FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL FARO

Adriano Emaldi




Avevo bisogno di solitudine. In quel periodo ero incappato in una serie di episodi negativi e sentivo la necessità di uscire dalle cose del mondo, almeno per un po'.
Considerai un colpo di fortuna leggere quell'annuncio che trovai sulla pagina delle inserzioni di un quotidiano francese che, chissà come, mi capitò tra le mani in ufficio. In meno di dieci giorni mi ritrovavo già in viaggio diretto a Caen dove avrei dovuto incontrare i miei nuovi datori di lavoro. Durante le nostre conversazioni telefoniche, questi si erano dimostrati estremamente cordiali ed accomodanti nei miei confronti e non avevano sollevato la minima obiezione al fatto che fossi straniero e che non avessi la minima esperienza di marineria;al contrario il signor Lorrient, responsabile del locale ufficio di controllo della navigazione, aveva fatto di tutto perché potessi raggiungere la mia destinazione prima possibile.
Giunto a Caen, mi recai all'indirizzo indicatomi per presentarmi al mio principale che mi accolse con estrema gentilezza, sfoggiando una eccellente padronanza della mia lingua:
"Benvenuto in Normandia." - esordì - "Spero che il viaggio sia stato piacevole. Vedo che è riuscito a sbrigare in fretta ogni cosa ed è perfettamente puntuale. Ma ora mi permetta di invitarla a pranzo;parleremo del suo incarico pasteggiando." E mi accompagnò in uno di quei tipici ristoranti francesi dai piccolissimi tavolini rotondi.
"Il compito di un guardiano di faro" - mi disse - "è, in fondo, estremamente semplice:fare in modo che la luce di questi sia sempre accesa. Oramai tutti i fari che segnalano le secche e gli scogli di questa zona sono automatici e non richiedono più la presenza di un guardiano, tutti, tranne l'Ile-Saint-Nazaire. Vede, si tratta di una stretta isola rocciosa lunga poco più di trecento metri e larga appena poche decine a sei miglia al largo di Arromanche. I lavori che renderanno automatica anche quella stazione sono resi difficili dalla presenza di una fossa posta attorno all'isola che rendono estremamente complicata la posa dei cavi necessari. Si tratta un fondale atipico per questa zona, molto profonda o e ciò sta dilatando i tempi previsti. Senza dubbio lei dovrà restare per almeno sei mesi prima che tutto sia terminato."
"Non ho nessun problema a restare per i mesi che saranno necessari" - replicai - "e se saranno sei o anche di più non mi creeranno nessuna difficoltà. Come ho già avuto modo di raccontarle, ciò che cerco è un periodo di isolamento e l'opportunità che mi offrite mi è sembrata un'occasione imperdibile."
La conversazione continuò per tutta la durata del pranzo e il signor Lorrient si rivelò una persona di piacevolissima compagnia. Mi illustrò i miei compiti e mi descrisse il clima e le caratteristiche di quella zona. Terminato il pranzo, ritornammo all'ufficio dove sbrigammo le pratiche burocratiche necessarie alla mia assunzione. Il giorno dopo sarei stato accompagnato sull'isola.
Per quella notte alloggiai in un alberghetto indicatomi dal signor Lorrient gestito da una anziana vedova. La signora Guirec, così si chiamava, era una donna vicina alla settantina, dai modi gentili e con una spiccata propensione alla conversazione tanto che, al termine della cena, conoscevo ogni episodio della sua intera esistenza.
Terminato il pasto, insistette perché accettassi un Pernod. Mi raccontò di come aveva perso il marito, un marinaio di Saint Malo, molti anni prima, a causa di un naufragio proprio all'Ile-Saint-Nazaire e che il mare non aveva mai restituito il suo corpo. Le dissi allora che sarei stato il nuovo guardiano del faro dell'isola. A questo annuncio, lei cambiò repentinamente il suo atteggiamento fino ad allora affabile e ciarliero e, scusandosi con poche parole appena sussurrate, si allontanò in cucina.
Restai perplesso domandandomi cosa nella mia conversazione avesse potuto provocare quel moto di risentimento. Poi attribuii la cosa ad una bizzarria dovuta all'età, mi congedai della signora Guirec salutandola attraverso la porta della cucina e mi ritirai nella mia stanza.
