FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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I LOVE N. Y.!

Silvia Dai Pra




Non capisco -dimmi, perché-, non capisco perché certe persone riescano a spaccare la realtà e guardare oltre, ed io, pensava, io me ne sto qui ad osservare ciò che altri hanno veduto senza realmente vedere, cercando di capire ciò che non si capisce ma si intuisce -scomparite!, scomparite tutti, voi che vedete dove non c'è niente, e voi che come me non vedete, scomparite tutti, devo stare sola, voglio stare sola, non si riesce mai a stare soli qua a New York -e poi ti sembra di toccare la solitudine con mano, le folle si strisciano accanto, ma non si toccano, non si vedono, non esistono. Voglio tornare a casa, pensava Katia. A casa, e anche là sarò sola ma non dispersa in qualcosa di troppo vasto -sola anche a casa, ma cosa ho combinato?, ma quella signora lì accanto proprio non la smetteva di voler spiegare i quadri di Matisse al suo bambino, poverino, odierà l'arte per tutta la vita e si metterà a commerciare automobili, ma anch'io farò amare l'arte a mio figlio, pensò poi -mio figlio!, ma perché programmare in continuazione il futuro di mio figlio, quando quella è proprio l'ultima cosa che mi aspetto dalla vita?
Le piaceva girare per i musei, anche d'estate -tanto non aveva nulla da fare se non aspettare quel benedetto lavoro nel giornale, nulla da fare se non leggere in casa mezza assordata dal ventilatore a pala, nulla da fare se non sedere nel cortile del MOMA più attratta dalla gente che dalle sculture, dalle parole che dai dipinti.
-Hai da accendere, scusa?
-Sì, un attimo.
Ma la sigaretta era accesa e quello rimaneva lì, impalato davanti a lei, controllava la cicca, sì, è accesa, puoi andare figliolo, no, stava lì, un po' imbarazzato, forse annoiato da un viaggio da solo -insomma, che vuoi?, si chiedeva Katia, che degli uomini non si fidava mai troppo (e da quando abitava a New York ogni uomo era diventato per lei una minaccia, una violenza potenziale).
-Sei italiana?
-Sì.
-Anch' io. Di dove?
-Milano.
-Io di Bologna.
E lei teneva gli occhi su quelle gambe che non si muovevano, e sapeva che lui la stava guardando, spostando ogni tanto lo sguardo sulla sigaretta, pensando intanto a qualche frase da sputacchiare.
-Sei qui in vacanza?
-No. In teoria dovrei lavorare.
-Ma non lavori?
-Al momento no.
-E cosa dovresti fare?
-Giornalista.
E rimaneva lì, la sigaretta aveva già oltrepassato la metà, tra poco sarà finita pensava lei, e lo guardava più attentamente, biondino, magrino, appena spettinato, il solito alternativo in serie, il fare timido, anche un po' strafottente.
-E quant'è che sei qui?
-A New York? Un anno, quasi.
-Senza fare niente?
-No. Lavoravo, fino a un mesetto fa.
-Ed hai il permesso?
-Sono nata qua.
-Sei fortunata.
La sigaretta bruciava, cadeva dalle dita che l'avevano tenuta, finiva per terra, veniva schiacciata da un paio di Nike nere. Katia alzò gli occhi.
Lui si guardò le scarpe. Entrambi sapevano che quello era il momento.
-Bè....allora, io finisco il mio giro dentro. In bocca al lupo per il tuo lavoro.
-Crepi. E buone vacanze.
Katia si rimise ad osservare la gente attorno a sé. New York. Era stato tutto così bello, quando era arrivata, esuberante, esaltata, e innamorata -e già, perché dopo un anno lo poteva riconoscere, era andata lì solo per amore;ma l'amore finisce e le scelte restano si era detta qualche mese prima, le scelte, o gli sbagli?, sbagli certo, se ogni azzardo è uno sbaglio il suo era bello grosso, ma un azzardo, uno sbaglio, chi l'ha detto?, chi l'ha deciso? Non era vero che aveva voglia di tornare a casa, dove cosa avrebbe avuto in più, se non la compagnia dei suoi, muti come due tombe, e nemmeno si sarebbe potuta sentire espatriata, esiliata;il suo sguardo finiva su quella donna davanti a lei, pensava che le signore francesi mantengono sempre una certa grazia, un tocco d'eleganza che le fa avvertire come donne, qualunque età abbiano, si accendeva un'altra sigaretta, osservava, famiglie, bambini esausti, donne che improvvisano una cultura artistica da Bignami, uomini annoiati.
