FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'IGROMETRO A CAPELLO

Michele Andreoli




Tutti gli scienziati, anche quelli più illustri, anche quelli che le accademie più prestigiose del mondo si contendono a colpi di conferenze e di premi di ogni genere, hanno avuto il loro bravo inizio. Come tutte le persone famose di una certa età anch'io penso spesso ai miei primi passi nel mondo della Scienza e, sarà forse presunzione?, qualche volta mi viene il desiderio di verificare questa mia grandezza, attentando al mio stesso monumento, se non altro per verificarne la solidità.
Tutti noi grandi dovremmo farlo qualche volta, specialmente se ciò che ci muove non è tanto la certezza dei nostri meriti, quanto il sospetto inconfessabile che qualcuno possa essersi paurosamente ingannato nei nostri riguardi!
Come potete immaginare, io sono spesso invitato a convegni scientifici di ogni tipo e (son sicuro che non ci crederete (certe volte, quando gli applausi della platea sono oramai scemati ed io dovrei raccogliere i fogli, salutare simpaticamente col capo e andarmene, ecco allora che la malinconia mi assale all'improvviso, mentre davanti agl'occhi scorrono le immagini dei primi istanti della mia vita di scienziato.
Pensate che, la settimana scorsa (ero ad un congresso all'Università di Tubinga (sono stato preso da così smaniosi ricordi che, ad un certo punto, mentre ero ancora sul podio, m'è venuta una gran voglia di confessare pubblicamente i miei dubbi atroci, così, di fronte a tutti. Per fortuna che, ad un certo punto, qualcuno dalle prime file, mi ha fatto un cenno con la mano, indicandomi il relatore successivo che aspettava!
Come vedete, nonostante gli onori, il rispetto e la deferenza con cui il mio nome viene pronunciato nelle Università di mezzo mondo, io sono rimasto l'inguaribile sentimentale di una volta.
Ma se ho davvero intenzione di dare una scrollata alla mia statua di grande scienziato, allora tanto vale che lo faccia a partire dalle sue fondamenta. Parlerò dunque del mio esordio, dei primi successi e delle prime delusioni, e non stupitevi se, di tanto in tanto, qualche pausa di commozione, forse qualche lacrima, dovesse rompere il racconto.

