatore e la rivolta dei Radicali

3.11. Il grande condensatore e la rivolta dei Radicali

<Volete una piccola prova del nove - continuò Emilio - Negli anni 70 si imbavagliavano davanti alle telecamere della Rai. Il loro capo era famoso per i cappuccini, e i connessi scioperi della fame. Sì, proprio loro, quei matti dei radicali a cui mi abbeverai, come acqua di fonte, dopo l'orgia di marxismo-leninismo. La dimostrazione vivente della prima rivolta, vincente, contro il sistema della doppia veronica; quella andreottiana, anticomunista e antisessantottina e quella rossa, ipocrita, sempre allineata al vento, ma sempre pronta al compromesso con il network occulto, e i suoi rappresentanti politici, allora all'opera.

I radicali furono i primi a rifiutare questo grande "condensatore", bianco e rosso, che polarizzava la società italiana irrigidendola progressivamente. Ma non riuscirono mai, forse per incapacità costituzionale del loro prorompente e inamovibile leader, a far vivere un autentico progetto politico alternativo. Mai Pannella ha perso tempo a occuparsi di economia, di mercati, di istituzioni, di politiche sindacali e del lavoro. Ma forse, se lo avessero fatto, con la loro carica di rottura libertaria (che allora avevano) i radicali forse avrebbero fatto capire agli italiani quanto era divenuta strutturalmente (e non solo nei diritti civili) angusta, piena di appartenenze raggelanti, burocratica e gretta la loro penisola. E quanto dei movimenti che allora sconvolgevano le città (i consigli di Fabbrica, gli studenti, gli extra-parlamentari, infine gli autonomi) erano in realtà il frutto di generazioni che non vedevano futuro, salvo la cooptazione in questo miserabile coacervo di piccole e grandi mafie. Di bande in perpetua lotta tra di loro, senza regole e troppi scrupoli.

Troppo intellettuali, troppo borghesi, troppo romani e snob i radicali. Oggi, ma é troppo tardi, iniziano a parlare il linguaggio vero dell'Italia. E pochi ascoltano la troppo seria Radio radicale. La loro bandiera, dieci anni dopo, é stata raccolta (maluccio, per ora) dai Brambilla lombardi della Lega.

Eppure voglio ancora dare chances ai radicali italiani. Al di là del loro apparente tradimento (mettendosi con la destra) non sono imbroglioni: vogliono davvero un'Italia più aperta e civile. E tra i pochissimi, in questo paese, fanno ricerca e sviluppo in politica, amano l'innovazione (basti il caso di Agorà di Cicciomessere, la prima rete telematica civica italiana), hanno avuto tra loro uomini come Libero Grassi, hanno creato un movimento, il partito radicale transnazionale, che nei paesi dell'Est ha preso piede nelle elite, e esportato un pezzo non indifferente di etica umana, di qualità italiana. Per questo stimo i radicali. Temo però che non sapranno controllare i "vincoli" di Berlusconi. E su questo rischiano di perdere la faccia. E la bandiera della libertà dal grande condensatore partitico. Ma si aspetta ancora chi davvero la porterà a Palazzo Chigi. Forse da Varese. Forse dal Campidoglio. O forse mai più>.

3.12. I due conventi

3.12. I due conventi

<Vero - Antonio sembrava provato, con occhiaie piuttosto scure - L'Italia ha una particolarità che la differenzia da ogni altro paese occidentale. L'esistenza di due grandi organizzazioni ideologico-politiche estese dalla cura delle anime, l'indirizzo e il controllo dei cervelli, alla sfera produttiva, del lavoro, dell'erogazione dei servizi e persino della pubblica amministrazione. Mi riferisco ai due <conventi> nati sulle facce opposte del grande condensatore sociale (in cui le due polarità, alimentate da un corrente, si caricano simmetricamente di energia di segno opposto data l'esistenza di un diaframma isolante che non permette lo scambio tra le polarità). Il condensatore in Italia è nato dai quarant'anni di democrazia bloccata, tra un grande convento rosso (con i suoi valori totalitari di Tiblisi), un veto imperiale all'accesso al potere del primo (il diaframma isolante, chiamiamolo Gladio e quant'altro), il secondo polo, quel <convento bianco> che si è andato via via formando, quasi secondo una legge fisica esatta, su un impianto di valori contadino-cristiani abbastanza simili a quelli del convento rosso di Togliatti, una Tiblisi senza le sanguinose potature del suo supremo prelato moscovita.

Coop, cooperative rosse e Compagnia delle Opere di Comunione e Liberazione si assomigliano, in senso morfologico, in modo impressionante. In Italia, ancor oggi, si può praticamente vivere una intera esistenza tutta in chiave "rossa" o "bianca". Acquistare, <in appartenenza>, prodotti e servizi, lavorare, andare in pensione, partecipare a feste, riti, leggere giornali, ascoltare radio e vedere tv. I due conventi, anche se apparentemente poco visibili (perchè dispersi sul territorio e mimetizzati nel mare del mercato e della società complessa) esistono e sono ben vivi. Le cooperative rosse occupano oltre 200mila addetti (e danno reddito ad altrettante famiglie); la compagnia delle Opere conta oltre 6mila imprese, di ogni tipo, ed é egemone nell'area un tempo riservata alle imprese e alle proprietà ecclesiastiche. E altre strutture, come le cooperative bianche democristiane, anche se in netto declino, continuano a esistere. In modo subordinato.

L'esistenza di questo radicamento strutturale e totalizzante della politica in Italia spiega molto del paese. I due conventi sono i poli di trasmissione principale di valori forti di appartenenza che possiamo riscontrare anche nelle organizzazioni clandestine del network occulto-criminale. Ovviamente, nè i cattolici di Cl nè gli uomini del Pds ricorrono alle illegalità e ai reati di sangue per far crescere i propri rispettivi sottosistemi. Ma all'appartenenza sì. I favori alle cooperative rosse in termini di scambi con l'Est e di appalti pubblici nelle amministrazioni rosse; l'esatto inverso nei comuni bianchi (fino agli affari tra gli andreottiani Sbardella e Ciarrapico con la Compagnia delle Opere) e persino i legami privilegiati con la Polonia cattolica degli imprenditori nati intorno a Solidarnosch. Sono tutti filoni di un comportamento sistemico e di valori, questo dei due conventi, che ha condizionato e plasmato un bel pezzo della cultura del paese, della sua classe politica e intellettuale. Trasformando la veronica anticomunista (l'indicibile segreto del controllo sociale Dc) in qualcosa di più profondo. Una veronica del lavoro, della produzione, della vita intera per milioni di italiani. L'appartenenza protettiva, il grande scambio (sii mio, nel convento, e ti darò tutto) opposto alla trasparenza, alla mobilità, a libero gioco delle forze sul mercato aperto dell'autentica democrazia, politica, economica e sociale>.

3.13. Bernabei, Sordi e Mike....

3.13. Bernabei, Sordi e Mike....

Lettera di Antonio, settembre 1994. <Caro Beppe. Mi hai chiesto le pagine sulla Tv. I scrivo invece questa.

Anche se ti sembrerà strano non mi associo immediatamente ai luoghi comuni correnti in tema di impatto della televisione sui valori degli italiani. La tv italiana nasce a Torino da un gruppo di tecnici altamente qualificato (come in tutti gli altri paesi industriali). E il nuovo media si impone, fin dall'inizio, come uno specchio e un ripetitore di massa, un diffusore penetrante di messaggi dall'alto verso il basso.

La Tv, con il suo potere di iterazione continua, con la sua cattura dell'immaginario, con la sua quotidianità insinuante e inavvertibile mostra, fin dai travolgenti anni 50, una capacità di impatto sull'immaginario collettivo senza precedenti. La Tv degli anni 50 e 60, in Italia, é lo specchio del suo potere, del suo progetto politico e di valori, e della sua elite cattolico-liberale.

La qualità intrinseca della televisione pubblica italiana é sempre stata alta. Prova ne é che uno dei più attrattivi premi internazionali in tema di contentuto televisivo avanzato é italiano. E mi piace questa attenta rivisitazione compiuta da Walter Weltroni sui <programmi che hanno cambiato l'Italia>. La Tv di Bernabei, al di là di un telegiornale ferreamente controllato, a volte ridicolmente fanfaniano, pieno di inaugurazioni e prime pietre, é molto spesso fresca, innovativa, ironica. Sempre superficiale e perbenista: Dario Fo, quando tenta qualche presa in giro del potere, viene subito cacciato. Ma la sua veronica é moderata. Non c'é anticomunismo violento, né controproducente propaganda. Persino la pubblicità, chiusa dentro "Carosello", é terreno di piccole opere d'arte, che permarranno nell'immaginario collettivo.

Alberto Sordi é l'uomo che, per tutta la vita, gioca con gusto con il velo della Veronica. In modo leggero all'inizio e poi via via più forte, fino a quel <Borghese piccolo piccolo> degli anni 80 che resta a suggello perfetto della grande involuzione. Dall'ingenuità dell'Americano a Roma fino al baciapile papalino, fino alla truce grettezza del borghese piccolo piccolo. Sordi mostra sempre una Roma che vuol essere altro da sé, che si imbeve progressivamente del veleno di un potere senza ricambio. Forse <l'intervista impossibile> di Andreotti é contenuta nei personaggi-metafora di Sordi.

Non c'é, nella televisione di stato, una eccessiva tensione verso la diffusione di valori capitalistici, di successo, selezione della specie, emergenza. La cultura democristiana é pubblica, a fondo contadino e il corpo della Rai la riflette appieno. Non si mette in discussione mai il sistema imperiale, certo. Ma un certo spazio culturale al francescanesimo comunista, una certa antipatia per il capitalismo e per la modernità é avvertibile. L'americanizzazione viene tenuta sotto controllo da una massiccia produzione di software interno, italiano e sociale. Il professor Cutolo, Manzi di "non é mai troppo tardi", Padre Mariano sono i miti maestri della classe Italia. Mike Bongiorno il leader assoluto, il primo simbolo di modernità, efficienza, americanizzazione moderata. Mario Riva il paterno romano, auto-ironico e irridente.

Provo ancora profonda simpatia per quella tv, che ancora informa uno <stile Rai> di misura, ricerca di qualità e di comunicazione evidente. La Rai, infatti, vive la crisi politica degli anni 70 con profondo disagio. Non può parlarne mentre altri, sulla carta stampata dell'Espresso e poi di Repubblica, iniziano a mostrare il velo. La tv può solo trovare in Arbore l'interprete della componente più gioiosa, e inoffensiva, della rivolta. I suoi telegiornali, burocratici, si limitano all'informazione secca. Mentre altri programmi, come Tg-7, sono anche capaci di esplorare la nuova domanda.

Dal 1969 in vanti, però, il controllo politico si fa via via più stringente. E la Rai comincia ad avvizzire, a ripetere meccanicamente se stessa. Opera di complemento allo sviluppo della veronica politica, e poi sociale-strutturale, che proviene dall'alto e discende nel paese. Di complemento, pressoché forzato, ma non di promozione diretta del sistema di valori. La Rai resta nel suo imprinting originario: servizio pubblico tecnico-piemontese, Padre Mariano, Manzi, Mario Riva. Attenzione e calibratura dei valori che si diffondono. Coscienza del loro impatto sociale. Poi una lottizzazione tra le forze politiche che, in qualche misura, garantisce l'aderenza al sistema politico. A quel poco di democrazia che l'Italia é riuscita a crearsi.

E' la tv commerciale l'animale impazzito. Per sua logica strutturale intrinseca, rivolta al massimo profitto, spara a raffica di tutto. Bassa qualità, software americano a basso costo maltradotto e canalizzato subito, film scaratati dalla Rai perché troppo violenti o gratuiti, entertainment con dosi di sesso, comicità scollacciata e senza auto-ironia. E soprattutto pubblicità sempre più plastificata, rampante, nevroticamente desiderante, serializzata su una nozione di normalità consumistica di ceto medio che, in Italia, contribuisce potentemente a creare quella generazione popolare piena di anomia e violenza descritta per prima da Pier Paolo Pasolini, che infine verrà ucciso da questo mostro.

La veronica, la doppia morale e la doppia verità, la marcia inarrestabile delle appartenenze protettive si saldano negli anni 80 con questa potente infusione di <valori dinamici> (definizione asettica) di tipo capitalistico-emergente. Il risultato é da un lato la risorgenza imprenditoriale diffusa, egoistica e auto-protettiva, crudele e produttiva, animale e efficiente. Dall'altro lato la crisi mediterranea, lo scontro tra l'illusione paternalistico-dc del lavoro garantito, del sussidio facile, e dall'altro della scorciatoia nera, nel network criminale>.

3.14. L'Italia degli spintoni;'

3.14. L'Italia degli spintoni

Diario di Beppe sul Philos (che continua a registrare).Una fila sotto il sole. Caldo, afa. Le commesse tirate corrono di qua e di là della cassa. Una piccola folla. La donnetta si infila. Tira fuori i soldi e si insinua, silenziosa. Passa avanti nella fila. E' il litigio, inevitabile.

Nel negozio la commessa é preoccupata. Il principale da mesi é isterico. Le colleghe dicono che si é messo in un brutto guaio. Usura. Gente strana che entra, prende e non paga. Che passa nell'ufficio di sopra senza nemmeno salutare. E l'ultima volta hanno sbattuto la porta. Il principale era dentro, bianco come uno straccio.

<Affrontiamo questo tema - disse Beppe - molti oggi temono il Far West. Ovvero l'Italia che evolve verso una configurazione particolare, quarta tappa del processo partito nel dopoguerra. L'Italia industriale, relativamente ricca e ad imprenditorialità diffusa nata negli anni 50 e 60; l'Italia de-sacralizzata, con i suoi circuiti occulti, di potere e criminali, consolidatasi lungo la seconda guerra civile degli anni 70; l'Italia degli spintoni, della maleducazione, delle regole grandi e piccole sistematicamente violate, dei telefonini, degli emergenti, dei faccendieri, dei portaborse trionfante negli anni 80; e ora? L'Italia di quel network illegale che controlla il 22% delle imprese edili e il 19% di quelle commerciali, il 24% dei grossi centri di smistamento agricolo, il 14% degli ipermercati, il 50% delle finanziarie. Che sfrutta commercianti e piccole e medie imprese, si appoggia ai servizi della finanza italiana e internazionale, controlla voti, esporta, crea persino posti di lavoro. Che produce suicidi di schiavi disperati.

Questo il possibile Far West. Il "Miracolo Italiano" che si annuncia. Attenti: dove la finanza, i capitali, le opportunità di mercato potrebbero essere oggetto di regole e meccanismi di scambio non diversi da come oggi si acquista una dose di eroina, un pacco di biglietti da centomila a usura, una scommessa clandestina. Ovvero il biglietto di ingresso, e spesso senza ritorno, nell'obbedienza assoluta al network, pena il non poter più lavorare, i <fastidi>, il ricatto della galera, l'avvertimento, la bomba.

Nord, Centro, Sud. Tutta l'Italia vive oggi sul crinale di questo bivio. Da un lato la scivolata in discesa, semplice e naturale, verso il Far West. Dall'altro le mani di tanti, strette a tanti altri, che tirano nella direzione opposta. Che non vogliono nessun miracolo facile ma soprattutto sottrarsi agli spintoni, agli usurai, ai camorristi di ogni genere. E ricostruire sulla base nuova della qualità.

L'Italia del Far West, l'Italia degli spintoni, nasce dalla sistematica violazione delle regole propria del grande condensatore (l'effetto di insegnamento sul ceto medio della costituzione materiale insista nella veronica) incuneatasi nella crisi del ceto medio italiano. Gli anni 70 lo vedono stretto tra una rivolta sociale al neocapitalismo e l'emergenza dei grandi conventi. La risposta è il "cespuglio" di De Rita, la propria impresa (o negozio) avanti a tutto. Avanti allo stato (che appariva in dissoluzione), avanti all'incertezza, avanti al nero futuro. Lavorare, risparmiare, pagare il meno tasse possibile, mettere nel materasso.

Da allora l'Italia degli spintoni è andata avanti. A poco a poco scindendosi in due anime: l'imprenditoria leghista che ha preso progressivamente coscienza del peso della veronica, dell'ingessamento progressivo del sistema Italia. E il ceto medio terziario cresciuto anche sulle prebende e sussidi, molto più statico, interessato innanzitutto al mantenimento delle posizioni raggiunte. Del grande materasso pieno di Bot (e altro). E questo secondo gruppo (il ceto medio di Forza Italia) tollera veroniche, appartenenze, persino mafie pur di salvare il materasso. Ma potrebbe muoversi, e in massa, di fronte a ciò che veramente gli sta a cuore: un credibile progetto di sviluppo e benessere del paese. Capace di salvare il materasso e di dare opportunità ai propri figli. L'Italia degli spintoni siamo, in realtà, un po' tutti noi, nel bene e nel male, vissuti e cresciuti sotto il velo della Veronica>.

3.15. L'Italia dei parenti;'

3.15. L'Italia dei parenti

Emilio, incredibile, si era messo a scrivere nel cuore della notte, alla luce delle lampadine della terrazza. Per lui scrivere, abituato ai pennelli o al coltello da cuoio, era quasi follia. Non aveva le mani, i pollici troppo grossi. Eppure scriveva e leggeva <Comici e spaventati guerrieri, si intitola un piacevole romanzo di Stefano Benni. Comici forse, gli italiani di oggi, di sicuro spaventati. Uno spavento che dura dal dopoguerra, dai tempi del pericolo rosso e della sua diga democristiana. Poi, negli anni settanta (dopo un breve periodo di parziale rilassamento) ancora pesanti dosi di paura e protagonisti i "nuovi rossi", gli extraparlamentari, i brigatisti, le bombe, la crisi da conflitto. I materassi cominciano a gonfiarsi, e così ritorna in auge, sul suo trono millenario, la Grande Madre italiana: la famiglia.

Mater mediterranea, la famiglia. Luogo di protezione, di produzione congiunta di reddito e ricchezza, spesso di impresa. Luogo di gestione dei rapporti sociali, di trasmissione delle conoscenze e dei valori. Luogo di follia, di dinamiche di gruppo, di torture psicologiche e silenziosa crudeltà mentali. La famiglia italiana è stata però di più negli anni 70 e 80: la principale difesa della sua gente contro la paura, per quella tensione alla sicurezza che oggi minaccia di soffocarci.

A furia di evocarli gli spettri si materializzano. E la paura italiana ha oggi finalmente trovato nel gigantesco debito pubblico il suo convitato di pietra, la bancarotta vertiginosa dei risparmi degli italiani. Il grande rogo dei materassi. L'incubo italico degli anni 90.

Comici, questi spaventati guerrieri. Alla rincorsa affannosa di protezioni familiari anche al Nord. Nella ricca e celitica Milano i più familisti sono i giovani di antica e buona famiglia lombarda. Gli altri, gli immigrati da Napoli, Lecce o Palermo hanno dovuto spesso vedersela da soli, tirare fuori unghie e qualità personali, combattere a viso aperto sul mercato dei commerci e delle professioni. E quando uno di loro, per caso o sospintovi dalla vita, si avventura all'estero, dentro le gerarchie multinazionali, il trauma della perdita della Mater viene sovente ripagato, e bene, dalla forte e millenaria riserva di qualità che si portano appresso. Lo vedo bene nell'informatica, dove i manager italiani non si contano nei piani alti delle multinazionali. E a buon diritto: sono meno rozzi della media e allevati alla scuola di un paese ipercomplesso, psicologicamente instabile, creativo. Ovvio che per loro sia molto più facile gestire con stile anche macroproblemi, quali possono essere una Ibm europea, una Digital quasi al fallimento, la creazione ex novo di una AT&T nel vecchio continente.

La struttura sociale italiana, così come si è sedimentata negli ultimi 25 anni, ha consentito al paese di crescere nella crisi prolungata. Oggi, però, è divenuta il principale, e formidabile, ostacolo al suo ulteriore sviluppo. La Mater mediterranea è accogliente, comoda, sicura e protettrice. Ma è anche terribile divinità di castrazione, di isolamento, di silenzioso ma durissimo feudalesimo, dittatura di valori distorti>.

3.16. Milano nei materassi

3.16. Milano nei materassi

<E c'é anche chi ha messo

dei sacchetti si sabbia

alla finestra>

(Lucio Dalla)

<Parliamo della nostra città, Milano. - disse Beppe - Lucio Dalla, in una sua canzone famosa dei primi anni 80, dice: "E c'è anche chi ha messo dei sacchetti di sabbia alla finestra". Tredici anni dopo un'indagine estensiva sui milanesi li dipinge come individui frustrati, rinchiusi tra i muri delle proprie case e famiglie, tristi del lento degrado della loro città, capaci soltanto di trovare qualche forma di benessere nel particolare. Quei sacchetti di sabbia sono ancor là, alle finestre, da più di un decennio. Lo testimonia la vita culturale di una città che, anno dopo anno, batte regolarmente il suo record di minimo storico. La Scala è un luogo per agenzie turistiche, gli eventi teatrali si contano sulla dita di una mano monca, non esiste più nozione di festa, di allegria collettiva, di comunità viva.

Milano è fatta di uffici e di materassi. Di lavoro e di casa, di risparmi e di sonno. Di paure quotidiane, di code nel traffico, di pensieri preoccupati, di grane, di serate incollate a un terminale stupido chiamato tv, ad adorare i sorrisi plastificati del divo Silvio, le scenette di Emilio Fede, e tutto il Blob quotidianamente riversato dal super-monopolio tv.

Milano è, però, anche il luogo di Radio Popolare e della Voce. Di queste, piccole, quasi impercettibili rivolte di una Italia nuova. La città, nonostante tutto, negli scorsi venticinque anni è maturata, una sua parte consistente ha lasciato conventi e famiglie, si è misurata sul mercato aperto. E ha scoperto che sapeva anche vincere, uccidere gli spettri. A sinistra Radio Popolare è oggi una public company che fa informazione, un piccolo lucifero radiofonico italiano e milanese, che vive su 5mila abbonati e altrettanti azionisti, tutti volontari. Non è particolarmente faziosa, la ascoltano anche sostenitori di Alleanza Nazionale e persino la moglie di Formentini. Maroni, il leghista, è abbonato Come me, anche fiero azionista.

La Voce, più a destra (o centro-destra) è una realtà analoga. Quotidiano nato dalla rivolta interna contro Berlusconi, e contro il suo disegno di mettere la museruola al vecchio toscano Montanelli, papa laico del giornalismo borghese italiano (nella sua migliore accezione). La Voce oggi sta diventando anche lei una public company con le azioni in mano ai lettori, dopo che anche altre esperienze, come il periodico "Avvenimenti" avevano dimostrato la praticabilità di questa strada. E ambedue, Radio Popolare e la Voce, sono esperienze di qualità. Modelli possibili per un futura Italia aperta. Diventarne azionisti vuol dire qualcosa di più che l'acquisto, per beneficenza, di una simbolica azione>.

3.17. L'Italia dei pentiti

3.17. L'Italia dei pentiti

Antonio (fotocopia perché sostuii l'hard disk al Philos). <Il perdono é un'arma. Il perdono é una vendetta, una maledizione terribile. Il perdono é entrare nel sistema dei valori dell'altro attraverso una ferita morale, un vulnus, un rimorso, un dubbio. E, una volta entrati, far esplodere una bomba etica, che dirompe il sistema di valori da abbattere. Il perdono sorprende, fa soffrire chi lo riceve e lo accetta; lo fa cambiare; gli impone il mutamento.

Gesù l'esseno, il figlio di Sangue Reale davidico educato dagli ebrei profondi di Qumran (se non da Dio stesso direttamente, secondo l'ortodossia cristiana, che rispetto profondamente) conosceva molto bene questo segreto "forte" contenuto nell'apparente debolezza del perdono[10].

Il perdono é parte di un sistema di valori antico che plasma la nostra civiltà. E il pentimento giuridico, la riconversione di appartenenza, dal network criminale allo stato democratico, é parte di questa cultura. La si può considerare ipocrita, doppia, sotterraneamente ingiusta quanto si vuole. Giuridicamente distorcente, forse. Ma fondata sull'arma terribile della comprensione della dinamica della qualità nelle persone. Arma, ripeto, e non sacramento. Il vero perdono é solo auto-perdono, é ritrovare l'armonia con il proprio codice genetico.

Come arma, per eliminare gli effetti materiali della veronica, il perdono-pentimento ha funzionato e sta funzionando. Come ha funzionato, per millenni (e la storia del cristianesimo, con la sua diffusione, lo testimonia ampiamente).

I pentiti, simboli dolenti della degenerazione dei valori, vendono la loro merce: conoscenze, informazioni, valutazioni, nomi. In cambio protezione, speranza (e in qualche caso realtà) di una nuova vita integra, fuori della <non vita> dentro il network occulto.

Ma il messaggio chiave che proviene dall'Italia dei pentiti non é l'aiuto alla lotta antimafia. E' quel dolente, <ma é vita questa?>, rivolto agli uomini del network criminale. E' vita la vostra sotto l'incubo costante della morte, da dare o ricevere; della paura di nemici e, sopratutto, degli amici. E perché questa guerra? Per un po' di quattrini che non potranno mai essere goduti in pace? Per una vita da cani arrabbiati, odiati da tutti (anche se apparentemente riveriti, perché temuti)? O da oziosi, in una villa-bunker in Svizzera?

I pentiti mostrano la forza dirompente della qualità nera italiana. Corleone, paese dolente, mantieni per tutta Italia vivo il ricordo di questa qualità nera. La tua redenzione sta come a Berlino: lascia intatto il segno di sangue. E' parte dell'evoluzione italiana. L'errore insegna. E perdonati. Se ce la fai>.

3.18. Lucifero (ovvero la Cnn) {la seconda rete}

3.18. Lucifero (ovvero la Cnn) {la seconda rete}[11]

<Sapete come si fa a contrastare il demone? - Beppe pareva ancora lucido in una tavolata piuttosto provata - Una lezione ce l'abbiamo sotto gli occhi, e da anni. Si chiama Cnn. La Cnn non é altro che un sistema informativo-giornalistico e televisivo integrato, imprenditoriale e aperto che tiene sotto osservazione, 24 ore su 24, l'intero pianeta. Qualunque cosa avvenga viene visto dall'occhio focalizzato della Cnn che lo riporta, in tempo reale, all'opinione pubblica americana, battendo sistematicamente sul tempo (ora un po' meno) gli altri grandi network Usa. Il giornalismo televisivo globale, focalizzato, crudele (nelle immagini), in tempo reale dal Vietnam a oggi é divenuto l'incubo della Casa Bianca, il grande stimolatore, il catalizzatore della politica estera Usa, in ultima analisi il vero ministro degli esteri dell'Onu.

Non c'é crisi politica internazionale in cui questa rete (anch'essa fortemente competitiva al suo interno come Cerbero) non sia entrata, e con i piedi nel piatto. Per citare solo le più recenti: Irak-Kuwait, Golpe di Mosca, Bosnia, Ruanda, Haiti. Ogni volta le immagini agghiaccianti, la pubblica indignazione, l'impegno più o meno riluttante, più o meno subitaneo della presidenza, la riunione del consiglio di Sicurezza, l'intervento militar-diplomatico più o meno efficace.

Nessun miracolo. Fino ad oggi questi interventi hanno spesso sollevato critiche, irrisioni, dimostrazioni di debolezza, fallimenti. Resta però il fatto che "guerre segrete" possibili fino agli anni 60 ora lo sono molto meno. Che le strategie di sterminio e di violazione sistematica dei diritti umani, un tempo praticate ampiamente e su vasta scala (ultima la Cambogia di Pol Pot) trovano un argine, anche se lento ad alzarsi. I Serbi della Pulizia Etnica non possono ripetere le gesta e i genocidi locali dei loro ex dominatori turchi. Se non altro, alla lunga, le sanzioni dell'Onu la stanno progressivamente trasformando in angolo sporco del retrobottega europeo. Mentre i dirimpettai della Slovenia, e persino della tanto disprezzata Bulgaria, iniziano a mostrare consistenti segnali di sviluppo economico e civile.

Lucifero, il portatore di luce, l'angelo caduto sulla terra, il demone dell'intelletto, il Diabolos in greco, ovvero colui <che parla chiaro e quindi calunnia>. Quello che mostra, senza pietà, tutte le nostre miserie. La seconda rete, anch'essa dalle mille teste e i mille occhi, che aiuta oggi la democrazia a governare il mondo.

E ci chiediamo se, in Italia, vale la pena di combattere per un nostro Lucifero, ben focalizzato sulla verità di casa nostra? Costruirlo é fattore primario per lo sviluppo di nuova qualità italiana, per distruggere la veronica sociale italiana, basata sul silenzio, sull'auto-cerficazione del potere e sulla rimozione.

Negli anni 80 é nato, in Italia, il contropotere della stampa, dal ceppo di Ernesto Rossi. A poco a poco, nella componente di sinistra della Rai, ha innescato un fenomeno di visibilità, di trasparenza (anche se, ovviamente, mai perfetta). Difendere Santoro, Guglielmi, Deaglio e quanti altri hanno mostrato agli italiani piccoli pezzi del network occulto, e piccoli lembi della Veronica, non solo é fondamentale ma dobbiamo creare le condizioni perché Lucifero funzioni appieno; abbia i suoi mille occhi, i suoi azionisti-utenti diffusi, possa incidere sui comportamenti politici via peso elettorale determinante e sistema elettorale ragionevolmente su misura (maggoritario a doppio turno) per questa interazione con la verità.

Qui é, al fondo, il problema dei media in Italia. La moltiplicazione di occhi attenti e diversi. La messa in moto di un meccansimo di concorrenza basato sull'informazione indipendente, sulla generazione di stimolo civico, e non sull'intrattenimento, di bassa qualità, che addormenta>. Li guardai: russavano tutti.

Capitolo QuartoIl Purgatorio dell'Italia (la storia di oggi)

Capitolo quarto

Il Purgatorio dell'Italia[12]

(la storia di oggi)

4.1. La rivoluzione dei giudici

4.1. La rivoluzione dei giudici

Eravamo in mare, sul Majestic della <Grandi traghetti veloci>. Rotta Palermo-Genova. Sul ponte, tutti, dopo una dormita piuttosto lunga.

<Facciamo ordine - disse Beppe - Il primo elemento, assolutamente evidente, é che l'Italia ha vissuto, nel 1992, una "spallata" di origine esterna al suo sistema politico. Come ci hanno insegnato tante rivoluzioni della storia, peraltro, bastano spallate piuttosto modeste, a volte, per fare crollare i muri già marci. E marcio lo era davvero il muro italiano nel 1992, con le risorse per il consenso esaurite, Cerbero alla porta che iniziava a mordere, gli americani che non ravvisavano più la necessità geo-politica di un siffatto sistema squilibrato in Italia, la guerra per bande tra socialisti e democristiani però ancora in corso, mentre la Lega Lombarda iniziava ad acquisire il suo consenso di protesta nella piccola impresa (e poi nel ceto medio) del Nord>.

4.2. La non-risposta (iniziale) del sistema delle veroniche

4.2. La non-risposta (iniziale) del sistema delle veroniche

<Sia come sia, e forse elementi nuovi si aggiungeranno nei prossimi mesi o anni, resta il fatto che la rivoluzione, il crollo della vecchia classe dirigente, é avvenuta quasi esclusivamente sotto la spinta del potere giudiziario - aggiunse Antonio - Trovando però un decisivo terreno di appoggio nell'enorme grado di insoddisfazione raggiunto da pressoché ogni strato sociale italiano alla fine dell'era Caf. Un sistema che aveva finito per far inferocire tutti: i lavoratori dipendenti sempre più tartassati, il grande capitale immiserito da uno stato vorace, disonesto e a bassa qualità, la piccola impresa senza prospettive di sviluppo nei fatturati e profitti, i ceti medi stretti fra un arricchimento consumistico illusorio e il degrado costante del contesto circostante. Il malessere italiano, nel 1992, era evidente e stava già dando luogo a quel fenomeno leghista che, per esempio a Milano, iniziava a scompaginare le carte nella società politica della metropoli, contribuendo a un vuoto di potere (e quindi di controllo sulle toghe) in cui i magistrati di Mani Pulite riuscirono a inserirsi in modo dirompente.

L'effetto moltiplicativo delle inchieste di Di Pietro e colleghi sull'opinione pubblica e sull'elettorato italiano depone un po' a sfavore del pessimismo di quanti ritengono la rivoluzione italiana del 1992 esterna a un fatto democratico ,ovvero una spinta esclusiva dell'istituzione magistratura.

Ciò che ha creato la rivoluzione sono state due polarità, tra loro sinergiche. A un estremo i giudici e all'altro i cittadini. I primi hanno squarciato, di fronte alla nazione, il Velo della Veronica. I secondi hanno risposto con il voto, in massa, cancellando in pochi mesi l'intero regime, organizzazioni politiche più che centenarie (il Partito Socialista) e l'intero mondo partitico, laico e cattolico (Dalla Dc al Movimento Popolare). Più che una rivoluzione (e qui ha ragione Asor Rosa) si é trattato di una grande rivolta democratica. Dove é mancata una, o più forze politiche, protagoniste davvero del cambiamento. Lo stesso si é ripetuto, esattamente negli stessi termini, nei giorni gloriosi del famigerato Decreto Biondi, quando il messaggio dei giudici alla nazione la scatenava in una delle più grandiose e degne proteste civili degli ultimi decenni. E credo che il circuito giudici-cittadini sia oggi l'unica autentica assicurazione sulla vita di questa democrazia italiana giunta al bivio.

Alla rivoluzione del 1992, dal campo politico, nessuno ha davvero risposto. Tutti colti o di sorpresa o con le mani ancora nel sacco. Le incertezze e gli sbandamenti della Lega (complici le follie costituzionali del professor Miglio che le hanno fatto perdere un anno e le sono quasi costate la sopravvivenza politica di fronte all'offensiva berlusconiana); la posizione sulla difensiva atterrita del Pds (con l'errore storico, compiuto da D'Alema, di non far entrare i riformatori del Pds nel governo Ciampi); la ritirata di Russia (che continua) dei Popolari; l'insuccesso e l'auto-isolamento di Segni; lo sfrangiamento dell'area radicale-verde; l'impoliticità assoluta di Amato, Ciampi e Spaventa, paradossalmente capaci più di praticare un progetto-paese che di spiegarlo agli italiani e, soprattutto, di crearvi un consenso di maggioranza>. <D'altra parte - aggiunse acido Federico - pretendevano che il marketing, per loro, glielo facesse uno come Occhetto...>

4.3. Berlusconi a capo dell'Italia degli spintoni

4.3. Berlusconi a capo dell'Italia degli spintoni

<Quella che invece é riuscita a coagularsi, e a fare blocco - Antonio leggeva di nuovo dai suoi fogli, agitati dal vento del mare di Ustica - é stata <l'Italia degli Spintoni>, l'Italia uscita, nel bene o nel male, vincente dagli anni 80, con portafogli (più o meno illeciti) da difendere e una visione dell'Italia futura di neoliberismo protettivo. Ovvero sacrifici (per gli altri), salvaguardia dei diritti acquisiti (i nostri, primo fra tutti il diritto di non pagare le tasse eluse, erose o evase del passato, presente e futuro), nuovi spazi di mercato, svalutazione e inflazione per cancellare i debiti, scommessa su una ripresa dell'economia mondiale in grado, da sola, di riportare le cose a posto, come fu per Craxi dal 1980 al 1986.

Berlusconi, il suo nocciolo duro, ce l'ha nell'Italia degli spintoni, dice a ragione Asor Rosa. In quel magma terziario-parassitario nato all'ombra della Veronica. E che oggi vorrebbe il miracolo.

Questo ceto medio, anonimo, arricchito e consumista, é però portatore solo di un bruto e nevrotico interesse di auto-conservazione. Non si tratta del grande capitale industriale né del sindacato, né della burocrazia pubblica, con le loro logiche e interessi precisamente definiti. Antonio Di Pietro, inteso come pubblico funzionario; Gianni Agnelli, come imprenditore produttivo e il sottoscritto, come uno dei tanti anonimi lavoratori dipendenti, abbiamo innanzitutto interesse a un sistema Italia di Qualità. L'Italia degli Spintoni no. Innanzitutto gioca per il mantenimento della ricchezza e del patrimonio, lecitamente o illecitamente accumulato.

Il dato politico chiave é però che Berlusconi non é riuscito finora a attrarre intorno al suo "nocciolo" né il grande capitale italiano né il lavoro dipendente. La piccola imprenditoria, rappresentata (in parte) dalla Lega sta dentro il Polo delle Libertà nel modo conflittuale che abbiamo visto nell'estate del 1994.

Potrà compattarsi questo blocco di interessi intorno a Berlusconi? Tutto dipenderà dalla sua strategia di politica economica. In particolare se riuscirà a mantenere la sue promesse all'Italia degli spintoni (difesa dei privilegi acquisiti) senza dar inferocire Cerbero, senza far infiammare il conflitto con il lavoro dipendente di fronte al macigno del debito pubblico, senza farsi azzannare dalla lotta di classe (e poi subito dopo, e automaticamente - data l'instabilità che ne deriva - ancora da Cerbero). E senza calare le braghe. In più: offrendo alla grande e piccola impresa italiana la partecipazione, quanto più possibile piena, alla ripresa economica internazionale. E portare a casa il salvataggio dei patrimoni dei suoi elettori più fidati. In pratica: risanare il paese senza scontentare nessuno, o quasi.

Un compito pressoché impossibile. Soprattutto perché il nocciolo di Forza Italia, il ceto medio arricchito, non é una classe portatrice di alcuna <visione> assimilabile agli interessi generali. Non ha valori, se non brandelli di veronica degradata (almeno quella di Andreotti era imperialmente anticomunista); non é mobilitabile a un progetto. Forse solo a una Vandea per proteggere i soldi nel materasso.

Lo era invece, capace anche di interessi-paese, il blocco di buona memoria che negli anni 60 andava da La Malfa (Agnelli e Cuccia) a Fanfani e Petrilli fino a Andreotti; Ovvero grande impresa privata, pubblica e apparato statale. Oggi questo blocco é stato sgretolato da quarant'anni di guerra civile occulta, di veroniche partitocratiche, di conventi bianchi e rossi, di degrado nei valori civili della repubblica.

Né un blocco tra ceto medio, piccola impresa e apparato statale appare sufficientemente stabile a reggere il "purgatorio" dell'Italia, ovvero la grande (e inevitabilmente impopolare) ristrutturazione che il sistema dovrà affrontare per almeno un decennio>.

4.4. La guerra intorno al debito pubblico (il crollo del patto sociale Amato-Ciampi)

4.4. La guerra intorno al debito pubblico (il crollo del patto sociale Amato-Ciampi)

Federico prese la palla al balzo: <La questione a questo punto diviene una sorta di problema di modello macroeconomico. Esiste un sentiero percorribile da Berlusconi, e dal suo corteo, per i prossimi anni? Francamente pare di no. Le variabili indipendenti del modello sono troppe rispetto a quelle manovrabili. E tutto ruota intorno al grande pilastro instabile entro cui si é racchiusa la Veronica italiana: i duemila miliardi di debito pubblico.

Questo pilastro, per più dell'80%, é fatto di elusione, erosione e evasione fiscale. La stima di 100mila miliardi annui di tributi non pagati oltre che provenire da una fonte non sospetta (lo stesso ministro delle Finanze del governo Berlusconi) dà la dimensione del problema. Solo i cinque anni ultimi del Caf ci sono costati un quarto dell'intero debito; al netto di questo (e dei relativi interessi) il bilancio pubblico italiano é stato portato in pareggio già da vari anni; restano solo alcune poste spurie, come le pensioni-baby, le agevolazioni eterne alle imprese, le pensioni di invalidità. Ma il grosso del problema é e resta l'evasione; ovvero la politica dei redditi in direzione di quello "zoccolo duro" che ha votato in massa proprio per Berlusconi.

La finanziaria 1994 é eloquente sotto questo profilo: raschia tutto il possibile del fondo del barile dal lato della spesa (le poste spurie citate sopra) ma, almeno per ora, non tocca le entrate. Con il rischio che un Mastella qualsiasi, per difendere i suoi voti di finti invalidi, generi spostamenti dei tagli sulle pensioni "vere", e conseguente "autunno caldo" promesso da Bertinotti.

Tagliare subito sulla spesa, rabbonire Cerbero, privatizzare qualche azienda, occupare lo Stato, svalutare ancora i salari per drogare la ripresa, sconfiggere ogni velleità sindacale e reggere una tornata elettorale consolidando il Polo. Poi, solo dopo, forse quella riforma di semplificazione del fisco, di decentramento federale (e presidenziale) dello stato, di controllo sul ceto medio e di recupero contrattato (e concordato) del bottino. Questo probabilmente il sentiero che gli uomini di Berlusconi possono intravvedere. Incrociando le dita e toccandosi gli attributi>.

4.5. Le lezioni che prenderà la Destra

4.5. Le lezioni che prenderà la Destra

Marzo 1994. Un analista politico (Antonio) compila, per un suo amico, una previsione privata su come prevedibilmente, almeno per lui, andranno le cose. E si prova a buttare giù un paio di scenari. Che, con il suo permesso, pubblico. E ho lasciato gli scenari esattamente come sono stati scritti (si vede, dato che contengono molte imprecisioni "datate", evidenti agli occhi degli esperti). Inutile dire che questo espediente mi serve per capire quanto era già scritto, scontato e prevedibile di ciò che poi sarebbe avvenuto.

Scenario positivo: neoliberismo liberatorio (probabilità 30%)

Scenario positivo: neoliberismo liberatorio (probabilità 30%)

- Berlusconi é abbastanza forte (e lungimirante) per mandare a quel paese i suoi amici e ex-protettori. Ovvero: Cuccia (economia), e pare lo stia facendo, Andreotti e Ccd (network occulto), Craxi (ex-padrino), Dell'Utri (secondo un pentito implicato in affari di riciclaggio con la Mafia) e altri. Al loro posto sceglie (e ha la forza di scegliere) una squadra di destra democratica e riformista. Con un programma politico e non occulto .

In questo caso in cinque anni produce:

- sgravi fiscali sul ceto medio

- federalismo e stato piatto

- ripresa economica forte e generalizzata, con lieve aumento dell'inflazione

- consenso non solo televisivo (può dissociarsi gradualmente dalla Finivest)

- Italia imprenditoriale e decentrata

- Ripulimento progressivo degli armadi della prima repubblica

- ristrutturazione e internazionalizzazione della grande industria, azionariato diffuso ma comunque coordinato dai noccioli duri

- Posti di lavoro

Esito: solo una opposizione ancora più progressiva e "visionaria" ha la possibilità di sopravvivere. Bisogna andare ben oltre Clinton. E' lo scenario comunque augurabile, per cui ci dobbiamo battere.

Scenario negativo: il grande fratello (probabilità 70%)

Scenario negativo: il grande fratello (probabilità 70%)

- La radice: anche la destra ha il peso del suo passato (guerra civile, Andreotti, mafia). Berlusconi fa l'accordo preventivo con i poteri occulti di cui sopra. Non ha scelta: c'é dentro anche lui e fino al collo.

Risultato: deve pagare a Cuccia i debiti del grande capitale privato (compresa Fininvest); deve garantire incolumità al network occulto, a Craxi e ai mafiosi; Questi ultimi lo ricattano e chiedono sempre di più...

Azioni:

-Primo: l'occupazione delle casematte del potere

- Secondo: la grande truffa fiscale

-Tre mesi a oggi: attentato a Di Pietro. Fermarli prima che arrivino a Craxi, Dell'Utri, Berlusconi. Offensive a ripetizione sul Csm, occupazione dei posti chiave della Polizia e dei Carabinieri;

-Mediobanca come supertrust: il nuovo Beneduce

-Chi pagherà i debiti? i soliti (compresi i leghisti)

- Sfiducia degli investitori internazionali

- Il regime crea ripresa drogata: inflazione forte

- la tv come strumento becero di consenso

- la mafia di nuovo al potere nel Sud, usura e racket

- una nuova veronica perdente alla Craxi

- Berlusconi inizia la parabola discendente: l'Italia resta in crisi, la lega lo abbandona e cerca nuovi alleati (a sinistra). Possibilità di disordini generati da An e dalla mafia.

Esito e rischio : la vecchia sinistra attuale , forte in azioni ideologiche di difesa, appare come argine naturale alla restaurazione dura. Ogni progetto di nuova sinistra viene ostacolato o stritolato. Unica possibilità un "nuovo Segni" centrista capace di raccogliere i cocci e fare l'allenza con la Lega, i cattolici, i delusi di Forza Italia, e di parti della sinistra. Scenario, ovviamente, non augurabile all'Italia. Ma probabile.

4.6. Come da copione

4.6. Come da copione

Diario di Antonio, 10 dicembre 1994. Nel giro di novanta giorni si consuma lo scontro tra la Veronica e l'anti-Veronica. E, per fortuna, ad oggi la seconda pare uscire vincente.

Si poteva immaginare qualcosa di più ovvio, di più scontato e prevedibile di quello che stanno facendo? Hanno messo in moto, innanzitutto, esattamente le stesse idee, gli stessi metodi, le stesse persone che qualche anno fa usava Andreotti per fermare le indagini. Esempio chiave la Prima sezione della Corte di Cassazione, luogo degli "ammazzasentenze" a cui dobbiamo migliaia di morti di mafia, camorra e n'drangheta lungo gli scorsi venti anni. Questa gloriosa parte della magistratura italiana, sempre impeccabile nelle sue argomentazioni giuridiche, viene attivata da uno degli avvocati di Berlusconi, il signor Biondi, per sottrarre ai giudici di Milano il processo sulla Finanza, con connessa imputazione di corruzione proprio a lui, il Divo Silvio.

Andreotti e compagni usavano i vertici della magistratura per insabbiare, avocare, spegnere le faccende delicate. Biondi, su un terreno un po' meno fermo di prima, ordina illegali ispezioni ministeriali, attiva gli sperimentati canali, colpisce Milano e Palermo, le due procure in mano ai <giudici comunisti>, agli <assassini> (secondo la felice invettiva del grande Sgarbi), sempre per salvare la casa del suo Re dal rischio di insozzarsi in accuse di corrtuttela, amicizie con dubbi palermitani e chissà cos'altro ancora.

Il vertice di Forza Italia, così, nella sua scontatezza mostra al paese chi davvero è. Nonostante il vociare pura Prima Repubblica. E di questa pura Veronica, puro e lineare proseguimento dell'azione di Bettino, Giulio, del Caf.

Il governo Berlusconi, dal settembre 1994, ha avviato una strategia basata su tre punte. Un forcone con cui agganciare l'Italia.

Prima punta: la repressione della verità giudiziaria. Ovvero il passato, il karma della Veronica, così come sta emergendo faticosamente a Milano e Palermo, le due grandi polarità del potere occulto italiano.

Seconda punta: la conquista di consenso sull'Italia degli spintoni facendo passare un risanamento a breve termine dello Sato tutto puntato sui sacrifici del lavoro dipendente.

Terza punta: il riorientamento culturale del Paese. Via lo spegnimento della Tv pubblica (nelle aree non controllate) e il massimo spazio ai ripetitori berlusconiani.

Nell'ottobre del 1994 il forcone era puntato contro la schiena dell'Italia. Le ispezioni alle procure maledette partivano, la Finanziaria messa accuratamente a punto da Dini e Tremonti, i nuovi vertici Rai insediati. Non solo: indagini a tappeto su Pci-Pds, perchè, in qualche modo pagasse anche lui il fio, e fosse ricattabile al momento opportuno. Sgarbi in tv a urlare agli assassini, riferendosi ai giudici di Milano. Berlusconi con il suo comodino con la fotografia di Margareth Thatcher. Pannella lanciato su un referendum per l'uninominale secca, autenico plebiscito potenziale per Berlusconi-Fini. Tutto pareva a posto: entro pochi mesi la Veronica avrebbe di nuovo ammantato il potere italiano, con il suo velo di silenzi, di doppie verità, di illegalità diffuse. Ma qualcosa si è subito rotto.

4.7. Addio Margareth (quando la Destra cala le braghe)

4.7. Addio Margareth (quando la Destra cala le braghe)

Quel qualcosa era strutturale. La prima punta del forcone che si è spezzata è stata quella centrale, del consenso economico verso l'Italia degli Spintoni. Dini, infatti, da mediocre economista qual è riusciva a mettere a punto una strategia di tagli, e di tasse occulte, tale da generare una reazione sociale nettamente superiore alle (loro) previsioni. Il grande errore di Berlusconi e Dini è stato quello di non aver capito che l'intero equilibrio degli anni Ottanta, sotto la Veronica, si è retto sul duplice carattere del velo. Da un lato occultamento della verità e del potere, durante la guerra anticomunista. Dall'altro però comodo e caldo riparo contro le asprezze della politica guerreggiata, classe contro classe. Il grande vanto di Andreotti e Craxi ( forse l'unico autentico) è stato quello di non aver imposto all'Italia i rigori di Liverpool, la deindustrializzazione di Manchester, i <carton box>, i derelitti che tuttora dormono nelle scatole di cartone nelle vie di Londra. In Gran Bretagna, paese senza comunisti, Margareth poteva imporre questa cura crudele. In Italia, data la presenza di una sinistra comunista enormemente più forte (e potenzialmente eversiva) il rischio di deflagrazione sarebbe stato troppo elevato.

Dini e Berlusconi hanno clamorosamente sottovalutato la relativa pace sociale goduta dal sistema italiano dal 1980 al 1992. Pensavano a sindacati ormai divenuti irrilevanti, a un sinistra instupidita dalle batoste elettorali, a un paese disposto a una cura neoliberista drastica e distruttiva. Non avevano calcolati i livelli di compressione del reddito da lavoro dipendente già ottenuti, a suon di bulloni in faccia ai leader sindacali, dai governi di centrosinistra Amato-Ciampi. Nè avevano calcolato l'effetto deprimente, sullo stesso ceto medio (da spintoni o meno) di nonni, nonne e zie preoccupate per la loro pensione, e di una generale sensazione di rottura del patto non scritto della Veronica, di cui veniva meno solo l'aspetto protettivo, ma non il soffocamento della verità e l'occultamento del potere.

Nel Novembre del 1994 milioni di operai, impiegati e ceto medio, scesero in piazza. Ripetutamente, insistentemente, riportando il sindacato ai fasti degli anni Settanta. Alla fine, ai primi di dicembre, il Governo fu costretto ad arrendersi. La Finanziaria fu di fatto spurgata di tutta la <tassa occulta> sulle pensioni, oltre 5mila miliardi .

