FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL SEGRETO

Claudio Mauri




L'impresa dei tre ragazzi cominciò come in un libro di avventure. Nel quartiere di periferia c'era un maledetto vento che aveva fatto rintanare tutti in casa e nel cielo una luna piena che faceva ululare i cani. Il cuore di Marco batteva dall'emozione e a volte la paura lo avrebbe spinto a ritornare sui suoi passi; probabilmente anche Walter e Luigi avevano paura ma nessuno avrebbe mai voluto mostrare agli altri la propria debolezza. Conoscevano benissimo la strada e l'oscurità di quel punto del quartiere non poteva confonderli; le cose si complicarono quando arrivarono all'imboccatura di un vicolo cieco. Si fermarono esitanti a considerare la situazione. Il vicolo era piuttosto lungo, chiuso in fondo da un muro di cui si intravvedeva solo la parte superiore, perché quella inferiore si confondeva nel buio. Anche il resto del vicolo era nascosto nell'ombra, qua e là si scorgevano a malapena sacchi di immondizie, bidoni sventrati e lo scheletro arrugginito di una bicicletta. Quello stretto corridoio era compreso tra i muri laterali della scuola e di una casa piuttosto alta; era un budello abbandonato, una zona morta guardata solo dagli occhi spenti di qualche finestra murata. Walter estrasse dalla tasca una piccola torcia e cominciò ad avanzare aiutandosi con la sua timida luce. Gli altri due lo seguirono. Una nauseante puzza di rifiuti era nell'aria, i ragazzi tendevano le orecchie attenti a percepire qualsiasi lieve segnale di pericolo. Ad un tratto sobbalzarono perché una sagoma nera saettò rasente il terreno: era solo un grosso topo. Ripresero ad avanzare; la fioca luce della torcia rischiarava piccoli tratti di terreno, nel cerchio pallido ogni tanto appariva qualche oggetto abbandonato: una bambola rotta, una scatola, un quadro sfondato con un residuo di paesaggio sbiadito, una sveglia senza lancette. Finalmente arrivarono di fronte al muro che chiudeva il vicolo, era di solide pietre grezze senza alcun varco, impossibile da scavalcare perché arrivava fin quasi alle grondaie dei due edifici confinanti; alla sommità cocci di bottiglia difendevano ulteriormente l'estesa quiete di qualche orto dalle incursioni di predatori notturni; più in alto ancora lo scintillio delle stelle pareva essersi fatto più nitido, come più nitido era il disegno delle costellazioni, così assurdamente lontane. Marco pensò stranamente che quel vicolo cieco assomigliava alle loro vite.
Ma quel che interessava ai ragazzi era una porticina laterale dimenticata che permetteva l'ingresso nella scuola. Walter la illuminò con la torcia: era di legno marcio, sospesa in qualche modo a dei cardini arrugginiti. Con il cuore che batteva in gola cominciarono a spingerla, facendo leva con un grosso bastone. Era come avevano pensato: la porta, come una vecchia donna di malaffare che aspetta solo di essere violata, cedette di colpo, emettendo solo un debole gemito. Si spalancò davanti a loro un varco scuro fetido di muffa; si insinuava nelle viscere del tetro edificio che occupava il centro di quel quartiere povero e periferico.
