FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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HAPPENING

Sandro Bastasi




A mio figlio Luca

Uno Happening è una formidabile invenzione, distrugge con un colpo solo molte forme morte, come lo squallore degli edifici teatrali e il decoro privo di fascino del velario ... Uno Happening può aver luogo dovunque, in qualunque momento. ... può essere spontaneo, può essere elegante, può essere anarchico ... Dietro allo Happening c'è il grido: "Sveglia!" ... la teoria degli Happening è che alla fine si può scuotere uno spettatore verso un nuovo modo di vedere, in modo che si svegli alla vita attorno a sé ... Ma bisogna vedere la tristezza di un brutto Happening, per crederci ... Il fatto è semplicemente che gli Happening hanno dato corpo non alla forma più facile ma anzi alla più esigente di tutte!

Peter Brook, Il teatro e il suo spazio

P A R T E P R I M A

M A R Z O 1 9 9 3

Vittorio Vinciguerra abitava a Mosca, in ulitza Kutuzova, casa numero ventidue, sesto piano, appartamento numero trentotto. Era una casa che faceva schifo, come il novanta percento delle case moscovite fuori dal centro, ma questa da qualche tempo faceva un po' più schifo delle altre, per la puzza di piscio nelle scale, le lampadine nei pianerottoli fulminate, i muri scrostati, l'ascensore di ferro decrepito, con le maniglie delle porte che bisognava girare piano per non ritrovarsele poi in mano, col problema di rintracciare qualcuno che le rimettesse a posto. L'abitazione distava circa nove chilometri dal Kremlino, la Fortezza, neanche molto, se si pensa che Mosca è una megalopoli di dieci milioni di abitanti a forma di ellisse, con l'asse maggiore che misura quaranta chilometri e quello minore trenta. A dispetto di una delle reti più articolate e funzionali del mondo, nei pressi di ulitza Kutuzova numero ventidue non arrivava la metropolitana, per via che un tempo, da quelle parti, abitavano i membri del Politburo, i quali, quando tornavano a casa con le loro Volga nere, non avevano alcuna voglia di avere il "popolo" tra i piedi, ragion per cui mai una linea metropolitana si sarebbe dovuta fare in quella direzione. Anche Stalin aveva una casa in quei pressi, ma un po' più verso il centro.

Il portone della casa di Vittorio, come tutti i portoni di tutte le case di Mosca non appartenenti a nuovi centri residenziali o a complessi da poco ristrutturati, era sempre aperto. Per la verità, in parecchie case era stato installato una specie di apriporta a tastiera, su cui pigiare un codice segreto. Ma, nella maggior parte dei casi, il codice era stato scritto in chiaro da qualcuno sul portone, o, meglio ancora, l'apriporta medesimo era stato messo semplicemente fuori uso. Anche per questo c'era la puzza di piscio appena si entrava, sia per i gatti, sia soprattutto per i barboni che di notte, quando pioveva, venivano dentro a dormire o a fare i loro bisogni.

L'appartamento numero trentotto, invece, era molto accogliente. Abbastanza grande per gli standard moscoviti (due stanze, cucina abitabile, bagno e water), arredato con gusto dal padrone di casa che l'aveva affittato a Vittorio per duecentocinquanta dollari al mese (padrone di casa? e chi lo sa se era sua o non era forse del comune di Mosca?), con mobili finlandesi, la televisione e il telefono.

Qui dunque viveva Vittorio, quarantacinque anni, con la sua compagna Masha, che ne aveva ventidue. Era il 1993. Inverno.

Vittorio era uno dei tanti italiani che ormai vivevano a Mosca. Di media statura, asciutto, con un ciuffo di capelli castani sempre penzoloni sulla fronte, colpiva soprattutto per il colore dei suoi occhi, un indefinibile azzurro chiaro tendente al grigio, così tenue che quando guardava sembrava non vedesse, o fosse lontano chissà dove con la mente. Il che era molto strano, dato che Vittorio, di mestiere, faceva qualcosa di molto simile all'uomo d'affari. Ma era decisamente un uomo d'affari sui generis, e così non era mai entrato nel giro grosso, quello degli affaristi veri, di quelli che hanno gli occhi piccoli, scuri, appuntiti, che sanno sempre esattamente dove sono, con chi hanno a che fare, che cosa vogliono ottenere, e soprattutto come. Lui per esempio, i clienti, non li portava mai la sera al ristorante, a farli mangiare e bere come porci, per poi quand'eran belli sbronzi strappare una firma su un contratto. E men che meno li portava a donne, a scopazzare, o li impressionava con qualche macchinone da centomila dollari, o, peggio ancora, li sfrugugliava con promesse di stecche miliardarie. No, Vittorio queste cose non era capace di farle. A lui l'affare a tutti i costi non importava niente. Certo, sapeva, come tutti del resto, che in Russia ormai era quello il modo di operare, che bisognava mettere da parte scrupoli cretini, e magari accordarsi con i criminali, con quelli che, avendo messo dei paletti attorno a un grosso business, ringhiavano "Questo è mio" letteralmente con le armi in pugno. Ma non era cosa per lui.

No, Vittorio non era quello che si dice un grande uomo d'affari. Le cose, quindi, non gli andavano benissimo. Tirava avanti, così, cercando di sopravvivere, in attesa di tempi migliori per quello che, in forma ancora confusa, aveva già in mente comunque di fare.

La sede della sua ditta era in Leninskij Prospekt, dove lavoravano una segretaria, Svetlana, un'impiegata, Tatiana, e un "collaboratore commerciale", Dmitrij Krilenko. Per andare in ufficio, Vittorio doveva prendere l'autobus 517, che percorreva Mozhaiskoe Shosse e proseguiva in Kutuzovskij Prospekt fino alla stazione Kiev. Qui prendeva il metrò, arrivava in piazza Oktyabrskaya, e, in dieci minuti a piedi, era in ufficio. Certo che però, ultimamente, utilizzare i mezzi pubblici stava diventando molto faticoso. Ormai ogni giorno a Mosca si riversavano masse di popolazione di dimensioni bibliche, provenienti da tutte le parti dell'ex impero, e correvano voci le più tremende, si parlava di difterite, poliomielite, colera, addirittura lebbra, che questa gente avrebbe portato con sé da chissà dove. Gente che schizzava fuori dai treni, e correva ad addensarsi negli autobus, e nelle stazioni del metrò, a migliaia, di tutte le età, di tutte le razze, europei, siberiani, caucasici, tagiki, mongoli, occhi duri su facce mangiate dalla fatica, masserizie enormi e puzzolenti trasportate senza alcun riguardo per nessuno, cappotti sporchi, laceri, barbe non fatte da chissà quanti giorni. E tanto sudore. Era una sorta di Völkerwanderung in miniatura, che strideva nettamente con la classicità immobile dei marmi, degli stucchi e degli ornamenti voluti da Stalin per la metropolitana più bella del mondo. Le stazioni sembravano il mondo di quelli che stanno di sotto in Metropolis di Fritz Lang, una sterminata massa di gente che premeva alle porte dei vagoni o ai piedi di interminabili scale mobili, ondeggiando a destra e a sinistra, senza guardarsi, senza regole, senza scrupoli ad appiccicartisi addosso, a spingere, a voler passare avanti, a fagocitarti, in quell'odore inconfondibile di sudore, verdure fradice e vodka mal digerita. Oltre a questo, anche il clima di quell'inverno era stato ed era malsano, con punte di freddo secco a diciassette, venti gradi sotto zero alternate a periodi di relativo caldo (anche oltre i dieci gradi) carico di umidità. Il che, per Mosca, era molto insolito. Così, verso la fine di febbraio, Vittorio aveva preso l'abitudine, peraltro molto più costosa, di utilizzare un'auto.

Vittorio non possedeva una macchina propria, perché non aveva la patente russa, e riuscire ad ottenerla voleva dire perdere un sacco di tempo. È vero che, in caso di controllo, bastava dare cinque dollari alla guardia del GAI per riandarsene tranquilli, ma insomma, Vittorio preferiva non trovarsi in quella situazione. Meglio, tutto sommato, girare in taxi. Anche se non era semplice. Perché in Russia non esisteva ancora un servizio di taxi da chiamare con una telefonata, e l'auto in pochi minuti sarebbe stata davanti a casa tua. Quando proprietario del servizio era il governo di Mosca, per prenotare un'auto si telefonava circa un'ora e mezza prima (un tempo bisognava prenotarla addirittura il giorno prima); adesso che il sindaco Yuri Luzhkov aveva ceduto ai privati tutte le licenze, il servizio di prenotazione era rimasto, ma invariabilmente la risposta era: "tutti i taxi sono già prenotati". E quella volta che Vittorio aveva perso la pazienza, e aveva detto all'impiegata: "Scusi, ma che cosa è pagata a fare lei?" la ragazza, per nulla offesa, anzi, con un tono complice, aveva risposto: "Be', se vuole, visto che è giorno, posso aiutarla. Telefoni a questo numero: 232-67-98". Così Vittorio aveva scoperto che i taxi erano sì privati, ma il servizio, diciamo così, di "coordinamento" per le chiamate era pagato dal comune di Mosca. E che, sicuramente, le impiegate, oltre allo stipendio comunale, percepivano una ben più consistente "commissione" da parte dei proprietari dei taxi. Così va il mondo. Almeno, così andava a Mosca, dove gli stipendi erano sì da fame, ma la gente trovava sempre il modo di arrangiarsi. E forse era per questo che nonostante tutto gli elettori delle grandi città avrebbero poi votato la fiducia a Eltzin e alla sua politica economica in occasione del referendum del 25 aprile di quello stesso anno. "Russian business" ti sussurravano sorridendo e strizzandoti l'occhio.

Vittorio comunque sapeva che da sempre, in Russia, il modo più veloce era di scendere in strada e fermare una macchina, taxi o privata poco importava, perché in ogni caso il tassametro era una specie di optional, e il prezzo della corsa si doveva in n ogni caso contrattare prima. Sapeva anche che, una volta salito in macchina, sarebbe stato completamente in balia del guidatore (lui, poi, italiano, che riusciva sì a parlare russo, ma non certo così bene da passare per un moscovita), sapeva che per molti russi, esasperati da come andavano le cose, ogni straniero, occidentale o arabo o giapponese che fosse, era un businessman ricco e speculatore; sapeva di rapimenti, furti e persino uccisioni di incauti passeggeri da parte di tassisti improvvisati. Ma tant'è, sperava che almeno di giorno ciò non avvenisse. E poi, cento o duecento omicidi in una città di oltre dieci milioni di abitanti, costituivano una percentuale comunque bassa, attorno a uno, due su diecimila. La statistica sembrava essere dalla sua parte.

Fu in questo modo che Vittorio conobbe Anatolij, una sera in cui tornava a casa dall'ufficio ed era arrivato alla Kievskaya con il metrò, distrutto, spintonato da tutte le parti, con brutti ceffi che per tutto il tragitto lo avevano fissato in silenzio. Non se l'era sentita allora di prendere l'autobus, affollato come una scatola di sardine, proprio no, per cui si era messo sul ciglio della strada, con il braccio alzato per fermare una macchina. Tempo dieci secondi, si era fermata una Zhiguli rossa.

- Ulitza Kutusova, dom dvadzatdva, pozhalujsta[1] - fece Vittorio. Il guidatore, un giovane sui trent'anni, magro, barbetta alla Ho-chi-minh, con uno sguardo molto cordiale gli fece cenno di salire.

Vittorio notò che non gli aveva nemmeno chiesto Skolko? Quanto mi dai? che oramai era l'approccio più comune di un russo con uno straniero, in qualunque situazione. Passarono davanti a Pizza Hut, in Kutuzovskij Prospekt, e l'uomo gli chiese, sorridendo:

- Do you like it?

- No - disse Vittorio, ricambiando il sorriso - I don't like american pizza, I'm italian.

- Oh, italiano, buona sera. I've been to Italy two years ago, ninetyone, Genova university. Very good. Which city are you from?

- Milano.

- Oh, Italia. Good food. Good people.

Già, italiano brava gente, pensò Vittorio con sarcasmo, andando con la mente a un vecchio film di De Santis con Raffaele Pisu, ambientato proprio in Russia. Ma non lo disse. Chiese invece:

- What's your job?

- I work in a research center near Moskow. CRC. Computerized Robot Control.

"Strano che non lo conosco, questo tizio!" Vittorio aveva avuto a che fare, un paio d'anni prima, con i più importanti istituti scientifici della Russia. E questo qui dov'era? Ah, già, gli aveva appena detto che in quel periodo si trovava in Italia.

- And you? what's your job? - incalzò l'altro.

A questa domanda Vittorio ogni volta si bloccava. Non sapeva che dire. Vallo a spiegare che quello che faceva era transitorio, che un tempo aveva fatto questo e quello, e che un giorno invece avrebbe fatto ... Troppo lungo, difficile. Però le parole mediatore o commerciante gli facevano schifo, per cui parlava sempre al passato.

- I was ... an economist. Financial consultant.

- And ... now? - chiese l'altro, quasi con circospezione. Evidentemente aveva notato la titubanza di Vittorio nel rispondere.

- Now ... Now I'm interested on ... development of commercial activities between Russia and Italy.

- Ah, Kommertzant! - disse il russo, tranquillo e sorridente.

Vittorio tacque per un po'. Che cazzo vuole questo! Commerciante io!

- My name is Anatolij. Anatolij Mokerov.

- Vittorio Vinciguerra. Ochen priyatno[2].

Stettero zitti per qualche minuto, poi Anatolij chiese:

- Are you married?

- More or less - provò a scherzare Vittorio.

- I'm married. Two children. Why more or less?

Perché più o meno? Perché con Masha non era sposato? Perché dopo sei mesi non sapeva ancora bene che razza di rapporto ci fosse tra di loro? Perché lui era di oltre vent'anni più vecchio? Ma poi, che gliene fregava, a Ho-chi-minh, di tutto questo?

Non rispose, e l'altro non insistette.

- Vy snaete gde dom[3] ... oh, excuse me, do you know ...

- No problem, Ya panimaiu[4] - fece Vittorio - Ya snaiu, gde dom, da. Eto moj dom[5].

- Vy gavarete po russki![6]

- Oh, net, tolko pyat slova[7]. Solo cinque parole.

Finalmente arrivarono. Negli ultimi quattro minuti Vittorio era stato rigorosamente zitto, anche se Anatolij ogni tanto lo guardava, serio, ma lui niente, occhi fissi sulla strada, non gli dava nemmeno un appiglio per continuare la conversazione. Solo quando stava scendendo dalla macchina, Anatolij lo bloccò e gli disse, in russo:

- Posso avere il suo numero di telefono? Questo è il mio.

Gli porse un bigliettino. Anatolij L'vovic Mokerov.

- I havn't got visit cards - si impacciò Vittorio - my telephone is four-four-zero, three-four, five-seven.

- Quattrocentoquaranta, trentaquattro, cinquantasette - ripetè Anatolij - Khoroshò[8], lo ricorderò. Pokà[9], Vittorio.

- Do svidaniya[10]. E grazie!

Non aveva chiesto un soldo per il passaggio.

I giorni passavano. Svetlana gli fissava gli incontri con i clienti, che potevano essere grossi Kombinat siberiani o della regione degli Urali di Ekaterinburg, in cerca di partnership straniere per farsi finanziare la riconversione industriale, e relativo aggiornamento tecnologico; oppure neo-distributori all'ingrosso di prodotti alimentari, scarpe, vestiti e quant'altro, che cercavano partite di prodotti da comprare all'estero a buoni prezzi; o, infine, mediatori improvvisati che proponevano l'esportazione di tutto, dalle pelli al caviale, dalla polvere di corna di cervo all'urea, dalle acqueforti di oscuri artisti siberiani ai pezzi di ricambio per aerei Iliushin.

Gli alti papaveri dei Kombinat li riconosceva subito, dalla loro aria tronfia, dall'arroganza tipica di chi era abituato, almeno fino a pochi anni prima, a considerarsi una casta superiore; dei grossi cinghiali, i cui scopi personali, allora, erano soprattutto dimostrare che gli obiettivi dei piani e delle campagne lanciate dalle commissioni economiche del partito, e dai ministeri che ne erano la longa manus, erano stati immancabilmente raggiunti e magari superati. E la mancanza di controlli veri e la corruzione dilagante facevano sì che ogni volta il volume di produzione fosse stato ben maggiore di quello programmato, come pure gli indici di qualità e di efficienza dei reparti. Anche se, a volte, i reparti erano addirittura inesistenti. Adesso, dopo la catastrofe del partito, molti di questi Kombinat erano diventati "privati", magari nella forma delle "joint stock company".

All'inizio del 1992 il governo aveva infatti distribuito alla popolazione dei voucher, del valore di 10.000 rubli ciascuno, che potevano essere o venduti o investiti in azioni delle industrie ex-statali. L'effetto di ciò era stato che più di un terzo delle industrie era diventato parzialmente o totalmente privatizzato. Ultimamente, però, il valore di mercato di questi voucher era sceso a circa 4.200 rubli, e stava scendendo ulteriormente. Cominciava, evidentemente, ad esserci qualcuno che aspettava un crollo del valore dei voucher, per poi acquistarli in massa e acquisire quindi il controllo proprietario di chissà quante e quali industrie. Chi ci fosse dietro questa manovra e quali fossero i suoi obiettivi (pro o contro la riforma economica) non si sapeva bene. Sta di fatto che il governo stava pensando di porre il veto alla compravendita dei voucher, in modo che i possessori non potessero che investirli in azioni industriali; e di imporre ai governi regionali russi di vendere non meno dell'ottanta per cento delle azioni delle proprietà federali solamente a fronte di voucher. In ciò però la volontà del governo centrale si scontrava con i governi regionali che, dovendo sostenere i costi locali della privatizzazione, volevano vendere le azioni non per voucher ma per contanti, e in funzione di libere trattative. Anche perché le proprietà federali, con il sistema dei voucher, erano valutate sulla base del corso del rublo in vigore nel gennaio del novantadue, quando questo era, per effetto dell'inflazione, circa il quattro per cento del valore attuale. In pratica, le fabbriche venivano date via per niente o quasi.

Comunque, per tutto un anno, il sistema aveva funzionato, e, comprando voucher dalla gran massa di russi che preferivano prendere qualche migliaio di rubli subito piuttosto che essere proprietari di un infinitesimo di un'industria, molti dirigenti di questi Kombinat (che poi erano davvero gli unici "esperti") ne erano diventati anche i proprietari. Era adesso però che giungevano i problemi veri: che cosa produciamo? come lo vendiamo? E soprattutto: dove reperire il denaro necessario per far funzionare tutta la baracca? Due erano i modi possibili: o accedere ai gruzzoli personali depositati nelle banche estere (frutto di traffici fruttuosi conclusi durante il passato regime), oppure accedere ai finanziamenti regionali e statali, tramite le vie che costoro ben conoscevano.

E dunque, per farsi dare una mano nel risolvere i problemi cui per la prima volta si trovavano di fronte, questi direttori riciclati, questi neo-proprietari di mega-complessi improduttivi, cercavano spesso di mettersi in contatto con persone come Vittorio. Consulenti esperti, che potessero suggerire loro il tipo più adatto di produzione, indicare gli impianti necessari, contattare i fornitori più affidabili, e trovare possibili investitori, disposti a finanziare la riconversione in cambio ad esempio di materie prime. Oppure che entrassero in joint-venture con l'azienda russa, magari con l'aiuto dei programmi di assistenza della Finlombarda piuttosto che della CEE. E per Vittorio era senza dubbio questo l'aspetto più interessante del suo lavoro.

La mattina di martedì nove marzo Vittorio ebbe un incontro con Vladimir Vassilevich Voronov, presidente della joint stock company MLD, che disponeva di un grande stabilimento a Dzerzhinsk, nei pressi di Gorkij (ora ribattezzata con l'antico nome di Nizhni Novgorod). Questo stabilimento, costituito da otto enormi capannoni, poteva a detta di Voronov, ospitare qualunque processo produttivo.

La sede della MLD era a Mosca, in centro, in ulitza Neshdanovoj, in un grande palazzo dell'epoca di Krushev, e l'ufficio di Voronov era al primo piano, preceduto da un'anticamera con segretaria, samovar e gattino bianco e nero. Vittorio vi era andato con Dmitrij Krilenko, il suo procacciatore d'affari, il cui padre era ben introdotto nella nomenklatura vecchia e nuova.

- Vladimir Vassillevich - disse Dmitrij - le presento il signor Vittorio Vinciguerra.

Voce stentorea, ufficiale, tipica dei russi che si danno importanza. Del resto, erano o non erano, fino a qualche anno prima, i più bravi del mondo? Sotto sotto, loro ne erano ancora convinti, e non solo per quanto riguardava il passato. Seguirono le strette di mano, i visi seri che si studiavano a vicenda, la scelta dell'approccio più adatto. Poi entrò la segretaria, portando un grande vassoio con tè, caffè, pasticcini e caramelle. Voronov ne prese una, la scartò lentamente e se la mise in bocca.

- Pozhalujsta!11 - disse a bocca piena, indicando il vassoio.

Mentre sorseggiava il tè, Vittorio si guardò intorno. Era una tipica stanza di stile sovietico, con le pareti rivestite di legno, i mobili anni cinquanta coperti di scartoffie impolverate, il pavimento di parquet opaco e scricchiolante. Voronov invece stava seduto dietro una enorme e moderna scrivania, con due telefoni, uno nero, classico, con il vecchio disco delle cifre, e l'altro a tastiera, avanzatissimo, multifunzioni, ultimo grido della tecnologia occidentale. Dietro di lui, una porta conduceva in un retro, dove si riuscivano a scorgere delle poltrone, un divano e un vecchio camino. Sopra la porta, un grande ritratto di Lenin, che nessuno ancora si era sentito di eliminare. Vladimir Vassilevich era un omone grande e grosso, sulla sessantina, con i capelli nerissimi, sicuramente tinti. Aveva una faccia grande e molle, con un paio di occhietti acquosi semichiusi, la bocca sempre ruminante, il colore delle guance da gran bevitore di vodka. Fumava Marlboro, ed era discretamente elegante.

Dmitrij cominciò a presentare Vittorio e la sua attività, esaltando come avesse già risolto chissà quali problemi, portando referenze lontanissime e inesistenti, oltre ad alcune effettivamente reali. Voronov lo interruppe con un gesto della mano.

- So tutto, conosco il gran lavoro e i meriti del signor Vinciguerra - iniziò con un vocione basso e lento. Poi continuò, rivolto verso di lui. - Gospodin[12] Vittorio, sono veramente molto lieto di conoscerla di persona. Ho almeno un paio di problemi da risolvere, e sono certo che lei potrà darmi una mano, per tutti e due. Oggi parleremo di uno di questi problemi. In una prossima occasione, la informerò sull'altro. Vengo subito al dunque. Riguarda il nostro stabilimento di Dzerzhinsk.

Squillò il telefono. Tramite un interfono, Voronov disse bruscamente alla segretaria che non voleva essere disturbato. Si capiva che era abituato a comandare.

- Immagino che lei sappia che la Russia non è certamente uno dei paesi all'avanguardia nel campo dell'ecologia. Tutti parlano di Chernobyl, che tra l'altro non è nemmeno in Russia bensì in Ucraina, ma, mi creda, c'è ben altro. Non la voglio spaventare, ma le posso dire, ad esempio, che la maggior parte delle nostre industrie metallurgiche producono materiale di scarto che possiede un tasso di radioattività, diciamo così, non bassissimo. E tutto questo riguarda anche il nostro stabilimento di Dzerzhinsk. Le sembrerà curioso, ma io attualmente non so nemmeno che cosa vi si produca. So però che le sue scorie sono fanghi radioattivi. Ecco, il mio problema è questo. Riuscire ad eliminare questa radioattività. Ho bisogno di un qualche marchingegno che blocchi questo processo. Che inertizzi quei fanghi. Rendendone magari possibile un riutilizzo da qualche altra parte.

- Be' - disse Vittorio - avrei bisogno di qualche informazione in più.

- Io purtroppo non sono in grado di darle altre delucidazioni. Per questo posso fissarle un incontro con il direttore tecnico direttamente a Dzerzhinsk. Va bene?

Vittorio annuì con la testa, Voronov afferrò il ricevitore e compose un numero. Evidentemente c'erano problemi con le linee, perché tentò cinque, sei volte. Parlò con un certo Pavel, e fissò un appuntamento in fabbrica per la settimana successiva.

Chiusa la comunicazione, Voronov fece portare tre vodka, dopodiché si rilassarono e parlarono per mezz'ora di come si stesse bene nei boschi degli Urali, e di come Vittorio dovesse sicuramente andarci in vacanza, a cacciare orsi ... e belle donne. Voronov fece poi chiaramente capire che, se l'affare fosse andato in porto, se cioè si fosse concluso un contratto con qualche ditta proposta da Vittorio, be', Vladimir Vassilevich avrebbe gradito, oltre a un cospicuo "regalo", magari anche un invito in Italia per qualche giorno, perché erano anni che sognava di vedere Venezia, e Firenze e Roma. Tangente più viaggio. Un classico della corruzione moscovita.

Vittorio era molto preoccupato. Andare a Dzerzhinsk voleva dire andare, se aveva capito bene, in una zona piena di scorie radioattive. Ma come facevano a viverci loro, gli operai, la gente? Sperabilmente si trattava di un livello di radioattività molto basso. E questo diceva a Dmitrij, mentre si faceva accompagnare in ufficio con la sua macchina. Dmitrij minimizzava, cercando di tranquillizzarlo, affermando che, secondo lui, tutta la Russia è contaminata (bella consolazione!) ma in maniera assolutamente impercettibile, e che quei fanghi, opportunamente inertizzati, potevano, ad esempio, essere utilizzati anche per produrre materiali per l'edilizia.