Dormii tranquillamente. Al mattino mi vestii e preparai con cura tutto il mio bagaglio in vista del trasferimento sull'isola. Scesi la stretta scala dell'hotel ed entrai nella sala da pranzo dove la signora Guirec mi attendeva per la colazione. Ero, a quanto pareva, l'unico ospite dell'albergo. L'anziana proprietaria, quella mattina, aveva una espressione pensierosa e restò taciturna per tutto il tempo in cui restai nella sala da pranzo. Terminata la colazione, mi alzai e salutai la signora Guirec;questa, come risposta al mio saluto, mi afferrò un braccio e mi diede un piccolo oggetto avvolto in un foglio di giornale dicendomi:
"Apritelo solo quando sarete sull'isola. E temete l'eau blanche, fuggite se vedete l'eau blanche! ".
Detto ciò si allontano nuovamente verso la cucina, lasciandomi il forte sospetto che gli anni avessero provocato all'anziana donna qualche disturbo mentale.
Trovai, come d'accordo, il signor Lorrient ad aspettarmi di fronte al suo ufficio. Mi accolse con uno dei sui abituali sorrisi e con un taxi raggiungemmo Arromanche. Da qui con un battello della capitaneria di porto lasciammo la costa e ci dirigemmo verso il mare aperto.
Nonostante fosse maggio inoltrato faceva freddo e mi avvolsi nel giaccone blu damarina che mi ero procurato in un negozio di Caen. Il tempo in quella zona è incostante, solo raramente e solamente durante l'estate si possono avere giornate soleggiate e relativamente calde;l'oceano regala a queste coste un perenne vento umido tanto che la vegetazione cresce inclinata verso la terraferma, come a fuggire il mare.
Il tragitto dal porto di Arromanche all'Ile-Saint-Naziare richiede circa un'ora con un battello del tipo di quelli in dotazione alle capitanerie e, durante la traversata, il Signor Lorrient mi indicò le secche che incrociavamo e mi illustrò le tecniche utilizzate dai pescatori locali. Ad un certo punto della conversazione, chiese al signor Lorrient notizie del precedente guardiano del faro:"E' partito, non sopportava la solitudine di quell'isola e ha dato le sue dimissioni circa tre mesi fa." - Notai una punta di imbarazzo nel darmi quella risposta e, per un po' resto' in silenzio prima di ricominciare a parlarmi di quelle acque e delle isolette che incontravamo.
Dissi, allora:"La signora Guirec mi è sembrata un po' strana. Forse è per via dell'età, ma, sia ieri sera che stamani, ha tenuto un comportamento assurdo. Durante la cena, ieri, per un po' non ha fatto altro che parlarmi continuamente poi, di punto in bianco, è divenuta scontrosa e taciturna e si è ritirata in cucina; a malapena ha risposto al mio congedo. Stamani mi ha dato un pacchetto e mi ha detto qualcosa a proposito di eau blache, o qualcosa del genere, prima di piantarmi nuovamente in asso."
"La morte del marito, anche se si tratta di un episodio accaduto oltre vent'anni fa" - rispose Lorrient - "ha lasciato un segno indelebile nella mente di quella povera donna. Fu una disgrazia inaspettata:Pierre Guirec, così si chiamava, era un pescatore che percorreva queste acque da sempre e conosceva ogni secca ed ogni scoglio. Il suo battello, "l'etoile du Nord" mi sembra si chiamasse, aveva un equipaggio di quattro uomini compreso Pierre che ne era il comandante. Accadde un giorno di maggio o giugno, l"Etoile" stava ritornando da una infruttuosa partita di pesca sui banchi vicino a Jersey e, per rifarsi, Pierre decise di tentare nel banco a nord dell'Ile-Saint-Nazaire. E' una zona pescosa ma che presenta molte insidie:ci sono scogli appena sommersi ricoperti da una vegetazione che li rende quasi invisibili dalla superficie e le correnti che si incrociano proprio presso quel banco causano grossi problemi di manovra, specialmente a piccole imbarcazioni come era l"Etoile". Nonostante l'abilità e l'esperienza di Pierre, l"Etoile" andò a cozzare contro uno scoglio ed affondò in pochi attimi. Dell'equipaggio si salvò solo un marinaio e presto lo conoscerete perché ora è il comandante della pilotina che, una volta alla settimana, le porterà i rifornimenti e la posta;si chiama Christian Leduc. E' proprio per la pericolosità di quella secca che il faro dell'Ile-Saint-Nazaire ha una notevole importanza. Ma, per quello che riguarda l'eau blanche, non ci pensi nemmeno:la Normandia è terra di leggende antichissime e, soprattutto tra i pescatori, le vecchie superstizioni sopravvivono ancora oggi. Guardi, ecco laggiù l'isola."