Avevo 13 anni quando un amico di mio padre mi regalò tre libri per la scuola media, di quelli zeppi di figure e di illustrazioni colorate. Tre libri qualsiasi, per i più. Tre autentiche bibbie, per me, avido di Scienza quale ero.
In quei tre magnifici libercoli, che spaziavano con aurea presunzione su tutto lo scibile scientifico, dalla Fisica all'Anatomia Umana, dalla Biologia alla Metereologia e chi più ne ha più ne metta, io affondai le mani con l'entusiasmo che solo un ragazzo può avere.
Spesso i giornalisti mi chiedono come e quando nasce l'inclinazione per alcune discipline invece che per altre, ma con la biologia in realtà ebbi sfortuna fin dall'inizio e anche adesso, quando penso alle ore passate a guardare al microscopio un impasto di fango e di acqua putrida senza che mai un'ameba o almeno un paramecio si facesse vedere, debbo dire che mi viene da ridere.
Ma col Secondo Volume, la Fisica!, le cose cambiarono radicalmente. In questo libro vi erano descritti, e con una certa minuzia devo dire, una gran quantità di straordinari strumenti, a dir il vero assai più facile a comprarli già fatti che a farseli da sè, quali: barometri a membrana, termometri a lamina metallica, microscopi a goccia d'acqua, camere di proiezione a scatola di cartone, insomma... tutta una serie di marchingegni strabilianti e necessarissimi, di cui io godevo già semplicemente a pronunciarne i nomi e che l'Autore del libro, un uomo indubbiamente di eccezionale valore, assicurava facilissimi da costruire col solo materiale che uno può reperire nel ripostiglio di casa sua.
Nel corso di una gran quantità di mesi (giacchè il mio inizio non è stato soltanto travagliato ma, debbo dire, anche alquanto lungo) tutti io provai a fabbricarli e molti infatti io ne realizzai, se la memoria non mi inganna, della riuscita dei quali non voglio ora parlare, per non interrompere il filo del racconto.
Naturalmente l'Autore, il quale forse aveva descritto nel suo libro tutti quegl'apparecchi soltanto col meritevole intento di rendere più comprensibili e meno astratte le sue spiegazioni, non avrebbe mai neanche immaginato che un bel giorno un giovane pazzo avrebbe cercato di realizzarli per davvero.
La maturità è anche misura e ponderatezza e ciò che oggi mi è evidente, ovverossìa che ci sono macchine destinate per principio a non funzionare, ieri mi sarebbe sembrato ripugnante. Il caso dell'igrometro a capello è, sotto tutti gli aspetti, emblematico.
Questo strumento, nelle mie speranze e secondo quanto il libro rigorosamente asseriva, avrebbe dovuto misurare l'umidità dell'aria, una cosa questa che mi parve subito degna di essere perseguita con la massima tenacia, non solo per il suo valore formativo, ma anche e soprattutto per la sua indubbia utilità pratica.
Il principio costruttivo era semplice: su un pezzo di compensato rettangolare avrei dovuto montare tutta una serie di giunti e appendervi un lungo capello con un peso all'estremità.
Mediante un facile manovellismo, nella cui tecnica io molto ormai mi ero impratichito, si collegava al capello una lancetta e si fissava al compensato una scala graduata di forma semicircolare. Prima di poterlo effettivamente usare, lo strumento andava appropriatamente tarato, cosa che avrei fatto certamente in seguito, non appena avessi capito con più precisione di cosa esattamente si trattasse.
Era la prima volta che nel progetto compariva un componente così insolito quale un capello umano. Fu una cosa che mi affascinò subito anche perchè, inutile nasconderlo, di questa meravigliosa proprietà, e che cioè i capelli si allungano col vapor d'acqua, io non avevo mai sentito dir nulla, eppure ero uno che leggeva.
Feci, perciò, qualche esperienza preliminare con qualche capello dei miei. Sapevo molto bene che un esame introduttivo del problema porta via, è vero, qualche minuto ma può evitare grosse catastrofi. La storia della scienza ce lo insegna.
Alle prime prove, così, a mano, non mi fu possibile rivelare l'effetto, o non si verificava nella misura in cui me l'aspettavo.
Bisogna anche dire che allora, per i maschietti, si usava un taglio notevolmente incisivo, il cosiddetto taglio All'Umberto e, tranne che in qualche punto, evidentemente per distrazione del barbiere, nessuno dei miei capelli superava i due centimetri di lunghezza.
Fu ben presto chiaro, infatti, che capelli più lunghi si sarebbero allungati di più, a motivo di universali leggi di proporzionalità. Questo nel libro non c'era scritto, ma fu una facile e ovvia estensione della teoria. Semprecchè, beninteso, io non avessi capito male e il capello, invece di allungarsi, avrebbe dovuto per converso accorciarsi, che è come dire rattrappirsi.
Non era un dubbio di poco conto, certo, ma dovetti metterlo da parte e rimandare a tempi migliori la verifica.
Messo a punto il manovellismo e tutta la parte più propriamente meccanica solidale con la scala graduata, non mi occorreva che il solo capello.
Chi, fra le persone di casa, aveva capelli sufficientemente lunghi per i miei scopi? Una donna, certamente.
Non avendo mai avuto sorelle, la risposta era una sola: Alba, il cui nome era una promessa, e cioè la mia preziosa genitrice che già altre volte, con spirito di abnegazione e sublime sacrificio, aveva collaborato alle mie costruzioni.