- Toglimi una curiosità - disse ad un tratto Dmitrij - come faceva Voronov a conoscerti?

- Come, a conoscermi?

- Be', è stato lui a chiamare in ufficio e a dirmi che ti voleva incontrare.

- Che ne so, io. Forse tu hai parlato con tuo padre, e tuo padre ha parlato con lui di me.

- No, gliel'ho chiesto, e mi ha detto di no.

- Allora forse sono diventato famoso! - scherzò Vittorio.

- Forse! - concluse Dmitrij ridendo, e pigiando sull'acceleratore. Vittorio intanto pensava quale potesse essere l'altro problema che Voronov gli voleva sottoporre.

Era appena entrato in ufficio, che Masha lo chiamò al telefono. Era eccitata.

- Vittorio, siamo invitati a cena. Stasera. Sai quel tizio che ti ha preso su alla stazione Kievskij? Anatolij Mokerov. Mi ha appena telefonato. Oggi è il compleanno della moglie, e organizza una cenetta con gli amici.

Vittorio, istintivamente, si pose sulle difensive.

- Ma se abbiamo appena scambiato due parole.

- Si vede che gli sei piaciuto. Che cosa portiamo alla moglie?

- Masha, non ho ancora deciso se andare o no.

- Oh, senti, non andiamo mai da nessuna parte, non vediamo nessuno, a ballare non si va più, a cena fuori non si va più - cambiò tono - ti prego, Vittorio.

- Masha, non sono sicuro che ci troveremo bene a quella cena.

Anatolij non abitava molto lontano da loro, ci arrivarono in dieci minuti di macchina. Come regalo, Vittorio aveva scovato una piccola scatola da trucco della Elizabeth Arden, comprata in aereo chissà quanto tempo prima, sicuramente prima di mettersi con Masha, quando ancora andava avanti e indietro dall'Italia e portava i regalini alle sue "amiche".

La casa era piccola, ma con un sacco di stanze. In cucina ci si poteva mangiare in otto, poi c'era il soggiorno con un pianoforte, due camere da letto, un bagno e un gabinetto. Sopra la libreria del soggiorno, stracolma di libri, c'era una chitarra. In un angolo, un computer, con microfono e altoparlante.

- Sto facendo delle ricerche per il comando dei robot a voce - spiegò Anatolij - Una volta c'era un grande intergruppo, coordinato dall'Accademia delle scienze di Leningrado, che si occupava di ricerche nel campo del colloquio a voce con un computer. Proprio come HAL di 2001 Odissea nello spazio. Fino a due anni fa. Adesso non ci sono più finanziamenti, e il gruppo è stato sciolto. Continuo da solo. Anche se ricerche come queste non si possono certo condurre da soli!

Vittorio non disse che conosceva benissimo la situazione.

Anatolij presentò la moglie Irina e i due terremoti, i figli Misha e Kolja (diminutivi di Mikhail e di Nikolaj), e un altro ospite, il professor Kriushin, dell'Istituto Problemi Gestionali di Mosca, un Centro insignito dell'Ordine di Lenin. Disse inoltre che, dopo cena, sarebbe arrivato un altro amico. Quel Kriushin Vittorio l'aveva già conosciuto. Almeno, gli sembrava.

La cena era semplice, e mangiarono benissimo. Un antipasto di caviale rosso, storione e lingua in gelatina, con pomodori e cetrioli in abbondanza, tanto per iniziare. Il tutto annaffiato dal cognac portato dal professore. Poi un piatto di ottimo borshch, zuppa ucraina a base di barbabietola rossa, e per finire (ma Vittorio era già sazio, a lui bastava l'antipasto tant'era abbondante!) pelmeni, una sorta di ravioli con ripieno di carne. La torta l'avrebbero mangiata all'arrivo dell'altro ospite, ma intanto cominciarono con la vodka.

Seduti sui divani un po' sfondati, ricoperti da velluti verdi, con le sigarette e la vodka a portata di mano sul tavolino, dopo una cena così gustosa, intima e piacevole, i tre uomini e le due donne chiacchieravano di tutto un po'. Kriushin era molto interessato al lavoro di Vittorio. L'Istituto in cui operava, infatti, era impegnato in una ricerca di base nel campo della scienza e della tecnologia del "controllo", in tutti i settori, dai sistemi di management al controllo di un impianto industriale alla valutazione dell'efficienza e della longevità di grandi complessi. Sarebbe piaciuto, a Kriushin, trovare dei partner con i quali studiare le aree di applicabilità delle idee e degli strumenti estremamente avanzati sviluppati nell'istituto. Vittorio si dimostrò molto disponibile, soprattutto dopo il quarto bicchierino di vodka, quando assicurò Kriushin che gli avrebbe fatto visita il giorno successivo.

Il discorso poi cadde inevitabilmente sulla sessione speciale del Congresso dei deputati del popolo, che si sarebbe tenuta a Mosca dall'indomani. C'era un problema grosso, in ballo, il conflitto tra il presidente Boris Eltzin e il capo del Soviet supremo Ruslan Khasbulatov, un conflitto istituzionale tra il potere esecutivo e il potere legislativo che stava soffocando qualunque iniziativa politico-economica da almeno sei mesi. Eltzin pensava addirittura di uscire dall'impasse proponendo un referendum su tutto, sul tipo di repubblica da realizzare, sui poteri del parlamento, sulla convocazione di un'assemblea costituente, sui diritti di proprietà. Con il fondato timore, da parte di Khasbulatov e dei "parlamentaristi", che il presidente, nel caso il Congresso avesse bocciato la proposta, si sarebbe rivolto direttamente al popolo, con conseguenze difficilmente valutabili sul piano dell'ordine pubblico, non essendo tra l'altro ben chiaro che cosa sarebbe successo all'interno dell'esercito se si fossero verificati moti cruenti di piazza. A Vittorio questa situazione così burrascosa ricordava i suoi anni verdi, il sessantotto, l'immaginazione al potere, le lotte e le manifestazioni. Ma ci pensò Kriushin a fargli sbollire l'entusiasmo.

- Caro Vittorio, voi occidentali della Russia non capite proprio niente! Lei pensa davvero che i giovani si occupino di politica? Se è così, vada nelle nostre università, vada a chiedere se sanno che cosa succederà domani. Vada da chi dice di sostenere Eltzin e gli chieda di che cosa si discuterà. Vada a chiederlo a quelli che in agosto del novantuno stavano dietro a Eltzin sulle barricate, dove c'erano, guarda caso, anche Rutskoi e Khasbulatov, chieda in giro che cosa sta succedendo in Russia. Non lo sanno. C'è un'ignoranza politica e un'apatia come non ci sono mai state, in questo paese. Un'ibernazione totale. La verità è che le diatribe di potere tra Eltzin e Khasbulatov non interessano nessuno, come i proclami di Eltzin, i suoi falsi e ridicoli timori di un ritorno del comunismo in Russia, cui nessuno crede, perché la gente capisce che questo cinghiale ha un unico problema: conservare il proprio potere. Quindi non è interessata, non partecipa, pensa piuttosto a come tirare avanti giorno per giorno, a come far bastare uno stipendio di quattro miserabili rubli tutto un mese, altro che costituzione e repubblica presidenziale e compagnia! Sa che cosa mi dicono i miei ragazzi all'istituto? "Quel po' di tempo libero che ho, lo dedico ad ascoltare musica o a praticare sport. Non ho tempo per la politica". Questo, mi dicono!

- E ti dirò di più, Vittorio. - intervenne Anatolij - Un mio studente oggi mi ha detto: Anatolij L'vovic, un ritorno del comunismo non sarebbe male. Penso che il paese abbia bisogno di una mano forte.

- E secondo voi la colpa è di Eltzin? - Vittorio sapeva già la risposta. Gongolava, perché era d'accordo su tutto, e trovare finalmente qualcuno che la pensava come lui era come respirare una boccata d'aria buona dopo tanto smog. A quelli che incontrava per lavoro, a quei giovani squali che si stavano arricchendo in quel marasma che il regime passava per libertà economica, guai a parlare male di Eltzin!

- Ma certo! - disse Anatolij. - Vittorio, Eltzin ha distrutto tutto, ha distrutto la fiducia, ha distrutto la democrazia, la voglia di esserci, di partecipare. Ha creato solo miseria e malavita e corruzione, dove sguazzano come pesci nell'acqua soltanto quelli che venderebbero anche la madre. E un mondo in cui solo chi ha soldi, chi porta soldi e chi genera soldi è portato alle stelle, non mi interessa. Non è per questo che sono andato a fermare i carri armati davanti alla Casa Bianca.

"Nemmeno io" pensò Vittorio.

- Non è più possibile fare la spesa - disse Irina - una volta mancava tutto, i banchi erano vuoti. Oggi la roba c'è, ma chi la può comprare? Forse tu, Vittorio - e guardava anche Masha senza nominarla.

Vittorio cominciava a percepire un'atmosfera strana. Non era che pensassero che lui fosse uno sciacallo straniero venuto in Russia a mangiare la sua parte di cadavere? Si chiedeva perché l'avessero invitato. Masha era ancora più a disagio, si sentiva la privilegiata che aveva trovato il pollo da spennare, che poteva entrare nei negozi in valuta, che poteva comprare carne, banane e succhi di frutta. Se ne stava seduta zitta zitta a sfogliare una rivista.

- La cosa che più mi fa star male - riprese Kriushin rivolto a Vittorio - è che i miei uomini migliori se ne stanno andando uno dopo l'altro, chi viene assunto da una qualche società straniera, chi apre una casa di software, chi ancora si dedica al commercio. Come il mio collega Karadin, vent'anni di lavoro nel campo aerospaziale, la cui massima gratificazione adesso è importare cioccolato dalla Cecoslovacchia.

Certo che Vittorio lo sapeva. Aveva incontrato proprio la settimana prima un grossista di acqua minerale, che sotto Brezhnev era stato il capo di un centro per il lancio di missili meteorologici in Karelia. Costui gli aveva anche spiegato come si entra nel giro del commercio. Si va da un "amico", di solito uno straniero, che possa mettere a garanzia, diciamo, centomila dollari per te. A fronte di tale garanzia, una banca ti può prestare i soldi che ti occorrono per comprare quella merce che poi rivendi con un profitto minimo del cinquanta per cento. Ovvio che devi avere già il cliente. Così il denaro gira, a poco a poco restituisci alla banca ciò che devi, paghi il garante, e arrivi all'autosufficienza.

- E la stampa? - stava continuando Kriushin, rosso in volto per la rabbia e per la vodka. - Parlavano di libertà di stampa! Avete visto che cosa si stampa? Tutta roba commerciale. Per forza, visto che la stampa è strangolata dall'economia. L'economia di mercato! Doveva alzare il tenore di vita, no? E invece stiamo chiedendo l'elemosina a voi occidentali. Che splendido sviluppo! Fuga di cervelli e disoccupazione. Bel risultato. Mi tocca proprio dire che aveva ragione Ligachov.

E vuotò d'un fiato un bicchiere di vodka.

Vittorio non capiva bene dov'era capitato. Di certo Kriushin non gli piaceva per niente. Un vecchio ubriacone che stava perdendo prestigio e potere. E che perciò vedeva il nuovo che avanzava come il fumo negli occhi. Anche se, poco meno di un'ora prima, gli aveva chiesto di trovare qualcuno che, in buona sostanza, finanziasse l'attività del suo istituto. Il fatto che questo qualcuno potesse essere un capitalista occidentale, evidentemente non gli faceva del tutto schifo. Anatolij invece gli sembrava di tutt'altra pasta: quel poco che aveva detto, e soprattutto i suoi modi di fare, sia con Irina che con lui e Masha, gli davano l'idea di una persona sincera, pulita, idealista, per la quale valori come l'onestà, l'amicizia, la solidarietà erano ben più importanti che il far soldi a qualunque costo. Erano una bella coppia, lui le sistemava un cuscino dietro la schiena, lei gli prendeva la mano, ringraziandolo con gli occhi.

- È arrivato Volodja - disse Irina. Avevano suonato alla porta, Anatolij aveva guardato l'orologio, Irina era andata ad aprire.

E Vittorio rimase impietrito. Lo conosceva, l'uomo che stava riempiendo tutto lo spazio della porta, l'aveva incontrato quella mattina stessa in Ulitza Neshdanovoj. Era Voronov. Evidentemente un amico di famiglia, perché Irina lo aveva chiamato col diminutivo.

- Buonasera a tutti - disse Voronov, col suo vocione grave, strascicato, tanto da sembrare mezzo addormentato.

Vittorio lo salutò, e gli presentò Masha. Era pur sempre un probabile cliente, da trattare bene. Ma che ci faceva Voronov con Anatolij e Irina? Un pezzo grosso della nomenklatura industriale sovietica, e due tecnici ricercatori. Che fossero parenti?

- Allora, domani si riparte, e forse questa volta ce la facciamo! - disse a un tratto Voronov, mentre stavano tutti mangiando la torta in silenzio, con lo sguardo sul piatto. Masha aveva chiesto sottovoce a Vittorio chi fosse quell'uomo. Le sembrava di conoscerlo. Una volta l'aveva visto passeggiare in centro, e dava il braccio alla sua amica Natasha, che anche Vittorio conosceva. "Sarà stato un suo cliente" le aveva sussurrato Vittorio ridendo. Masha si era accigliata, e aveva ripreso a mangiare. Anche Voronov, però, di tanto in tanto lanciava uno sguardo a Masha, e questo a Vittorio non piaceva per niente.

- Ce la facciamo a fare che cosa? - chiese Vittorio.

- A battere Eltzin, e tutta la sua corte di economisti bugiardi.

Vittorio si incuriosì immediatamente, già non pensando più al colloquio silenzioso tra Masha e quel bestione che un momento prima gli aveva dato tutto quel fastidio. Anche perché, bella com'era, lo sguardo degli uomini Masha non poteva che attirarlo. Però ...

- Noi, chi? Vuol dire Khasbulatov?

Voronov posò il piatto sul tavolino, e si accese una marlboro. Tirò un paio di boccate, prima di rispondere. Sembrava un barone universitario di prima del sessantotto.

- Vede, Vittorio. Khasbulatov, Rutskoi ... crede che siano più affidabili di Eltzin? Anche loro pensano esclusivamente al proprio piccolo potere. Ma per il momento ci vanno bene. Almeno finché fanno le cose giuste. Vittorio, parliamoci chiaramente. Oggi in Russia non c'è nessuno che possa dire al paese che cosa vada fatto, perché non c'è nessuno all'altezza di questo compito. La sola cosa certa è che, andando avanti di questo passo, l'economia vera, voglio dire, quella della grande industria, dell'industria pesante, o si blocca del tutto o viene svenduta agli stranieri. Liberalizzare e privatizzare, in questa situazione, è pura follia. E glielo dice il capo di una cosiddetta "struttura privata". Che però non ha in mano niente, solo un pezzo di carta che dice che io sono il proprietario del trenta per cento del Kombinat. E che cosa ci faccio, col Kombinat, senza soldi?

- Be', l'iniziativa privata mi pare che stia cominciando a dare qualche frutto ... - interruppe Vittorio.

- Ma quale iniziativa privata! Quella di tutti quei ragazzotti che aprono un chiosco dietro l'altro? Con i problemi sanitari che ne derivano? O quella di tutta la pletora di commercianti che venderebbero anche l'anima? Ma chi produce? Che fine fa l'industria, che è il cuore di questa nazione?

Vittorio non capiva dove voleva arrivare. Perché Voronov gli stava dicendo tutto questo? Era chiaro che parlava per lui, per gli altri non era certo una novità. Kriushin, ormai ubriaco, annuiva a ogni frase. Anatolij guardava il tappeto, e si capiva che sapeva a memoria ogni parola. Irina lo fissava come fosse un guru. Masha si era stretta a Vittorio, e ascoltava con attenzione.

- Il grande Kombinat di Dzerzhinsk - continuò Voronov - fino a due anni fa produceva migliaia di macchine per movimento terra all'anno. Facevamo tutto, dalla fusione del ferro fino al montaggio finale. Perché così voleva il piano e la nostra organizzazione produttiva. Mi dice lei che cosa faccio adesso? La tecnologia che usavamo era vecchia, antiquata, inquinante, d'accordo. Ma con quali soldi la sostituisco? E dove acquisto i componenti, se non li produciamo più noi? E poi, con che cosa li pago? E le materie prime? Perché i fornitori, adesso, per consegnare vogliono essere pagati. I debiti tra industrie, dice Gajdar, non possono più essere annullati per decreto. D'accordo. Benissimo. E allora? Aspettiamo i tedeschi, o gli americani, o voi, per costituire delle joint-ventures? Ma chi lo trova più uno che si fidi? Ormai si fanno joint-ventures solo per aprire alberghi, ristoranti, per fornire servizi. Perché rendono più in fretta. Perché sono facilmente controllabili. Oppure venite qui voi, a impiantare le vostre fabbriche, gestite dai vostri uomini, pagando la nostra manodopera qualificata venti dollari al mese! E intanto noi che facciamo? Smantelliamo tutto? No, ci affidiamo alle linee di credito statali, assegnate da gente incompetente e corrotta. Certo. Lo sa a che cosa serve la tangente, sì, la tangente che le ho chiesto questa mattina? A pagare l'assenso della commissione per farmi assegnare un finanziamento dallo stato! E chissà che cos'ha pensato lei.

Voronov tacque, e tracannò un bicchiere di vodka. Era una pausa ad effetto. In fondo eran tutte cose che Vittorio bene o male sapeva. E allora?

- Allora, caro Vittorio, sono giunto a una conclusione. L'economia e lo stato, almeno in questo momento transitorio, devono essere gestiti da chi questi problemi li vive tutti i giorni, da chi conosce nei minimi dettagli la situazione del nostro apparato produttivo, e le possibilità di rimetterlo in moto: gli industriali e i tecnici. Ricercatori come Tolja, come Kriushin, e tanti altri come loro, che devono sviluppare idee e tecnologie in stretta cooperazione con le imprese industriali. Mi creda, Vittorio, è così, dobbiamo governare noi, fuori dalle pastoie politiche. E col pugno di ferro, purtroppo. Altro che voucher e privatizzazioni!

Voronov adesso parlava ancora più lentamente del solito, monocorde, con un tono che non accettava obiezioni.

- L'unico ostacolo - riprese, dopo essersi guardato attorno, ed essersi versato un po' di vodka nel bicchiere - è Boris Eltzin. Va rimosso. Anche se questo significasse la vittoria del Soviet supremo. Un ceceno - sottolineò, con un'evidente punta di disprezzo - come Khasbulatov non ci fa alcuna paura. E come referente politico, punteremo su Rutskoi, tanto a lui basta fare il Presidente, gli basta avere a disposizione una bella Mercedes, ricevere delegazioni, stringere mani ... Mentre noi faremo il governo vero e proprio, che saprà gestire la riorganizzazione produttiva di questo grande e ricco paese. Il primo passo sarà il blocco delle privatizzazioni. E se la conosco bene, caro Vittorio, sono certo che lei è d'accordo con me.

Seguì un lungo silenzio. Kriushin guardava con occhi torvamente assenti il bicchiere che si rigirava tra le mani, Anatolij e Irina parlottavano tra di loro. Masha si guardava intorno, poi cercava Vittorio, come per chiedere aiuto, forse solo per dirgli "Andiamo via!". Ma Vittorio non c'era: stava fissando Voronov. Questo tizio semplifica troppo, pensava, tira acqua al suo mulino, a che cosa mira se non al potere, esattamente come gli altri? E poi, che cos'era questa storia che lo conosceva? Chi gliene aveva parlato? Certo, il discorso di Voronov aveva un suo senso, una sua logica precisa. Ma in un contesto di libertà, di democrazia. Che cosa c'era in Russia di tutto questo? Niente! Vittorio non ribatteva, forse perché aveva paura di apparire ridicolo, a parlare di diritti dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti, la propria forma di governo. Gli venne in mente, chissà perché, una cena dell'anno prima, al Biffi Scala di Milano, con una donna russa di trent'anni. Si chiamava Valentina. Lui l'aveva accompagnata in Italia per acquistare una grossa partita di abiti femminili da importare in Russia. Aveva pagato tutto la Impex International. Era una donna imprenditrice, una di quelle figure che stavano nascendo nella nuova Russia, tutta d'un pezzo, sicura e autoritaria, che con i soldi del padre, ex importante funzionario comunista della regione meridionale di Krasnodar, sognava di aprire show-room in tutta la Federazione. E Vittorio ricordava come, quella sera, lui si fosse imbarcato in un bla-bla convinto sulla democrazia, e sulla situazione in Russia, e sulla solidarietà sociale, e su "come vorrei fare qualcosa per i russi!", per questo popolo che gli piaceva, per questa cultura che l'aveva sempre attratto ...

- E perché? Che c'entri tu? - aveva replicato gelida Valentina. - Tu non conosci i russi. Le parole democrazia e solidarietà sono bestie sconosciute, in Russia! Vatti a leggere Cuore di cane di Bulgakov, e allora capirai come sono fatti veramente, i russi. Arroganti, triviali, prepotenti. E ignoranti. E se appena prendono tanto così di potere, magari soltanto la direzione di un comitato di condominio, la loro volgarità e ottusità si moltiplica per dieci. Ti rendono la vita impossibile, riempiendosi la bocca di slogan assurdi e imparaticci. Non sono come pensi tu, in astratto. E poi, che cosa vuol dire che ami il popolo russo? Quale popolo? Quei parassiti che lavorano da me, nella mia ditta? Quella gentaglia che per farla lavorare devo urlare tutto il giorno? Vieni lì anche tu, ad avere a che fare con quegli imbroglioni alcolizzati! Tu, caro Vittorio, conosci solamente gli uomini d'affari, gli uomini di cultura. Conosci la Russia sui libri. Ma la stragrande maggioranza dei miei connazionali non è così! Già ... bello parlare di democrazia standosene qui, a Milano, in questo raffinato ristorante per ricchi. Facile. Ma io dopodomani torno a Mosca, e dovrò cavarmela con gente come quella, se voglio fare qualcosa. E lo voglio! Voglio riuscire a realizzare quello che ho in testa in qualunque modo, legale o illegale che sia.

- Democrazia e solidarietà! - aveva continuato, tristemente. - Oggi, caro Vittorio, ciascuno deve badare ai bisogni propri, non a quelli della società! Altrimenti è un gatto che si mangia la coda, non si costruisce niente! Credi che mi piaccia essere così dura, cattiva, sempre in tensione? Credi che non mi piacerebbe essere una donna normale, dolce, affettuosa, senza questo stress continuo del lavoro? Godermi questa bella serata, e magari poi venire a letto con un bell'uomo come te? Ma non posso, Vittorio, non ne ho il tempo, non ne ho l'animo, non sono disponibile. Non adesso. Adesso devo costruire, per me e per la mia famiglia. E non è soltanto egoismo, questo, Vittorio, credimi. È l'unico modo di porre delle basi perché quel dannato paese si salvi, e riprenda a vivere con un minimo di dignità.

Questo aveva detto più o meno Valentina. E adesso, seppur fumosamente, Vittorio percepiva delle analogie, dei legami, con i discorsi di Voronov. Sentiva che sia Valentina sia Voronov avevano torto. Ma lui non era russo. In realtà, voleva che Valentina e Vladimir Vassilevich avessero torto.

- Comunque - disse Vittorio a Voronov - alla popolazione tutto questo costerà lacrime e sangue, né più né meno che con Eltzin. Perché mi sembra di capire che non ci sarebbero vie di mezzo: sarebbe un capitalismo di stato, con tutte le regole del capitalismo e senza gli ammortizzatori del socialismo.

- Sarà solo una fase transitoria - intervenne Anatolij, guardando Voronov come per cercare una conferma. - Ma almeno otterremo qualche risultato. E spazzeremo via corruzione e malavita.

- Vittorio, - disse Voronov, con il tono di chi si sta preparando a iniziare una lezione (anche Stalin iniziava così i suoi discorsi) - vorrei che lei capisse bene. Il nostro è un progetto ben preciso, con un obiettivo finale e un passo intermedio. L'obiettivo è in ogni caso arrivare al mercato e alla destatalizzazione, ma la differenza è che il processo lo dobbiamo guidare noi, non i politici, con la loro incompetenza! Li guardi bene. Da dove vengono questi signori, Eltzin, Rutskoi, Chernomyrdin, e tutti gli altri? Sono tutti ex-comunisti, appartenevano tutti alla nomenklatura, e quando si sono accorti che il sistema non reggeva più, si sono messi ai ripari, rifacendosi una verginità. Perché ci dobbiamo fidare? Di uno come Eltzin, ad esempio, che di punto in bianco, senza spiegazioni, ti silura un ministro, o decreta che d'ora in avanti alle casse dello stato ci pensa direttamente lui? No, noi sappiamo come arrivare al risultato. E il mercato non può esserne lo strumento, per la semplice ragione che non c'è, non esiste, è l'obiettivo! Qui si confonde il fine con il mezzo, capisce? Il mercato non si inventa dopo settant'anni per decreto! Ci si deve arrivare passo dopo passo, sotto un rigido controllo, con verifiche intermedie continue. E qui ci sarà d'aiuto il nostro professor Kriushin.

- Ma, alla fine, chi saranno i proprietari? Continuerà a esserlo lo stato? Non mi sembra che ci sia granché di diverso rispetto al vecchio regime comunista.