Davanti a noi, velata da una leggera coltre di nebbia, apparve il morbido profilo dell'Ile-Saint-Nazaire:due alture gemelle collegate da una sottile lingua di terra che danno all'isola la forma di un "otto" allungato. Sulla sommità della collina rivolta a ovest, sorge il faro con accanto l'abitazione ed i locali di servizio. E' ricoperta da una bassa vegetazione piegata dal vento che lascia nuda solo la roccia bianca della stiscia centrale. Attorno all'isola il colore nerissimo dell'acqua, evidenzia la presenza di una profondissima fossa dalla fondo della quale l'isola si innalza come una ripidissima e affilata colonna. La costa scende nel mare verticalmente e la banchina di approdo è ricavata da una struttura in legno galleggiante saldamente ancorata alla costa. Evidentemente, le pareti scendendo a strapiombo nelle nere profondità della fossa, non resero possibile la costruzione di un normale porticciolo.
Ad attenderci, in piedi all'estremità della banchina, trovammo il guardiano che provvisoriamente aveva tenuto in funzione il faro in attesa del mio arrivo. Sembrava ansioso di ritornare sulla terraferma ed aveva già portato con sé i propri bagagli. Non ci accompagnò a quella che sarebbe stata la mia abitazione per qualche tempo, ma salì velocemente sulla pilotina dopo avere scambiato qualche parola con Lorrient.
Dall'attracco partivano due sentieri; uno di questi conduceva al faro risalendo l'altura. mentre l'altro attraversava la lingua rocciosa e di dirigeva verso la sommità della collina opposta sulla cui cima si scorgeva un gruppo di rocce scure.
Con Lorrient arrivammo alla casa del guardiano:una bassa abitazione costruita su di un solo piano dalla facciata imbiancata di calce ed il rosso tetto spiovente. Sulla sommità dell'arco che circondava la porta di ingresso era stata murata una pietra incisa che riportava l'anno di costruzione, il 1862, e le iniziali S.M.A. racchiuse da due simboli uguali raffiguranti un biscione attorcigliato ad una lancia.
La casa era composta da sole quattro stanze di cui una fungeva da magazzino ed officina e conteneva un generatore d'emergenza per l'alimentazione del faro oltre ad alcune grosse lampade di ricambio. Le altre tre stanze erano adibite ad alloggio. Il generatore principale che forniva la corrente elettrica necessaria al funzionamento delle apparecchiare era sistemato in una cabina esterna.
Lorrient restò per circa mezz'ora, indicandomi l'uso delle poche apparecchiature presenti ed illustrandomi il funzionamento della radio con la quale sarei stato in contatto con la capitaneria, unico mezzo di comunicazione tra l'isola e la terraferma. Terminato ciò, mi salutò e ridiscese il sentiero per reimbarcarsi per il ritorno.
Passai il resto della giornata a disfare il mio bagaglio e alle sei, come previsto dal regolamento, salii sulla sommità del faro dopo avere provveduto all'accensione.
Verificai il coretto funzionamento della lampada e lubrificai come mi era stato insegnato la rotaia su cui scorreva lo schermo girevole. Fuori stava scurendo e si intravedevano le luci di alcuni pescherecci lontani.