Non fu facile per i ragazzi trovare il coraggio di insinuarsi nel cunicolo e proseguire la loro impresa. Esitarono a lungo. Il primo a rompere gli indugi fu Walter che era, in un certo senso, il capo della spedizione. Gli altri due lo seguirono. Ormai era fatta. A quel punto nessuno si sarebbe più tirato indietro. Percorsero il lungo budello sempre aiutati dalla luce esitante della torcia, poi trovarono una rampa di scale che portava ai piani alti della scuola. Arrivati su un pianerottolo fu gioco facile forzare un'altra porta che era di legno tenero e cedevole. Ora erano nel grande corridoio su cui si affacciavano le aule; ai ragazzi non era mai sembrato così grande, interminabile. Procedevano a passi felpati, mentre, al loro passaggio, le ombre si ingigantivano accompagnandoli con una lenta e lugubre processione. Marco aveva la sensazione che qualcosa di terribile sarebbe capitato da un momento all'altro. Succedeva così anche agli eroi dei romanzi d'avventura? Nessuna lettura gli aveva dato l'idea del panico che accompagna l'azione. Si rese conto che stava compiendo una grande profanazione, la cosa affascinava e impauriva. Finalmente arrivarono davanti alle porte degli uffici della scuola. Entrarono e cominciarono a frugare negli scaffali. Nelle loro mani finirono registri, giudizi e pagelle che incasellavano le vite di tanti giovani. Sulle schede personali le foto spiccavano come tanti insetti conficcati e classificati nella bacheca di un entomologo. Pervasi da una strana esaltazione gettarono ogni cosa a terra radunando tutto al centro della stanza, poi, terminata l'opera, Walter accese un fiammifero e diede fuoco alle carte. I ragazzi, percorsi da un brivido eccitato, videro una piccola fiammella animarsi, dapprima stentatamente, poi via via estendersi e prendere consistenza divampando violentemente. Scoppiarono in risate e urla liberatrici, ma ben presto la situazione sfuggì loro di mano: inaspettatamente un lembo di fuoco assalì dei tendaggi che nel giro di pochi istanti si trasformarono in un grande inarrestabile rogo. Non era nelle intenzioni dei ragazzi che intendevano solo distruggere i documenti. Fuggirono spaventati mentre l'ambiente risplendeva di una luce infernale. Giunti all'aperto si sentivano come inseguiti, braccati dalla tremenda consapevolezza di avere fatto qualcosa di irreparabile.
Corsero a perdifiato per un intrico di vicoli strettissimi, attorno a loro roteavano, assieme alla polvere e alle foglie secche, confuse ombre, beffarde proiezioni dei lampioni tormentati dal vento. I profili illusori suggeriti dalla notte sembravano imprigionarli in una ragnatela. Marco avrebbe voluto urlare perché si sentiva soffocato da quella trama, dal destino che lo aveva inchiodato in quel quartiere, tra quella gente, tra quelle case buie che gli si stringevano addosso con i misteriosi sussurrii del vento. Ad un certo punto, stremati, si fermarono in una minuscola piazza, contornata da un ammasso di case decrepite che parevano appoggiarsi una all'altra per non crollare. Una lurida fontanella che faceva plic ploc, illuminata a stento dalla luce giallastra di un lampione, accresceva, assieme ad una povera pavimentazione di sassi, il senso di miseria e di abbandono di quel luogo. Lontano, terrorizzanti, bagliori rossastri, lingue di fuoco nel cielo nero. Si udì il rumore di imposte che si aprivano; figure indistinte di persone cominciarono ad affacciarsi e a gridare alla vista dell'incendio. I ragazzi si rifugiarono contro un muro, alzarono la testa cercando di inquadrare quelle confuse apparizioni celate dalle ombre sghembe della piazza, ma, solo nel tenue ritaglio luminoso di qualche finestra, si disegnavano profili incerti e traballanti. Parevano confondersi verso l'alto con la trama scura di grondaie sbilenche, tetti di lamiera e di tegole spezzate. Vi fu un momento di silenzio in cui si avvertì solamente il plic ploc della fontanella e il cigolio di un'insegna arrugginita sballottata dal vento. Poi, lacerante, il suono di un mezzo dei pompieri che si avvicinava al quartiere. I ragazzi ripresero a fuggire rasentando i muri.