Voronov sorrise, paziente.

- Non è certo nostra intenzione consegnare nelle mani di speculatori, affaristi e malavitosi il risultato del lavoro di intere generazioni di russi! Le aziende dello stato verranno sì cedute, ma a chi ci avrà lavorato, alla collettività. Del resto è questo che intendeva anche Gorbachov quando parlava di "diverse forme di sviluppo della proprietà socialista", agli inizi della perestroika. Qualcuno poi ha eliminato l'ultima parola, l'aggettivo socialista. Vede, Vittorio, noi vogliamo certo impossessarci di molte cose occidentali: delle alte tecnologie, dell'organizzazione dei processi produttivi, delle infrastrutture di mercato. Ma non del vostro principio di proprietà privata. Noi vogliamo una società in cui si dia priorità all'uomo e alla democrazia. Per noi la base economica del socialismo rimane la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma, a differenza del passato, in forme differenziate. L'uomo, il singolo, diventa comproprietario. Vogliamo un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni di qualunque tipo, in cui a ciascuno viene dato sì secondo il proprio lavoro e la sua qualità, senza però che il superamento di tendenze troppo egualitarie significhi dividere la popolazione tra una piccola minoranza di gente attiva, e una grande massa biologica il cui scopo sia solamente quello di servire i più intraprendenti. Ecco, questo no, non lo vorremo mai.[13]

Voronov si fermò, per il solito bicchiere. Anche Vittorio taceva, in attesa del seguito. Era come ipnotizzato. Del resto tutti lo erano. Tranne Kriushin, che dormiva.

- Ora però, caro Vittorio, bisogna affrontare il presente. E il presente è durissimo. Perché, e ancora una volta voglio essere chiaro, in questa prima fase di ricostruzione dello stato, bisogna essere pronti a tutto. Perché lo stato finanzierà le proprie aziende solamente nell'ottica della loro importanza tattica e strategica. Le altre, chiuderanno. E questo getterà sulla strada milioni di persone. Per il mantenimento delle quali, attualmente, lo stato non avrà alcuna risorsa finanziaria. Dobbiamo quindi prevedere la possibilità di un'alleanza di fatto tra disoccupati, malavita e speculatori, e dovremo essere pronti, anche a reprimere rivolte e scontri di piazza. E perché questa situazione duri il meno possibile, dobbiamo metterci subito al lavoro. Ma abbiamo bisogno anche di lei.

- Per che cosa, per sparare in piazza? - scherzò scioccamente Vittorio. Voronov lo fulminò con lo sguardo.

- Per le sue competenze, Vittorio. Vede, noi sappiamo dove arrivare, e come. Abbiamo il progetto. Ma non disponiamo delle competenze per metterlo in pratica. So che lei ha diretto un'azienda, ha fatto il consulente di organizzazione, ha compiuto ricerche di mercato, ne ha svolte anche qui in Russia e, mi dicono, con ottimi risultati. Noi abbiamo bisogno di tutto ciò. Abbiamo individuato i settori strategici. Ora dobbiamo sapere come fare: come scegliere gli impianti migliori, come organizzare la produzione, come controllare i costi, come ottimizzare le scorte, come fare il marketing, quali infrastrutture utilizzare, e così via. Lei ci deve fare scuola, Vittorio. Le sto chiedendo di partecipare alla ricostruzione di questo grande paese!

Vittorio era senza fiato. Gli brillavano gli occhi.

- Ma perché ... proprio io?

Voronov gli sorrise. Sapeva che ormai aveva vinto.

- Perché mi fido di lei, Vittorio. Perché conosco le sue idee, le sue aspirazioni meglio di molti altri, che magari non le hanno mai capite. Non è questo che, in fondo, lei vorrebbe fare? E per cui è venuto a vivere in Russia? Per aiutarci. Bene, adesso ne ha l'opportunità.

Vittorio sentì un brivido lungo la schiena. Ancora una volta, si chiedeva come facesse Voronov a conoscerlo. E così bene, poi. Poteva capirlo per quanto riguardava la sua vita professionale, quella non era un segreto per nessuno, la sua storia si era svolta alla luce del sole, e in fondo poteva anche essere che prima di contattarlo Vladimir Vassilevich avesse preso delle informazioni su di lui. Ma il resto? Le sue più intime aspirazioni, i suoi desideri, i suoi sentimenti? Ne aveva parlato pochissimo, in Russia, anche perché il contatto diretto con la realtà di quel mondo in disfacimento a poco a poco gli aveva fatto perdere ogni speranza e ogni illusione.

- Sì ... - balbettò Vittorio - ma Eltzin?

- Domani comincia il Congresso dei deputati del popolo. Vedremo come andrà a finire.

Detto questo, si congedò. E Kriushin, svegliato dal trambusto dei saluti, se ne andò con lui.

Adesso l'atmosfera era molto alleggerita. Irina insisteva con Anatolij perché suonasse qualcosa alla chitarra, e Masha si unì alle sue richieste. Anatolij protestava che era tardi, era quasi l'una, e che la chitarra era scordata. Ma alla fine capitolò. E fece bene, perché aveva una splendida voce da baritono, arrochita dal fumo e dalla vodka, e cantò una canzone di Vladimir Vysotskij, l'autore "maledetto", quello morto tredici anni prima di infarto per alcool e droga, che aveva sposato Marina Vlady. Si intitolava Il canto della terra, e diceva che "la terra non è morta, si è solo nascosta, non è vero che non può più accogliere un seme, essa è l'anima, attento solo a non calpestarla con i tuoi stivali". Poi ne cantò un'altra, di un uomo che sapeva tenere vivo un vecchio gelso, e un'altra ancora. Masha ascoltava, con le ciglia umide, stringendo la mano del suo uomo. "Ma come fa" pensava intanto Vittorio, con la mente annebbiata dalla vodka "uno come Anatolij, che ama Vysotskij, a stare con uno come Voronov?" Che c'entrava Anatolij con lui? Il fatto di essere coinvolto come tecnico? L'obiettivo finale socialista, che sapeva tanto di fumo negli occhi? Oppure era invece la solita storia, quante volte l'aveva incontrata sui libri, del russo idealista e moralista, e quindi carico di tutta la violenza propria dei duri e puri, di quelli che si sentono gravare sulle spalle chissà quale missione personale e storica, e che per questo sono pronti a tutto, al martirio e anche al delitto, se serve allo scopo. La solita storia di Raskol'nikov, in fondo, che vuole liberare la sua vita e il mondo dalla presenza malvagia della sordida usuraia, per cui, assurta questa a simbolo del male, tutto diventa consentito, anche l'assassinio.

- Bisogna far fuori Eltzin!

L'assassinio, appunto! Cos'altro implicava quella frase, che gli stava rimbalzando nel cervello? E che non se ne voleva andare. Chissà poi se, al dunque, Anatolij avrebbe avuto davvero il coraggio di farlo!

- Bisogna far fuori Eltzin!

Di nuovo! E Masha guardava Vittorio, con sempre maggior preoccupazione. Perché era lui a parlare, a dire questa cosa per la seconda volta, non Anatolij!

Vittorio alzò la testa, confuso, una gran nebbia che gli grattava gli occhi, come se fosse sabbia. La vodka, troppa. E il fumo. I suoni gli arrivavano attutiti, come se avesse avuto del cotone nelle orecchie, ma poi gli rimbombavano dentro, o forse erano pensieri suoi, chissà, ormai fuori controllo, non più tenuti a bada da una mente vigile, che li costringesse entro i binari di un dover essere tanto responsabile quanto intimamente disprezzato. Ma perché adesso lo stavano tutti guardando? Perché Anatolij aveva smesso di cantare? Che cosa aveva detto, Anatolij? Bravo, Anatolij! Quel bastardo va tolto dalla faccia della terra! E tu, Masha, piccolo amore mio, vieni tra le mie braccia, che buon odore che hai, piccolo tesoro!, Masha, cristo, ah, muoio, mi vien da vomitare!

- Vi accompagno a casa - aveva detto Anatolij.

Il giorno seguente Vittorio rimase in casa, un po' stordito, nonostante i numerosi caffè che Masha, premurosa, gli preparava. Lei non lo aveva mai visto ridursi così, aveva bevuto troppo, d'accordo, ma toccarle le cosce, e alzarle la gonna, così, davanti agli altri!, ma che cosa gli era preso? Non c'era una ragione palese, concreta, ma lei sentiva che all'origine di tutto c'era Voronov. Quel Voronov! Che brutta faccia, e come guardava Vittorio con quegli occhietti porcini, furbi e bugiardi! E che discorsi, poi! Ma che c'entrava Vittorio? Loro due dovevano farsi i fatti propri, stavano bene, Vittorio era un professionista bravo, serio, onesto, l'aveva detto anche Voronov, e pure in Italia era molto considerato, le aziende lo contattavano sempre più spesso per fare affari in Russia. Che cosa volevano di più? Oltretutto, per l'estate avevano già programmato un bel viaggio in Italia, lei non c'era mai stata ed era tutta eccitata all'idea, anzi, aveva già iniziato le pratiche per il nuovo passaporto, perché poi per ottenere il visto dall'ambasciata italiana occorreva circa un mese.

Quel Voronov! Eppure lei era convinta di averlo già visto, con Natasha. E non aveva affatto l'aria di essere un cliente.

Nel pomeriggio cominciò a nevicare, e Vittorio volle uscire per prendere una boccata d'aria. Passeggiò un po', poi decise di fare quattro passi in centro, in Piazza Rossa. Fermò una macchina, e in meno di mezz'ora si trovava davanti al mausoleo di Lenin. La Piazza era bellissima, era parecchio tempo che lui non ci veniva, e adesso si stava ricoprendo di un leggerissimo strato di neve. Con la neve, era proprio come se l'era sempre immaginata, anche quando l'idea di vivere a Mosca non gli passava neppure per l'anticamera del cervello. Era tutto come da cartolina, con le due guardie del Servizio d'onore al Mausoleo fisse sull'attenti, in attesa del cambio delle cinque, il tetto argentato del Museo della Rivoluzione, le mura rosse del Kremlino, la facciata barocca dei Magazzini Gum ... Chissà quanto sarebbe durato tutto questo! Già si parlava di togliere il servizio d'onore, di spostare la salma di Lenin, di installare pannelli pubblicitari luminosi ... Con un sospiro, Vittorio attraversò la piazza e oltrepassò San Basilio, diretto verso il fiume.

Invece, subito dopo la basilica, si fermò. Buttando l'occhio a sinistra, verso l'hotel Rossiya, aveva visto qualcosa. Qualcosa che gli sembrava proprio quello cui prima o poi avrebbe voluto assistere. Qualcosa che stava avanzando verso di lui, una folla, una folla vociante, decisa, incazzata. Vittorio non ci credeva quasi, e lo disse, forte: "Una manifestazione, finalmente!", e le andò incontro, quasi senza pensarci, per gustarsi l'urto, come quando da piccolo, al Lido di Venezia, si godeva il mare grosso, con i cavalloni, e lui ci si buttava, e loro gli si avventavano contro, e si scomponevano, per ricompattarsi immediatamente dopo.

L'impatto ci fu. Ma fu una grande delusione. Perché non erano cavalloni, erano soltanto un qualche centinaio di persone, con i cartelli, qualche striscione, qualche ritratto di Lenin e le bandiere rosse, gente per lo più di mezza età, vestita "alla sovietica", cappottoni grigi, guanti di lana grossa, colbacchi o scialli sulla testa. Urlavano in disordine, ciascuno per conto proprio, "Eltzin avventuriero!", "Agente americano - svendi il paese agli stranieri!", "Ebreo ubriacone!", e poi "Lenin vive!", "Stalin padre della patria!" A Vittorio, circondato da questi disperati, venne subito un groppo alla gola. Era tutto così patetico, stonato, scomposto, inutile! Altro che la massa della grande manifestazione che sognava lui, piena di gente compatta, a formare un sol uomo, come si diceva una volta, altro che un solo grido, possente, risonante fin dentro le stanze del Kremlino, altro che un oceano organizzato, che con il suo passo battuto all'unisono facesse rimbombare il selciato della Piazza Rossa e tintinnare i vetri dei magazzini Gum! Allora sì, gli occhi lustri di eccitazione, Vittorio non ci avrebbe pensato un attimo a diventare parte di quell'uno. Invece erano solo quattro poveri cristi, isolati anche tra loro, che si guardavano attorno smarriti, senza una guida, senza una speranza, certi solo di un rancore feroce, da urlare, da gettare in faccia a un prossimo qualunque, a Eltzin, agli americani, agli ebrei, ripiegati del tutto su un passato fasullo, che così com'era stato poteva solamente scomparire.

Vittorio, svincolatosi in fretta da quelle grida rauche, tornò indietro, cupo e di pessimo umore, diretto verso ulitza Tverskaya, l'ex via Gorkij. Adesso tutto lo infastidiva. Il traffico sempre più intenso caotico e puzzolente, i chioschi che spuntavano come funghi lungo le belle strade di Mosca, uno dopo l'altro, ormai diventati un arredo urbano di pessimo gusto, con quelle bande di giovani che vi stazionavano nei pressi, russi, tatari, georgiani, armeni, tutti con l'aria di maneggiare dollari, pistole e zone d'influenza. La sporcizia dappertutto, montagne di bucce vicino ai banchetti da cui ragazze infreddolite e truccatissime vendevano banane a prezzi occidentali, e cartoni fradici, e la neve già sporca appena caduta sul fango nero e oleoso dei passaggi pedonali. E i mendicanti, e i venditori di cani, di gatti, di riviste pornografiche o religiose, tutti stipati nei sottopassaggi della metropolitana, e la povera gente che affollava in piedi la Tverskaya, tutti vicini, una lunga miserabile dignitosa catena umana che vendeva paia di scarpe vecchie, bottiglie di vodka, pacchetti di sigarette, lacci per le scarpe o il servizio di bicchieri della domenica. Chi glielo aveva fatto fare, a Vittorio, di venire a vivere in quel casino da terzo mondo, dove la vita non valeva più nulla, e l'unico governo efficiente sembrava quello della malavita, dove c'era chi si poteva comprare una Ferrari al giorno, mentre la stragrande maggioranza viveva ai limiti della sussistenza! La quale però accettava tutto ciò, dio santo, in nome di non si capiva quale arcana visione del futuro, di quale fiducia in chissà quale ipotetico colpo di fortuna, in chissà quali condizioni di cambiamento. Una massa di sbandati, di microcosmi incomunicabili, in cui si percepivano ventate di frustrazione a ogni Mercedes che sfrecciava sulla strada, e nubi pesanti di rassegnazione al termine di ogni giornata passata inutilmente.

A casa, Vittorio fu scontroso e insofferente, bloccava sul nascere qualunque cenno gentile di Masha. La quale era imbronciata come mai lo era stata nei sei mesi di vita in comune. Piccola Masha, piccolo bocciolo ventiduenne, coi suoi capelli corti e biondi, i suoi occhi blu così disincantati, la sua totale e voluta incomprensione di un mondo che non fosse i gianduiotti e i jeans Levìs, e quel tenore di vita che aveva voluto a tutti i costi, disposta per ottenerlo a far qualunque cosa, con la determinazione rabbiosa che solo le ragazze russe possono permettersi di avere senza perdere nulla della loro dignità. Dolce Masha, disponibile sempre, in quel corpo così giovane, con quei bei seni piccoli, quel ventre piatto e morbido, quel sedere tondo e sicuro, insomma, bella da mozzare il fiato, legata a Vittorio nel modo più diretto, assoluto e avvolgente, con tutto l'amore che poteva. Un utero caldo, sensuale, in cui rifugiarsi e stare bene, che non gli avrebbe fatto mai mancare nulla. In cambio chiedeva solamente la tranquillità di godersi ciò che aveva, e la sicurezza che nulla sarebbe mai successo a modificare quello stato, che mai sarebbe dovuta ritornare a quello che era, e men che meno alla sua famiglia, un padre alcolizzato e violento, una madre che a quarant'anni era sfatta dalla fatica di tirare avanti. Era stato per questo che allora, dopo le superiori, aveva deciso di non andare all'università. Voleva lavorare, a modo suo, e guadagnare tanto denaro, e farsi un appartamento suo, e stare bene anche lei, finalmente! E quando Vittorio, sei mesi prima, le aveva chiesto di andare a vivere con lui, Masha aveva toccato il cielo con un dito, e si era trasferita armi e bagagli in ulitza Kutuzova.

Ma quella sera c'era qualcosa che non andava. Anche durante la cena Vittorio stava zitto, e lei per questo era molto tesa, e lo scrutava, apprensiva, attenta a cogliere una qualche sfumatura da cui percepire che l'umore di lui stesse finalmente per cambiare. Poi andarono a letto, e fu il contatto con quel corpo caldo e nudo a scioglierlo. E allora Vittorio le sorrise, la baciò a lungo, e fecero l'amore con l'ardore di sempre.

Il Congresso dei deputati del popolo, tra scontri, lanci di accuse, colpi di scena, gesti melodrammatici di Eltzin che se ne andava sbattendo la porta ad aizzare il "suo" popolo, durò quasi una settimana. Il presidente ne uscì ufficialmente battuto, i referendum da lui voluti non erano passati, e il ruolo della sua carica era stato pesantemente ridimensionato. La questione che, a questo punto, posero i seguaci di Eltzin fu se le decisioni del Congresso, che secondo la carta costituzionale era la più alta istituzione della Federazione russa, si dovessero ancora considerare inoppugnabili. "Il risultato più importante da noi raggiunto" aveva detto Khasbulatov, il presidente del Congresso, nel suo discorso di chiusura "è la conferma dell'assoluta necessità di rispettare la Costituzione". "Questa Costituzione" ribattevano gli eltziniani "è stata scritta nei tempi bui della stagnazione brezhneviana, e progettata per facilitare il monopolio comunista del potere". Eltzin però capiva perfettamente che non poteva cancellare con un ukaze (almeno, non ancora) la Costituzione senza esporsi all'accusa di "avventurismo". L'opposizione avrebbe considerato una tale azione come una chiamata generale alla mobilitazione. E, probabilmente, sarebbe stata una mobilitazione armata. Inoltre, mentre a Mosca e nelle grandi città la popolarità di Eltzin avrebbe forse garantito la sua vittoria, nessuno poteva prevedere che cosa sarebbe successo nelle regioni più lontane, dove i governatori locali trattavano i decreti di Eltzin con una certa noncuranza. E infine, che cosa avrebbe fatto l'esercito? Era vero che il ministro della difesa Grachev aveva sempre dichiarato la neutralità delle forze armate, ma Eltzin sapeva bene che, al loro interno, stavano nascendo dei gruppi a lui ostili, come la cosiddetta Assemblea degli Ufficiali.

Il periodo che seguì fu caratterizzato dunque, ancora una volta, da una paralisi sia dell'esecutivo che del Soviet supremo, bloccati entrambi nelle loro funzioni dai continui conflitti e dispetti. Proprio in un momento in cui erano urgenti norme precise che regolamentassero la vita economica del paese. La malavita organizzata, dal canto suo, non perse tempo a occupare i vuoti che così si venivano man mano a creare.

Se alla luce del sole la situazione si esprimeva a suon di insulti e di colpi di mano, nel segreto delle stanze del potere, governo e opposizione cercavano comunque di arrivare a un qualche compromesso. E il compromesso fu la possibilità patteggiata per Eltzin di indire quattro referendum, in cui si sarebbe chiesto al popolo se esso appoggiasse o meno la permanenza di Eltzin alla presidenza e la sua politica di riforme economiche, e se esso volesse o meno che fossero indette nuove consultazioni sia per l'elezione di un nuovo presidente, sia per il rinnovo del Congresso dei deputati del popolo. Questi quattro referendum, a prima vista, costituivano un grosso pericolo soprattutto per Eltzin. Anche perché la Corte costituzionale sancì che, mentre per la vittoria nei primi due quesiti sarebbe stata sufficiente la maggioranza assoluta dei votanti, per gli ultimi due sarebbe stata necessaria la maggioranza assoluta degli elettori. Con questa regola, se Eltzin difficilmente sarebbe stato mandato a casa, anche Khasbulatov poteva dormire sogni abbastanza tranquilli. Inoltre egli era quasi certo che la maggioranza dei votanti avrebbe detto no almeno alle riforme economiche del suo nemico personale. I referendum avrebbero avuto luogo il venticinque aprile.

La campagna elettorale si svolse, tutto sommato, in modo quasi tranquillo. Certo, non mancarono i colpi bassi, il vice-presidente Rutskoi asseriva di avere interi bauli di documenti comprovanti gli innumerevoli casi di corruzione nell'entourage di Eltzin, mentre questi spadroneggiava alla televisione, minimizzando e, più spesso, criminalizzando, gli avversari. Non mancarono neppure le manifestazioni di piazza, sempre molto sparute, con i loro slogan, da, da, net, da da una parte, net, net, da, net dall'altra. Ma, insomma, non ci furono quegli scontri cruenti che, provocatoriamente, i due leader avversari paventavano ad arte, pronti a gettare l'uno sull'altro le responsabilità di eventuali fatti di sangue. La popolazione, evidentemente, aveva ben altro cui pensare che spararsi addosso.

Il risultato fu quello che, in fondo, ci si aspettava: da, da, net, net.

La vita di Vittorio, dopo la cena a casa di Anatolij, continuò nei suoi soliti binari. Nel lavoro aveva avuto un colpo di fortuna, aveva appena concluso un grosso contratto per la fornitura di un impianto per l'imbottigliamento di prodotti chimici a un grande complesso di Ekaterinburg, subito al di là dei monti Urali, che gli avrebbe fruttato quasi venti milioni di lire di commissioni. E aveva avuto la soddisfazione di condurre una trattativa pulita, onesta, senza stecche per nessuno, e addirittura di venir ringraziato dal cliente dopo la firma del contratto. Adesso poteva seriamente pensare di cambiare casa. Masha era contentissima, le paure di un paio di settimane prima erano completamente svanite. Anche perché Vittorio non le aveva detto che, qualche giorno dopo la famosa cena, si era ancora incontrato con Voronov, nel suo ufficio di ulitza Neshdanovoij, assieme a quel Pavel con cui sarebbe dovuto andare a visitare la fabbrica di Dzerzhinsk. Pavel aveva portato con sé, in scatole sigillate, accompagnate da dettagliate analisi chimico-fisiche, alcuni campioni di scorie, di quei fanghi cioè che in qualche modo dovevano essere "neutralizzati" per un loro possibile riutilizzo. Vittorio aveva spiegato che, per il momento, poteva solo inviare le analisi via fax all'Impex International, la quale avrebbe provveduto a fare le opportune ricerche. Le scatole non aveva voluto nemmeno toccarle.

Quando Pavel se ne era andato, Voronov aveva fatto accomodare Vittorio per un tè nel suo retroufficio.

- Ci ha pensato? - aveva chiesto.

- Sì - aveva risposto prontamente Vittorio - e a me può anche stare bene. Ma finché c'è Eltzin è soltanto un pour parler, mi pare. A meno che non ci siano altre novità che non conosco.

- Le uniche novità sono che la maggior parte degli industriali sono dalla nostra parte, e che il venticinque del prossimo mese ci sono i referendum. Intendiamo aspettare quella data, e poi, se, come penso, i risultati saranno ancora a favore di Eltzin, agiremo.

- Va bene - aveva detto Vittorio, un po' inquieto. - Fatemi sapere.

- Non so se ha capito - aveva insistito Voronov. - Agiremo significa che dovremo eliminare Eltzin. Fisicamente. Come del resto ha detto lei stesso al nostro amico Mokerov.

Vittorio aveva posato lentamente la tazza di tè sul tavolino.

- Perché me lo dice? - aveva sussurrato a mezza voce.

- Perché la vogliamo coinvolgere fin dall'inizio. Lei diventerà consulente personale di Karjaghin, il presidente della nostra associazione. Io so - aveva proseguito in tono confidenziale - che lei non ama Eltzin, e che in questo momento non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare.

Vittorio era sbalordito.

- Ma come fa a pensare ... a sapere tutto questo di me? - era tanto che voleva fargli quella domanda. Ma Voronov, misterioso, si era limitato a sorridere.

- Ho tanti informatori. Sia qui che all'estero. Soprattutto in Italia.

Vittorio invece chiese e ottenne da Masha di invitare Anatolij e sua moglie a cena, con il pretesto di ricambiare la loro cortesia. Aveva voglia di vederli, di conoscerli meglio, di capire. Concordarono per una sera verso la fine di marzo. Fu una serata tranquilla, spaziarono su tutto quanto stava accadendo nel mondo, fermandosi poi sull'Italia, dove i dirigenti politici, che fino a poco tempo prima avevano fatto il bello e il cattivo tempo, stavano cadendo uno dopo l'altro sotto le inchieste giudiziarie che da un anno sconvolgevano il paese. E anche in quest'occasione Anatolij si espresse come aveva fatto nei confronti di Eltzin quella famosa sera: ladri di democrazia, di speranze, di amore per la politica, di voglia di esserci e di partecipare. Ne sapeva più lui di Vittorio. E anche allora Vittorio faceva fatica a conciliare questo Anatolij con l'Anatolij che si batteva in Russia per l'oligarchia dei tecnici e degli industriali. Probabilmente era un "tanto peggio, tanto meglio", un po' come chi in Italia votava Lega nord in buona fede, per spazzare via il vecchio regime corrotto, e dopo si vedrà. Ma poi, perché pensare tanto ad Anatolij quando anche lui, Vittorio, aveva aderito senza pensarci troppo? Domanda difficile, che Vittorio non si poneva, o che quantomeno, quando arrivava, veniva immediatamente rimpiazzata da qualcos'altro. Così si misero a parlare di teatro, di cinema, di poesia, e fu una piacevole sorpresa scoprire che Irina era una grande esperta di letteratura italiana, per cui Vittorio si sentì in dovere di esibirsi in una profonda conoscenza degli scrittori russi dell'ottocento e del novecento, nonché del cinema sovietico. Masha non prese molto parte alla conversazione, ma le bastava godersi quell'atmosfera amichevole, e controllare che non si scivolasse su argomenti pericolosi.