Si alzò. La giornata era finita. Non le restava che avviarsi in fretta verso casa, accendere il ventilatore, finire il libro che stava leggendo, mangiare qualcosa, dare fondo al pacchetto di sigarette e aspettare lentamente che il sonno arrivasse -pensando a quando nel sonno cadeva di colpo con vicino il corpo di lui, quando New York era ancora la capitale del mondo e la solitudine il ricordo di qualche domenica adolescenziale. La strada era come sempre piena di gente, e come sempre le faceva un po' paura, vortici di persone violente, frettolose, indifferenti, quei volti tesi, arrabbiati, si sentiva schiacciata, investita da un'ondata non di uomini ma di odio, rabbia compressa nei confini della città, cercava nelle facce della gente un lampo di affetto, compassione, comprensione, qualcosa che dicesse, sì, ti ho riconosciuta, anch' io sono un essere umano, siamo della stessa razza, siamo fratelli, ma se qualcuno la guardava era con paura, odio, desiderio violento, e poi passava oltre, e sempre più veloce lei camminava verso il metrò, tra quelle facce abbozzate, tirate giù con una pennellata approssimativa che non sapeva infondere pienezza, profondità....ma, quella faccia! Una faccia conosciuta tra la folla!
-Ehy!
Lui si girava unpo' confuso, quel nero muscoloso?, no, non era lui che lo chiamava, il giapponese?, neanche, ma forse nessuno, forse...
-Ehy! Ciao!
I loro occhi si incrociarono. La ragazza del Moma! Fabio sorrise. E sorrise anche lei, lei che prima era stata così fredda, ora sembrava così felice, felice?, felice per avere incontrato di nuovo uno scocciatore con cui nemmeno aveva voluto parlare?, ma quel volto nella folla!, Katia avrebbe voluto dire mille cose, raccontare tutta se stessa, i suoi pensieri...ma cosa dire a uno sconosciuto incontrato per caso a New York, con nulla che ti avvicini a lui, se non l'Italia?
-Senti....scommetto che un piatto di pasta ti andrebbe! Ti invito a cena a casa mia!
-Ah...bè... sì, volentieri!
Fabio guardava confuso la ragazza che si specchiava furtiva nei finestrini della metropolitana, la guardava ancora incapace di realizzare cosa fosse tutto quello, quell'incontro, quell'invito, sembrava la più classica delle avventure occasionali, quella che ti svegli e te ne vai lasciando un biglietto sul tavolino (avventure che in fondo lui odiava, gli lasciavano sempre l'amaro in bocca, ma non si sentiva abbastanza adulto per tirarsi indietro), ma allora, perché quella strana espressione?, e tutte quelle arie, prima, al MOMA?, cos'era, un modo per tirarsela?, ma come poteva sapere che si sarebbero rincontrati?, che lo avesse seguito?, una pazza?, ma quel sorriso strano! -e la guardava e vedeva una ragazza che poteva essere bella, ma era offuscata da un che di negletto, di spento.
-Eccoci arrivati!
Fino a casa pronunciando a stento un paio di frasi:sembra proprio un accoppiamento da animali pensava Fabio, e intanto entrava senza prestare grande attenzione all'appartamento (un buco, fu il suo primo pensiero), vide solo un gran casino, un casino che si avvicinava molto allo sporco, per terra libri, vestiti, fazzoletti usati, un torsolo di mela accanto al telefono che stava per putrefarsi, deprimente, si disse lui, questa ragazza deve proprio vedere poca gente, forse nessuno, perché passi il casino, ma almeno metterebbe qua e là qualcosa, una foto, un poster, un quadro, qualcosa da guardare, qualcosa che ti faccia avvertire questa baraonda come una casa.