Addio Margareth. Con l'accordo Governo-sindacati del dicembre 1994 il governo Berlusconi doveva ripiegare, in fretta e rovinosamente, sulla linea classica democristiana. Nessuna innovazione nell'amministrazione, mediazioni continue con le controparti sindacali, interventi di risanamento che, all'atto pratico, si svaporavano negli emendamenti parlamentari, generando solo effetti perversi. Così il condono edilizio che intanto e subito produce i disvalori dell'abusivismo autorizzato per legge, a poi non frutta nemmeno quei pochi, maledetti e subito inizialmente sperati.

E, soprattutto, nel dicembre 1994 gli italiani avevano sotto gli occhi il bilancio di un Governo che, in sette mesi, era riuscito a produrre un calo di 27 mila miliardi di capitalizzazione di Borsa; 7 mila miliardi di maggiori interessi sul debito pubblico, 12mila miliardi di minor gettito fiscale, 26 mila miliardi di capitali esteri ritirati dall'Italia. E una Finanziaria con dentro un bel buco di 50mila miliardi, e senza nessuna reale speranza di risanamento dell'Amministrazione. Morale: prima che per la sua questione morale Berlusconi veniva bocciato per l'inefficienza della sua strategia politica.

Al test elettorale di dicembre 1994 Forza Italia perse quasi un terzo dei consensi. Il pezzo di ceto medio, che di spintoni non viveva ma era fortemente anticomunista, si fece i conti e decise di tornare a casa cattolica, o Popolare. Il fallimento del Thatcherismo in Italia si è consumato così. Non credo che, per molto tempo, verrà ritentato da altri malaugurati Dini o Berlusconi. E il vecchio centrosinistra rinacque dalle ceneri. La Lega non fu distrutta. Alleanza Nazionale ridimensionata. E la domanda politica di un autentico soggetto del cambiamento ancora senza risposta.

4.8. Mani ferite

4.8. Mani Ferite

La seconda punta del forcone si spezzò martedi 6 dicembre 1994. Quando Antonio Di Pietro, il distruttore della Veronica, decise e annunciò le sue dimissioni dalla magistratura. Stufo di essere additato ad <assassino> da uno Sgarbi qualsiasi, stufo di vedersi attorno illegali ispezioni decise da un ministro Biondi deciso fino in fondo a rendergli la vita impossibile. Stufo, a suo dire, di essere usato a destra o sinistra. Ma forse intenzionato a uscire dalla magistratura per poi proteggere, dall'esterno, l'azione dei suoi colleghi.

Io, Antonio, nel marzo prevedevo che Di Pietro l'avessero fermato con altri mezzi, più classici. Temevo l'attentato, puro e semplice. Mi sbagliavo ingenuamente.

La seconda punta del forcone era evidentemente troppo debole. Nei nove mesi di Governo Berlusconi ogni affondo di questa punta (prima il decreto salvaladri, poi le ispezioni illegali nelle procure, quindi il trasferimento a Brescia del processo sulla Guardia di Finanza ad opera degli ex-collaboratori di Carnevale, l'andreottinao ammazzasentenze ) ha fatto urlare la società italiana. E a ciascuno di questi affondo è equivalso un atto di verità giudiziara: l'apertura dell'indagine sulla famiglia Berlusconi, l'avviso di Garanzia prima a Paolo e poi a Silvio; la scoperta che anche a Palermo erano in corso accertamenti sugli <affari del Presidente>.

Anche qui quale incapacità politica! Il forcone, con le sue punte ricurve, è l'antitesi del Velo. Il Velo ricopre, addormenta, sopisce, riscalda, tranquillizza. Il forcone impiglia, squarcia, strappa, arraffa. Il forcone, usato da Dini, Sgarbi, Biondi, non ha fatto altro che strappare altri lembi del Velo. E altri ne strapperà in futuro, se verrà ancora usato. Se esiste un Velo rosso, è meglio che la sinistra lo lasci cadere a terra, senza difenderlo. E lo bruci in pubblico.

4.9. Tonino, il distruttore della Veronica

4. 9. Tonino, il distruttore della Veronica

Lettera che Beppe scrisse il 6 dicembre 1994 e tentò di inviare via fax al destinatario.

Dottor Di Pietro, dal 6 dicembre 1994 Lei è un comune cittadino, non più pubblico accusatore. Libero. Soprattutto libero di pensare, di riflettere sulla Sua esperienza.

Gli indiani, da più di cinquemila anni, credono nell'immutabile legge del Karma, le conseguenze nel presente delle azioni passate. Lei ,a mio avviso, si è imbattuto, come molti di noi, nel Karma italiano del Novecento. E, ben più di noi, ha contribuito a mostrarlo, esprimerlo, farlo meditare a un paese che pareva senza occhi o orecchie, ancora nel 1991.

Il suo grande contributo storico all'Italia, a mio avviso, è stato questo. E' secondario che Lei sia riuscito a far condannare questo o quello. E' persino secondario che, grazie alla Sua azione, e dei suoi Colleghi, per alcuni mesi si sia percepito il profumo di legalità in questo Paese. Il Velo è stato finalmente mostrato agli Italiani, con le sue macchie, il suo sangue, le sue figure incomprensibili, se diaboliche o angeliche. Il Velo protettivo e distruttivo. Il supposto eterno Potere Romano. Lei ha prodotto un'azione spero irreversibile sulla Mia generazione. Nessuno potrà più ricoprirsene (spero) dopo di Lei.

Dottor Di Pietro, i giornali La descrivono come contadino, centro-italiano, autodidatta, poliziotto, giurista e informatico. Quindi, secondo il mio punto di vista, francescano, apprenditivo, innovativo, aperto, determinato. Ho ammirato l'uso dei computer durante le sue requisitorie. Testimoniano di una propensione naturale, intrinseca, alla Qualità nella produzione e nel servizio pubblico tale da stupirmi. Sono anch'io amico del Professor Gianni Degli Antoni e ne ammiro le intuizioni da molti anni. E so la differenza tra una presentazione multimediale su Macintosh e quella ottenibile su altri computer.

Lei, in quelle requisitorie multimediali, ha secondo me, consciamente o inconsciamente, compiuto un atto materiale profetico. Ha mostrato un pezzo di pubblica amministrazione italiana, possibile, del prossimo secolo. Negli stessi giorni io, modesto cronista informatico, contribuivo a far nascere, insieme ad altri (tra cui mia moglie, guarda caso collega e amica di Degli Antoni), un altro evento informatico di servizio pubblico: la Rete Civica Milanese. Un sistema di rete aperto, autodidatta, gradevole come le Sue presentazioni e indirizzato a generare comunicazione davvero bidirezionale e trasparente tra i cittadini, tra loro e l'Amministrazione. Purtroppo però, da quest'ultima, locale o centrale che sia, la nostra iniziativa finora ha incontrato solo il solito muro di gomma.

Lei, con i Macintosh, ha squarciato di fronte all'Italia il Velo della Veronica, il segreto del potere marcito. Noi tentiamo di creare un antidoto permanente, se ci riusciremo: un luogo aperto a tutti e dedicato alla trasparenza, delle opinioni, degli atti pubblici, dei servizi. Capace anche di creare (ed è possibile rapidamente) via servizi a basso contenuto burocratico risorse a valore aggiunto per l'Amministrazione in grado di risanarla. Senza tassare pensionati o quant'altro.

Noi vorremmo che Lei gettasse un occhio su questa rete. Le basta un modem.

4.10. Dalla banalità della Destra alla banalità del Centro-Sinistra?: No, Prodi il francescano

4.10. Dalla banalità di Destra alla banalità del Centro-Sinistra? No, Prodi il francescano

Sarebbe bello, in fondo. Ma l'unica previsione che finora non si è realizzata nello scenario del marzo scorso è <la possibilità di disordini generati da An e Mafia>. Invece, grazie a due bolognesi, parte di quella cultura borghese e moderata, comunicativa e sociale del centro Italia, uno scenario che appariva sempre più fosco dal febbraio 1995 ha iniziato a mostrare segni di miglioramento.

Fini, il primo bolognese, ha scelto la rotta di Alleanza Nazionale come "forza tranquilla", traghettandola in un congresso plebiscitario sulle sponde della capacità di rassicurazione propria un tempo della sola Dc, e sempre più lontano dai fantasmi del Ventennio.

Prodi, dal canto suo, si è posto, e con il piede giusto come il "nuovo Segni" (dove il primo fallì, di fronte alla reazione inattesa della veronica berlusconiana) capace di aggregare l'area di centro-sinistra. Il biglietto da visita di Prodi è stato perfetto dal mio punto di vista (manco avesse lette queste pagine elettroniche). Primo messaggio la serenità, secondo l'Italia delle Cento Città, dove ora si appresta a compiere un lungo giro in autobus.

Bravo Prodi! Uomo che incarna, oggi, la <qualità italiana possibile>, quel mix di competenza seria, di amore della sua casa, di valori profondi e sociali, di galateo, di non invasività (televisiva) che lo differenziano nettamente dal suo avversario, erede del craxismo roboante.

Prodi, profondo conoscitore dell'industria di oggi, conosce la portata dell'idea di qualità. E la possibilità oggi, sposandola con le nuove tecnologie interattive e bidirezionali di massa, di servirsene per rifare lo stato e guarirlo del suo tumore finanziario. Non solo: puntare oggi sulle "cento città" significa far collassare l'idea di federalismo, di stato piatto, di qualità diffusa, di partecipazione attiva, di senso della comunità, di network civico, di nuova occupazione possibile nell'industria e nei servizi interattivi in qualcosa di potenzialmente armonico, una nuova sintesi civile. Capace non di produrre mostri, ma di risvegliare e portare in primo piano un codice millenario come il velo della Veronica. Quest'ultimo proprio del potere centrale italiano, mentre il codice delle cento città, lo strapaesano campanile di Guareschi, è il luogo delle mediazioni, dell'ironia, dei saluti rispettosi sotto i portici, del capannello sul Sagrato, dell'azienda sotto casa o dentro casa, del pettegolezzo, dell'adattamento.

Oggi, secondo le ricerche dell'Ispes, il sistema statale italiano è quasi totalmente "disallineato" con la socità reale. Il 48% degli italiani, infatti, vive, in un modo o nell'altro, fuori dalla legge. Vive di lavoro nero, di doppio lavoro, di evasioni e erosioni fiscali grandi e piccole. L'altro 52% invece ha le protezioni e le garanzie ma si vede gravato della grane parte del carico fiscale. E, soprattutto, vede i propri figli ingrossare, progressivamente, l'area della necessità nera o grigia.

Un grande scambio-mutamento è necessario. Passare da uno stato delle "grida manzoniane" fiscali, dell'iper complicazione burocratica, del corporativisno delle protezioni a uno stato della trasparenza, dei prezzi chiari, modici ma da pagarsi per servizi validi, privati, cooperativi o in public companies. Uno stato fondato su un numero drasticamente minore di regole, ma accettabili per l'intero sistema. Uno stato gestori e controllato quanto più possibile localmente, sotto l'occhio vigile delle multiple reti attive (informatiche e televisive) create dai cittadini.

Uscire dalla banalità di un nuovo centro-sinistra magari sereno ma staticamente conservatore, senza speranza positiva ma solo di rigore contabile, è possibile, a mio avviso. Un po' di bastone serio (effetto Di Pietro) ma anche tanta Italia concreta e positiva. Mettendo in pratica il "collassamento" creativo della Rete Italia.

4.11. Uno scenario per il 1997

4.11.Uno scenario per il 1997

Biagi: Che proposta fate agli italiani? Lacrime e sangue?

Prodi: La proposta mia fondamentale, che poi va articolata, è uno stato leggero che coinvolga però molto i cittadini e che costruisca delle reti solidali, cioè bisogna rifare lo Stato, finire con la burocrazia, liberare le idee dei cittadini, ma far capire che il Paese non è un villaggio selvaggio

(Intervista di Enzo Biagi a Romano Prodi del 6 febbraio 1995)

Tutto, o quasi, si è compiuto della previsione precedente. E' quindi ora di produrre un nuovo scenario previsivo.

Prodi contro Berlusconi è la chiave.

Prodi perde, Prodi vince nelle elezioni della primavera 1996.

Evento probabile (70%): entro i prossimi dodici mesi la maturazione di una rilevante serie di guai finanziari per Berlusconi e il suo entourage. Le mura della Città di Dite (la Svizzera) lasciano sgorgare un consistente flusso di informazioni giudiziariamente "pesanti" sulla storia, struttura e funzionamento della Fininvest. E Berlusconi, di conseguenza, è costretto a uscire dalla scena politica, quantomeno come leader della Destra.

Si apre, di conseguenza, una lotta per la leadership tra Buttiglione (Comunione e Liberazione) e Fini (Alleanza Nazionale). Due leader accomunati da una visione corporativa (non liberista-liberatoria) di essere destra. Concorrenza sulla capacità di rassicurare, di proteggere, di permanere per l'Italia degli spintoni, del 48% nero o grigio. Bassa apacità di visione positiva, credibile, dopo la "grande disillusione" berlusconiana del miracolo, dell'illusorio milione di posti di lavoro.

La spinta della destra per elezioni nel 1995 viene bloccato dal processo Berlusconi (60%). Le elezioni si rimandano di un anno. La stessa destra lo richiede per trovarsi un nuovo leader e un nuovo programma. In questa fase confusa tenta di inserirsi Bossi, con la sua visione (coerente) di una Destra liberistica, che gioca all'apertura del sistema, alla sburocratizzazione, al federalismo. Ma viene ricacacciato. L'Italia degli spintoni non lo accetta, Bossi vede troppo lontano. Il suo progetto varrà solo, dopo. Dopo la fine politica della destra occulta e corporativa.

Alla fine del 1995 i due schieramenti sono fortemente visibili: Prodi, l'area cattolica, federalista e la sinistra da un lato. Buttiglione, Fini e Berlusconi dall'altro. La prima autentica competizione politica di programma nella storia della democrazia italiana.

Prodi come Ciampi? Non è così stupido. Lacrime e sangue, per favore basta. Piuttosto un progetto di ricostruzione italiano basato sulla sua qualità e identità intrinseca, reso sinergico da un uso umano e appropriato delle nuove tecnologie e del nuovo managemente. Qualità, democrazia economica diffusa, partecipazione attiva. Nascono i "volontari d'Italia". Le Bbs si trasformano in reti civiche, le reti civiche in sistemi di sburocratizzazione, di cultura non passiva, di controllo di qualità da parte dei cittadini. Alcuni comuni mostrano i risultati finanziari degli introiti da servizi sburocratizzati e trasparenti via reti civiche. Conti alla mano è la dimostrazione che federalismo-qualità-reti interattive funzionano: possono risanare l'Italia.

Prodi lancia un "patto fiscale": aliquote accettabili per tutti, dipendenti e autonomi, contro il pagamento di canoni e prezzi prefissati per i servizi. Sistema fiscale italiano centrato su non più di dieci fonti di entrata ; istitituto nazionale per la sicurezza sociale sganciato dall'Inps, che inizia la sua transizione a sistema di fondi pensioni, in concorrenza ai privati. L'istituto opera come agenzia promotrice per la creazione di posti di lavoro nel sistema decentrato delle reti civiche, della trasparenza e dei servizi pubblici a valore aggiunto. Sistemi di teleprenotazione, turismatica diffusa, server Internet per l'esportazione e la promozione delle piccole e medie imprese, luoghi telematici culturali mondializzati, public companies virtuali, editori personali, microcarrier a larga banda, radio locali multimedializzate, istituti di design software, scuole di meditazione in rete....

In cinque anni il disavanzo pubblico non esiste più. Bossi vince le primarie della destra. Prodi inaugura il nuovo Parlamento virtuale italiano, assemblea permanente delle reti civiche e dei cittadini attivi.

Qusto l'unico scenario che per ora so produrre. Perchè è quello che mi piace.

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Una rete per <aprire> il futuro

5.1. In viaggio nella Internet

5.1. In viaggio nella Internet

Articolo di Beppe comparso sulla rivista "Media Duemila" del giugno 1994.

Il mio viaggio nella rete di reti, ovvero nella nuova <Biblioteca di Alessandria> iniziò tre anni fa, quando l'I2u (l'Associazione Italiana Utenti Unix) mi consentì un collegamento alla "rete di reti".

Sulle prime balbettavo. Qualche timido tentativo di collegarmi in emulazione terminale. Poi i primi manuali e libri sulla Internet. Divenni (e sono tuttora) amico dei "genovesi" della It.Net. Mi spiegarono, passo dopo passo, le alchimie del sistema telematico più vasto del pianeta. Nato negli anni 60 dalla Darpa (il primo sistema teleinformatico che collegava i laboratori di ricerca operanti per i progetti del Pentagono) con i fondi della Difesa statunitense. E cresciuto, da allora, per aggregazione graduale e spontanea di migliaia di reti private o accademiche secondo lo standard Tcp/Ip e un semplice principio di reciprocità (tu fai passare i miei messaggi e io faccio passare i tuoi).

Un oceano telematico, oggi, con un milione circa di nodi principali (computer costantemente in connessione tra di loro) e dai 15 ai 20 milioni di utenti stimati, dalla grande industria Usa fino al più sperduto (e letteralmente) dipartimento universitario croato. E la Internet, negli ultimi tempi, sta arrivando anche agli individui via servizi come America Online, Compuserve, Prodigy, più o meno strettamente integrati alla rete.

Da allora il fischio modulato del modem diventò una delle mie canzoni preferite. Tutti i santi giorni mi collego al server e scarico la mia posta elettronica, ogni tanto navigo nella rete per cercare informazioni o software di pubblico dominio, mi sono abbonato a un gruppo di discussione via posta (listserv) specializzato nelle reti di informatica civica, mando e ricevo messaggi di lavoro da vari uffici stampa, esperti, colleghi.

Non solo: spesso mi collego ai due più sofisticati servizi di Internet. Il Gopher, l'orsacchiotto, che offre l'accesso a centinaia di server informativi attraverso un semplice colpo di mouse, e la navigazione tra successive finestre sul video. Oppure l'ancora più sofisticata Www (World wide web) la ragnatela multimediale dei server inventata al Cern di Ginevra.

Mosaic, il programma di Www, mi apparve subito come la maggiore innovazione presente nella Internet. Qualcosa di direttamente puntato sul futuro, capace di prefigurare uno spazio dei nuovi media digitali attivi non monopolizzato dai possibili futuri Berlusconi di turno (o altri padroni o padroncini). Un mondo di reti telematiche pubbliche e aperte, poco divinizzate e molto utili, persino un po' banali. Così come é oggi il telefono.

Una rete senza padroni la Internet. Pubblica ma senza burocrati. Nata in più di 25 anni dall'integrazione successiva del mondo accademico e scientifico, dall'élite mondiale. Un mondo profondamente, eticamente, comunitario in termini di beni intellettuali. E l'apertura (to be open) come valore-base di Internet, insieme alla buona educazione che impone di non danneggiare altri con la telematica, e in primo luogo la stessa rete.

Al centro del Purgatorio: il miracolo bianco della Internet (la terza rete)

Al centro del Purgatorio: il miracolo bianco della Internet {la terza rete}

Ironia della storia (e forse un altro dito di Dio sul mondo, tanto per rammentarci quanto siamo ciechi). Nell'anno in cui crollava il muro di Berlino, e veniva definitivamente affossata una certa idea di comunismo, negli Usa, al centro esatto dell'arci-nemico del comunismo lo stesso Bush (ex capo della Cia) varava un programma di impulso accelerato alla Internet, nata intorno all sistema nervoso del Pentagono. Risultato: il più enorme e vasto fenomeno di condivisione simultanea, istantanea e gratuita di idee e conoscenze che la storia dell'umanità abbi mai sperimentato. Sotto vecchie etichette sarebbe stato definito comunismo dei beni intellettuali, e tutto ciò avviene secondo un'etica aperta mai vista prima, senza odi di classe o altri rottami emotivi. Ma lasciamo queste etichette alla storia. Piuttosto conta la risata di Dio sulla nostra piccina imbecillità a capire ciò che noi stessi facciamo. E la sua parola, simmetrica e perfetta, che può essere compresa solo attivando ambedue le metà del nostro cervello: ovvero é contemporaneamente passato e presente, futuro e storia, politica e valori, pulsioni e segreto. E altro, inesprimibile. Peccato che la nostra incapacità a capire questo liguaggio multidimensionale sovente ci sia costato e tuttora ci costi milioni di morti ammazzati. Fine della parentesi.

5.2. Mosaic: la porta della nuova <Biblioteca di Alessandria>

5.2.Mosaic: la porta della nuova <Biblioteca di Alessandria>

Torniamo alla Internet. e alla sua applicazione più bella. Ovvero Mosaic (ma il discorso vale anche per Gopher e alla sua rete informativa, guarda caso chiamata Veronica) come sintesi software di questo complesso di esperienze e valori.

Mosaic si presenta come un testo sullo schermo. Gradevole a vedersi: fondo grigio, caratteri tipografici Bodoni ben definiti, illustrazioni a colori, qualche fotografia. Alcune parole sullo schermo sono sottolineate e in azzurro brillante. Con il mouse ci si sposta su una di queste e si fa click. Il primo testo sparisce e, dopo qualche secondo, ne compare un altro, che espande l'argomento connesso alla parola su cui si é fatto il click.

Per esempio, il server sui musei vaticani, effettivamente realizzato e disponibile sulla Internet. Ci si collega, via elenco di tutti i server Www disponibili (una lista che si sta allungando a vista d'occhio). Primo testo sul Vaticano, click su Cappella Sistina, secondo testo sulla Cappella e sugli affreschi di Michelangelo, con illustrazione. Click sull'illustrazione stessa e una voce inizia a spiegare la storia della Cappella e degli affreschi. Click su una icona video e, dopo qualche minuto di caricamento, un piccolo filmato mostra la volta e gli affreschi della cappella con sottofondo di Vivaldi.

A prima vista questa descrizione di World Wide Web, la ragnatela multimediale planetaria e gioiello di Internet, parrebbe piuttosto banale. Nell'area informatica avanzata gli ipertesti sono ormai abbastanza comuni, e vengono ormai normalmente usati anche per le normali funzioni di aiuto nei software più diffusi, come Windows.

World Wide Web é però un ipertesto speciale. Dietro di lui, e le sue parole in azzurro, c'é un circuito planetario con un milione di server connessi, e dai 15 ai 20 milioni di utenti. Ogni click corrisponde a un comando di collegamento ad un punto qualsiasi della gigantesca Internet. L'utente può non accorgersene, ma é la più gradevole e allo stesso tempo complessa interfaccia mai creata dall'informatica. Un autentico libro aperto sul pianeta e sul futuro. La nuova biblioteca di Alessandria, la summa di tutto il sapere (e ora anche la creatività comunicativa) possibile.

World Wide Web (in gergo di Internet W-w-w) é infatti, a mio avviso, il primo punto di approdo del vasto fenomeno di interconnessione spontaneo avvenuto negli ultimi 25 anni. Theilard de Chardin, il grande gesuita e profeta del futuro, lo riconoscerebbe subito come componente essenziale del suo "Punto Omega", l'integrazione attiva del sapere e dell'intelligenza umana in un solo sistema planetario personalizzante e attivo. Intuizione che ebbe negli anni 50 osservando appunto la progressiva integrazione comunicativa propria dell'élite scientifica mondiale.

Non a caso nel 1989 fu il Cern di Ginevra a concepire il progetto, per una interfaccia multimediale generalizzata e gratuita su tutta la rete Internet. Oggi centinaia di università, centri di ricerca e aziende hanno installato gratis server Www (che usano un particolare protocollo multimediale pubblico, l'Htlm) e sono disponibili, anch'essi gratuitamente sulla Internet, decine di applicazioni d'accesso (client) per Workstation Unix, Macintosh, pc Dos e Windows.

Risultato: con poca fatica (sempre che si abbia un pc con modem e accesso a Internet in modalità piena, via Tcp/Ip diretto e non come emulazione di terminale) si può navigare dentro la "ragnatela", accedere in pochi secondi a colpi di mouse a biblioteche collocate magari in Giappone o Australia, ricevere immagini (e persino brevi filmati in standard Mpeg) e leggere oltre 2000 pubblicazioni elettroniche di ogni tipo presenti su Internet, su ogni campo dello scibile umano. Ovviamente tutto in inglese, lingua franca della "rete di reti".

Il programma più utilizzato, oggi, per accedere al Www si chiama appunto Mosaic. Gratuitamente distribuito dall'Ncsa (il National Center for Supercomputing Applications a Urbana Champaign nell'Illinois) consente non solo di visualizzare gli ipertesti Www ma anche di "annotarli", ovvero di aggiungere proprie informazioni alla rete, di inviare messaggi (anche multimediali) a soggetti specifici o ai server, persino di riempire facilmente moduli elettronici per l'abbonamento a pubblicazioni o l'accesso, via carta di credito (e, in futuro, firma elettronica) a eventuali servizi a pagamento.

In questo modo Mosaic e Www realizzano l'autentica novità delle prossime reti digitali: la bidirezionalità, la possibilità di partecipare attivamente alla rete e di scegliere, tra le migliaia di alternative di comunicazione, quella tagliata su misura individuo per individuo, servizio per servizio. Mosaic, infatti, esiste, è gratuito, ma in realtà appartiene al futuro. Si tratta di un ambiente completo di comunicazione multimediale che ha bisogno, per funzionare davvero, di velocità di trasmissione superiori ai 19.200 bit al secondo raggiungibili sulla linea telefonica normale con un modem e un personal allo stato dell'arte. A questa velocità, infatti, i tempi di attesa si fanno ancora sentire, e sono tanto più sensibili quanto più la pagina di ipertesto chiamata contiene immagini (in formato digitale Gif o Jpeg) oppure annotazioni sonore o vocali o persino piccoli filmati. Mosaic, insomma, é una tecnologia nata per le "autostrade telematiche" di domani, quando si potrà comunicare in digitale sulla linea telefonica alla velocità di 128mila bit al secondo (Isdn) o 400mila (Adsl-Video on Demand) oppure 2-5 megabit (fibra ottica fino a casa e rete pubblica Atm). Ovvero tra non più di due o tre anni, considerando gli attuali piani di diffusione dell'Isdn e di sperimentazione della futura rete "Video on Demand" Adsl da parte della Sip e della Stet.

Entro tre o quattro anni, così, anche in Italia dovrebbero essere relativamente diffuse le infrastrutture necessarie alla comunicazione multimediale. Sui personal o sui televisori digitali si potranno ricevere e inviare pubblicazioni elettroniche, messaggi di ogni tipo, persino, almeno sulla carta, assolvere noiosi compiti burocratici (dichiarazione dei redditi compresa) mediante interfacce gradevoli, ipertesti di spiegazione, aiuto in linea via posta elettronica agli esperti.

E, c'é da scommetterlo, a quella data Www e Mosaic, il cui traffico sulla Internet nel 1993 é cresciuto di oltre il 600%, saranno gli standard di fatto di riferimento, e non solo per le "Highway elettroniche" che Bill Clinton e Al Gore vogliono sviluppare dal ceppo di Internet, rete di reti pubblica e accessibile a tutti.

Per questo conviene dare un'occhiata molto seria a Mosaic: potrebbe, anche per l'Italia, essere la chiave, con la sua gratuità e la sua assoluta aderenza a tutti gli standard, di fatto e de jure, per amplificare e valorizzare quanto finora si é fatto, in Italia, in tema di telematica per il cittadino.

Ma come? Quella che si profila, almeno in Italia, é una sperimentazione delle nuove reti tutta istituzionale. La Isdn, con il suo basso costo (due volte la telefonia normale) vede un pugno di grandi aziende (i soliti addetti ai lavori) come soggetti trainanti. Il Video on Demand, se va bene, Rai e Fininvest. Intanto il moribondo Videotel langue. L'Italia é piena di servizi-pilota di banche e amministrazioni, di punti informativi multimediali isolati lasciati spenti nelle sale di rappresentanza e nei saloni affrescati di cui sopra. Di reti amatoriali (Fidonet, Rete One, Sublink, Peacelink...) che collegano migliaia di entusiasti in giri sostanzialmente chiusi. E decine di migliaia di studenti di informatica e ingegneria che oggi accedono a Internet via università ma se ne servono solo per scopi didattico-accademici. C'é quindi una massa critica potenziale. Ma manca il catalizzatore, l'elemento capace di aprire reciprocamente, contaminare, far fruttare e erompere una nuova fase della comunicazione in Italia.

5.3. Vod, la rete senza qualità

5.3. Vod, la rete senza qualità

Diario di Beppe, luglio 1994.

Vod, ovvero Video on Demand. La possibilità di usare la rete telefonica esistente (oppure, negli altri paesi, la rete tv via cavo) per fornire collegamenti digitali a larga banda. In teoria una faccenda molto simile alla Internet. In pratica ben diversa, se non opposta.

Varie soluzioni oggi si intersecano in tema di reti per il grande pubblico. Il successo e la rapida diffusione della Internet hanno reso chiaro, a tutte le aziende operanti nelle comunicazioni, il potenziale del nuovo mercato digitale-interattivo. Innanzitutto due gruppi: i gestori di reti tv via cavo e le aziende telefoniche.

I primi, quasi diecimila negli Usa, sono pieni di debiti, con abbonamenti stagnanti, ma nel corso degli ultimi venti anni sono riusciti a portare i propri cavi coassiali per tv nel 60% delle case statunitensi. Su questi cavi, combinandovi oggi fibre ottiche, commutatori ad alta velocità e batterie di computer-server si può offrire ben di più del normale programma o film televisivo via cavo. In pratica si può canalizzare ogni tipo di software multimediale, informatico, interattivo. Dalla posta elettronica fino alla scelta tra migliaia di film digitalizzati residenti sui server, che l'utente può scegliere e vedere come se avesse a disposizione un videoregistratore, con tanto di fermo immagine, avanti e indietro veloce. Ma non solo: videotelefonia, teleshopping, educazione a distanza... vantaggio della rete tv via cavo la diffusione dei coassiali, che possono reggere potenze trasmissive di cento volte superiori risptto ai normali cavi telefonici in rame.

Una rete multimediale generalizzata di consumo, quella che stanno iniziando a costruire negli Usa. Definita da Clinton "information super-highway" vede le grandi compagnie telefoniche in concorrenza diretta, e senza barriere, con i gestori tv via cavo. Dove le prime, per annullare il vantaggio trasmissivo dei secondi, negli ultimi due anni hanno acquistato circa un terzo dei 10mila piccoli gestori locali (piuttosti che affrontare gli enormi investimenti per ricablare in fibra ottica milioni di case). Mentre altri telefonici stanno iniziando a sperimentare una particolare tecnologia, l'Adsl, che consente di super-sfruttare il cavo telefonico esistente, e di inviarvi dati a velocità di circa 300 volte rispetto agli attuali collegamenti via modem. Con l'uso dei chip Adsl (compressori di segnale sulla liena telefonica) contano così di avviare se non super-highway quantmento larghe superstrade informative, e di reggere la concorrenza nei nuovi servizi con i cablisti tv.

In Italia, paese senza reti tv via cavo e con una cultura telematica quantomai ristretta (complice la mancata modernizzazione degli sorsi 15 anni, il ruolo occulto dell'Asst, la gestione monopolistica assoluta della Stet e delle Ppss, in definitiva un dei tanti lembi della veronica nazionale...) oggi si tenta la strada a (supposto) basso costo dell'Adsl. Ovvero una rete digitale ad alta velocità relativamente ristretta a poche centrali Sip, tra loro interconnesse in fibra ottica e dotate di commutatori a larga banda e ad alta velocità. E da queste, verso le case, linee telefoniche dotate di chip Adsl, capaci di ricevere fino a 6 megabit al secondo (ovvero l'equivalente di tre canali televisivi digitali) e di inviare in risposta a 400mila bit/secondo (il triplo della capacità trasmissiva della più avanzata rete Sip di oggi, la Euro-Isdn).

Il tutto, secondo gli scenari, entro il 1996-7. Ovvero tra trentasei mesi.

Incredibile, non é vero? Dopo decenni di "starvation telematica", di reti sempre promesse, carissime, e mai efficienti ecco che arriva di botto la terra promessa della superstrada digitale. Complice la Cee che ha stabilito dal 1998 la piena competizione nelle telecomunicazioni Cee (a cui peraltro finora l'Italia ha fatto finora orecchie da mercante).

Mentre la Spagna, di fronte al piano Cee di liberalizzazione, onestamente ammetteva la sua impreparazione e richiedeva una proroga fino a oltre il 2000 per l'apertura del suo mercato, l'Italia sceglieva la strada, tipica della veronica, di accettare sulla carta il piano ma intanto bloccare ogni disposizione interna (obbligatoria).

Un giochino un po' squallido, e che non potrà reggere a lungo. Per questo i big delle comunicazioni italiane stanno approntando la superstrada. Quando si troveranno a competere, in Italia, con British Telecom o Unisource dvranno offrire qualcosa di significativo, su cui consumatori e utenti siano disposti effettivamente a pagare.

Non solo. Dopo l'apogeo di audience della fine degli anni 80 la tv passiva italiana, superaffollata e in massima parte di qualità scadente, apre aver raggiunto un trend di stazionarietà-lento declino. Mentre il futuro si annuncia incerto. Il mondo anora inesplorato delle reti interattive di massa potrebbe alternativamente assomigliare all'apparente caos gratuito, organizzato e senza padroni di Internet oppure a una riproduzione degli equilibri esistenti con due o tre grandi leader generali e una corona di piccoli soggetti specializzati. Nessuno lo sa: negli Usa tutto é ancora in fase di test. E, a differenza dell'Italia, tutti sono liberi di competere con tutti, data la recente ulteriore deregulation di Clinton.

Una delle ipotesi sulla discesa diretta nel campo politico di Silvio Berlusconi é appunto questa. Di essersi accorto, già da qualche anno, del punto di massimo ormai raggiunto dalla tv passiva-commerciale. E, invece di gestirne il lento declino, la scommessa sulla diretta direzione del governo. Magari anhe per pilotare la transizione all'interattivo, in un mercato delle telecomunicazioni italiane tuttora fermo ai monopoli rigidi, secondo gli interessi dei grandi leader della passata generazione, Finivest in testa.

Ipotesi, forse dietrologia. Certo é che si intravvede una "stretta collaborazione" tra Fininvest e Sip (o Telecom Italia) in tema di superstrada digitale. L'obbiettivo é infatti quello di fornire il video on demand e altri servizi a interatività limitata all'interno di un business da pay-tv, su cui Ciampi impose l'abbandono dell'etere e la scelta tra cavo e satellite.

La rete Vod (nella sua versione "chiusa") sta a Internet-Mosaic come un cinema multisala sta al Louvre connesso ai Musei Vaticani, al British e così via.... Ma la prima consente la facile e diretta fatturazione sul pubblico, il quasi certo business del porno notturno, la diffusione di programmi pseudo-interattivi ancora guidati dai vari Funari, Fede, Sgarbi, Bongiorno e Vianello. Ovvero la redditività economica del mezzo e la sua controllabilità politica. Il canale di amplificazione dei valori dominanti si riprodurrà sui nuovi mezzi, secondo la logica dei grandi gruppi. La veronica.

Con rischi ulteriori. Il canale interattivo consente di ricavare informazioni dirette sull'utente, fino alla schedatura e alla registrazione dei suoi comportamenti. Mettere nelle mani di un potere incontrollato (in cui non esistono autorità di controllo super-partes e lo stesso capo dell'Esecutivo é in una posizione quantomeno ambigua quanto a media) un mezzo del genere non é esattamente piacevole.

Specie se, dalle colonne di un giornale controllato da Berlusconi si legge che la sua vittoria é dovuta alla <desacralizzazione del potere verso il quale sta andando la nostra civilità>, perché <si é collocato all'avanguardia della cultura occidentale che porta sempre più alla liberazione da ogni potere grazie alla tecnologia della televisione, dei fax, del computer, dei telefoni>. E quindi: <Al posto dei poteri classici cui siamo abituati, sia politici che religiosi, strettamente legati alla trascendenza e al sacro, Berlusconi interpreta il Potere Moderno, che non ha bisogno di valori, e nemmeno del Parlamento, questo istituto illogico, decrepito, sede di inefficiente ritualità, questo spazio sacro diventato inutile dato che ogni cittadino é soggetto della propria vita e non ha bisogno di rappresentanti politici>.

Non male come scenario. Niente valori, niente controllo parlamentare, niente regole. Democrazia plebiscitaria tecnologica. La rete Vod come collettore centrale del consenso. Il sistema monopolistico delle telecomunicazioni italiane ad assicurarne la leadership (in pratica la rete Vod Stet potrebbe essere l'unica di ampio respiro in Italia per i prossimi 5-10 anni, a meno di una reale liberalizzazione delle reti e di massicci investimenti da parte di gruppi europei (Olivetti..) o Usa. Ma si tratta, almeno per ora, di un scenario (ancora improbabile).

Da simili possibilità (si tratta appunto di possibilità, non di certezze) c'é un mezzo sicuro con cui cautelarsi: ottenere fin dall'inizio l'apertura a Internet della rete Vod, il suo status come sistema non chiuso, non controllabile o pilotabile da nessuno. E la migliore garanzia é lo sviluppo, fin d'ora, di una "Internet italiana" che raccolga tutte le esperienze sociali di comunicazione attiva che stanno nascendo nel paese.

5.4. La rete libera cittadina: l'antidoto alle veroniche

5.4.La rete libera cittadina: l'antidoto alle veroniche

Oggi, infatti, posso intravvedere questo possibile catalizzatore. La seconda grande scoperta che ho fatto navigando nella Internet é stato il fenomeno del civic networking, e delle Freenets.

Una Freenet non é altro che una sorta di Videotel civico metropolitano gratuito gestito su un computer standard che fa da server. Ci si collega con il proprio personal, dotato di modem, ci si registra, si apre automaticamente una propria casella postale elettronica e si paga solo il costo della telefonata urbana. Ogni Freenet offre diversi servizi, generalmente di tipo informativo oppure basati su posta elettronica. Di solito ha un menu base strutturato come una città virtuale: ospedale per i servizi sanitari, comune per l'amministrazione locale, banca per i servizi finanziari e di risparmio, giornale per le notizie e l'informazione, teatro per gli spettacoli, piazza per le conferenze e le discussioni tra i registrati della freenet....

In ogni area accanto agli elenchi statici di informazione (farmacie aperte, ambulatori disponibili...) stanno servizi tipicamente interattivi e basati sulla posta elettronica. Per esempio il servizio "Ask a doctor". Si può navigare in una lista di medici specialisti (che hanno caselle postali sulla freenet) e sceglierne uno. Mandargli un messaggio con un quesito a cui verrà risposto entro poco tempo. E, nel caso avviare un dialogo. Lo stesso si può fare con consulenti finanziari, giornalisti, amministratori pubblici, avvocati, notai, magistrati, manager, scienziati, letterati, insegnanti, tecnici....Chiunque può fornire servizi alla Freenet semplicemente mettendo in gioco la propria professionalità. E usando la propria casella postale elettronica. Gratuita. Ma che può comunicare, se vuole (e a pagamento) con ogni altro utente della Internet. Ovvero 15 milioni di persone in tutto il pianeta.

Inventata alla Case Western University di Cleveland (da un progetto di ricerca sulle reti sociali) la Freenet per prima é sbarcata nella città natale. Un successo clamoroso che ha portato, due anni fa, alla nascita dell'Nptn (National public telecomputing network) la rete-associazione delle Freenet che si occupa di distribuire gratuitamente software e soluzioni per l'avvio delle reti (compreso il Freeport, la piattaforma su Unix) e di diffonderne il modello. Risultato: oggi esistono oltre 70 Freenets in ogni maggiore città Usa e canadesi (in questo ultimo paese sono spesso i ministri a inaugurarle) e qualcuna sta già partendo in Europa.

Una rete di Freenets italiane, imperniate in ogni città su istituzioni super-partes come le università, reti aperte (sia ai cittadini che a ogni tipo di fornitore di servizi), reti regolate da regole etiche e da un robusto spirito di volontariato, reti valorizzate e gestite dai giovani, capaci di evolvere verso le piattaforme tecnologiche più avanzate (Isdn, multimedialità Mosaic, reti video on demand...) pur mantenendo il proprio connotato chiave di assoluta e integrale apertura... Un progetto, insomma, per inserire l'Italia dei valori, come soggetto chiave in questo grande processo di salto tecnologico e civile che vedrà il passaggio dai media passivi a quelli attivi del prossimo futuro (e Internet é già del presente).

Sbaglia in parte perciò chi, come Stefano Rodotà in un articolo su Repubblica, parla di Internet come caso progressivo e riuscito di intervento pubblico. Internet é stata innanzitutto una enorme <forzatura delle regole burocratiche> vigenti nel settore tecnico-scientifico Usa. Senza l'apertura reciproca delle migliaia di reti, ottenuta per via volontaria, dal basso, nonostante burocrati pubblici e privati, Internet non esisterebbe. Senza le Freenet volontarie non esisterebbe informatica civica. Illusorio quindi, come inizia a predicare qualcuno a sinistra, che basti un municipio illuminato o un buon management Sip per creare le Freenet. Bisogna mobilitare ben altro, con umiltà e pazienza. Mobilitare le associazioni, i club, gli amatori di Fidonet e delle altre reti amatoriali. Coinvolgere istituzioni, imprese, professionisti. Catalizzare interi pezzi di società, senza chiusure per nessuno (fatte salve le regole etiche della Freenet). Nessuna chiusura politica, nessuna appartenenza gradita o vietata, ma solo un modello di trasparenza reciproca. Con l'obbiettivo principale di creare un terreno di gioco più alto per tutte le espressioni e attività della società italiana. Un motore di produzione di qualità dinamica.

Per esempio: arrivare, via collaborazione tra freenets e soggetti pubblici, alla dichiarazione dei redditi compilabile direttamente sul televisore digitale, via moduli elettronici gradevoli e assistenza remota di esperti on-line (anche se invisibili). E così via: le freenet dell'Italia del 2000 giustificheranno se stesse se non altro soltanto in termini di minori rotture burocratiche di scatole per il comune cittadino. Rinnovo di documenti, versamenti in c/c postale o bancario, admpimenti di ogni tipo.. Ce n'é abbastanza per ripensare anche la struttura portante dello stato, alleggerirla, appiattirla sui servizi più pregiati, meno meccanici e a maggior valore aggiunto per i cittadini (anziani, bambini, ospiti di altre nazionalità...).

5.5. La miseria telematica pubblica italiana

5.5. La miseria telematica pubblica italiana

Articolo di Beppe su "Il sole-24 Ore" del 15 settembre 1994 in tema di informatica per il cittadino.

I ricercatori di Teknibank, nei primi mesi del 1994, hanno completato un'indagine a tappeto sull'argomento delle reti pubbliche. Prendendo in esame l'area dei <<teleservizi per il cittadino, che comprende - dice l'indagine - l'offerta al singolo cittadino di una serie di servizi informativi e operativi di tipo self-service, posti sul territorio e in luoghi di pubblico accesso, che utilizzano banche dati off line e on line, collegate a un centro servizi locale o remoto>>.

Una ricerca, quindi, che focalizza sulle cosiddette <<colonnine telematiche>> che possiamo incontrare negli aereoporti, nelle stazioni, nelle sale dingresso dei municipi e delle banche. Oppure sui <<Bancomat estesi>> e sui centri di teleprenotazione, già operativi a Bologna e Trieste. E invece esclude le (peraltro poche) esperienze di servizi pubblici in rete (per esempio su Videotel) che arrivano fino alle case e agli uffici.

Risultato. Al gennaio scorso risultano attive 63 iniziative, di cui 7 ancora in fase di progetto e 4 alle prime fasi di sperimentazione, mentre per 13 servizi già operativi si stanno studiando ulteriori estensioni. Nel complesso l'area della telematica pubblica contava, al gennaio 1994, 1.360 terminali a disposizione del pubblico, ai quali stanno aggiungendosi altri 960 punti operativi previsti entro il 1995.

Il certificato anagrafico elettronico dà luogo, con 22 iniziative, al maggior numero di applicazioni già operative, ma in generale di taglia medio-piccola. Segue l'area turismo-cultura-spettacoli con 19 servizi (peraltro i più consultati), mentre quindici progetti vanno dallaccesso trasparente ai documenti pubblici, ai trasporti, alla sanità, alle banche, al supporto alle vendite.

Un'area abbbastanza ristretta, come si vede, per il 64% locale (comunale) e con investimenti effettivi di 91,3 miliardi di lire. Una cifra quantomai piccola, se confrontata ai conti dello Stato. Pari, infatti, a circa quattro ore in termini di servizio del debito pubblico italiano.

Senza contare che numerosi progetti lanciati negli scorsi anni sono stati abbandonati. Così per l'ambiziosa <<comunità informatizzata>> di Bergamo che, secondo lo studio di fattibilità (costato lui solo un miliardo) doveva integrare ogni tipo di applicazione telematica (rete Videotel, Edi-Vas, corporate banking, certificazione automatica, controllo ambientale, parcheggi, traffico, trasporti pubblici, accessi al centro storico, sistemi Bancomat "estesi", sanità, teledidattica, telesorvegliana, turismatica, persino videoconferenze).

A conti fatti un simile sforzo tecnologico, che di sicuro avrebbe reso Bergamo il leader italiano (ma non solo italiano) dello <<Stato telematico>> si è bloccato di fronte ai budget previsti: 64 miliardi di investimento iniziale e 17 miliardi in termini di costi di esercizio annuali. Troppi per le casse vuote di enti locali italiani compressi dal debito pubblico centrale.

Altri progetti, come la carta sanitaria di Brescia e la turismatica in Sicilia e Abruzzo risultavano al palo, pur avendo raggiunto la soglia delloperatività, per ragioni burocratiche centrali. Viceversa più significativo è stato l'insuccesso della telematica interattiva, via <<colonnine pubbliche>> nell'area commerciale-distributiva. Qui i promotori, tra cui la Fininvest-Standa e la Rinascente, hanno ottenuto risultati molto deludenti dagli esperimenti. Quasi sempre, questi ultimi, basati sul dialogo tra il consumatore-utente e un terminale multimediale per informazioni pubblicitarie o promozionali, partecipazione a concorsi e operazioni a premio in tempo reale, emissione di coupons, dialogo con le aziende... Risultato: colonnine in disuso, i consumatori che preferiscono far la spesa come sempre, il ri-orientamento della telematica promozionale verso i display luminosi, la pubblicità sui carrelli, sugli scontrini fiscali e sui sacchetti della spesa. E, magari, qualche colonnina a disposizione del pubblico se vuole inviare un fax o accedere a un numero verde telefonico.

Al netto di queste, che traspaiono dallo studio Teknibank come le principali lezioni in negativo finora osservate, resta un territorio della telematica per il cittadino (i 63 servizi analizzati) formato, in termini di numero di stazioni attive, per metà da sistemi di ampiezza nazionale (Fs, Poste, Bancomat estesi..), per il 40% da servizi locali nel Nord e solo per il 4,5% e 5,2% da iniziative delle amministrazioni del Centro e del Mezzogiorno. Dove la regione leader, in termini di diffusione dei servizi, appare il Friuli-Venezia Giulia, in cui telecertificazione anagrafica e il Centro di prenotazione unificato di Trieste costituiscono una massa critica rilevante.

Spicca, nell'indagine, il ruolo di questi due centri di prenotazione unificata, sviluppati dal gruppo Finsiel insieme alle Usl. Per il centro di Bologna, operativo fin dal 1990 (dopo una fase di progetto iniziata nel 1986) vale una attività di prenotazione, via operatore al terminale, di un gran numero di prestazioni (dalle analisi di laboratorio fino alla visite specialistiche). Il centro, soltanto con la riorganizzazione dell'anagrafe sanitaria, ha realizzato un risparmio di un miliardo sui contributi ai medici di base, ai quali prima risultavano in carico pazienti defunti o trasferiti. Con 700mila transazioni anno serve quasi 300mila utenti e costa circa 10 miliardi all'anno. Un investimento in un bene pubblico avanzato che si è rivelato così positivo, lascia capire lo stdio, da farne prevedere, oggi, l'estensione all'intera area metropolitana e, più avanti, il collegamento diretto fino alla case dei cittadini via telefono, modem, personal computer.

L'elemento chiave é che, invece di accelerare, lo sviluppo dei nuovi servizi telematici per il cittadino appare in fase di rallentamento nella Pubblica amministrazione italiana. Questo almeno dicono le cifre della ricerca Teknibank che, su 63 servizi censiti, ne ha rilevato solo 7 in fase di lancio, con certezza di raggiungere lo stadio operativo nel 1994-95.

Non solo: l'indagine ha rilevato altresì che, mentre per le iniziative relative all'area turismo-cultura e spettacolo, trasporti e certificazione anagrafica esistono progetti che si tramuteranno a breve in vere e proprie attività di servizio, per le altre applicazioni non esistono piani o studi di fattibilità. In particolare per quelle miste pubblico-privato, come i servizi bancari associati a quelli burocratico-amministrativi, la partecipazione del commercio a iniziative congiunte dove vale <la prudenza con cui alcuni soggetti, come banche e distribuzione, seguono attualmente lo sviluppo di tale settore>. Di sicuro Tangentopoli, che non é stata estranea allíinformatica pubblica, ha frenato e frena sul ritorno all'innovazione. Ancora più certo l'impatto negativo proveniente dalla situazione delle finanze pubbliche, centrali e locali, e il veloce mutamento politico avvenuto, e in corso, nei Palazzi, grandi e piccoli.

Eppure ciò che si é fatto, anche se non molto, non é da buttar via. I centri unificati di prenotazione sviluppati dall'Italsiel a Bologna e Trieste, per esempio, funzionano e mostrano risultati, sociali ma anche economici, interessanti. Líarea turismo-cultura-spettacolo, con le sue colonnine multimediali sviluppate spesso a basso costo dagli enti locali e poste nei musei e nei principali punti di attrazione culturale della città, mostrano buoni successi in termini di uso effettivo. Dall'indagine emerge infatti che una colonnina di questo tipo riceve circa 212 interrogazioni-giorno, contro le 94 di un punto di prenotazione sanitario (assistito da operatore o meno) e le 69 interrogazioni per l'emissione istantanea di certificati anagrafici. Un po' meno appetibili, almeno finora, i servizi per i trasporti (59 interrogazioni-giorno), la trasparenza (52) mentre i servizi bancari e di supporto alle vendite presentano indici d'uso deludenti (pari, rispettivamente, a 15 e 25).

Un ipotetico gestore pubblico, rileva lo studio, dovrebbe mettere in conto sulla sua rete, considerando l'ampiezza media dei progetti, un volume di quasi 6mila interrogazioni-giorno per l'area turismo-cultura, 6.300 per la sanità e 3.300 per i trasporti. Cifre di "rendimento" non piccole, considerando la possibilità, oggi pienamente matura, di reti civiche a costi sempre più bassi, basate su sistemi client-server standard (a tecnologia pc) e, infine, operanti sulla rete telefonica normale.