Una sola volta parlarono di Voronov, quando Vittorio chiese ad Anatolij se quella sera lo aveva invitato su richiesta di Vladimir Vassilevich.

- È stato tutto molto strano, Vittorio. Avevo parlato di te con Volodja, ma così, senza intenzioni, gli avevo raccontato solo che ti avevo dato un passaggio. Lui allora ha ripetuto il tuo nome un paio di volte, come per ricordarsi di qualcosa, poi mi ha detto che sì, ti conosceva, ma non di persona. Era molto interessato a te, ha voluto subito il tuo numero di telefono, ha chiamato qui, e Masha gli ha dato il numero dell'ufficio. So che voleva parlarti anche di un suo problema di lavoro.

- Sì, e quella volta mi ha detto che aveva due problemi. Adesso ho capito qual era il secondo!

- Sai, Volodja si è espresso in modo molto lusinghiero nei tuoi confronti, ha detto che conosceva le tue idee, e che ti avremmo fatto un piacere se ti avessimo coinvolto nei nostri progetti. Credo che abbia un mezzo parente in Italia che ti conosce.

- Chi? - chiese Vittorio, al massimo della curiosità. Mentalmente passò in rassegna tutti i suoi conoscenti. L'unico poteva essere Roberto. O Massimo. Certo, Massimo! Massimo, Natasha ... Masha non aveva forse detto di aver visto Voronov con Natasha? Massimo poi lo conosceva bene, e come professionista lo aveva sempre molto apprezzato. E quella sera di un anno prima, al ristorante alla Zelata, Vittorio si era lasciato andare, e aveva detto tutto quello che pensava ... Possibile?

- Non lo so - rispose Anatolij. - Ad ogni modo, sì, Volodja ha insistito molto perché io ti invitassi.

Ma Vittorio non lo stava nemmeno più ascoltando. Era ritornato con la mente a quella cena. Chi c'era? Massimo, Natasha, Mbaye, Malina, ... e Viola. Viola, dio mio ... Non chiese nemmeno, ad Anatolij, se sapeva che Voronov intendeva liberarsi di Eltzin fisicamente.

A P R I L E

A metà aprile la neve in città si era completamente sciolta, lasciando visibile tutta la sporcizia accumulata sui marciapiedi, nei cortili interni dei caseggiati, per le strade. Una volta, ai tempi dell'Unione Sovietica, il sabato più vicino al ventidue aprile, giorno del compleanno di Lenin, tutti i cittadini erano obbligati a uscir fuori, e a far pulizia davanti alle loro case, ai negozi, dappertutto, in tutta Mosca. E la città riprendeva un volto pulito e civile. Nel novantatré ciò non succedeva più da un pezzo, tranne casi sporadici, in cui qualche anziano, non sopportando quello scempio, o forse memore delle vecchie abitudini, si dava da fare con scope e palette. C'erano, è vero, i servizi di nettezza urbana. Che però funzionavano quando volevano, cioè quando gli addetti non avevano qualcosa di meglio, e di più redditizio, da fare. Non godevano di sorte migliore i numerosi e splendidi giardini e parchi pubblici, dove l'erba, o meglio le erbacce, venivano lasciate crescere selvaggiamente. Finché qualcuno, in alto, si arrabbiava, e allora, scendendo via via verso il basso con le grida, si procedeva in fretta e furia a dare un aspetto decente al verde di questa bellissima città. Certo, mica dappertutto, mica nelle periferie. Solo nei parchi principali, in quelli più in vista o nelle vicinanze dei quali abitava qualche potente. Si capisce quindi come, tolti i punti turisticamente più importanti, l'aspetto di Mosca in questo periodo dell'anno fosse quanto di più degradato e lasciato a se stesso si potesse immaginare.

Questo pensava Vittorio, uscendo da un ufficio in Smolenskaya Naberesnaya verso le due del pomeriggio di lunedì ventisei aprile, e cercando di evitare sul marciapiede, appena fuori del caseggiato, i mucchi di cartoni, di pacchetti di sigarette e di pezzi di stoffa, tutti ben pressati dalla neve invernale, che ora facevano mostra di sé. Come al solito, si avvicinò al bordo della strada per fermare un'auto. Non c'era anima viva, e le rare macchine gli sfrecciavano davanti senza fermarsi. Era tardi, dio santo, e Vittorio aveva un altro appuntamento. Si muoveva inquieto dal marciapiede alla strada, poi ancora sul marciapiede, scrutando l'arrivo di qualche macchina. Non aveva nemmeno notato che qualcosa si muoveva sulla destra. Finché lo vide con la coda dell'occhio, e si voltò di scatto. Era un ragazzino, sugli undici anni, che si dirigeva senza esitazioni verso di lui. Bruno, il naso un po' adunco, la pelle più scura del normale. Ma dietro di lui, come comparso dal nulla, stava avanzando di sbieco un gruppo compatto di una decina tra ragazzi e ragazze, dai cinque ai diciott'anni, che guardavano fisso Vittorio senza dire una parola.

- Non posso dare a tutti, siete troppi, non ho rubli a sufficienza! - cominciò a dire Vittorio, seccato da quegli accattoni, lui che doveva andare di corsa in Leninskij Prospekt. Adesso si erano fermati, a un metro da lui, continuando a fissarlo con quegli sguardi inespressivi. Facevano quasi paura. Ma che vogliono, questi? Non erano russi, si sarebbe detto che venissero dal sud, dalle regioni del Caucaso. Anzi, erano azeri, almeno a giudicare dal vestito e dall'acconciatura della ragazza più grande.

Poi, la cosa si svolse così rapidamente da non lasciare a Vittorio il tempo di reagire. A un ordine invisibile, lo circondarono, e venti mani cominciarono a toccarlo, a frugarlo, dappertutto, come i tentacoli di un polpo, nelle tasche dei pantaloni, della giacca, dell'impermeabile. Partecipavano tutti, anche i bambini, anche loro in silenzio, veloci, precisi, senza paura, senza emozioni, come tanti minuscoli zombie, e Vittorio ne era ipnotizzato, con la bocca aperta, incapace di gridare, di divincolarsi, di picchiare, di prenderli a calci, c'erano i piccoli, poteva far loro del male ... Il tutto durò pochi secondi. Poi, a un cenno della ragazza, gli zombie si staccarono e si dileguarono.

Vittorio dapprima non si mosse. Rimase lì, impietrito, pallido, incredulo. Non era possibile. Erano bambini. Ma spaventosi. Dei marziani, dei robot. Quegli occhi! Senza alcuna espressione, come era impossibile che lo fossero gli occhi dei bambini.

- Ma che sta succedendo? - mormorò con un filo di voce.

Poi si scosse, e si guardò, il corpo, le braccia, le gambe. Era ancora tutto intero, non era successo niente. Ma il cuore gli batteva forte, e la rabbia cominciò a montargli dentro, non tanto forse per l'aggressione in sé, quanto per il fatto che ciò fosse accaduto, che fosse potuto accadere. E allora si mise a gridare, fuori di sé, schiumando contro il mondo intero.

- Maledetti! Figli di puttana! Luridi cani schifosi, ladri bastardi, dio vi maledica vivi e morti, voi e quelle troie delle vostre madri!

La gente cominciò a uscire dal caseggiato, timorosa, prima due, poi dieci, poi molti, allora c'era, la gente!, ma dove cazzo stavano, prima! Vittorio era come impazzito, mugolava, e guardava inferocito la folla tutt'intorno, e si toccava le tasche, freneticamente, e poi tornava a gridare.

- Tutto mi hanno portato via, quei figli di troia bastarda, tutto, il portafoglio, i soldi, la carta di credito, le chiavi di casa, tutto, tutto!

Alla fine, per la tensione, si mise a piangere. Sentiva di odiarli, quei ragazzi, non provava alcuna pietà, solo il desiderio incontrollato di eliminarli dalla faccia della terra.

Vittorio entrò veloce nell'androne scuro del suo caseggiato puzzolente, e chiamò l'ascensore, fremendo per l'attesa. Vedeva ombre dappertutto, si voltava indietro ogni momento, e trasalì, quando l'ascensore arrivò al piano terra, di colpo, col solito improvviso fracasso di ferraglia sgangherata.

Quella sera non riuscì a mangiare quasi niente. Continuava a parlare, a parlare, eccitato, e Masha lo ascoltava paziente, senza però emozionarsi più di tanto.

- Non si può, non si può più vivere qui - ripeteva Vittorio. Sollevava a mezz'aria il cucchiaio pieno di minestra, lo fissava, poi lo riaffondava nel piatto, quasi gli facesse schifo - Qui ti puoi aspettare di tutto, ormai. È una vita a rischio, ti possono far fuori dovunque, sulla scale di questa merda di casa buia, basta che uno si nasconda e ti può spaccare la testa come vuole, ma chi cazzo me lo fa fare, qui deve cambiare tutto, non si può più, non si può più!

- Ragazzini! - proseguì, in piedi in cucina, mentre Masha sparecchiava. - Bambini, Masha, erano bambini! Dovevi vederli, con quegli occhi imperturbabili, con quella velocità prodigiosa nelle mani a frugarti nelle tasche, ma senza alcuna tensione, sai, senza tremare, senza una parola, muti, come dei robot!

- Sono bambini abbandonati, Vittorio. I genitori non li possono mantenere, e li abbandonano, semplicemente. Ne ha parlato anche la televisione. Vivono nelle stazioni, o in fabbriche in disuso, o per strada. Che vuoi farci!

Vittorio la guardò, sbigottito.

- Che voglio farci? - gridò. - Ma tu ... voi accettate questo disastro, questa miseria, questo ... arrangiarsi come si può? Questa perdita di un minimo di etica, sì, di morale, di sentimenti, di amore per i figli, dio buono, Masha!

Masha era gelida.

- Ripeto, che ci possiamo fare, Vittorio. È così.

- È così un cazzo! È così a starsene rinchiusi in casa, o a ... a starsene lì fuori, a contrattare un posto per un banchetto sul marciapiede, o a rubare orologi nelle fabbriche per venderli sulla Piazza Rossa, o ad accettare di comprare roba scaduta e salame con i vermi, e di non avere l'assistenza sanitaria ... Certo, che è così. È così perché nessuno fa niente, perché ci si guarda in cagnesco l'un l'altro, ci si odia, si cerca di arraffare qualcosa prima che lo faccia qualcun altro. Ecco perché è così.

- Ma che cosa vuoi che facciamo, la rivoluzione? - Masha aveva gli occhi lustri di lacrime - C'è già stata, caro, e siamo a questo punto per colpa di chi l'ha fatta, non per colpa nostra. Dobbiamo solo rimboccarci le maniche, e aspettare che questo momento passi. Come è passato dappertutto, mi pare, anche in America c'erano i gangster, no? Basta! Ma guarda se abbiamo bisogno che venga qui un italiano, con la sua bella pancia piena, a dirci che cosa dobbiamo o non dobbiamo fare! Ti ricordi dove mi hai trovata, sì? Come mi hai comprata, quella notte, anche tu come tutti? E io che cosa dovevo fare? Continuare a vivere con mio padre e mia madre? Era vita, quella? E l'avevamo fatta, la rivoluzione, allora, settant'anni prima! Che cosa vuoi, che torni il comunismo? Eh? È questo che vuoi, che ti piacerebbe? Ti piace l'idea, vero? La grande idea! L'uomo nuovo! La società senza classi! Me le ricordo, a scuola, le ore interminabili sul marxismo, e sul leninismo, e sul capitalismo e l'imperialismo occidentale. E intanto Stalin aveva sterminato i miei nonni, perché erano kulaki, capisci, "ricchi contadini affamatori del popolo". Ed ecco il risultato: un padre alcolizzato, una madre quasi impazzita, una vita intera in coabitazione con un'altra famiglia di disgraziati, e io ... Ma fammi il piacere! Pensiamo a vivere, piuttosto. Ti prego, Vittorio, ti prego!

Lo guardava disperata, la faccia bagnata dal pianto, i sussulti che le squassavano il petto, come una bambina, impaurita dai ricordi troppo recenti, con quest'uomo qui, con le sue tenerezze fasulle, un muro, aveva detto Laura, sua moglie, tanto tempo prima, un macigno immobile, incapace di venirle incontro, di seguirla un po' di più, di esserci davvero, perduto com'era dietro le sue paturnie cosmiche, pieno di sé, capace di abbracciare il mondo, ma impotente in tutti quei gesti quotidiani che richiedono almeno un po' di amore vero, che si veda sul serio, che si possa misurare. E anche questa volta, come allora, Vittorio se ne stava zitto, torvo in volto, quasi infastidito, quasi volesse scrollarsi di dosso le parole gridate, le richieste d'aiuto, che Masha gli rovesciava contro, anzi, rigettando con irritazione i limiti angusti della loro verità.

Il giorno dopo vennero divulgati i risultati ufficiosi dei referendum, e Vittorio decise di telefonare a Voronov.

L'incontro avvenne nella dacha di Vladimir Vassilevich, a quaranta chilometri da Mosca, una bella costruzione in legno dipinto in mezzo al classico bosco di betulle. C'erano Anatolij, Kriushin e altre tre persone, tra le quali Vittorio riconobbe Evghenij Borissovich Arakolian, professore di psicologia applicata, che lui aveva incontrato un'unica volta la sera prima del fallito golpe del novantuno, in casa della sua amica, e moglie di Evghenij, Irina Nikolaevna, una ricercatrice dell'istituto Kurchatov. Si abbracciarono con grande affetto, come se fossero amici di lunga data. Non c'era ovviamente Karjaghin, il capo del partito degli industriali, e presidente della loro associazione, ma tutti sapevano che era lui la mente politica e organizzativa dell'incontro. E Voronov era il suo braccio destro. La sostanza del discorso di apertura di Vladimir Vassilevich ruotava attorno al fatto che era necessario agire in fretta, altrimenti, tempo sei mesi, Eltzin avrebbe esautorato il parlamento assumendosi tutti i poteri. Si sapeva che alcuni suoi consiglieri, i falchi, facevano pressioni in questo senso. Sicuramente, gli oppositori più in vista sarebbero allora finiti in galera, e qualunque azione sarebbe stata più difficile. Bisognava muoversi subito. Bisognava stendere un piano per l'eliminazione del presidente Eltzin. E quando si cominciò a discutere sui modi e sui tempi, Vittorio intervenne:

- Io un'idea ce l'ho. Ma a un patto: a farlo voglio essere io.

P A R T E S E C O N D A

V I T T O R I O

Vittorio era stato proprio bravo. Anzi, era stato il più bravo di tutti, un libretto pieno di trenta e trenta e lode, una tesi da cendodieci e lode su "Nuove tecnologie e problemi dell'occupazione". Si era laureato all'università Ca' Foscari, a Venezia, facoltà di economia e commercio, nel settantadue, quando i suoi erano scomparsi da ormai tre anni, morti in un tremendo incidente sull'autostrada Firenze-Bologna, mentre tornavano da una vacanza a Maratea. Sua madre Carla, da ragazza, faceva la stiratrice al Des Bains del Lido di Venezia, dove aveva conosciuto Sandro, un taxista venuto su da Bari, che col motoscafo in proprio guadagnava molto bene, e dopo la guerra se l'era sposato. Così, nel quarantotto, era nato Vittorio, il bastone della loro vecchiaia, gli dicevano continuamente, e lui, tutto preso da questo suo futuro impegno, si era sempre dato da fare al meglio delle proprie possibilità. Finché i suoi non erano bruciati vivi nel falò delle quattro macchine in quello scontro frontale spaventoso. Vittorio non lo avrebbe mai ammesso, ma aveva accolto la notizia come una sorta di liberazione. Oltretutto, aveva ereditato una discreta sommetta, che gli avrebbe consentito di finire l'università e anche qualcosa di più.

Vittorio era politicamente di sinistra, e aveva vissuto in pieno il sessantotto. Non c'erano state manifestazioni o scontri con la polizia cui non avesse partecipato, anche se era iscritto al partito comunista, che non vedeva di buon occhio quegli estremismi. Ma era bravo, un fiore all'occhiello della federazione veneziana, e, dopo la laurea, stralci della sua tesi erano stati pubblicati, come articoli a sé stanti, su Rinascita, la rivista del partito.

Dopo il servizio militare, Vittorio era rimasto all'università per un anno, con una borsa di studio da centocinquantamila lire al mese. Ma quella vita non faceva per lui, sia perché sentiva Venezia troppo stretta, sia perché non si capiva che cosa sarebbe stato di lui in istituto. Erano anni bollenti, quelli, di transizione dalla vecchia università dei baroni a una nuova organizzazione ancora da inventare: si sapeva che la figura dell'assistente sarebbe scomparsa, ma non era chiaro con che cosa sarebbe stata sostituita, e, soprattutto, quale fine avrebbero fatto gli attuali assistenti. Certo, sarebbero stati sistemati prima dei borsisti, che erano l'ultima ruota del carro, e la cosa a lui non piaceva per niente. Così, assodato che gli assistenti erano in agitazione e che l'università chissà per quanto tempo non avrebbe assunto nessuno, aveva deciso di andarsene. Invano il professor Dolfin, il suo relatore, aveva cercato di trattenerlo, prospettando carriere e rinnovando promesse; l'orizzonte di Vittorio aveva ormai già oltrepassato le quattro mura dell'istituto e dell'insegnamento, e pure il ponte che congiungeva Venezia alle pianure della terraferma. Certo, avrebbe lavorato per vivere, ma nel frattempo avrebbe pensato in grande, ponendosi grandi obiettivi. E solo in una metropoli come Milano avrebbe capito con certezza quali essi potevano essere.

Vittorio era molto sicuro di sé. Tutta la sua storia era stata un crescendo di successi. Aveva imparato a suonare il clarino, e poi anche il violino, ed era diventato membro effettivo del gruppo semi-professionista "Gli archi di Venezia", anzi, aveva pure partecipato all'ultima scena di Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno, quella delle prove del concerto in cui Tony Musante dà l'addio a Florinda Bolkan in lacrime. Con la quale Vittorio era anche andato a cena, ed era quasi riuscito a portarsela a letto. Aveva frequentato l'università, e la sua tesi e i suoi articoli avevano destato l'interesse di Luciano Lama e di Gerardo Chiaromonte. Addirittura, il PCI lo avrebbe messo in lista per le elezioni amministrative, dove per il partito si prevedevano grandi successi. Inoltre era colto, bello, col ciuffo ribelle e gli occhi strani, e le nobildonne veneziane facevano a gara per averlo a cena. C'erano insomma tutte le premesse perché diventasse un uomo di successo. Ma a Venezia. Solo a Venezia.

Vittorio invece non voleva soltanto essere un uomo di successo. Voleva fare qualcosa di grande, o perlomeno parteciparvi da protagonista. Ed era a Milano, la fucina di ogni novità, che tutti gli incontri sarebbero stati possibili, e non certo nell'addormentata Venezia.

Per andare a Milano, però, Vittorio doveva trovarsi un'occupazione, che lo facesse guadagnare abbastanza, e che gli desse comunque una qualche gratificazione. Così, quando gli era arrivata la lettera di una Compagnia multinazionale, in cui lo si invitava per un'intervista preliminare, non ci aveva pensato due volte. Aveva superato, ovviamente, tutti i colloqui, e a settembre del settantacinque, dopo due mesi (estivi!) di corso base, Vittorio aveva iniziato il suo nuovo lavoro come analista per la progettazione di sistemi informativi. A Milano! Aveva passato un breve periodo a pensione dalla signora Viktoria Ariushina Latour, esule russa ai tempi di Stalin e vedova di un uomo d'affari francese, lì aveva finito tutti i suoi risparmi, dopodichè si era trovato un dignitoso bilocale in affitto in zona Città Studi, ed era partito alla conquista del mondo.

E Milano, all'inizio, con Vittorio fu proprio generosa. Del resto quelli erano anni epici, di grande fermento politico, culturale, pieni di stimoli, e lui da subito ci sguazzò dentro, proprio come faceva da piccolo al mare, quando i suoi lo portavano al Lido. Prendeva tutto quello che c'era da prendere. Del resto, gli articoli pubblicati su Rinascita erano un ottimo biglietto da visita, tant'è che di lì a poco la federazione milanese del PCI gli affidò la costituzione di una apposita commissione che conducesse un'analisi politica delle conseguenze sociali, occupazionali e sindacali dell'introduzione delle nuove tecnologie nell'automazione industriale. E Chiaromonte lo volle conoscere personalmente.

Ma fu il teatro la sua grande occasione d'incontro. Per la verità, Vittorio se ne era sempre occupato, per interesse personale, sia assistendo a tutti gli spettacoli e convegni che erano passati per Venezia e nel raggio di cento chilometri, sia immergendosi, come sempre faceva quando qualcosa lo interessava veramente, nella lettura di tutti gli articoli e i testi che gli erano capitati sottomano. Così conosceva tutto di Brecht e di Grotowsky, di Dario Fo e di Eugenio Barba, per non parlare degli scritti di Franco Quadri sul teatro off-off americano e delle performances dell'avanguardia romana. A Milano, qualche tempo dopo il suo arrivo, conobbe a una festa di Radio Popolare Antonio Attisani, direttore di Scena, in quegli anni la rivista più in della sinistra, luogo di gran dibattiti sull'estetica, la produzione e la distribuzione degli spettacoli, in un'ottica di teatro alternativo e militante. Fu un colpo di fulmine. Alle undici lasciarono la festa, e andarono a chiudersi in un'osteria, dove rimasero a parlare fino alle due di notte. Dal numero successivo, Vittorio cominciò a scrivere su Scena. E poté, come si diceva allora, "portare avanti il suo discorso", il quale consisteva nell' "analizzare qualunque forma artistica, quindi anche il teatro, partendo dall'ipotesi dialettica che il contenuto di un'opera lo si afferrava attraverso la sua forma, e che quindi il significato politico di uno spettacolo non stava tanto nel mettere in scena un'azione direttamente politica, quanto nell'utilizzare i suoi specifici elementi, quali l'attore, le luci, la musica, i materiali scenici in genere, in modo da creare quei conflitti dialettici formali che avrebbero dato allo spettatore una più profonda conoscenza dei processi del reale, e quindi anche del reale sociale". Qui Vittorio metteva insieme Brecht, la musica contemporanea e l'avanguardia americana.

Un orgasmo intellettuale continuo. Alimentato dalla conoscenza della migliore avanguardia del momento, e dalla frequentazione dei festival più importanti d'Europa, da Avignone a Nancy, per i quali sacrificava tutte le sue ferie senza pensarci neppure un attimo. E nel novembre del settantotto conobbe Laura.

Vittorio se ne stava seduto a leggere La Repubblica su un tram poco affollato, diretto in via Mecenate, dove doveva partecipare a un gruppo di lavoro della rivista per un servizio sul teatro di Barba, quando si accorse che una ragazza lo stava fissando. Bruna, bella, elegante, con degli incredibili occhi verdi. Vittorio la guardò a sua volta, sorridendole. Era certo di averla già vista, recentemente. Ma non riusciva a mettere a fuoco né dove né quando. Fuori era un tepido pomeriggio domenicale di novembre, con la luce del sole che entrava ormai di taglio dai vetri del tram, facendo brillare ancor di più il verde mare di quegli occhi incantati.

- Mi scusi - disse lei, un po' imbarazzata - ma mi sembra di riconoscerla. Ieri sera, al Ponchielli di Cremona, alla prima della Histoire du soldat. Era lei a intervistare Dario Fo, vero? Dopo lo spettacolo.

- Sì, ero io - disse Vittorio, non riuscendo a dissimulare il compiacimento.

- Le è piaciuto?

- Sì, molto, sto appunto scrivendo un articolo per un settimanale.

- È giornalista? - chiese lei, con sincero interesse.

- Be', non proprio. Ancora un po' di articoli, e spero di diventare pubblicista. Poi vedremo. E lei?

- Io danzo - disse, con una punta di rossore. - Faccio parte del corpo di ballo della Scala. Ma ho voluto fare questa esperienza con Dario Fo. È entusiasmante.

- Allora lei era uno dei mimi! Ecco dove l'avevo vista!

- Già - fece lei, sorridendogli.

- È splendido quel finale - riprese Vittorio. - L'idea che la creatività e la fantasia distruggono ogni muro, ogni oppressione.

- Quando gli uccelli rapaci perderanno le ali e cadranno a terra, gli uomini e le donne voleranno felici. Si ricorda, il murales?

- Altroché! Quando poi i muri si aprono e i ragazzi riescono a fuggire.

Rimasero in silenzio, pensando ciascuno a cosa dire. Cristo, com'era bella!

- E poi mi è piaciuta la messinscena - disse Vittorio - con quei trenta mimi che raccontano una storia, in contrappunto alla musica di Stravinskij, soltanto con i gesti, i movimenti, l'azione corale. Dario è riuscito a togliere il narratore, i ruoli fissi, e a trasformare un'opera da camera in uno spettacolo collettivo di piazza. E tutti quei rimandi a Mejerchol'd, a Majakovskij, a quel periodo di rivoluzione totale ... e quell'uomo col violino che mi faceva pensare a Chagall ...