Tornai in casa e, dopo avere cenato, mi sedetti sulla poltrona della stanza che fungeva da studio ed ufficio per compilare il quotidiano rapporto. Fatto ciò, presi uno dei molti libri che avevo portato con me e mi immersi nella lettura. Un sistema automatico provvedeva, nel caso in cui si fosse interrotta la corrente elettrica, ad accendere immediatamente il generatore d'emergenza segnalandolo con un cicalino posto in quella stanza perciò non avevo alcuna preoccupazione per il corretto funzionamento del faro.
Era circa mezzanotte quando lasciai il libro e andai a dormire.
La prima settimana sull'isola passò come mi ero aspettato e come avevo sperato:il lavoro era estremamente semplice e comprendeva solo alcune manutenzioni quotidiane quali la pulizia dello schermo e del vetro della lampada e la compilazione del rapporto, che mi impegnavamo per ben poco tempo, lasciandomi libero per tutta la giornata.
Apprezzavo ogni giorno di più la calma e la solitudine del luogo. L'isolamento che per molti si sarebbe rivelato insopportabile per me era motivo di serenità. Il fatto che l'isola fosse poco più che uno scoglio, non mi dava nessun senso claustrofobico ed avevo preso l'abitudine di percorrere il sentiero che l'attraversava longitudinalmente ogni giorno, nel primo pomeriggio. L'altura opposta a quella dove era l'edificio del faro era coperta da uno strato intricato di rovi che ammantavano un gruppo di rocce bianche squadrate. Spesso mi sedevo sulla sommità di una roccia lasciata libera dai rovi spinosi a guardare le barche che incrociavano al largo dirette ai pescosi banchi a nord della costa, verso l'arcipelago di Jersey. Nessuna imbarcazione si avvicinava mai all'isola;evidentemente la pericolosità di quei fondali era ben nota ai marinai del luogo.
Otto giorni dopo il mio arrivo, come previsto, attraccò alla banchina galleggiante la pilotina che doveva portarmi i rifornimenti ed ebbi così modo di fare conoscenza con Christian Leduc, l'unico superstite del naufragio dell'"Etoile". Restava per qualche ora prima di riprendere il mare verso la costa e costituiva per me l'unico contatto con il resto del mondo. Era un uomo robusto di circa quarant'anni, all'epoca dell'incidente era poco più che un ragazzo, ed aveva l'aspetto tipico dei marinai di quella regione:capelli ed occhi scuri, il volto segnato dal vento e dalla salsedine. Si rivelò una persona estremamente gentile e si rese subito disponibile a farmi avere alcuni libri che gli pregai di acquistarmi, dato che, per la grande quantità di tempo a mia disposizione, avevo già terminato quelli che avevo portato con me.
Le mie letture preferite erano, in quel periodo, racconti di viaggio e storie di mare e fu proprio da un racconto che ritornò l'"eau blanche":era menzionata in una breve prosa contenuta in una raccolta di scrittori olandesi. Riferiva di un naufragio nel Mare del Nord causato da una improvvisa apparizione di una coltre ribollente di schiuma bianca che rendeva ingovernabili le imbarcazioni causandone l'affondamento. Il racconto non diceva molto del fenomeno, ma il fatto che questa leggenda esistesse anche in una zona lontana dalle coste normanne, mi incuriosì. Così chiesi a Leduc di procurarmi alcuni volumi che trattavano di folklore e tradizioni del mare. Da queste letture, con mia sorpresa, ebbi modo di apprendere che la leggenda dell"eau blanche" esisteva, seppur con minime varianti, nelle tradizioni di moltissime genti di mare. Appresi, inoltre, che perfino Cristoforo Colombo citava l'"agua blanca" nelle sue memorie e descriveva il fenomeno come la causa del naufragio della sua Santa Maria vicino alle coste centroamericane. I caratteri comuni delle citazioni erano l'improvviso ribollire del mare, pur in condizioni meteorologiche del tutto normali, e la conseguente ed assoluta ingovernabilità delle imbarcazioni che venivano letteralmente invischiate in una massa superficiale di schiuma biancastra provocando l'inevitabile affondamento. In un vecchio testo francese, veniva riportato un fenomeno del tutto simile ricavato addirittura da un'ancestrale leggenda celtica.