***

Gli alunni erano allineati nel corridoio della scuola in attesa di essere interrogati. Un funzionario di polizia era venuto sul luogo e aveva deciso di sentire tutti, aiutato dal preside. Li facevano entrare uno ad uno. Marco, in fila con gli altri, era terrorizzato. Gli avrebbero letto tutti negli occhi, lo sapeva, come lui riusciva a leggere la paura negli occhi di Walter e Luigi. Gli altri, con l'animo libero, ridevano e scherzavano: quell'interrogatorio pareva solo un gioco che spezzava la monotonia dei giorni scolastici e offriva una pausa dalle lezioni.
Marco sentiva un peso tremendo sul petto. Era convinto che ormai sapessero già tutto e che quell'attesa interminabile altro non fosse che un gioco crudele, una tortura ancor più tremenda della punizione che sarebbe loro spettata. I ragazzi che avevano finito l'interrogatorio erano andati a giocare nel cortile; vedeva le loro figure leggere e innocenti librate nella luce e capiva che quel mondo non sarebbe più stato suo. La massa architettonica della scuola lo soffocava, era un nocciolo scuro di dolore che imprigionava la luce e rallentava il tempo fin quasi a fermarlo.
Arrivò il turno di Walter. Marco, sbirciando verso la stanza, lo vedeva di spalle ma non riusciva a sentire le voci. Per questo motivo le pause, i gesti, parevano ancor più minacciosi e indeterminati. Un grande meccanismo s'era mosso contro di loro: la storia l'aveva perfezionato distillandone sottilmente la logica, ispirata all'inesorabilità dei numeri, affilata come una lama di falce rilucente di spietatezza. L'interrogatorio durò molto tempo. Ad un certo punto il preside guardò verso il corridoio, con l'intenzione di chiamare qualcun altro, sicuramente i due complici. "Ecco, adesso è finita", pensò Marco. Ma il preside chiamò solo il nome di Luigi che entrò nella stanza pallido come uno straccio. L'interrogatorio continuò con i due. Nei volti e nei gesti del funzionario e del preside, Marco scorse un accanimento da inquisitori, un'eccitazione crescente. Avrebbe voluto aggrapparsi a quei pochi istanti che lo separavano dal baratro e fermarli per sempre. Ad un certo punto vide che la schiena di Walter si era messa a sussultare debolmente mentre con le mani si nascondeva il viso: stava piangendo. Dopo pochi istanti, anche Luigi si mise a piangere. Nel corridoio tutti i ragazzi tacquero e solo allora si potè udire il pianto sommesso dei due. La loro avventura era finita miseramente. I sussulti di quelle due nuche indifese ispirarono a Marco un indefinibile senso di compassione. Ora sarebbe stato il suo turno.
Il preside si affacciò alla porta, diede un'occhiata distratta agli alunni e disse: "Per oggi voi potete andare a casa".

***

Perché il meccanismo dell'inquisizione si era inceppato improvvisamente? Marco, sulla strada del ritorno, non aveva molte speranze in proposito: era solo una momentanea dilazione perché il cerchio si stava stringendo attorno a lui. Forse volevano che confessasse spontaneamente o stavano raccogliendo testimonianze decisive. Non avrebbe mai avuto il coraggio di dire tutto ai genitori, di frantumare la sua immagine a loro così cara. Forse sarebbe fuggito. Ma la disperazione era così profonda che pensò di farla finita gettandosi nelle acque scure del fiume. Solo questo pensiero estremo riuscì un po' a calmarlo, permettendogli di continuare meccanicamente le azioni della giornata.
A casa mangiò svogliatamente e poi andò subito a rinchiudersi nella sua camera, dicendo che doveva studiare. Si sdraiò sul letto guardando verso il soffitto. Non aveva avuto mai una così dolorosa consapevolezza della vita, ma era quella la vera vita o solo un inganno messo sulla sua strada? Aveva sempre vissuto come in un sogno dove le immagini erano tenui ed ovattate, un riflesso di cose lontane. Ora la materia e il gioco spietato della realtà lo risvegliavano crudelmente dal sonno. La vita passata ormai era un paradiso perduto; solo ora si accorgeva quanto fosse stata preziosa, irripetibile. Aprì l'armadio dei vecchi giocattoli per accarezzarli lievemente con le dita, come se volesse riassorbire le tenui vibrazioni degli anni in cui ogni gesto aveva risonanze profonde. Allora il cielo era di un azzurro sconfinato. Al presente, nonostante la giornata di sole, la luce aveva un che di vuoto, di malato e di falso. Tutto s'era immiserito. Si sentiva tremendamente solo.
La scuola gli aveva avvelenato l'esistenza. Il suo profitto era sempre stato scarso perché non sopportava la mancanza di fantasia degli insegnanti, la profonda miseria morale che proiettava su tutto un'ombra di meschinità. Forse per questo i professori, come se percepissero i suoi pensieri, gli erano ostili e non gli risparmiavano umiliazioni e sarcasmi. Seduto per ore interminabili nel grigiore delle aule, profondamente annoiato da fiumi di parole vuote, si chiedeva perché volessero imporgli un destino così misero, intrappolarlo in un mondo vuoto d'amore. Il modello di vita che gli offrivano era di una desolazione sconcertante. La magia dell'infanzia di giorno in giorno si cancellava, soffocava nei versi di poeti inutilmente decantati, sulle labbra di smorti esaltatori che riuscivano a sentirsi qualcuno solo in un'aula di scuola. Il mistero dell'esistenza banalizzato su libri scialbi imposti forzatamente all'attenzione. E lo stolto desiderio di primeggiare da parte di molti studenti in questo nulla assoluto. Da qui la ribellione. Marco dapprima si difese con la disattenzione, con la più completa apatia, ma poi il suo rancore lo spinse ad allearsi con i due più cattivi soggetti della scuola e a progettare quell'impresa sfortunata.
Quando l'angoscia gli parve insopportabile uscì di casa. Fece una lunga camminata lungo gli argini del fiume. Interrogò con lo sguardo i lenti gorghi, la corsa delle acque sempre uguale, dove nulla cambiava come il succedersi delle generazioni. Anche il cielo al tramonto, le file di alberi che guardavano il fiume come mute sentinelle, facevano parte dello stesso oscuro disegno: forse tutto nella sua vita era costruito per definirsi in quello sbocco inevitabile, per approdare a quel punto critico. Una forza imponderabile sembrava muovere la trama di un gioco che gli sfuggiva. Altrettanto astuta e grandiosa avrebbe dovuto essere la strategia difensiva, perché la meccanica degli eventi era nel corso degli astri, nel succedersi preciso dei numeri e delle formule. Ma intuì confusamente, ispirato da un suggerimento occulto, delle nicchie dove nascondersi e sopravvivere, dei punti morti dove l'automatismo perfetto che annientava gli esseri nulla poteva, come nulla poteva l'usura del tempo. Nel profondo del cuore un frammento di tenebra, opposto agli astri, gli parlava con un linguaggio sconosciuto: era un disperato messaggio di sopravvivenza tradotto dai forti battiti del cuore. Qualcosa lo spingeva a tirare avanti e accettare la sfida del destino, ad allontanarsi dalle acque buie del fiume. La partita continuava, anche se per la ragione ciò non aveva più alcun senso. Ma la logica, lo aveva capito, era la prima trappola da cui doveva fuggire.