Sentì quasi un'immensa pietà per lei, pietà per tutte le persone sole e senza scampo, perché la solitudine è qualcosa da cui dopo una certa età non ti liberi, è un'abitudine, pietà per quella ragazza ingenua e trascurata, pietà per chi negli altri non vedeva che una noia, un pericolo....un'ancora di salvezza? - salvezza!, non aveva mai pensato di rendere felice qualcuno con la propria sola presenza, era un onore?, o forse un peso? Un peso, pensò guardandola armeggiare felice con la conserva di pomodoro, gli aveva detto, accomodati, faccio tutto io, un peso, e si sentiva in colpa, lui, in viaggio da solo giusto per scrollarsi di dosso l'onere di tutta quella gente intorno, Marta, la sua ragazza, e la famiglia, il gruppo di amici, e quelle voci, quelle domande, le presenze, tutto così eccessivo, schiacciante (ìHo voglia di stare soloî aveva detto a Marta ìstarò via qualche settimanaî e lei si era messa a piangere perché pensava che non la amasse più, e chissà, chissà se poi era vero).
-Hai molta fame?
-Abbastanza, grazie.
-Non si mangia mai abbastanza lontano da casa, no?
-Già.
-E tu che fai nella vita, studi?
-Sì.
-Cosa?
-Faccio il DAMS.
-Per fare cosa, poi?
-Ah, non ne ho idea.
-Nemmeno una?
-Potrei anche dire che ne ho tante. Ma nessuna che sia definitiva.
-Per esempio?
-Bè...ogni tanto disegno. Poi suono la chitarra, e...mi piace il cinema.
Ma anche l'arte, comunque, tutta l'arte.
Fabio la vide accennare un sorriso e pensò a Marta, così dolce, Marta che lo considerava un talento svogliato ed era tanto fiera di lui, lei che faceva lettere senza mai leggere un libro, pensò a Marta e cercò di ignorare quel sorriso.
-E qual è il tuo regista preferito?
-Mah...Tarantino, credo. Ma anche Salvatores, anche lui mi piace molto. Katia girava la pasta dolcemente in una scodella. Lui guardava quella dolcezza strana che aveva nello sguardo -ricordava sua nonna, sua nonna che viveva sola da trent'anni e voleva sempre che mangiasse qualcosa preparato da lei, quando la andava a trovare, e cucinava svelta con una certa euforia, una certa gioia, quella euforia, quella gioia.
-E' buonissima! Brava!
-Grazie. Ma allora, raccontami un po' del tuo viaggio.
-Niente, c'è poco da dire, sono arrivato solo qualche giorno fa, qua a New York, e poi, poi forse andrò verso Sud, a Washington, o forse a Nord, a Boston, non so ancora, certo, qui mi piace, mi ci fermerei un po' di tempo....
Odio quando non so cosa dire, pensava, e cominciava a diventare nervoso, nervoso perché detestava le conversazioni di circostanza, nervoso perché non sapeva cosa dire ad una sconosciuta che lo guardava con una certa...speranza?, o sufficienza?, era nervoso e se ne sarebbe voluto andare da lì, e fregarsene degli altri e delle loro aspettative, di quei macigni immensi che ti rovesciano addosso e ti impediscono di muoverti, era nervoso e non sapeva che fare e pensò che la cosa migliore fosse provarci subito, provarci ora con ancora il sapore del pomodoro in bocca, saltarle addosso come un animale e godere subito senza neanche aspettarla, perché in fondo che te ne frega dell'orgasmo di una sconosciuta?, ma a dir la verità, che te ne frega anche di scopare una sconosciuta?, pensava, chi se ne frega davvero, anche se non avrebbe mai avuto il coraggio di dirlo ai propri amici.
Si alzò di scatto dalla sedia lasciando cadere la forchetta nel piatto.
Katia lo vide dirigersi verso di lei con la risolutezza rabbiosa di chi si alza per uccidere quella mosca che proprio gli ha rotto le scatole.