La mia curiosità sull'argomento divenne tale che, nonostante mi fosse stato detto che Leduc non amava ricordare l'episodio dell'"Etoile", decisi di chiedergli il racconto di quel naufragio. Del resto, Leduc, sembrava apprezzare la mia compagnia tanto che, nelle sue ultime visite, restava sempre più a lungo sull'isola, ripartendone a volte solo dopo il tramonto e fra noi si era creata una certa confidenza, quasi un'amicizia.
Così, durante la sua metodica visita settimanale, iniziai a raccontargli ciò che avevo appreso dalle letture che mi aveva procurato;all'inizio sembrava turbato e tendeva a portare la conversazione verso altri argomenti, poi, gradualmente, inizio a chiedermi particolari e a commentare le mie citazioni. Finalmente, dopo una cena mentre stavamo seduti a fumare la pipa nel locale di servizio del faro, spontaneamente mi raccontò del naufragio dell'"Etoile":
"Pierre Guirec era testardo ed orgoglioso come lo sono le genti normanne." - esordì - "Era stata una partita di pesca veramente infruttuosa e Pierre non sopportava l'idea di ritornare al molo di Arromanche con la stiva vuota. Una tempesta aveva colpito i banchi di Jersey e le reti avevano raccolto ben poco da quei fondali normalmente pescosi. Perciò decise di tentare al banco a Nord di Ile-Saint-Nazaire. Io, all'epoca, ero al mio primo imbarco, e conoscevo le storie su questa zona dai racconti dei pescatori. Nessuno si avventurava da queste parti e, come hai potuto ben vedere nei mesi che hai trascorso qui, tutti continuano a tenersi alla larga da questo posto. Non si tratta solo del pericolo dovuto alla presenza degli scogli appena sommersi, c'è dell'altro. Quelli di Caen ti avranno parlato di stupide tradizioni insensate e di sciocche superstizioni, ma quest'isola ha sempre portato disgrazie. Forse è dovuto solo alla sua stranezza:sembra la cima di una montagna che affiora ripidissima da un profondo abisso. Lo hai visto, quando ti hanno portato qui, quanto è nera l'acqua che circonda l'isola come un anello di tenebra e come le pareti precipitano giù talmente diritte che non è stato possibile costruire neppure un minuscolo porticciolo. Ma ti dicevo di Pierre:gli altri uomini dell'equipaggio erano spaventati e lavoravano senza parlare, guardando spesso il mare attorno. Non tirava vento e c'era calma piatta. Io stavo in sala macchine a riparare una pompa difettosa. Ora sono sicuro che non mi crederai, ma ciò che accadde è molto simile alle storie che mi hai detto di avere letto su tutti quei libri:un rumore sordo, crescente, simile ad un tuono sommesso iniziò a fare vibrare le strutture del peschereccio. Lasciai il mio lavoro alla pompa e salii in coperta dove vidi i miei compagni paralizzati che fissavano il mare attorno con occhi sbarrati:"L'"eau blanche"!" sentii sussurrare da uno di loro e mi affacciai anch'io al bordo. Intorno a noi si era creata dal nulla una coltre ribollente di schiuma bianca che circondava da ogni parte lo scafo. Il suono che diveniva sempre più forte e cupo copriva ogni altro rumore. Guardai verso la cabina di guida e vidi Pierre che serrava con forza il timone. Il suo sguardo era terrorizzato. Corsi sulla scaletta e mi precipitai nella cabina:mi urlò di aiutarlo a governare e così afferrai anch'io il timone. Il rombo era diventato ormai assordante e le vibrazioni sempre più violente. Nonostante fossimo in due a tenere il timone ed impiegassimo tutta la nostra forza, questo era assolutamente ingovernabile e prese a girare con violenza inspiegabile vincendo ogni nostro sforzo. Un colpo particolarmente forte ci gettò a terra:era come se una mano gigantesca avesse afferrato il timone sommerso e lo girasse da una parte e dall'altra con una forza sovrumana. Ci rialzammo e scendemmo in coperta dove gli altri