***

"Sei sicuro di non aver nulla da dirci"?, gli chiese il funzionario di polizia. A scuola gli interrogatori erano ripresi. Queste parole raggelarono Marco ma, nonostante ciò, rispose: "Dire cosa"?
Il preside lo fissò severamente parlandogli come un cacciatore certo di avere la preda in pugno: "Pensaci qualche giorno, poi ti richiameremo. Avrai sicuramente qualcosa da dirci".
L'interrogatorio, inaspettatamente, era durato pochissimo. Marco capì di non avere scampo, ma perché non lo avevano messo subito con le spalle al muro? In fondo sarebbe stata una liberazione. L'attesa si apriva ancora davanti a lui come una voragine senza fondo. Capì che non avrebbe retto a lungo e sarebbe andato a confessare tutto. Forse era proprio ciò che si aspettavano da lui. Ma perché non era successo così anche con gli altri?

***

Quella settimana, con tutta la classe, partecipo' ad una gita scolastica. Il treno li portò in una tranquilla località di montagna. Fecero una lunga scampagnata in mezzo ai prati e poi si fermarono a riposare in un grazioso boschetto. La giornata era calda e le ombre si disegnavano nitide. Marco si chiese se fosse così nitido anche il confine tra il bene e il male, se l'oscurità nascosta nell'immobile pesantezza della pietra fosse solo un'ingiuria alla purezza del cielo. Lo aveva preso un'urgenza di confessare, di gridare la sua colpevolezza.
Gli altri cominciarono a giocare insieme a pallone e lui si isolò. Poco distante vide una solitaria chiesetta di montagna. Vi si incamminò. Entrò e si sedette su una panca di legno. Era una chiesa povera. In quella scarna essenzialità ogni segno aveva la sua pregnanza, il gioco tenue delle ombre e delle luci a tratti riusciva a confondersi in un confine misterioso. Avvertì un'interminabile pausa del tempo, sospesa nel silenzio. Nessuna grande e magnificente chiesa barocca aveva la profondità di quel povero ammasso di pietre. Restò immerso in questa inaspettata comunione mistica e, tenendo gli occhi chiusi, domandò a se stesso o forse a Dio il coraggio di confessare. Quando li riaprì si trovò ad osservare, affascinato e intimorito, il fuoco delle candele, il loro palpito tremolante come un anelito verso l'alto. Fu invaso da un'emozione incontenibile mentre, per un istante, il suo essere divenne luce. Anche il fuoco si trasformò in un'immensa fiammata che si elevava verso il cielo scaturendo dal profondo della pietra, come un dardo luminoso nella notte del mondo. Era lo stesso fuoco, splendido e terrorizzante, che aveva preso alimento dai detriti cartacei della scuola, profanando la tranquilla mediocrità del quartiere. Sentì calde lacrime scendergli lungo le gote. Aveva conosciuto un'inaspettata manifestazione di Dio. Ora la solitudine non lo spaventava. Decise di resistere fino all'ultimo e di non confessare.