Soltanto il 24% dei terminali oggetto dell'indagine é ancora di tipo isolato, mentre la loro connessione in reti vede una crescita piuttosto veloce. Non solo: quasi la metà dei servizi (specie quelli più sofisticati come la certificazione e la sanità) si basano anche su carta magnetica o a microprocessore (nel caso dei centri Italsiel é previsto il futuro uso delle laser card) e due terzi delle applicazioni prevedono il rilascio di ricevute scritte.

In definitiva la ricerca di Teknibank non consente alcuna previsione rassicurante. Appena nato, e tra mille difficoltà e resistenze, questo complesso campo di innovazione per il sistema Italia é già in crisi. Gli investimenti effettivi sono estremamente piccoli, meno di cento miliardi in tutto, mentre gli effetti perversi di Tangentopoli combinati al macigno del debito pubblico, minacciano di schiacciare lo sviluppo di nuove iniziative. Mentre allestero partono piani grandiosi di innovazione (basti pensare alle iniziative di Clinton in tema di liberalizzazione totale delle telecomunicazioni, l'impulso alla gigantesca rete aperta Internet, le autostrade telematiche, la qualità globale nel settore pubblico Usa) da noi il tema del cittadino telematico é quasi clandestino. Roba da addetti ai lavori, da utopisti della tecnologia.

Eppure, dice lo studio Teknibank, risultati positivi non mancano, a conti fatti, anche in Italia. Le 'colonnine telematicheª per il turismo, la cultura e lo spettacolo vengono consultate e funzionano bene. I centri di prenotazione sanitaria di Bologna e Trieste girano a pieno regime con centinaia di migliaia di utenti che saltano code e mezze giornate estenuanti per una prestazione della Usl. I certificati anagrafici, stampati subito sul terminale al pubblico (o persino allo sportello Bancomat), vengono usati da un numero crescente di utenti. E si prevedono altre novità dalle Ferrovie dello Stato (teleprenotazione dei posti), l'Inps (che istruirà le sue pratiche senza chiedere certificati anagrafici al cittadino), la Sip (con una stazione pubblica multimediale generalizzata), l'Olivetti (con un consorzio esteso ai teleacquisti, Essai, su reti a larga banda).

In pentola, come si vede, c'é ancora molto. E ancora di più vi sarebbe se uno dei principali ostacoli rilevato dall'indagine, la resistenza delle burocrazie barricate dietro un sistema di leggi, regole e procedure quantomai fitto, venisse finalmente disboscato e semplificato. Ridando fiducia ai partner privati nei progetti di nuovi servizi, dalle banche alle aziende informatiche, di software e sistemistica che finora hanno dovuto subire, in molti casi, cocenti delusioni, blocchi nei pagamenti, difficoltà di ogni genere. Al netto di tutto ciò, comunque, resta questa la strada maestra per una nuova qualità dell'amministrazione italiana.

L'elemento nuovo, giustapponendo questo scenario italiano al fenomeno (per ora principalmente Usa) delle Freenets é la possibilità di ridurre nettamente i costi di un processo sociale di innovazione, di coinvolgervi una massa rilevante di risorse (soprattutto umane) volontarie, di determinare un duplice circolo virtuoso: il rispermio di risorse pubbliche via innvazione nei servizi, qualità indotta e necessaria semplificazione burocratica; l'impulso su un sistema di valori attivi, aperti e positivi che rappresenta l'autentica via d'uscita, a lungo termine, nella crisi di questo paese.

5.6. La rete siete Voi

5.6. La rete siete Voi

I l "galateo della Rete Civica Milanese"

LA RCM SIETE VOI ********************

La Rete Civica di Milano e' e sara' cio' che ne faranno i suoi aderenti, individui e associazioni. Nella RCM troverete le informazioni, le valutazioni, le esperienze che altri aderenti alla RCM avranno deciso di condividere, per migliorare la qualita' della vita a Milano e consolidare un senso di collettivita'. La RCM non e' un ambito di scambio del software, con la sola eccezione di quello che serve al funzionamento della rete stessa.

La RCM, come Internet a cui si ispira, piu' che un mezzo di diffusione delle informazioni da uno a molti, e' un sistema bidirezionale che mette in relazione cittadini attivi con altri cittadini attivi.

Per questo ciascuno e' personalmente responsabile di cio' che inserisce nella RCM, in conformita' con le indicazioni del seguente

*********** GALATEO della Rete Civica di Milano ****************

In cambio del privilegio di aderire alla Rete Civica di Milano, di usare i servizi che offre e di avere accesso alle informazioni in essa contenute, io dichiaro di condividerne i principi ispiratori sopra delineati, e di accettare ed attendermi alle norme di comportamento che seguono e a quelle che verranno promulgate periodicamente dagli Amministratori della Rete stessa.

1) L'uso della Rete Civica di Milano (RCM) e' un privilegio che puo' essermi revocato dagli Amministratori della Rete stessa in ogni momento a fronte di un comportamento improprio. Costituisce, tra l'altro, un comportamento improprio: l'immissione nella RCM di informazioni non lecite; lo scambio di software, anche se auto-prodotto, di pubblico dominio o sharware; l'uso di un linguaggio osceno, ingiurioso o che comunque possa essere sgradevole, offensivo e non adatto per altri aderenti, tanto in messaggi pubblici che - a seguito di uno specifico esposto - privati. Gli Amministratori della RCM saranno gli unici arbitri di cio' che ottempera o non ottempera ai criteri suddetti.

2) La RCM si riserva il diritto di riesaminare qualsiasi materiale archiviato in un file, accessibile dagli utenti, e commentera' o rimuovera' qualsiasi materiale che giudica a sua pura discrezione improprio, secondo i criteri suddetti.

3) Tutte le informazioni e i servizi presenti nella RCM sono disponibili allo scopo di intrattenere e di dare informazioni generali ed intesi per uso privato da parte degli aderenti, ed ogni commercio o uso non autorizzato di questo materiale, in ogni forma, e' espressamente proibito.

4) La RCM non garantisce che le funzioni del sistema soddisfino specifici requisiti, ne' che essa sia priva di errori o senza interruzioni. La RCM non e' responsabile di qualsiasi danno - diretto, accidentale o conseguente (incluso la perdita di dati, informazioni o profitti) - relativo all'utilizzo o all'impossibilita' di utilizzo del sistema.

Inoltre dichiaro di sollevare la RCM, i suoi responsabili, collaboratori e operatori, e qualsiasi ditta o istituzione con cui la RCM e' affiliata, per qualsiasi problema, di qualsiasi natura, derivante dal mio uso o incapacita' di usare la RCM ed il software con cui e' realizzata.

5.7. Il rischio: la telematica dei soliti clan

5.7. Il rischio: la telematica dei soliti clan

Diario di Beppe, fine settembre 1994

Non sottovalutate i conventi. Molti dei loro frequentatori sono intelligenti, preparati, osservano e capiscono il mondo. Per questo il Pds lancia a Bologna, sotto il suo ombrello, Internet per tutti. Stefano Bonaga, filosofo e gioviale esterno al partito, assessore all'innovazione amministrativa, gli dà un tocco di cultura e umanità romagnola. Resta però l'operazione da "primi della classe" del Pds. Sull'Unità Internet diviene un mito e si colora di "progressista". Nuovo mito della sinistra è Gabriele che agita la bandiera con la quercia e l'immancabile (ma ora minuscola) falce e martello.

No. Non mi va. La rete civica non deve essere connotata, controllata, etichettata. Deve essere gestita da public companies che hanno come soli azionisti i propri utenti. Imprese in cui la qualità di servizio diviene fattore essenziale di sopravvivenza, e non l'appartenere a questo o quel convento, schieramento, gruppo (per quanto nobile esso sia).

All'inizio della vita della Rete Civica Milanese, di questo esperimento che stiamo tentando, immediatamente si è posto questo problema. Due tra i partecipanti al progetto, appartenenti a un club esclusivo della sinistra milanese, immediatamente partono in quarta con il progetto di una "loro" sottorete, chiusa e a pagamento, per "gestire" le comunicazioni tra le associazioni "democratiche", i professionisti dell'amministrazione e della politica "volontaria". Un progetto peraltro quantomai noioso, chiuso, fallimentare in partenza.

Morale: anche in paradiso c'è polvere cacciata sotto i tappeti. La veronica alberga anche tra i progressisti. L'appartenenza telematica è il primo riflesso condizionato di costoro. Il rischio che ci sta davanti: andare dritti dritti al monopolio berlusconiano tv o alla rete vod senza qualità per incapacità di concepire l'apertura necessaria alla nuova fase.

5.8. Un piccolo dittatore telematico

5.8. Un piccolo dittatore telematico

Sabato 9/10/94, ore 18. Il giorno prima mi dicono che su Milano Telematica si parla della Rcm, e non bene. Mi collego e faccio una ricerca sulla parola "civica".

Compare il seguente messaggio a nome del Sysop, il gestore del sistema (che controlla tutto il server), Alfredo Cuccardi.

<E la tv? Tre reti Tre pubbliche, in mano ai partiti funzionanti per i partiti e le loro clientele, con un buchi di centinaia di miliardi.

Finche' qualcuno poi vota contro e fa venire i nodi al pettine disfando il giochino!

Poi la TV pubblica e' logico che sia gestita dai partiti: non c'e' nulla di strano in cio', salvo che non andrebbe gestita dai partiti presi come tali, ma dai partiti intesi come espressione in Parlamento, l'unica vera espressione del popolo, unico sovrano di cio' che si definisca "PUBBLICO" o "CIVICO".

Ma poi mi dite voi perche' una TV pubblica debba raccogliere pubblicita', se esiste un canone? O uno o l'altra!

Insomma, l'Italia e' sempre il paese delle truffe, come questa fantomatica RCM, che non e' una rete civica, ma e' formata da un gruppo di contestatori sinistrorsi che sfruttano l'ente pubblico Universita' per sparare sulla giunta milanese e sul Governo per via telematica, usando l'aggettivo "civica". Questo e' un esempio d'uso scorretto dei poteri istituzionali: si chiama "POTERE OCCULTO", cioe' in dispregio della volonta' popolare di chi va a votare.

Vi avviso che intendo stroncare sul nascere questa RCM, con l'aiuto di media autorevoli.

Ma sapete che queste cose sono gravi e a me piacerebbe querelare questa gente, se sapessi che nel nostro paese la giustizia ha un senso? (grassetto aggiunto da G.C.)

"Chiunque con artifizi o raggiri induce altri in errore per conseguire vantaggi economici personali, commette reato di truffa"

Questo articolo del codice penale in Italia e' trascurato da molti! Ma voi cosa pensate di cio' che e' stato inviato qui su quella fantomatica RCM?

Guardate che siamo stati presi in giro tutti. Questa RCM puzza come il pesce marcio al sole!

Fred>

Di fronte a questo messaggio mi infurio e scrivo, senza sapere in quale luogo é stato pubblicato, la seguente risposta (reply). Sapendo anche che Milano tel ha una grossa area dedicata al sesso e Cuccardi professa apertamente il suo credo leghista:

<Caro Amico,

Mi chiamo Giuseppe Caravita e faccio il giornalista al Sole 24 Ore. Mi piacerebbe che Tu, o la gente come te, non si facesse prendere troppo facilmente dall'isterismo. Io sono un promotore della Rete Civica, e non certo di una bbbs specializzata nella pornografia, come é la tua. Non appartengo a nessuno, nemmeno alla Tua accolita che ha per componenti l'esimio Formentini, non-sindaco di Milano. E nemmeno del convento rosso del Pds. Siamo solo uomini liberi, che cercano di elevare il livello della comunicazione interattiva da dove l'hai posta tu; e i tuoi amici.

Ti sfido rendere pubblico questo messaggio.

Saluti "destrorso"

Giuseppe Caravita>

Subito dopo, navigando dentro <Milano telematica>, scopro la conferenza in cui sono visibili i messaggi sulla rete civica. Si tratta di "In salotto con Carol". Tra cui, precedente al primo (che mi aveva spinto alla reply infuriata) un altro messaggio di un utente a cui risponde il Cuccardi:

<Io sono molto piu' ingenuo. Credo che RCM sia tecnicamente in mano a gente in buona fede. Voglio aspettare almeno un mese prima di dare giudizi. Certo: per ora non riesco manco a iscrivermi!!>

Cuccardi risponde: Si' in effetti hai ragione a pensarla cosi': sono solo dei poveracci con le idee confuse che pretendono di realizzare le cose senza fondi a disposizione.

Ma ripeto: per fare una RCM pluralista e che funzioni con FirstClass bisogna mettere sul tavolo almeno 30-35 milioni, altrimenti si fan solo ridere i polli.

Fred>.

Subito dopo, sulla conferenza, compaiono alcuni messaggi di risposta alla mia reply. Il primo é:

<Mi piacerebbe che Tu, o la gente come te, non si facesse prendere troppo facilmente dall'isterismo. Io sono un promotore della Rete Civica, e non certo di una bbbs specializzata nella pornografia, come é la tua. Non appartengo a nessuno, nemmeno alla Tua accolita che ha per componenti l'esimio salumaio Formentini, non-sindaco di Milano.

Caro Caravita,

prima di criticare inopportunamente Milano telematica, corregga il Suo

italiano!

Abbiamo contato circa una decina di errori vari (ortografia, sintassi, battitura).

Per un giornalista della Sua risma è anche poco...

La Sua BBS non possiederà aree pornografiche (e non sa cosa si perde...), ma se provasse, Lei o Sua moglie, a fare quattro passi nella sala macchine del dipartimento da cui è partita l'iniziativa RCM, scoprirà che tre terminali su quattro mostrano sullo sfondo immagini semi-pornografiche.

Ce Le ha messe per caso Lei?

Attendiamo una Sua cortese risposta.

Salutoni,

Capitan Uncino>

Tento di rispondere via conference ma scopro che non sono abilitato, o sono stato immediatamente disabilitato a rispondere in pubblico. Per forza di cose, quindi, invio la mia risposta privatamente, sulla casella postale di chi mi scrive. Con il seguente testo:

<L'italiano é quello che é quando si é indignati. Vorrei vedere Lei se viene definito pubblicamente, e senza alcun motivo, un truffatore!

Non mi sento responsabile se non delle mie azioni. E la sala macchine del Dsi non é mai stata luogo di mie frequentazioni. Peraltro non sono un bacchettone. Devo confessare che, leggendo il messaggio di Cuccardi, ho perso la calma. Non si ripeterà più. Eviterò, in futuro, simili occasioni di lettura.

Distinti Saluti

Giuseppe Caravita>

Un secondo messaggio compare sulla conference:

<L'8-10-1994 alle 18:18, Giuseppe Caravita ha scritto a Fred le seguenti parole:

GC> Mi chiamo Giuseppe Caravita e faccio il giornalista al sole 24

GC> Ore. Mi piacerebbe che Tu, o la gente come te, non si facesse

GC> prendere troppo facilmente dall'isterismo. Io sono un promotore

GC> della Rete Civica, e non certo di una bbbs specializzata nella

GC> pornografia, come e la tua.

Ah! Molto probabilmente costui e' il marito di una certa simpatica (non scherzo) docente di Scienze dell'Informazione.

Il messaggio non sarebbe affatto sgradevole se non fosse per quella frase sulla pornografia. Spero che oltre a me anche l'esimio Alessandro Cristallo (moderatore di alcune aree "interessanti") faccia sentire la sua voce.

La mia e' solo l'opinione di un utente qualunque di questa BBS. Solo Fred, il Sysop, puo' rispondere a nome dell' " entita' " DuomoConnection (ex Wide World).

Le bbs come questa cercano di dare la parola a tutti, e cercano di accontentare i gusti di tutti. Percio' si spiega l'area MUSICA in cui si e' parlato e si parla di Clavicembalo, di Rappresentazioni sacre medievali, di concerti d'organo... e di Rock, di Jazz, addirittura di MUSICA INDUSTRIALE! E si spiega come l'area ADULTI soddisfi i gusti dei piu' raffinati maniaci sessuali cosi' come quelli delle personalita' piu' rozze (io direi "simpaticamente, ironicamente, volutamente rozze").

In poche parole su DConn siamo liberi e possiamo esprimere le nostre opinioni anche su argomenti "spinti", da "adulti", compreso il sesso in quanto tale, la pornografia in quanto tal et ceteribus.

Trovo squallido (oserei dire "pornografico") che si attacchi una BBS splendida e splendente come questa con argomenti di tal fatta.

Inoltre non mi piace chi si presenta come il Caravita: ad esempio stupisco per la lettera maiuscola dopo la virgola; e la frase "Mi chiamo Giuseppe Caravita e faccio il giornalista al sole 24 Ore." appare aggressiva (in realta' non trovo il termine giusto), tipo "Lei non sa chi sono io!".

Iscrivo il Caravita nella lista delle persone a me antipatiche. Non e' grave: ce ne sono tante!

Nel frattempo spero di non dovermi collegare a RCM con trucchi quali USER-ID=CURIOSO oppure IMPICCIONE... RCM e' partita tecnicamente col piede sbagliato, bisogna ammetterlo.

Ti sfido rendere pubblico questo messaggio, sul "Sole 24 Ore".

Simone Corbelli

- via BulkRate 2.0. Cosa notabilissima e sociabilissima e' la parola>.

Rispondo con:

<Non sono il Sysop del Sole-24 Ore, altrimenti lo renderei pubblico. Ho premesso il mio nome e lavoro solo per chiarire che, come operatore di un giornale non certo di sinistra, non accetto etichette di qualsivoglia tipo sulla Rcm.

Per quanto riguarda il sesso, non ho nulla contro ma, a mio personale avviso, spesso nelle Bbs copre una sostanziale mancanza di fantasia e idee nuove.

Una falsa partenza della Rcm c'é stata. Specie per chi vi ha investito entusiasmo, risorse e tempo. Speriamo che tutto si aggiusti. Compresi i miei personali rapporti con il Sysop di Duomo.

Giuseppe Caravita>

Ulteriore messaggio, privato, di Spardi:

OK, proponiti a tutti gli utenti di Milano tel con lo stesso tono positivo ed entusiasta che pervadeva il tuo ultimo msg evedrai che non ci saranno più rumori ma solo mani tese e menti pronte a collaborare.

Ciao>

Rispondo a questo messaggio con:

<<Caro Spardi,

Non mi piace chi si inventa, senza fondamento, termini inventati. Il Signor Cuccardi era stato invitato, un anno fa, a collaborare con noi al progetto di rete civica, inteso come Internet, rete di nodi liberi e indipendenti. E ora si inventa il "sinistrorsi", forse perché é solo impaurito, o geloso, non si sa di cosa. Non mi piace. Noi siamo aperti, anche a Duomo, e personalmente non voglio che collaborazione, con tutti. Ma chi racconta cose senza fondamento, sapendo di farlo, merita risposte adeguate.

Giuseppe Caravita>

Spardi me ne invia subito dopo un altro:

<Ovviamente non conosco niente dei retroscena della cosa ma, assieme ai msg ironici in direzione di RCM ho letto da parte di Cuccardi anche seri msg di diponibilità: invitava a mettersi in contatto con lui.

Libero poi di rispondere "adeguatamente" al Cuccardi, ma come ho già detto io preferisco indulgere nel chiarimento per giungere ad un risultato positivo e non rimanere fermo polemicamente sulle proprie posizioni. Non conosco i termini dell'invito che gli avete fatto un anno fa ma io conosco Fred solo dai primi di agosto di quest'anno e non sono quindi un suo "caro vecchio amico" nonostante ciò quando avevo bisogno di aiuto ho telefonato, mi sono presentato da lui e non ho mai ricevuto da parte sua un rifiuto.

Forse il problema è il contrapporsi di due atteggiamenti di reciproca superbia?

Giuseppe Spardi>

Rispondo con:

<Assolutamente no,

Sono stato molto felice, alcuni giorni fa, quando alcuni mi hanno detto che da Milano tel arrivavano offerte di aiuto per i problemi tecnici incontrati dalla Rcm ( ora le quattro linee funzionano, peraltro). Mi ha amareggiato quella parola, truffa, dopo che per un anno abbiamo dovuto lottare contro ostacoli di ogni tipo per far decollare questa iniziativa. Di cui, sia ben chiaro, io sono solo uno dei tanti. Non ho né voglio alcun ruolo istituzionale o di qualsiasi genere al riguardo.

Ripeto, io personalmente vorrei una rete di nodi civici (incluse le bbs) diffusa in tutta Italia e cooperanti, al di là di appartenenze di qualsiasi tipo. Un terreno di comunicazione aperto e, possibilmente, di massa.

Per questo nella Rcm c'é già Assolombarda, Caritas Ambrosiana, Radio Popolare. Vi sembrano nomi che implichino uno schieramento predefinito? Dove é la "truffa"? Invito solo a non lasciarsi andare ai rumors. Ma a guardare ai fatti positivamente.

Giuseppe Caravita>

Altro messaggio di Spadoni (non disponibile, ma molto simpatico)

e mia risposta:

<ti sono mai girati i santissimi quando qualcuno ti ha dato in pubblico del truffatore?

B. Caravita>

risposta:

<Ti comprendo. E' per questo che ti ho invitato a conoscere di persona quelli di duomo. Vedrai che dopo le cose cambiano e gli attacchi svaniscono. Io sono profondamente convinto che tra persone civili i punti di accordo sono sempre maggiori di quelli di disaccordo.

Ciao Giuseppe e buonanotte (che mo mi disconnetto)>

In tutto questo pomeriggio-sera non ho più avuto la possibilità di replicare, se non privatamente, ai messaggi pervenutimi su Duomo. Non essendo abilitato a accedere, se non in lettura, alle conferenze.

Il giorno dopo, domenica, mi collego e trovo, sulla conferenza, molti messaggi riguardanti la polemica del giorno prima.

Il primo é:

<Caro Amico,

Mi chiamo Giuseppe Caravita e faccio il giornalista al sole 24 Ore.

Gia' per questo io e lei non siamo amici! E soprattutto io non sono "caro" . Quindi mi chiami per nome, perche' non ho padroni io, a differenza sua!

Poi a me piace l'ombra: il sole rovina la pelle e per 24 ore anche le palle, esimio "Caramorte".

Io sono un promotore della Rete Civica, e non certo di una bbbs specializzata nella pornografia, come é la tua. Non appartengo a nessuno, nemmeno alla Tua accolita che ha per componenti l'esimio salumaio Formentini

Lei e' promotore di una rete Civica dei miei stivali che:

a) non e' Civica

b) non va.

E poi attento a cio' che scrive, perche' sta insultando il sindaco della citta di Milano, regolarmente eletto dai cittadini milanesi con sistema uninominale a doppio turno trombando quel peracottaro di Dalla Chiesa che lei avra' votato. Quindi zitto cittadino-rigurgito, la maggioranza governa!

Rete Civica? Ma lo racconti a sua zia Carolina.

Ho provveduto ad avvisare le autorita' e presto ci sara' una pronta risposta da parte di chi di dovere, cosi' imparate a provocare chi magari v'avrebbe aiutato a far funzionare cio' che non siete capaci di avviare.

....e non certo di una bbbs specializzata nella pornografia, come é la tua.

Attento a come scrive Caravita e non mi dia del "tu" E' la sua idiozia ad essere pornografica: da' scandalo a chi legge le sue fesserie ,degne di un cervello ormai all'ammasso.

Veda di pensare a quell'accrocchio di BBS che non sarete nemmeno in grado di far funzionare, invece di venir qui a far ridere i polli con queste stupidaggini! E si vergogni, buffone.

Ti sfido rendere pubblico questo messaggio.

Sfida accettata: le sue sciocchezze sono pubblicate e sono dello stesso livello della sua fantomatica inesistente rete civica in perenne crash (si scrive con la minuscola rcm): livello sotto zero, roba da Mar Morto.

Saluti "destrorso"

Giuseppe Caravita

destrorso? Caramorte lei e' solo scemo: si faccia almeno furbo!

Saluti corpo estraneo milanese, suddito!

Dimenticavo: venendo qui ha imparato come si fa' una BBS che funzioni?

Se non ha imparato, venga piu' piu' spesso, senza postare messaggi, perche' altrimenti son mazzate sul suo capoccione vuoto: ho notato che non e' nemmeno capace di scrivere. Ma che compiti ha al Sole? Fattorino?

Va beh Caramorte, ci porti un caffe', queste sono 1500 lire e si sbrighi!

Fred Cuccardi

PS: Franco Boretti, non m'avevi avvisato alla pizzata che il promotore della RCM fosse un simile babbeo triplo galoppante. Ora capisco tutto! Questa RCM non potra' mai funzionare con simili promotori. Che s'arrangino. Non meritano la mia attenzione. Non esistono>.

ancora Cuccardi:

<<Spardi wrote:

A parte l'ironia Giuseppe, ti invito a conoscere Fred di persona, perchè il Fred di persona è molto diverso (in positivo) da quello che scrive, e rivaluta le tue affermazioni su Milano tel e sulle esperienze iniziali di RCM con più serenità e saggezza>.

Noooooo, che inviti fai? Di persona io quelli come Caravita che denominero' in seguito "Caramorte" , li adibisco a forza al lavaggio del mio water closed, ma dopo aver espletato con grande abbondanza. Per cui non invitarlo a conoscermi perche' non gli conviene. Io posso anche diventare molto cattivo. Soprattutto sono cattivissimo con certi giornalisti, una vera "bestia" alla king-kong!

Spardi wrote again:

Questo mio scritto non ha il significato di difedere i comportamenti di Fred (che come tutti ben sanno ...si sa difendere da solo molto bene!) ma perchè le tue affermazioni mi offendono come utente che, essendosi guardato attorno, ha scelto duomoConnection come BBS di riferimento per la professionalità del servizio e per le persone interessanti che la frequentano.

Questo e' vero. La BBS non e' mia, ma e' fatta da quelli che ci scrvono caro Caramorte: la fanno i vari Spardi, Corbelli, ... non mezze figure ma gente in gamba! Si discute e spesso anche si polemizza. Io la BBS la manovro e basta. Sa, qui ci sono tanti "curiosi"

Ma attento: scrivo anch'io! Quindi le conviene girare al largo, perche' quando mi difendo, io attacco duro i pivelli con licenza di fare i professori!

Prendiamone uno a caso: il Caramorte!

<Siamo solo uomini liberi, che cercano di elevare il livello della comunicazione interattiva da dove l'hai posta tu; e i toi amici>.

Lo conosciamo gia' il livello della vostra comunicazione interattiva di "uomini liberi": si ritorna a parlare di WC molto usato, roba, per intenderci, da Idraulico Liquido con naso turato e sciacquone tipo Niagara Falls!

Le faro' pagar salato Caramorte il fatto d'aver insultato gli utenti du duomo! Voglio la sua testa, una bella testa di.......ca....volo.

Corbelli wrote:

Iscrivo il Caravita nella lista delle persone a me antipatiche. Non e' grave: ce ne sono tante!

Anch'io, tanto piu' che ho gia' individuato chi e' il Caramorte: quello della BBS dal "rigor mortis", un ciellino baccala', uno gia' morto, uno zombi da tastiera', un ectoplasma col modem.

Corbelli wrote again:

Nel frattempo spero di non dovermi collegare a RCM con trucchi quali USER-ID=CURIOSO oppure IMPICCIONE... RCM e' partita tecnicamente col piede sbagliato, bisogna ammetterlo.

Ma e' partita o partira' mai? Io dubito. Per ora fa' solo ridere.

In compenso attenzione perche' l'uccellino mi dice che ne parte un'altra VERA di RCM, ocio fanciulli: qui si rischia il doppione! Io la chiamero' infatti RETE CIVICA DI MILANO con tanto di stemma. Parte a giorni.

Ti sfido rendere pubblico questo messaggio, sul "Sole 24 Ore".

Io no, perche' ,ubbidendo come un cagnolino ai padroni che sappiamo, Caramorte da buon "uomo libero" non potrebbe mai pubblicare cio' che scrivo io: se la farebbe addosso al solo pensiero di ricevere i miei scritti adulatori per la sua RCM=RETE CRASHATA MILANESE! AHAHAHAHA! Vada pure caro Caramorte; il Suo posto e' dietro alla lavagna, il posto per gli asini integrali come lei!

E stia li' fino a quando non avra' ripassato la lezione e nel frattempo si beva pure un bel litrozzo di Guttalax e 50 confetti Falqui che aiutano bene a fare "plafff": e poi la mangi tutta!

Fred

Gianni Belli invia un documento, forse scritto da lui, sulla rete civica:

BulkRate archive - Outgoing mail

Milano telematica


*

ET

Freedom

Baskerville

Et


*

RCM


*

Da diversi giorni sulla rete si leggono messaggi più o meno favorevoli all'apertura di Rete civica milanese. Molti di essi sono scettici vista la falsa partenza. Riconosciute sottovalutazioni la hanno resa immediatamente satura. è stata richiesta la licenza per 2.000 utenti che dovrebbe arrivare per settimana prossima. Sono state disposte 8 linee dalle 2 originarie che saranno attivate grazie a un upgrade di sistema. In questo momento non è attiva, in quanto stanno lavorandoci sopra.

Per saziare la sete di informazioni diffusasi dopo l'annuncio della sua apertura, da sicura fonte ho raccolto dei dati su ciò che Rcm si propone.

Innanzitutto non vuole competere né con Bbs né con fornitori di servizi come Galactica eccetera.

Si pone come via di mezzo aperta a collaborazioni con:

organizzazioni non profit alle quali offre una casella pubblica e una privata da utilizzare per leproprie attività;

altre reti civiche in altre città interessate;

organizzazioni di volontariato sia laiche sia dell'area cattolica. Per ora sono previsti notiziari in collaborazione con Radio Popolare di Milano e alcune conferenze di aree tecniche.

Si propone come area di incontro delle varie realtà della società civile cittadina, senza prevenzioni aprioristiche. Unico must (dopo la prima connessione ai numeri 55182168 o 55182133 e spedizione al Dipartimento di Scienze dell'informazione dell'Università di Milano di fotocopia del documento di identità) aderire a un "regolamento" di civile tolleranza e confronto dialettico.

Rcm incoraggia e offre spazio a sperimentazioni di poesia, letteratura e altre espressioni artistiche disponibili a utilizzare il mezzo telematico come possibile area di lavoro.

Non intende ospitare software shareware né tanto meno freeware, se non limitatamente allo stretto necessario al buon funzionamento della rete stessa come off line reader, files Acrobat eccetera.

Non saranno permesse aree tipo "hot sex".

Per quanto riguarda Internet prevede unicamente la possibilità di e-mailing , proprio perché non intende mettersi in competizione con nessuno.

Ancora non è stato definito, ma potrebbe essere richiesto, un contributo una tantum (nell'ordine della decina di migliaia di lire) al solo e unico scopo di contribuire alle spese di avviamento e miglioramento della dotazione tecnica.

Spero che queste poche informazioni siano utili a quanti ancora non conoscono Rcm e desiderano saperne di più.

Corrado Cara


*

1 of 1


*

true


*

Milano telematica


*

ancora un messaggio, risposta di Cuccardi:

<UAUAUAUAUAAUAU! AH AH!

Commento al documento inviato da Gianni Belli

Siate seri, almeno voi: mi raccomando!

Da diversi giorni sulla rete si leggono messaggi più o meno favorevoli all'apertura di Rete civica milanese. Molti di essi sono scettici vista la falsa partenza. Riconosciute sottovalutazioni la hanno resa immediatamente satura.

Sulla rete si leggono discorsi piu' o meno favorevoli all'apertura della rete? Ma se non e' aperta come si legge sulla Rete? Ragazzi: evviva l'italiacano! Notare poi la logica stringente! Satura? Beh di matti sprecascatti ce ne sono a Milano!

E' stata richiesta la licenza per 2.000 utenti che dovrebbe arrivare per settimana prossima.

Tutti' li'? E poi? Noi ne abbiamo 4000. Attendiamo trepidanti e poi ci collegheremo via rete fognaria.

Sono state disposte 8 linee dalle 2 originarie che saranno attivate grazie a un upgrade di sistema.

Non sono nemmeno capaci di farne andare 2, figurarsi 8! ah ah!

AHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAH! E' come quello che non sa andare in bicicletta e allora si compra il motorino!

In questo momento non è attiva, in quanto stanno lavorandoci sopra.

Non e' attiva? No, non credeteci: l'hanno persa per incapacita' ed ora la stanno rifacendo da zero: io conosco il programma! Bugiardi, Pinocchioni RCM! Caramorte gambe corte!

Per saziare la sete di informazioni diffusasi dopo l'annuncio della sua apertura, da sicura fonte ho raccolto dei dati su ciò che Rcm si propone.

Meglio un'aranciata amara o una birra per saziare la sete.

Innanzitutto non vuole competere né con Bbs né con fornitori di servizi come Galactica eccetera.

Ci crediamo: quelle son fatte andare da professionisti, non da incapaci.

Si pone come via di mezzo aperta a collaborazioni con:

organizzazioni non profit alle quali offre una casella pubblica e una privata da utilizzare per leproprie attività;

altre reti civiche in altre città interessate

Si scrive "no profit" ignorantone! Impara l'inglese!

organizzazioni di volontariato sia laiche sia dell'area cattolica. Per ora sono previsti notiziari in collaborazione con Radio Popolare di Milano e alcune conferenze di aree tecniche.

L'avevamo capito: "baciapile" e ciellini; sinistrorsi variegati e la bocciofila del dopolavoro ferroviario della Bovisa e di Porta Cicca, infine il Fantozzi ed il Rag. Filini.

Si propone come area di incontro delle varie realtà della società civile cittadina, senza prevenzioni aprioristiche. Unico must (dopo la prima connessione ai numeri 55182168 o 55182133 e spedizione al Dipartimento di Scienze dell'informazione dell'Università di Milano di fotocopia del documento di identità) aderire a un "regolamento" di civile tolleranza e confronto dialettico.

Ok, presente! Mando una foto pernacchiante e sulla tolleranza e confronto non ho eguali. Non violento le donne e non ammazzo i bambini. Vado bene per la Madonna?

Rcm incoraggia e offre spazio a sperimentazioni di poesia, letteratura e altre espressioni artistiche disponibili a utilizzare il mezzo telematico come possibile area di lavoro.

La vispa teresa avea tra l'erbetta.....

Non intende ospitare software shareware né tanto meno freeware, se non limitatamente allo stretto necessario al buon funzionamento della rete stessa come off line reader, files Acrobat eccetera.

E vabbe'! Rete? Quale rete? Ha segnato Gullit? No, autogol di Acrobat!

Non saranno permesse aree tipo "hot sex"

Bravo. Quelle "brutte cose" che tu non fai mai! Meglio nemmeno mostrarle.

Per quanto riguarda Internet prevede unicamente la possibilità di e-mailing , proprio perché non intende mettersi in competizione con nessuno.

L'avevamo capito: RCM non e' un c....o!

Competizione? Si' con i citofoni di casa mia magari!

Ancora non è stato definito, ma potrebbe essere richiesto, un contributo una tantum (nell'ordine della decina di migliaia di lire) al solo e unico scopo di contribuire alle spese di avviamento e miglioramento della dotazione tecnica.

Ma come? Rete Civica non dovrebbe essere dotata di un finanziamento pubblico? Allora perche' "civica"? Nel senso che i civici ci mettono il grano?

Spero che queste poche informazioni siano utili a quanti ancora non conoscono Rcm e desiderano saperne di più.

Utilissime, ma di chi e' questo testo? Di Caramorte? Lo stile e' il suo, tipico cadaverico da rigor mortis.

Amen, de profundis, Requiem in Aeternum! .....pfffff (zaffata d'incenso).

Fred>

e poi:

<Pietro Guidi,

lascia stare questo poveraccio. Deve gia' dire di si' ad un sacco di gente. Non vedi com'e' ridotto?

posso?

AHAHAHAHAHAHAHAHAHA!! Rete Civica?

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAHAHAHAHA! Ah ah/

Fred>

e ancora:

<Chiedo scusa a Carol che e' una vera signora.

Mi spiace d'averla coinvolta i queste discussioni. Io ho forse esagerato.

Se ti va, Carol, puoi mettere in disapproval questi messaggi: i miei. Hai i poteri.

Concedimi pero' d'essere stato provocato e sfidato e che la provocazione venga da un servo di un organo della Confindustria che da' del destrorso a me, mi pare un po' grossa.

Sole 24 Ore? Ma che schifezza!

Fred>

e infine nel pomeriggio di domenica:

<Specie per chi vi ha investito entusiasmo, risorse e tempo. Speriamo che tutto si aggiusti. Compresi i miei personali rapporti con il Sysop di Duomo.

Quali rapporti? Ma scusa, si puo' sapere chi sei?

Fred>.

5.9. I soggetti della qualità italiana

5.9. I soggetti della qualità italiana

Non sono certo la persona più qualificata a parlare di volontariato, oggi in Italia. Da comune cittadino, però, ho assistito alla fioritura di molte associazioni negli ultimi quindici anni, in parallelo al degrado della vita pubblica.

Basti il caso dell'Airc, l'associazione italiana per la ricerca sul cancro, che si é più che decuplicata nel periodo. Sotto gli occhi di tutti, poi, solo le iniziative in tema di lotta alla droga, di recupero dei colpiti da questa pestilenza nei valori (prima che intossicazione chimica), di reinserimento dei carcerati, e così via.

Qualcuno ha stimato che il pianeta volontariato oggi coinvolga in Italia circa 7 milioni di persone. Più di un italiano ogni dieci in qualche modo é produttore di qualità sociale volontaria. In quasi ogni aspetto del vivere civile.

Finora questo network informale, per sua natura, ha rifiutato ogni forma di collasso, di sinergia. Per un semplice motivo: i gruppi di volontariato sono lo specchio del paese, con i suoi sistemi di valori plurimi, diversificati e spesso collidenti. Volontariato fortemente cattolico come quello di Comunione e Liberazione, cattolico progressista (Acli e dintorni), di sinistra, agnostico, oggi persino leghista: tante anime che, giustamente, hanno sempre rifiutato qualsiasi forma di egemonia, ma che domani potranno accettare, su una serie di regole aperte e alla pari, di cooperare e coesistere nei network (volontari e civici), ciascuno con il proprio spazio d'azione, ma senza la riproduzione pedissequa del vecchio meccanismo delle appartenenze.

Sarà un processo di apprendimento graduale e complesso. Ma da non perdere. Per troppi anni gli italiani attivi si sono isolati nelle appartenze, spesso generatrici di negative dinamiche di gruppo. La sinistra milanese, per esempio, tuttora pullula di piccoli generali mancati, pronti a calpestare chiunque e qualsiasi cosa pur di avere un briciolo di potere, di egemonia, di notorietà. Dobbiamo innanzitutto ridurre la dimensione dei nostri ego per consentire la fioritura dei network. Altrimenti tutto morirà subito, e avremo un'altra lunga notte di "video on demand", "telepromozioni interattive" e quant'altro la macchina dei media industriali sta preparando per la nuova generazione tecnologica.

Ognuno, nelle nuove reti civili, sarà soggetto di servizi, informazioni, idee. Potrà operare alla pari con ogni altro. Spero che questo basti per partire.

5.10. Una rete aperta

5.10. Una rete aperta

C'é in realtà moltissimo da fare con le reti interattive aperte. Il passaggio ad una struttura economica basata sull'azionariato diffuso, i fondi pensione, i trattamenti integrativi e le assicurazioni volontarie libera un campo molto vasto, di massa, per una informazione economico-finanziaria di qualità.

Non solo: di organizzazione degli interessi di coloro che potrebbero facilmente divenire i "nuovi tartassati". Soggetti economici medio-piccoli che, a poco a poco, esprimeranno una crescente propensione per un mercato finanziario aperto, trasparente, competitivo e con serie autorità di controllo delle regole del gioco.

Secondo ambito-chiave la creazione di nuovi posti di lavoro mediante la nascita di nuove imprese, e la trasformazione del risparmio in scommesse industriali innovative. Qui un pubblico di investitori informati, come oggi avviene sul grande mercato telematico Usa Nasdaq, può avere visione diretta, e personalizzata, delle nuove opportunità.

La difesa dei consumatori, in tempo reale e con esperienze concrete. L'informazione non manipolata. La possibilità per chiunque di produrre letteratura, poesia, arte e ogni altra fonte di conoscenza o espressione.

Internet, rete di reti, mi ha insegnato questo. Il resto, le tecnicalities, preferisco lasciarle in seconda fila. In prima invece, e Al Gore e Bill Clinton lo hanno capito, c'é all'orizzonte la prima vera rete pubblica universale intelligente, degna erede del telefono.

Ma con una differenza: per funzionare questo sistema ha bisogno di un unico sistema di valori, basato sul principio di apertura reciproca, per l'intero pianeta. Italia compresa.

5.11. Una strategia politica innovativa

5.11. Una strategia politica innovativa

<Vi voglio raccontare quello che mi è successo lo scorso 30 settembre - disse Beppe, poco prima di accomiatarsi dai suoi ospiti, in piedi sull'androne di casa - un amico, a cui avevo fatto una testa così sulla rete civica, mi telefona d'urgenza. Devi venire con me questo pomeriggio, mi dice, perchè il sindaco di Monza, Moltifiori, vuole vederci chiaro in questa storia delle reti civiche. Anche lui ha qualche progetto al riguardo.

Detto fatto. Alle sei del pomeriggio siamo al Municipio di Monza. E ci accoglie Moltifiori, ex dirigente Digital, informatico di cultura americana eletto con i voti della Lega.

Un uomo simpatico. Gli racconto della Rete Civica milanese e lui del progetto di rilancio della Villa Reale di Monza, lo stupendo e enorme palazzo austriaco che ospita, per piccola parte, una scuola d'arte. Ma, per la sua massima estensione, è vuoto, inutilizzato al centro del famoso parco.

Moltifiori, ManyFlowers per i suoi vecchi colleghi della Digital, sta lavorando sui vecchi (e costosi) computer del comune. Su un programma per fotografare, in tempo reale, ogni pratica del Municipio. E in particolare quelle edilizie. E ditribuire queste informazioni sulle reti.

Monza è la capitale della Brianza, una delle aree più ricche e dinamiche d'Italia. Ogni giorno centinaia di aziende edili, di architetti e di ingegneria, fanno la fila negli uffici del Comune per sapere se il loro progetto è stato esaminato, le varianti definite, le licenze approvate. Ciascuna di queste aziende tiene a libro paga almeno una o due persone solo per fargli passare le necessarie mezze giornate nei corridoi municipali, e per completare, via via, tutti i documenti necessari ai tortuosi iter burocratici.

Il comune, qualsiasi comune italiano, costa a queste aziende decine di milioni anno solo per cavarne le informazioni di lavoro. E Moltifiori ha in mente un affare: dare a questi operatori un abbonamento allo stato di avanzamento su computer delle loro pratiche edilizie. Loro pagano dieci milioni all'anno e, con una semplice telefonata urbana via modem, hanno sulla loro casella postale elettronica il messaggio che li informa sulla situazione delle licenze. Risparmiano cinque o dieci volte tanto di costi. Il comune ne trae qualche miliardo di ricavi, e riduce burocrazia interna. Deve tassare di meno i suoi cittadini. E usa una rete civica a basso costo (come è la Rcm che lavora sui personal standard) anche per la creatività dei suoi giovani brianzoli, della scuola d'arte della Villa e non solo. Dalle licenze edilizie ad altre decine di servizi, di abbonamenti a pagamento. Moltifiori la rete civica brianzola la vuole comunale e "for-profit". A ragione. Cavolo, se ha ragione.

Guardavo Moltifiori mentre si discuteva di queste cose e pensavo a Dini e, a Berlusconi, a Tremonti. Alla loro geniale e "innovativa" manovra finanziaria volta alla spremitura ulteriore del lavoro dipendente. Alla loro triste e iniqua tassa occulta sulle pensioni. Mentre questo sindaco-ingegnere, che teorizza la distribuzione del software direttamente impresso sui chip di silicio, discuteva con me, estraneo alla Lega, dei servizi profit che il Comune di Monza avrebbe potuto generare sulla rete per sanare il suo sbilancio senza gravare sulle tasche di dipendenti o autonomi, e con mutua soddisfazione di tutti, impiegati comunali compresi. Moltiplicando per ottomila comuni, Moltifiori in quel momento era l'anti-Dini.

Possibile che, dalla grande Milano, fossi finito nella piccola Monza per parlare di queste cose con uno strano sindaco informatico leghista, in fondo anche piuttosto simpatico e radicata cultura bostoniana-Digital? Nella potente metropoli, invece, il rigor mortis di un comune forse troppo grande e di sicuro troppo governato da mentalità diverse, estranee alla mia scommessa, da matto, sulla qualità italiana.

A Moltifiori offrii la mia collaborazione su una possibile rete civica brianzola posta nel luogo simbolo della Villa Reale. Quella che duecento anni fa era la casa di Maria Teresa, austriaca amata dai lombardi, ora volevo che divenisse la "casa aperta" di una nuova forma di Stato. Capace di creare qualità, di ricavarne le risorse necessarie al risanamento, di produrre cultura attiva, di insediare per abitudine regole di convivenza civile, di mettere in connessione fabbriche, fabbrichette, palazzi, condominii, scuole, centri di accoglienza per i nostri fratelli mediterranei e africani.

Di sicuro ho esagerato. Alla fine del colloquio Moltifiori era scuro in volto. E poi seppi che non voleva più vedermi. Ma chiese, ai gestori universitari della Rete Civica milanese, l'avvio di una collaborazione per il progetto.

Va bene così. L'idea era seminata. Il mio ego escluso e rifiutato. Il processo in moto. Mai più perfetta, e buddista, conclusione. Un ottimo auspicio per il possibile nuovo Stato italiano di qualità. E per la prosperità dei Moltifiori d'Italia>.

Gli ospiti se ne andarono. La porta si richiuse. <Sei il solito buffone>. Commentò acida mia moglie.

Documento pubblicato da Beppe dopo alcuni mesi di vita sulla Rete Civica Milanese.

Introduzione

L'Italia, oggi, ha bisogno di nuove soluzioni, di nuove strategie politiche concrete. L'intero paese, in ogni sua componente, è cosciente del profondo squilibrio, finanziario, culturale e civile creatosi nei precedenti quarant'anni. Finora tutte le forze politiche, nessuna esclusa, hanno sviluppato strategie di risanamento dei conti del paese, basate su concetti negativi, volti a togliere risorse a questo o a quel gruppo sociale. Rigore, da anni parola d'ordine della sinistra, è il concetto, la strategia che pervade, sotto forme diverse, tutte le forze politiche. E che sarebbe meglio venisse restituita al vocabolario calcistico.

Rigore significa ,in pratica, strategia difensiva di risanamento. Togliere ai lavoratori autonomi, immediatamente identificati come evasori, e agli imprenditori, per la sinistra. Togliere ai lavoratori dipendenti, approfittando delle varie storture e imperfezioni dello stato sociale (vedi la questione pensionistica) per la destra. Comunque togliere, mai creare nuovo valore, nuovi valori, nuova qualità. Qui il cammino, stranamente, è sempre precluso, impervio, di lungo periodo. Da scartare in nome di una eterna emergenza finanziaria.

1.L'Italia dei debiti e dei non servizi

L'Italia degli anni 60 e 70 è stata l'Italia dell'acquisto di consenso politico. L'Italia degli anni 80 ha visto la feroce competizione tra Psi e Dc ancora su questo terreno, fino all'orlo dell'abisso della crescita autoalimentata e esponenziale del debito pubblico-deficit del 1990-92.

Oggi siamo politicamente usciti dalla costellazione del dopoguerra. Il "muro" è caduto anche in Italia. Restano le strutture, le culture, le distorsioni, e le ferite della fase precedente. Che possiamo modificare, curare e risolvere solo creando una prospettiva nuova.

Una delle principali costanti dei tre decenni è stata la sovrabbondanza di offerta finanziaria di consenso politico e il parallelo e enorme deficit di soddisfacimento nella domanda di servizi pubblici reali.

In parte il trend è generale. Lo stato sociale, sviluppatosi nell'Occidente dal dopoguerra a oggi, ha comportato, come suo risvolto negativo, la crescita progressiva della complicazione burocratica, degli apparati terziari "pesanti", della democrazia intesa come gioco permanente dei gruppi di interesse intorno a un sistema centrale di distribuzione di risorse e il conseguente irrigidimento del corpo sociale intorno a un assetto oligopolistico, una sorta di "maionese impazzita" di lobbies e appartenenze mai identificata dalla partecipazione attiva alla costruzione della cosa pubblica, ma dall'appropriazione massima possibile, per ogni singolo partecipante al gioco oligopolistico, di privilegi legislativi o materiali. In cambio ogni appartenenza forniva consenso al sistema centrale di mediazione, Governo o partito al potere.

Questo modello politico, gravemente peggiorato in Italia da una strutturale impossibilità all'alternanza democratica al potere, ha generato l'insostenibile assetto attuale.

Oggi l'Italia è un paese burocraticamente affastellato, confuso e ipercomplesso. Ingabbiato in una selva oscura di provvedimenti arcaici e contraddittori, di assetti monopolistici antieconomici, di regole amministrative polverose e tarlate, utili solo alla sopravvivenza, peraltro stracciona, di gruppi di consenso politico.

Vi è, di converso, una enorme domanda compressa, e pronta a pagare (secondo varie forme e intensità), di servizi pubblici reali. Un tessuto civile e imprenditoriale di prim'ordine che, spontaneamente, esprime linee di soluzione (basti osservare la ristrutturazione delle aziende verso assetti interni più semplici, piatti, efficaci, a rete...) e conseguente domanda politica e culturale (federalismo, volontariato, cittadinanza attiva, difesa del consumatore...). Ed esistono strumenti, di incredibile basso costo (come poi vedremo) che possono produrre questi servizi e innescare questa nuova cultura della "cosa pubblica" utilizzando le competenze già esistenti nell'amministrazione. Il settore pubblico italiano, in altri termini, ha oggi una potenzialità di fatturato, proveniente dai servizi e dalle soluzioni che non ha fornito per trent'anni, di rilievo tale da ridurre drasticamente il peso del risanamento via rigore, creando in meno di una legislatura nuova qualità sufficiente a innescare un processo moltiplicativo, finanziario, operativo e culturale finalmente all'attacco e non ai calci di rigore.

2.La falsa informatica (in verità l'automatica transazionale)

Per anni l'informatica ci è stata spacciata, dai santoni dei computer (tra cui alcuni intellettuali della sinistra) come il feticcio computer. Ovvero la macchina in grado di assolvere, in automatico, al posto dell'uomo, ai servizi più disparati. Il rinnovo automatico della patente, fallito, l'accesso alle banche dati della pubblica amministrazione, fallito, l'anagrafe a casa, fallita, l'home banking, fallito, l'offerta e ricerca di informazioni su grandi database, fallite.