uomini dell'equipaggio erano a terra e si coprivano le orecchie con le mani nel vano tentativo di sfuggire al dolore provocato da quel suono diventato ormai insopportabile. Poi, d'un tratto, il suono cessò e per qualche secondo sembrò che tutto fosse tornato alla normalità:anche la schiuma bianca era sparita e il mare era ridiventato piatto. Ci rialzammo ammutoliti. Poi, all'improvviso, fu di nuovo l'inferno. L"Etoile" prese a girare vorticosamente su se stessa come catturata da un gorgo ed in pochi istanti venne come risucchiata dalle acque. Ho solo qualche vago ricordo di quei momenti:le urla disperate, i volti pallidi dei miei compagni, gli occhi sbarrati di Pierre trascinato via da una forza incontrastabile. Probabilmente fu allora che persi i sensi;risvegliandomi mi ritrovai avvinghiato ad uno dei paracolpi. Mi guardai intorno ma non vidi nessuna traccia né dei miei compagni né della barca. Ero a circa un miglio da quest'isola e, lentamente, presi a nuotare. Ero completamente esausto quando raggiunsi finalmente il porticciolo galleggiante e con grande sforzo riuscii a salirvi. Qui svenni nuovamente. Quando tornai in me ero proprio in questa stanza:il guardiano di allora mi aveva raccolto dall'approdo e trasportato all'interno del faro. Gli raccontai del naufragio e questi provvide ad avvisare dell'accaduto la capitaneria di porto che invio alcuni battelli nel tentativo di recuperare altri superstiti. Fu tutto vano:il mare non restituì mai i loro corpi e neppure il più piccolo frammento dell'"Etoile". Fu come se la barca e tutto ciò che conteneva fossero stati interamente inghiottiti dal mare. Non mi rimbarcai più per alcuni anni, poi vinsi i ricordi ed accettai l'incarico di effettuare i rifornimenti al faro. Non so cosa fece affondare l'"Etoile", alcuni parlarono di un terremoto che provocò una voragine sul fondo, altri, più fantasiosi, favoleggiarono di mostri marini o altre diavolerie. Non so cosa fosse, so soltanto che era qualcosa di invincibile, qualcosa che scuoteva la barca come una foglia e, quando ha voluto farlo, l'ha trascinata sul fondo in un attimo. E' qualcosa che è qui, nell'abisso che circonda quest'isola maledetta. Non ti è parso strano che abbiano dovuto cercare il guardiano lontano da qui? Nessuno del posto avrebbe accettato il tuo incarico, la cattiva fama di questo posto è antichissima e nessuno degli abitanti di queste coste accetterebbe di passare qui un solo giorno. Io solo vengo qui perché ho vinto già una volta contro questo nemico invisibile. E i lavori per l'automazione del faro? Sai perché sono fermi da anni? Ebbene sappi che i cavi sono stati posati più volte e, immancabilmente, trovati tranciati, strappati, come sventrati da artigli. Hanno provato cavi resistentissimi, perfino armati d'acciaio ma sempre inutilmente. Non hai ritenuto insolito il comportamento di Lorrient? Ti ha fatto venire qui in pochi giorni e ti ha affidato immediatamente il controllo del faro nonostante tu fossi completamente sprovvisto di esperienza. Dammi retta, amico mio, vattene da qui ed al più presto! Quest'isola è maledetta e non ha mai perdonato nessuno di coloro che l'hanno avvicinata. Io solo ho avuto il privilegio di poterne uscire vivo ed ancora non ho capito perché sono stato risparmiato. Cosa ti ha raccontato Lorrient del vecchio guardiano?"
"Mi disse che non sopportava la solitudine di quest'isola" - risposi - "e che era partito dopo avere rassegnato le dimissioni."
"Partito!" - disse Pierre sogghignando - "Effettivamente è proprio partito! Lo ritrovi chiuso dentro il locale del generatore. Aveva i capelli completamente bianchi e balbettava ininterrottamente "l'eau....l'eau-blanche...je l'ai vu...je l'ai vu...". Ora è rinchiuso in un istituto di Caen e dubito che ne uscirà più."