***

Il giorno dopo era nuovamente seduto di fronte ai due inquisitori. "Adesso devi parlare"!, gli disse bruscamente il funzionario.
"Di cosa"?. Marco si sentiva un animale rintanato, ormai accerchiato e scoperto, ma nella sua voce, come se una malizia sconosciuta lo sorreggesse, udì il tono di un ragazzo ingenuo, un po' tardo e sprovveduto. Uguale all'immagine che nella scuola si erano fatta di lui.
"Non fare il furbo", incalzò l'altro, "ormai sappiamo tutto. Gli altri hanno parlato".
Marco rispose sempre nello stesso tono insipido e disarmante che contrastava in modo assurdo con la paura che gli lacerava il cuore. Sembrava che un altro ragazzo rispondesse al posto suo, ignaro di tutto e sprofondato nella tranquilla mediocrità dell'ambiente che forgiava e cullava tutti. Insisterono a lungo, con accanimento, ma da lui non riuscirono ad avere alcuna ammissione. Il funzionario guardò con aria interrogativa il preside. Questi gli rispose con un gesto vago, sprezzante, dal significato inequivocabile: "Non c'entra niente. E' solo un ragazzo mediocre che ci fa perdere tempo".
"Va bene, allora abbiamo finito", disse il funzionario con un sospiro di sollievo e poi, con voce incolore, congedò Marco: "Tu te ne puoi andare". Marco mentre si avviava verso la classe capì che avevano bluffato, che non sapevano nulla e lo sospettavano solo perché era amico di Walter e Luigi. I due amici non avevano parlato, lo avevano salvato con il loro silenzio. Quando entrò nella classe i suoi compagni avevano già cominciato un tema. Il professore di lettere, l'insegnante che meno aveva stima di lui, lo accolse con tono sarcastico. Disse una battuta che le orecchie disattente di Marco non percepirono ma che fece ridere tutta la classe. Con un gesto sgarbato gli indicò di sedersi in un banco libero vicino a lui. "Così non copierai come al solito", fu il commento che suscitò altre risatine nella classe.