- Stai "dicendomi" il tuo articolo? - chiese la ragazza, con un tono ironico. Non si era accorta che era passata al tu. - Quante citazioni! Conosci bene l'arte russa, tu!

- Mi ha sempre appassionato. - disse Vittorio, serio serio, senza notare che lo prendeva un po' in giro.

- Su che rivista scrivi?

- Un po' dappertutto. Scena, Fronte popolare, ...

- E come ti chiami?

- Vittorio Vinciguerra.

- Laura Sironi, piacere ... oh, siamo in viale Corsica, devo scendere. Io abito lì, al quarantadue. Arrivederci.

Quella stessa sera, appena tornato a casa, Vittorio si buttò sulla guida del telefono, in cerca del numero di "Sironi". Ce n'era una pagina intera, ma, con pazienza, li passò quasi tutti, fino ad arrivare a un "Sironi dr. Vincenzo 42, viale Corsica". Non poteva che essere quello. Chi sarà stato Vincenzo? Suo padre? O, magari, suo marito? Possibile che gli avesse dato il cognome da sposata? Ma no!

Compose il numero. Sembrava quasi che lei attendesse la sua telefonata, perché rispose subito.

- Ciao. Ho letto i tuoi articoli. Bravo.

- Hai letto i miei articoli?

- Sì, ho tutti i numeri di Scena. È così strano?

No, pensava Vittorio. Era strano che lei si fosse subito buttata a leggere le sue cose!

- Laura, che cosa fai domani sera?

- Niente.

- Che ne dici di andare al cinema? C'è Sinfonia d'autunno di Bergman oppure L'albero degli zoccoli di Olmi. Oppure qualcos'altro che vuoi tu.

- Andiamo a vedere il film di Olmi, quello di Bergman l'ho già visto.

- Occhei, senti passo io verso le otto, mangiamo una pizza e poi andiamo al cinema. Io ho solo una Diane, spero che ...

- Va benissimo. Io non ho neanche quella. Ciao.

- Ciao.

Aveva letto i suoi articoli! E adesso veniva anche al cinema. Con lui.

In primavera dell'ottanta si sposarono. Era stato un anno e mezzo di pazzie. Sfrenato. Si telefonavano otto volte al giorno, solo per sentire l'uno la voce dell'altra. Facevano l'amore come forsennati, dappertutto, divorandosi, persino, la notte, in piedi nelle cabine telefoniche. E quella povera Diane ne aveva viste di tutti i colori. Poi, d'improvviso, si erano calmati. Ma non se n'erano chiesto il perché. Avevano invece deciso di sposarsi. Anche perché i genitori di lei facevano pressioni, e, in fondo, non si riuscivano a vedere dei motivi concreti per non farlo. Lui guadagnava a sufficienza, lei il suo contratto con la Scala ce l'aveva sempre, tutti gli anni. Così avevano accettato. Come avevano accettato la cerimonia in chiesa, col vestito bianco, e gli invitati, e il pranzo, e tutto il resto. E Laura andò a vivere da Vittorio, nel suo bilocale in affitto in Città Studi. Ma Vittorio non era più quello di prima. Anche perché si era accorto che Milano era molto più difficile di quanto non avesse pensato all'inizio.

È vero, Milano premia chi rischia e chi ha talento. Ma chiede tanto. Chiede fatica, impegno, dedizione. Chiede continuità, tenacia, concretezza. Non sa che farsene di un talento astratto, fine a se stesso, che si autosoddisfa diffondendosi in mille rivoli inconcludenti, e che sa tanto di masturbazione. Lo vuole misurare, tutti i santi giorni, mettere alla prova. Non si accontenta della grande idea, pretende che venga seguita, approfondita, fatta crescere, e trasformata in qualcosa di concreto e di visibile per tutti. Allora sì, che Milano ti dà molto. Ma se non si entra, con umiltà, in questa prospettiva, in questa sintonia, se non se ne rispetta questo carattere duro e generoso, allora la città è capace, con tutto il tuo "talento", di buttarti in un angolo come un barattolo di coca-cola, più solo che nella steppa siberiana. Tutto ciò, almeno, era valido allora. Poi è venuta l'era dei cortigiani, del carrozzone socialista, e forse le cose son cambiate, e adesso c'è la Lega, e sembra che sia anche peggio. Ma insomma, allora, il problema di Vittorio era che pensava che bastassero quattro articolesse presuntuose, che volassero alto alto, e pazienza per chi non le capiva, per elevarlo subito nell'empireo degli eletti, di chi contava, di chi faceva opinione, e adesso finalmente avrebbe voluto qualcosa di più che scrivere gratis per Scena, la gavetta secondo lui l'aveva fatta, figo era figo, cosa mai aspettavano i critici veri ad accorgersi di lui, a chiamarlo, a prenderselo con loro, la nuova stella della critica teatrale milanese? E mica si scomodava, il Vittorio, no, rimaneva lì, nel suo buen retiro, a crogiolarsi nel suo quanto sono bravo, e del resto, se a Venezia era bravo e tutti lo sapevano, perché mai questo non doveva succedere anche lì? Certo, lui non ci pensava nemmeno a fare come quel Francesco Vitti, quel ventiseienne eterno fuori corso, sempre in giro a presenziare a tutto, conferenze stampa, convegni, prime, sempre indaffarato a cercarsi le conoscenze giuste, a inserirsi nelle case giuste, al momento giusto, ma quand'era che dormiva quello lì? sì, quel ciccione saccente e presuntuoso, disposto proprio a tutto pur di riuscire in quello che voleva, così determinato da accettare anche di scrivere sugli strip-tease del Teatrino, perché in fondo era lavoro anche quello, e nel lavoro c'è di tutto, l'intervista a Strehler come la cronaca sull'Aiace di una compagnia di liceali. No, Vittorio non era così, intanto però tutti cominciavano a dire che quel Vitti era proprio bravo, accidenti, scriveva in modo leggibile e piacevole, mai banale o intorcolato, e ormai era ben accetto nei capannelli delle prime, quelli delle Marie Grazie Gregori, degli Ughi Volli o dei Sisti Dalla Palma, a parlare e a sparlare di questo e di quello, ben attento a non esagerare, un brillante, insomma, destinato a un sicuro successo.

Vittorio, invece, sembrava sempre di più un lupo, un lupo solitario, insoddisfatto, lontano dal suo branco d'origine, e incapace e inadeguato a entrare in questo nuovo, di lupi che conosceva poco e male, come loro lui del resto, e in casi come questo, si sa, il branco è diffidente. E allora tutto per lui diventava difficile, perché era evidente che bisognava ricominciare quasi da zero, dalle cronache milanesi per esempio, e darci sotto, con fatica, con umiltà e tenacia, e solo dopo, alla fine, il branco l'avrebbe forse riconosciuto per davvero come un suo membro effettivo, e non più come l'eterno dilettante che si piccava di passare per intellettuale. Fatica e tenacia. Ma come, e tutto quello che aveva già fatto a Venezia? Fatica e tenacia. Per scrivere quelle cazzate? Ma il piacere allora dove sarebbe andato? E poi lui, porca miseria, non aveva mica tempo, doveva pure lavorare per quella Compagnia del cazzo!

Anche col partito le cose non andavano meglio. Era sempre lì, al palo. Il perché era chiaro: lui non aveva nessun interesse per la politica come la si intendeva nelle sezioni, grandi discussioni sulla linea del partito, con il segretario che, ricevute le consegne alla riunione di coordinamento in federazione, apriva i dibattiti, e con il compagno della federazione che li concludeva, bacchettando sulle dita tutti quei compagni che avevano espresso delle perplessità. Cioè: non gli interessava per niente il cursus honorum necessario a fare carriera nel partito, voleva lui, da subito, contare, e dire la sua, ed essere ascoltato, punto e basta, cosa che per altro gli lasciavan fare, solo che, anche qui, volava alto, senza mai scendere a terra, fregandosene altamente di capire come fosse difficile, e doloroso, per un partito che era ancora comunista, far sua l'idea che il ruolo centrale della classe operaia andasse per lo meno ridiscusso, che ormai l'ampliarsi del campo dei servizi e l'affermarsi irreversibile dell'automazione industriale stesse stravolgendo i rapporti di classe di una volta. E poi, insomma, doveva anche decidersi ad andare un po' più in là delle sue analisi da tesi universitaria di otto anni prima, trite e ritrite, e a trasformarle finalmente in un progetto politico chiaro, concreto e dettagliato, e imporlo alla discussione dei compagni, battersi, perdio, non poteva pensare di vivere di rendita perché una volta il Chiaromonte aveva voluto stringergli la mano, doveva cercare alleati, come quel Riccardo Terzi che non era mica male, e insieme a loro gettarsi nella mischia, impegnarsi in confronti diretti con le realtà delle fabbriche lombarde, venire giù dal pero, cavolo, sporcarsi le mani, spendersi, anche qui, con continuità, e tenacia, e non illudersi che, una volta che il genio aveva goduto a partorire l'idea grandiosa, toccasse ad altri il lavoro di manovalanza, 'ché lui non si divertiva più! Anche perché la manovalanza non c'era, o comunque si limitava ai quattro gatti che ancora lo seguivano, e che, senza una sua presenza tangibile e costante, non potevano non esser catturati dalle urgenze della politica di tutti i giorni, perché il partito, a differenza di Vittorio, era sempre lì, pressante ed esigente, con le feste dell'Unità da fare, e i congressi da preparare, e gli attivi da controllare, e le gatte da pelare in giunta, e le battaglie interne, e poi c'era anche questo Vinciguerra che continuava a rompere i coglioni, e non si capiva bene, alla fine, che cosa cazzo volesse. Fatto sta che un bel giorno il Comitato federale, con grande gioia degli operaisti, sciolse la commissione sulle nuove tecnologie, il cui unico risultato era stato un libro bianco messo ad ammuffire in un cassetto.

Il PCI non se n'era accorto, ma gli anni settanta erano finiti per davvero. Di colpo. Di lì a poco Scena chiudeva, e Attisani andava a dirigere La gola, una rivista su tutto quanto riguardava il cibo. Il teatro d'avanguardia e quello cosiddetto alternativo si spegnevano. Le radio libere diventavano radio commerciali o feudi dei socialisti, tranne, per fortuna, Radio popolare. I gruppi, come il Movimento lavoratori per il socialismo o Avanguardia operaia, si scioglievano. Il partito, peggio che andar di notte, in confusione totale.

E Vittorio, che vedeva scomparire uno dopo l'altro i mille stimoli della sua vita, non sapeva letteralmente cosa fare. Perché in effetti, fino ad allora, non era vissuto che di stimoli, di cose fatte perché gli piacevano, lo eccitavano. Mai si era impegnato davvero a farli diventare occasione concreta di crescita, mai aveva veramente tentato di trasformarli in un investimento per la sua vita, per il suo futuro personale, o anche professionale, no, li prendeva, ci godeva, e avanti un altro. Masturbazione pura. Questa era stata la realtà! Per questo in tutti i campi era rimasto poco più che un signor nessuno! E Vittorio cominciava finalmente a rendersene conto, ora che l'humus, che una volta nutriva questi stimoli a migliaia, si era improvvisamente inaridito. Gli restava solo il lavoro alla Compagnia. Che però non era uno stimolo, era sempre stato una necessità.

Anche Laura, ovviamente, se ne accorgeva, che Vittorio non era più lui. Lo vedeva venire a casa la sera, di malumore, buttarsi sul divano, a leggere il giornale o a guardare la televisione. Parlava sempre meno. Gli amici di una volta erano scomparsi, e di nuove amicizie, ad esempio con i colleghi di lavoro, nemmeno a parlarne. Finché Laura una sera non affrontò l'argomento a muso duro.

- Vittorio, io sono stufa di vederti così. Che cos'hai? Cosa c'è che non va? Perché non parli?

- Lo sai, che cos'ho.

- No, che non lo so. Lo posso intuire, ma magari sbaglio. Dimmelo tu.

Vittorio represse un moto di stizza. Rispose evasivo.

- È che non so che cosa fare. Nella vita, intendo.

- Come, non sai? Hai un lavoro, è un anno e mezzo che siamo sposati, e non sai che cosa farai nella vita?

- O cristo, hai capito benissimo che cosa intendo!

Laura si guardò le mani, il dorso, poi il palmo. Era avvilita, e anche offesa.

- Ma uno - disse a bassa voce, quasi con timore, senza guardarlo - a trentatré anni suonati, deve pur sapere che cosa farà da grande. Normalmente uno a quell'età ha già scelto.

- Be', io no! Che cosa devo scegliere, di fare l'impiegato? Credi che abbia lasciato l'università per questo?

- E allora che vuoi fare? Il giornalista? Il politico? L'intellettuale?

Vittorio taceva, Laura si innervosiva ancor di più, ma cercava di mantenersi calma.

- Credi di valere meno, se invece investi nel tuo lavoro?

Adesso Vittorio la guardava, e a lei sembrava quasi che ci fosse dell'amore, in quello sguardo. Che tipo!

- Ma non è quello che ti ho promesso - disse lui - o, almeno, fatto capire.

- O cavolo! - Laura si alzò, di scatto - Ma credi che ti abbia sposato perché scrivevi su Scena? Pensi che sia così cretina? Io ti ho sposato perché ti vedevo solido, sicuro di te, aperto, ma non mi è mai interessato che diventassi chissà chi!

Si risedette, e gli prese le mani tra le sue.

- Vittorio, non disprezzare il tuo lavoro. È una professione moderna, con grosse prospettive di crescita, proiettata nel futuro, di moda, sì, di moda, molto più che il teatro o il partito, adesso. Che non devono diventare un chiodo fisso, non devono rovinarci la vita, dio santo!

- Io non sono venuto a Milano per fare questo lavoro! Sono venuto perché qui c'erano più possibilità di fare qualcosa d'importante.

- Importante! - Laura a questa parola si imbestialiva. Saltò di nuovo su dalla poltrona, e parlava passeggiando avanti e indietro, agitando le braccia come una furia. - Ma la vuoi smettere di credere di avere vent'anni? Ma non l'hai ancora capito che cos'è importante nella vita? Io sono importante! Noi due insieme siamo importanti! E quindi non ti puoi permettere di buttarti via. Hai il dovere di essere quello che mi aspetto che tu sia, l'uomo che volevo, che sceglie, che decide, che va avanti senza guardarsi indietro e senza piagnucolare. Insomma, un uomo, cristo!

- Io non posso essere quello che tu ti aspetti che sia. Io sono io.

- No, caro! Dovevi dirmelo prima, chi eri. Non mi puoi fregare in questo modo. Dovevi parlare, spiegarmi, invece di stare sempre zitto, a lasciarmi intendere quello che volevo io. È troppo comodo, adesso.

Si accasciò in poltrona, rannicchiandosi, con gli occhi chiusi. Stava per piangere. E Vittorio non diceva niente. Niente. Aveva gli occhi fissi nel vuoto. Un fantasma. Poi parlò:

- Devo scegliere, hai detto. Va bene. E se scegliessi di mollare il lavoro e dedicarmi al giornalismo partendo dall'inizio?

Laura sollevò la testa, e lo guardò, sbalordita. Sperava di non aver sentito bene.

- E ... come viviamo?

- Be', tu hai il tuo lavoro ...

Tu hai il tuo lavoro! Già, Laura aveva smesso di danzare. Un anno prima aveva deciso che non sarebbe mai diventata una Carla Fracci, e così, con l'aiuto di suo padre, aveva aperto una scuola di educazione corporea, qualcosa tra la danza e la ginnastica, e stava andando molto bene. Perché anche la cura del corpo, oltre all'informatica, cominciava a essere molto di moda, a diventare un fenomeno di massa.

- E ... con questo? - disse Laura.

- Con questo, dico che, almeno per i primi tempi, i tuoi soldi, magari controllando un po' di più le spese, be', potrebbero bastare, no?

Non era possibile. No. NO!

- Vittorio, tu sei matto - disse Laura, in fretta. Stava per esplodere, il cuore le picchiava in petto. Andò nel cucinotto, aprì il frigo, prese un cartone di latte e ne ingollò un bel mezzo litro, tutto di seguito, senza riprendere fiato. Poi respirò forte, e tornò da lui.

- Vittorio, facciamo finta che hai scherzato, occhei? Non posso credere che tu sia così incosciente. Sei sconvolto, sei in crisi, sei quel cazzo che vuoi, ma non sei incosciente. Posso capire. Capisco. È stato un attimo di confusione, giusto?

Vittorio non rispondeva, gli occhi chiari immobili. Un muro. Un muro di gomma.

- Giusto? - ripeté lei, più forte, quasi gridando.

- Occhei, giusto - sussurrò lui.

- Giusto - confermò lei.

Si sedette. C'era di tutto, adesso, nel suo cuore, timore, speranza, delusione, desiderio, proprio tutto.

- Mettiamoci a fare qualcosa insieme, Vittorio. Hai qui una donna giovane, bella, piena di energie, di entusiasmo. Di voglia di fare progetti con te, per la nostra vita. Ad esempio, non possiamo più vivere in questo bilocale! Io voglio un figlio, adesso che ho smesso di danzare. Perché non ci comperiamo una casa più grande, e ce la arrediamo, scegliendoci le cose insieme, una per una? Cominciamo a fare delle cose da adulti, Vittorio! A capitalizzare quello che abbiamo, tu il tuo lavoro, io il mio, e insieme il nostro rapporto, il nostro amore, la nostra vita in comune. Vittorio, sono finiti gli anni del dilettantismo, del sessantotto, del "tutti che fanno tutto", adesso bisogna investire in qualcosa di serio, di duraturo, di stabile. Anche se è più faticoso, certo, perché serve costanza, e volontà, giorno dopo giorno. Ma non pensi anche tu che ne valga la pena? Eh, Vittorio? - aveva le lacrime agli occhi - Io ti amo, Vittorio. Non mi abbandonare.

Era esausta. Vittorio non rispondeva, faceva solo di sì con la testa. Poi non ne parlò più. Sapeva che Laura aveva ragione, anche se lui non voleva avere torto. E alla fine capitolò. Avrebbe fatto quello che voleva Laura. Ma, nella parte più nascosta del suo cervello, non glielo avrebbe mai perdonato.

M A S S I M O

E Vittorio smise davvero di pensare alle altre cose, al teatro alla politica e via dicendo, per entrare nella dimensione del "lavoro", quello serio, quello che fa dire alla brava gente "Ecco un uomo responsabile, senza grilli per la testa". In effetti ci mise proprio un grande impegno, ma un impegno globale, che lo coinvolgeva tutto intero, cambiò persino negli atteggiamenti all'interno della Compagnia, non solo nei confronti dei problemi di lavoro, ma anche con i colleghi, con le segretarie, pure con i receptionist, che salutava con una cordialità nuova quasi affettuosa, tanto che uno di loro si fece coraggio e, considerandolo ormai un amico, gli andò a proporre l'acquisto di un bell'orologio d'oro, un vero affare, costa solo due milioni, se però non le piace domani gliene porto un altro, eh, dottore, guardi che meraviglia. Le segretarie, poi, non ci credevano quasi a questo cambiamento, e diventarono cortesi e disponibili, davano la precedenza alle sue pratiche, una si mise persino a fargli un filo sfacciato, una volta se lo portò su in archivio al quarto piano, e gli fece il pompino più bello della sua vita. I colleghi, infine, all'unanimità, lo accettarono solennemente alla partita di tressette del dopopranzo. La sua bravura fu notata anche ai piani alti, tant'è che il suo capo cominciò ad affidargli progetti di sempre maggiore importanza, con clienti di nome, strategici per la società, fino al punto di nominarlo capoprogetto per la realizzazione di un sistema avanzato di contabilità analitica per una grande e complessa azienda alimentare. La Compagnia ne trasse una pubblicazione per i propri corsi interni, e il modello di organizzazione creato da Vittorio fu chiamato addirittura "sistema Vinciguerra". Con l'occasione, Vittorio fece un lungo giro di presentazioni, presso le filiali italiane e quelle delle consociate europee, che gli diedero, all'interno della compagnia, una notorietà internazionale.

Anche i rapporti con Laura erano nettamente migliorati. Acquistarono un appartamento di tre stanze, cucina e doppi servizi nelle vicinanze del numero quarantadue di viale Corsica, pagandolo con un prestito della compagnia e con l'aiuto dei genitori di lei, e lo arredarono alla grande. Laura girò più di un mese per tutti i migliori negozi di Milano, e alla fine scelse un salotto della B&B firmato dagli Scarpa, un fratino originale come tavolo, mentre il letto se lo fece fare su misura, uguale a quello che aveva visto nell'ultimo atto di una recente messa in scena della Traviata alla Scala, con le trine e i merletti, e del quale lo scenografo le aveva regalato i disegni in cambio di un sorriso e di uno sguardo assassino dei suoi splendidi occhi verdi. Si iscrissero pure al club Francesco Conti, di cui Vittorio apprezzava soprattutto la sauna, che gli permetteva di passare poi un'oretta tranquillo, infagottato nell'accappatoio, sdraiato sulla poltrona da rilassamento a leggersi finalmente il giornale in santa pace. E a pensare.

Era vero, di giorno con Laura tutto andava per il meglio, ma di notte era uno strazio. A letto Laura era irruenta, focosa, quasi violenta nei suoi approcci, mentre Vittorio con lei amava i preliminari, la dolcezza, il toccarsi reciproco, lo scoprirsi lentamente, non riuscendo però il più delle volte a concludere, l'erezione a metà strada si spegneva, e lui si ritrovava lì, col pene moscio, tutto sudato dal disagio e dalla frustrazione, a tentare in tutti i modi di farselo ridiventare duro, pensando alle cose più oscene, cazzi culi fighe, ma niente, e lei doveva raggiungere l'orgasmo da sola. Laura allora, senza che Vittorio sospettasse di nulla, aveva iniziato una storia di sesso con un ballerino inglese, John Bradbury, che aveva conosciuto quando danzava alla Scala e che le aveva sempre fatto il filo, anzi, lo coinvolse nella sua scuola di educazione corporea facendogli fare degli stages. Vittorio invece, come aveva promesso alla moglie, investiva ogni energia e talento nella propria crescita professionale ed economica. Capitalizzava. Fino a quel giorno di maggio del millenovecentottantaquattro, a quella bella mattinata, piena di sole, fresca e stimolante grazie a un venticello che spazzava via le nubi.

Vittorio, come tutte le mattine, uscì di casa alle otto e trenta, entrò nell'autorimessa a pagamento sotto casa, guardò con indifferenza la sua Alfetta col cofano aperto e i pezzi di motore scomposti e sparpagliati tutt'intorno, salutò il meccanico, e si infilò nella Golf della moglie, che tanto non la usava quasi mai preferendo i mezzi pubblici per via dell'inquinamento e delle difficoltà di parcheggio. Pochi minuti dopo, si trovava nel caos del traffico di viale Corsica, diretto in viale Forlanini e poi in tangenziale, verso San Donato, sede della Compagnia.

Alle nove e dieci era nell'ufficio del suo capo, l'ingegner Massimo Ferri, un modenese alto e magro, perennemente abbronzato, con mascella quadrata e corpo da frequentatore di palestre, gran giocatore di tennis e gran conquistatore della migliore fauna femminile della Compagnia.

- Vieni, vieni, Vittorio, Mirna mi ha detto che volevi parlarmi, siediti pure.

Vittorio si sedette sulla poltroncina di pelle davanti all'ampia scrivania da Direttore con adiacente ficus beniamina, come da manuale delle procedure interne. La scrivania, in obbedienza alla clean desk policy, era completamente sgombra, lucidata a specchio, e Ferri vi sistemò delicatamente la cornice con la foto dei due figli - la moglie no perché era divorziato - , trasse l'agenda dalla cartella di cuoio chiaro, e l'aprì con cura alla data del giorno. Finalmente, elegantissimo nella sua grisaglia scura, con camicia azzurra e cravatta brillante a righe verdi e blu, prese posto sulla sua comoda poltrona nera.

- Allora, Vittorio, che cosa c'è?

- Massimo, dimmelo sinceramente. Che prospettive ci sono qui per me?

Ferri abbassò lo sguardo sui figli, spostando la cornice di qualche millimetro.

- Be', lo sai, Vittorio. Sai che la politica della Compagnia per i prossimi anni vede lo spostamento all'esterno di tutta una serie di servizi, da quelli commerciali a quelli sistemistici. Comunque i clienti importanti continueremo a seguirli noi, quindi tu non hai niente da temere. Le prospettive per te sono molte, product marketing manager, per esempio, o capo dell'addestramento. Oppure farai una carriera di tipo orizzontale, sempre più specialistica e professionale. Oppure, che so, coordinare dei concessionari. La tua ecletticità ti potrà far fare tutto quello che vorrai, in azienda. Mi pare però che sia ancora presto per parlarne, la Compagnia come sai si sta ristrutturando radicalmente, e gli aspiranti capi non saranno pochi. Devi avere ancora un po' di pazienza.