Il grande sistema informativo centrale ha funzionato soltanto in presenza di una effettiva necessità: la transazione economica o di servizio. Bancomat, biglietti aerei, fatturazione e contabilità....Il computer come ordinatore di transazioni ha trovato la sua massima espressione nella grande rete finanziaria che interconnette il pianeta, e controlla persino stati e governi. Ma sul piano sociale, culturale e informativo, l'automatica dei grandi database non ha funzionato.

Il fallimento è stato doppio: verso l'interno delle organizzazioni e verso l'esterno. Numerosi studi (tra cui, fondamentali, i rapporti della commissione speciale nominata da George Bush nel 1988 e il lavori di Lester Thurow e di altri economisti) testimoniano di questo fallimento. L'obbiettivo dei grandi sistemi informativi automatici, ovvero la cultura di "tutti i dati in linea" a disposizione delle decisioni infallibili di un ristretto gruppo dirigente, ha ridotto, invece di aumentare, la produttività e l'efficienza delle organizzazioni Usa. In parallelo praticamente ogni tentativo di centralizzare in automatico la fornitura di servizi si è risolta, alla lunga, in irrilevanza.

Una quantità enorme di risorse è stata investita, su base mondiale, e bruciata sull'altare del grande totem computer. In nessun paese al mondo l'automazione completa dei processi amministrativi e dei servizi ha funzionato. Troppe le variabili in gioco, all'atto pratico, troppo bassa la sicurezza di un sistema intenzionalmente lasciato incustodito, troppo difficile e ipercomplesso il software necessario a tenere conto di ogni evento possibile. E soprattutto troppo repellente, per l'utente del sistema, l'interazione rigida e alienante con un inconoscibile robot preposto all'erogazione di un dubbio valore d'uso, al di là di un pagamento o approvvigionamento di danaro. La fuga dai mainframe, a cui assistiamo oggi, è solo il risvolto tecnico di questo blocco applicativo. Il "calcolatore automatico" si è rivelato ordini di grandezza al di sotto delle aspettative.

E' stata confusa una parte con il tutto. L'automatica transazionale, utile, rispettabile ma limitata, è stata identificata erroneamente con l'informatica nel suo complesso. Ovvero con una sfera applicativa ben più vasta e strategica. E' tempo che programmi politici, governativi e impostazioni culturali si aggiornino, e rapidamente.

Nel frattempo, infatti, è silenziosamente dilagata, nel mondo, un'altra concezione dell'informatica. Il computer, e soprattutto il personal computer, come sistema di comunicazione avanzata tra uomini. Dove i nodi della rete divengono strumenti sotto il costante controllo di menti umane, e il sistema un potente prolungamento della nostra attività. In parallelo, sotto la spinta giapponese, si è affermata una cultura della qualità intesa come partecipazione attiva, e creativa, dei soggetti alla modifica e all'innovazione nella propria vita di lavoro e sociale.

Il grandioso successo di Internet, con i suoi due milioni di sistemi in collegamento e i suoi 25 milioni di utenti, altro non è che questo. Così come il semplice uso del modem-fax, della posta elettronica, dei Bulletin Board Systems (Bbs) diffusisi spontaneamente a migliaia, anche in Italia, negli ultimi anni.

3. L'informatica vera, come comunicazione

L'informatica ha ormai sviluppato, da piu' di un decennio, miriadi di strumenti per la comunicazione in rete. Consentono a chiunque, al costo di una o due automobili, di instituire un "nodo", ovvero uno o più computer in grado di assolvere alle esigenze di comunicazione di una comunità, di qualsivoglia tipo. Il nodo consente di mettere "banchetti" sulla rete e fornire servizi ai suoi utenti (fili diretti) semplicemente leggendo e rispondendo ai messaggi provenienti spontaneamente dagli utenti. Esempio è stato il filo diretto con Carlo Vezzoni, Assessore alla Comunicazione della Provincia di Milano, che altro non è che una "casella postale pubblica" creata nello spazio di un pomeriggio sulla Rete Civica Milanese e che, nei giorni successivi, dava luogo ad un interessante dibattito su argomenti come l'ambiente, le scelte politiche dell'Ente provinciale....

La Provincia di Milano, come tanti altri Enti pubblici italiani, da anni insegue il miraggio dei servizi al cittadino, via informatica, come sistemi informativi totalmente automatici, secondo la visione feticistica esposta prima. Carlo Marx, che di feticismo delle merci se ne intendeva, lo capirebbe immediatamente. Un miliardesimo del tempo e delle risorse spese sull'obbiettivo illusorio sono bastate invece per aprire un rapporto umano tra amministratore e amministrati, mediato attraverso lo strumento computer. Oggi Vezzoni, con tutta calma, può leggersi i messaggi sul suo filo diretto (o sulla sua mailbox privata), rispondere con ponderazione, pubblicare le risposte. Avviare un rapporto di alto livello con i suoi elettori o utenti non possibile nemmeno con lo strumento telefono o fax. E tanto vale per qualsiasi competenza, o posizione, oggi esistente nella pubblica amministrazione italiana. Dall'impiegato dell'anagrafe fino al Presidente della Repubblica.

4.Clinton, Gore e dintorni

Nel 1985 a Cleveland nasceva la prima Freenet. In quegli stessi anni in Francia la diffusione del Minitel, sistema pubblico di comunicazione via terminale domestico, mostrava al mondo la possibilità di massa della telematica. Oggi il <civic networking> è un fenomeno che conta circa 200 reti urbane, metropolitane, verticali nel continente nord-americano. Con alcune centinaia di migliaia di utenti attivi.

Non è qui la sede per una analisi approfondita del fenomeno <civic networking>. Basti indicare che sta profilandosi, a grandi linee, una configurazione a cinque facce della Internet (intesa come super-rete globale):

-L'Internet scientifico-educativa: il circuito primigenio nato dagli scienziati, tecnici e ricercatori. Il circuito delle conoscenze e della cultura mondiale.

- L'Internet delle imprese e del commercio elettronico: dei server Mosaic promozionali, della posta elettronica tra manager, dei primi esperimenti di uso della rete per opportunità di Business (Commercenet, On Ramp...). Sia tra imprese e soggetti professionali che verso i consumatori.

- L'Internet sociale: delle reti civiche, della comunicazione tra soggetti su base locale, dei servizi pubblici informativi e (gradualmente) transazionali, della vita collettiva e del volontariato.

- L'Internet dell'entertainment: già oggi le reti tv via cavo Usa offrono ai propri consumatori sia l'accesso alle reti civiche che forme di video on demand o di teleshopping e, in alcuni casi, anche la navigazione in Internet (caso di Boston e Seattle). Il videogioco in rete è un'altro dei fenomeni emergenti in Internet.

Si sta formando, secondo mille percorsi e mille modalità (alcune caduche, altre meno, come sempre avviene in un ambiente aperto) una sorta di "città virtuale" di tipo globale, con etichetta Internet. Una città dove esiste una "biblioteca-Università", un'area "commerciale-industriale", un sistema di "piazze", un sistema di "sale di divertimento". Ciascuno di questi "building" sta producendo proprie fisionomie, personalità, mode, regole e non-regole.

La principale novità degli ultimi mesi sta però in una quinta faccia emergente della Internet. Quella della pubblica amministrazione e della "reinvenzione" dello Stato sociale, dall'interno. Sulle due polarità della qualità globale e dell'uso appropriato della rete aperta di comunicazione. E qui Vi ripropongo gran parte di un articolo da me scritto su "Il Sole-24 Ore" nello scorso dicembre. Mi pare utile per completare lo scenario di riferimento.

-L'Internet delle pubbliche amministrazioni

L'avventura informatica di Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti, dura ormai da quasi due anni. Il suo obiettivo: reinventare il governo americano. I suoi strumenti: le reti (innanzitutto la Internet), l'informatica e la moneta elettronica diffusa nell'amministrazione federale e, soprattutto, un grandioso piano (la National performance rewiew) che gli esperti di management definirebbero come di <<Business process reengineering>>, ovvero di ripensamento radicale dei processi burocratici e amministrativi attraverso l'attività innovativa dal basso di gruppi di qualità (Reinvention labs) sparsi in ogni ministero, agenzia, ufficio federale.

La National performance rewiew (Npr), ovvero la qualità globale nella Pubblica amministrazione statunitense, iniziò il 3 marzo 1993 con l'annuncio, da parte del Presidente Clinton, di un massiccio studio, per sei mesi, su ogni aspetto operativo dell'amministrazione federale. Gore fu personalmente incaricato di creare il gruppo di lavoro, in massima parte composto di dirigenti pubblici senior, a differenza di altri tentativi del passato condotti attraverso consulenti e manager esterni all'amministrazione.

Per sei mesi il team Npr frugò ogni angolo dell'amministrazione federale (oltre due milioni di dipendenti) valendosi dei nascenti Reinvention labs, gruppi locali di qualità, che tuttora coinvolgono alcune migliaia di funzionari federali. E, il 7 settembre 1993, Al Gore pubblicava il testo del rapporto definitivo. Una sorta di libro bianco sulla macchina pubblica Usa intitolato all'obiettivo di <<un governo che costi meno e funzioni meglio>>. E soprattutto completo di ben 382 raccomandazioni pratiche ministero per ministero, agenzia per agenzia.

Il rapporto Npr, sia detto per inciso, veniva quasi subito pubblicato su Internet (sul nodo gopher.cyfer.esusda.gov) e, a tutt'oggi, è uno dei più gettonati libri su Internet, con alcune centinaia di migliaia di copie elettroniche distribuite.

Tagliare il nastro rosso (ovvero eliminare regole vecchie, semplificare, sburocratizzare); gli utenti dell'amministrazione al primo posto; dare potere (letteralmente, "empowering") ai funzionari per ottenere risultati; tornare alle origini, alle funzioni base dell'amministrazione. Questi i titoli, piuttosto eloquenti dell'Npr, forse il maggior progetto di sburocratizzazione mai lanciato nella storia. Con obiettivi anche quantitativi: 108 miliardi di dollari di risparmi per il bilancio federale nel periodo 1995-99, riduzione del personale pubblico in misura del 12% (pari a 273mila unità) soprattutto nelle posizioni di staff e nelle strutture di controllo. <<Come è noto - scrive Al Gore nella sua introduzione al documento - la rivoluzione dei computer ci consente di svolgere i notri compiti in modo più rapido e meno caro di quanto abbiamo mai fatto. E i risparmi che trarremo dal consolidamento e modernizzazione della nostra infrastruttura informativa ammonteranno a 5,4 miliardi di dollari in cinque anni>>. Ma sarà solo la punta dell'iceberg: dei 108 miliardi di risparmi attesi oltre 40 dovevano provenire, secondo l'Npr, dalla reinvenzione dei processi burocratici, resa possibile soltanto dall'uso intensivo delle nuove piattaforme.

Fin qui, per sommi capi, l'Npr del settembre 93. E, a un anno di distanza, Gore pubblicava, sempre su Internet, il primo rapporto di attuazione del programma. A un anno di distanza 47 miliardi di dollari di minori spese, relativi all'applicazione delle 103 raccomandazioni, risultavano già operativi e altri 16 miliardi approvati dal Congresso. Mentre la riduzione di personale già prevedibile ammontava a 71mila unità.

L'aspetto più innovativo del primo anno di attuazione dell'Npr, però, è senza dubbio costituito da NetResults, il sistema di reti che Gore sta costruendo per rendere effettiva e duratura la sburocratizzazione. NetResults è uno dei progetti della task force Npr. La rete è stata creata per coordinare lo sviluppo di una quindicina di sottoreti specializzate, sulle varie sfaccettature della Npr. Queste reti, operative sia tramite server Internet che via fax o accesso diretto via telefono (Bbs) sono prevalentemente finalizzate allo scambio di esperienze in tema di reinvenzione dei processi pubblici, di connessione con i cittadini, di comunicazione interna all'amministrazione federale. Finora NetResults ha avviato circuiti di discussione sui processi amministrativi, sull'ambiente, la finanza nell'amministrazione, la gestione dei contributi pubblici, l'Ispettorato generale, il controllo di qualità e gli standard amministrativi, la gestione delle risorse umane. E sta avviando altre reti sulle procedure di bilancio pubblico, lo scambio di casi innovativi, il collegamento alle reti di informatica civica (gli Usa hanno oltre 200 sistemi di questo tipo, nati per lo più spontaneamente) e ai servizi per il cittadino, la riforma delle regolazioni, la comunicazione operativa tra manager privati e funzionari pubblici, la gestione dei viaggi nel sistema federale.

Ogni sottorete è intenzionalmente aperta. Gore stesso ha avviato un "suo" server su Internet (con interfaccia multimediale Mosaic) in cui ha aperto una conferenza pubblica sulla Npr. A NetResults (nata da pochi mesi) partecipano invece circa un migliaio di membri, siano essi funzionari pubblici, manager privati, promotori di iniziative non profit. Non solo: il sistema è aperto anche allo sviluppo di nuove sotto-reti, a seconda che, su un determinato settore o area, si manifesti la domanda di scambio di esperienze innovative.

Non solo: il sistema di server avviato da Gore include anche un database di tutti i laboratori di reinvenzione e di oltre 400 casi di semplificazione amministrativa. In questo modo chiunque possa accedere alla Internet, collegandosi via Mosaic al server www.npr.gov, può seguire e partecipare in diretta al maggiore piano di innovazione di uno Stato mai avviato finora.

Soprattutto per un fatto culturale. Si consideri il luogo comune impiegato pubblico. Un fannullone, un garantito a vita, un parassita burocratico. Se non fosse per i potenti sindacati che lo proteggono sarebbe stato già da anni spazzato via dalla storia, a favore di una amministrazione quanto più possibile privatizzata.

Gli stereotipi negativi sulla Pubblica amministrazione non sono solo italiani. Anche negli Usa, negli anni di Reagan, numerose commissioni si proposero di <<mettere in riga>> con esperti di management e consulenti esterni l'amministrazione federale, con i suoi 2milioni di addetti e 1.500 miliardi di dollari di spesa.

Il duo Gore-Clinton segue invece una strategia diversa. Invece di <<punire e tagliare>> preferisce spingere sull'empowerment, ovvero mettere in condizione gli stessi impiegati pubblici di poter ripensare il proprio lavoro, di sperimentare soluzioni nuove, di comunicare con altri i risultati delle innovazioni.

A tutti i livelli. Dalle decisioni centrali (come l'uso estensivo della moneta elettronica e delle carte di credito per i piccoli acquisti amministrativi, con un risparmio immediato di 50 milioni di dollari) fino ai singoli personal computer messi in rete, con quattro o sei linee telefoniche (Bbs, bulletin board systems) che spuntano qua e là negli uffici pubblici per i contatti con i cittadini, la posta elettronica con altre amministrazioni, l'esperimento persino di servizi direttamente a casa dell'utente. E già qualche caso di contatto diretto tra Freenets (le reti civiche nate su base volontaria, alcune delle quali con decine di migliaia di aderenti) e agenzie pubbliche sta decollando. Per esempio nel campo dell'educazione e della qualità dei servizi. Con ulteriori prospettive di appiattimento dello Stato e sburocratizzazione.

Non solo. La strategia di Gore, che sta avviando reti su reti nell'amministrazione Usa punta alla formazione di una "Federal Community", una comunità virtuale degli impiegati pubblici protagonista essa stessa del fenomeno innovativo, senza eccessive implantazioni privatistiche. Poter accedere alla rete, inviare i propri messaggi e le proprie soluzioni, discuterne con altri che fanno un lavoro analogo, sentirsi appoggiati da un Governo centrale che privilegia le micro-innovazioni ai drastici tagli, alle mannaie su migliaia di dipendenti. Qui si gioca la scommessa di Gore, sulla creazione di una "comunità" capace di innovare per sua forza propria, in un processo a catena.

Determinante, per l'innesco, la disponibilità dell'unica autostrada informativa oggi realmente esistente: Internet. Per questo, accanto ai numerosi e ponderosi documenti dell'Npr, la Casa Bianca spinge sull'uso massiccio della rete e avvia circuiti specializzati uno dopo l'altro. I professionisti federali (e non) di risorse umane possono così parlarsi l'un l'altro, accedere a database di documenti comuni, seguire le attività dei gruppi di qualità nati negli ultimi mesi. E la rete, aperta anche agli esterni all'amministrazione, potrebbe configurarsi, tra qualche anno, come la più gigantesca conferenza elettronica sulla forma-Stato mai avviata.

Nessuno sa se La National performance rewiew avrà successo. E se i suoi obiettivi (riportare la macchina pubblica Usa alle dimensioni dei tempi di Kennedy e semplificarla drasticamente) verranno centrati in pieno. Certo è che a Washington alle parole sulle autostrade elettroniche stanno seguendo i fatti.

Fino a pochi anni fa si pensava che fossero gli Stati a creare le reti. Così è avvenuto per l'elettricità, le ferrovie, le autostrade, i telefoni. Bill Clinton e Al Gore stanno invece, per la prima volta scommettendo, sull'esatto opposto. Su reti capaci di ricreare, anzi "reinventare" la macchina pubblica statunitense.

Il nocciolo della National Performance Rewiew, il programma lanciato da Clinton e Gore due anni fa, sta proprio in questo. Agli inizi appariva come un gigantesco programma di qualità globale applicato all'amministrazione più vasta del pianeta. Al punto che il suo documento di partenza fu definito, nel settembre scorso, come il <<miglior testo di management disponibile oggi negli Usa>>. Lo stesso Gore ne riassumeva lo spirito così: <<se, qualche anno fa, mi avessero predetto che da lì a poco negli Usa sarebbero state prodotte le migliori e più competitive auto del mondo avrei risposto con una risata. Ma oggi è così: e se ci sono riusciti i grandi dinosauri automobilistici perchè non può riuscirci la macchina federale?>>.

I programmi di qualità, si sa, implicano la partecipazione diffusa e creativa dei soggetti coinvolti. E implicano una intensa attività di comunicazione, insieme alla possibilità di mettere in pratica le innovazioni. Di qui una massiccia attività legislativa per far spazio alle nuove soluzioni, l'avvio di un centinaio di laboratori di reinvenzione, l'uso della rete Internet per lo scambio di conoscenze.

Di qui l'inversione storica. La rete della "reinvenzione governativa", appena partita su Internet, avrà entro pochi anni migliaia di funzionari e manager pubblici interconnessi. Una rete di persone, di intelligenze, di messaggi e non di soli inutili database automatici centrali. Una rete che dovrà cambiare lo Stato, nei piani di Washington. E accessibile anche ai cittadini, anche se selettivamente e in misura controllata.

Controlli e procedure superflui da eliminare; funzioni e servizi che oggi una rete di personal a basso costo può svolgere in automatico; leggi e normative da disboscare come una giungla cresciuta in mezzo secolo di stato del benessere; costose stampe di volumi cartacei sostituiti da Cd-Rom a basso costo; server di posta elettronica per la gestione dei curriculum e la mobilità delle carriere dentro l'amministrazione; circuiti su Internet per le ambasciate, i consolati, l'assistenza agli americani all'estero. Le pagine del primo rapporto annuale sullo stato di attuazione del programma sono letteralmente zeppe di casi specifici, raccolti sulla rete in un database di oltre 400 documenti.

La rete cambia lo Stato negli Usa. E in Italia? Basti pensare a quel sistema di <<lacci e lacciuoli>> da decenni instauratosi tra imprese e amministrazioni. Un "giacimento" di possibile sburocratizzazione, di trasparenza e, se si vuole, di nuovo valore aggiunto per le esauste casse pubbliche. Gore, con l'Npr, prevede risparmi del 10% del suo bilancio in cinque anni. In Italia sarebbe, a conti fatti, la chiusura del capitolo deficit pubblico. Fatta salva la fiducia dei mercati e dei cittadini sulla qualità del governo (e della gestione del debito pregresso).

5.La comunicazione costosa

Torniamo a noi. In Italia la comunicazione ha i costi più alti tra tutti i Paesi Industriali. Un altro segno di quell'assetto perverso a cui siamo pervenuti dopo trent'anni di modello squilibrato. All'incirca oltre 2mila miliardi vengono spesi dagli italiani, ogni anno, per inviare fax, ovvero la forma di posta elettronica più inefficiente, primitiva e cara che si possa concepire.

Per inviare lo stesso volume di messaggi sotto forma di posta elettronica si può tranquillamente stimare una cifra di 200 miliardi, ovvero dieci volte inferiore. Il computer, infatti, invia a un altro computer, soltanto la "sostanza" delle sue informazioni, e tralascia tutta quell'enormità di punti bianchi e neri che invece il fax pedissequamente trasmette.

La diffusione della posta elettronica nel Nostro Paese ha quindi realistiche potentizialità di liberare almeno 1800 miliardi di lire, con conseguente alleggerimento delle bollette telefoniche di famiglie, imprese, professionisti. Non solo: la posta elettronica di massa è solo questione di tempo, dato il fatto che la nostra industria esporta, e ha rapporti con l'estero, per oltre un quarto della propria attività. E in tutto il mondo le mailbox (vedi la crescita dell'Internet) si moltiplicano al ritmo del 12% mensile.

Il punto non è se avverrà questo fenomeno, ma quando e come. Se sarà accompagnato dall'avvio di nodi e servizi tali da cambiare il volto della Pubblica Amministrazione italiana, e in parte risanarla finanziariamente e professionalmente. Oppure se tutto sarà lasciato alla discrezionalità degli operatori, monopolistici o in concorrenza che siano o saranno. Oppure a pochi pionieri solitari nell'amministrazione, fiori all'occhiello di un sistema tuttora paralizzato e senza strategia.

Una Npr italiana è possibile. Non facile ma possibile.

Non è qui, ancora, la sede per discettare su un progetto di qualità globale nell'amministrazione centrale italiana. Mi limito però a osservare che, quantomeno negli Usa, quest'ultimo è decollato sulla base di un "ambiente" dove già il successo di Internet e del <civic networking> hanno creato le condizioni tecnologiche, operative e soprattutto culturali necessarie. E dove, ovviamente, condizione sufficiente, è stato l'impulso di una leadership politica (non solo Gore ma ancor prima Bush) che ha tradotto in programma politico quanto le imprese (qualità globale), i laboratori (Internet), e i cittadini (cultura della telematica comunicativa spontanea) avevano autonomamente sviluppato lungo gli anni 80.

Ai fini di questo scenario preferisco concentrarmi su una mia libera e personale interpretazione della strategia in tema di reti civiche. Elaborata in base a quanto sta emergendo, almeno finora, dal caso della Rete Civica Milanese (Rcm) avviata nello scorso ottobre dal Dipartimento di Scienze dell'Informazione dell'Università Statale di Milano (Laboratorio di Informatica Civica).

Libera a personale interpretazione, ripeto. Rcm è, di per sè, un fatto collettivo e aperto. Ogni considerazione che segue, ovviamente, non impegna in nulla nè il Dipartimento nè altri utenti della rete. Si tratta solo di una interpretazione da parte di uno dei suoi aderenti.

6.Le reti civiche nelle mille città d'Italia

L'Italia è un paese con mille anime e mille città. Impossibile la "reductio ad unum" sul piano della sua cultura e dei suoi modi di interazione sociale. La Pubblica amministrazione italiana del Duemila deve tenere innanzitutto conto di questo enorme fenomeno di differenziazione riemerso negli ultimi venti anni (dal nostro passato millenario di paese cosmopolita), e che ha generato una inaspettata e ampia prosperità.

La rete civica cittadina ad alta bidirezionalità è, a mio avviso, lo strumento appropriato alla nuova Italia delle mille città, dei cittadini attivi, della pubblica amministrazione responsabile, dei circuiti culturali e formativi diffusi e avanzati, della cooperazione industriale e professionale su vasta scala, della formazione permanente, dei valori diffusi. In una parola della produzione ampia di nuova qualità. Capace di contribuire in modo decisivo al risanamento finanziario del paese. Ma anche di produrre effetti benefici di più profonda e duratura portata.

Questa visione ha radici concrete. La Rete Civica di Milano, a cui stiamo lavorando e partecipando da più di un anno, conta oggi oltre 1500 aderenti e sta rapidamente arricchendosi di contributi e servizi. Per sua natura è un sistema "aperto": tutti possono partecipare gratuitamente (quanto più possibile), o aprire, a costi minimi, un proprio "banchetto". Non è controllata da organismi politici ma da una Università, istituzione il più possibile al di sopra delle parti. Il suo obbiettivo è generale: elevare il livello della comunicazione in Italia con uno strumento avanzato (il personal computer a basso costo) e un codice etico semplice e comprensibile. Il resto è completamente demandato all'iniziativa dei suoi aderenti, individuali e collettivi.

7.Una piattaforma aperta

La rete civica, sia nella sua forma a nodo singolo centrale (iniziale) che, soprattutto, nella sua successiva evoluzione come sistema di nodi mutuamente interconnessi e tra loro (almeno in parte) trasparenti, è una piattaforma intrinsecamente aperta. Si tratta di un sistema per la comunicazione avanzata in grado di mettere in relazione chiunque con chiunque secondo le modalità della casella postale elettronica (eliminazione della contemporaneità temporale della comunicazione privata tra due o più individui), della conferenza pubblica, semipubblica o a gruppo chiuso (pubblicazione in rete di messaggi, libri, immagini, opere multimediali...), dell'accesso a database e del contributo ad archivi automatizzati (per esempio: un messaggio strutturato che viene inviato da un giovane al database di domanda e offerta di lavoro gestito da un quotidiano economico-finanziario...). Anche altre modalità di interazione con il nodo sono possibili ma, per ora, possiamo limitarci a queste.

La Rete civica può essere profit o non profit, personalizzabile in questo sino al più minuto servizio o punto di accesso. Ogni parte della rete è infatti gestibile dai suoi amministratori, o da terzi, secondo liste di abbonamento definite in base a pagamenti economici (abbonamenti), adesione ad associazioni di varia natura, altri parametri. Ogni parte della rete così è configurabile a piacere, da una o più autorità mutuamente accordate sulla gestione delle conferenze e dei servizi in essa avviati.

8.L'abbazia di Theleme

Nel caso della Rcm una delle scelte iniziali rivelatesi più promettenti è stata la volontà di connetterla, fin dall'inizio, a quel circuito spontaneo di Bbs (Bulletin Board Systems) sviluppatosi spontaneamente in Italia nel corso degli ultimi anni. Oggi la Rcm è parte di OneNet, ospita tra i suoi servizi numerose iniziative (in campo letterario, associativo, culturale) nate nel mondo Bbs. Nei fatti, almeno finora, il principale terreno di cultura, nel nostro paese, di quella telematica sociale faccia essenziale della Internet del futuro.

La Rcm ha comunque una identità e finalità distinte rispetto alle Bbs. Vuole porsi come anello di congiunzione tra la telematica autogestita (in particolare dei giovani), i cittadini, il mercato e le istituzioni della città. Vuole essere un luogo virtuale aperto, intergenerazionale, a traiettorie multiple, senza gruppi dirigenti, piccoli o grandi fratelli. Luogo anche di conflitti regolati da un Galateo, di amicizie nuove, di rottura di gruppi chiusi, di abitudini passive (tv serale innanzitutto), di superamento delle parcellizzazioni e degli specialismi in cui è spesso ingabbiata la nostra vita quotidiana.

Stiamo sperimentando, in questi primi mesi di vita della Rcm, la fortissima qualità culturale degli italiani in rete. Soprattutto quando si fanno cose apparentemente banali, quali l'organizzazione di una festa, giochi di parole collettivi, dibattiti politici in cui ci si costringe a dire le ragioni delle parti avverse. In generale, quando la rete viene vissuta come gioco di intelligenze, di ironie, di stile, di contenuti, il risultato è stupefacente. L'Italia ha un patrimonio genetico comunicativo sorprendentemente "forte". Forse l'autentica risorsa, per noi, del prossimo millennio. E un ambiente allo stesso tempo gradevole e umile, aperto e bidirezionale, gratuitamente diffondibile, relativamente facile da usare, però governato da una regola comune quasi (e gioiosamente) monastica, favorisce questa fioritura. O meglio, questi segnali di una possibile fioritura sempre che il "momento" attuale della Rcm verrà mantenuto. Nessuno lo sa.

Resta comunque una lezione importante, fondamentale. La Rete civica deve essere innanzitutto un luogo di comunicazione umana, appropriabile e dominabile da menti italiane, in un ambiente in cui la padronanza dell'ambiente è essenziale. Un luogo virtuale in cui l'impulso a connettersi deve essere questo senso di arricchimento multiplo che si prova quando si sente di essere in un luogo amichevole e aperto, dove altri come te danno disinteressati pezzi piacevoli della propria mente e della propria vita. Dove puoi seguire i tuoi interessi o espanderli provandoti su nuovi campi. Dove ti possono perdonare l'essere naif, e anzi questo fa parte della freschezza generale dell'ambiente.

Non so se una Rcm con 15mila o 50mila aderenti potrà mantenere questo "stile" o "momento". Questo senso di comunità che porta alla voglia di vedersi di persona. Sospetto che si creerà, in futuro, una "sesta" faccia della Internet. Quella delle reti civiche di quartiere, dei server verticali, dell'inteconnessione a fine granularità delle comunità spontanee. Personalmente la trovo una prospettiva esaltante: il "server civico personale" come successore evoluto del "computer personale". Non il server di piccolo gruppo chiuso, ma inserito in una rete, come era il Paradiso di Dante, a cerchi concentrici via via più vasti e con diverse fisionomie.

Qui, a mio avviso, sta l'essenziale dell'emergente fisionomia "culturale" dell'Rcm. Il suo "primo motore", senza ogni dubbio. La sua garanzia di significatività sociale. La rete gradevole, attrattiva.

Nel 1562 uno dei pochi autentici maghi vissuti in Europa, Francois Rabelais, umanista, alchimista, medico e scienziato pubblicava nel suo "Gargantua e Pantagruel" la sua profezia sull'abbazia di Theleme, luogo mitico in cui dame e cavalieri avrebbero conversato, vissuto e ragionato assieme seguendo l'unica regola "Fai quel che vuoi" e, ovviamente, il Galateo della cortesia. Theleme, riletta oggi, è forse Internet, forse Rcm... Di sicuro una delle più belle guide a costruire oggi una comunità di menti europee. Non mi pronuncio sulle arti magiche retrostanti all'enigma dei Thelemiti (cap 58 del Gargantua e Pantagruel).

9. Lo stato in una mailbox

C'è però anche la necessità di tornare con i piedi per terra. Nella lunga, eterna battaglia per rendere questo tipo di reti anche utile. In senso tradizionale. Particolarmente significativa la possibilità, via reti civiche, di eliminare fastidiosi e costosi adempimenti burocratici per il cittadino, singolo o impresa. Un esempio ipotetico, discusso con un Sindaco lombardo molto competente. Vale il caso delle pratiche, lunghe e complesse, per l'ottenimento di una licenza edilizia da parte di un Municipio e a favore di una azienda di costruzioni. In questo caso, non di rado, l'azienda privata deve impiegare risorse notevoli, in termini di tempo lavoro di propri dipendenti, soltanto per seguire l'iter burocratico delle pratiche. E un sistema interattivo in grado di informare sullo stato di avanzamento delle pratiche stesse potrebbe portare a consistenti risparmi per l'azienda utente.

Questo sistema può essere realizzato sia predisponendo un sistema informativo automatico che generi, in ogni momento, lo stadio di avanzamento delle pratiche stesse sia creando una o più mailbox in cui le richieste da parte degli utenti, in forma di messaggi, trovano una risposta obbligatoria, entro un certo tempo, da parte dei funzionari specializzati preposti (questi ultimi dotati, in "backoffice", del necessario terminale interattivo sul sistema informativo burocratico-territoriale di cui sopra).

In ogni caso è ipotizzabile un prezzo di abbonamento per accedere a questo servizio di alcuni milioni anno (per ipotesi dieci milioni) a fronte di dieci volte tanto rispamiati dall'azienda per lo stesso lavoro. In questo caso su mille abbonati al servizio, per un comune di medio-grandi dimensioni, il gettito sarebbe di dieci miliardi anno. Moltiplicando questa cifra ipotetica per 4mila (i comuni di dimensioni non piccolissime in Italia) e raddoppiandola (data la possibilità di avviare altri introiti da servizi professionali a valore aggiunto erogabili dalla Pubblica Amministrazione) si ottiene un ordine di grandezza di 80mila miliardi annui, ovvero il 70% del disavanzo del settore pubblico italiano.

Questo esercizio provocatorio, di pura e prima approssimazione, serve solo a dare una idea degli ordini di grandezza finanziari che possono essere messi in gioco da una diffusione agile e ben direzionata delle reti civiche nelle "mille città" italiane. Inoltre queste reti possono divenire potenti generatori di introiti per l'amministrazione, se si considerano nella loro identità di media (spazi a pagamento per le imprese, per la promozione, per il commercio elettronico...). I nuovi servizi pubblici alle imprese e al cittadino, a costi ragionevoli, sono quindi un territorio chiave di risanamento e innalzamento della qualità dello Stato italiano. A fronte di investimenti che vedono, nel caso della Rete Civica Milanese, una spesa finora erogata (e coperta da donazioni, contributi e lavoro volontario) inferiore ai cento milioni. Con una previsione non superiore a duecento milioni per un sistema con 30mila utenti. Un investimento globale, per una metropoli, pari a uno o due autobus. E un ritorno possibile di almeno due ordini di grandezza matematici superiore. A patto che, con la necessaria flessibilità, e utilizzando il potente strumento delle mailbox e delle conferenze, si avviino rapidamente i servizi a valore aggiunto, senza attendere alcun "feticcio computer" (e i relativi suoi centri di potere).

10.L'accesso alla comunità

La terza valenza della Rete civica, se correttamente sviluppata, sta nel suo impatto sociale. Un esempio: la possibilità, per i portatori di Handicap italiani, di utilizzare il mondo virtuale delle reti come ambiente non discriminatorio. C'è un proverbio nato nella Internet: <If you are a dog, on the Internet nobody knows>, se sei un cane sulla Internet nessuno lo sa. Finora, sulla rete di reti, il principio di eguaglianza è assoluto. E così l'etica di buona creanza (verso la rete e verso gli altri utenti) che viene fatto rispettare attraverso la penalità della black list (il tuo administrator ti esclude dalla rete, o da parti di essa) e dell'isolamento spontaneo verso chi commette azioni scorrette verso la rete o verso altri.

Cosi come sulla Internet sulla rete civica (o sul futuro sistema di reti civiche italiane) varrà naturalmente la compresenza di aree e servizi profit e non profit. Di migliaia di iniziative dal basso volte a soddisfare specifici e differenziati bisogni informativi e di comunicazione, di circolazione a valore aggiunto delle idee.

Tra questi: l'educazione dei bambini e dei giovani, l'apprendimento degli adulti e della Terza Età, la discussione politica e culturale, la pubblicazione di opere artistiche e dell'ingegno, la diffusione di informazioni pubbliche e private, il gioco singolo e collettivo, il telelavoro, forme di telemedicina (non tutte, alcune richiedono reti specializzate e di potenza maggiore del normale circuito telefonico), di teleassistenza sanitaria (spiegazione di ricette, primi interventi d'urgenza...), di addestramento a distanza, di acquisto ragionato e informato di prodotti (anche con una dicversa pubblicità, attrattiva e non invasiva), di controllo di qualità permanente da parte degli utenti verso fornitori e vendor di qualsiasi genere...

11. Una rete di idee, risorse, lavoro

La prima cooperativa virtuale nata spontaneamente su Rcm, in questi giorni, sta iniziando le sue attività. Qualcuno comincia ad offrire piccoli lavori sulla rete. Qualcun'altro si occupa di telelavoro. C'è l'idea di creare una base comune di dati, risorse, idee, contatti. Di elementi per un processo collettivo di apprendimento professionale, di definizione di progetti, di operatività.

La rete civica aperta può scatenare un'autentica rivoluzione nel terziario in Italia. Vi è un possibile circolo virtuoso che può innescare. La qualità e l'attrattività del suo contenuto diffonde l'uso e la replicazione della rete civica sia su base locale che nazionale. Questa diffusione mette al lavoro le nuove competenze che possono svilupparsi solo dall'apprendimento nell'uso e nello sviluppo della rete stessa. Di qui un processo catena, in cui la rete interagisce con i suoi utenti, in modo non molto diverso da ciò che è avvenuto, negli ultimi anni, dentro e intorno Internet.

Chave di questo processo il concetto di comunità aperta, in continuo movimento. Una realtà, la comunità aperta, che peraltro potrebbe rivelarsi il grande antidoto per curare un sistema di valori italiani che fin troppo ha subito l'involuzione delle appartenze ideologiche, chiuse, non comunicanti.

12.L'etica della rete

Il principio base della Rcm è la messa a disposizione, senza preclusione alcuna, di "dominii di possibilità" al corpo sociale. Ma mai il controllo o la promozione diretta e rigida di questi ultimi. La rete civica è un sistema di iniziative attive, plurime e avviate innanzitutto dai suoi utenti, con l'unica regola del rispetto del suo Galateo (e, possibilmente, di un contributo economico volontario alla sopravvivenza della rete stessa).

La Rete civica o sarà un sistema di utenti attivi o non sarà. Non interessa ai suoi promotori lo sviluppo di un altro media unidirezionale e passivo (come alcune forme di diffusione informativa su Internet -vedi Mosaic - lasciano in parte temere) in concorrenza con una televisione, pubblica o commerciale, che riteniamo un altro pianeta.

La rete civica, in generale, non vuole porsi in concorrenza o in esclusione con nessuno. Nemmeno con altre possibili reti civiche. Non è in concorrenza con i fornitori professionali di servizi telematici (di accesso a Internet o ad altri crcuiti) a cui può offrire appostiti spazi di servizio sulla rete (gestiti dall'azienda stessa in accordo con il Galateo). Ne è in concorrenza con chi distribuisce software informatico, a titolo oneroso o anche gratuito (Bbs), dato che la rete civica si è preclusa, in quanto estranea alla sua finalità, questo tipo di distribuzione (se non per gli strumenti indispensabili all'uso della rete stessa). In generale la rete civica è una infrastruttura, una piazza virtuale collegabile ad altre mediante strade e vie e disponibile ai suoi utenti esattamente nello stesso modo in cui, per millenni, i sagrati e le piazze d'Italia lo sono state. Per i mercati, i comizi, le assemblee, le manifestazioni culturali o religiose...

13.Uno strumento per cambiare la Res-Publica

Un potente strumento collettivo per ricreare un senso di comunità, di cosa pubblica condivisa, di attività personale, ricerca e sviluppo di nuova qualità individuale e sociale. Per sburocratizzare e risanare la nostra vita collettiva. Questa, nei suoi intendimenti, è la Rcm. Una esperienza ormai in atto, e che sta ottenendo le prime promettenti conferme dai fatti.

Siamo solo agli inizi, comunque. Oggi alcune centinaia di cittadini milanesi, studenti di Scienze dell'Informazione come professionisti, tecnici e cittadini del tutto comuni vi hanno trovato un terreno di comunicazione e di rottura degli isolamenti di vita metropolitani nient'affatto disprezzabili. Innanzitutto la rete crea relazioni tra le persone. Inverte un trend al degrado, alla parcellizzazione e serializzazione della nostra vita sociale che poteva apparire irreversibile.

La rete civica milanese, volutamente, non è in Internet. Internet è oggi un grande oceano non privo di inquinamento. La rete Internet, con la sua enorme vastità, richiede una non piccola esperienza per essere utilizzata al meglio. E' molto difficile, nell'oceano, comunicare e riconoscere altri esseri umani. Molto spesso il neofita di Internet riduce il suo approrto alla rete ad una forma passiva di "nuovo zapping", interrogando pagine multimediali Mosaic schiacciando qualche bottone virtuale. Al posto del salto di canale il nuovo zapping opera sull'ipertesto di rete World-Wide-Web. Ma la sostanza è la stessa: fruizione passiva da macchine automatiche che emettono in "broadcast" informazioni.

"Dare Internet alle masse" è, a nostro avviso, un enorme errore di strategia. Rischiamo di creare un'altra generazione di consumatori e utenti prevalentemente passivi e, alla lunga, alienati.

Meglio invece puntare su "mondi virtuali" più piccoli, circoscritti, comprensibili e culturalmente omogenei. Su comunità autentiche, capaci periodicamente di raccogliersi mediante incontri o feste anche in modo tradizionale, ma allo stesso tempo aperte e interconnesse da Internet. E soprattutto su strumenti telematici capaci di mettere al primo posto la bidirezionalità, e quanto più possibili orientati all'auto-produzione attiva del contenuto. La Rcm ha scelto il server Firstclass, server gradevole di tipo Bbs (ma capace di lavorare anche nativamente su Internet) che consente la massima fessibilità e il minimo costo, per lei e i suoi utenti. Inoltre Rcm è connessa, oltre che alla Internet, anche alla Onenet, rete internazionale di server Fistclass che prefigura l'interconnessione gradevole di un possibile futuro sistema italiano di reti civiche. Non solo: intorno alla nostra prima esperienza stanno nascendo anche altre reti (Desenzano, Cernusco) mentre numerose città, lombarde e non, stanno seguendo con attenzione il nostro esperimento.

Questa infrastruttura nascente, se opportunamente giocata nel rapporto Pubblica Amministrazione-imprese (dove i servizi ad alto valore aggiunto sono possibili e rapidamente solvibili) può dar luogo, e in tempi relativamente brevi, a quel ritorno finanziario, operativo e culturale a cui abbiamo accennato con qualche ipotesi. In un secondo tempo potranno anche essere affrontati campi più ardui, come i servizi di massa ai cittadini e il commercio elettronico su vasta scala.

Partiamo però, oggi, con il piede giusto. E' essenziale per il presente e, soprattutto, il futuro.

5.12. La qualità italiana, quattro fotografie

5.12. La qualità italiana, quattro fotografie

Tiriamo le fila. Il cammino seguito fin qui ha qualche sua fotografia nell'album. La prima ci mostra un americano che per tutta la sua vita medita sulla qualità, come concetto centrale della nostra epoca. E identifica questa parola con il corpo logico (il terzo corpo dell'universo secondo gli Indù, il corpo eterno di Brahma) del pianeta, il suo sistema di valori, di idee trasmigranti di generazione in generazione, che vivono una propria vita evolutiva immensamente più lunga e complessa di noi semplici individui. Potremmo visualizzarla, questa foto, con una immagine di Pirsig che guarda da una rupe nella distesa dell'oceano, a lui trasparente e profondo.

La seconda foto ci mostra una Italia in agitazione: un sistema pluricentenario di valori reincarnatosi nella situazione storica del dopoguerra giunto al capolinea. Come é norma di queste creature logiche millenarie pronto a morire e poi a risorgere in forma lievemente diversa, adattata alle nuove circostanze. Oppure pronto ad attenuarsi, fino a somparire, di fronte ad una produzione di nuova qualità superiore, riconosciuta e accettata nel quotidiano di 60 milioni di menti. Questa foto potremmo rappresentarla come una foresta millenaria, folta di alberi pregiati ma anche di erbacce e di rovi, mentre una sparuta squadra di giardinieri inizia a piantare semi di una erba sconosciuta, che non si sa se e come e quando attecchirà.

I giardinieri italiani della qualità. Difficile individuarli, e studiare le loro sementi. Di netto, nell'immagine, c'é solo il malessere dei grandi alberi secolari. I rami più bassi sono vizzi, assediati dalle erbacce e dai rovi.

La terza foto ci regala lo scenario di una grande matassa che avvolge l'intero pianeta. I fili della Internet, su cui comunicazione, conoscenza, messaggi e valori fluiscono e si propagano liberamente tra paesi, popoli e individui. mentre gli Stati, per la prima volta nella storia, poco o nulla possono per recidere o controllare questi fili. Il motore di nuova qualità é in azione, il luogo logico dove i semi germogliano e proliferano, dove i vecchi fantasmi finalmente possono morire, nella morte della compassione e della comprensione.

La quarta foto ci mostra un bambino di sei anni che scruta, su un video colorato, la mappa del suo quartiere. E disegna, sul video circoli rossi e circoli blu: sta esprimendo sensazioni positive e negative sull'ambiente cittadino che lo circonda, sta mandando messaggi politici agli amministratori, basandosi sulla sua esperienza quotidiana, sulla qualità da lui percepita dell'ambiente a lui circostante.

Una idea negli scorsi quindici anni ha trasformato alle fondamenta il maggiore comparto industriale del pianeta. L'idea da cui é nato il progetto Smalltalk dello Xerox Parc, il laboratorio della Xerox per la ricerca informatica avanzata. Al fondo il concetto secondo cui il computer doveva passare il test supremo: il bambino. Divenire così intuitivo, comprensibile, trasparente da poter essere usato anche da lui, e divenire un suo strumento di creatività.

Di qui i computer Macintosh della Apple, poi Windows di Microsoft. Con decine di milioni di personal computer diffusi nel mondo, e l'avvio del maggiore ciclo di sviluppo industriale della fine del ventesimo secolo. Ciclo che, con le reti interattive di massa, sta proseguendo e ampliando esponenzialmente il suo impatto sociale.

La democrazia attiva con interfaccia gradevole, facile e creativa, estesa a tutti e personalizzata, é oggi possibile con i nuovi strumenti. C'é solo da praticarla, irrobustirla, farla viaggiare sui valori propri delle reti aperte, dargli progressivamente il potere progressivamente usurpato, nel corso dei secoli, dai corpi separati, dalle caste e dalle veroniche di ogni tipo.

Quando l'espressione politica diverrà tale per cui basteranno cerchi rossi e blu, descritti da un bambino sul proprio televisore di casa per la propria rete civica, per "correggere" la mappa del proprio territorio ciò avrà un significato profondo. Gli stessi cerchi rossi e blu sono stati segnati su mappe da menti altrettanto infantili, ma non così pacifiche, nel passato. La differenza é che ora divengono segnale democratico continuo, selettivo e proveniente dall'intero corpo sociale. Prima erano solo l'opposto. Segni di guerra, di comando e di morte.

La prima regola della qualità industriale sta nella continua ricerca collettiva di soluzioni atte a ridurre i difetti nei prodotti e nei servizi. La riduzione sistematica dei difetti implica costante e seria comunicazione con i clienti; strutture organizzative atte a sviluppare e provare le soluzioni; un sistema di regole che definiscano una metrica della qualità (per sua natura in costante evoluzione) in relazione alla percezione dei soggetti (utenti, operatori interni, partner operativi) che hanno rapporti con l'organizzazione. Nel caso di strutture pubbliche il supremo garante della continua ricerca di qualità non può non essere il Governo. Che deve dotarsi di poteri coercitivi sul management pubblico perché i relativi processi vengano messi in pratica e rapporti periodici forniti (salvo una rete di controllo, aperta ai cittadini, per verificare l'autenticità delle soluzioni raggiunte).

Buona parte dei servizi pubblici può così essere soggetta ad un controllo simile a quello esercitato dal Cerbero di cui sopra: un mercato informato di utenti in grado di esprimersi (in conferenze o sondaggi istantanei, continui o periodici), di optare su due o più alternative (per esempio almeno due aziende ferroviarie, telefoniche, due o più sistemi scolastici, università autonome...), di collaborare fattivamente alla qualità, per sé e per gli altri.

La qualità italiana é un sistema di valori molto più ampio e articolato del solo liberismo. Solo una parte delle azioni necessarie al paese per cambiare implicano una espansione nell'area del mercato competitivo interno. Un'altra componente fondamentale é l'uso e la promozione ampia del volontariato e della solidarietà sociale. Così come il rispetto e la condivisione di regole certe, ancorché semplificate, attorno a poteri e servizi pubblici indiscussi (di accesso ai beni base della convivenza materiale e civile). Così anche l'attenzione culturale a non degradare ulteriormente l'identità e il patrimonio di valori del paese solo in direzione dei simboli propri di Cerbero: i valori monetari e di ricchezza, il successo, l'italia degli emergenti, degli spintoni...

5.13. La mossa decisiva, l'apertura e lo sviluppo delle tre reti

5.13. La mossa decisiva, l'apertura e lo sviluppo delle tre reti

Dalla discussione a casa di Beppe, fine settembre 1994, notte alta. Antonio: <Il compito forte di oggi, in Italia, é a questo punto abbastanza chiaro. Costruire, al centro del Mediterraneo (abbiamo una precisa responsabilità geopolitica) un nuovo sistema, strutturalmente orientato alla creazione di nuova qualità dinamica. Dall'analisi precedente abbiamo visto come il processo di individuazione, il punto Omega, richiede e produce sponteamente strutture comunicative, piatte, collettive e differenziate in cui i soggetti attivi già producono conflittualmente la nuova qualità>.

<Noi dobbiamo dare libertà, apertura, accesso e risorse alla nostra sezione di Cerbero, Lucifero, Gabriele - proseguì Beppe - Dobbiamo superare l'oligopolio bancario-finanziario altamente centralizzato e collusivo; dobbiamo reinventare una politica dei media; dobbiamo liberalizzare le telecomunicazioni, abbassarne drasticamente i costi e le barriere all'entrata.

Dobbiamo investire le risorse, il bottino del ceto medio dell'Italia degli Spintoni, in questa strategia. Ne deriveranno innumerevoli spazi per nuove opportunità d'impresa, di lavoro e d'azione per lo stesso ceto medio, con un percorso di sviluppo culturare-civile credibile e progressivo.

Un Cerbero evoluto significa il flusso di capitali, per l'economia italiana (e mediterranea) secondo standard qualitativi analoghi a quelli esistenti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Equivale alla possibilità di rinnovamento della struttura industriale, su piccole imprese innovative ad alta tecnologia. Promosse e accelerate, e non rallentate e poi mortificate, all'atto dell'approvvigionamento di fondi per mettere in pratica la propria scommessa. Significa regole antitrust, autorità e poteri conseguenti, reti pubbliche o miste di agenzie di servizio. Significa fine di ogni usura, istitituzional-bancaria quanto occulta e criminale.

Un Lucifero evoluto é un televisore, autentico occhio dell'Italia e del mondo. Dove ogni canale é una sfaccettatura diversa, un punto di vista differenziato, e non una macchina pubblicitaria. Dove la competizione avviene sulla capacità di produrre contenuto televisivo di qualità, cultura, e non di vendere spot ripetitivi o telepromozioni. Una legge antitrust per imporre limiti proprietari, pubblicitari e incentivare la densità informativa dei palinsesti. E un paio di canali pubblici specializzati in prevalenza nell'informazione a tutto campo (una Cnn italiana multilingua e via satellite, investimento pubblico ma con ritorni economici possibili, stando all'esperienza imprenditoriale di Ted Turner) e nella divulgazione scientifica, ambientale, nell'educazione, per dare il tono all'intero sistema. Per stimolarlo via competizione sull'audience (come ha fatto Rai 3 negli scorsi anni) con una qualità superiore.