***

Marco era come inebetito, immerso in riflessioni dolorose. Aveva la soddisfazione di averli ingannati, di aver ritorto contro di loro, usandola come un'arma, l'immagine che avevano di lui. L'unica cosa seria che gli aveva insegnato la scuola era l'arte di mentire: una strategia di sopravvivenza. Ora sapeva camuffarsi come quegli insetti che con i loro colori sfuggono ai predatori. Pensò che il colore migliore per riuscire a sopravvivere in quell'ambiente era il grigio, il colore smorto della muffa o delle crepe che solcavano quel vecchio e oppressivo edificio. Ma il gesto sprezzante del preside gli era rimasto nell'animo in modo indelebile come una ferita sanguinante. Avrebbe voluto alzarsi e gridare a tutti con disprezzo che era stato anche lui uno di quelli che avevano avuto il coraggio di appiccare fuoco alla scuola. Ma una parte del suo animo s'era scaltrita, lo invitava alla calma, all'attesa paziente. Aveva capito che la violenza delle azioni non risolveva nulla ma si ritorceva solo contro chi si ribellava. Ci voleva un altro coraggio, un altro tipo di energia per smuovere quel mondo meschino. Ma quale?
I suoi occhi, velati dalle lacrime, vagavano senza un appiglio sul foglio bianco che stava davanti a lui. Finalmente lesse il titolo del tema: era uno dei tanti che solitamente davano, su cui si poteva dire tutto e niente. Per dar sollievo all'angoscia decise di concentrarsi nella scrittura, ma le frasi faticavano a venire alla penna perché erano tutte come dolorosi nodi da sciogliere. Le parole che scriveva, per una sorta di misteriosa compensazione, non potevano essere false e scorrevoli come il fiume dell'ipocrisia collettiva. Dovevano urlare la verità. L'ostacolo anziché scoraggiarlo suscitò energie che ribollivano nel profondo. Scrisse soffrendo, con partecipazione. Ogni parola era pesante come pietra; a volte qualcuna gli sfuggiva di mano, ma subito andava a raccoglierla con le mani piagate rimettendola al suo posto. Era il prezzo della salvezza, il pegno da riscattare.
Le due ore concesse per il componimento trascorsero lentamente, lunghe come anni. A Marco non importava: potevano anche passare secoli: il solco della sua strada ormai era segnato, era un sentiero che andava lontano perdendosi verso l'orizzonte. Scrisse l'ultima frase del tema sapendo che era solo un finale provvisorio, il seguito era da scrivere ogni giorno nella vita. Un fiume confluiva nell'altro e le due correnti si rinforzavano premendo contro gli argini. Il tema fu un pretesto per accedere ad un ricordo lontano. Un'immagine dell'infanzia gli apparve nitida e seppe entrare in essa con una consapevolezza sconosciuta, rivivendola. Ecco il paesaggio rianimarsi, le foglie muoversi accarezzate dal vento. I colori e i suoni tornare da spazi remoti. Ma quella promessa non s'era mantenuta. Il destino tanto più si definisce tanto più immiserisce l'esistenza. Il tempo disperde l'intuizione delle infinite possibilità che potrebbero arricchire la vita. E' come allontanarsi dalla fonte della luce ed immergersi in un crepuscolo sempre più triste, dove anche il ricordo di quel che avremmo potuto essere svanisce.
Udì la voce ironica del professore: "Ho visto che ti sei impegnato. Alzati in piedi e leggici quel che hai scritto. Lo vogliamo sentire tutti". Nella classe aleggiò una stolta risata. Marco, indifferente, si alzò a leggere il tema. La sua voce iniziò come una cantilena svogliata ma, ben presto, si fuse con le parole ed in esse, a poco a poco, prese consistenza. Qualcosa in lui, infinitamente forte, agiva e, dal basso, dalla grigia tristezza dell'animo prendeva il volo spingendosi verso l'alto. La classe era sotto di lui sempre più piccola, sempre più insignificante. Scoprì un tempo eterno al di fuori dello spazio, delle regole del gioco di quella povera fetta di storia che lo imprigionava e lo faceva soffrire. Si fuse nella giornata luminosa che occhieggiava ai vetri, nella primavera disperata che lo chiamava, che lo invitava a fuggire da quel luogo desolato. Quando, in una breve pausa, riacquistò cognizione della classe, si accorse che il silenzio regnava intorno a lui, che lo fissavano stupiti. Soprattutto lo fissava l'insegnante e, per un istante, lesse nei suoi occhi commozione e sgomento, la dolorosa scoperta di un fallimento, la certezza di non aver capito nulla del ragazzo che aveva di fronte. Ma cosa avrebbe potuto capire del lievito oscuro che aveva fecondato la sua scrittura? Che poteva fare quel grigio funzionario intristito dalla ripetizione di giorni sempre uguali? Che sapeva la classe, la scuola? Erano volti, ne era certo, che avrebbe dimenticato uno ad uno, ingoiati dal vortice del tempo. Non vivevano nel tempo immutabile dove anche il minimo atto acquista una risonanza infinita, ma in quello caduco delle forme, delle eterne finzioni. Erano come deboli segni su una lavagna che presto sarebbero stati cancellati. Lesse con partecipata lentezza le ultime righe e un diapason vibrò interiormente. Gioia e dolore si fusero in lui in modo così profondo che capì che l'una era il prezzo dell'altro, che tutta la sua vita si sarebbe giocata su questa opposizione. La sua era una navigazione controvento e l'aiuto gli sarebbe venuto solo da ciò che gli era ostile.
L'aula era sprofondata nel silenzio e tutti gli occhi affascinati, ora, erano una muta interrogazione. Volevano che parlasse, che dicesse qualcosa, l'ultima cosa.
Marco non rispose a quegli sguardi ansiosi e tenne dentro di sé il segreto.




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