Le parole di Christian mi avevano sconvolto. Mi ricordai casualmente del pacchetto consegnatomi dalla signora Guirec la mattina del mio imbarco per l'isola. Lo andai a prendere e tolsi l'involucro che lo avvolgeva:ne venne fuori una statuetta in legno intagliata in maniera rudimentale. Raffigurava un uomo a cavallo nell'atto di trafiggere un serpente e sembrava molto vecchia. La mostrai a Christian:"Saint Michel. E' Saint Michel che sconfigge il diavolo. La signora Guirec conosce bene le tradizioni di qui. E' un santo molto amato in Normandia, specialmente dalla gente di mare. Lo avrai visto raffigurato in molti edifici e la sua figura sovrasta molti campanili della regione."
Improvvisamente un cupo boato, come un tuono, interruppe la nostra conversazione. Dopo un attimo di sgomento ci precipitammo entrambi fuori dall'abitazione. Il cielo sopra di noi era stellato e non c'era traccia di temporale. La sera era tornata silenziosa, solo il rumore ritmico delle onde che si rifrangevano sulla costa arrivava a noi. Mi guardai attorno ma non vidi nulla di anomalo. Poi, nuovamente, il rumore sordo riprese, crescente. Sembrava provenire dal basso, dal mare. Diventava ogni momento più forte e ben presto fu letteralmente assordante. Dovetti coprirmi gli orecchi con le mani per lenire il dolore che quel rimbombo innaturale causava. Mi girai verso Christian che era al mio fianco:lo vidi impietrito fissare con gli occhi sbarrati la superficie del mare sotto di noi. Lessi sulle sue labbra due parole che ripeteva incessantemente:l'eau- blanche. Mi girai nella direzione del suo sguardo e vidi la piatta superficie del mare attorno all'isola ribollire di una schiuma biancastra che sembrava emanare una tenue luminescenza. La voce di Christian ora cominciava ad essere a tratti comprensibile:"E' tornato.... mi è venuto a prendere... non mi ha risparmiato.... è tornato....". Era sconvolto e, improvvisamente, si allontanò di corsa verso il molo galleggiante dove aveva ancorato la pilotina. Corsi dietro a lui cercando di fermarlo ma caddi e resti distanziato di qualche metro. Percorremmo il sentiero in un batter d'occhio ed arrivammo all'inizio della banchina. Cercai di fermarlo afferrandogli la giacca ma, con un violento strattone, si divincolò dalla mia prese e salì sull'imbarcazione. Ancora urlava disperatamente:"E' tornato....è ancora qui...".
In un attimo levò l'ormeggio della barca e si allontanò dall'approdo. Il mare attorno alla pilotina era ricoperto di schiuma mentre il suono fragoroso continuava a scuotere l'isola.
Lo vidi allontanarsi come una macchia scura nel mezzo del biancore lucente. Il dolore provocatomi dal rumore stava diventando insopportabile;mi accasciai continuando a tenere lo sguardo verso il largo fino a che l'ombra scura della barca di Christian non scomparve inghiottita dall'oscurità della notte.
A questo punto, così come era iniziato il suono insopportabile cessò di colpo ed il mare riebbe immediatamente l'aspetto abituale. Mi rialzai, intontito e barcollante, e cercai di intravedere nella luce rotante del faro la sagoma della pilotina, inutilmente. Corsi allora alla mia abitazione e chiamai via radio la capitaneria di Arromanche informandoli dell'accaduto.
Le ricerche continuarono per tutta la notte e per l'intera giornata successiva. Io stesso mi imbarcai su di una unità di soccorso ma ogni nostro tentativo fu vano:non un segno, neppure il più piccolo relitto della barca di Christian.
Fui riportato ad Arromanche e da qui a Caen dove presentai le mie dimissioni al signor Lorrient che si mostrò visibilmente imbarazzato, quasi a volersi scusare dell'accaduto.
A distanza di qualche anno, sono ritornato in Normandia. Ho rincontrato Lorrient che mi ha accolto con la solita cordialità. Il faro dell'Ile-Saint-Nazaire ora è stato automatizzato con una linea speciale via radio ed io sono stato l'ultimo guardiano ad abitarlo. Di Christian Leduc e della sua barca non è mai stato ritrovato nulla, neppure in seguito. Mi resta impresso nella memoria l'eco delle sue parole di quella sera fatale:"Quell'isola è maledetta, non ha mai perdonato nessuno....nessuno".


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