E Gabriele, l'Internet italiana, civica e aperta. Reti in tutte le città; tariffe telefoniche locali a basso costo. Abolizione della tariffa urbana a tempo e bolletta fissa per chi chiama localmente, sia via voce che via modem. E poi incentivi e porte aperte a chi voglia in Italia avviare nuovi servizi. Abolizione del monopolio statalistico, ridimensionato a azienda pubblica di gestione e ottimizzazione delle infrstrutture tecniche di rete, dei <tubi> telematici e delle centrali con un ruolo non dissimile a quello dell'Enel. E una autorità per vigilare su questa (e avviare anche selezionati concorrenti nelle infrastrutture di base) e soprattutto mantenere l'apertura assoluta in termini di servizi, di incentivo e propulsione alle nuove iniziative>.

< E progetti verticali: il patrimonio culturale, artistico e scientifico italiano sulla rete, gratuitamente - aggiunse Fiorella, la moglie di Beppe - e a disposizione di ogni utente al mondo della Internet. L'uso intensivo delle reti civiche per la qualità globale della pubblica amministrazione, via sondaggi permanenti sugli utenti-cittadini; i servizi e la burocrazia resi semplici e accessibili, fino al televisore interattivo. L'incentivo e il sostegno al volontariato nella rete; istituti specializzati per le risorse chiave; il rispetto delle regole comuni di comunicazione e interazione (negli Usa esiste, presso l'Università Carnegie-Mellon, il Cert, istituto per il controllo investigativo sulle illegalità elettroniche nella Internet), lo sviluppo e il design delle soluzioni software per i servizi al cittadino, per il coordinamento degli standard...

<C'é un sacco di lavoro da fare, come si vede - conclude Federico - E enormi opportunità>.

Capitolo sestoIl sentiero in ascesaCapitolo sesto

Il sentiero in ascesa

<Per correre migliori acque alza le vele

ormai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar si crudele;

E canterò di quel secondo regno,

dove l'umano spirito si purga,

e di salire al ciel diventa degno>;

6.1. I nuovi italiani

6.1. I nuovi italiani

Roberto fa il garzone nel bar pizzeria di Via Comelico, di fronte al dipartimento universitario di Informatica. Tutto il giorno fa panini e serve al tavolo studenti e professori. Alcuni sono suoi amici e gli hanno persino insegnato a usare il personal computer. Alla sera Roberto scrive favole e le legge a suo figlio. Nel febbraio del 1995 si collega alla Rete Civica e, scoperto il concorso letterario indetto da Fabula (un club di giovani letterati della Rete) vi immette la seguente favoletta.

C'era una volta un pianeta, abitato da tanta gente che a poco a poco aveva sempre meno da lavorare, per produrre ciò che serviva per vivere. E così, non sapendo che fare, si misero a parlare. Parlavano tra loro, spettegolavano, conversavano, dichiaravano, comiziavano, persino da soli in camera da letto. Le parole, in breve tempo, divenirono persino più numerose degli abitanti del pianeta. E questi ultimi, per reggere il diluvio di parole, inventarono delle macchine che trasmettevano, immgazzinavano, moltiplicavano e sceglievano le parole. ma non c'era nulla da fare. Alla sera gli abitanti del pianeta arrivavano stanchi a casa, pur non avendo fatto nulla o prodotto nulla. Semplicemente avevano la testa piena di parole, che ronzavano come api impazzite nelle orecchie, nei timpani, nel cervello.

Divennero rapidamente infelici gli abitanti del pianeta. Un malessere strano se ne impadronì. La loro voce divenne meccanica, automatica, priva di toni e musica. Le parole, da sole, uscivano dalle labbra. Avevano preso il potere sugli uomini che, impazziti, non facevano ormai che insultarsi a vicenda senza motivo.

Fu allora che un bimbo, per sua natura molto silenzioso, scoprì la chiave del mistero: <le parole vogliono vivere - disse - e noi lasciamole vivere. Prendiamo queste macchine di parole, i computer, e facciamoli parlare tra loro senza interruzione, tutti>.

Detto, fatto. I computer cominciarono a parlarsi l'uno all'altro come matti. A decine, poi a centinaia, poi a migliaia, poi a milioni. E a poco a poco le parole cominciarono a uscire dalla testa della gente per entrare nei circuiti dei computer. E gli abitanti del pieneta assaporarono di nuovo il gusto di un disegno, di un panorama, di un bacio, di una musica. Il loro cervello si decantò, ripulì, riordinò, raddrizzò, svuotò, fece una piroetta e si mise a ridere.

Erano tornati quelli di prima, persino con il piacere dell'aratro e della falce. Mentre i computer, silenziosi, tenevano a bada le parole.

Inutile dire che, in questa favola con dentro una favola per Fabula, Roberto vince il premio, conquista la mente di Umberto Eco e in quindici giorni, da garzone di bar diventa letterato famoso. E visse felice e contento. Del suo intelletto ormai divenuto attivo e adulto.

Give People a chanche.

6.2. Dentro Gabriele

6. 2. Dentro Gabriele

Un video sulle ginocchia. Un libro elettronico. Il collegamento alla rete civica, il nome e la password. Normale amministrazione. Click sull'icona della libera associazione dei librai milanesi. Cosa c'é di nuovo da leggere? Dove trovare e comprare? Le recensioni; I più letti del mese. Scorro le icone dentro l'area elettronica dei librai. E entro nei "testi telematici". C'é l'icona del libro della Pivetti, affollata di roventi messaggi e discussioni di cattolici, più o meno integrali. C'é Eco, con la sua storia del Novecento. C'é Scalfari, con la sua Repubblica rivissuta. E il ping-pong Veneziani-Cacciari (arbitro Michele Serra). E tanti altri libri, aperti al commento di tutti. In un angolo anche il Velo della Veronica. Leggo i messaggi dentro l'icona. Uno studente vuole saperne di più sui manoscritti del Mar Morto; un'altro mi maltratta per le accuse, mai provate, su Andreotti; un dipendente Fininvest mi dimostra, dati alla mano, come la quantità (e qualità) dell'informazione televisiva delle sue reti sia divenuta superiore a quella prodotta dalla Rai. Rispondo, scrivo, accetto e rifiuto. Salvo i messaggi, come ogni settimana. Mi appunto l'idea di correggere la parte su Lucifero, di mostrarne l'evoluzione degli ultimi anni. Chiudo e mi collego con la rete civica di Siracusa, dove Nello ha aperto un osservatorio sui Media. Confronto i suoi dati con quelli del dipendente Fininvest. Corrispondono abbastanza bene. C'é materia. Vado sull'icona comune. Compilo la dichiarazione dei redditi mensile. Semplice: spedisco al Comune il mio estratto conto che la banca mi invia regolarmente sulla mia casella postale nella rete. Dentro ci sono tutti i miei redditi, entrate e uscite, alla lira. Un click e via. Chiudo lo schermo.

L'Italia delle reti aperte, locali e nazionali, metterà in comunicazione bidirezionale il cervello con il resto del corpo sociale. E la <barriera all'entrata intellettuale>, la possibilità per chiunque non solo di fruire ma anche di produrre cultura (e quindi nuova qualità) si abbasserà enormemente, proprio come sta avvenendo oggi nella Internet. E' un processo strutturale, inarrestabile. Una delle mie poche certezze.

6.3. La Musa Attenzione

6.3. La Musa Attenzione

Il problema é capire, prevedere, dare forma e senso a questo processo. Che farà rinascere pattern molto antichi. Il cerchio dei bambini intorno alla nonna che racconta una favola o canta una canzone. La cultura per griglia tridimensionale. Fili verticali di gruppi specializzati, connessioni orizzontali comuni, pulsioni generali del momento. E tutto con velocità di riallocazione, nella rete, potenzialmente elevatissima. E la risorsa chiave: l'attenzione, la curiosità, la vera Musa della rete.

Una Musa figlia di Ordine e di Intuizione. Ordine nella possibilità di fruire dell'oceano della rete in modo comprensibile, senza venire sommersi da uno "zapping" telematico senza fine, potenzialmente ancora peggiore di quello televisivo. Ma anche la coscienza che, dentro lo "zapping" , si nasconde l'Intuizione, a sua volta figlia del Caso, dell'impulso esterno-interno imprevisto, dell'indicibile. Nella comunicazione interattiva sulla Internet, già oggi, le contaminazioni sono la norma. Nel gruppo a cui partecipo, sulle reti civiche, impiegati e librai parlano con docenti universitari e ricercatori industriali; macrobiotici alternativi con funzionari del dipartimento del Commercio; matricole universitarie con ex-guerriglieri latino-americani. Il tutto su problemi pratici, domande e risposte, sondaggi di opinione spontanei, ebollizione continua di menti che dialogano, alla pari, alleggerite dal peso dell'ego e del vissuto.

Tutto é breve, rapido, sulla rete. L'approfondimento e la meditazione richiede ancora il libro. Il respiro della mente vive nel tempo, nel silenzio, nella meditazione. E l'informatica, qui, non é ancora arrivata. Né so quanto e come ci potrà arrivare. Forse qualcuno tenterà mettendosi in testa un casco di realtà virtuale per immergersi e volare dentro mondi sintetici. Forse qualcuno creerà, in questo modo, il primo Mandala elettronico. E forse qualcuno ne avrà danni, fino a padroneggiare lo strumento e capire le sue trappole. Di sicuro le immagini di sintesi, dai robot degli effetti speciali cinematografici fino ai futuri Mandala, saranno una nuova forma di trasmissione culturale aperta a tutti. Un campo di creatività ancora inesplorato.

6.4. L'era dei Mandala

6.4. L'era dei Mandala

Che non necessariamente porterà alla solitudine, atomizzata, anonima e seriale di oggi. Il Mandala, di qualunque genere sarà, può essere vissuto contemporaneamente da tanti, sulla rete. Vi può essere un Maestro che guida nella sua esplorazione oppure una comunicazione costante tra i partecipanti, non solo a parole, ma anche con soli suoni, modifiche di immagini, scambi di arabeschi intuitivi. Forse sarà un prepararsi a ciò che avviene a noi dopo la morte fisica. Forse.

Di sicuro é che la tecnologia lo consentirà. Un innalzamento notevole per la specie. Che va preparato e costruito, seguito e difeso, compreso e orientato.

Che tutto sarà americano, come nella tv, non ha senso. La Internet avvolge il pianeta e le sue menti attive non conoscono confini politici. I Templari di un tempo guardavano le strade, consentivano la comunicazione e la grande rinascita del 1100. Nuovi Templari sono oggi necessari per guardare l'apertura e la fluidità della rete, e costruire le nuove Cattedrali, i Mandala elettronici. Esattamente sulle stesse proporzioni auree di una conchiglia, di un Dolmen, del Partenone, di Chartres, di una circonvoluzione celebrale o di un corpo umano vivente. L'ordine eterno, della Madre, sarà anche alla base del nostro futuro. Molto di più, credo, di quanto lo é stato nel nostro recente passato. Starà dentro questi nuovi acceleratori evolutivi. La nuova qualità.

Mandala per meditare, da soli o insieme. Mandala per apprendere, per entrare dentro le conoscenze. Mandala per discutere, per prendere coscienza. Mandala per stimolare, per soffrire. Mandala per guarire. Mandala per affrontare l'autentica battaglia del prossimo millennio: <gnoze eauton>. Conosciti.

Scopriremo che la terra é popolata di una razza invisibile, in apparenza eterna, che a tratti ci vive. I memi, i simboli noumenici (di Jung lo psicologo) i segmenti culturali (di Wilson e Laborit, i sociobiologi) e i valori (di Pirsig, il sessantottino) dei nostri codici genetici. Li conosceremo meglio, forse tenteremo la mappa dell'enorme genoma culturale umano. Di sicuro molte scoperte verranno fatte, e da molti. E molte ipotesi, oggi appartenenti al mondo in penombra della mistica, dei culti più antichi o del paranormale diverranno strumenti di vita, di educazione, forse di cura.

6.5. I magliari della Internet

6. 5. I magliari della Internet

Che ci farà la cultura e l'élite italiana in questa fase? Tanto, se vorrà. L'Italia é relativa, comprensiva, veronicamente fratturata e quindi aperta, comunicativa, tellurica, sa cantare, sa essere superficiale, sa prendersi per i fondelli, sa mentire. L'Italia sa caricare, scaricare e cucinare i memi. Sa naturalmente manipolare i propri valori. Il magliaro sarà il tecnico del suono dei Mandala del Duemila. Il D-J della nuova musica.

Totò, Edoardo Vianello, Peppino di Capri, Renzo Arbore (e tanti altri). Leggerezza culturale. Canto, danza, ironia. Fascino di un'armonia mediterranea, solare e gioiosa, che tuttora emoziona e rasserena il mondo. E noi stessi. Ingredienti di una ricetta del Duemila che crescono solo qui da noi. E che non dobbiamo lasciar inaridire.

Ma anche Calvino, Moravia, Arbasino, Cerronetti: gli occhi lunghi, avvolgenti. E gli ingegneri: Gadda, Silvestri, Eco. I filosofi: Croce, Bobbio, Cacciari. I poeti: Pasolini, Fellini, Salvatores. I politici: Miglio il demone scuotitore, Negri il visionario maledetto, Scalfari la virtù laica, Bossi il nuovo Pasquino, Serra la sinistra che ride, Pannella la provocazione, Andreotti la Veronica, Occhetto che sa piangere, Berlusconi plastificato a Dallas, Fini il gentiluomo nero, Pino Arlacchi e Luciano Violante i nemici del network occulto. Gli eroi: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Libero Grassi. E anche (non spaventatevi) i diavoli sanguinosi: Totò Riina, Raffaele Cutolo, Nitto Santapaola. I simboli del Caf: Bettino Craxi, De Lorenzo, Cirino Pomicino, Forlani. E gli angeli armati: Di Pietro, Caselli, Borrelli, Colombo, De Gennaro. E tanti altri uomini-simbolo, portatori di frammenti di verità, di qualità italiana, positiva o negativa che sia.

L'interazione complessa di una società a sistemi di valore multipli, stratificati e commisti non é cosa che poche parole scritte possano descrivere. Il problema é che, nei prossimi anni, avremo bisogno di accentuare e sviluppare una specifica linea di qualità: che ci consenta di superare il debito pubblico, di sviluppare la nuova civiltà delle reti attive, di eliminare l'assetto centralistico e autoreferenziato dei poteri, di creare la democrazia piena.

Dobbiamo scegliere, tra le tante qualità, quella giusta. E svilupparla, se non c'é, per favorire l'evoluzione.

6.6. La fine del convento rosso

6.6. La fine del convento rosso

Prendiamo il problema, davvero preoccupante, della sinistra italiana, da sempre luogo principale dell'élite di movimento del nostro corpo sociale. La sinistra italiana é stretta in una morsa: non può vincere perché é debole nel passato e nel futuro. Mentre é forte solo nel presente. In pratica per mancanza di alternative progressiste. La sinistra, ovvero il Pds di D'Alema (l'ultimo campione della veronica rossa) resta oggi paralizzato, e continua a paralizzare l'Italia, come ha fatto il Pci per quarant'anni, dalla svolta di Salerno in poi.

Il passato é la seconda guerra civile italiana, quella anticomunista, fredda e occulta e soprattutto perduta. La storia di questa guerra é tuttora da scrivere. Nessuno la sa, se non nel peso della propria vita e di eventi personali in parte rimossi, misteriosi e incomprensibili ai più. La nazione é piena di karma non digerito, non assimilato e compreso. Il presente ceto medio italiano é stato però allevato dentro questa vicenda storica. L'anticomunismo é dentro il suo codice genetico. E la sinistra italiana non ha mai abiurato in modo credibile sul peso del passato. Oggi é troppo tardi. Non servirebbe a nulla. Il dopo-muro é finito nell'aprile del 1994.

Venditi il Bottegone, Massimo d'Alema. Distruggi il convento rosso. Abolisci il Partito. Oppure sarà l'Italia, e rapidamente, a abolirlo. Il mondo cammina verso le reti armoniche, verso gli scambi reciproci tra i soggetti attivi. Trasforma la Festa dell'Unità in un network permanente, informativo, di entertainment e in un <sagrato> telematico aperto. Crea una federazione di soggetti attivi, continuamente cambiante, auto-coordinata dai portatori di proposte, soluzioni, dai soggetti politici non auto-certificati. O sarai un Network Administrator, che definisce standard di comunicazione condivisi e cura l'armonicità e la qualità della rete o non sarai. Solo un relitto del passato.

Smettila di fare il monaco. Fai il giardiniere. L'Italia, del resto, é il paese più fiorito d'Europa.

L'alternativa, e basta ascoltare i Tuoi ultimi interventi, é non aver più nulla da dire all'Italia. Nessuna qualità, né quella popolan-liberatoria di Bossi, né quella protettivo-coporativa di Fini. Solo una generica demonizzazione di Berlusconi, senza progetto contrapposto. Massimo d'Alema, ascolta, l'opposizione alla veronica di Berlusconi non sei né mai sarai tu, né il tuo obsoleto convento di appartenenze rosse (figuriamoci il relitto di Buttiglione). Sono i cittadini liberi, pensanti, aperti e attivi. Tu, e il tuo partito dovete solo sparire. e fare i giardinieri. Allora, e solo allora, dopo aver ucciso e sepolto i vostri ego comunisti-conventuali, ritornerete quello che siete: i migliori e più preparati (grazie alla scuola del grande Palmiro) politici d'Italia. Accettati come tali dagli italiani. E anche da me.

Achille, spaccali, mettili in crisi davvero. Per il loro bene e il nostro. Chiudilo tu il convento della veronica rossa.

Fuor d'invettiva. Il programma Ciampi aveva quattro caratteristiche negative per il ceto medio:

- inaccettabile nei simboli astratti e ideologici (falce e martello)

- conservatrice in termini di nuova visione dell'Italia

- con alcuni uomini dal passato coinvolgimento nel regime

- spaventante per il rigore che avrebbe introdotto in un paese cresciuto per quarant'anni sulle mediazioni, appartenenze, illegalità diffuse (grandi e piccole).

I primi tre termini negativi sono davvero negativi. Il quarto la grande scommessa positiva mancata. Per un motivo semplice. Il rigore, come valore, viene da Tiblisi, non da Roma o da Milano. L'Italia preferisce darsi margini di flessibilità, anche se deve pagare. Preferisce investire sulla propria qualità, in positivo. Ma un grande bancario, come Ciampi o un comunista conventuale, come Occhetto o D'Alema, questo non potevano capirlo. Mentre il pubblicitario Berlusconi dentro questa cultura di positività assoluta (anche se forzata e superficiale) ci é sempre vissuto dentro. E vi ha costruito, giustamente, una fortuna.

Il punto é che né gli uni né gli altri hanno la minima idea di cosa sia, e possa divenire, la qualità italiana.

Alternativamente:

- una sinistra senza più nulla a che vedere con il passato della seconda guerra civile

- con la visione di una nuova Italia, aperta, in sviluppo e consapevole

- con il patrimonio etico delle sue migliori istituzioni (Banca d'Italia, Università...)

forse ce l'avrebbe fatta.

6.7. La via d'uscita: dal patto sociale al patto tra i produttori per la qualità d'Italia

6.7. La via d'uscita: dal patto sociale al patto tra i produttori per la qualità d'Italia

Favignana, agosto 94

Ancora Federico: <Non c'é molta fantasia nel programma del Berlusca. Era esattamente ciò che dal 1980 al 1986 Craxi e compagni fecero, per rimettere in carreggiata il sistema dopo la batosta degli anni 70. Anche allora vi fu svalutazione, erosione dei salari, via libera all'evasione da parte dei lavoratori autonomi, occupazione e sviluppo di nuovi mass-media di controllo sociale (prima fra tutte le Finivest di Berlusconi), via libera a quel grande "investitore" economico (e di controllo politico del territorio) rappresentato dal network occulto della criminalità organizzata.

A differenza di allora, però, vi sono alcuni zeri di troppo. Gli zeri del debito pubblico. Quando, nel 1983, cadde lo Spadolini Uno (assimilabile al governo Amato-Ciampi, di emergenza nazionale, ai tempi) il debito era di 340mila miliardi, mentre oggi sono oltre due milioni i miliardi che vanno di nuovo pagati, anno su anno, al 10% di interesse.

Il sentiero, che già allora era una pista di montagna, oggi appare una cresta sottile tra due abissi. E tra due tormente: da un verso Cerbero pronto a ruggire a ogni piccolo passo falso e dall'altro lato una situazione sociale italiana solo in apparenza tranquilla. In realtà caratterizzata da salari reali, per le famiglie dei lavoratori dipendenti, compressi da oltre tre anni di recessione, di tagli allo stato sociale e di auto-contenimento sindacale; da imprese che stanno in piedi solo grazie all'impulso drogato della svalutazione; da un ceto medio che finora é riuscito a salvare il bottino, ma ha comunque redditi, e opportunità di lavoro, tuttora in netto calo>.

<Proviamo a pensare, a questo punto a un'ipotesi basata sulle discussioni avute prima> - disse Beppe -< E' possibile, per un sentiero alternativo, trasformare il bottino nelle risorse necessarie alla nuova qualità italiana? Il "maltolto" italiano é forse di 500-700mila miliardi, oggi congelato in Bot (o titoli esteri) e utilizzato sostanzialmente per i consumi del ceto medio di Forza Italia. Il problema é isolare i custodi più improduttivi del maltolto e levarglielo, pezzo per pezzo. Offrendo loro alternative in una più ampia dinamica sociale. Ovvero formare un blocco sociale maggioritario di imprenditori, lavoratori dipendenti, giovani, pubblici funzionari e professionisti su un programma di Qualità, e di <apertura dell'Italia> piuttosto preciso:

-rivoluzione democratica, di dinamicità sociale

-rivoluzione di mercato, di apertura, di regole condivise e rispettate, di sviluppo e occupazione

-rivoluzione fiscale e di forma-stato, verso il cittadino come utente, azionista, cliente pagante>

6.8. Qualche idea per una riforma possibile

6.8. Qualche idea per una riforma possibile

A quel punto Antonio, tronfante, tirò fuori una lettera scritta tre mesi prima a un amico milanese: <In primo luogo la dinamicità : l'Italia malata di appartenenze statiche rivendica, dal basso, concorrenza aperta e positiva sul mercato politico, finanziario, industriale; basta con la società chiusa delle raccomandazioni, delle cooptazioni, dei meriti calpestati, delle logge. Si vuole scegliere tra alternative trasparenti, integre, reali, differenziate. E scegliere in base a concrete valutazioni di costo/prestazione. Come sempre avviene sui liberi mercati.

Secondo. La sanzionabilità : il sistema ha bisogno strutturale di ricambio interno, e di istituire regole che costringano a comportamenti corretti. Di qui l'assoluto consenso verso l'azione della magistratura.

Terzo. La semplicità : il sistema burocratico del Leviathan italiano, cresciuto sulle sue innumerevoli mediazioni-protezioni, viene oggi contrastato dalla domanda di federalismo, di comprensibilità, di accessibilità, di trasparenza. In pratica per un sistema di servizi e di amministrazione con interfaccia gradevole. Orientata all'utente e non introversa nella soluzione, via leggine e disposizioni incomprensibili, dei propri conflitti interni.

Quarto. L'equità: con la scusa delle innumeri emergenze solo alcune categorie sociali hanno dovuto pagare il prezzo degli aggiustamenti. In pratica lavoratori dipendenti, operai, pensionati, piccolo ceto medio. Mentre il ceto medio-alto ha (almeno finora) salvato status, privilegi, scappatoie. Non si sono innovate le strutture dello stato sociale, in modo da ridurne i costi. Si sono alzati progressivamente i prezzi di alcuni beni base (si pensi alla sanità) sempre sull'onda di un eterno breve periodo. E di qui il paradosso di una opposizione paleo-comunista che (e solo) in Italia continua a prosperare e raccoglie consensi proprio in questi strati popolari <compressi>.

Si tende a creare, insomma, un sistema di valori focalizzato sull'autentico fardello che, da secoli, ogni italiano deve trascinarsi dietro ogni giorno: il suo <rapporto con lo stato>, con Roma. Dentro queste quattro lettere, Roma, temo stia il futuro dell'Italia, come nazione civile. Se degraderà verso una maionese impazzita, su ricetta jugoslava (o pre-risorgimentale) oppure se riuscirà a innescare il primo autentico proprio ciclo di sviluppo democratico della sua storia>.

6.9. La democrazia compiuta in Italia

6. 9. La democrazia compiuta in Italia

Diario di Beppe, marzo 1994.

L'Italia, dal mio osservatorio di giornalista tecnologico, non é mai stato un paese libero, aperto. Anzi una società dalle strutture interne piuttosto chiuse, provinciali, rigide. Paese di corporazioni, di appartenenze, di potentati in perpetua mediazione tra di loro attorno a un vertice di comando. Il Governo, che a tutti dava il tono dell'immobilità, ne ammorbidiva i conflitti tramite il danaro pubblico, ne ricavava il consenso necessario alla sua auto-perpetuazione.

Si badi. Questo modello ha avuto, e tuttora conserva, una forza enorme. Anche se ha privato l'Italia di apertura, dinamicità, legalità, autentico senso di solidarietà il sistema centralistico-immobile-mediatorio si é delegittimato soltanto con il crollo del comunismo su scala mondiale. Prima troppe forze lo sostenevano, fuori e dentro all'Italia. E demonizzare questo modello (al di là degli atti illeciti o criminali dei suoi protagonisti) sarebbe poco intelligente. Anche perché, per ora, continuiamo ad esservi immersi. E, anche se paralizzato e in parte crollante, componenti grosse di questo modello continueremo a portarcele dietro per anni, forse per decenni. La vittoria di Forza Italia ne é l'esempio più evidente.

La democrazia compiuta in Italia passa invece per la massiccia riscoperta del valore di apertura. Aprire i mercati, le infrastrutture, le menti e i comportamenti. L'eruzione di sviluppo, che ne seguirà, sorprenderà molti. Non me.

6.10. Lo sviluppo

6.10. Lo sviluppo

Stato e industria, governo e produzione sono in Italia legati l'uno all'altro come in nessun altro paese industriale (salvo forse la Francia). Non a caso la marcescenza nel vertice politico statale ha così diffusamente contagiato il sistema delle imprese. Oggi si tenta di trasmettere l'illusoria sensazione che, via privatizzazioni, questo snodo fortissimo del sistema sia in via di taglio. Ma basta dare un'occhiata alla tortuosa vicenda della vendita delle aziende di stato per rendersi conto che così non sarà, se non immetteremo davvero concorrenza e apertura nei mercati.

Fino all'anno scorso si proponeva la vendita delle aziende pubbliche a grandi gruppi italiani ed esteri. Chi li ha visti? E chi, oggi, tra gli imprenditori privati di tutto il mondo, in un clima generale di sfiducia verso l'Italia, vuole accollarsi aziende pubbliche italiane piene di debiti? Al massimo possono accordarsi su autentici regali. Scelte obbligate come quella che vedrà la siderurgia pubblica fatta a fette e venduta a questo o a quello, ovviamente al netto di pesantissimi debiti che dovremo accollarci noi. Ma qui più che di privatizzazioni in avanti stiamo parlando di salvataggio di aziende da anni al collasso.

La soluzione del 1993, constatato il fallimento della prima strategia, é quella delle public companies possedute da un azionariato diffuso. Di risparmiatori che, in pratica, dovrebbero convertire i propri Bot in azioni Stet, Finmeccanica e quant'altro.

Di sicuro quest'ultima é una strada preferibile rispetto alla prima. Se non altro perché crea le condizioni primarie per una democrazia economica anche nel mercato finanziario. Il problema però é l'esecuzione concreta di simile strategia, in una Italia che non ha di sicuro la City di Londra e dove i suoi cittadini non hanno mai ricavato, da Piazza Affari, se non operazioni improntate al disprezzo assoluto dei piccoli azionisti.

Supponiamo che tutto vada per il meglio. E che le privatizzazioni, in presenza di minor fabbisogno pubblico sui Bot e di tassi via via più contenuti, generino un salto di dimensione nella quantità di risparmio investita in azioni e in aziende. Avremmo però, come risultato, soltanto un trasferimento di titoli da mani pubbliche ad altre mani. I poteri resterebbero gli stessi. Sempre i soliti.

La Borsa é invece, anche, un luogo di approvvigionamento di capitali per gli imprenditori. vitali. Soprattutto per chi é piccolo e innovativo, affronta rischi, é competitivo sul serio e ha spazi di crescita. La strategia verso le <public companies>, perciò, ha poco senso senza politiche fiscali che premino il guadagno di capitale, e politiche istituzionali che mettano sotto i riflettori la speculazione. Facciano crescere i piccoli e permettano loro di svecchiare e re-sviluppare la struttura industriale del paese. Solo un mercato finanziario a soggetti effettivamente plurimi e non collusivi e orientato al premio/punizione per i reali risultati su un mercato dei beni e servizi effettivamente aperto può catturare grandi quantità di risparmio e metterli a frutto nello sviluppo e nei nuovi posti di lavoro.

Indurre a una ripresa nei fondi di investimento, generare fondi pensione, assicurare un ruolo ad intermediari finanziari sofisticati. Altrimenti avremo di nuovo le <poche e forti mani> che controlleranno un mercato magari più vasto, ma rigido e improduttivo come é stata Piazza Affari negli ultimi dieci anni. E abbiamo visto che cosa é avvenuto con le prime due grandi banche privatizzate. Qui l'azionariato diffuso si é accompagnato all'unica autentica istituzione (piaccia o meno) che aveva forza per gestire e interessi reali in queste aziende. E la mancanza di alternative ha fatto il resto. Risultato: Mediobanca ha preso il controllo di ambedue gli istituti e si propone come soggetto di un possibile (ma improbabile) mostruoso trust che, in pratica, potrebbe avere il monopolio finanziario dell'intera grande industria italiana. L'esatto e speculare contrario di ciò che si voleva originariamente ottenere.

Al netto di questi piccoli problemi resta il fatto che, anche se <pubbliche> (in senso Usa), le aziende Ppss resteranno strutturalmente, per decenni, fornitrici della Real Casa. Aziende che forniscono servizi o apparati per l'Amministrazione e ne sono indissolubilmente legate. Bassa qualità nell'amministrazione e bassa qualità per i suoi fornitori. Salvo casi sporadici (come la Snam e la Saipem) nessuna delle grandi aziende statali in via di privatizzazione é oggi internazionalmente competitiva.

Qui é il tallone d'Achille anche per Mediobanca. I problemi strutturali restano tali. Non possono essere elusi con l'ingegneria finanziaria.

Supponiamo che Mediobanca prenda il controllo della Stet, dell'Eni, dell'Enel e poi di altri pezzi delle grandi strutture industriali e bancarie italiane. Si gonfierà come un rana, e dovrà dilatare a dismisura il cerchio degli alleati "fidati" con cui gestire il controllo di queste grandi aziende a bassa redditività. Noccioli duri, quindi, solo sulla carta. In realtà assetti proprietari sempre più deboli, a mano a mano che Paribas o Deutsche Bank allargheranno la loro sfera d'azione in Italia e chiederanno il conto sui ritorni degli investimenti. In secondo luogo Mediobanca si troverà a gestire grandi monopoli pubblici internazionalmente non competitivi. Farà opera di ristrutturazione e ingegneria finanziaria (questo sanno fare in via Filodrammatici) ma molto difficilmente autentico risanamento strutturale (vedi caso Montedison). E quando la Cee riuscirà finalmente a forzare quel silenzioso muro di gomma opposto dallo stato italiano alla liberalizzazione dei mercati (bancario, delle telecomunicazioni, dell'energia, delle infrastrutture...) i nodi inizieranno a venire al pettine. Emergeranno le perdite oggi nascoste sotto una coltre di tariffe gonfiate, di preferenze e privilegi acquisiti, di accomodamenti di ogni genere. E queste perdite, via ingegneria finanziaria, verranno addossate ai piccoli azionisti, ai contribuenti, ai dipendenti dei vari gruppi. Allo stesso tempo il governo italiano (presieduto da un socio in affari con Cuccia) cercherà di mantenere e rafforzare il <muro di gomma> opposto all'effettiva apertura del mercato interno all'Europa. Di qui conflitti e tensioni. E una progressiva involuzione del sistema in senso opposto alle strategie pubblicamente dichiarate. Fino a una nuova richiesta di alternativa politica che non troverà più nella Lega il suo referente naturale.

Sarà forse l'occasione per una nuova sinistra nata dal basso in questo processo involutivo, come opposizione costante alla grande presa per i fondelli che attende gli italiani.

Senza qualità autentica nell'Amministrazione, nello Stato, quindi nessuna possibilità di innescare sviluppo nel sistema Italia centrale. Solo la possibilità di puntare, via continue svalutazioni, sulla competitività della componente industriale internazionalmente esposta e competitiva. Che però continua da ormai cinque anni a ridursi di dimensione, e sta nei fatti pagando il conto, per tutti, della crisi italiana. Se il conto non inizierà a pagarlo il settore protetto non vi saranno risorse da dedicare al futuro. Questo é ormai evidente a tutti.

Il regime precedente tendeva, per sua natura, a bloccare proprio ogni forma di innovazione nel sistema <centrale> consentendo invece all'industria periferica-internazionale, soprattutto piccola e media, ampi spazi di autofinanziamento via evasione fiscale, ammortizzatori sociali e elargizioni di vario genere.

Un esempio: per dieci anni si é trascinata la vicenda Asst-Stet. Non si capiva davvero come mai non fosse possibile ricondurre a ragione un assetto istituzionale delle telecomunicazioni italiane così arcaico, mentre gli altri paesi erano di almeno due passi storici più avanti. C'era il caso di un dinosauro come il British Telecom mutatosi in quasi-gazzella sull'onda delle politiche di liberalizzazione inglesi. In Italia invece niente. Continui rinvii e la stagnazione.

Poi ci ha pensato Di Pietro a spiegarcelo, il rebus. L'Asst era troppo brava nel suo vero lavoro: procurare fondi al regime via tangenti sulle telecomunicazioni. E ciò faceva aggio su ogni altro obbiettivo, tecnologico o industriale.

Così é stato per ogni potente o boiardo del sistema pubblico. Nessuno, mai, ha potuto mettere il naso nell'anagrafe tributaria della Sogei-Finsiel (Iri) in una situazione di evasione fiscale dilagante. Nessuno ha mai dato conto di esenzioni fiscali concesse dallo stato nei primi anni 70 a titolo provvisorio e poi divenuti privilegi acquisiti. Nessuno si spiega come interi paesi del Sud appaiano come autentici ospedali a cielo aperto, stando al numero di pensioni di invalidità ivi esistenti.

Avevamo un bel recitare nei convegni, noi tecnologi, di interoperabilità tra i database pubblici, di standard aperti e simili raffinate disquisizioni. Poi però attendevano per la sessione finale il Cirino Pomicino di turno che, regolarmente, dava forfait perché in altri affari, ben più concreti, affaccendato.

In questo modo ogni iniziativa rivolta allo sviluppo di nuove capacità produttive, o tecnologiche, italiane si é persa per strada. Non che negli ultimi quindici anni non si siano fatte leggi, prese decisioni di vertice, stilati piani. Anzi. Dalla 675 in poi la fioritura é stata quantomai intesa, cartacea, avvolgente. Ma i risultati....Questi sono sotto gli occhi di tutti.

Al di là di leggi e leggine anche grosse istituzioni pubbliche, come l'Enea e il Cnr, hanno tentato qualche programma per infondere innovazione nel sistema. Ma queste realtà, parte di un mondo dell'impiego pubblico centrale protagonista assoluto della rigidità del paese, non hanno mai potuto, innanzitutto, venire a capo di se stesse. Nell'Enea solo un piccolo gruppo ha operato concretamente. Nel Cnr realtà sparse. Il resto barricato nel proprio contratto, magari anche a bassa remunerazione. E la risposta é stata una generale indifferenza. Piccolo cabotaggio, anche in presenza di fondi sulla carta non disprezzabili. E, soprattutto, mantenimento di strutture auto-perpetuate. Poi, girando nei luoghi italiani della ricerca (la dove la si fà, e l'Italia é piena di <local heros>) la solita storia: un gruppo di giovani si stacca, in tutto o parzialmente, e fonda la propria piccola società ad alta tecnologia. Si propone grandi piani ma poi, all'atto pratico, non trova nessuno che li finanzi. Cerca con qualche grande gruppo ma niente. Del resto non sono enti di beneficenza. Mancano, in realtà, le strutture, le regole di mercato, i soggetti per l'innovazione. Alla fine la nostra azienda abbandona sogni di gloria e ripiega su un più prosaico status di società di servizi avanzati. Ciò che da dieci poteva divenire mille cresce a centodieci. O, magari, dopo qualche anno, non c'é più. E quei mille posti di lavoro potenziali nessuno li mette nel conto. Nessuno nemmeno sa che avrebbero potuto esserci.

Perché questa presa in giro? Molto semplice. Perché dell'innovazione, della scienza e della ricerca, in realtà, non ha mai fregato quasi niente a nessuno in Italia. Non al regime, e ai suoi leader, che, al di là degli slogan, l'ha sempre ritenuta una fonte di spese a bassa produttività di consenso. Non ai monopoli pubblici che, al massimo, la vedevano come una minaccia agli assetti, alle mediazioni, o ai privilegi acquisiti. Non agli imprenditori che la ritenevano una sorta di fiore all'occhiello sostanzialmente irrilevante per ottenere affari decisi su ben altri parametri. E nemmeno all'accademia universitario-scientifica, interessata più a un posticino nei network internazionali, e ai fondi necessari per continuare a sopravvivere, che a incidere su un sistema Italia che, strutturalmente, paralizzava ogni velleità di mutamento.

C'era, inoltre, un difetto anche culturale. Di fronte ai nostri occhi, per tutti gli anni ottanta, c'era la mitica California, la stramitica Silicon Valley . Con le sue start-up, le sue venture capital, il suo mercato finanziario dinamico e diffuso. Salvo poi a constatare che questo modello non avrebbe mai attecchito in Europa. Non attecchì nella City di Londra, figuriamoci nella <Palermo delle Borse Europee> di Milano, Piazza Affari (con tutto il rispetto e l'ammirazione per la Palermo antimafia degli ultimi anni).

Si capì, nei primi anni Ottanta, che senza una Europa realmente unificata il modello imprenditoriale-innovativo del punto più avanzato del mondo occidentale sarebbe rimasto per sempre un sogno. La struttura industriale europea sarebbe rimasta strutturalmente più statica, ancorata ad un modello tedesco che ha più a che vedere con quello giapponese che con quello americano. Di qui Maastricht . E di qui una accelerazione poi dimostratasi velleitaria, e per molti aspetti controproducente. Ma Maastricht, sebbene più lentamente, va avanti. E prima o poi genererà qualche effetto. Nel frattempo programmi di sviluppo dell'alta tecnologia europea come Esprit, e poi Eureka, rivelavano la loro debolezza di fondo: creavano tecnologia sostanzialmente lontana dal mercato, incapace di mutare realmente le posizioni sullo scacchiere industriale mondiale, buone al più per una attività di aggiornamento tecnico su una struttura industriale sostanzialmente statica. Che, in molti settori (in primo luogo informatica) finiva poi per privilegiare la leadership americana o giapponese.

In tutta Europa, e in Italia, la costante degli ultimi dieci anni é stata sempre la stessa: finanziare ricerca e innovazione guardando sempre alle grandi imprese esistenti, costantemente <da salvare>. E dare solo briciole al nuovo delle realtà giovani, delle scommesse, dei centri di incubazione. Una sorta di ossessione italiana e europea per il passato, per l'esistente. Coperta dalla foglia di fico di mercati finanziari che non potevano, per legge e istituzioni, premiare il capital gain, il successo del nuovo, la crescita dal basso.

Per ora, comunque, tutta Europa é di nuovo piena di disoccupati, espliciti o nascosti. In Italia non ne parliamo. A Genova, per citare un esempio non troppo conosciuto, il cassaintegrato quarantenne o il prepensionato cinquantenne sono divenuti la normalità. Al di là di Mani Pulite, il crollo di Iritecna e Ilva, pubbliche, e di numerosi gruppi privati sta creando nella città ligure il deserto. Se non vi fosse la Elsag-Bailey e l'Ansaldo resterebbero solo medie aziende di biscotti o società edili. E un porto che serve quasi solo ai traghetti.

Ma a Genova, per continuare nell'esempio, c'é anche la It.Net. Una piccola società, appena nata, formata da una decina di universitari di ingegneria guidati da un giovane professore, Joy Marino, ben conosciuto in Italia da quanti si occupano di Unix.

La It.net é oggi una delle poche porte di ingresso commerciali in Italia per la Internet, la grande "rete di reti" che connette 15-20 milioni di utenti e che Clinton vuole trasformare in sistema di "autostrade telematiche" estesa all'intero corpo sociale statunitense. Oggi la piccola società genovese riveste quindi una importanza strategica potenziale pari ai primi capannoni di Pirelli all'inizio del secolo, quando il giovane ingegnere milanese dopo un soggiorno in America capì la futura importanza della gomma, insieme ai suoi amici professori del Politecnico di Milano. Non ci vuol molto a capire che questa micro-impresa ha tutte le carte in regola per divenire, in pochi anni, un protagonista di notevole rilievo.

Ma la It.Net é anche, nella sua avventura, il paradigma dell'innovazione in Italia. Nata nonostante il sistema, in controcorrente, da un movimento volontario, dal basso. La It.Net é infatti nata dall'esperienza compiuta in passato sulla rete Internet della I2u, dell'associazione utenti Unix, raro caso di club di informatici realmente indipendente, e capace di produrre cultura tecnologica di livello internazionale. Basta aver seguito le Convention annuali dell'I2u a Milanofiori per capirlo.

La conseguenza, piuttosto paradossale, é la seguente. Se oggi io, dirigente di una media azienda, volessi creare un sistema di comunicazione elettronica con una decina di uffici o di partner in giro per l'Europa e negli Usa mi troverei molto meglio accedendo all'Internet via piccola It.Net piuttosto che con il Postel (solo italiano) del ministero delle Poste oppure con servizi della Stet rimasti in questi anni sostanzialmente al palo. Oppure dovrei rivolgermi all'agente della Compuserve italiana e quindi comprare servizi all'estero.

Ecco la questione: per l'Italia chi é strategico, la It.Net che le reti le sa fare, ma sono quattro gatti (conosciuti solo dagli specialisti), o la fantomatica <pesante> telematica pubblica, che all'atto pratico non esiste, ma che invece é ben conosciuta al ministero, strizza le tasche degli utenti, e monopolizza potere e fondi? Lo Stato deve spendere i nostri quattrini (concedendo monopoli e tariffe che non hanno più senso in Europa) per finanziare continue operazioni di facciata oppure investire davvero nelle realtà che hanno dato prova, riuscendo da sole a vivere e crescere in mercati difficilissimi, di saper fare davvero le cose?

Qui é semplicemente la questione dell'innovazione e della tecnologia nell'era Mani Pulite. Iniziamo a fare sul serio, per favore: smettiamola di sperperare le risorse materiali e intellettuali di questo paese in miriadi di improbabili parchi tecnologici, di piani di telematizzazione della Calabria, di analoghe patetiche velleità. E cerchiamo invece di costruire un mercato moderno, attrezzato e ricco di alternative, e una amministrazione agile, imparziale, piatta e efficace.

Negli anni 70-80 la vitalità del sistema Italia si espresse anche illegalmente via lavoro nero e evasione fiscale. Ma comunque i contributi non pagati e le tasse erose, eluse o sottratte al fisco andarono a finanziare imprese, sviluppo, lavoro e tecnologie. Oggi si può imparare dalla lezione di quelle <mille città> in cui le luci prevalsero sulle ombre. Prevedendo una drastica semplificazione e progressiva riduzione fiscale generalizzata. Eliminando ogni favoritismo settoriale, salvo per chi crea prodotti e servizi internazionalmente competitivi. Creando un network di servizio per lo sviluppo delle imprese. E smantellando gli inutili e dannosi ministeri centrali romani.

Soprattutto, creando una nuova pubblica amministrazione. E qui valgono le idee di Sabino Cassese, profondo conoscitore della macchina pubblica. Cassese ha proposto, per la Finanziaria 94 (l'ultima di Ciampi), un notevole programma di tagli di ministeri inutili e di loro sostituzione con strutture più leggere, dipartimenti presso la Presidenza del Consiglio o agenzie. Inoltre voleva introdurre, nelle reti di servizio <pesanti> (come la scuola pubblica) l'autonomia gestionale decentrata, assegnando ai presidi normali capacità manageriali, in primo luogo in tema di gestione delle risorse umane.

C'é però qualcosa che non capisco appieno nelle idee di Cassese. Se si fa un giretto, anche limitato, nel mondo dell'impiego pubblico ci si rende conto che il suo problema non sta solo e non tanto nella pletora di piccoli impiegati fannulloni ma nella mostruosa gerarchizzazione operativa. Il settore pubblico italiano é letteralmente infestato di dirigenti, dirigentini, livelli e sottolivelli creati dal sistema del consenso-mediazione. Mentre non esiste un premio a chi crea figure operative, a contatto con gli utenti finali, capaci di multidisciplinarietà, efficacia, semplicità esecutiva.

Oggi nelle aziende si cerca di passare dal vecchio modello dell'impiegato esecutivo abbarbicato al suo terminale stupido in cui immette o preleva dati per destinarli ad un processo tayloristicamente determinato da una catena di cui non ha né conoscenza, né controllo, né responsabilità. Si cerca di creare operatori capaci di gestire in relativa autonomia interi processi-servizi, e giudicati dalle proprie controparti, interne o esterne, in base alla loro qualità complessiva. Questo nuovo approccio viene reso possibile da strumenti nettamente più avanzati, come le workstation gradevoli, le reti aperte di database multipli e accessibili, la posta elettronica, l'Edi (l'intescambio elettronico di documenti sulle reti telematiche), i sistemi di informatica di gruppo. E persino la Finsiel, ovvero l'informatica di stato recentemente alleatasi alla Microsoft, oggi inizia a parlare di questo e non più il suo vecchio linguaggio centralistico dei mainframe, delle procedure rigide e dei terminali stupidi.

Insomma, qui potrebbe esservi un'altra grande fonte di qualità, fuori dalla logica solo punitiva dell'impiegato pubblico.

Basterebbe applicare a questi ultimi lo stesso trend che oggi vale per le organizzazioni aziendali. Trend che implica semplificazione burocratica, appiattimento organizzativo, ricerca continua della qualità nei processi e nei prodotti, uso intelligente e equilibrato dell'automazione e dell'informatica, arricchimento professionale e autonomia degli operatori, posizionamento di questi, in misura sempre maggiore, a contatto diretto con il cliente-utente.

E soprattutto tagliare, tagliare. Eliminare subito Provincie che da decenni non hanno più senso o ruolo. E ministeri su ministeri, come sostiene Cassese: Commercio con l'Estero, Poste, Marina mercantile, Lavoro, Lavori pubblici, ... sostituendoli con agenzie manageriali di regolazione, controllo e investimento settoriale, più che di intervento diretto statale. E inviare il personale sul campo, dove serve davvero.

Agenzie di coordinamento di uno stato sempre più decentrato e permeato di volontariato, di partecipazione diretta dei cittadini attivi alla stessa erogazione dei servizi. La cultura del volontariato, nata negli ultimi dieci anni come contrappeso all'inefficienza del Leviathan di Regime (si pensi alla droga e a vasti settori del solidarismo e dell'assistenza sanitaria) può divenire elemento normale e riconosciuto del sistema pubblico. Lo studente o il pensionato o il cassaintegrato o la casalinga devono avere l'opportunità di prestare una attività utile alla comunità, e di ottenerne un compenso limitato, senza alcun diritto acquisito reciproco (salvo forme assicurative temporanee). E di più: lo stato (ovvero noi) ha tutto il diritto di affidare la gestione di un centro sanitario ad un sacerdote distintosi per le sue capacità di sviluppo di comunità autogestite. Farebbe di sicuro meglio di qualche funzionario di partito. O di qualche burocrate di Usl.

Questo é, credo, il clima e la "visione" dell'Italia prodottasi spontaneamente in questi ultimi anni. E la possibilità di innovare profondamente sul rapporto <cittadino-stato> spalanca anche concrete opportunità industriali, finalmente di ampio respiro.

Un'amministrazione piatta, federale, localmente gestita e controllata, focalizzata sulla regolazione e controllo più che sull'erogazione diretta, implica innanzitutto lo sviluppo di un nuovo terziario esterno. Pensiamo, tanto per fare un esempio, al personale tecnico delle Università e delle Scuole; dipendenti pubblici iper-garantiti, che affollano gli atenei e gli istituti del Sud e che generalmente (salvo casi personali apprezzabili) offrono prestazioni piuttosto scadenti. Se però, dentro atenei realmente autonomi (sul piano gestionale e finanziario) venisse infranta questa corporazione si avrebbero generalmente servizi migliori a costi più bassi. Sempreché vi sia chi sorvegli realmente che non si sfrutti lavoro nero (come é avvenuto a Milano) o che avvengano altre illegalità (ma per questo esistono i sindacati).

Tagliare, tagliare ma anche crescere, crescere, per lo stato italiano. Ma in modo intelligente, qualitativo. Primo fra tutti la comunicazione avanzata. Qui davvero la possibilità di offrire oggi una rete telematica pubblica a bassissimo costo avrebbe, in termini di spinta culturale sull'Italia, un effetto comparabile a ciò che fu la Rai negli anni 50. Uno strumento che svegliò da sonni arcaici enormi zone della società, e impresse una spinta decisiva.

A differenza della tv (il cui effetto omologante negativo é stato anche estremamente pernicioso, specie negli ultimi tempi) la disponibilità di un network pubblico interattivo produrrebbe il contrario: differenziazione, coagulo di interessi specifici, appoggio al volontariato, circolazione di idee. E, fatto non disprezzabile, indurrebbe allo sviluppo di un mercato interno del software e dell'hardware tale da rendere attrattive queste attività per investimenti dall'estero e, soprattutto, nuove iniziative nel paese. Qui un po' di soldi varrebbe la pena spenderli. Non tanti. Nulla di faraonico. Ad esempio, come si é fatto negli Usa, prevedendo una rete nazionale educativo-scientifica in cui la Nfs (National Science Foundation, il Cnr Usa) ha un ruolo di utente che sceglie uno o più carrier privati in grado di soddisfare le proprie esigenze. Con 18 milioni di dollari annui (ovvero niente per gli Usa e per un progetto della portata dell'Nren, rete che dovrebbe andare dai supercalcolatori fino ai college) la Nfs ha avviato il progetto e realizzerà la rete come nuovo "nucleo" ad altissima velocità della Internet. Gli investimenti li faranno i carrier privati che contano sul'enorme traffico di Internet, da parte di imprese e altri soggetti.