Vittorio era rimasto in silenzio per tutto il tempo, guardandolo fisso. Ascoltava il tono della voce di Ferri, quella lunga sequenza di parole che non significavano niente, ne percepiva il suono, e capiva che in fondo il Ferri, al di là del ruolo che assumeva, era un buon diavolo, che gli voleva bene veramente. Quante volte li aveva invitati, lui e Laura, nella sua bella casa a Monza, e aveva offerto loro il miglior vino e il miglior salame delle sue parti, che i suoi parenti facevano solo per lui! E quella volta che li aveva invitati, anche se lui non era un commerciale, a un family dinner della compagnia? Erano andati al Derby, e lì aveva conosciuto l'Abatantuono degli esordi, che ce l'aveva proprio con Vittorio perché non riusciva a trasformarlo in principe, mi riesce sempre, diceva, nel suo "milanese al ciento ppe ciento", a trasformare i rospi in principi, ma tu sei troppo rospo anche per i miei poteri, e giù tutti a ridere, e Vittorio sentiva una strana inquietudine allo stomaco, come se l'Abatantuono avesse detto qualcosa che lui, nei meandri del suo cervello, associava a una qualche verità.

- Massimo, secondo te io sono un buon consulente? Voglio dire, secondo te io conosco a sufficienza le problematiche dell'organizzazione aziendale per considerarmi un buon consulente?

- Vittorio, un capo-progetto deve essere un buon consulente, perché così lo deve vedere il cliente, per fidarsi di lui. E se tu sei diventato capo-progetto, ciò significa che la Compagnia, e io in primis, ti consideriamo sotto questo aspetto molto valido.

Vittorio si alzò, e andò all'ampia finestra, da cui si vedeva un grande prato verde, con l'erba perfettamente tagliata, e, più lontano, una fila di alberi tutti uguali, tutti potati nello stesso modo. Oltre gli alberi, la stradina interna, con un furgone che andava lentamente. Si voltò verso Ferri.

- Io me ne vado, Massimo. Do le dimissioni.

Ferri non parlò per un po'. Guardava oltre il bordo della scrivania, con la fronte leggermente corrugata da una parte. Poi disse piano:

- E dove vai?

- Penso di aprire una società di consulenza. Forse ho trovato un socio, Dragone, è un esperto di produzione ... è il direttore di stabilimento della Kartex. Dice che gli piaccio ... poi penso di servirmi di collaboratori esterni per coprire quei settori in cui né io né il Dragone siamo forti ... tipo l'analisi e la pianificazione finanziaria.

Silenzio.

- Laura cosa dice?

- Laura ... ne abbiamo parlato, lei non si oppone, anzi. Dice che se me la sento, è giusto che lo faccia. Oddio, non è che mi abbia spinto, sai, è un rischio, ma insomma, credo che un po' di fiducia in me ce l'abbia, quindi ... Poi, non dovrei dirlo, ma tu la conosci, credo che le faccia piacere dire "mio marito è un professionista" o "mio marito è un imprenditore", fa figo ... ma non voglio certo dirne male, si sta facendo un mazzo così, col suo lavoro, la casa e tutto il resto. È giusto che abbia delle soddisfazioni.

Ferri sorrise tristemente. Probabile che pensasse alla sua, di moglie. O, meglio, ex-moglie. Quelle volte che Vittorio, la sera, andava a trovarlo, Massimo, con tutte le sue arie, donne di qui, donne di là, era sempre solo. Oppure aveva invitato altri colleghi, ma insomma tutta gente che Vittorio già conosceva, e che già doveva sopportare durante il giorno. Del resto, com'erano le sue, di serate, con Laura? Sì, ogni tanto veniva qualche amico, o ci andavano loro, ma sempre le stesse facce, stanche anch'esse, passate tutte dalla vitalità anarcoide dei vent'anni al senso di responsabilità dei trenta, con i quaranta che si stavano avvicinando a spron battuto, e si parlava di case e di figli e della scuola pubblica che era un disastro, e dell'ultimo film di De Niro e della Streep, e tutti avevano un'opinione su tutto, dicendo banalità colossali, lette magari nell'ultimo libro di Alberoni, o frutto delle intelligenti discussioni dei capannelli di mamme ferme per un'ora all'ingresso della scuola privata dei loro poveri figlioli, che nel pomeriggio sarebbero stati costretti alle lezioni di piano, e il giorno dopo al corso di nuoto, e dopo ancora a inglese, perché, si sa, le lingue si imparano meglio da piccoli.

- Ma tu sei sicuro? - tentò Ferri - Hai pensato a quello che perdi? I benefits della Compagnia, l'assicurazione sanitaria, la tranquillità ... poi qui hai una intera struttura alle spalle, che ti supporta, dai blocchi per appunti ai computer, dalle pulizie ai telefoni ... ci hai pensato, a tutto questo?

No, non ci aveva affatto pensato, o perlomeno, solo di striscio, per un attimo, come se la cosa non riguardasse lui.

- Massimo, tu un po' mi conosci. Ci ho provato, ma io ... non riesco a essere come voi, come te. A me non me ne frega un cazzo dei soldi, del tennis, delle donne, della bella vita tranquilla, ordinata ... Io non so che cos'ho, ho sempre un qualcosa dentro, un'insoddisfazione ... mi interessano sempre altre cose da quelle che faccio, che adesso non ti saprei nemmeno dire. Perciò il sentirmi frenato, no, non dico da te, dico dal sistema mi ... mi angoscia, devo poter decidere, in qualunque momento, che cosa fare, dove andare, magari cambiare tutto in un botto ... Ecco, ho bisogno di una situazione personale in cui tutto sia possibile, da opzione zero perenne, in cui aver sempre a disposizione tutte le possibilità.

- Ma possibilità di cosa?

- Non lo so. Lo so solo quando la possibilità si presenta da sé. Allora, per contrasto, mi si presentano anche tutte le altre. E io mi ci abbandono, mi ci scrogiolo dentro.

- Faccio fatica a seguirti, Vittorio.

- Se è per questo faccio fatica anch'io. È un procedere per variazioni, senza un obiettivo preciso, a volte anche senza motivazioni esplicite. Ma se penso che non ho la possibilità di agire in questo modo io sto male. Male, davvero!

Ferri stentava veramente a capire. Voleva bene a questo giovanotto un po' strambo, subiva il fascino della sua cultura, della sua cortesia, delle sue intuizioni, ma respingeva tout-court il quid di infantilismo e di irrazionalismo che si celava in questa specie di confessione a cuore aperto. Non sapeva che cosa dire, era tutto così fuori dai suoi modelli, dalle sue scelte di vita da non poterci proprio interagire, con modi di sentire tanto stravaganti. E comodi. Ed egoisti, pensava Ferri. Non si può mica vivere così. E Laura? Dio santo, a quello stronzo era toccata la fortuna di trovare una donna bella, affascinante, intraprendente come Laura, e lui sembrava quasi fottersene, Ferri era sicuro che Vittorio non ci avrebbe pensato sopra più di tanto, a buttare all'aria il matrimonio per le sue fisime, le sue paturnie da intellettuale frustrato del cazzo. Quel Bovary al maschile, uguale alla sua, di moglie, che se ne era andata per fare la sua vita, con le sue stronzate psicoanalitiche, le sue sedute di autocoscienza, e il femminismo, e i figli comunque li tengo io perché tu così inquadrato e maschilista chissà come li tiri su.

- Vittorio, io non so che dire. Sei adulto e vaccinato. Ti auguro buona fortuna. Di qualunque cosa tu abbia bisogno, sappi che qui c'è sempre un amico.

- Lo so, Massimo. E ti ringrazio.

Vittorio tornò a casa col cuore in tumulto. Il pomeriggio aveva consegnato a Massimo la lettera di dimissioni, e ora, dal giorno dopo, era senza lavoro. Aveva chiesto di non fare il periodo di preavviso, e Massimo aveva accettato. Che cosa avrebbe detto Laura? Ne avevano parlato, era vero, ma non le aveva detto che quel giorno si sarebbe dimesso. Certo ora in ogni caso non sarebbe tornato indietro. Problemi di dignità personale. L'indomani sarebbe andato da Dragone, che ormai era in età da pensione, per discutere i dettagli della società, bisognava partire subito, pensava già ad alcuni clienti della Compagnia da contattare, in fondo vedevano sempre lui, stimavano lui, e non una astratta Compagnia. Questo senso di potere lo eccitava, in fondo non c'era da preoccuparsi, con la liquidazione avrebbe restituito il prestito-casa alla compagnia, e gli restava abbastanza per tirare avanti almeno due tre mesi, e in due mesi era certo che le cose sarebbero decollate, dio, che bello fare i propri progetti, che senso di liberazione, anche Laura l'avrebbe apprezzato, e poi lei non aveva fatto la stessa cosa con la sua scuola di educazione corporea? Be', no, perché lei alla Scala era a contratto annuale, e potevano non rinnovarglielo da un anno all'altro, ma insomma, Laura ne sarebbe stata sicuramente entusiasta.

Adesso bisognava pensare alle questioni finanziarie, per fare la società bisognava versare almeno sei milioni, poi bisognava affittare un ufficio, ne aveva già visto uno ad Assago che poteva andare bene, due locali con ripostiglio e cantina, una stanza per una segretaria-impiegata tuttofare. e l'altra dirigenziale per lui e Dragone. Poi c'erano le spese iniziali, notaio, registri, carta intestata, cancelleria, una macchina per scrivere, tanto per iniziare. Diciamo una ventina di milioni, con i sei di prima fanno ventisei, diciamo trenta per stare sul sicuro. Vittorio aveva dieci milioni in BOT. Dragone doveva cacciare gli altri venti.

Quando entrò in casa, ogni preoccupazione era sparita. Vittorio era raggiante, aveva tutto chiaro in testa, tempi, costi e ricavi, ed essere l'artefice di questa impresa lo faceva sentire al settimo cielo. E, soprattutto, era orgoglioso di essere riuscito a scegliere, senza tentennamenti, l'incerto contro il certo. Laura era alla scuola, fino alle otto. Vittorio chiamò Dragone al telefono. Tutto bene, si sarebbero visti l'indomani mattina.

Quando Laura arrivò, Vittorio aveva preparato una cenetta a base di patè di fois-gras e involtini di petti di pollo con prosciutto crudo e salvia, il tutto accompagnato da un beaujolais acquistato per l'occasione. Aveva apparecchiato sul fratino nudo, con i candelieri d'argento e le candele accese.

- Che si festeggia? - chiese Laura piacevolmente sorpresa.

- Laura, mi sono dimesso dalla Compagnia. Domani mi vedo con Dragone, e partiamo con la società. Ho già due clienti - mentì, ma sapeva che sarebbe stata una bugia solo per poco - da oggi sono un professionista.

- Uaaà - urlò Laura buttandogli le braccia al collo. Poi, ancora stretta, lo guardò felice, gli accarezzò la guancia con la sua e lo baciò, e a Vittorio venne subito una erezione da animale, e sentendola si eccitò anche lei, e gli infilò la lingua in bocca, piano, a leccargli la sua, mentre le sue mani gli palpavano il sedere, e il suo corpo si sdilinquiva, strusciando con l'inguine contro il cazzo duro.

- Andiamo di là - disse Vittorio in fil di voce.

Non ricordava di aver mai fatto una scopata come quella. Aveva dentro di sé tanta di quella forza da farle quasi male, mentre spingeva con violenza fino in fondo, e ad ogni colpo muggiva come un toro; e quando sentì che lei veniva, solo allora si lasciò andare a un fluire e mescolare di sperma e di umori così intenso, che mugolarono tutti e due come animali in calore.

La cena fu inebriante, bevvero due bottiglie di vino, annebbiati e felici. A letto dormirono abbracciati come le prime volte. Come l'aveva giudicata male! Aveva temuto che lei si sarebbe preoccupata, o disinteressata, e invece ...

La società nacque, e, su suggerimento di Laura, la chiamarono Rainbow Consulting s.r.l.. Il marchio, manco a dirlo, era un arcobaleno stilizzato. Ettore Dragone, che aveva messo venti milioni, ne deteneva il sessantasei percento, ma Vittorio, pur col trentaquattro percento, ne diventò Amministratore unico. Dragone era anziano, non voleva responsabilità, voleva solo continuare da libero professionista un lavoro che gli piaceva, e cumulare la pensione di dirigente con gli eventuali proventi della società. Era vedovo, una figlia morta in un incidente d'auto e un figlio che lavorava all'ENI sempre in giro per il mondo. Le uniche sue soddisfazioni erano il lavoro e i due nipotini che vivevano con la mamma, e con il papà quando c'era, ad Arese, in una bella villetta con giardino. L'accordo con Vittorio era che, detratte le spese generali, ognuno si prendeva i soldi che guadagnava con le proprie consulenze. Sui profitti provenienti dall'utilizzo di eventuali consulenti esterni, tolti gli importi delle loro fatture, si faceva semplicemente a metà. Assunsero un'impiegata tuttofare, Valeria, ragioniera di ventidue anni, e l'impresa ebbe inizio.

Andò subito meglio del previsto. Ben due clienti della Compagnia accettarono di buon grado di continuare il rapporto di consulenza direttamente con Vittorio, soprattutto dopo aver sentito l'importo della tariffa giornaliera, nettamente inferiore, che praticava la Rainbow. Per l'organizzazione della produzione, dalla gestione delle scorte alla pianificazione al controllo avanzamento, Vittorio presentò loro Ettore Dragone, il quale dimostrò subito le sue doti, e venne accettato con grande soddisfazione. Già alla fine del secondo mese di attività, potevano contare su un fatturato superiore ai venti milioni mensili. Di lì a poco li chiamò anche la Kartex, l'azienda in cui Ettore aveva lavorato per trent'anni, per farsi fare un'offerta di un pacchetto globale di consulenza, e questa divenne per i due una sorta di rendita mensile.

Il tempo passava, e il lavoro aumentava, con una crescita del numero dei clienti contenuta ma qualificata, tanto che dovettero prendere a contratto a tempo pieno altri due giovani consulenti, freschi di esperienza uno alla Price Waterhouse, l'altro nello studio di quel professor Gambel, numero uno nel campo dell'analisi e pianificazione finanziaria. Venne affittato, sempre ad Assago, un ufficio più grande, dove ogni scrivania era dotata di personal computer. Insomma, la Rainbow sembrava proprio avviata verso un prospero futuro.

E T T O R E

Fu in luglio di un paio d'anni dopo, su una rivista americana di Management, che Vittorio trovò qualcosa che lo attirò moltissimo. Era una nuova teoria organizzativa, sotto copyright, che si chiamava "OCTOPUS", registrata da una società di ricerca aziendale di Vancouver, in Canada. Vittorio sorrise, pensando alla piovra, "saranno mafiosi" disse tra sé, e lesse l'articolo. Il quale, ovviamente, non si dilungava molto, per non scoprire del tutto il know-how, ma descriveva con sufficienti dettagli una struttura organizzativa "a network", con nodi CR, cioè di "Responsabilità Chiusa" e con "archi di flusso informativo quantizzato a più livelli" che consentivano l'interazione funzionale tra i nodi CR. Addirittura, applicando la teoria matematica dei gruppi, si arrivava a dimostrare che, tramite il riconoscimento nella struttura di simmetrie funzionali, era possibile eliminare i doppioni e aumentare la redditività globale dell'impresa di oltre il ventidue per cento. Una conseguenza pratica del modello era che l'organigramma aziendale non doveva più essere di tipo gerarchico, ma a "corona circolare", con al centro un pool di managing coordinators, oppure "a stella", da cui il logo di OCTOPUS. Furono queste conclusioni, soprattutto, ad accendere la fantasia e l'interesse di Vittorio, sia per il loro look democraticistico, sia come intelligente applicazione della teoria dei gruppi, che, dopo aver trionfato nella fisica delle particelle, avrebbe conquistato sul campo anche una materia consolidata come l'economia d'azienda, rivoluzionandola sicuramente da cima a fondo. Era bellissimo! E ne parlò con Ettore.

- Son tutte cagate. Mai vista in quarant'anni un'azienda "democratica"! - Ettore scuoteva la grande testa bianca - L'azienda, caro mio, l'è come l'esercito, col generale, gli ufficiali superiori, gli ufficiali inferiori, i graduati e i soldati semplici. Se no va tutto a carte quarantotto, caro Vittorio, teorie o non teorie, ne ho già avute abbastansa, io, con le ronde operaie e gli scioperi a gatto selvaggio, ti ricordi, , i Cub e tutto il resto! Che poi, , staran mica bene in Russia, dico ...

- Ma che c'entra, Ettore, che cavolo dici, questo OCTOPUS è una ricerca scientifica canadese, non ti scaldare, e poi era solo per parlare.

- No, perché parlavi della democrassia in azienda, e io, chì, sulla spalla destra, ci ho ancora il segno di una sprangata di ferro "democratica", ci ho. Quel bastardo d'un terun de merda!

- Uh, madonna, Ettore!

- Vittorio, credi a me, tiremm inanz che va bene così! Non ti mettere in testa cose assurde, i clienti son contenti, ci pagano, che casso vuoi di più!

Vittorio sorrise e lasciò perdere. Ma sì, aveva ragione Ettore, perché impelagarsi in cose strane, in novità tirate fuori da chissà quali matti americani, che invece di lavorare si divertivano con le teorie, ma poi, le avevano applicate da qualche parte, dove, con che risultati? L'articolo mica ne parlava, diceva solo il nome della società, il numero di telefono e di fax, già, il fax, dovevano comprarselo anche loro, ormai ce l'avevano in tanti, comunque, dai, si poteva almeno fare una telefonata, per farsi mandare qualche informazione in più, quali aziende avevano già adottato quel modello, con quali benefici, quali costi, quali rischi, in quanto tempo! In fondo erano dei consulenti, santo cazzo, si dovevano tenere aggiornati, era vero o no che l'America era avanti di dieci anni in queste cose, e sennò che cosa lo pagavano a fare l'abbonamento alle riviste? Per parlarne la sera? per fare i fighi con gli amici? E quali, poi. Di amici amici non ne aveva più. Non aveva più rivisto Massimo da quel giorno delle dimissioni. Franco, aveva divorziato da Mariangela perché le faceva le corna con la sua migliore amica, e lei se ne era accorta, e chissà perché ce l'aveva con Vittorio, perché non l'aveva avvertita, diceva lei, ma chi lo sapeva, ma se era proprio per questo che gliene aveva dette quattro, lui al Franco, che non era un fare da amici, quello, e adesso il Franco era andato a Roma, incazzato con tutti, per "rifarsi una vita", mentre la Mariangela era rimasta senza marito, senza amica, e con due figli quasi adolescenti sul gobbo. Gli altri? boh, qualche amico di Laura dei tempi della Scala, un vecchio compagno, che a Vittorio gli faceva venire il magone solo a vederlo da lontano, incasinato come pochi, sotto sfratto esecutivo perenne, con gli occhi lustri a ripensare ai vecchi tempi ... forse era vedendo questo bel campionario di famiglie che Vittorio e Laura non avevano ancora figli, e sì che adesso lui aveva trentotto anni, e lei trentadue, o adesso o mai più, dicevano, ma, saggiamente, rimandavano sempre. Vittorio aveva anche provato a imparare a giocare a tennis, però dopo poche lezioni ci aveva rinunciato, proprio non riusciva nemmeno a vederla, la palla, quando arrivava dalla sua parte, il più delle volte colpiva a vuoto, ma che cazzo di gioco! così Laura doveva sempre cercare qualcuno con cui giocare e, insomma, tra il suo lavoro, il tennis e il Conti non era mai in casa. A teatro invece sì, ci andavano ancora spesso, ma era finito il tempo esplosivo del decennio precedente, ora lo spettacolo era rientrato nei teatri, nei ranghi di pulite e oneste rappresentazioni, create da seri professionisti, pienamente grati agli anni ottanta di aver finalmente mandato al macero quella massa di sedicenti attori, registi, autori, improvvisatori di ogni risma, che nel migliore dei casi invece che arte facevan psicanalisi, politica o sociologia. Julian Beck era morto, il Living spento. L'Odin Teatret e Barba, chi li sentiva più. E l'avanguardia romana ... Vasilicò, Perlini, Mazzali ... e poi Pier'Alli ... Quartucci ... e gli Squat, Foreman? Ogni tanto c'era Tiezzi e i suoi Magazzini, a tirare su il morale, e quel nuovo regista belga, Thierry Salmon, che aveva fatto le Troiane a Gibellina, e il Teatro Settimo, con quel Paolini, bravissimo, quasi suo conterraneo, poi qualcosa di Ronconi, di Bene ... Per il resto, un deserto. Il teatro della morte che paventava Peter Brook.

E la morte è contagiosa, si diceva Vittorio mentre componeva il numero della Netgroup di Vancouver. Perché, se non morto, almeno moribondo lo era di certo. Per lui teatro della morte implicava la morte tout-court. Dov'era più la società vitale, in movimento, cangiante, dove natura facit saltus, come diceva Brecht? La natura oggi di salti non ne faceva certo, guai!, bisognava starsene lì, tranquilli e buoni, guardati a vista da una sospettosa volontà collettiva di immobilità. Che poi non era che paura, paura, paura ....

- Hallo, ... - e poi qualcosa veloce in inglese che Vittorio, sovrappensiero, non riuscì a cogliere.

- Hallo, parlo con la, come si chiama, Netgroup di Vancouver? - si imbrogliò Vittorio in inglese.

- Sì, posso aiutarla?

- Sono Vittorio Vinciguerra da Milano, Italia. Ho letto su "New Management" un articolo sul vostro modello OCTOPUS. Vorrei avere maggiori informazioni.

- Un momento, prego.

Gli passarono Louis Vincent, un francofono, a sentire dall'accento, cui Vittorio ancora una volta chiese ulteriore documentazione su OCTOPUS.

- Okay, le mando via fax un modulo che lei deve riempire. Posso...

- Momento, scusi, il mio fax è ... guasto. Lei mi faccia le domande, e io risponderò per telefono, facendole lo spelling se necessario.

- Okay - e Vincent sottopose il povero Vittorio a un interrogatorio di terzo grado, nome della società, indirizzo, il suo nome completo, funzione nell'azienda, numero di dipendenti, fatturato dell'azienda negli ultimi tre anni, no guardi che l'azienda è nata due anni fa, allora i dati dell'ultimo bilancio, tipologia dei clienti con suddivisione percentuale, classi di fatturato dei clienti, metodologie di analisi utilizzate.

Dopo quindici minuti buoni, Vittorio posò il ricevitore. E rimase seduto, a fissare la porta, immobile, senza pensare assolutamente a niente. Fuori pioveva a dirotto.

Il plico arrivò due giorni dopo via UPS. Valeria lo prese, e lo portò immediatamente a Vittorio. La brochure era bellissima, plastificata, contenente esattamente le medesime informazioni dell'articolo, corredate dagli stessi grafici, flow-charts e schemi d'interrelazione. C'era un po' più di matematica, niente di importante. Ma le cose che colpirono l'attenzione di Vittorio furono due: i nomi delle aziende che già applicavano il metodo (cinque, tutte negli Stati Uniti, tre sulla west coast, San Diego, Palo Alto e Sausalito, e due sull'atlantico, Parsippany e Boston), con dichiarazione dei relativi presidenti sui risultati ottenuti; e il programma, con relativo application form, di un seminario di quindici giorni che si sarebbe tenuto in settembre di quell'anno a New York. Costo: milleduecento dollari.

In quello stesso istante Vittorio decise di parteciparvi. La dead line era il trentuno luglio. Guardò il calendario: ventitrè luglio. Chiamò immediatamente un'agenzia di viaggi, e dopo mezz'ora prenotazione del biglietto aereo e dell'albergo era cosa fatta. Chiamò la banca, bonificò l'ente organizzatore del seminario del trenta per cento dell'importo, e spedì l'application form debitamente compilata. Fatto. Finito. Emise un bel sospiro, e cominciò a riflettere sul come dirlo a Ettore. E a Laura. Non per il fatto in sé, quanto per il sommovimento interno che questa repentina faccenda aveva attivato in lui. Perché ne intuiva il significato.

Ettore guardò la brochure multicolore, guardò Vittorio, riguardò la brochure, e disse, tranquillo:

- Uè, se vuoi buttar via i danéé, sono affari tuoi. Perché io non sono mica d'accordo che questa roba qui te la paghi la società. E non conto il mancato guadagno per le due settimane che te ne stai via a grattarti le balle!

- Be', vorrà dire che non andrò in vacanza in agosto.

- Già, perché i clienti tengono aperto per te, in agosto.

- Comunque non sono d'accordo, è know how che poi acquisisce l'azienda, mica solo io!

- E io non sono d'accordo che questa roba serva alla società, casso! Ma lo hai visto bene quali sono le referenze di questa Netgroup? Due sono industrie elettroniche, una è un'azienda che fa telecomunicazioni, e le altre due fanno impianti industriali robotizzati. Minga fabbriche che fanno mobili, aspirapolvere, o ... o sedili per le macchine. Ma va' a da' via i ciapp! E poi, porcassa di una eva, perché hai già fatto tutto senza dirmelo!

- Ettore, tu non c'eri, il tempo era poco, e allora ho fatto.

- Perché, per chiamare in Canada il telefono funzionava e per chiamarmi me a casa era rotto? Vittorio, a me questa cosa qui non mi piace. È la prima volta che fai qualcosa senza prima consultarmi. Sai quanto ci costerebbe questa bella pensata? Te lo dico io. Fra viaggio, albergo, mangiare e tutto, dieci milioni. Più due settimane che non fatturi fanno altri, to', otto, nove milioni. Uè, bamba!

- Se tu non sei d'accordo, va bene, mi pago la metà. Cinque milioni.

- No, te ti paghi il settanta percento, perché io ho il settanta percento della società, e non ci voglio smenare neanche una lira.

- Cazzo, Ettore, sei proprio un ... pidocchio!