Con un pensiero volto ad Archimede, il grande Siracusano, protettore di tutti i geni, e un pensiero volto a Madame Curie, che era pure lei una donna, il pomeriggio del 28 aprile 1973 affrontai mia madre, l'ultima erede di una grande famiglia di contadini installatasi in quelle terre almeno 10 secoli prima.
Accortasi che da tempo fissavo la sua corvina chioma con interesse quasi contro natura, ad un certo punto mia madre mi disse: "E adesso, cosa vuoi?". Ella infatti mi conosceva a fondo e sapeva che io non guardo mai in quel modo per nulla.
Le esposi il mio progetto, ma senza entrare troppo nei dettagli. Parlai per circa 20 minuti, forse troppo. Ma volli evitare i termini che potessero sembrarle eccessivamente tecnici e, per far ciò, dovetti usare molte perifrasi.
Tranne che in qualche punto, mia madre mi ascoltò con attenzione e interesse, dall'inizio alla fine. Quand'ebbi finito, mi disse:
"Che c'entra adesso l'umidità? Ma quando mai questa casa è stata umida?"
"Mammà", le dissi io, "qui si tratta di uno strumento scientifico. Tu dammi il capello e non ti preoccupare".
Avutolo, corsi subito giù, nel mio munitissimo laboratorio, con l'esile componente ben stretto tra il pollice e l'indice nella mano mano e, senza frapporre indugi, cominciai subito ad installarlo nella posizione prevista.
Ma da qualche parte era scritto che le mie fatiche dovevano essere ben più grandi, e così molti capelli spezzai quel pomeriggio e molti di più andarono dispersi tra i miei martelli e i miei cacciavite.
"Adesso basta!", urlò mia madre ad una mia ennesima richiesta di capelli.
"Quelli MI FANNO MALE QUANDO LI TIRO, lo vuoi capire o no? E fatteli dare da nonna".
"Quelli di nonna non vanno bene", replicai io, che avevo previsto l'obiezione, "a me servono capelli giovani, sensibili. Quelli di nonna non si allungano neanche con la morsa".
Io, che più volte in passato avevo prelevato parti elettriche non essenziali da radio perfettamente funzionanti per impiegarle nelle mie invenzioni, ero in realtà preparato al fatto che i maggiori ostacoli all'impresa dovessero provenirmi proprio dal componente a più alto contenuto umano dell'intero apparato, ma che proprio mia madre si fosse rifiutata di collaborare, questo non l'avrei mai creduto!
"Va da zia Nina, che è giovane, e vedi che i capelli te li dà", concluse mia madre, andandosene.
Mia zia Nina, accanita lettrice di fotoromanzi, abitava allora poco sotto la nostra casa e, sebbene non di ottima colorazione, aveva buoni capelli. Certo, potendo scegliere, avrei preferito capelli di color nero e non castano, colore questo indubbiamente meno intonato al resto delle parti metalliche.
Di igrometri e di umidità mia zia non volle sentir nulla e fu molto meglio così, perbacco. Fatto sta che a tarda sera io avevo finalmente tra le mani i tanto agognati capelli di zia Nina. Una vera meraviglia: lunghi e robusti come fil di ferro.
Sotto la tenue luce di una candela, mi misi all'opera colmo di trepidazione.
Verso le 22.30, al quindicesimo storico tentativo, l'impresa riuscì e il capello penzolava, intero, dal giunto principale.
Non sarebbe corretto esagerare i miei meriti, soprattutto a questa distanza, ora che non possono più essere provati, ma, in tutta sincerità, non credo che Edison, allorchè montò il fragile filo carbonizzato nel bulbo della prima lampadina elettrica della storia, faticò quanto faticai io con quel benedetto capello.
In quel momento, pensai a Enrico Fermi, pensai a Rasetti, a Emilio Segre, e avrei voluto anch'io un fiasco di Chianti per apporvi sopra le firme, la mia, quella di mia madre, quella di mia zia e, perchè no, anche quella di mia nonna, se le fosse riuscito di farne una dignitosa (1).
"Non mi resta che tararlo, ora", dissi, pieno di commozione.
Il testo, su questo punto, era più nebuloso che mai. Recitava pressappoco così: per tarare la scala, esporre l'intero apparecchio ai vapori di una pentola e fissare questo valore come UMIDITA' 100.
Col senno di poi si potrebbe giudicare ciò cosa facile, in ispecie se non si tiene in considerazione la forma bizzarra che, a seguito di una serie di impetuosi rimaneggiamenti, l'attrezzo aveva assunto.
Ma ciò che sembrava, a parole, una cosa da nulla, in pratica si rivelò un'impresa eroica.
Quando mia madre mi vide con questo macchinario bulboso sospeso sulla pentola che bolliva, pensò che volessi cuocerlo e mangiarmelo e fu cosa veramente ardua spiegare anche a lei cosa cavolo fosse una taratura e un fondo scala.
Nella foga delle spiegazioni, mi dimenticai dell'igrometro.
Ormai rattrappito e lesso, il capello di mia zia si fuse in più punti. Il destino del pesetto che vi era appeso fu ancora più atroce, inquantocchè cadde giù nell'acqua bollente, tirando giù con sé buona parte dei manovellismi.
Mi persi d'animo. Furibondo, distrussi l'igrometro con un calcione, recuperando però le parti più preziose e che sarebbere sicuramente servite per la costruzione di qualche altro apparecchio a cui stavo già pensando.
Cominciò così la lunga parabola, o meglio ancora l'iperbole, che dall'igrometro a capello mi condurrà alla scoperta di almeno una trentina di mesoni vettoriali mai visti prima, con le loro controparti assiali, e infine al meritato e tanto sospirato Premio Nobel per la Fisica che, a quanto mi dicono, non dovrebbe tardare ancora molto.


Note al testo

1) Si racconta che, E.Fermi e i suoi collaboratori, per festeggiare la prima reazione nucleare controllata della storia, misero le loro firme sull'impagliatura di un fiasco di Chianti.



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