Da noi, per innescare, basterebbe un circuito pubblico a basso costo sulla Isdn, a standard Ip-Internet, con grosse facilitazioni per gli studenti e un paio di centri di servizio dotati di librerie di software di pubblico dominio.

E allora attenti, funzionari e governanti: non avrete più scuse per farci fare chilometriche code per pagare uno stupido bollettino postale oppure per costringerci a gimcane burocratiche per ottenere il rinnovo di una patente o di un passaporto. Gran parte di queste attività, lo sappiamo da ANNI, sono facilmente gestibili in rete con uno o due documenti identificativi non falsicabili (carte a microprocessore). Possibile che sia più facile ottenere una di queste carte dal piccolo videonoleggio sotto casa piuttosto che da una super-finanziata anagrafe tributaria? Davvero la <carta del cittadino> deve restare nel mondo dei sogni? E perché?

Un propulsore, infatti, deve operare nelle organizzazioni, nei processi, e nei sistemi informativi. Clinton ha lanciato, per l'intero settore pubblico federale Usa, un programma per la qualità totale. Altrettanto si può fare da noi, ma con un soggetto promotore appropriato.

Non voglio però sollevare diatribe tecnologiche. In fondo si tratta di problemi secondari. La questione essenziale é quella di creare una amministrazione che per il suo puro funzionamento costi meno e faccia al meglio il suo lavoro, utilizzando anche e al meglio la tecnologia disponibile. In modo trasparente e controllabile dagli utenti. Né penso di avere le soluzioni in tasca.

Quello che so é che in questi ultimi due anni ci siamo letteralmente paralizzati, anche culturalmente. Lo spettacolo della rivoluzione ci ha affascinato al punto da dimenticare che, anche in zone legalmente <pulite> del sistema, come l'università e la ricerca, avevamo a che fare con lo stesso modello di stagnazione proprio del resto del sistema. Mentre i politici, con le tangenti, compravano i voti ci siamo dimenticati che, in Italia, la qualità del lavoro di un professore universitario é determinata dalla sua etica personale, dal suo buon cuore, e non certo dal giudizio che ne danno i suoi utenti, siano essi studenti o famiglie che vorrebbero vedere i propri figli seriamente istruiti.

Certo, non é il caso in Italia di passare all'iniquo (per molti aspetti) sistema formativo Usa, che privilegia solo chi é finanziariamente dotato per accedere ai grandi atenei statunitensi. Ma docenti regolarmente pagati per tenere corsi che nessuno frequenta sono putroppo la norma degli atenei italiani. Stipendi malpagati che potrebbero andare ad acquistare attrezzature per la ricerca, o finanziare ingressi temporanei di tecnici d'industria che invece, agli studenti, avrebbero molto di più da dire. Un pò di mercato libero nell'istruzione universitaria sarebbe proprio il caso di introdurlo. E non facendo sedere persone sbagliate (i manager delle grandi imprese) nei posti sbagliati (i consigli di amministrazione degli atenei). A meno che i primi, come si usa in America, non vi seggano degnamente dall'alto di fondazioni che investono reale danaro nella scienza e tecnologia (mentre le grandi imprese italiane hanno invece una cultura di ricezione di fondi dallo stato per queste attività).

Paralizzati prima dal sistema della corruzione e poi da Mani Pulite non ci siamo accorti, come sistema Italia, di treni su treni tecnologici che passavano. Abbiamo mancato un politica attiva dei servizi telematici, del software avanzato, dei nuovi materiali, e ora della micromeccanica. Sempre per una costante: il sistema non poteva, per sua natura, operare scelte selettive. Non poteva convogliare sufficienti risorse concentrate su uno o due soggetti di rilievo, ma solo adattarsi a un spartizione tra molti, obbligati a loro volta dalle rigidità a usare questi quattrini per mantenere o salvare strutture che, in caso contrario, avrebbero denegato consenso al sistema.

6.11. Le condizioni psicologiche per il riassorbimento del tumore

6. 11. Le condizioni psicologiche per il riassorbimento del tumore

Nell'inventario positivo di ciò che é avvenuto nei soli ultimi due anni possiamo inscrivere molto. Esiste di sicuro una magistratura da decenni dormiente o imbavagliata ma ora in azione, uno Stato (a cui possiamo dopo anni ancora assegnare un maiuscola) che agisce nella (possibile) Colombia italiana che pareva protendersi su tutta la costa tirrenica (complice il consenso Dc-Psi). Forze che vincono e che iniziano a spazzare via il marcio, a livello dell'intero sistema.

Esistono, poi, risorse attuali e potenziali liberate. Non solo i patrimoni illeciti di criminali e corrotti che, senza meno, andranno recuperati. Ma anche la possibilità, per ora latente, di pensare che in Italia nessun impero sovrannazionale invincibile ci impedisce più di destinare correttamente le nostre risorse pubbliche allo sviluppo del paese, e non al mantenimento di un regime di consenso-corruzione.

Esiste infine un (potenziale) clima positivo nel paese. Il dato più importante di tutti é che il 71% dei cittadini appoggi i giudici. Si può facilmente far evolvere questo sentimento collettivo in un autentico <movimento di ricostruzione> capace di guardare a fondo dentro le cause (anche culturali-sociali) della <costituzione materiale> e di sviluppare una propria visione condivisa dell'Italia ricostruita, da riconsegnare degnamente ai nostri figli o nipoti.

Questa voglia c'é. Attraversa nuove forze politiche come la Lega, i Progressisti, le reti di volontariato, le comunità di ogni genere, persino le organizzazioni aziendali. Persino alcuni soggetti di Forza Italia o di Alleanza Nazionale mi appaiono accettabili e, a tratti, persino simpatici (come Costa o De Corato). Il problema é trasformare questo sentimento collettivo (anche terribilmente distruttivo, in potenza, se diviene rivolta) in visione e programma condivisi. In una nuova <costituzione materiale> finalmente fedele allo spirito e alla lettera di quella formale.

Se perderemo é solo per confusione mentale. La cadaverina della Veronica, il suo veleno, sta innanzitutto in una visione tutta emotiva, e non sistemica, dei cinquant'anni passati. Nasce dal seguente meccanismo, comprensibile e naturale. Una costituzione materiale, un network occulto formidabile, il grosso della politica reale e dell'attività economica italiana dentro questa faccia oscura della vita civile. Il giornalista, l'investigatore, il poliziotto, il politico illuminato ne spiegano via via brandelli, spesso a prezzo della vita. Erompe lo scandalo, l'eccezionalità negativa, l'indignazione, la ripulsa. Anno dopo anno, mese dopo mese. E il network continua a operare, costellato di eventi "eccezionali", di scoppi di indignazione, di tasselli naturalmente (e giustamente per carità) vissuti innanzitutto con lo stomaco. Ma il network, parte di un assetto imperiale del mondo e di una guerra mondiale in corso anche se non dichiarata, deve continuare a operare. Continue riforme dei servizi segreti non valgono a nulla. La Renault Rossa viene rimossa di continuo, unica possibilità collettiva di continuare a vivere (o sopravvivere) in Italia nonostante la veronica. Un meccanismo di emotività-rimozione, favorito, incentivato e gestito da un potere che depotenziamenti del network occulto non poteva assolutamente permetterseli. Ma anche un meccanismo infernale: tra scandalo (più o meno sanguinoso), indignazione e rimozione si perde la possibilità di una visione sistemica del presente, del sistema di potere, dei valori reali dell'Italia. Si induriscono le meningi, si perde la memoria. Si arriva alla sordità.

Le ondate di scandali-indignazione, nella seconda metà degli anni 80, si intensificano. La produzione emotiva é continua; si genera e diffonde un modo di essere del cittadino italiano che rappresenterei come (ancora una volta un simbolo-ipotesi) lo "sputo della Ciatona", dall'episodio di quella popolana di Capri che sputò in faccia a De Lorenzo, ex ministro della Sanità.

Lo "sputo della Ciatona" é la naturale eruzione di una concrezione di decenni di critiche private, malcontenti, indignazioni, persino terribili eventi personali vissuti da tanti italiani. Si pensi ai familiari delle vittime di stragi impunite, ai taglieggiati dal network criminale, ai malcontenti economici per tasse, pensioni, salari, procedimenti burocratici iniqui. All'impatto, insomma, che la Veronica e il suo figlio mostruoso, il network occulto, ha esercitato sulla società italiana.

Questo sistema di ripetute percezioni di qualità negativa civile ha a poco a poco creato un varco emotivo nei valori degli italiani in cui può entrare di tutto, nel bene o nel male:

Nel bene: il sano desiderio di buona amministrazione, di una politica normale, di un ritorno ai valori integri della cultura amministrativa lombarda ante Psi, o veneta o piemontese o anche austriaca, il progetto di uno stato federale alla Bossi o alla Luttwak, l'integrità di Ciampi, la voglia di qualità....

Nel male: pulsioni autoritarie (Berlusconi come il capo, la guida, il bello), sentimenti isolazionisti o razzisti, interessi personali anche inconfessabili, vandee da materasso pieno, porcherie di ogni genere. Gli italiani dello "sputo della Ciatona" sono oggi a rischio: nessuno offre loro un terreno di riflessione serena, di analisi, di elaborazione strategica per la terza ricostruzione del paese. Non c'é, non si vede un meccanismo credibile di selezione di queste pulsioni, data la variabilità (anch'essa molto emotiva) di Bossi e l'inesorabile e arrogante produzione ideologica autoritario-nordista di Miglio (uomo che ancora con le sue idee postume condiziona, purtroppo, gran parte del gruppo celtico).

Qui parole chiave cozzano l'una contro l'altra: epurazione contro anti-statalismo, forche o cappi o Kalashnikov contro condoni, democrazia decentrata contro "Dalla Cosa Nostra", tre italie da spezzettare, libertà di cementificare, inquinare, evadere... Forse é questa la prova migliore, e quasi decisiva, che dentro la testa di Bossi non vi sia una Veronica. La quantità di confusione trasmessa dalle sue parole e dai suoi messaggi contraddittori é impressionante: un magma che prima o poi si calmerà e si sedimenterà, si spera, in una visione più serena e precisa. Che però potrebbe essere anche la terribile integrità di Miglio: ultimo interprete di una cultura delle spalline e dei bottoni d'oro che si sperava sepolta vicino alla porta di Brandeburgo.

Ma non credo. Provo notevole simpatia, da comune cittadino quale sono (e voglio restare) per il perito Umberto Bossi (specie quando appare in maglietta e calzoncini con le sue gambe storte). Le sue sparate mi divertono e mi stimolano, sono spesso gli unici granelli di verità e di innovazione che trovo pronunciati dai politici dentro i giornali. Mi piace la sua integrità liberatoria di fondo, e spero la mantenga anche nel futuro. Ed é uno dei pochi, in Italia, che abbia compreso la paralisi di questo paese, stretto tra poteri e appartenenze, palesi e occulte, soffocanti quanto inutili e regressive.

Spero davvero che nascano rapidamente tanti altri Bossi (e non untuosi Formentini). A destra e sinistra. E che, in libera e aperta competizione tra loro, governino l'apertura di questo paese. Correggendosi a vicenda le inevitabili sparate.

6.12. Le condizioni materiali per il riassorbimento del tumore

6. 12. Le condizioni materiali per il riassorbimento del tumore

Fine settembre 1994, la discussione continua una sera di domenica sul terrazzo di Beppe, questa volta con un normale registratore a cassette.

Antonio: <L'esplosione del centro italiano é oggi il dato politico. Il nuovo sistema va verso la formazione di un doppio centro: uno verso sinistra, di tipo socialdemocratico-borghese; un'altro verso destra, di tipo liberista-popolan-berlusconiano. Il problema sta nell'egemonia di valori in ambedue gli schieramenti; nel primo la capacità e la qualità di azione della borghesia progressista, del Nord, Centro e Sud; nel secondo la qualità del progetto imprenditoriale, liberista e liberatorio. Alternativamente il rischio é la restaurazione di una veronica (bianca o rossa, in stile Ccd o Rifondazione) che oggi gli italiani detestano sopra ogni cosa>.

<Qualunque politica di riequilibrio finanziario verrà sviluppata nei prossimi anni - disse Federico- non potrà evitare il problema chiave: gli unici soldi disponibili, oggi, stanno nel grande materasso del ceto medio, e nei forzieri insanguinati della città di Dite. Il lavoro dipendente è ormai troppo compresso e qui si rischia la conflagrazione sociale. Oggi, 28 settembre, si è già spontaneamente creato un clima da sciopero generale all'annuncio dei tagli sulle pensioni decisi nella tarda notte dal Governo Berlusconi. Il crollo del patto siciale Amato-Ciampi si è puntualmente realizzato. E presumo che, questa volta, sarà una contrapposizione frontale, dura. Un giorno di più, un'ora di più di Silvio. Le mie critiche alla veronica rossa passano in secondo piano. Innanzittutto c'è la strada maestra della qualità italiana da salvare, la giustizia di un paese di schiavi tartassati in fabbrica e di furbi fuori. E credo che Berlusca dovrà capitolare, questa volta. Ha messo con le spalle al muro l'Italia francescana. Pericoloso errore, quando anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano>.

<Il problema è quindi il modo, la strategia necessaria e sufficiente per sfilare elegantemente i soldi sotto il sedere, dal materasso senza perdere il consenso, per la destra, assicurato proprio da questo ceto medio - intervenne Antonio - Alternativamente, per la sinistra, evitare nuovi ricompattamenti dell'Italia degli spintoni di fronte agli infausti slogan di lacrime e sangue promesse e poi temute>.

<Forse solo uno scambio potrà risolvere il dilemma. Garantire al ceto medio terziario la salvaguardia contro il network dell'usura e del controllo mafioso sul commercio in cambio di un maggiore contributo fiscale. Offrire al ceto amministrativo la possibilità di partecipare attivamente al processo di riqualificazione, appiattimento e federalizzazione dello stato in cambio di una amministrazione meno costosa, protetta e efficiente. Offrire al ceto medio la prospettiva concreta di nuovo lavoro per i suoi giovani in cambio di un alleggerimento del materasso, pieno di bot improduttivi.

Non esiste, però oggi forza o progetto politico sufficientemente forte e credibile per attuare questi "scambi". Il passato di veroniche, di appartenenze si somma a un presente di debolezza, di mediazione continua al ribasso. Per questo, sia a sinistra che a destra, è ora che emergano uomini e forze davvero nuove, capaci di rappresentare gli interessi di chi vuole mettere in moto le condizioni per il riassorbimento <in avanti> del tumore italiano. Fatto di valori chiusi, di politiche semifeudali, di strategie economico-finanziarie andate ben oltre i limiti dell'assurdo>.

6.13. Tre sistemi di valori e una speranza

6. 13. Tre sistemi di valori e una speranza

Un mostriciattolo l'abbiamo già creato, nella confusione seguita al 1992. Basti pensare al tema della "fretta" di andare a votare, tipica di tutta la seconda metà del 1993. Su una legge elettorale, guarda caso, quantomeno incompleta e, perciò, estremamente pericolosa.

La legge elettorale infatti é forse lo snodo più delicato dell'intero sistema politico, all'atto pratico della politica più della Costituzione . Detta le regole concorrenziali e quindi la forma del "mercato politico". Come se fosse un motore in cui la benzina (i voti) é sempre la stessa ma che può essere progettato in mille e mille modi. Dal motore a basso numero di giri ma molto potente per veicoli industriali fino al dodici cilindri turbocompresso della Formula Uno, macchina leggera come una vespa.

La nuova legge oggi prefigura, con l'uninominale secca e la limitata correzione proporzionale, una disposizione politica che dovrebbe dare risultati teoricamente simili a quelli inglesi: due o tre grossi partiti sulla scena parlamentare con qualche piccolo raggruppamento d'opinione e di stimolo. E una concorrenza tra schieramenti di "progetto-paese", ampi, generali.

In pratica si é avuta una Italia a quattro facce, a quattro sistemi di valori: un 6% di italiani "celti e liberisti" al Nord (ma con 180 deputati e senatori) e un altro 20% per la nuova veronica liberal-protettiva di Berlusconi; gli italiani del convento e della Renault Rossa al centro; gli italiani della vecchia e tradizionale veronica protettivo-autoritaria al Sud, incantati dall'austerità e dalla misura di Fini. Poi piccoli pezzi pregiati: i <Normanni> della Rete siciliana, i <riformatori> di Pannella, i <progressisti> verdi e illuminato-borghesi. E i dolenti popolari, persi nella veronica stracciata (attento Buttiglione alle lusinghe vergognose dei peggiori in assoluto oggi sulla scena, i relitti del Ccd, i Fontana, le Fumagalli Carulli, i Mastella, i giovani leoni del Caf, gli intrisi di ipocrisia e di sangue, di truffe e ruberie che parlano di sé come dei più moderati, come del <centro>. Attento, sono davvero lupi travestiti da pecore. Da Cl fino al Pds e ad An ciascuna forza é meglio di questi morti viventi. Persino Silvio é meglio...Il Ccd é l'ultimo residuo della veronica vivente, della Medusa italiana, deve sparire irreversibilmente).

Il terribile guaio dell'uninominale secca in un paese dai sistemi di valore non uniformi (come invece é la Gran Bretagna) é che imprigiona le scelte elettorali su "colpi singoli", uomo contro uomo, senza consentire un successivo ballottaggio. Tende quindi a premiare il sistema di valori (e di immaginario) dominante in ciascuna area, a meno che le forze oppositive non riescano (ma di norma é difficile) a collegarsi tra loro su individualità dai valori fortissimi, politici o extrapolitici.

Questo sistema, quindi, tende a magnificare e perpetuare sistemi di valori esistenti, emotivamente dominanti, e forme illusorie frutto del passato e della storia. Invece della scelta razionale, della valutazione democratica, premia lo spot e l'impulso. Nel Nord un leghismo, atteggiamento in evoluzione, in cui può ancora manifestarsi di tutto, via leadership: dalla liberazione del sistema ai valori liberal-borghesi classici all'autoritarismo intollerante, a nuove veroniche (ed ecco quella autoritaria di Bossi) fino all'involuzione razzista. E qui la qualità del gruppo dirigente sarà decisiva.

Al centro vige lo strano e contorto codice genetico del vecchio Pci. Con un fondo francescano e contadino ma un vissuto di auto-referenzialità, chiusura, incubi ricorrenti, di conformismo, di mancanza di creatività e qualità individuale, spesso di subalternità mediocrità, di artefatti culturali vecchi, di bassa capacità di interpretazione della cultura e degli interessi delle loro stesse <mille città> che governano. Questa sinistra, anche oggi, spesso pensa alle metropoli italiane come il fronte popolare francese pensava a Parigi nel 1936. Il grande rebus culturale degli anni 70-80 é come dell'Emilia e della Toscana della microimpresa produttiva se ne siano accorti i democristiani Prodi e De Rita e nulla invece gli amministratori comunisti di quelle stesse città.

Ma questa sinistra semicieca conserva un elemento positivo di fondo cruciale: il suo valore-lavoro, forse l'unico autentico messaggio forte della cultura marxista, che la apparenta con la terra, la natura, la rinascita continua, l'ineliminabilità dei valori base della vita. La stessa base (leggi il cantico delle creature) di Francesco. E' insomma una cultura molto vicina ad un progetto di qualità italiana oggi possibile. Ma con enormi punti interrogativi, dovuti al massiccio peso di scorie che tuttora la paralizzano e rischiano ad ogni momento di portarla a fondo. E su questo ci torneremo.

Terza cultura dominante, putroppo, il sistema sociale della Veronica creato nel Sud. Ovvero la vecchia chiesa spagnolesca, la vecchia Dc e il suo consenso elettorale autentico: i beneficiati dei quarant'anni di sviluppo finanziato dallo stato nel Mezzogiorno. I portatori del consenso da scambio, da <rispetto> o da riconoscenza. I nuovi uomini di <rispetto> si chiameranno Tatarella, Storace, Fini? Soppianteranno i Gava, Pomicino, Mastella?

Queste tre culture, con relative forze politiche (Lega, Pds, Forza Italia-Ccd, An) rischiano (rischiamo) di creare tre zone geograficamente delimitate in cui tenderanno a localizzarsi sempre più. Con un sistema che, da un punto di vista amministrativo, potrebbe evolversi davvero verso la suddivisione dell'Italia in tre repubbliche distinte, secondo il folle progetto di Miglio.

Una bella prospettiva. Lascio al lettore il giudizio. Personalmente la trovo disastrosa.

Questo nuovo quadro politico, al nord un sistema di valori-rebus, al centro un altro rebus e al Sud la vecchia maledetta veronica Dc con possibili commistioni da parte di quelle "menti raffinatissime" (parole di Giovanni Falcone) che animano la Piovra, rappresenta un rischio gravissimo, una possibile minaccia per il paese di gran lunga superiore alla lunga terza guerra mondiale combattuta in segreto sotto la supervisione dell'impero occidentale.

Il problema chiave, quindi, sono le condizioni favorevoli alla emergenza, e egemonia, di un codice comune, di un common sense della Repubblica, di qualità dinamica condivisa all'intero paese. Bisogna trovare la strada e avviare il meccanismo capace di amplificare il meglio dei tre profili culturali. La forza popolare, la fiducia in se stessa, la spinta al cambiamento e all'innovazione del'Italia dei liberi imprenditori e mercanti celti. La capacità amministrativa, la qualità culturale, la profonda identificazione con la terra d'Italia del popolo del centro francescano. E infine l'epica solare del riscatto del <nuovo Sud> di Libero Grassi, Falcone e Borsellino. E anche di Orlando, Tano Grasso, Ajala. I nuovi Normanni. Gli anticorpi della Colombia di Corleone.

Un principe temporaneo, un arbitro, un garante per consentire la necessaria decantazione del mutamento attuale, un po' caotico, in un meccanismo politico-competitivo positivo? Una forza superiore di sicuro: forse da trovare nel soggetto chiave della trasformazione. Quei giudici di Mani Pulite tra i quali potrebbe, prima o poi, scaturire una sorta di De Gaulle italiano, garante e artefice del passaggio dalla Quarta alla Quinta repubblica francese. E del risanamento amministrativo-culturale del paese. Un depositario credibile del codice di valori da lungo tempo necessario, e desiderato, dal paese.

Ma non solo. La Francia pagò il riordino e la grandeur di De Gaulle con una democrazia tarpata per venticinque anni. Insieme al Leader é necessario anche un movimento politico con radice strutturale per l'Italia di oggi, per le sue nuove generazioni. Qualcosa di completamente nuovo e inatteso. Ma portatore di nuovi strumenti e valori, di forza e attrattività capaci di far liquefare, finalmente, il peso e la chimica della veronica dentro le nostre menti. In modo irreversibile. Proprio nel senso dei punti di mutamento e dei processi chimici irreversibili del premio Nobel Ilia Prigogyne.

Capitolo SettimoLa visione di una nuova Italia (Paradiso)

Capitolo settimo

La visione di una nuova Italia (Paradiso)

<O voi che siete in piccioletta barca,

desiderosi d'ascoltar, seguiti

Dietro al mio legno che cantando varca,

tornate a riveder li vistri liti:

Non vi mettete in pelago, che forse.

perdendo me, rimarreste smarriti.

L'acqua h'io prendo, giammai non si corse>

Diario di Beppe, periodi vari tra marzo e ottobre 1994

Non illudetevi, o preccupatevi. Nessun paradiso é alle porte in Italia. Lascio ad altri queste promesse. Piuttosto ho dovuto chiamare Paradiso questa parte solo per ragioni di simmetria. Avevo bisogno di ordine mentale per questo libro e l'Alighieri, con la sua Commedia, mi é sempre apparso tanto perfetto come una Cattedrale. Ho scritto un inferno, un purgatorio e non potevo fermarmi lì. Poi Dante era uno, come me, che ce l'aveva a morte con le veroniche dei tempi (lui le chiamava Bonifacio VIII), come me era un ammiratore dei Templari[13] e infine perché il suo copyright é scaduto da tempo.

Questo é solo un capitolo su come la vedo in tema di qualità italiana. Ovvero il lavoro da fare. In cui il concetto chiave é l'individuazione: ciascuno, individuo, gruppo o cultura cerca e sviluppa la propria qualità e la immette nella rete. Con un effetto di sinergia, di amore degli scambi reciproci, che produce ulteriore selezione qualitativa e differenziazione.

7.0. La porta della nuova cattedrale

7.0. La Porta della nuova cattedrale[14]

C'era una volta un continente immerso nella tristezza. La tristezza di un grande passato, con palazzi, templi, strade, stadi, acquedotti e grandi opere pubbliche un tempo scintillanti e ora ridotte a un cumulo di rovine annerite. Nessuno quasi più si ricordava di quei tempi felici, quando un solo enorme impero, ricordato come pacifico e civile, dominava il continente. Centinaia di anni erano passati e persino il nome del continente era caduto nel dimenticatoio. Guerra dopo guerra, invasione dopo invasione, massacro dopo massacro, epidemia dopo epidemia, la gente era cambiata. Intere vastissime aree, un tempo fiorenti, si erano spopolate. Quasi nessuno, salvo i preti e frati rinserrati nei loro monasteri-fortezze, continuava a leggere e scrivere. Il potere era in mano alla spada. Di forti, arroganti e duri analfabeti signori. Nei loro castelli si addestravano alla guerra, ogni giorno. La legge era loro, così i campi, le strade e le donne. Si coprivano di ferro e, dai cavalli, elargivano morte. Spesso parlavano lingue incomprensibili, agli abbrutiti discendendenti dei costruttori di acquedotti e templi.

Molte generazioni passarono nella miseria e nella sofferenza. Uomini dalle lunghe corna sugli elmi avevano squartato, a colpi d'ascia, gli antenati. Altri, con vesti di acciaio e bandiere colorate, ora correvano a cavallo sulla pianura. Combattevano cavalieri veloci, vestiti di soli panni azzurri, e dalle spade ricurve. Venivano da lontano, dal grande mare del Sud, dove città scintillanti di torri altissime e aguzze si illuminavano di mille fuochi la notte, e canti misteriosi inneggiavano a un Dio sconosciuto, e a un terribile profeta dispensatore di guerra. Solo il monastero, con le sue alte mura, resisteva inviolabile. E proteggeva la pianura dei disperati contadini. Il rifugio di Cluny.

Un corteo ne uscì, un giorno. Un monaco avanti a tutti reggendo una croce pesante e alta. Dietro i cavalli variopinti dei signori. E una folla immensa. Per la gloria di Dio e la liberazione della casa di Gesù.

Tornaro tanti anni dopo. Le vesti erano bianche, ora. Con una croce rossa splendente. Uomini con la barba lunga sotto l'elmo. Carichi di pergamene e rotoli strani. Si rinchiusero in Cluny con i monaci. E il grande Bernardo, il druido di Nostra Signora la Vergine, proclamò la nuova era.

Le pietre furono tagliate, ammucchiate e appoggiate con cura nei luoghi sacri antichi. Gli uomini delle pergamene curvavano le assi e le innalzavano secondo i disegni sui rotoli. Le funi si tendevano. Pietra su pietra, arco dopo arco la grande cattedrale si innalazava nel cielo. Vibrava già prima del suo completamento. I vetri colorati, filtri della luce magica, venivano incollati nel piombo. I labirinti disegnati con la ceramica sui pavimenti. Le statue immobili parlavano il linguaggio segreto dei rotoli. La grande macchina di trasformazione. Mai più abbruttiti dentro la cattedrale. Il coro delle voci di Dio cambiava la mente. Il secolo mutava. I bianchi mantelli erano nel Mondo.

Cento e venti anni. Poi la nuova barbarie dei Re e dei siniscalchi. Dei grandi eserciti che percorsero per seicento anni il continente: Dei generali, degli stati, dei diecimila morti inglesi nelle trinceee della Somme in dieci minuti.

Ma quei centoventi anni, finiti nel 1303! L'Europa delle strade libere, guardate dai bianchi mantelli. L'Europa in cui francesi e fiorentini si mischiavano a inglesi e tedeschi. L'Europa senza confini, senza monete e poteri dominanti. L'Europa della Sicilia che cantava l'Amore della beatitudine con gli stessi versi persiani e arabi. L'Europa dell'Alighieri, che ispirava il suo Inferno ai Sufi del Vecchio della Montagna. L'Europa del Federico Tedesco, scortato dalle sue scimitarre di Lucera che comprava Gerusalemme sui cuscini di una veranda vicino Athlit, il grande castello dei pellegrini, dove Il Tempio parlava con la Piramide, e la Montagna.

Ora la nuova cattedrale, la nuova macchina di trasformazione, si innalza silenziosa e segreta. Pochi la vedono per quello che è e sarà. Le strade sono di nuovo libere, senza siniscalchi, commissari e passaporti. Nessuno, in apparenza, le guarda, salvo uomini liberi. Pochi ancora le percorrono, e di quei pochi molti furtivi, intimiditi.

Alla velocità della luce. Gli eredi dei Re sono invecchiati. Gli stati nazionali stanno per soccombere sotto la spinta di nuove città-stato. Le comunità delle menti interconnesse, senza esclusioni e barriere del passato. Corpi deformi e mostruosi non sono più oggetto di drisione o esclusione. Nella rete ospitano menti che abbracciano alla pari altre. La rete brulica di attività, evolve e fa evolvere. I suoi altari sono conferenze, le sue statue ipertesti a colori, le sue vibrazioni salti logici da un capo all'altro del pianeta, le sue luci magiche messaggi, il suo labirinto una matrice che copre tutta la terra, e si espande senza che nessuno possa, o voglia davvero, fermarla. La stessa speranza del 1100. Il secolo cambia, l'eone nuovo è qui.

Strutture, coscienze, rivoluzioni, evoluzione. L'Europa ha indubbiamente portato in dono, alla vicenda della specie umana su questo pianeta, almeno un elemento: il dinamismo. Consolante. La borghesia mercantile e imprenditoriale é tuttora l'elemento protagonista della storia, oggi nella sua forma altamente strutturata e multinazionale.

La storia europea e occidentale é interpretabile, dal 1100 in avanti, solo alla luce di questo permanente dinamismo, di questa produzione continua di nuove forme civili e militari, organizzative e produttive, di potere, dominio e controllo. Esperienze generatrici di nuovi valori e disvalori, assetti politici e strategici in cui sono fiorite immense accelerazioni civili insieme a orrende regressioni barbariche, quando questi assetti sono entrati in crisi, più o meno profonde.

Il 1100-1200 vede la rinascita della civiltà europea sotto l'urto del primo consistente confronto-apertura che l'Europa regredita dell'alto medioevo inercorre con una civiltà esterna, giunta in quei secoli a massima fioritura: il mondo arabo-orientale combattuto-incontrato durante le Crociate. L'ordine dei Templari, autentica multinazionale dei tempi, é forse il più straordinario esempio della nostra storia in termini di rapida evoluzione, e produzione di nuovi valori. Nel giro di 150 anni la "Terre Gaste" (la terra desolata europea nella leggenda del Graal) si ricopre a velocità inaudita di una rete di cattedrali, magiche macchine di pietra in tensione architettonica, dispensatrici di vibrazioni luminose, acustiche e visive ancora in gran parte da capire e studiare, ma di sicuro effetto psichico-evolutivo. Il gotico ben poco ha a che fare con il pesante e greve romanico dell'alto medioevo. Ben di più con la leggera e risonante architettura araba, fondata su principi di interazione con l'uomo non dissimili dalle forze in tensione ascensionale dell'ogiva, araba come gotica.

Non solo. I templari creano una rete viaria efficiente e controllata; mettono a coltura una quantità enorme di terre, inventano i mezzi di pagamento finanziari a distanza, aprono uno sportello bancario da cui si approvvigionano i monarchi d'Europa, avviano stabili rapporti commerciali nel Mediterraneo (e forse anche nell'Atlantico) ridanno impulso, insieme agli altri ordini monastici (in particolare i Cistercensi di Bernardo di Clairvaux) alla diffusione culturale, alla medicina e erboristeria, persino a quella strana, e malcompresa, proto-scienza chiamata alchimia, che spazia dalle pratiche mistico-terapeutiche dello yoga a fenomeni della fisica della materia che solo oggi cominiciamo a intravvedere (superconduttività calda, fusione fredda, trasmutazione degli elementi...).

L'era templare si sviluppa in una Europa altamente cosmopolita, a bassa intensità di poteri nazionali, ad alto federalismo <spontaneo> (feudale, vescovile-cittadino, comunale...). E si chiude bruscamente nel 1300 con la nascita del primo grande stato nazionale centralizzato: il regno francese di Filippo il Bello, seguito poi, uno dopo l'altro dagli altri grandi Leviathan aristocratico-assolutistici in tutta Europa. La nuova forma statale nazionale assolutistico-totalitaria, dal 1300 al 1945, é la regina della storia d'Europa, e del mondo. Matura nei conflitti sanguinosi, sviluppa tecnologie militari sempre più perfezionate, si espande nei grandi spazi coloniali, produce valori (pochi) e disvalori (tanti) fino a raggiungere, nel 1700, il suo punto di massima espansione. Il contatto tra la cultura ereticale anglosassone (la più celtica, libera e democratica dei tempi) con i grandi spazi e i valori dei Pellirossa d'America inverte l'onda. Dal Tea Party di Boston (non a caso compiuto da coloni inglesi travestiti, con tanto di penne e colori da Uomini delle Praterie, e adoranti l'Albero della Libertà come nuovo Totem) il cammino dei successivi 300 anni é la storia della lotta lacerante della nuova forma civile, la democrazia rappresentativa, contro l'assolutismo totalitario.

Due secoli di transizione il 1800 e 1900 ma caratterizzati da una altissima dinamica tecnologica, scientifica, produttiva. Dalla formazione progressiva di un mercato mondiale dotato di infrastrutture permanenti, soltanto scalfito dalle due grandi esplosioni del Novecento. Il suicidio della vecchia Europa aristocratico-nazionale-coloniale-autoritaria con i 10 milioni di soldati europei morti nell'insensata (anche dal punto di vista militare) guerra di trincea <petti contro mitragliatrici> combattutasi dal Friuli fino alla Somme. La seconda, l'Armagheddon di Hitler, di Mussolini e di Hirohito, con i suoi 65 milioni di morti (di cui 40 milioni civili, secondo le stime più appronfondite degli storici) che segnò la fine, in quanto tali, degli stati nazionali militarmente autonomi, capaci di scegliersi un proprio, più o meno folle, destino. Dal cratere dell'Europa statale disintegrata[15] nacquero i due grandi , e provvisori, imperi sovrannazionali: lo statunitense e il sovietico. E la conseguente guerra fredda, il lento e progressivo contenimento dell'aggressività prima, e poi la rapida obsolescenza del sistema bolscevico-stalinista, l'ultimo figlio deforme della grande crisi del Novecento Europeo.

Nel 1980, con la rivoluzione polacca di Solidarnosch, iniziava l'autodissolvimento (pacifico, sia lode eterna a Gorbaciov) del sistema sovietico-stalinano. Che in meno di un decennio eliminava dalla storia la superpotenza moscovita, e con essa l'equilibrio bipolare di un mondo che, invece, faticosamente cominciava a sviluppare istituzioni sovrannazionali di tipo democratico-rappresentativo (Onu, Cee, Nafta...) e, molto più velocemente, network economico-industrialin di informazione televisiva, controllo finanziario, comunicazione interattiva di ampiezza globale.

Gli stati nazionali centralizzati di vecchia (e non molto piacevole) memoria? A poco a poco emarginati dai valori degli europei, in favore di un più differenziato assetto democratico e amministrativo vicino alle comunità e agli individui, di cui parallelamente (dato l'incremento enorme dei mezzi di comunicazione, informazione e conoscenza, passivi e attivi) iniziano processi di massa di deserializzazione, di individuazione, di sviluppo individuale. Il 1968 é ,da questo punto di vista, il grande spartiacque: grande rivolta della nuova generazione europea (ma anche di ogni altro paese industriale) del dopoguerra contro l'equalizzazione, l'appiattimento, l'anonimato necessario ai grandi stati nazionali centralistico-militari protagonisti dei precedenti sette secoli di travaglio europeo.

Nel 1980-90 avvengono, in sequenza, i tre grandi miracoli nascosti, i "segni" del passaggio al nuovo millennio. I "più vinti e massacrati d'Europa", i polacchi di Walesa e Woytila, che innescano il crollo del muro marcio a Est; la rivelazione (per chi sa vedere dentro la tridimensionalità della storia) del messaggio posto al centro esatto dell'inferno, in quella tomba di Hitler a Berlino costellata di segni simmetrici di super-umana forza espressiva; lo sviluppo spontaneo e improvviso, all'esatto crollo del muro di Berlino, della Internet, della grande rete di reti attiva, personalizzata e pur estesa a circa 20 milioni di individui.

Segni, si badi, in un pianeta che vede nuovi avversari avvicinarsi. Il Medio oriente scosso dalla ricerca della propria identità, in bilico tra primi tentativi democratici e aggressività fondamentalista. L'Africa in silenziosa ma vasta sofferenza, che avvia in Sud-Africa il suo primo autentico esperimento di amore reciproco, e di superamento del passato coloniale. E soprattutto si profila il problema sovrannazionale per definizione: l'involucro della vita sul pianeta inizia a deteriorarsi. Nell'aria cavalca il nuovo, e inafferrabile, cavaliere dell'Apocalisse: la rarefazione dell'ozono stratosferico, l'eccesso di anidride carbonica, l'effetto serra, le estati sempre più calde, lo scioglimento dei ghiacci e l'innalzamento dei mari. La civiltà industriale basata sulla combustione ora tocca il suo limite. E solo un governo mondiale dell'energia appare misura adeguata alla soluzione del problema. L'ottimizzazione energetica del pianeta sarà uno dei primi compiti del prossimo millennio. Con una rete elettrica globale, tipo rete di reti Internet, capace di localizzare impianti non a combustione (solari, forse nucleari) nelle aree più indicate (deserti....) e di canalizzare l'energia laddove necessaria ma non più producibile (nelle aree a forte urbanizzazione). Il Sahara? un immenso specchio solare per Il Duemila. La Siberia? la possibile grande centrale nucleare (su ben altre tecnologie di sicurezza di quelle sovietiche attuali) per il centro Europa. L'automobile? Un veicolo mosso da energia elettrica. La civiltà del petrolio é alla frutta; Elettra, l'Internet dell'energia pulita, é già all'orizzonte.

Il tempo delle grandi reti globali cooperative, modulari, volontariamente interconnesse ma differenziate é venuto. Il Punto Omega, l'interconnessione spontanea e sinergica prevista da Padre Theilhard De Chardin negli anni 50[16], é già stato oltrepassato nella rete (di origine scientifica) Internet, nel sistema televisivo (l'occhio del mondo, Lucifero), nel sistema finanziario. Processi di questo tipo sono in atto, a velocità crescente, nel sistema militare, energetico, investigativo, sanitario, amministrativo. Il mercato aperto di ampiezza mondiale, la forma della civiltà emersa dopo la seconda guerra mondiale, già da più di cinquant'anni ha creato un sistema industriale, distributivo e commerciale esteso a ogni angolo del globo. La multinazionalità delle organizzazioni é un dato normale. Ora é il momento dell'integrazione-differenziazione degli stati e delle grandi infrastrutture di base.

Una impennata nel cammino evolutivo dell'uomo. Questo chiediamo, e possiamo realizzare, per chiudere nella speranza il terribile novecento europeo. Secolo in cui abbiamo dovuto sconfiggere i mostri del passato, iniziare a mettere sotto controllo le immani forze scatenate dalle nostre conoscenze e abilità, imparare la nostra relatività e immaturità, come occidentali, a far evolvere noi stessi in armonia e pace.

Abbiamo bisogno di riscoprirci, di resviluppare le nostre facoltà. Abbiamo bisogno di separare la nostra qualità profonda dalle scorie, del passato, presente e futuro. Abbiamo bisogno di sinergie con altre qualità, altre culture re-individuate, deserializzate, rivissute coscientemente. Dobbiamo distruggere karma negativo (la legge delle azioni che poi immancabilmente ritornano) e fare spazio ai valori del nuovo Dharma (il cammino evolutivo, la Legge) del pianeta come corpo unitario, ma differenziato e personalizzante.

Questa la porta del Paradiso che riesco a intravvedere.

7.1. La dinamica dei valori

7.1. La dinamica dei valori

Torniamo a casa. Fin qui si é tentata una grossolana lettura dei sistemi di valori formatisi in Italia negli ultimi quarant'anni. Questa visione porta però con sé una micidiale illusione ottica. Il potere stabile, fermo, per più di quarant'anni, oltre che suscitare e evidenziare i fantasmi storici dei secoli precedenti (Ovvero Andreotti che resuscita e rende dominante di nuovo il codice papalino, dopo la parentesi liberal-borghese) ha determinato un offuscamento nella stessa capacità di analizzare il sistema dei valori. Che appare fin troppo statico, quando invece, a livello sociale, una enorme quantità di dinamica si é riversata dall'estero e prodotta internamente, dal dopoguerra ad oggi.

Per capirlo basti accennare al ventennio fascista. La sua storia, all'essenziale, é la seguente. Dopo il grande "suicidio d'Europa", quella prima guerra mondiale che vede l'autodistruzione in un mare di sangue del sistema di valori vittoriano-borghese (per dirla alla Pirsig) l'unico sistema di valori alternativo e integro appariva quello socialista-bolscevico, potentemente infiammato dal successo della rivoluzione d'Ottobre.

Il Fascismo nasce come blocco, quasi automatico, di questa diffusione di valori radicali. Come un condensatore che si carica negativamente da un lato e positivamente dall'altro. L'entrata potente dall'esterno del messaggio bolscevico genera il blocco fascista, spontaneamente caricatosi sulla stessa esperienza: la grande guerra vissuta non dalla parte dei proletari, ma dei borghesi e piccoli borghesi, degli Arditi di Fiume.

Il fascismo, non a caso, tenta di chiudere il <canale estero> di interazione dei valori. L'autarchia, la rivalutazione dell'impero e la visione oleografica di Roma antica altro non sono che questo ingenuo tentativo di fermare la dinamica esterna dei valori e di reintrodurre una dinamica interna pilotata.

Durante gli anni del fascismo, però, avvengono dei processi strutturali, intrinseci alla diffusione della reltà industriale. In qualche misura il fascismo crea una sua forma di welfare state, di vita sui ritmi operai e della fabbrica. L'élite intellettule italiana continua mantenere canali di comunicazione con l'estero. Fino a "Radio Londra", l'informazione clandestina dei resistenti.

Ed eccola l'eruzione del sistema di valori democratico e aperto compresso per troppi anni: la buona vecchia e troppo poco capita Resistenza. Fatta di scelte individuali, personali, di valori radicati. Di paure, di iniziative personali, anche di tradimenti. Ma la pentola compressa esplode, sul fuoco della guerra. E i valori, prima o poi hanno il sopravvento, anche in positivo. Altri, meglio di me, hanno scritto della Resistenza. Vi rimando a loro. A me basta far notare come l'evento esterno e dinamico anche in questo caso abbia giocato per un parziale ribaltamento del sistema di valori che si voleva dominante. Soprattutto, innestandosi su quei due filoni principali, Celtico e Francescano che caratterizzano la cultura del Centro-Nord della Penisola. Mentre la componente mediterranea é rimasta sostanzialmente estranea a questa vicenda storica (resta da vedere se a causa degli eventi bellici oppure per intrinseca sudditanza). sarebbe materia per una seria riflessione, e non alla De Felice.

Non a caso il Fascismo si é sempre adornato di simboli imperialistici mediterranei. La romanità, i fasci littori, i marmi.... Altrettanti "segni" che tuttora muovono al profondo le coscienze da Roma in giù. La cultura Greco-romana, il suo impatto millenario, i suoi ricordi e i suoi studi non sono cose che un popolo rimuove in un attimo. E l'Italia mediterranea si é nutrita per secoli, a torto o a ragione, di questo classicismo, di questa visione da età dell'oro quando Roma, Napoli e la Sicilia erano il centri indiscusso di un impero fiorente che si estendeva dal Galles fino alla Persia.

Alleanza Nazionale altro non é, al fondo, che questo: un richiamo della foresta, il vento che tuttora sibila tra le colonne di Agrigento e Paestum. Ha dignità profonda la destra italiana. Non é solo fatta di tre o quattro canali televisivi.

Mio padre, fascista entusiasta napoletano, partì per l'Etiopia come tanti altri suoi connazionali. Nel profondo la situazione di quegli anni per un giovane del Sud assomigliava a quanto vissero generazioni di antenati. Imbarcasi per una terra lontana come militare; cercare fortuna protetto da una divisa e da un stato; lasciare una Italia sovraffollata e difficile per le Colonie oltremare. Invece di una spada e di una legione una pistola e un casco di sughero. Ma la simbologia e il percorso psichico erano gli stessi. Un apparente ritorno esaltante all'età dell'oro. Per questo forse Napoli e la Magna Grecia hanno accolto con tanta popolarità il fascismo. Non come una forma politica, ma come una sorta di sogno culturale profondo. Con un risveglio, però, pittosto duro sotto le bombe e i cingoli degli Alleati.

Ecco però il punto: indubbiamente mentre celti e francescani, oltre una data soglia storica (l'8 settembre 1943) avviavano una riconversione del proprio sistema di valori in direzione opposta al fascismo la componente mediterranea non faceva altrettanto. Salvo il caso della quattro giornate di Napoli (una insurrezione più antitedesca che antifascista) vale qui il passaggio senza traumi dal regime di Mussolini a quello Dc. E Lauro, subito dopo la guerra, poteva già ricompattare la destra monarchico-neofascista con dimensioni di massa. C'era una profonda spaccatura nel sistema di valori del paese nel 1945. E non a caso la componente che risolse la mediazione fu quella cattolica-vaticana. Con un prosieguo che abbiamo già delineato.

7.2. Il caso Olivetti

7.2. Il caso Olivetti

Un altro caso é sintomatico dell'azione del canale esterno nella produzione di nuovi valori, e di nuova qualità italiana. L'esperienza dell'Olivetti degli anni 50 e 60. Qui avviene che una grande azienda italiana si trova, sulla base della forza di qualità dei propri prodotti, a divenire in meno di dieci anni una multinazionale, la prima esperienza di questo tipo nel paese. E si spalanca un canale straordinario: per l'Olivetti di Adriano Olivetti transitano idee, valori, forme organizzative e manageriali che racchiudevano, in realtà, un secolo di poderoso sviluppo del sistema statunitense.

Di qui la formazione di un ceto di intellettuali, la diffusione di idee e progetti, una vantata di aria fresca che ha percorso il Nord del paese per quindici anni, e in qualche misura tuttora dura.

Il canale Olivetti fu allora urbanistica moderna, design, scienza dell'organizzazione, psicologia del lavoro, ergonomia, politica come arte di indirizzo e di programmazione. Al di là di alcuni contenuti (frettolosamente archiviati da molti come) utopistici questo canale ha influenzato la breve stagione di equilibrio del paese immediatamente precedente e seguente il centro-sinistra. Gli anni in cui era ancora possibile credere in uno sviluppo lineare e continuo, gli anni del neocapitalismo, dell'amministrazione tecnocratica, del superamento dei conflitti.

La cultura celtica risvegliata nella Resistenza, il suo profondo bisogno di apertura e di comunicazione connessa all'intrinseco cosmopolitismo ebraico (Adriano Olivetti, Franco Momigliano...) sono le sorgenti di questa produzione, intensa, di nuova qualità italiana. Nasce qui il design, la cultura della meccanica di precisione (fattori che salveranno, via esportazioni, l'economia del paese durante la guerra civile occulta di vent'anni dopo). Nasce qui il primo pezzo adulto di sinistra democratica e lo stesso Pci riprende le idee di Momigliano e di Ruffolo sulla programmazione. Nasce qui l'idea regionalista di Bassetti che, se attuata completamente in quegli anni, forse ci avrebbe risparmiato la triste vicenda di Miglio contro Bossi.

Ma la favola presto finì. Con l'Olivetti quasi fallita un po' per sfortuna (prima la morte di Adriano e poi l'inaspettata recessione del 1964) e un po' per dilettantismo manageriale. E con l'eruzione del conflitto sociale italiano compresso, che richiedeva altro tipo di gestione. Una cultura ben diversa proveniente da Langley (per chi non lo sapesse la sede della Cia) e dai comandi Nato, stemperata e adattata nelle stanze di Piazza del Gesù e di Palazzo Chigi. Adriano Olivetti, la prima mente italiana che si mise a pensare in grande dopo il grande reset (in linguaggio informatico il riazzeramento del sistema informativo) della guerra, era superato, dimenticato, nell'ombra. Non serviva al potere imperiale che doveva fermare il pericolo rosso né alla sinistra, impegnata in una contestazione cieca dell'intero sistema, riformisti compresi. E all'onda di irrazionalità seguì quella della delusione altrettanto cieca e instupidente. Poi quella dell'acquiescenza al finto modernismo degli anni 80. Morale: nessuno ha mai compreso e analizzato a fondo contenuti, limiti e spessore di quel restart (ancora in linguaggio informatico, la ripartenza del sistema informativo da zero) celtico-ebraico-occitano che a molti fece credere, nagli anni 50 e 60, che l'Italia fosse ancora un grande paese in cui vivere. Ma ci torneremo.

Sbaglia di grosso chi sostiene che, da allora, lo spirito di Adriano Olivetti sia morto. Si è dovuto solo duramente reincarnare in sistuazioni diverse, in una evoluzione dolorosa e difficile, nella presenza industriale italiana nell'industria oggi più impegnativa del pianeta, la supercomplessa, superdinamica e supercompetitiva informatica.

Chi scrive con l'informatica ha un rapporto professionale, e di odio-amore, di lunga data. La odio perchè è contemporaneamente disciplina esatta, basata sulla inesorabile logica binaria dei computer, e campo delle più sfrenate fantasie. Nell'informatica non puoi essere mai sicuro di niente, l'azienda gigantesca e superpotente in cinque anni si tramuta in un rottame; il piccolo innovatore, il mattoide in blue jeans e treccina, magari diventa miliardario e poi, di nuovo, torna nell'anonimato. L'esaltazione e la depressione sono sempre dietro l'angolo, la comunicatività e lo scambio reciproco questione di sopravvivenza, la relatività e l'ossessione per la qualità anche. Non si scappa: l'informatica, generatrice di Gabriele, ha, come dice uno dei pochi <maestri> italiani di questo settore, un nome preciso del suo gioco. <The name of the game is: partnership>. Cooperare e competere. Su aziende in cui l'elemento umano è praticamente tutto. E, dice il buonsenso, uomini di qualità fanno aziende di qualità. Molto raramente vale il viceversa.