- Bambino, piano con le parole, eh! Qui io, alla mia età, mi faccio il mazzo come e più di te, e i soldi della società per me sono sacri, hai capito, non mi è mai venuto in mente di buttarli dalla finestra. Se poi serve davvero, non ho mai detto di no. Ho detto qualcosa quando hai voluto comprare i computer, eh? No, perché servono, perché si lavora meglio, più in fretta, senza sbagli. Ma dare i soldi a te perché vai in vacanza a New York, e no, cristo di un dio! E dato che ci siamo, ti paghi anche la metà delle spese generali che non copri col fatturato perso in quelle due settimane lì.

- Ettore, okay, discorso chiuso. Mi pago tutto io e non rompermi i coglioni.

- Be' ... interessante! - disse Laura.

- Laura, io poi potrò magari importare in Italia questo metodo, prenderne l'esclusiva, rivoluzionare i metodi organizzativi delle aziende italiane, metti che la FIAT poi si dimostri interessata, ... allora altro che Kartex, e combattere con le solite menate, e il costo del prodotto, e il costo della commessa, e la contabilità, sono undici anni che non faccio altro!

- Vittorio, sai che cosa mi spaventa? Mi spaventa il tuo entusiasmo eccessivo. Perché è come quello di ... scusa, di un bambino. Probabilmente questa novità è la cosa più bella e importante del mondo, ma è come la prendi tu che mi fa paura. È come se tu fossi stufo di quello che fai, e allora cerchi qualcos'altro, e quando lo trovi, ti ecciti, e ancora ti ecciti, a cascata.

Vittorio si alzò dalla poltrona, guardò Laura, e poi si risedette, con lo sguardo per terra. Non sapeva che cosa rispondere, se non insulti e "tu non hai mai capito un cazzo di me".

- Io mi eccito - disse infine guardandola - perché è una rivoluzione. E se tu ci capissi qualcosa, saresti d'accordo con me. È un'occasione unica, prima che qualcuno me la porti via!

- Ma costa dieci milioni!

- Senti, Laura, viaggerò in classe economica, andrò in un albergo a due stelle, mangerò hamburger, ma, diosanto, io questa opportunità non me la faccio scappare.

- Vittorio, io non sono in grado di giudicare. Va', che ti devo dire. Importante che non trascuri il lavoro, mi pare che ti ha dato delle belle soddisfazioni, finora, no?

- Ma sì, Laura ... ma sì.

A N D R E J

Era la prima volta che Vittorio andava in America. PAN-AM. Business class. Era assolutamente contento. In agosto, all'Elba, nella casa dei suoceri, dopo la solita non entusiasmante scopata (mai più si era ripetuto l'exploit di quella volta che aveva dato le dimissioni, se la ricordavano ancora ridendoci amaramente sopra), forse preso dall'atmosfera del momento, dall'aria fresca, dal sapore del mare e da chissà cos'altro, aveva chiesto a Laura se non le sarebbe piaciuto venire in America con lui. Lei ci aveva pensato un po', mi tenti, aveva detto sorridendo, ma poi non ne aveva più parlato. Solo quando erano tornati a Milano, Laura, una sera, gli aveva detto "non ci vengo a New York, Vittorio, ho troppo da fare qui, devo preparare l'attività ottantasei-ottantasette della scuola, scusa, proprio non è il caso". Vittorio non aveva più insistito. E adesso, a novemila metri d'altezza, con fuori cinquanta gradi sottozero, si godeva la sua solitudine e la sua libertà. Fortuna che gli avevano fatto il visto in fretta, perché conosceva uno del consolato americano che suonava il banjo in un gruppo jazz. Una sera, tanto tempo prima, era andato alla Chiatta, sui Navigli, a sentire un po' quel gruppo, e quel tizio del banjio era così simpatico, che Vittorio per scherzo gli aveva chiesto un clarinetto, e avevano suonato insieme, lui il clarinetto, l'altro il banjo, ed era venuto fuori una porcata, una roba così brutta, ma brutta, che i due si erano guardati ed erano scoppiati a ridere. E avevano riso anche quando, sul modulo per ottenere il visto, Vittorio aveva dovuto dichiarare che mai e poi mai era stato comunista, che mai aveva aderito a organizzazioni comuniste o affiliate. Ma sempre, con quel tipo, si rideva, anche solo a chiamarlo per nome: Clarimbaldo! Lui voleva che lo si chiamasse solo Baldo, e fingeva di incazzarsi con Vittorio quando questi lo chiamava con il nome intero. Prenditela con i tuoi! gli diceva sghignazzando Vittorio. E adesso che era in cielo, pensava invece ai suoi, di genitori, chissà dov'erano adesso, in paradiso, o in inferno, o sparsi sotto forma di energia nell'universo, o semplicemente da nessuna parte. Come sarebbe successo a lui, se l'aereo fosse precipitato. Puff! E tutto quello che aveva fatto, detto, tutto quell'insieme sgangherato di esperienze i cui resti erano affastellati nel cervello, sarebbe scomparso di botto. E nessuno, mai, ne avrebbe tratto alcun frutto. Proprio nessuno. Perché non aveva fatto nemmeno un'assicurazione sulla vita. Già, di lui non sarebbe rimasto niente, forse un ricordo sempre più sbiadito nella mente di Laura. Che vita di merda, senza senso. Ma quale vita aveva un senso, in fondo? Era forse un senso quello, puritano e calvinista, del consumarsi l'esistenza nel negotium, nelle mille azioni quotidiane finalizzate tutte al grande obiettivo della formica? Ma no, il senso della vita non poteva limitarsi a questa triste invenzione borghese tipicamente svizzera, dove non c'era posto alcuno per un'etica dell'otium, della riflessione fine a se stessa, dell'azione gratuita, agita per il suo valore intrinseco, e per il gusto provato mentre la si compie. Il che su quell'aereo dava invece a Vittorio proprio un senso di libertà impagabile, l'andare a fare una cosa anche per il puro piacere di farla. L'abbandonarsi a ciò che lo attirava. Esattamente come Don Giovanni. Quello di Moliere. E di Mozart. E, nel suo caso, senza fare soffrire proprio nessuno. J'aime la liberté en amour, tu le sais, et je ne saurois me résoudre à renfermer mon coeur entre quatre murailles. Je te l'ai dit vingt fois, j'ai une pente naturelle à me laisser aller à tout ce qui m'attire. Mon coeur est à toutes les belles, et c'est à elles à le prendre tour à tour et à le garder tant qùelles le pourront[14]. Bastava sostituire l'amour con vivere, coeur, ad esempio, con creatività, belles con opportunità, pensò Vittorio, ed ecco il Don Giovanni che se ne va a New York.

Stava bene, da solo. Senza Ettore, senza Laura, senza clienti. Questa opportunità non me la faccio scappare, aveva detto a Laura. Ma opportunità di che cosa? Opportunità per il suo lavoro, per la Rainbow, un investimento calcolato, valutato nei suoi ritorni in termini economici o di immagine? O non piuttosto un'opportunità per lui, il piacere di afferrarla, dilatarla, giocarci, e misurarsi a conquistarla? Don Giovanni! Non era forse vero che l'aspetto che lo riempiva di curiosità e interesse stava non tanto nelle concrete prospettive professionali, quanto nello scoprire in quale modo questa compagnia di pazzi genialoidi era riuscita a masturbare la teoria dei gruppi così da consentirle risultati tanto strabilianti? E, sul piano applicativo, nella ipotetica possibilità di un approccio nuovo rispetto al modello di struttura aziendale dominante fin dalla comparsa del capitalismo? Un approccio a network, aperto a innumerevoli conseguenze, non ultima l'utilizzabilità di forme di controllo sociale della rete medesima? Ma non potevano essere, queste, delle basi tecniche e scientifiche per l'elaborazione di una visuale completamente nuova della stessa società? Magari in vista di nuove forme di proprietà? Forse era sufficiente sostituire gli elementi aziendalistici del gruppo, cioè quegli operatori matematici rappresentativi di concreti fatti aziendali, con elementi di natura diversa ma isomorfa, appartenenti a un altro insieme di operatori, riconducibile al sociale e ai suoi fenomeni d'interazione, e, chissà, magari il modello conservava la propria funzionalità; e allora bisognava scoprirne tutte le consequenzialità, corollari e teoremi, e verificarne la corrispondenza con altri fenomeni reali, misurabili sul campo, fino a quando ...

Dopo il discreto pranzo, "per rendere più piacevole la permanenza a bordo" venne proiettato un film, una bella storia con Gene Hackman, in cui un marito se ne andava di casa, lasciando moglie e figlia, per seguire i propri sogni, e alla fine ritornava, sconfitto, con la pretesa che tutto fosse come prima. Bell'egoista. In quei frangenti a casa non si torna. Si ricomincia. O ci si spara.

Atterrarono all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy poco dopo le quindici ora locale. Le otto di sera, in Italia. A quell'ora Ettore era sicuramente a cena, chissà se da solo o con la nuora e i nipoti, e poi, forse, avrebbe guardato la televisione, quella sera su RAI 1 davano L'albero degli zoccoli, e Vittorio al pensiero sorrise, con dolcezza amara, avrebbe voluto vederlo finalmente anche lui, quel film, che non era riuscito a vedere quella prima volta con Laura, quando aveva la mente annebbiata dall'emozione, ubriaca di sguardi, baci e carezze.

I rapporti con Ettore si erano decisamente deteriorati. Rainbow sembrava uno studio associato, ormai, ciascuno per i fatti propri e con i propri clienti, anziché una società. Per quelle due settimane di assenza, la consulenza sul controllo di gestione l'avrebbero portata avanti i due che avevano a contratto, ma poi sarebbero state solo due settimane, cazzo, non la fine del mondo, e se invece si fosse malato, che cosa avrebbero fatto? Un suicidio collettivo? Quanto casino per quindici giorni, alla prima assenza di Ettore per fatti personali, Vittorio gliela avrebbe fatta pesare come un macigno, gli avrebbe rotto i coglioni per un mese. E poi, sperava, tutto sarebbe tornato come prima. Pari e patta. Non era nemmeno andato ad accompagnarlo alla Malpensa, quello stronzo, come pure Laura, "Sai che la domenica mattina ho due corsi in palestra", aveva detto, e lui ci era andato in taxi, centomila lire, ma che andassero tutti a fare in culo!

- Vittorio!

Era nella bolgia infernale al controllo passaporti, uno stanzone dal soffitto basso senza aria condizionata, accaldato, in una fila lunghissima anche se ben ordinata dalle transenne a serpentina. Si voltò all'indietro, e, a una decina di teste da lui, vide, ma sì, era ...

- Massimo! Aspetta, vengo là.

Ferri era sempre elegante, Clark ai piedi, giacca e pantaloni jeans di Armani, camicia sportiva Brook Brothers, con tanto di foulard e ciuffo biondo sulla fronte abbronzatissima. Avrebbe avuto un che di culo, se non fosse stato per la mascella troppo quadrata, alla Schwarzenegger.

Dopo i saluti e gli abbracci, Vittorio gli raccontò della Rainbow, della Netgroup e di OCTOPUS, rimanendo però sulle generali.

- E tu, che cazzo ci fai in America? Com'è che non ti ho visto sull'aereo?

- Sai, sono diventato Country Marketing Manager per l'Italia, così, spesso, devo venire all'Head Quarter della Compagnia, vicino a New York. Ormai son di casa, qui!

"Ecco perché non t'ho visto, perché hai viaggiato in prima" pensò Vittorio.

Silenzio. Guardano per terra. Si guardano.

- Ah, Vittorio, se rimanevi! adesso saresti almeno direttore di filiale. Davvero!

- Be', forse ... ma sicuramente non sarei qui.

- Che c'entra questo! E poi, brutto stronzo, perché non mi hai mai chiamato? Hai i telefoni rotti? Col cazzo che sapevo qualcosa di te se non me lo dicevano alla Kartex.

- E tu, allora? Anche Laura si chiedeva perché tu non chiamassi mai.

- Io con te ero incazzato nero, Vittorio. Poi sai, rinvio dopo rinvio ... Ma come sta quella gran ... donna di tua moglie?

Continuarono così. Parlando di donne, di lavoro, senza dirsi niente. Adesso Vittorio non avrebbe voluto nemmeno averlo incontrato. Si sentiva a disagio, a contatto con un passato chiuso, finito. In effetti la sua vita procedeva a salti. E a ogni salto, si calava dietro una paratia stagna a prova di affetti, di ricordi e di rimpianti. L'intrusione di Massimo proprio non ci voleva. Ma non poté rifiutare quando questi gli offrì di prendere un taxi insieme. Ferri andava al Plaza, lui al Ramada Inn, un trestelle tendente a due. Si promisero di telefonarsi per passare una serata insieme. Abbraccio. Ciao. Ciao.

Era ormai sera, una domenica sera a New York. E Vittorio si sentiva malinconicamente solo. Tutta l'euforia del viaggio era scomparsa. Solo un'ora prima, arrivando col taxi, prima di imboccare il tunnel sotto il fiume, Vittorio era rimasto a bocca aperta di fronte all'incredibile scenario che si stagliava contro la luce opaca e annuvolata del tramonto. Manhattan era un unico enorme pannello, formato da grandi rettangoli scuri, tra loro paralleli, e sovrapposti, in parte, ad altri rettangoli più lontani, e questi ad altri ancora, e via via, all'infinito, in una costruzione geometrica però unitaria, con un contorno superiore duro e preciso, un inseguimento di segmenti consecutivi ortogonali, che staccava nettamente quel gigantesco Mondrian grigio da quel poco di cielo buio e frastagliato che si riusciva a scorgere guardando molto in alto. E sotto quel contorno si accendevano milioni di quadrati luminosi, mille sequenze di stanze illuminate, che lo facevano pulsare tutto quanto come se fosse un unico, grande organismo vivente. Vittorio era certo, in quel momento, che New York gli sarebbe piaciuta immensamente.

Ma dalla stanza dell'albergo, la città ora assumeva tutto un altro aspetto. Gli sembrava quasi priva di vita, con le poche automobili che sfrecciavano sulla avenue, le luci del drugstore di fronte, penosamente vuoto, e tre neri che rovistavano nei sacchi dell'immondizia deposta all'esterno di un fast food. Vittorio scese, attraversò la strada, si infilò nel fast food, mangiò un paio di hamburgher, se ne tornò in camera. Guardò un film porno alla pay-TV, bevendosi tutte le bibite del frigo bar e sgranocchiando noccioline, poi si masturbò pensando al film, e si addormentò.

Il giorno dopo, alla luce di un sole limpido e caldo, tutto era di nuovo diverso, e Vittorio si sentiva in forma pimpante. Dopo una colazione pantagruelica, si diresse al Penta Hotel, dove si sarebbe tenuto il seminario, camminando tra una folla incredibile di gente, di tutte le razze e colori, percependone l'odore e il brulichio, oltrepassando negozi e venditori ambulanti di frutta, neri che vendevano cianfrusaglie o che chiedevano l'elemosina; fermandosi ad ammirare il Macy's, i più grandi magazzini della città, e imparando che i newyorkesi attraversano le streets anche col rosso.

La prima giornata di seminario fu una grande noia. A parte il fatto che Vittorio faceva fatica ad abituarsi allo slang americano degli istruttori, che si mangiavano tutte le "t", dicevano tueni invece che tuenti, tutto il giorno trascorse con una veloce esposizione della teoria dei gruppi, che Vittorio conosceva benissimo avendo dato, all'università, unico del suo corso, all'interno dell'esame di analisi matematica, una tesina su questa teoria. Ma in compenso conobbe un sacco di gente simpatica, che lo aiutò a scoprire la città, soprattutto di notte, così già la prima sera finì in un bel locale di Greenwich, fumoso e affollato, dove si suonava, si beveva e si stava insieme, mentre un donnone con un'enorme gonna a fiori si destreggiava tra tavoli fitti fitti, portando in equilibrio su una mano enormi vassoi stracolmi di boccali di birra da un litro. Quando arrivò, non c'era quasi un posto libero, ma riuscirono, lui e un paio dei suoi nuovi amici, a stiparsi su una panca, dietro a un lungo stretto tavolo di legno, vicino a un anziano nero, che titillava con la lingua il bocchino del suo clarinetto. Era un invito a nozze, per Vittorio, che guardava fisso il nero e il suo strumento, avrebbe dato chissà cosa per farci una suonata, e l'uomo sembrò capire, e con un largo sorriso stampato sulla faccia glielo porse. Vittorio non ci credeva, non gli sembrava vero, era lì, a New York, in un posto incredibile, con un sassofonista che stava tirando al massimo le note, e quell'uomo anziano, dai capelli grigi su quella pelle scura, seduto accanto a lui, che stava parlottando sottovoce con un altro, e che poi gli sussurrava: "Dopo di questo puoi suonare tu".

Fu un assolo, questa volta, eccezionale, con l'amico nero che seguiva il ritmo con la testa, e gli diceva "occhei" col pollice destro verso l'alto, e l'uomo al pianoforte che cominciò ad andargli dietro, e poi il ragazzo con la batteria, e il sax che si inserì anche lui, in una jam session indiavolata, e alla fine fu un boato di applausi, e gli occhi lustri di Vittorio, e un bagno di simpatia calda, sincera, che venne rinsaldata da bevute di birra colossali. Quando uscì, Vittorio era sbronzo, ma così felice da promettere a tutti che non sarebbe più tornato a casa.

E tutta la prima settimana la trascorse in questo modo, tra il seminario, e l'ammirazione dei suoi compagni, e il jazz, e un paio di musical a Broadway, e una cena a Chinatown, e lunghe chiacchierate con tutti quelli che incontrava. Ancora sette giorni, e l'aereo della PAN-AM l'avrebbe riportato a Milano. Da Ettore e da Laura. Ma adesso era lì. Il resto non esisteva più.

Fu l'articolo-intervista sul Village Voice che lesse quella domenica mattina, mentre faceva colazione, il grimaldello definitivo. Un'intervista a Ellen Stewart, la mitica fondatrice del Cafè La Mama, centro propulsore, negli anni sessanta, dell'off-off Broadway, del Nuovo Teatro Americano. Un articolo senza nulla di eccezionale, ormai l'off-off dell'ottantasei non era certo più quello di vent'anni prima, anche se la Stewart affermava che non capiva la domanda, che era tutto come allora. Ma in Vittorio qualcosa scattò, qualcosa che aveva cominciato a fare capolino già in quella prima sera nel pub. Fu come nei film mistery, dove d'improvviso un gesto, un'immagine simbolica, o una persona con qualche dote speciale, riesce a liberare dall'oblio presenze nascoste, sepolte da secoli in una soffitta, che da lì si diffondono poi per tutta la casa, fino ad occuparla interamente. Perché quell'incontro, quella fotografia stampata sul giornale, ebbe proprio l'effetto scatenante di fargli tornare vivi, di colpo, tutti insieme, pressanti, tanto evidenti da star male, i tempi perduti che ormai non erano più suoi. Nomi e spettacoli di tanti anni prima, i libri divorati, i lunghi eroici viaggi in Diane, a Roma, Avignone, Nancy. Sensazioni, sogni, odori, e lunghe veglie, e marjuana, e l'amore che aveva fatto con quella giovane attrice, una notte, sul Ponte Vecchio a Firenze, aggrovigliati dentro un sacco a pelo. Cos'era, il settantasei, il settantasette? Vecchi desideri, ricordi struggenti, quel teatro della vita, troncata una bel giorno a Milano dalla coercizione dell' essere "maturi e responsabili". E allora Vittorio sentì la frenesia di andarli a vedere, quei luoghi della rivolta, capire cos'era rimasto in quegli spazi della magia creativa di un tempo, se ancora c'era, se ancora aveva un senso. Per lui, soprattutto. Tornò in camera di corsa, sfogliò in fretta "Teatro d'avanguardia americano", il libro di Massimo Dini che si era portato con sé per ogni evenienza, si segnò tutti gli indirizzi, e poi via, quel giorno, e poi le sere successive, dopo il seminario, per le strade più riposte di New York. E ogni volta era un gratuito atto d'omaggio a degli androni scrostati, a dei caseggiati anonimi, a delle buie e scomode platee. Erano gli spazi in cui aveva lavorato il Living degli inizi, o dove operava Mabou Mines.

Ecco, era arrivato all'ultima meta del suo pellegrinaggio l'Ontological-Hysteric Theater di Richard Foreman, al 491 Broadway di Soho. Conosceva Foreman e la sua compagna, Kate Manheim, perché anni addietro avevano realizzato una performance in Italia, che lui aveva visto al Teatro dell'Arte di Milano. Ma, certo, penetrare nel suo antro originale era tutt'altra cosa, tutt'altra sensazione. Quando vi arrivò erano le sette di sera, e lo stabile, come si aspettava, era alquanto squallido, non c'era alcuna indicazione sul portone, ma Vittorio sapeva che doveva salire al quarto piano. Lì c'era l'appartamento in cui Foreman viveva e realizzava le sue performances. Non sapeva nient'altro, se ci fosse o non ci fosse spettacolo, se addirittura ci fosse qualcuno in casa o meno. E poi, che cosa gli avrebbe detto? Hi, Richard! How are you? Come minimo l'avrebbe buttato giù dalle scale. Ma ormai era lì. E suonò. Qualcosa avrebbe inventato. Chi però gli venne ad aprire non era Foreman. Era un uomo alto e biondo, coi capelli lunghi sulle spalle, sui quarant'anni, magro, gli occhi azzurri, lucidi, profondi, un'ampia maglia di cotone grezzo, che dopo un attimo di sorpresa disse con dolcezza:

- Please?

Vittorio chiese se c'era Richard. L'altro rispose di no, che lui era un ospite, e Richard non ci sarebbe stato per tre mesi. Allora Vittorio chiese di poter vedere il famoso loft di Foreman.

- Okay - sorrise l'uomo.

- È davvero così famoso? - chiese poi, quando furono entrati.

- Per me sì!

Eccolo, il posto dove Richard realizzava le sue loft-pieces, con quell'arredo nero, funereo, di stile floreale, e quei cuscini di velluto rosso, sparsi dappertutto sul parquet di legno scricchiolante, quel barocco pesante inserito nella scarna struttura del loft. Lo spazio non era immenso, sembrava quasi una cappella, un luogo rituale, con una parete tappezzata di manifesti teatrali, tra i quali Vittorio riconobbe subito quello de La classe morta di Kantor. Una scala sulla destra portava a un soppalco, dove probabilmente viveva l'uomo dalla maglia grezza.

- Ecco - disse questi, salendo e facendo un ampio gesto con la mano. Vittorio era come intimorito, anche per la presenza di quell'uomo dal fascino magnetico, lo seguì sulla scala, e lo raggiunse di sopra. Anche lì, grandi cuscini dappertutto, un vecchio armadio marrone scuro di legno massiccio, una credenza, un enorme letto, un lavabo.

- Io sto per cenare. - disse a un tratto l'uomo, dopo averlo osservato a lungo - Vuole farmi compagnia? Pelmeni, ketchup, tè.

Per terra, sopra una tovaglia gialla, una terrina contenente dei ravioli di carne, un piatto, una tazza ... Vittorio accettò d'impulso.

- È una cena parca - si scusò il suo ospite. Andò alla credenza e prese un altro piatto, un'altra tazza, posate e due candele. Accese le candele e spense tutte le altre luci.

Si chiamava Andrej Ljubljev, di Mosca, esule da cinque anni. Faceva il mimo, di tanto in tanto lavorava al Cafè La Mama, al 74 east della quarta strada, ma Ellen era in un momento difficile, e poteva pagarlo molto poco. Così per vivere doveva tenere lezioni di russo. Richard gli aveva prestato la casa per tre mesi, poi qualcosa sarebbe successo. Mangiarono seduti sui cuscini, all'indiana, uno di fronte all'altro, al lume delle due candele, che isolavano così un piccolo spazio intimo all'interno del loft. Poi Andrej portò brandy e vodka, e rimasero a bere e a parlare, sottovoce, dolcemente, fino alle due di notte. Vittorio raccontava di sé e del suo entusiasmo per New York.

- Ti piace New York? - replicò sottovoce Andrej. Lo guardava, con incredulità. Poi abbassò gli occhi. - E' così narcisista, - continuò, come tra sé, duro - spudorata! Io odio il modo in cui questa città si mostra, e si dà, così com'è, senza un minimo di ... mediazione!

- Per me è una scoperta, Andrej, non è come mi immaginavo le città americane, è piena di vita vera, di lavoro, di pensiero, di cose da scoprire.

Andrej sorrise, tristemente.

- Non mi pare che ci sia proprio nulla da scoprire. New York è tutta lì, è esattamente quello che vedi, ogni cosa in fila, l'una accanto all'altra, soldi, miseria, bellezza, cattivo gusto, ostentazione ... E' troppo diretta, non ha un velo di poesia, di ... trasfigurazione. Quando si muove, lo fa con quel suo modo urlato, aggressivo! Senza spazio alcuno per un po' di ... grazia ... di pietà.

- Ma qui sono nati Pollock, Cage, il Living ...

- Appunto! e dove potevano nascere Cage, Pollock, il Living se non qui! L'arte qui non estetizza nulla, è la vita, è l'evento stesso, l'atto estemporaneo, istintivo. È l'happening, appunto.

Tacque bevendo d'un colpo un bicchierino di vodka.

Anche Vittorio tracannò il suo bicchiere. Gli piaceva la voce morbida e profonda di Andrej. Parlava come un poeta.

- Io penso invece che sarebbe la vita che ho sempre sognato - insistette Vittorio. - Vivere in un happening continuo. La sento mia questa città, l'ho sentito prima ancora di arrivarci, vedendola al di là del fiume.