Senza neanche guardarla la baciò e rovesciò la sedia, non facendo una grande attenzione alla sua testa, che finì sul pavimento, ma sopra un maglione. Fabio sentì sotto di sé un corpo senza linfa, qualcosa che lo accoglieva con gioia, come una madre, ma non era sesso quello, lei si sottometteva dolcemente, era sesso, forse?, sesso occasionale?, e dov'era la donna che il giorno dopo lascia il biglietto sul tavolo?, la donna che ti sale sopra e si dimentica della tua presenza?
-Scusa, sai....non ho ancora assorbito il fuso orario, e sono un po' stanco....molto stanco. Scusa, non ce la faccio proprio.
Perché lo guardava con tutta quella dolcezza?
Katia gli fece appoggiare la testa sulla sua spalla e cominciò ad accarezzarglii capelli -da capo, pensava lui, siamo da capo, sono appena le nove ed è inutile che provi a dormire, come posso dormire con questa che veglia su di me, che mi guarda con quegli occhi?
Fabio chiuse gli occhi, Katia gli sollevò la testa, delicata, la appoggiò su un cuscino, si alzò e cominciò a lavare i piatti. Accese la tv e si mise a guardare quei cartoons americani tanto sboccati che la facevano così ridere, e fumò una sigaretta dopo l'altra senza pensare a niente se non a quei cartoni, ed a quanto stava fumando in quel periodo, al fatto che prima o poi avrebbe dovuto smettere, non pensava a niente e non guardava nemmeno lui, quel ragazzo nudo sdraiato per terra, di cui era sicura di poter raccontare tutta la vita senza dover ricorrere molto all'immaginazione. Prese il libro e si sdraiò sul letto. La sua mente era completamente vuota. Non si poteva dire nervosa, o stanca, o scocciata, o eccitata. Non sentiva niente, niente se non il fumo della sigaretta e le urla giù per la strada, e le sirene della polizia, quelle dei film polizieschi che la esaltavano tanto le prime settimane, quando ancora correva dietro agli scoiattoli nei parchi -alla finestra, come sempre New York non si vedeva, ma c'erano le luci, e cos'era la città, se non una distesa di luci, luci nella notte, e rumori, rumori nel silenzio?, qualcuno sta parlando, in mezzo a questo casino?
Si sentì stanca. Si girò a guardare il ragazzo che dormiva sul pavimento. Si addormentò quasi subito. Fabio sarebbe voluto andare allora, ma pensò che forse poteva dormire lì, e strisciare fuori il mattino dopo - ma i suoi occhi si aprirono su di lei che stava preparando il caffè. Si sedette e fece colazione. Si vestì.
-Torna pure qua, stasera. Puoi stare da me, finché decidi di rimanere a New York, davvero, non fare complimenti. A me fa piacere.
Katia vide il terrore nei suoi occhi ma fece finta di niente. -Ah....sì...oggi, oggi sarò un po' in giro, ma stasera...sì, stasera dovrei tornare.
-Come vuoi. Fai tutti i giri che vuoi, tanto io sono qui. Magari prendi il numero di telefono.
-Ah...e già, è una buona idea, così, sì, o ci si vede o ti chiamo, ok? La porta si chiuse, Katia rimise il latte in frigo mentre Fabio correva giù per le scale e si chiedeva se al mondo non potesse esistere altro che solitudine e soffocamento, mai una via di mezzo, e se si potesse vivere bene senza mendicare una presenza altrui, correva per le scale e usciva nella strada e respirava l'aria ed era felice di essere lì, all'aperto, in una New York che ancora non si era svegliata del tutto.
Alle dieci di sera Katia capì che ormai non sarebbe venuto più -ma lo aveva sempre saputo. Non sarebbe venuto in futuro, e non avrebbe telefonato, la città lo avrebbe divorato, riassorbito tra le sue folle. Guardò dalla finestra e non vide altro che luci, e rumori, e fumo, e la sua sigaretta e il suo volto nel vetro e quel caldo -devo tornare a casa? No, no, si disse. Non è la nostalgia che mi lascia questa stretta appena sotto il petto, questa nausea leggera. E' qui che voglio stare. Non così, voglio cambiare, ma qui, sempre qui. E sentì una sirena, e pensò ai film di quando era bambina.



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