Elserino Piol è stato forse il silenzioso continuatore del <canale> aperto da Adriano Olivetti. Un uomo e un manager, Piol, non molto conosciuto al grande pubblico. Un personaggio mai messosi troppo in mostra. Ma anche un pezzo positivo della mia esperienza personale, e un'autentica leggenda tra gli informatici italiani.

Piol, un grosso friulano dal calore umano contadino, dal sorriso aperto e la mente dalla prodigiosa capacità di sintesi fu messo fin dall'inizio da Adriano Olivetti a guidare il nuovo pianeta dell'azienda, l'elettronica dei calcolatori. E Piol si calò dentro questo mondo di mezzi scienziati, di manager spesso improvvisati, di innovatori temerari, di ingegneri esatti. Una lunga permanenza negli Usa, alla guida della più ambiziosa (e sanguinosa) scommessa dell'industria italiana risorta dalle ceneri della guerra. Sfondare con l'alta tecnologia italiana nel cuore dell'alta tecnologia mondiale. Vendere macchine da calcolo agli americani, per un europeo, è sempre stato, da circa un secolo, come tentare di vendere ghiaccioli agli eschimesi. Ma Piol, e tanti altri manager Olivetti passati per le esperienze multinazionali accumulò, su quel territorio di lavoro piuttosto improbo, una ricchezza inaspettata. Conobbe davvero l'alta tecnologia, l'innovazione continua, le sue regole del gioco, i suoi trucchi, i suoi valori.

L'informatica ha un suo perno, un suo centro e punto di generazione ancora indiscusso: la silicon valley californiana, l'area a Sud di S. Francisco dove si concentrano gli innovatori, le società di venture capital che continuamente scommettono sulle nuove aziende, la rete di capitale umano che fa da substrato alla generazione continua di idee, imprese, tecnologie, patrimoni quasi sempre reinvestiti nel ciclo successivo di scommesse imprenditoriali.

Piol, alla ricerca di prodotti e tecnologie per rinsanguare la difficile transizione dell'Olivetti da azienda meccanica a elettronica, entrò in questo grande gioco. Dapprima su un piano meramente commerciale, di puro approvvigionamento di tecnologia. Poi, complice l'azione propulsiva del nuovo imprenditore dell'Olivetti, l'ex-piccolo industriale Carlo De Benedetti, su un piano più ampio. Fino a divenire uno dei più rispettati venture capitalist del network della silicon valley, questo strano mondo di californiani assatanati di tecnologia e capital gain (l'incremento di valore, spesso rapidissimo, delle loto imprese), di europei fuori dagli schemi, pronti a rischiare appartenenze e comodità per le loro scommesse contro il destino, di ingegneri indiani, dolci e determinati, di matti ammalati di sogni molto complessi, ma producibili e spesso incredibilmente utili.

Piol, contadino friulano, mise qualità italiana nella faccenda. Aperto, pronto a parlare con chiunque, ma anche rapido e duro nel chiudere, nel trarre una sintesi (non sempre azzeccata, come è umano) e un giudizio. Pronto a condividere entusiasmi, idee nuove, ma anche conservatore. Date le risorse, non proprio infinite, di cui Olivetti dispone.

In un'industria informatica, che sul colossale boom dei personal computer, nei primi anni 80 pareva letteralmente impazzita. Un frenetico giro di idee nuove che si trasformavano, da intuizioni, in realtà da milioni di dollari. Un caos creativo in cui nuovi giganti industriali (Apple, Sun, Silicon Graphics, Microsoft) nascevano da uffici disordinati pieni di lattine di coca-cola, computer, e relative brandine per dormirci nelle pause della corsa contro il tempo per la nuova miniera d'oro: oltre cento milioni di personal computer, stazioni di lavoro e relativo software su cui lavorano oggi, a soli quindici anni di distanza, pressochè tutti i colletti bianchi (e molti blu) del pianeta.

Una corsa in cui l'Olivetti, tramite Piol e dintorni (potrei aggiungere qualche altra decina di nomi), fu parte. E che, almeno per queste persone, significò l'assorbimento e la trasmissione di valori nuovi, o significativamente magnificati. Il valore dell'apertura al network, delle regole condivise (e in gran parte implicite) che consentono contemporaneamente di cooperare e competere efficacemente nel network. E soprattutto il valore dell'apprendimento continuo, delle appartenenze statiche come impaccio oltre un certo limite, dei piccoli gruppi come semi da far germogliare e crescere, delle gerarchie come un male da sopportare, della qualità dinamica auto-generativa come processo chiave da spingere, coltivare, proteggere.

E' incredibile. Vidi un uomo di oltre 50 anni ringiovanire, realmente. Piol , dirigente europeo conservatore, dentro il network innovativo degli anni 80 si scrollò di dosso dieci anni buoni di macchine per scrivere, di venditori malpagati, di piccole cordate di burocrati , di piccole veroniche italiane, che allora (e ancora oggi) infestano l'Olivetti, e altre grandi aziende di questo paese (e continente). Ormai non lo intervistavo più: ascoltavo le sue lezioni, la sua trasmissione di valori.

Poi il suo colpo di fortuna. Il governo inglese metteva in vendita, nel 1982, una piccola azienda, la Acorn, nata sui personal computer educativi e che aveva fatto fortuna grazie a un accordo con la Bbc per la diffusione di software abbinati a programmi televisivi di alfabetizzazione informatica. Il bello era che la Acorn, prontamente comprata da una Olivetti in espansione (grazie ai suoi personal M24 nati in California) significava l'anima del punto più alto della cultura educativa europea: Cambridge, la cattedrale del sapere laico di John Maynard Keynes, l'economista che portò fuori l'occidente dalla grande depressione. Cambridge, dove fu inventato il radar che salvò l'Inghilterrra da Hitler. Dove la macchina Buddha, il calcolatore di Alan Turing, decifrava il codice segreto della croce uncinata. E fornì al tormentato Turing l'idea per la pietra filosofale dell'informatica: l'intelligenza di una macchina computante può essere misurata solo in relazione all'uomo. Ancora oggi nessuno ha saputo scalfire questo assioma.

Olivetti aveva l'asso. E bello grosso stavolta. Il laboratorio di Computer Science di Cambridge. Piol doveva trasformarsi in contadino attento, cauto, protettivo e circospetto. Fino a trasformare questi intellettuali tecnici inglesi, abituati alla guida a sinistra, a percorrere le strade del mercato mondiale nella carreggiata più diffusa, e non contromano.

Il processo è ancora in corso. In realtà è solo agli inizi. I primi segni promettenti stanno nei successi della Arm (microprocessori), la tenuta dell'Acorn (azienda che regge sulla sua qualità nonostante sia del tutto fuori di ogni standard informatico), lo sviluppo di un laboratorio di ricerca (l'Orl) in cui i computer trasmettono tra loro (e con l'Università) non aridi testi battuti alla tastiera ma parole e immagini video, espressioni, sensazioni, saluti, battute, pettegolezzi. Ovvero videocomunicazione, il naturale successore del telefono.

Di strada l'Olivetti a Cambridge ne ha ancora tanta da fare. Basti, qui, indicare che un canale di qualità è stato aperto, di cui tutta l'Italia potrà giovarsi. Non so ancora come. So solo che Cambridge mi piace, e così l'aria aperta che si respira oggi in Inghilterra. Nazione che sta liberalizzando se stessa, dopo lo shock della fine del suo (peraltro civile) impero. Spero proprio che Olivetti ce la faccia, che produca qualità dinamica sufficiente alla sua prosperità. E che il canale con Cambridge possa divenire un pezzo della ricostruzione di ambedue i paesi.

7.3. Le Fiat sotto il temporale

7.3. Le Fiat sotto il temporale

31 agosto 1994, ore 18,20. Un temporale estivo, particolarmente violento in conclusione di una delle estati più calde del secolo, si abbatte su Milano. Per una mezzora il cielo si oscura, con una tonalità verde che gli scoltatori di Radio Popolare definiscono verde Blob, dalla cosa oleosa e shifosetta che introduce il popolare programma di Rai 3.

Gli ascoltatori segnalano, casualmente, guai e danni avvenuti; e, uno dopo l'altro, ripetono che le Fiat (e le Alfa) sono bloccate sotto il torrente di pioggia. Mentre le altre auto vanno.

Morale: ne hanno da pedalare i nostri industriali per rimuovere le veroniche di cui sono intrise i loro (e putroppo nostri) prodotti! Ma non hanno alternativa, oggi.

7.4. Eduardo, l'interprete

7.4. Eduardo, l'interprete

Tante volte io, piccolo napoletano immigrato, avrei voluto prenderlo a cazzotti. Lui, con quell'aria umile da padreterno. Con le sue frasi semplici e profonde proprio non lo digerivo. Io dovevo confrontarmi con Milano, con la matematica differenziale della Bocconi, con l'etichetta di Terrone appiccicatami fin da bambino al Gonzaga. Con i borghesi, i sofisticati radical chic di questa città. E lui invece a suo agio nel ventre materno di Napoli. Con la sua macchinetta per il caffé in mano, in un mattino di sole su una terrazza a conversare...

Ma Eduardo parlava, e allora non lo capivo, di qualità italiana. Parlava per quei poveri disgraziati come me, i figli degli immigrati che tuttora popolano i manicomi (pardon, li hanno aboliti) della Lombardia. La sua macchinetta del caffé, con il beccuccio di carta per mantenerene il sapore, era una lezione molto precisa. Di qualità, concentrazione sulla tradizione, creatività innovativa, sviluppo.

Un informatico-jazzista americano, Alan Kay, avrebbe scoperto vent'anni dopo lo stesso concetto. Nel nostro ambiente artificiale, urbano, ciò che conta sono i punti di contatto tra noi, gli uomini, e le nostre cose. Ovvero le cosiddette interfacce. Le idee che facilitano, e rendono gradevoli (ma non solo gradevoli, di più..) la nostra interazione con l'ambiente. Kay l'idea l'applicò al computer. Molti italiani agli oggetti di casa (Alessi, Zanuso, Bellini...). Come se fossero predestinati.

Eduardo é stato il massimo interprete italiano della nostra qualità novecentesca di interazione con l'ambiente. La "nottata" della guerra e della crisi, la famiglia che si spezza di fronte alla biologica maturità dei figli, la ricerca dolente di un equilibrio profondo dentro la francescana accettazione della frattura della veronica. Ma anche la macchinetta del caffé. Il messaggio al nostro futuro. Il design che salvò l'Italia dalla crisi di non ricambio democratico degli anni 70, l'idea creativa e semplice, il beccuccio di carta, il valore alimentare alto, il profumo. Da allora, tutte le mattine che mi faccio il caffé, mi ricordo di Eduardo, e del salvagente che ci lanciò.

7.5. Uno sguardo al Mediterraneo

7.5. Uno sguardo al Mediterraneo

Ritorno ogni anno, d'estate, al Mediterraneo, il mare. E spesso mi domando come mai questa <culla della civiltà>, questo lago enorme su cui insiste quasi un miliardo di persone sia divenuto, negli ultimi due secoli, così mediocre.

Guardiamo alla Grecia, alla Magna grecia, all'Egitto, al Libano, alla Turchia, alla Spagna. Ombre di se stesse. La costante del Mediterraneo, eccettuate forse Israele, Francia e Libia, é lo scarto di cosa si é ora e cosa si é stati in passato. Il passato: il mediterraneo forse aspetta il suo grande Reset and Restart.

Attenzione, però. Qui entriamo in un terreno molto pericoloso. E io non ho nessuna voglia di passare per il solito piccolo ideologo che propugna rigenerazioni di sorta. E magari mette nella mente dei giovani idee folli, e successivi bagni di sangue.

Prendiamola alla lontana e perbene, dato che qui tocchiamo non solo i pacifici italiani (he ne hanno sentite tante) ma anche i ben più suscettibili arabi, compresi i fondamentalisti. Gli Jugoslavi (o sloveni-croati-bosniaci-montenegrini-serbi-macedoni) che di rabbia ne hanno in copo fin troppa. I greci e i turchi, sempre pronti a azzuffarsi per un'isola. Gli israeliani e i palestinesi, con il loro noto rapporto reciproco di amore-odio. I maghrebini, beduini, berberi e le altre nobili e bellicose genti del deserto. I fenici maroniti di Beirut, gli ittiti della Siria, i faraonici copti d'Egitto, i silenziosi sfigati che popolano le strade d'Italia e d'Europa per lavare vetri, piatti in una cucina di ristorante, magari laureati in Senegal e figli di un sergente nero dell'esercito francese o marocchino che combatté e ci rimise la pelle a Montecassino nel 1944.

Di tutta questa gente parliamo. Accomunata dallo stesso blocco mentale che pervade l'Italia, luogo geografico centrale del Mediterraneo (del resto). Un pezzo del pianeta Terra tenuto ancora in ostaggio dal passato, bello e terribile, e insinuante nella sua quasi eterna trasmissione di valori. Noi abbiamo la nostra veronica, ma loro califfi, sultani, viceré, faraoni, grandi sacerdoti, condottieri, patrioti, Fln, Ahiatollah, Mullah. Da oltre duemila anni la stessa parola, Dio, é intesa in tre significati diversi nel Mediterraneo. Come Hallah, Adonai, Cristo. E oggi, complice la pressione demografica e la stagnazione economica dell'area, questo antico e infinito termine di dispute rischia di tornare a far vittime, quasi sempre innocenti.

Mi limito, per iniziare, a delimitare il problema. Come abbiamo visto nel caso italiano la staticità della cultura e del sistema di valori di quelli che ho chiamato i mediterranei é stato uno dei grandi problemi del Novecento italiano.

I mediterranei, da noi, hanno sognato con Mussolini (e alcuni tuttora lo fanno), non hanno partecipato alla Resistenza (salvo casi individuali), si sono riassestati con la veronica in una risorgenza della vecchia costituzione materiale borbonica che oltre cento anni fa, in Sicilia, delegava la mafia a propria polizia di stato (poi divenuta polizia di stato segreta anticomunista). Lo shock della fame e dell'occupazione seguita alla seconda guerra mondiale, su Napoli, ha portato alla reistaurazione di un sistema di valori profondo, naturale, tellurico che novant'anni di Italia borghese avevano solo ricoperto di una sottile crosta.

Il Mediterraneo é, da oltre tremila anni, terreno di guerre e di conflitti tra etnie diverse. Da circa cinquanta anni non vi sono nell'area conflagrazioni di grandi dimensioni dopo una media, stimata dagli storici, di non più di dieci anni tra un conflitto e un altro. Non esiste mare al mondo più rosso di sangue del Mediterraneo. Che, per la prima volta da tempi quasi immemorabili, inizia a conoscere una fase di calma relativa. Sempre se si fa l'eccezione di violenti conflitti locali come quello israeliano-arabo-palestinese; quello greco-turco; soprattutto la guerra civile jugoslava.

Ed eccoci qui. Secondo passo. Un'altra costante del Mediterraneo é che tutti i suoi intellettuali sono intrisi di maledetti "memi" del passato (per "memi", in socio-biologia, si intendono quei costrutti culturali che si tramandano spontaneamente di generazione in generazione). Ciascuno crede e insegna che il suo paese o la sua gente, negli innumerevoli conflitti del passato, era dalla parte della ragione e della giustizia. Illirici, italiani, greci, turchi, fenici, ebrei, egiziani, berberi, spagnoli, francesi, ciprioti, algerini. Tuttora nelle scuole elementari e medie del Mediterraneo si insegnano versioni opposte delle Crociate, idee quantomeno stravaganti sulle motivazioni del proprio vicino di casa in occasione di questa o quella guerra.

Perché? Azzardo. peché il Mediterraneo é da sempre stata la culla dell'etica, della morale religiosa, delle morali assolute e contrapposte. Grandi sintesi necessarie nate dallo scontro tettonico tra due culture continentali, l'una africano-araba e l'altra celtico-greca, così come il Mediterraneo vede lo zoccolo geologico della grande Africa spingersi sotto quello europeo e, di tanto in tanto, provocare (in Italia e Grecia soprattutto) violenti terremoti. Il Mediterraneo si é plasmato in tremila anni sulla lotta per la sopravvivenza lungo la tettonica, su valori funzionali alla difesa (protezione) del gruppo (famiglia, Cosa Nostra..) e contemporaneamente alla conquista di nuovi spazi di sopravvivenza. Difesa e conquista territoriale, nel conflitto costante, con due uniche (e relativamente brevi) pause: il dominio imperiale romano e poi questi sessant'anni odierni, caratterizzati dalla pax americana (che si spera possa divenire pax Onu).

Reset and Restart. Possibile che, per l'infinito, le genti del Mediterraneo siano schiave di questa tettonica culturale? Di questa assuefazione al terremoto, "adda passà à nuttata", oppure all'arma bianca perché "Iddio lo vuole"? E possibile che questo miliardo di persone debba entrare, ormai da più di cinquant'anni, in uno stato di stagnazione, e di catalessi culturale, solo perché come un guerriero esausto da molte settimane di continue guerre per la prima volta conosce il simulacro di una pace? Ma quale pace? Il network criminale mediterraneo continua ad agire e svilupparsi, nelle sue protezioni e nei suoi affari occulti; la spirale del sottosviluppo, della confusione dei valori alimenta la risposta culturale fondamentalista, il sogno di una rigenerazione etica araba violenta, sulla stretta osservanza del Corano.

Il fondamentalismo altro non é che la risposta alle veroniche dei ceti dominanti, più o meno occidentalizzati, che governano (o governavano) in una situazione di alta demografia e crescente sottosviluppo. E' una militarizzazione dal basso, un ritorno ai valori primoridiali della conquista araba.

Reset and Restart. Proviamo a immaginare una nuova sintesi etica capace di diffondersi sia nell'ambiente occidentale, che arabo e ebraico. Una grande eresia pacifista, democratica, etica, aperta, efficiente e produttiva. Una religione del buon senso, della convivenza, della tolleranza, dell'amicizia, della qualità della vita, della pratica continua del coraggio, della fine della morte e della sofferenza, individuale e collettiva. Una interpretazione creativa, adatta alla grande tettonica millenaria, della nuova fase del mondo. Il rimescolamento delle sue culture provocato dalle grandi reti, la visibilità e la comunicazione culturale di Lucifero, l'inesorabile meccanismo direzionale di Cerbero, la diffusione etica pratica e attiva insita in Gabriele.

Spesso superficiali osservatori hanno accusato la televisione di distruzione e serializzazione delle culture nazionali e comunitarie, a favore di una generica americanizzazione. Così é stato per una lunga fase, e ancora é in parte oggi. La televisione italiana, con le sue trasmissioni visibili in Libia e Tunisia. Quella francese, ricevuta in Algeria, Marocco e Senegal sono state indubbiamente uno dei grandi fattori di affascinamento per i disoccupati della sponda Sud, trasformatisi poi in ondata migratoria semiclandestina. Sono stati anche, per reazione, uno degli elementi di quell'insorgenza fondamentalista tesa, di fronte alla crisi e alla stagnazione del mondo arabo, a identificare un (illusorio) percorso di rivincita e di riscossa, sull'esempio iraniano.

Come batterie di cannoni culturali puntate contro la costa araba, e continuamente sparanti a casaccio queste emittenze nazionali occidentali hanno fatto non pochi danni. Nessuno ha mai valutato appieno, nei suoi effetti positivi e negativi, questo fenomeno assolutamente nuovo per la grande tettonica culturale del Mediterraneo. E nessuno, almeno finora, sta operando per creare un <Lucifero mediterraneo>, una emittente capace di coprire l'intera area e di sviluppare un politica culturale appropriata, sovrannazionale e di qualità. Una politica attrattiva, dai contenuti non pedissequamenti ricalcati sul grande supermarket del software televisivo di entertainment dominato dagli Usa. E dietro, la nuova sintesi etica. L'oggetto misterioso che deve ancora nascere.

E' vero che Israele, Palestina, Giordania e Egitto sono destinati gradualmente a collaborare in un'unica area economico-industriale? Sarà questo il nuovo motore del Mediterraneo? Da questa vicenda, anche se lenta e difficile, potrà forse nascere, generazione dopo generazione, un grande ponte tra le due culture. Un innesco di cultura positiva e di tolleranza ancora oggi ben difficilmente discernibile. Ma, per fortuna, esiste Peace Now. Ed esistono i sindaci della Palestina, gli anticorpi nati nel fango degli odi, delle stragi, delle prigioni, degli attentati.

Beirut é oggi un immenso cantiere edile di ricostruzione, anche se sotto il tallone siriano. In fondo utile, dopo la follia autodistruttiva dei due decenni passati.

Proviamo a immaginare una Sicilia in cui si producono microprocessori avanzati che vengono integrati nei computer a Malta con software sviluppato nelle università di Tel Aviv, del Cairo e di Alessandria per essere utilizzati nei sistemi di irrigazione automatica dell'ex-Sahara gestiti da tecnici israeliani, senegalesi e turchi. Proviamo a pensare al grande raduno congiunto annuale di Gerusalemme, della Mecca e di Roma per elevare una preghiera allo stesso Dio. In Mondovisione via satellite (arabo, già in funzione), ovviamente, e con tanto di pubblicità da parte delle multinazionali italo-egiziane, istraelo-palestinesi o franco-algerine. O delle cooperative fondamentaliste del Maghreb, liberamente federate alla Coop emiliana tramite accordi di auto-produzione biologica. Proviamo a pensare alle banche di Beirut collegate, via fibre ottiche, a Milano e Francoforte. Rete su cui viaggiano i messaggi, via Mosaic, degli alunni della scuola elementare di Calvairate che parlano con un centro educativo della Bekaa. Tutto ciò esiste o esisterà. I processi vanno compresi, aiutati, pilotati. Innanzitutto i governi del Mediterraneo devono liberarsi delle Veroniche del passato, creare democrazie complete, ad alternanza periodica, mercato aperto, regole e istituzioni di controllo condivise. Sistemi di media indipendenti, competitivi e informativi. Creare e difendere costantemente spazi di apertura e di dialogo. Promuovere una riflessione culturale profonda capace di mettere in discussione valori negativi e di sviluppare gli elementi progressivi, tradizionali e non. Dove l'Italia, al centro dell'area, ha un ruolo chiave: può dare l'esempio. E, sulla base dei suoi risultati (positivi) innescare un processo imitativo di portata continentale.

E' tempo che la smettiamo, noi mediterranei di cullarci nel sonno popolato dai soliti incubi (televisivi). Sogniamo la mafia e il mondo porta gli impianti microelettronici della Sgs-Thomson a Malta. Sogniamo la morte di Beirut sotto le macerie e le fibre ottiche canalizzano in nanosencondi gli investimenti dei sauditi sulle piazze europee. Sogniamo l'ennesima grande conflagrazione da cui proteggerci (via Cosa Nostra, magari) e invece, banalmente, le cooperative fondamentaliste di mutuo soccorso del Cairo e di Algeri iniziano a fare accordi con le catene alimentari europee.

Sto un po' scherzando, ovviamente. Ma cerco di indicare un senso di direzione. Che mi pare, a questo punto, abbastanza chiaro. Alla mediterranea: ci siamo capiti?

E spero di non aver offeso nessuno, da una parte e dall'altra della costa d'Oltremare (così i Templari chiamavano la Palestina e così gli Ashashin del Vecchio della Montagna, i loro fratelli, chiamavano l'Europa).

Il punto è abbandonare la Madre per l'indipendenza e per l'apertura. Per il confronto aperto sulla qualità. Per le regole dettate non più dalla "famiglia" ma dalla comunità, nazionale o sovrannazionale. Andar per mare, mediterranei. E vi scoprirete di nuovo nell'antico codice di Odisseo, quel signor nessuno (il nome migliore) che cinquemila anni orsono corse, con la sua curiosità, per tutto il grande mare, con la scusa del sempre avversato ritorno in patria.

Ulisse è l'antico codice mediterraneo, senza veronica. L'uomo senza appartenenze, nome e famiglia. Solo la sua storia, la sua qualità, la sua umanità dolente e curiosa. La sua astuzia di buon senso, il suo eterno ritorno impedito. I suoi sogni, le sue Capre di Favignana, la sua Calypso di Malta, le sue sirene del Circeo, i suoi ciclopi di Erice, il suo Eolo delle Eolie. Italiano, algerino, berbero, francese, greco, tunisino, turco, egiziano, catalano, spagnolo, basco, provenzale, libanese, israeliano, siriano, libico, croato, macedone, serbo: che importa? L'essenziale è essere nessuno, "odus". E via, per mare. Il segreto di Omero. Che possiamo decodificare solo oggi, cinquemila anni dopo, da dentro Gabriele. E via per la rete. Dove tutti siamo "Odus".

7.5. Adottiamo l'Albania

7.5.Adottiamo l'Albania

Ci amano. Ci vedono come l'America. E noi in cambio gli diamo la Sacra Corona Unita, la triste e squallida mafia pugliese. No. Per favore. Non facciamolo. Adottiamoli, questi piccoli e dolenti albanesi. Sono parte di noi. Sono la nostra risposta alla barbarie di Sarajevo. La nostra vera risposta. L'Albania è bella, triste e pulita. Una povera vergine. Non violentiamola. Facciamola invece bella ancora di più. Per la sua e nostra prosperità.

Pugliesi! Ricordatevi di Federico. Arabi di Lucera! Braccianti gloriosi di Cerignola! Edificatori di Lecce! Greci di Bari! Popolo lavoratore dei campi più nobili del Mediterraneo! Non permettete questo tradimento alla profonda qualità italiana! Adottate l'Albania! In amicizia, amore, investimenti. Dateci sotto! Vogliono Voi. Siete la chiave del Sud Europa. La riscossa autentica di questo paese.

Voi, dimenticati pugliesi. Voi nobili contadini. Voi possenti e silenziosi coltivatori di vigne e ulivi. Proprio voi. Oggi contate più di Milano e Torino. Di Parigi e Francoforte. E' questa la grande occasione storica che vi si offre. Non permettete ai mafiosi di prendere il vostro posto. Attraversate il mare!

7.6. Reset and Restart

7.6. Reset and Restart

Non é solo un problema italiano o mediterraneo. Ma anche statunitense e messicano, cinese e giapponese, olandese (Afrikaan) e Zulu in Sudafrica, Jugoslavo (o sequela di etnie elencate sopra), turco e curdo, inglese e irlandese, spagnolo e basco, ceceno e kirghiso. E di innumerevoli altre anime, individuali e collettive abitanti su questo Pianeta Terra.

Avete bisogno di territorio, di autonomia? Eccola, quella possibile, fin d'ora. Ma celebrate la festa della <fine del passato> ogni anno o ogni mese, se non riuscite rapidamente a guarire delle ferite psichiche. Accettate insegnanti da tutto il mondo che vi raccontino verità multiple. Che i vostri bambini viaggino, e il più possibile. Non chiudetevi mai in voi stessi. E soprattutto pensate, costruite, fate. Una rete attiva é il mondo. Il punto Omega di Theilard de Chardin, il gesuita visionario, ormai integra il pianeta e si chiama Internet. Nessuno la domina o potrà mai dominarla. E' il tessuto nervoso della nuova umanità. Appartiene a tutti noi, é parte di noi. Dobbiamo rispettarla e servircene con profondo rispetto. Siamo la prima generazione dell'umanità a farlo. Il resto seguirà.

7.6. L'Italia come Bel Paese (davvero, dato che é un ottimo formaggio)

7.6. L'Italia come Bel Paese (davvero, dato che é un ottimo formaggio)

Mi piacerebbe che nelle scuole italiane si leggesse e commentasse a fondo "Albergo Italia" di Cerronetti. Opera altamente educativa e evocatrice. C'era un tempo una Italia che cantava, che viveva di buona educazione, che creava armonia. Bisogna ritrovarla, dentro e fuori di noi: in fondo un paio di generazioni imbruttite, sotto questo profilo, non sono molte, se vi é coscienza diffusa di quale codice va restaurato, riletto, reincarnato.

Il paradiso dell'Italia non sarà affatto, come non é mai stato per nessuno nella storia, uno stato stazionario di felicità collettiva e perfetta. Ma potrebbe essere la ricerca collettiva di un sistema, antico e innovatore, di valori generatori di qualità, innazitutto per noi stessi e quindi (naturalmente) per irradiamento sugli altri (per esempio nel Reset and Restart necessario per l'intero Mediterraneo. E infine qualità materiale, nei prodotti, nei conti in attivo che Cerbero ci chiede di continuo per placare la sua furia omeostatica.

Il paradiso italiano non é assenza di conflitti. Anzi, una rete di continui conflitti e confronti all'interno di regole condivise, e di credibili arbitri. Ma integri, non appartenti, non soggiogati a veroniche di questo o quel tipo.

E, soprattutto, l'arte di capire, di relativizzarsi, di discorrere con il diverso, in definitiva di instaurare con lui un rapporto di sinergia-amore. L'arte di andare per mare.

Tento un esempio. Per capire, spesso, bisogna andare a cercare nei posti più strani, più lontani da certa <kultura> accademica. E, in Italia, luogo storico di vinti, di conquistati, di deboli un patrimonio segreto di valori di incredibile valore l'abbiamo sedimentata nella nostra arte della cucina, dei cibi, della tavola, autentico e millenario paradiso dei Mediterranei (ma non solo).

La nostra cucina, donna come la Grande Madre (nella sua faccia più benevola, non familistica e appartenente), é il sistema di valori materiali italiano (ma non solo) forse più straordinario del pianeta. Sa essere semplice e elaborato, umile e esotico, aperto e differenziato allo stato più puro. I ricercatori medici americani, durante la guerra, rimasero sbalorditi dal minimo tasso di infarti nella popolazione dell'Italia del Sud. La sottonutrizione certamente contribuiva all'inesistente tasso di colesterolo presente nelle arterie di siciliani e napoletani dell'epoca. Ma successive indagini mostrarono come la dieta mediterranea, a base di vegetali cotti (re indiscusso il grano della pasta e del pane) determinava questo effetto salutare su quella che permane, ancor oggi, come la maggiore causa sanitaria di mortalità nei paesi industriali : l'infarto cardiaco.

La cucina italiana, e la dieta mediterranea in particolare, determinava dal secondo dopoguerra ad oggi il maggior fenomeno di diffusione spontanea di un determinato tipo di cibo non industriale a cui la storia del pianeta abbia assistito. La diffusione della pizza, l'umile alimento dei pescatori e dei contadini del Mezzogiorno. Già diffuso nel Mediterraneo, in forma di focaccia condita, quando i profughi di Troia e gli Achei di Ulisse percorrevano il mare sui loro improbabili barconi a remi, ovvero quattromila anni fa.

Se l'italiano pensa alla sua cucina, e alla sua sala da pranzo, gli torna la voglia di essere italiano, alla faccia di Andreotti, Craxi, Berlusconi o D'Alema. Qui si ricongiunge naturalmente con innumerevoli generazioni passate, con gioiosi esperimenti, come l'importazione a Napoli del magiaro, e poi francese-angioino dolce alcoolico chiamato Babà. Un valore alimentare serio, anche se proviene da odiati occupanti viene assimilato e riprodotto. Entra a far parte del patrimonio delle conoscenze in cucina. Merito eterno delle nostre donne questa comunicazione mai interrottasi, neppure per un secondo in oltre quattromila lunghi anni di cene, pranzi e feste italiane. Così per il coucous di pesce di Trapani, importato dai fenici (che intanto bruciavano vivi bimbi siciliani nello stagnone di Mozia in onore del loro Baal-Moloch) ma che le donne della zona, madri di quei figli, seppero portare a un valore alimentare superiore alla stesso couscous classico arabo (piuttosto povero nei sapori).

La cucina italiana é superiore, come legge di natura biologica intrisa di miliardi di intelligenze di donne di razze innumeri in costante comunicazione-apprendimento tra di loro, indipendenti e impermeabili in cucina da ogni evento politico o militare, da ogni sconcezza compiuta nella penisola. Basta guardare all'istantanea trasmissione tecnico-culturale che avviene tra due donne italiane (e per fortuna ora anche maschi) di fronte a un fornello. La trasmissione dei valori alimentari é immediata, sinergica, gioiosa. <Io il polipo lo faccio a pezzi e cuoce, fin dal principio, insieme al pomodoro e un bicchiere di vino per almeno un ora e mezza>. <Proviamo>. E il gioco é fatto: uno stupendo sugo di polipo diviene patrimonio eterno di una famiglia, per innumeri generazioni. Fonte di gioia di un bambino, ricordo felice. Di quelli che vengono in mente poco prima di morire, disteso da una stupida pallottola austriaca nel fango del Carso. Insieme alla faccia della mamma che cucina e l'odore di buono.

La Grande Madre questo ci ha regalato. Sono fiero di appartenere, in questo senso, a un popolo che adora la Mamma.

Il segreto autentico e millenario, mai svelato, della nazione italiana sta nelle sue cucine. In questo fenomeno incredibile di comunicazione culturale inter-razziale che ha portato qui la pasta inventata in Oriente dai cinesi, il merluzzo essiccato al vento dell'artico norvegese, il pomodoro e il peperone dei Maya e dei Navajos, che, quando arrivarono a Napoli nelle stive dei galeoni spagnoli erano considerati cibi semi-velenosi, adatti agli schiavi americani o a quei poveri lazzari dei quartieri di Fuorigrotta. Poi, in qualche cucina, due donne di colore diverso di pelle si parlarono per qualche minuto: <assaggia>. E da seicento anni Napoli é la capitale europea (se non mondiale) del pomodoro. Mischiato alla pasta di grano, figlia degli spaghetti di riso dei Celesti Imperatori della Città Proibita di Pechino.

Estrarre questo meccanismo segreto e millenario, enorme e ininterrotto, umile e gioioso dalle incrostazioni della storia nell'animo italiano é oggi forse la più esaltante opera di sviluppo della qualità italiana mai tentata in tutti i tempi. Non ho la più lontana idea di come si possa fare. Mi limito a godere della contemplazione del fenomeno storico, che davvero esalta la mia voglia di essere italiano (e, un po', mi attrae in cucina, dato che per scrivere queste righe, ho saltato il pranzo).

7.7. Le tre reti che governano il mondo7.7. Le tre reti che governano il mondo

Qual é la qualità nella nuova fase del pianeta? Guardiamo a ciò che sta dentro Lucifero, Gabriele, Cerbero. La partita della qualità si gioca nei contenuti delle reti. E dentro Lucifero c'é musica, poesia (parole delle canzoni...), senso , avventura, fantasia, idee. Dentro Gabriele conoscenze, idee, disponibilità alla comunicazione efficace, servizi. Dentro Cerbero valori monetari solidi e appetibili.

L'immaginario attivo é stata per il trentennio 60-80 la frontiera industriale che ha salvato gli Usa dal declino economico. Gli ha permesso di sostituire monoliti come Ibm con aziende giovani , ad alta crescita e profitto come Microsoft. Negli scorsi quindici anni, infatti, un processo di esplorazione collettiva si è messo in moto, da zero a cento milioni di personal computer, dai primi programmi rudimentali fino ai sofisticati mondi tridimensionali di oggi e ai mandala di domani.

Dentro questa linea evolutiva è la qualità di domani. I mandala mettono in gioco i valori, così come la comunicazione e i servizi via rete. La forma d'impresa che, in questi vent'anni, il processo eslorativo dell'informatica dei personal ha via via elaborato è quello dell'azienda pubblica, ad azionariato diffuso e informato, capace di premiare e punire chi produce la qualità dinamica via via vincente sul mercato aperto.

La public company in cui gli utenti sono parte importante o maggioritaria del capitale rappresenta, a mio avviso, una componente chiave del percorso verso la nuova qualità italiana. La diffusione di esperienze come Radio Popolare di Milano e della Voce possono innescare un triplice processo:

- rendere coscienti gli utenti dei servizi resi dal fornitore. L'azionista utente è motivato al controllo, alla partecipazione attiva, all'arricchimento della rete dei servizi. Il suo interesse, dato che ha investito di suo nell'impresa, è sviluppare contributi positivi, meditati, auto-limitati. Un primo circolo virtuoso, fuori dall'accettazione passiva e dalla critica distruttiva tipica dell'interazione con i servizi pubblici serializzati, passivi e anodini di oggi.

- la diffusione delle public companies determina progressivamente l'instaurarsi di un mercato azionario aperto, vario, dinamico e accessibile. Sia per chi domanda capitali per l'innovazione che per chi desidera investire con profitto, materiale o immateriale che sia. Questo processo amplia e sprotegge le posizioni di mercato, riduce il potere monopolitico delle solite forti mani. Crea una cultura dell'azionista capace di scegliere, di gestire se stesso in indipendenza, di abbandonare la cultura del materasso passivo infarcito di Bot.

- le public companies di servizi, a differenza delle cooperative rosse o bianche, sono incompatibili con i conventi di appartenenza. Possono esprimere anche precise personalità politiche, ovviamente (e Radio Popolare e la Voce indubbiamente lo fanno) ma non sono dipendenti da questi schieramenti partitico-statili per la propria sopravvivenza. In questo modo determina l'instaurarsi di un modello pubblico, generatore di nuovi valori, anche per le altre sfere del vivere sociale. La comunità attiva come soggetto di un permanente controllo di qualità positivo diviene a poco a poco la norma anche per i settori (in via di riduzione) a monopolio statale.

In questo pianeta, dove Cerbero, Lucifero e Gabriele iniziano a governare la macro-comunità, il segreto è proprio questo. Un assetto orientato alla partecipazione attiva, alla creazione di capitale umano adatto e compatibile, nei suoi valori e comportamenti, a stare nelle reti, contribuire, produrre per sè e per gli altri, attenzione, qualità e prosperità.

7.8. La qualità volontaria7.8. la qualità volontaria

Cassaintegrato, licenziato nullafacente. E che faccio ora? Io non voglio morire di depressione, di noia, di tristezza. Vado per mare. E scopro questa triste Milano, dove perino i numeri delle case non si leggono più, scolorati dai grigi degli scappamenti, dei veleni, delle piogge acide. Compro una scala e ridipingo il mio: bello. Pensa se si facesse per tutta la città. I tassisti che finalmente li vedono, brillanti nero su bianco, e così i postini. Un amico mi dice che può fare qualcosa al Comune. Devo allungargli dei soldi. Lo faccio. Una bufala tremenda. Ma io intanto la scala e il pennello li ho comprati. Io, cassaintegrato, licenziato e nullità lo faccio lo stesso. Li ridipingo tutti, i numeri civici di Milano. poi, forse, qualcosa succederà. Intanto i tassisti e i postini mi lanceranno, ogni tanto, un pensiero di ringraziamento. E questo mi basta, almeno per ora.

7.9. La redistribuzione volontaria di risorse Nord-Sud7.9. la redistribuzione volontaria di risorse tra Nord e Sud

Una rete come Internet é fatta di milioni di oggetti computanti a basso costo. E della normale rete telefonica. Il sistema a tecnologia semplice (ormai un personal lo é), intermedia e a basso costo di maggiore dimensione ch si sia mai visto. Tanto é vero che é nato, in gran parte, spontanemente, dal basso. Una rete civica, per una metropoli, può partire con un investimento pari a un'automobile di cilindrata medio-alta (fra i 50 e 100 milioni).

Gabriele, come sistema, sta rapidamente sviluppando livelli tali di facilità d'uso da abbassare la sua soglia di ingresso al livello dei normali cittadini, capaci di usare un telecomando televisivo. La rete già oggi trasporta conoscenze, servizi, comunicazione strutturata.

Una delle radici della qualità italiana sta nei suoi missionari. Accanto alle veroniche, inevitabili forse nel travaglio dell'occidente, la Chiesa nel nostro paese ha creato una struttura internazionale, una cultura diffusa, un codice genetico di comunicazione e comunicazione in primo luogo con l'Africa. Gabriele, da questo punto di vista, é un'arma potentissima per quest'altro versante della qualità italiana, profonda e autentica.

Gabriele può innescare un processo di volontaria redistribuzione di risorse tra Nord e Sud del mondo. Sembra una follia, una utopia, ma ciò già comincia ad avvenire. Soprattutto sul piano delle conoscenze scientifiche. Le università dei paesi men ricchi possono accedere istantaneamente, oggi, alla "nuova biblioteca di Alessandria". Professori e studenti possono accedere agli articoli scientifici più aggiornati, pubblicati sui server della rete, ancor prima che vengano (lentamente) stampati sulle riviste scientifiche (che non riceveranno mai). Possono leggere gli atti delle conferenze internazionali, i documenti governativi, scambiare opportunità di lavoro e di collaborazione con altri partner in ogni punto del globo.

7.10. La trasformazione di qualità nera in qualità positiva7.10. La trasformazione di qualità nera in qualità positiva

La legge Gozzini è davvero, a mio avviso, un grande passo avanti in tema di civiltà giuridica. Ho un modesto consiglio da dare ai giudici: applicatela con la chiave della qualità sociale. Il reinserimento del detenuto va infatti misurato sulla sua capacità di trasformare qualità negativa in qualità sociale positiva. Dove il comportamento attivo, la partecipazione a strutture di volonariato, a public companies operanti sul mercato aperto può essere la strategia giusta.

7.11. Il dio bambino7.11. Il dio bambino

Ero a Londra per lavoro pochi giorni dopo che nacque mio figlio. E fece un giro per Harrods, il grande magazzino, per cercare qualche regalo. Trovai un lettino da bebé smontabile, bello e elegante, che stava in un borsa. Me lo portai a casa e Fiorella ne fu felice. L'abbiamo usato per anni. Scoprendo un giorno, per caso, che era "made in Italy".

Non riesco a parlare di bambini. Per me sono l'indicibile, Dio in terra. Sono la qualità in azione. Il banco di prova del mondo, della nostra specie. Non ne siamo i padroni. La natura, la grande Madre, li ha fatti nascere per rendere gloria a se stessa, dicevano i Druidi celti di Merlino. Noi siamo solo i loro umili servitori, insegnanti miti, compagni di viaggio. Al rischio di farli su viziatissimi, questi piccoli meravigliosi italiani (o questa grande, massima quantità di figli della Madre che ovunque vogliamo adottare, spesso disperatamente). Non abortiamo più, se possibile, per favore. Rispettiamoli, come rispettiamo la stessa energia dell'universo che fluisce nella nostra anima. Nelle nostre cellule, anche vecchie di tre mesi.

Il dio bambino é figlio della qualità italiana. Che, da millenni, é donna. Parola che sta nella contrazione popolare di Madonna, ovvero Mia Signora, padrona della casa Italia. Il dio bambino italiano deve però oggi liberarsi dalla sua mamma-padrona, di nome Veronica. Amandola, capendola, educandola. Solo così potrà vivere il suo mondo. La sua nuova qualità.

7.12. L'individuazione della nuova Italia7.12. L'individuazione della nuova Italia

La nuova qualità italiana aperta e attiva potrà riverberare su un'enormità di campi in cui la sottostante dinamica dei valori è fondamentale. Basti pensare all'arte, alla musica, allo sport, al fascino di un paese che, nonostante la sua crisi prolungata, è ancora umanamente quantomai evoluto.

Personalmente ho voglia di un nuovo Totò, che riprenda la grande e nobile comicità tramandata fin da Plauto. Il Miles Gloriosus, il Capitan Fracassa, il Parpaglione di domani sarà forse il gioco sui difetti e le deformazioni dell'uomo immerso nelle reti competitive-cooperative. Non lo so. So che oggi la decadenza della società serializzata produce una grande e appestante noia culturale, un silenzio depresso diffuso.

7.13. Oltre il velo: il karma d'Italia, e il suo Dharma

7.13. Oltre il velo: il karma d'Italia, e il suo Dharma

La doppia verità ha il suo fascino, la sua sottile credibilità, il suo insinuante gioco di specchi. Andreotti, Craxi, Berlusconi non sono demoni negativi, ma uomini della doppia verità. La doppia verità si è costruita, in mille anni di storia italiana, sul demone indicibile: l'eretico anticristo, l'anticlericale, infine il comunista. Il soggetto che non doveva comandare, ad ogni costo, "over my body".

Ogni reato, ogni misfatto, coperto dal manto oscuro di questo demone, immaginario o reale. I pulpiti tonanti di paure, il potere rassicurato da un avversario sempre escluso, per assioma divino, dall'alternanza del potere.

Alternanza, rinfresco periodico, novità normale. Ciclo delle stagioni politiche. Morte e rinascita. Cambiamento continuo e normale. Stagioni progressiste e stagioni liberiste. Regole comuni. Polemiche forti, ma su un'armonia e una onestà di fondo. Senza demoni assoluti: fasci littorii o falci e martello.

Oltre il velo c'è la nostra maturità. Siamo tutti pinocchioni, come dice il dittatore telematico. Burattini di legno, simpatici e creativi, noi italiani per quarant'anni. E ora finalmente sulla soglia di divenire normali bambini, sempre che sapremo capire che il nome della nostra Fata dai capelli turchini è qualità.

Altrimenti ci inventeremo un altro demone. Dopo il comunista, ultimo alibi del potere immobile e separato, verrà forse il progressista, l'immigrato del Sud, il "sinistrorso" di qualunque genere o razza. Ma ormai il trucco è conosciuto. Comincia a non funzionare più.

Di sicuro, se mi verranno idee, il prossimo libro (o non-libro) lo dedico a Pinocchio. Il vero trattato sulla dinamica dei valori e dell'Italia. La profezia, in forma di favola, che Carlo Collodi, il socialista, ci donò un secolo fa. E che spiega, forse passo per passo, la nostra evoluzione come italiani. Geppetto il Brambilla, Mangiafuoco il capitalista, il gatto e la volpe il network occulto, la Fatina la nostra qualità, Lucignolo l'italiano degli spintoni (asino) progressivamente trasformato in animale dal postiglione Dc...

E, soprattutto, questo <paese dei balocchi> in cui siamo vissuti negli ultimi venticinque anni. Un mondo di debiti, di consumi spensierati, di code e orecchie d'asino spuntate a troppi di noi. La Balena, la grande crisi nell'oceano del mercato del mondo, il Cerbero implacabile ora vuole mangiarci. Ma noi, Pinocchioni semiraglianti, salviamo il nostro piccolo Geppetto leghista dal ventre di questa balena, dalle insidie flautate delle tante volpi e gatti, che con diversi simboli e molte tv, confondono le nostre teste. La stellina, fissa nel cielo, ci dice che solo dai fatti, dalla qualità concreta, dal coraggio, dall'apertura reciproca, dalla bontà e dai valori trarremo verità. E diverremo finalmente bambini veri, uomini normali. Tutti, senza demoni o esclusi.

Appendice1Il mio sogno, un mediterraneo aperto, prospero e...un po' buddistaAppendice 1 : il mio sogno, un Mediterraneo aperto, prospero e...un po' buddista

Possiamo, con le nostre sole forze (e valori), creare un'Italia di uomini più felici. Finora il valore guida della nostra società è stato l'arricchimento quantitativo di mezzi monetari, materiali, finanziari. Se invece porremo al centro della nostra costituzione materiale (e formale, ma non subito, per carità) la qualità dinamica espressa attivamente dal corpo sociale avremo attivato una sorta di nuovo sistema immunitario, capace di combattere più efficacemente contro i nostri mali.

Non dobbiamo però fare della qualità una nuova ideologia, più o meno totalitaria. Dobbiamo comprenderla e attuarla nella pratica, non sbandierarla ma,semmai, tacerla. Farla operare, come si dice in gergo informatico, in <background>, incessantemente ma non impositivamente, nel retroscena delle nostre regole formali, aperte e democratiche. Deve essere il segreto diffuso e collettivo del nostro nuovo e umile spirito civico. Spirito di comunità, quello che finora ci è mancato, e non di appartenenza. Siamo tutti <Odus>, signor nessuno. Andremo tutti per mare, dentro Gabriele.

I fatti ci potranno rendere attrattivi per altri. A Nord per quella triste città di Dite, ricchissima e dal vertice corrotto, che ha anch'essa bisogno di un ricominciamento. A Sud per un Mediterraneo che ha bisogno di un contributo liberatorio, fuori dall'incubo dell'incessante ritorno del passato codice genetico di sangue.

Cambiare il codice genetico di una nazione e di un'area geopolitica non è certo uno scherzo. Sono un matto utopista, lo so. Ma non vedo altra via d'uscita positiva. Se non il messaggio del "Risveglio", che 2500 anni fa esprimeva un concetto analogo al Reset and Restart nel nord dell'India.

L'Italia va presa dalle campagne, dai paesi. Quando smetteranno di guardare le tv passive e si collegheranno alle loro retti attive, leggeranno non-libri come questi saranno contaminati, non capiranno, ma saranno pronti al percorso. Loro, gli italiani originari, sono autentici, potenti, espressivi, naturalmente reazionari. Il loro uomo, Antonio Di Petro, il centurione francescano, sarà con loro. E anch'io con loro, felice del mio Odus. Ristabiliranno la verità antica. Che durerà poco, e poi la ricerca ricomicerà.

Devo ancora un cosa alla Verità (la mia, sempre provvisoria).

C'è qualcosa che Buddha non ha espresso appieno nel suo stupendo sistema etico. Il valore dell'amore attivo, perno del Vangelo. Non a caso i buddisti hanno chiamato Gesù il "Maitreya", il Buddha dell'amore. E soprattutto la scuola buddista Mahayana (del grande veicolo) ha incorporato molti messaggi del Maitreya. La fusione armonica tra i due codici, il buddista e l'evangelico, quindi mi attrae e mi entusiasma. Specie se completata dalla metafisica della qualità di Pirsig. Questo insieme potrà affondare radici religiose per l'albero della libertà laica e civile. Ma senza la veronica, o le veroniche di ogni tipo. Un parassita divorante e inesorabile.

Mi pare questo una svolta e un progetto culturale, sociale e civile per cui valga la pena di investire e scommettere le proprie risorse. Le mie, forse le vostre. Le nostre.

Appendice 2La Magna Cartha del Cyberspazio, una visione iper-liberista

Appendice 2: La "Magna Cartha" del Cyberspazio, una visione iper-liberista

Per cominciare vi propongo questo piccolo saggio di quattro autentici esperti.

Lo precede una mia guida alla lettura, con commento introduttivo.

Fa una certa invidia osservare un Paese in cui il dibattito politico, tra destra e sinistra, è in gran parte centrato sul futuro. Dove gli staff dei partiti, gli intellettuali e le lobbies sono concentrati sul tema della strategia per la grande transizione. Da un'economia basata sulla produzione classica di beni industriali massificati e sui servizi monodirezionali broadcast (come le reti Tv e l'editoria tradizionale) verso un assetto caratterizzato da un sistema di reti e servizi bidirezionali, su misura, personalizzabili, ad alta potenzialità educativa e di entertainment. A sinistra, negli Usa, le chiamano <<Digital superhighways>>. A destra "Cyberspace". Il gioco delle parti è quello classico. I democratici di Clinton e Gore vogliono il più possibile privilegiare il <<modello Internet>>, rete di reti senza dominatori, a forte intensità scientifico-culturale, basata su un'etica condivisa non commerciale, orientata alle comunità e ai servizi di un possibile <<nuovo stato sociale>> più leggero e decentrato, ma proprio per questo più efficiente. Il tutto attraverso un'azione pubblica discreta, ma decisa. Volta ad assicurare l'accesso universale alla rete, in grado di incentivare e promuovere le nuove forme di amministrazione e governo, ma anche di stabilire regole perchè le nuove reti non cadano rapidamente (secondo i "liberals" di Internet) sotto il dominio di pochi gruppi telefonico-televisivi, massicci protagonisti della nuova ondata di investimenti.

A destra, invece, sta prendendo corpo un'altra visione. Il nuovo mondo virtuale che si annuncia sarà talmente vasto e pervasivo, dicono, che la gigantesca Internet di oggi, con i suoi 30 milioni di utenti in 135 Paesi, sarà solo una piccola parte di tutto il Cyberspazio. L'ossessione della sinistra sul controllo da parte di pochi è quindi infondata. L'oceano telematico sarà talmente grande, pullulerà di tante energie individuali e imprenditoriali da far dimenticare rapidamente i timori di oggi. C'è invece bisogno di lasciare davvero libero il mercato di creare la nuova infrastruttura e, quindi, consentire la formazione dei grandi protagonisti oggi necessari. In particolare i gruppi misti tra telefonici e gestori di Tv via cavo che, combinati insieme, possono mettere in sinergia la tecnologie digitali e le risorse dei carrier telefonici con la penetrazione capillare dei cavi a larga banda dei gestori Tv (oltre 57 milioni di collegamenti domestici nelle case statunitensi). In alternativa il Cyberspazio Usa verrà drasticamente rallentato da un'artificiale competizione imposta da Washington tra telefonici e gestori Tv, con duplicazione di costosissime reti e seguito inevitabile di regolamentazioni dirigistiche, controlli tariffari, monopoli locali e, alla fine, prezzi più cari per tutti. Con minore accesso di tutti gli americani alla nuova infrastruttura. In cui, invece, potrà convivere il commercio elettronico imprenditoriale con il senso di comunità pubblico delle reti civiche cittadine o locali e dell'ammministrazione "reinventata". Ma a una condizione. Con il minimo di regole necessarie. Sulla nuova frontiera virtuale del sogno americano.

Anche la destra Usa ha infatti frecce al suo arco. Se Clinton e Gore puntano sull'anima "impegnata" della Internet, Newt Gingrich, il repubblicano presidente della Camera, spinge sull'intellighenzia della Silicon Valley. Recentemente Gingrich ha dato il suo appoggio alla nascita della Progress and Freedom Foundation (Pff), un nuovo <<Think Thank>> dedicato allo sviluppo di <<una nuova visione del futuro americano nell'alta tecnologia>>.Protagonisti della Pff sono nomi di spicco: Alvin Toffler, il futurologo e profeta della <<terza ondata>> (l'era della conoscenza e della demassificazione); Esther Dyson (la più autorevole commentatrice, forse, nell'industria dei pc); Jay Keyworth, esperto di alta tecnologia dell'amministrazione Reagan; George Gilder, editorialista di "Forbes" ed esperto di Tlc. Questo gruppo, fin dallo scorso agosto, pubblicava su Internet un documento di forte risonanza: <<La Magna Charta per l'età della conoscenza>>. Una trentina di cartelle "visionarie" puntate sulla sostanza del nuovo sogno americano: la libertà assoluta, imprenditoriale e personale, nell'esplorazione della nuova frontiera, il cyberspazio. La richiesta di una legislazione ridotta al minimo, o persino volutamente inesistente (niente copyright sulla rete, per esempio, se non temporaneo), responsabilità solo personale, e massimo <<laissez faire>> in ogni segmento della nuova economia del commercio e dei servizi elettronici.

Il <<sogno americano>> ha oggi una nuova frontiera, il Cyberspazio. Dove la libera esplorazione, la competizione aperta e dinamica, l'abbandono dei vecchi assetti e delle vecchie regole proprie del precedente assetto basato sulla produzione industriale massificata saranno le chiavi per creare la civiltà della <<terza ondata>>, demassificante, bioelettronica, perennemente creativa in un universo di piccole imprese, di innovatori anche individuali nei servizi e nelle comunità virtuali. E solo il ritorno allo spirito del Mayflower e della Frontiera assicurerà all'America la leadership nel grande mutamento. Questa, all'essenziale, la tesi della <<Magna Charta per l'età della conoscenza>>, autentico manifesto del neo-liberismo elettronico, e forse piattaforma repubblicana contrapposta al piano per le autostrade digitali di Clinton e Gore. Il documento ha una firma ben riconoscibile: parte da dove finisce <<La terza ondata>> di Alvin Toffler, il famoso saggio del futurologo Usa centrato sul passaggio dall'assetto industriale di massa (seconda ondata) al mondo relazionale, personalizzato, creativo delle reti e tecnologie informatiche, ad alta intensità di conoscenza e informazione. Centrale, in questa era, la nozione di Cyberspazio, ambiente aperto e libero, contrapposta a quella di autostrada digitale, termine ancora troppo impregnato di dirigismo pubblico, di grandi burocrazie centralizzate, di regole e assetti nati nella seconda ondata che muore. Lo sviluppo del Cyberspazio richiede, secondo gli autori, almeno cinque strategie politiche chiave: l'abolizione di ogni barriera all'entrata, la fine dei monopòli, il diritto di proprietà privata multipla nel virtuale, nuove regole fiscali e contabili, uno Stato più piccolo, leggero e agile, capace di creare "empowerment" nella rete delle comunità, ovvero di abilitare i cittadini all'autogoverno volontario della cosa pubblica. Abolizione delle barriere. Obiettivo di tutti è consentire l'accesso al Cyberspazio senza discriminazioni, di censo o ruolo sociale. La strategia giusta è il massimo impulso all'imprenditorialità e alla concorrenza, abolendo ogni barriera artificiale, politica o regolativa allo sviluppo degli investimenti. La banda telematica deve divenire rapidamente abbondante e a basso costo. Di qui il <<laissez faire>> in tema di fusioni. Lasciando che si formino i grandi gruppi multimediali capaci effettivamente di investire.

Competizione dinamica. Come il fax ha sostituito la posta cartacea così bisogna lasciare che vecchie industrie muoiano e altre nascano. Niente monopòli o protezioni, dentro e intorno al Cyberspazio. Niente tariffe regolate, ma solo una normativa antitrust su misura.

Diritti di proprietà .Un principio chiave. Il Cyberspazio non è di proprietà del Governo, ma della gente. La proprietà privata delle attività telematiche deve essere chiaramente stabilita per far fiorire la nuova imprenditoria.

Regole fiscali. La terza ondata si caratterizza per il capitale intangibile a ciclo di vita rapido. Di qui la richiesta di nuove regole di ammortamento e fiscali su misura per le nuove imprese.

Un nuovo settore pubblico. Dalle grandi burocrazie centrali tipiche della seconda ondata a un settore pubblico agile, strutturato in rete, permeato di comunità e volontariato, di diversità, di decentramento. Capace di promuovere e abilitare i cittadini attivi, più che di comandarli.

Cyberspace and the American Dream:

A Magna Carta for the Knowledge Age

Release 1.2 // August 22, 1994

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This statement represents the cumulative wisdom and innovation of many dozens

of people. It is based primarily on the thoughts of four "co-authors": Ms.

Esther Dyson; Mr. George Gilder; Dr. George Keyworth; and Dr. Alvin Toffler.

This release 1.2 has the final "imprimatur" of no one. In the spirit of the

age: It is copyrighted solely for the purpose of preventing someone else from

doing so. If you have it, you can use it any way you want. However, major

passages are from works copyrighted individually by the authors, used here by

permission; these will be duly acknowledged in release 2.0. It is a living

document. Release 2.0 will be released in October 1994. We hope you'll use it

is to tell us how to make it better. Do so by:

- Sending E-Mail to PFF@AOL.COM

- Faxing 202/484-9326 or calling 202/484-2312

- Sending POM (plain old mail) to 1250 H. St. NW, Suite 550

Washington, DC 20005

(The Progress & Freedom Foundation is a not-for-profit research and

educational organization dedicated to creating a positive vision of the

future founded in the historic principles of the American idea.)

----------------------------------------

PREAMBLE

The central event of the 20th century is the overthrow of matter. In

technology, economics, and the politics of nations, wealth -- in the form of

physical resources -- has been losing value and significance. The powers of

mind are everywhere ascendant over the brute force of things.

In a First Wave economy, land and farm labor are the main "factors of

production." In a Second Wave economy, the land remains valuable while the

"labor" becomes massified around machines and larger industries. In a Third

Wave economy, the central resource -- a single word broadly encompassing data,

information, images, symbols, culture, ideology, and values -- is _actionable_

knowledge.

The industrial age is not fully over. In fact, classic Second Wave sectors

(oil, steel, auto-production) have learned how to benefit from Third Wave

technological breakthroughs -- just as the First Wave's agricultural

productivity benefited exponentially from the Second Wave's farm-mechanization.

But the Third Wave, and the _Knowledge Age_ it has opened, will not deliver on

its potential unless it adds social and political dominance to its accelerating

technological and economic strength. This means repealing Second Wave laws and

retiring Second Wave attitudes. It also gives to leaders of the advanced

democracies a special responsibility -- to facilitate, hasten, and explain the

transition.

As humankind explores this new "electronic frontier" of knowledge, it must

confront again the most profound questions of how to organize itself for the

common good. The meaning of freedom, structures of self-government, definition

of property, nature of competition, conditions for cooperation, sense of

community and nature of progress will each be redefined for the Knowledge Age

-- just as they were redefined for a new age of industry some 250 years ago.

What our 20th-century countrymen came to think of as the "American dream," and

what resonant thinkers referred to as "the promise of American life" or "the

American Idea," emerged from the turmoil of 19th-century industrialization.

Now it's our turn: The knowledge revolution, and the Third Wave of historical

change it powers, summon us to renew the dream and enhance the promise.

THE NATURE OF CYBERSPACE

The Internet -- the huge (2.2 million computers), global (135 countries),

rapidly growing (10-15% a month) network that has captured the American

imagination -- is only a tiny part of cyberspace. So just what is cyberspace?

More ecosystem than machine, cyberspace is a bioelectronic environment that is

literally universal: It exists everywhere there are telephone wires, coaxial

cables, fiber-optic lines or electromagnetic waves.

This environment is "inhabited" by knowledge, including incorrect ideas,

existing in electronic form. It is connected to the physical environment by

portals which allow people to see what's inside, to put knowledge in, to alter

it, and to take knowledge out. Some of these portals are one-way (e.g.

television receivers and television transmitters); others are two-way (e.g.

telephones, computer modems).

Most of the knowledge in cyberspace lives the most temporary (or so we think)

existence: Your voice, on a telephone wire or microwave, travels through space

at the speed of light, reaches the ear of your listener, and is gone forever.

But people are increasingly building cyberspatial "warehouses" of data,

knowledge, information and _mis_information in digital form, the ones and zeros

of binary computer code. The storehouses themselves display a physical form

(discs, tapes, CD-ROMs) -- but what they contain is accessible only to those

with the right kind of portal and the right kind of key.

The key is software, a special form of electronic knowledge that allows people

to navigate through the cyberspace environment and make its contents

understandable to the human senses in the form of written language, pictures

and sound.

People are adding to cyberspace -- creating it, defining it, expanding it -- at

a rate that is already explosive and getting faster. Faster computers, cheaper

means of electronic storage, improved software and more capable communications

channels (satellites, fiber-optic lines) -- each of these factors independently

add to cyberspace. But the real explosion comes from the combination of all of

them, working together in ways we still do not understand.

The bioelectronic _frontier_ is an appropriate metaphor for what is happening

in cyberspace, calling to mind as it does the spirit of invention and discovery

that led ancient mariners to explore the world, generations of pioneers to tame

the American continent and, more recently, to man's first exploration of outer

space.

But the exploration of cyberspace brings both greater opportunity, and in some

ways more difficult challenges, than any previous human adventure.

Cyberspace is the land of knowledge, and the exploration of that land can be a

civilization's truest, highest calling. The opportunity is now before us to

empower every person to pursue that calling in his or her own way.

The challenge is as daunting as the opportunity is great. The Third Wave has

profound implications for the nature and meaning of property, of the

marketplace, of community and of individual freedom. As it emerges, it shapes

new codes of behavior that move each organism and institution -- family,

neighborhood, church group, company, government, nation -- inexorably beyond

standardization and centralization, as well as beyond the materialist's

obsession with energy, money and control.

Turning the economics of mass-production inside out, new information

technologies are driving the financial costs of diversity -- both product and

personal -- down toward zero, "demassifying" our institutions and our culture.

Accelerating demassification creates the potential for vastly increased human

freedom.

It also spells the death of the central institutional paradigm of modern life,

the bureaucratic organization. (Governments, including the American government,

are the last great redoubt of bureaucratic power on the face of the planet, and

for them the coming change will be profound and probably traumatic.)

In this context, the one metaphor that is perhaps least helpful in thinking

about cyberspace is -- unhappily -- the one that has gained the most currency:

The Information Superhighway. Can you imagine a phrase less descriptive of the

nature of cyberspace, or more misleading in thinking about its implications?

Consider the following set of polarities:

_Information Superhighway_ / _Cyberspace_

Limited Matter / Unlimited Knowledge

Centralized / Decentralized

Moving on a grid / Moving in space

Government ownership / A vast array of ownerships

Bureaucracy / Empowerment

Efficient but not hospitable / Hospitable if you customize it

Withstand the elements / Flow, float and fine-tune

Unions and contractors / Associations and volunteers

Liberation from First Wave / Liberation from Second Wave

Culmination of Second Wave / Riding the Third Wave

The highway analogy is all wrong," explained Peter Huber in Forbes this spring,

"for reasons rooted in basic economics. Solid things obey immutable laws of

conservation -- what goes south on the highway must go back north, or you end

up with a mountain of cars in Miami. By the same token, production and

consumption must balance. The average Joe can consume only as much wheat as the

average Jane can grow. Information is completely different. It can be

replicated at almost no cost -- so every individual can (in theory) consume

society's entire output. Rich and poor alike, we all run information deficits.

We all take in more than we put out."

THE NATURE AND OWNERSHIP OF PROPERTY

Clear and enforceable property rights are essential for markets to work.

Defining them is a central function of government. Most of us have "known" that

for a long time. But to create the new cyberspace environment is to create _new

_ property -- that is, new means of creating goods (including ideas) that serve

people.

The property that makes up cyberspace comes in several forms: Wires, coaxial

cable, computers and other "hardware"; the electromagnetic spectrum; and

"intellectual property" -- the knowledge that dwells in and defines cyberspace.

In each of these areas, two questions that must be answered. First, what does

"ownership" _mean_? What is the nature of the property itself, and what does it

mean to own it? Second, once we understand what ownership means, _who_ is the

owner? At the level of first principles, should ownership be public (i.e.

government) or private (i.e. individuals)?

The answers to these two questions will set the basic terms upon which America

and the world will enter the Third Wave. For the most part, however, these

questions are not yet even being asked. Instead, at least in America,

governments are attempting to take Second Wave concepts of property and

ownership and apply them to the Third Wave. Or they are ignoring the problem

altogether.

For example, a great deal of attention has been focused recently on the nature

of "intellectual property" -- i.e. the fact that knowledge is what economists

call a "public good," and thus requires special treatment in the form of

copyright and patent protection.

Major changes in U.S. copyright and patent law during the past two decades have

broadened these protections to incorporate "electronic property." In essence,

these reforms have attempted to take a body of law that originated in the 15th

century, with Gutenberg's invention of the printing press, and apply it to the

electronically stored and transmitted knowledge of the Third Wave.

A more sophisticated approach starts with recognizing how the Third Wave has

fundamentally altered the nature of knowledge as a "good," and that the

operative effect is not technology per se (the shift from printed books to

electronic storage and retrieval systems), but rather the shift from a

mass-production, mass-media, mass-culture civilization to a demassified

civilization.

The big change, in other words, is the demassification of actionable knowledge.

The dominant form of new knowledge in the Third Wave is perishable, transient, _

customized_ knowledge: The right information, combined with the right software

and presentation, at precisely the right time. Unlike the mass knowledge of the

Second Wave -- "public good" knowledge that was useful to everyone because most

people's information needs were standardized -- Third Wave customized knowledge

is by nature a private good.

If this analysis is correct, copyright and patent protection of knowledge (or

at least many forms of it) may no longer be unnecessary. In fact, the

marketplace may already be creating vehicles to compensate creators of

customized knowledge outside the cumbersome copyright/patent process, as

suggested last year by John Perry Barlow:

"One existing model for the future conveyance of intellectual property is

real-time performance, a medium currently used only in theater, music,

lectures, stand-up comedy and pedagogy. I believe the concept of performance

will expand to include most of the information economy, from multi-casted

soap operas to stock analysis. In these instances, commercial exchange will

be more like ticket sales to a continuous show than the purchase of discrete

bundles of that which is being shown. The other model, of course, is service.

The entire professional class -- doctors, lawyers, consultants, architects,

etc. -- are already being paid directly for their intellectual property. Who

needs copyright when you're on a retainer?"

Copyright, patent and intellectual property represent only a few of the

"rights" issues now at hand. Here are some of the others:

* Ownership of the electromagnetic spectrum, traditionally considered to be

"public property," is now being "auctioned" by the Federal Communications

Commission to private companies. Or is it? Is the very limited "bundle of

rights" sold in those auctions really property, or more in the nature of a use

permit -- the right to use a part of the spectrum for a limited time, for

limited purposes? In either case, are the rights being auctioned defined in a

way that makes technological sense?

* Ownership over the infrastructure of wires, coaxial cable and fiber-optic

lines that are such prominent features in the geography of cyberspace is today

much less clear than might be imagined. Regulation, especially price

regulation, of this property can be tantamount to confiscation, as America's

cable operators recently learned when the Federal government imposed price

limits on them and effectively confiscated an estimated $___ billion of their

net worth. (Whatever one's stance on the FCC's decision and the law behind it,

there is no disagreeing with the proposition that one's ownership of a good is

less meaningful when the government can step in, at will, and dramatically

reduce its value.)

* The nature of capital in the Third Wave -- tangible capital as well as

intangible -- is to depreciate in real value much faster than industrial-age

capital -- driven, if nothing else, by Moore's Law, which states that the

processing power of the microchip doubles at least every 18 _months_. Yet

accounting and tax regulations still require property to be depreciated over

periods as long as 30 _years_. The result is a heavy bias in favor of "heavy

industry" and against nimble, fast-moving baby businesses.

Who will define the nature of cyberspace property rights, and how? How can we

strike a balance between interoperable open systems and protection of property?

THE NATURE OF THE MARKETPLACE

Inexpensive knowledge destroys economies-of-scale. Customized knowledge permits

"just in time" production for an ever rising number of goods. Technological

progress creates new means of serving old markets, turning

one-time monopolies into competitive battlegrounds.

These phenomena are altering the nature of the marketplace, not just for

information technology but for all goods and materials, shipping and services.

In cyberspace itself, market after market is being transformed by technological

progress from a "natural monopoly" to one in which competition is the rule.

Three recent examples:

* The market for "mail" has been made competitive by the development of fax

machines and overnight delivery -- even though the "private express statutes"

that technically grant the U.S. Postal Service a monopoly over mail delivery

remain in place.

* During the past 20 years, the market for television has been transformed

from one in which there were at most a few broadcast TV stations to one in

which consumers can choose among broadcast, cable and satellite services.

* The market for local telephone services, until recently a monopoly based on

twisted-pair copper cables, is rapidly being made competitive by the advent of

wireless service and the entry of cable television into voice communication. In

England, Mexico, New Zealand and a host of developing countries, government

restrictions preventing such competition have already been removed and

consumers actually have the freedom to choose.

The advent of new technology and new products creates the potential for _

dynamic competition_ -- competition between and among technologies and

industries, each seeking to find the best way of serving customers' needs.

Dynamic competition is different from static competition, in which many

providers compete to sell essentially similar products at the lowest price.

Static competition is good, because it forces costs and prices to the lowest

levels possible for a given product. Dynamic competition is better, because it

allows competing technologies and new products to challenge the old ones and,

if they really are better, to replace them. Static competition might lead to

faster and stronger horses. Dynamic competition gives us the automobile.

Such dynamic competition -- the essence of what Austrian economist Joseph

Schumpeter called "creative destruction" -- creates winners and losers on a

massive scale. New technologies can render instantly obsolete billions of

dollars of embedded infrastructure, accumulated over decades. The

transformation of the U.S. computer industry since 1980 is a case in point.

In 1980, everyone knew who led in computer technology. Apart from the

minicomputer boom, mainframe computers _were_ the market, and America's

dominance was largely based upon the position of a dominant vendor -- IBM, with

over 50% world market-share.

Then the personal-computing industry exploded, leaving older-style

big-business-focused computing with a stagnant, piece of a burgeoning total

market. As IBM lost market-share, many people became convinced that America had

lost the ability to compete. By the mid-1980s, such alarmism had reached from

Washington all the way into the heart of Silicon Valley.

But the real story was the renaissance of American business and technological

leadership. In the transition from mainframes to PCs, a vast new market was

created. This market was characterized by dynamic competition consisting of

easy access and low barriers to entry. Start-ups by the dozens took on the

larger established companies -- and won.

After a decade of angst, the surprising outcome is that America is not only

competitive internationally, but, by any measurable standard, America dominates

the growth sectors in world economics -- telecommunications, microelectronics,

computer networking (or "connected computing") and software systems and

applications.

The reason for America's victory in the computer wars of the 1980s is that

dynamic competition was allowed to occur, in an area so breakneck and pell-mell

that government would've had a hard time controlling it _even had it been

paying attention_. The challenge for policy in the 1990s is to permit, even

encourage, dynamic competition in every aspect of the cyberspace marketplace.

THE NATURE OF FREEDOM

Overseas friends of America sometimes point out that the U.S. Constitution is

unique -- because it states explicitly that power resides with the people, who

delegate it to the government, rather than the other way around.

This idea -- central to our free society -- was the result of more than 150

years of intellectual and political ferment, from the Mayflower Compact to the

U.S. Constitution, as explorers struggled to establish the terms under which

they would tame a new frontier.

And as America continued to explore new frontiers -- from the Northwest

Territory to the Oklahoma land-rush -- it consistently returned to this

fundamental principle of rights, reaffirming, time after time, that power

resides with the people.

Cyberspace is the latest American frontier. As this and other societies make

ever deeper forays into it, the proposition that ownership of this frontier

resides first _with the people_ is central to achieving its true potential.

To some people, that statement will seem melodramatic. America, after all,

remains a land of individual freedom, and this freedom clearly extends to

cyberspace. How else to explain the uniquely American phenomenon of the hacker,

who ignored every social pressure and violated every rule to develop a set of

skills through an early and intense exposure to low-cost, ubiquitous computing.

Those skills eventually made him or her highly marketable, whether in

developing applications-software or implementing networks. The hacker became a

technician, an inventor and, in case after case, a creator of new wealth in the

form of the baby businesses that have given America the lead in cyberspatial

exploration and settlement.

It is hard to imagine hackers surviving, let alone thriving, in the more

formalized and regulated democracies of Europe and Japan. In America, they've

become vital for economic growth and trade leadership. Why? Because Americans

still celebrate individuality over conformity, reward achievement over

consensus and militantly protect the right to be different.

But the need to affirm the basic principles of freedom is real. Such an

affirmation is needed in part because we are entering new territory, where

there are as yet no rules -- just as there were no rules on the American

continent in 1620, or in the Northwest Territory in 1787.

Centuries later, an affirmation of freedom -- by this document and similar

efforts -- is needed for a second reason: We are at the end of a century

dominated by the mass institutions of the industrial age. The industrial age

encouraged _conformity_ and relied on _standardization_. And the institutions

of the day -- corporate and government bureaucracies, huge civilian and

military administrations, schools of all types -- reflected these priorities.

Individual liberty suffered -- sometimes only a little, sometimes a lot:

* In a Second Wave world, it might make sense for government to insist on the

right to peer into every computer by requiring that each contain a special

"clipper chip."

* In a Second Wave world, it might make sense for government to assume

ownership over the broadcast spectrum and demand massive payments from citizens

for the right to use it.

* In a Second Wave world, it might make sense for government to prohibit

entrepreneurs from entering new markets and providing new services.

* And, in a Second Wave world, dominated by a few old-fashioned, one-way media

"networks," it might even make sense for government to influence which

political viewpoints would be carried over the airwaves.

All of these interventions might have made sense in a Second Wave world, where

standardization dominated and where it was assumed that the scarcity of

knowledge (plus a scarcity of telecommunications capacity) made bureaucracies

and other elites better able to make decisions than the average person.

But, whether they made sense before or not, these and literally thousands of

other infringements on individual rights now taken for granted make no sense at

all in the Third Wave.

For a century, those who lean ideologically in favor of freedom have found

themselves at war not only with their ideological opponents, but with a time in

history when the value of conformity was at its peak. However desirable as an

ideal, individual freedom often seemed impractical. The mass institutions of

the Second Wave required us to give up freedom in order for the system to

"work."

The coming of the Third Wave turns that equation inside-out. The complexity of

Third Wave society is too great for any centrally planned bureaucracy to

manage. Demassification, customization, individuality, freedom -- these are the

keys to success for Third Wave civilization.

THE ESSENCE OF COMMUNITY

If the transition to the Third Wave is so positive, why are we experiencing so

much anxiety? Why are the statistics of social decay at or near all-time highs?

Why does cyberspatial "rapture" strike millions of prosperous Westerners as

lifestyle _rupture_? Why do the principles that have held us together as a

nation seem no longer sufficient -- or even wrong?

The incoherence of political life is mirrored in disintegrating personalities.

Whether 100% covered by health plans or not, psychotherapists and gurus do a

land-office business, as people wander aimlessly amid competing therapies.

People slip into cults and covens or, alternatively, into a pathological

privatism, convinced that reality is absurd, insane or meaningless. "If things

are so good," Forbes magazine asked recently, "why do we feel so bad?"

In part, this is why: Because we constitute the final generation of an old

civilization and, at the very same time, the first generation of a new one.

Much of our personal confusion and social disorientation is traceable to

conflict _within us_ and within our political institutions -- between the dying

Second Wave civilization and the emergent Third Wave civilization thundering in

to take its place.

Second Wave ideologues routinely lament the breakup of mass society. Rather

than seeing this enriched diversity as an opportunity for human development,

they attach it as "fragmentation" and "balkanization." But to reconstitute

democracy in Third Wave terms, we need to jettison the frightening but false

assumption that more diversity automatically brings more tension and conflict

in society.

Indeed, the exact reverse can be true: If 100 people all desperately want the

same brass ring, they may be forced to fight for it. On the other hand, if each

of the 100 has a different objective, it is far more rewarding for them to

trade, cooperate, and form symbiotic relationships. Given appropriate social

arrangements, diversity can make for a secure and stable civilization.

No one knows what the Third Wave communities of the future will look like, or

where "demassification" will ultimately lead. It is clear, however, that

cyberspace will play an important role knitting together in the diverse

communities of tomorrow, facilitating the creation of "electronic

neighborhoods" bound together not by geography but by shared interests.

Socially, putting advanced computing power in the hands of entire populations

will alleviate pressure on highways, reduce air pollution, allow people to live

further away from crowded or dangerous urban areas, and expand family time.

The late Phil Salin (in Release 1.0 11/25/91) offered this perspective: "[B]y

2000, multiple cyberspaces will have emerged, diverse and increasingly rich.

Contrary to naive views, these cyberspaces will not all be the same, and they

will not all be open to the general public. The global network is a connected

'platform' for a collection of diverse communities, but only a loose,

heterogeneous community itself. Just as access to homes, offices, churches and

department stores is controlled by their owners or managers, most virtual

locations will exist as distinct places of private property."

"But unlike the private property of today," Salin continued, "the potential

variations on design and prevailing customs will explode, because many

variations can be implemented cheaply in software. And the 'externalities'

associated with variations can drop; what happens in one cyberspace can be kept

from affecting other cyberspaces."

"Cyberspaces" is a wonderful _pluralistic_ word to open more minds to the Third

Wave's civilizing potential. Rather than being a centrifugal force helping to

tear society apart, cyberspace can be one of the main forms of

glue holding together an increasingly free and diverse society.

THE ROLE OF GOVERNMENT

The current Administration has identified the right goal: Reinventing

government for the 21st Century. To accomplish that goal is another matter,

and for reasons explained in the next and final section, it is not likely to

be fully accomplished in the immediate future. This said, it is essential that

we understand what it really means to create a Third Wave government and begin

the process of transformation.

Eventually, the Third Wave will affect virtually everything government does.

The most pressing need, however, is to revamp the policies and programs that

are slowing the creation of cyberspace. Second Wave programs for Second Wave

industries -- the status quo for the status quo -- will do little damage in the

short run. It is the government's efforts to apply its Second Wave modus

operandi to the fast-moving, decentralized creatures of the Third Wave that is

the real threat to progress. Indeed, if there is to be an "industrial policy

for the knowledge age," it should focus on removing barriers to competition and

massively deregulating the fast-growing telecommunications and computing

industries.

One further point should be made at the outset: Government should be as strong

and as big as it needs to be to accomplish its central functions effectively

and efficiently. The reality is that a Third Wave government will be vastly

smaller (perhaps by 50 percent or more) than the current one -- this is an

inevitable implication of the transition from the centralized power structures

of the industrial age to the dispersed, decentralized institutions of the

Third. But smaller government does not imply weak government; nor does arguing

for smaller government require being "against" government for narrowly

ideological reasons.

Indeed, the transition from the Second Wave to the Third Wave will require a

level of government _activity_ not seen since the New Deal. Here are five

proposals to back up the point.

1. The Path to Interactive Multimedia Access

The "Jeffersonian Vision" offered by Mitch Kapor and Jerry Berman has propelled

the Electronic Frontier Foundation's campaign for an "open platform" telecom

architecture:

"The amount of electronic material the superhighway can carry is dizzying,

compared to the relatively narrow range of broadcast TV and the limited number

of cable channels. Properly constructed and regulated, it could be

open to all who wish to speak, publish and communicate. None of the interactive

services will be possible, however, if we have an eight-lane data superhighway

rushing into every home and only a narrow footpath coming back out. Instead of

settling for a multimedia version of the same entertainment that is

increasingly dissatisfying on today's TV, we need a superhighway that

encourages the production and distribution of a broader, more diverse range

of programming" (New York Times 11/24/93 p. A25).

The question is: What role should government play in bringing this vision to

reality? But also: Will incentives for the openly-accessible, "many to many,"

national multimedia network envisioned by EFF harm the rights of those now

constructing thousands of non-open local area networks?

These days, interactive multimedia is the daily servant only of avant-garde

firms and other elites. But the same thing could have been said about

word-processors 12 years ago, or phone-line networks six years ago. Today we

have, in effect, universal access to personal computing -- which no political

coalition ever subsidized or "planned." And America's _networking_ menu is in a

hyper-growth phase. Whereas the accessing software cost $50 two years ago,

today the same companies hand it out free -- to get more people on-line.

This egalitarian explosion has occurred in large measure because government has

stayed out of these markets, letting personal computing take over while

mainframes rot (almost literally) in warehouses, and allowing (no doubt more by

omission than commission) computer networks to grow, free of the kinds of

regulatory restraints that affect phones, broadcast and cable.

All of which leaves reducing barriers to entry and innovation as the only

effective near-term path to Universal Access. In fact, it can be argued that a

near-term national interactive multimedia network is impossible unless

regulators permit much greater collaboration between the cable industry and

phone companies. The latter's huge fiber resources (nine times as extensive as

industry fiber and rising rapidly) could be joined with the huge asset of

57 million broadband links (i.e. into homes now receiving cable-TV service) to

produce a new kind of national network -- multimedia, interactive and (as costs

fall) increasingly accessible to Americans of modest means.

That is why obstructing such collaboration -- in the cause of forcing a

competition between the cable and phone industries -- is socially elitist. To

the extent it prevents collaboration between the cable industry and the phone

companies, present federal policy actually thwarts the Administration's own

goals of access and empowerment.

The other major effect of prohibiting the "manifest destiny" of cable preserves

the broadcast (or narrowband) television model. In fact, stopping an

interactive multimedia network perpetuates John Malone's original formula --

which everybody (especially Vice-President Gore and the FCC) claims to oppose

because of the control it leaves with system owners and operators.

The key condition for replacing Malone's original narrowband model is true

bandwidth abundance. When the federal government prohibits the interconnection

of conduits, the model gains a new lease on life. In a world

of bandwidth scarcity, the owner of the conduit not only can but must control

access to it -- thus the owner of the conduit also shapes the content. It

really doesn't matter who the owner is. Bandwidth scarcity will require the

managers of the network to determine the video programming on it.

Since cable is everywhere, particularly within cities, it would allow a closing

of the gap between the knowledge-rich and knowledge-poor. Cable's broadband

"pipes" _already_ touch almost two-thirds of American households (and are

easily accessible to another one-fourth). The phone companies have broadband

fiber. A hybrid network -- co-ax plus fiber -- is the best means to the next

generation of cyberspace expansion. What if this choice is blocked?

In that case, what might be called cyberspace democracy will be confined to the

computer industry, where it will arise from the Internet over the years, led by

corporate and suburban/exurban interests. While not a technological calamity,

this might be a _social_ perversion equivalent to what "Japan Inc." did to its

middle and lower classes for decades: Make them pay 50% more for the same

quality vehicles that were gobbling up export markets.

Here's the parallel: If Washington forces the phone companies and cable

operators to develop supplementary and duplicative networks, most other

advanced industrial countries will attain cyberspace democracy -- via an

interactive multimedia "open platform" -- before America does, despite this

nation's technological dominance.

Not only that, but the long-time alliance of East Coast broadcasters and

Hollywood glitterati will have a new lease on life: If their one-way video

empires win new protection, millions of Americans will be deprived of the tools

to help build a new interactive multimedia culture.

A contrived competition between phone companies and cable operators will not

deliver the two-way, multimedia and more civilized tele-society Kapor and

Berman sketch. Nor is it enough to simply "get the government out of the way."

Real issues of antitrust must be addressed, and no sensible framework exists

today for addressing them. Creating the conditions for universal access to

interactive multimedia will require a fundamental rethinking of government

policy.

2. Promoting Dynamic Competition

Technological progress is turning the telecommunications marketplace from one

characterized by "economies of scale" and "natural monopolies" into a

prototypical competitive market. The challenge for government is to encourage

this shift -- to create the circumstances under which new competitors and new

technologies will challenge the natural monopolies of the past.

Price-and-entry regulation makes sense for natural monopolies. The tradeoff is

a straightforward one: The monopolist submits to price regulation by the state,

in return for an exclusive franchise on the market.

But what happens when it becomes economically desirable to have more than one

provider in a market? The continuation of regulation under these circumstances

stops progress in its tracks. It prevents new entrants from introducing new

technologies and new products, while depriving the regulated monopolist of any

incentive to do so on its own.

Price-and-entry regulation, in short, is the antithesis of dynamic competition.

The alternative to regulation is antitrust. Antitrust law is designed to

prevent the acts and practices that can lead to the creation of new monopolies,

or harm consumers by forcing up prices, limiting access to competing products

or reducing service quality. Antitrust law is the means by which America has,

for over 120 years, fostered competition in markets where many providers can

and should compete.

The market for telecommunications services -- telephone, cable, satellite,

wireless -- is now such a market. The implication of this simple fact is also

simple, and price/entry regulation of telecommunications services -- by state

and local governments as well as the Federal government -- should therefore be

replaced by antitrust law as rapidly as possible.

This transition will not be simple, and it should not be instantaneous. If

antitrust is to be seriously applied to telecommunications, some government

agencies (e.g. the Justice Department's Antitrust Division) will need new types

of expertise. And investors in regulated monopolies should be permitted time to

re-evaluate their investments given the changing nature of the legal conditions

in which these firms will operate -- a luxury not afforded the cable industry

in recent years.

This said, two additional points are important. First, delaying implementation

is different from delaying enactment. The latter should be immediate, even if

the former is not. Secondly, there should be no half steps. Moving from a

regulated environment to a competitive one is -- to borrow a cliche -- like

changing from driving on the left side of the road to driving on the right: You

can't do it gradually.

3. Defining and Assigning Property Rights

In 1964, libertarian icon Ayn Rand wrote:

"It is the proper task of government to protect individual rights and, as part

of it, formulate the laws by which these rights are to be implemented and

adjudicated. It is the government's responsibility to define the

application of individual rights to a given sphere of activity -- to define

(i.e. to identify), not create, invent, donate, or expropriate. The question of

defining the application of property rights has arisen frequently, in the wake

of oil rights, vertical space rights, etc. In most cases, the American

government has been guided by the proper principle: It sought to protect all

the individual rights involved, not to abrogate them." ("The Property Status

of the Airwaves," Objectivist Newsletter, April 1964)

Defining property rights in cyberspace is perhaps the single most urgent and

important task for government information policy. Doing so will be a complex

task, and each key area -- the electromagnetic spectrum, intellectual property,

cyberspace itself (including the right to privacy) -- involves unique

challenges. The important points here are:

First, this is a "central" task of government. A Third Wave government will

understand the importance and urgency of this undertaking and begin seriously

to address it; to fail to do so is to perpetuate the politics and policy of the

Second Wave.

Secondly, the key principle of ownership by the people -- private ownership --

should govern every deliberation. Government does not own cyberspace, the

people do.

Thirdly, clarity is essential. Ambiguous property rights are an invitation to

litigation, channeling energy into courtrooms that serve no customers and

create no wealth. From patent and copyright systems for software, to challenges

over the ownership and use of spectrum, the present system is failing in this

simple regard.

The difference between America's historic economic success can, in case after

case, be traced to our wisdom in creating and allocating clear, enforceable

property rights. The creation and exploration of cyberspace requires that

wisdom to be recalled and reaffirmed.

4. Creating Pro-Third-Wave Tax and Accounting Rules

We need a whole set of new ways of accounting, both at the level of the

enterprise, and of the economy.

"GDP" and other popular numbers do nothing to clarify the magic and muscle of

information technology. The government has not been very good at measuring

service-sector output, and almost all institutions are incredibly bad at

measuring the productivity of _information_. Economists are stuck with a set of

tools designed during, or as a result of, the 1930s. So they have been

measuring less and less important variables with greater and greater precision.

At the level of the enterprise, obsolete accounting procedures cause us to

systematically _overvalue_ physical assets (i.e. property) and _undervalue_

human-resource assets and intellectual assets. So, if you are an inspired young

entrepreneur looking to start a software company, or a service company of some

kind, and it is heavily information-intensive, you will have a harder time

raising capital than the guy next door who wants to put in a set of beat-up old

machines to participate in a topped-out industry.

On the tax side, the same thing is true. The tax code always reflects the

varying lobbying pressures brought to bear on government. And the existing tax

code was brought into being by traditional manufacturing enterprises and the

allied forces that arose during the assembly line's heyday.

The computer industry correctly complains that half their product is

depreciated in six months or less -- yet they can't depreciate it for tax

purposes. The U.S. semiconductor industry faces five-year depreciation

timetables for products that have three-year lives (in contrast to Japan, where

chipmakers can write off their fabrication plants in one year). Overall, the

tax advantage remains with the long, rather than the short, product life-cycle,

even though the latter is where all design and manufacturing are trending.

It is vital that accounting and tax policies -- both those promulgated by

private-sector regulators like the Financial Accounting Standards Board and

those promulgated by the government at the IRS and elsewhere -- start to

reflect the shortened capital life-cycles of the Knowledge Age, and the

increasing role of _intangible_ capital as "wealth."

5. Creating a Third Wave Government

Going beyond cyberspace policy per se, government must remake itself and

redefine its relationship to the society at large. No single set of policy

changes that can create a future-friendly government. But there are some

yardsticks we can apply to policy proposals. Among them:

_Is it based on the factory model, i.e. on standardization, routine and

mass-production_? If so, it is a Second Wave policy. Third Wave policies

encourage uniqueness.

_Does it centralize control_? Second Wave policies centralize power in

bureaucratic institutions; Third Wave policies work to spread power -- to

empower those closest to the decision.

_Does it encourage geographic concentration_? Second Wave policies encourage

people to congregate physically; Third Wave policies permit people to work at

home, and to live wherever they choose.

_Is it based on the idea of mass culture -- of everyone watching the same

sitcoms on television -- or does it permit, even encourage, diversity within a

broad framework of shared values_? Third Wave policies will help transform

diversity from a threat into an array of opportunities.

A serious effort to apply these tests to every area of government activity --

from the defense and intelligence community to health care and education --

would ultimately produce a complete transformation of government as we know it.

Since that is what's needed, let's start applying.

GRASPING THE FUTURE

The conflict between Second Wave and Third Wave groupings is the central

political tension cutting through our society today. The more basic political

question is not who controls the last days of industrial society, but who

shapes the new civilization rapidly rising to replace it. Who, in other words,

will shape the nature of cyberspace and its impact on our lives and

institutions?

Living on the edge of the Third Wave, we are witnessing a battle not so much

over the nature of the future -- for the Third Wave will arrive -- but over the

nature of the transition. On one side of this battle are the partisans of

the industrial past. On the other are growing millions who recognize that the

world's most urgent problems can no longer be resolved within the massified

frameworks we have inherited.

The Third Wave sector includes not only high-flying computer and electronics

firms and biotech start-ups. It embraces advanced, information-driven

manufacturing in every industry. It includes the increasingly data-drenched

services -- finance, software, entertainment, the media, advanced

communications, medical services, consulting, training and learning. The people

in this sector will soon be the dominant constituency in American politics.

And all of those confront a set of constituencies made frightened and defensive

by their mainly Second Wave habits and locales: Command-and-control regulators,

elected officials, political opinion-molders, philosophers mired in

materialism, traditional interest groups, some broadcasters and newspapers --

and every major institution (including corporations) that believes its future

is best served by preserving the past.

For the time being, the entrenched powers of the Second Wave dominate

Washington and the statehouses -- a fact nowhere more apparent than in the 1993

infrastructure bill: Over $100 billion for steel and cement, versus one lone

billion for electronic infrastructure. Putting aside the question of whether

the government should be building electronic infrastructure in the first place,

the allocation of funding in that bill shows the Second Wave

swamping the Third.

Only one political struggle so far contradicts the landscape offered in this

document, but it is a big one: Passage of the North American Free Trade

Agreement last November. This contest carried both sides beyond partisanship,

beyond regionalism, and -- after one climactic debate on CNN -- beyond

personality. The pro-NAFTA coalition opted to serve the opportunity instead of

the problem, and the future as opposed to the past. That's why it constitutes a

standout model for the likely development of a Third Wave political dialectic.

But a "mass movement" for cyberspace is still hard to see. Unlike the "masses"

during the industrial age, this rising Third Wave constituency is highly

diverse. Like the economic sectors it serves, it is demassified -- composed of

individuals who prize their differences. This very heterogeneity contributes to

its lack of political awareness. It is far harder to unify than the masses of

the past.

Yet there are key themes on which this constituency-to-come can agree. To start

with, liberation -- from Second Wave rules, regulations, taxes and laws laid in

place to serve the smokestack barons and bureaucrats of the past. Next, of

course, must come the creation -- creation of a new civilization, founded in

the eternal truths of the American Idea.

It is time to embrace these challenges, to grasp the future and pull ourselves

forward. If we do so, we will indeed renew the American Dream and enhance the

promise of American life.

EpilogoEpilogoEpilogoEpilogoEpilogo

Ma é proprio detto che il pozzo delle bugie non sia oggi quello della verità? Ma é proprio detto che nel più bel paese del mondo si debba essere così sottilmente infelici, così appestati di passato? Che cosa ci rende schiavi? Chi?

Dov'é il nostro passato? In una memoria che abbiamo qui. In una memoria di fatti successi e non successi, di pericoli scampati, di fantasmi viventi o morenti. Di fatti riconnessi. Di Comprensione. Di Compassione. Di Amore attivo.

E l'amore attivo, pur con tutte le sue veroniche, è ancora il nostro vecchio, consunto e bistrattato povero Cristo. Sia lode a Lui. A Lui che è il nostro vecchio spirito, dentro di noi, che mai morirà.

Che cosa ci manca per essere felici? Noi stessi, freschi.

Eccoci qui. Di nuovo.

P.S. Le mie scuse a tutte le Veroniche d'Italia

P.S. Le mie scuse a tutte le Veroniche d'Italia

Il velo della Veronica è solo una metafora. Magari, tra cento anni, scopriremo che il velo, come anticamente fu detto per quello di Iside, nascondeva non solo gli errori del passato, ma anche la speranza del futuro. E il nome Veronica, uno dei più belli del Mediterraneo, ci diverrà ancora più caro.

Giuseppe Caravita

[1]favoletta di pura fantasia. Ogni riferimento a fatti o persone realamente avvenuti o esistenti é puramente casuale.

[2]Robert. M. Pirsig: <Lila>, Adelphi, 1992.

[3] Mi riferisco e cito due suoi articoli comparsi su "L'Espresso" nell'agosto 1993.

[4] Per una indagine storico-giornalistica sul velo della Veronica vale il libro di Ian Wilson <Holy Faces, Secret Places> edito da Corgi Books nel 1991. Si tratta di una ricerca piuttosto esauriente di questo aspetto nascosto del Vaticano e della sua storia.

[5] C'é una vasta produzione in corso seguita alla (faticosa e tormentata) pubblicazione dei documenti ritrovati nelle grotte circostanti Qumran, la sede centrale della comunità Essena ebrea dei tempi di Gesù. In particolare vale lo studio di Barbara Thiering, archeologa australiana, in "Jesus the man", Corgi Books 1992, che ha decodificato i rotoli secondo la particolare scrittura simbolico-segreta ebraica, il Pesher, ricavandone una ricostruzione della vita di Gesù e dei primi cristiani quantomai suggestiva. Mentre Hugh Schonfield, uno dei più noti specialisti israeliani, già dieci anni prima arrivava a conclusioni analoghe. Gesù era parte di una organizzazione politico-religiosa ebraica già ramificata in tutto l'Impero Romano (via Diaspora) e portatrice di un progetto di "evangelizzazione" al monoteismo già operante prima della sua nascita. Tesi, si badi, che a mio avviso non é necessariamente in contrasto fondamentale con il Dogma cattolico.

[6] "La svizzera lava più bianco" di Jean Ziegler, Mondadori 1990

[7] Si veda la biografia Gioacchino Murat ad opera di ..... Martino, Mondadori,...

[8] Gli uomini del disonore....Mondadori

[9] "Gladio, P2, Falange, é il filo nero delle Stragi", La Repubblica dell'8 luglio 1994 a pag. 14, articolo di Luigi Spezia

[10]Per me, che Gesù fosse figlio diretto di Dio o figlio indiretto, tramite una trasmissione e una sintesi culturale indubbiamente divina, in fondo é lo stesso. Dio é nell'ambiente, nel Dna, nel codice genetico del mondo, di noi e dell'universo. E Gesù, l'ebreo innovatore di sangue reale (quantomeno) fornì al Mediterraneo parole nuove. Per molti aspetti simili a quelle espresse in India da Gotama il Buddha 500 anni prima (e gli Esseni avevano una comunità in Kashmir...).

[11]Devo questa idea a uno dei maggiori scienziati del software che lavora negli Usa. Ma si tratta di un indiano, con l'occhio lungo della sua razza.

[12]L'intero capitolo é stato riscritto in base a due articoli, comparsi sabato 27 agosto su due quotidiani.

Il primo, <Trasformisti d'Italia> di Alberto Asor Rosa traccia un'analisi della rivoluzione del 1992 che ha un gran numero di punti di somiglianza con quella tentata qui. Il "trasformismo" di Asor Rosa individuato come la costante etico-politica del sistema italiano assomiglia molto al gioco delle Veroniche. La tesi di una rivoluzione a metà é comune. La centralità della riforma verso un'autentica democrazia anche (Asor Rosa parla giustamente di Malademocrazia). Assolutamente cruciale il passaggio in cui Asor Rosa nota come il nuovo blocco formatosi intorno a Berlusconi (quella che chiamo <l'Italia degli spintoni>) sia oggi estraneo sia alle forze produttive che al capitale imprenditoriale italiano. Di qui, quasi naturale proseguimento della sua analisi, la mia proposta di un <patto sociale per la qualità> fondato sulla produzione di nuova ricchezza, l'apertura del paese dall'ingessamento politico-democratico e economico, il riassorbimento del tumore evasione-debito pubblico.

Il secondo articolo, comparso su "La repubblica" lo stesso giorno, a firma di Paolo Sylos-Labini e dal titolo "La Riforma dello Stato" ha il pregio di ricordare, in modo molto lineare, la più semplice strategia oggi possibile: l'accordo tra le parti sociali (che già Amato e Ciampi avevano impostato con buone premesse) su un programma di risanamento. Su questo filone lineare, costituito dall'analisi storico-politica di Asor Rosa e lo scenario da economista di Silos-Labini ho riformulato tutte le mie idee riguardanti il "Purgatorio italiano" (ovvero la fase di transizione che comunque ci aspetta) riuscendo a eliminarne il precedente tono caotico.

[13] si veda Robert L. John, Dante Templare, Hoepli, 1987. Opera scritta da un ecclesiastico nel 1946, scampata per un pelo all'Indice (che vale ancora per gli scritti dei religiosi) e finalmente pubblicata in Italia alla fine degli anni Ottanta.

[14] Devo a Massimo Cacciari, dal suo intervento al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini nell'estate del 1994, le idee che hanno fatto da catalizzatore di questa sezione.

[15] Si veda la splendida opera in quatro volumi di Mario Silvestri: La decadenza dell'Europa Occidentale, Einaudi,1982

[16] Fu quasi scomunicato e messo all'indice questo geniale paleontologo gesuita i cui scritti sono stati pubblicati dal Saggiatore grazie ad uno speciale comitato internazionale. A mio avviso si tratta, per l'intera opera di Theilard de Chardin, di uno dei punti più alti dell'intero pensiero occidentale. Il mio, da nano, é solo un maldesro tentativo di mettermi sulle spalle del gigante


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