Andrej scosse la testa

- Io no, Vittorio. Proprio no. Vivere come in un happening, e poi? Che cosa resta? Io non voglio essere un'azione, da guardare, da soffrire, magari ... io voglio essere me. Con tutto quello che ho dentro, coi miei pensieri, i miei affetti. - Tacque, fissando una candela, la fronte corrugata. - Persino i miei amici mi guardano strano, non comprendono. Il mio way of life è molto out, dicono, molto poco americano. Dicono che è troppo mansueto, che non mi interessa nulla, che dovrei affannarmi di più, ma pensa! - Sembrava sorridesse. - Allora io parlo poco, o non parlo affatto, perché non ci riesco, a farmi sentire in tutto questo chiasso. - Rimase immobile per un po', chissà dove. Poi continuò: - Il vivere un tempo interno tuo, dilatarlo come ti pare, nel buio e nel silenzio ... qui proprio non è possibile. Non è consentito. Viene preso per indolenza. Quando invece è proprio il contrario, è un profondo dedicarsi a sé, un ... - cercò le parole - un ritrovare la propria integrità!

Le candele stavano finendo. Andrej si alzò, ne portò altre due, grosse e gialle, e le accese con cura.

- Com'è la Russia? - chiese Vittorio all'improvviso.

- La Russia ... - sussurrò Andrej, spegnendo il fiammifero - della Russia ti posso dire che ho una grande nostalgia. Chissà. Chissà se anche questo nuovo segretario del partito sarà un bluff. Perestroika, glasnost! ... Dio, come vorrei tornare, alla mia vita! Il mio pianoforte, i miei teatri, la casa, la strada, ... Sai che a Mosca ci sono tanti di quei parchi e giardini che New York se li sogna? E molte case poi sono un po' discoste dalle strade e le raggiungi percorrendo viottoli di terra battuta nascosti tra gli alberi. Io ci abitavo, in una di queste case.

Guardò Vittorio e gli sorrise.

- Sei mai stato a Mosca?

- No, mai.

- Sai perché sono dovuto scappare, Vittorio?

- Per motivi politici? - azzardò Vittorio.

- Oh no! Io non voglio certo il capitalismo. Io vorrei una società in cui poter vivere un po' più felici, con le persone che si sorridono, si aiutano, si parlano, senza l'assillo dei soldi e della competizione, con il diritto ad aver dei desideri ... delle speranze. Un comunismo vero, in cui compagno voglia dire veramente uguale, e amico. - Sembrò arrossire. - È un sogno, lo so, non sono così sciocco! E certo non realizzabile in Unione Sovietica ... ma neanche qui!

- Allora, perché sei venuto via?

Andrej lo guardò, quasi con sofferenza.

- Perché sono omosessuale.

Lo guardava fisso, ma Vittorio non dette alcun segno di disagio, o di fastidio, anzi, lo osservava con più affetto, quel bel volto pallido, magro, scavato e un po' triste, quel naso sottile e pronunciato, quelle due rughe che scendevano profonde fino ai lati della bocca, grande e sensuale, quei capelli biondi, e un po' ingrigiti, che cadevano in disordine fin sulle spalle. E Andrej allora cominciò a raccontare dei suoi studi, dell'università, della sua laurea in letteratura russa, e di come fosse diventato il pupillo dell'Accademico Kazimov, e poi il suo braccio destro, e infine, così giovane, il vice-direttore dell'istituto. Una carriera brillante, folgorante.

- Poi, un bel giorno, nella casa di un'amica, ho conosciuto una persona, un artista, Nikolaj Dmitrov, grande ballerino del Bolshoi, uno di quei tesori che il mondo ci invidiava! ... e ci siamo innamorati. L'ho amato tanto, Vittorio, amavo lui e la sua arte, dal profondo del cuore. Non vedevo che lui, gli dedicavo tutte le attenzioni, andavo ai suoi spettacoli, sempre, non volevo altro che lui fosse felice, un amore radioso, alla luce del sole. E per questo amore, ho dovuto lasciare tutto, Vittorio, famiglia, università, tutto, mio padre mi cacciò di casa, Kazimov era costernato, diceva che non poteva fare niente, e sicuramente era vero, ma il Comitato di controllo gli aveva intimato di allontanarmi dall'istituto, perché davo scandalo, e offendevo le istituzioni, e la Kultura! ... così, alla veneranda età di trentatrè anni, mi sono dato all'"arte". Avevo sempre amato la scena, per fortuna, durante l'università avevo frequentato anche una scuola di mimo, e poi saltuariamente recitavo in una compagnia di dilettanti, quasi di nascosto ... non si poteva, sai, io ero un accademico! ... Insomma, ero ancora agile, mi muovevo bene ... e con l'aiuto di Nikolaj, potei allora entrare nella compagnia del Taganka, dove divenni anche attore. - Chinò il capo e tacque per qualche secondo. Quando riprese, la voce, già bassa, era niente più che un bisbiglio. - Sono vissuto due anni con Nikolaj. Finché morì. Negli ultimi mesi è stata una cosa straziante, era dimagrito tantissimo, gli erano venute delle chiazze sulla pelle, non poteva prendere un raffreddore che stava male, io non lo so ... Poi, venutomi a mancare lui, nessuno mi ha più voluto. Non posso dire che qualcuno mi perseguitasse, no, solo che ... mi ignoravano, del tutto. Non esistevo. Sarei potuto morire e nessuno se ne sarebbe accorto. Così ... eccomi qui, ospite da cinque anni della grande mela.

Vittorio ascoltava quella voce bassa, profonda, che lo ipnotizzava, e guardava incantato Andrej, fissava le sue labbra protendersi verso di lui quando pronunciavano le "o", sempre chiuse, alla maniera russa, i visi vicini, uno di fronte all'altro, illuminati soltanto dalle due candele ormai alla fine. Si baciarono senza accorgersene, e la dolcezza di quel bacio fu così intensa e inaspettata, e Vittorio ne rimase così sconvolto, che, a fatica, sussurrando, pregò Andrej di accendere la luce, perché si era fatto molto tardi e doveva andare. Andrej lo guardò per un po', in silenzio, poi, abbassando gli occhi, gli disse piano:

- Ti voglio fare un regalo, Vittorio.

Sollevò il colletto della maglia, e trasse fuori una croce d'argento, con incastonate delle pietre verdi, sostenuta da un semplice filo di cuoio. Se la sfilò, e la mise al collo di Vittorio, dicendogli:

- Un tempo in Russia lo scambio delle croci voleva dire fratellanza eterna. Ti ho appena conosciuto, Vittorio, ma sento già di volerti bene ... come a un fratello - aggiunse. - La pietra è malachite, viene dagli Urali.

Vittorio era confuso.

- Ti ringrazio, Andrej, ma io non ho una croce da darti in cambio!

- Me la darai quando ci incontreremo di nuovo.

- Sai, questo regalo - disse Vittorio dopo un attimo, guardandosi attorno - col buio, e i mobili scuri che ci sono qui, ... mi ricorda un episodio dell'Idiota, di Dostoevskij, quando il principe Myshkin va a trovare Rogozhin, e si scambiano le croci, e la vecchia madre di Rogozhin benedice il principe ...

- Chissà chi di noi due è l'idiota! - disse Andrej sorridendo.

Vittorio sollevò la croce, per guardarla meglio, alla luce ormai fioca delle candele.

- E' bellissima ... Grazie, Andrej ... con tutto il cuore.

Scesero le scale, diretti all'uscita. Nella penombra, Vittorio ebbe una sensazione strana, come se qualcuno che non vedeva lo stesse fissando. Girò la testa, quasi con timore. Non c'era il Cristo nella tomba di Holbein. Ma dal manifesto de La classe morta una donna anziana, dal volto cereo, seduta a un banco di scuola, lo stava inseguendo con lo sguardo.

Il seminario era stato davvero interessante, anche se ormai lo viveva come un happening. A mano a mano che Vittorio entrava nei segreti di OCTOPUS, la sua mente correva creativa alle situazioni che conosceva, ai suoi clienti più complessi, e ne vedeva già la nuova, rivoluzionaria organizzazione, fatta di nuove unità di lavoro, con nuove interconnessioni funzionali, che magicamente potevano far scomparire montagne di carta, di flussi informativi verticali, di capi e capetti ormai inutilizzati. Era bastato rappresentare, con un procedimento molto originale, la struttura aziendale come un gruppo, i cui elementi costitutivi erano le unità di lavoro dell'organizzazione tradizionale, individuare i generatori del gruppo e le loro relazioni algebriche, e, partendo questa volta dai generatori, con dei procedimenti inventati dai matematici della Netgroup, arrivare a definire un nuovo gruppo, omomorfo al primo ma di ordine inferiore, composto di un numero di elementi che fosse il minimo possibile. Bellissimo. Vittorio voleva importare a tutti i costi questa tecnica in Italia. Alla fine delle due settimane ne parlò con Jack Godsberg, il direttore commerciale della società, il quale gli propose la cessione dei diritti in esclusiva per l'utilizzo del metodo in Italia a un costo di quarantamila dollari; inoltre, per ciascun, cliente, la Rainbow avrebbe dovuto pagare quindicimila dollari di royalties. Condizione ulteriore per ottenere l'esclusiva era la costituzione, in Italia, di una rete di consulenti che diffondessero e applicassero il metodo, facente capo alla Rainbow. Il vantaggio, per loro, sarebbe stata la possibilità, completamente gratuita, di far parte di una rete telematica di consulenti a livello mondiale, che avrebbe reso praticabile lo scambio di informazioni e di esperienze, con degli effetti sinergici facilmente comprensibili. Di contro la Rainbow avrebbe percepito il venticinque per cento delle royalties da quindicimila dollari che questi consulenti avrebbero comunque dovuto pagare alla Netgroup a fronte di ogni singola applicazione di OCTOPUS, cioè tremilasettecentocinquanta dollari per cliente. Godsberg consigliò vivamente a Vittorio di non far pagare nulla ai consulenti per entrare nella rete, poiché temeva che la richiesta di una eventuale commissione avrebbe scoraggiato la partecipazione a un progetto così importante e strategico. Vittorio, assieme ai saluti e ai ringraziamenti, ricevette due copie del contratto, e tutto il materiale del corso, comprensivo di un programma per personal computer, che avrebbe facilitato l'applicazione pratica del metodo.

L A U R A

Dopo il suo ritorno a Milano, Vittorio rimase frastornato per alcuni giorni. Laura pensava che fosse a causa della differenza di fuso orario. A proposito del seminario gli aveva posto solo alcune domande di prammatica, e lui aveva risposto in maniera altrettanto evasiva, adesso doveva riprendere il lavoro, era quasi ottobre ormai, e i clienti lo aspettavano per discutere con lui i budget dell'anno successivo, non potevano certo affidarsi ai due pivelli della Rainbow, la Kartex poi voleva impostare una politica commerciale completamente nuova, e voleva valutarne i costi in relazione alla politica dei prezzi, Vittorio doveva chiamarli assolutamente domani, e poi Ettore gli voleva parlare al più presto, a lei non aveva voluto dire niente, ma sembrava più un fatto personale che di lavoro vero e proprio, la scuola poi sì, le iscrizioni stavano andando benissimo, probabilmente avrebbero dovuto aprire un altro corso, sembrava che tutti avessero scoperto di avere un corpo, oh, lei era così felice che fosse tornato, ne sentiva veramente la mancanza.

Vittorio era arrivato la domenica mattina, e andò in ufficio lunedì pomeriggio. Aveva portato un regalino per Valeria, e delle belle riproduzioni di quadri famosi, prese al Guggenheim, per Ettore e i due consulenti. Capì subito che Ettore era di malumore.

- Allora, questo OCTOPUS?

- È una cosa splendida, Ettore, oggi sono ancora un po' stanco, ma domani ne dobbiamo assolutamente parlare.

- Senti, Vittorio, in questo periodo ho pensato molto. È da luglio che ci penso. Vittorio, se mi dai cinquanta milioni, io mi ritiro.

- Che cosa?!

Ettore parlava piano, strascicato. Sembrava invecchiato di tre anni.

- Ho quasi settant'anni, e sono stanco. Ho fatto quattro calcoli, la liquidazione che ho preso, la pensione da dirigente ... chi me lo fa fare di farmi il culo quadro! Poi, io ho visto, capito ... tu hai altre idee per la testa, e io non voglio esserti da freno. Quindi, finché sono in tempo, e finché ci sono soldi sul conto corrente, avrei deciso di mollare.

- Cazzo, cinquanta milioni. Ci asciughi! E i clienti?

- Di produzione ormai tu ne sai più di me, Vittorio.

- Sì ma sono uno, io, mica due o tre.

- E va bene - Ettore ebbe un moto di stizza - vorrà dire che lavorerai di più!

- Cosa vuoi dire, che mi gratto le balle? Eh? Perché sono stato via due settimane?

- Vittorio, parliamoci chiaro, è almeno da gennaio che ... che hai un po' mollato. Quante volte hai rimandato degli appuntamenti, e poi sparivi, e non si sapeva dov'eri! O no? Dove andavi, al cinema? A chiavare? O a fare altri lavori senza che io lo sapessi? Magari per cuccarti i soldi come Vittorio Vinciguerra, dottore in economia e commercio?

Vittorio era fuori di sé. Toccato sul punto dell'onestà, non lo teneva più nessuno. Urlava come non aveva mai fatto, in quell'ufficio.

- Ma che cazzo stai dicendo, vecchio rimbambito, ma per chi mi prendi? Non ho mai preso una lira, dico una lira, al di fuori della società, anzi, sono mesi che non faccio una nota spese, per non gravare sui costi, e tu, brutto stronzo, osi dirmi cose del genere? Andavo al cinema, o a leggere, e allora? Devo ridurmi come te che leggi solo il Corriere dello sport? Ma poi, andiamo a vedere quanto ho fatturato io al trenta di giugno e quanto hai fatturato tu? Eh? Ma vaffanculo!

- Per favore, prendi tu appuntamento dal notaio. E prepara l'assegno. Adesso devo andare, perché mio nipote sta male, ed è a casa da solo.

Vittorio se ne stava seduto in salotto, a guardare la televisione. Laura trafficava con la lavatrice, e redigeva il bilancio dei costi e dei ricavi della sua scuola. Lei voleva espandersi, ma ormai in quella palestra lì più di tanto non poteva fare, perciò stava pensando di aprire un'altra sede. Lei si sarebbe occupata di questo nuovo spazio, John Bradbury della vecchia scuola, ormai era assolutamente autonomo e capace. La loro storia di sesso era finita da un pezzo, ma nel lavoro l'inglese si era rivelato una persona così professionale, valida e responsabile, che non solo Laura pensava di affidargli la gestione della vecchia sede, ma addirittura di legarlo a sé concedendogli una partecipazione di minoranza. Tra l'altro, con un grosso vantaggio per lei. In tal caso infatti John si sarebbe dovuto dimettere, con la liquidazione avrebbe pagato la sua quota (in pratica, Laura non avrebbe dovuto sborsare nulla), e mensilmente avrebbe percepito lo stesso importo netto di prima, ma come emolumento, con grande risparmio sui contributi di legge. Lei avrebbe comunque mantenuto il controllo, sarebbe stata Amministratore unico, e in ogni caso sarebbe bastato deliberare un congruo aumento di capitale per mettere in difficoltà, e quindi praticamente fuorigioco, il bravo vecchio John. Un buon progetto, cui Laura stava pensando da un bel po' di tempo. Quel mattino ne aveva parlato con John, che ingenuamente ne era rimasto entusiasta.

- Che stai guardando? - chiese distrattamente Laura.

- Eh? - fece Vittorio, ancora più distratto.

- Ho detto, che cosa stai guardando!

- Vieni qui a parlare, cazzo, non ti sento da una stanza all'altra!

Laura fece una smorfia di disappunto.

Ormai i rapporti con Vittorio erano ai minimi termini. Soprattutto da quando era tornato dall'America, Vittorio era sempre sovrappensiero, scostante, ai limiti della maleducazione, e Laura non sapeva se questo atteggiamento le procurasse più rabbia o più dolore, forse tutte e due. Non lo capiva, né lui faceva qualcosa per farsi capire, sembrava uno zombie, lei parlava, parlava, e lui rispondeva a monosillabi, o a sproposito, oppure la guardava come se dicesse chissà quali coglionerie. Laura cercava sempre di portare il discorso sul loro rapporto, sul fatto che ognuno si faceva ormai i cazzi propri, che da chissà quanto tempo non facevano l'amore, e che insomma bisognava parlarne, chiarirsi, capire le reciproche aspettative, che cosa ciascuno volesse dall'altro, a lei sembrava che lui avesse preso ormai la casa per un albergo, e lei mica era come una madre, in casa voleva un uomo e non un ospite.

- Ma parla, di' qualcosa, fatti capire! - concludeva sempre, sconsolata. E allora gliene diceva di tutti i colori, che era un narcisista, un egoista, incapace di amare qualcuno, che anche il suo rifiuto di parlare di cose così importanti, il rifiuto di farsi capire era sintomo di una totale mancanza d'amore nei suoi confronti, e a che cosa valeva essere sposati, ormai non c'era più tra di loro la benché minima intimità, la benché minima complicità, ...

- Anche in America hai voluto andarci da solo! - aveva detto Laura una volta.

- Ma che cosa stai dicendo, ma se te l'avevo chiesto, di venire! - si era inalberato Vittorio.

- Me l'avevi chiesto! Una volta me l'hai chiesto, all'Elba, una! Chissà per quale speciale predisposizione dell'animo, il signore, in quel momento mi concedeva di andare con lui in America! Certo non per amore, caro mio! L'amore non è il ... la seratina con il mare e il chiaro di luna e il pisello che finalmente ti si rizza! L'amore ci deve essere sempre, tutti i giorni, e dopo che siamo tornati a Milano, quando mai me lo hai chiesto, di venire con te, quando? Ma se dopo due giorni ne eri già pentito, ne sono sicura, "speriamo che dica no", ti dicevi! E io invece lì, ad aspettare come una cogliona, tutti i giorni, che tu me lo richiedessi, perché volevo la controprova, sì, e quando ti ho detto che non venivo, dio santo, perché non ti sei incazzato, perché non mi hai detto "che vada a fa'n culo la scuola, tu vieni con me!", eh, perché non me l'hai detto, brutto stronzo egoista, non capisci niente, sei solo capace di tenerezze false come te ...

- Ma non è vero! Io ti voglio bene, e quelle tenerezze non sono affatto false ...

- Ah sì? E com'è che quando c'è da tirare fuori il cazzo, non viene? Che cos'ha, paura? Ha paura che lo mangi, che gli dica le parolacce, che lo picchi? Sono brutta, forse? Ma guarda che tette, guarda che culo che ho, da succhiarsi le dita, altro che storie!

Si era messa a piangere, un pianto rabbioso e disperato, come tante altre volte.

Quella sera invece Laura, tutta presa dal suo progetto, sembrava quasi contenta. Solo un po' di stizza per i modi sgarbati di Vittorio, "cazzo, non si parla da una stanza all'altra!".

- Che cosa c'è alla tivù?

- Un film di John Ford, Un uomo tranquillo, con John Wayne.

- Quanti John! - rise Laura - È quello in cui John Wayne torna in Irlanda, si sposa, ma il fratello della moglie non le vuole dare la dote che le spetta?

- Più o meno.

- E poi come continua?

- La moglie vuole che John Wayne si batta con il fratello, per farsi dare la dote, ma lui, John Wayne, per motivi suoi non vuole farlo, e allora lei s'incazza, e non gliela dà fino a che lui non dimostri di essere un vero uomo.

- Già - fece Laura.

- Ma adesso sta' zitta, che devo vedere il film.

- A proposito di John, sai che John Bradbury diventerà mio socio?

- Sì, me lo dici dopo. Vieni qua a guardarlo anche tu.

Il film finì con la grande scazzottata che tutti sanno, Laura era visibilmente soddisfatta, Vittorio invece, superiore, commentò con sarcasmo: - Gli irlandesi! Pensano sempre di risolvere tutto a botte. Guarda cosa fanno a Belfast!

- Ma che c'entra! La prossima volta guardalo meglio, il film, così magari finalmente capisci che cosa vuole una donna da un uomo ... potersi sempre fidare di lui, sentirne l'appoggio, la forza!

- Ma, scusa, non avete rotto i coglioni per anni, voi femministe, con questa storia del maschio brutale violento, e della penetrazione come atto di possesso, senza un minimo di attenzione alle esigenze della donna? E adesso tenetevi un maschio pauroso, né carne né pesce, che ha paura di scoparvi.

- Vittorio, tu hai sempre una giustificazione pronta - disse Laura guardandolo con delusione - Non ti interessa risolvere i problemi, ti difendi e basta. E sai perché? Perché sono io in realtà a non interessarti più. Prendiamone atto, una buona volta, e basta! Tu teorizzi, caro marito sofista, io invece ti dico che un uomo e una donna, sani e normali, possono benissimo fare l'amore stando attenti alle esigenze reciproche. O no? Non credi che sia anche qui un problema di amore vero? Di intimità? Per cui poi queste attenzioni vengono da sole?

- Cos'è che dicevi di Bradbury?

Laura notò che Vittorio cambiava discorso, ma abbozzò.

- Ho detto che diventerà mio socio.

- Però! - fece Vittorio, dopo un attimo di smarrimento.

- E come mai proprio lui?

- Be', è bravo e voglio tenermelo. E poi così mi costerà anche meno, e risparmio sulla liquidazione.

- Già deciso tutto, già fatto?

- Deciso sì, fatto tra qualche giorno, quando andremo dal notaio ... ma perché, che cosa c'è che non va? Ti vedo un po' ... contrariato.

- No no. È che, penso, potevamo anche parlarne. Magari, potevo diventare io ... il tuo socio.

Laura lo guardò sbalordita.

- Che cos'è questa novità? Quando mai me ne hai parlato?

- No, è che ... mi è venuto in mente ... adesso.

- Ma cosa stai dicendo? Ma non hai la tua, di società? Non ti basta il lavoro che ti dà? Ma poi, che cosa faresti, tu, nella scuola! Se non hai mai voluto metterci piede!

- Insomma, non vuoi, è così?

- Ma non è che non voglio, è che questa tua ... uscita mi lascia per lo meno perplessa. Così, all'improvviso.

- Va be', va be', occhei, scusa.

Laura era frastornata, ma quest'ultima frase la fece imbestialire.

- E no scusa! Ma come si fa a pensare così, di punto in bianco, to', vorrei diventare socio di una palestra, della ginnastica non me ne è mai fregato niente, però adesso mi piacerebbe, perché non lo facciamo? O ... O me l'hai detto perché sei geloso di John?

- Ma figurati!

- Be', allora, guarda ... sei proprio un irresponsabile! Dici quello che ti passa per la testa, così, senza pensarci! Io mi domando come ho fatto ad avere fiducia in te in tutti questi anni. Prima vai in America, così, per capriccio, tac!

- Ma cosa per capriccio?

- Per capriccio! - ribadì Laura - Poi questa stramberia di stasera, tac! Ma quello che mi fa incazzare è che poi chiedi scusa. Chiedi scusa! Capisci, come i bambini! E se ti avessi creduto? E se ti avessi detto di sì? Che cosa avresti fatto? Prima dici una tale enormità, e poi, invece di far valere comunque le tue ragioni, dici va be', scusa, mi sono sbagliato! Vittorio, io non lo so in che mondo vivi, io so solo che le parole hanno un valore, hanno un peso, sono importanti, vogliono dire impegno ... impegno, santo cazzo!

- Occhei, siamo alla solita predica, io ho sonno, Laura, speravo che almeno questa sera avremmo potuto starcene insieme tranquilli, buona notte.

- Buona notte ... caro!

"È un pazzo - pensava Laura - un pazzo! e io non me ne sono mai accorta. Questo qui domani è capace di ... mettersi a fare il fornaio, ma non perché ci ha pensato, perché ha visto delle buone prospettive, ha valutato l'investimento ... no, per sfizio! Perché gli gira! Perché gli va di dire così! Perché domani ne dirà un'altra! Dio, per fortuna non ho mai voluto figli, no, adesso capisco perché non li volevo, perché lo intuivo, chi era Vittorio, ma non ci volevo credere, già quella volta che voleva dimettersi dalla Compagnia per darsi alla critica teatrale ... a trentatré anni! ma passi, passi, ognuno può fare quello che vuole. Solo che, ... aveva chiesto a me di mantenerlo, capito? lui, bello come il sole, a fare il ragazzino per le redazioni, tanto c'è la mamma che lo mantiene, ma io impazzisco ... io ... io lo ammazzo uno così, ma dove l'ho trovato? Cavolo, sembrava il massimo, quando l'ho conosciuto, sicuro di sé, vedrai, farò così e così, e anche adesso, l'anno scorso, quando parlava dell'America, e di quel nuovo sistema lì, è una rivoluzione, diceva, vedrai, cambieremo l'organizzazione della FIAT, spaccheremo il culo ai passeri! E poi ... è un anno che è tornato, ha buttato chissà quanti milioni, ha fatto il mailing, e il telemarketing, e chissà cos'altro, ed è ancora lì a farsi le pippe! ma questo qui è un incosciente ... è pericoloso, un irresponsabile!"

- Laura, è tanto che te lo volevo dire. Questo letto non mi piace, non mi è mai piaciuto, con questo ridicolo baldacchino! Te e la tua Scala! E comunque, tu con Violetta, proprio, non ci hai niente a che fare.

- Che cosa mi fai, i dispetti? - rispose Laura con un sorriso acido - "sei brutta cattiva, e non mi piacciono i tuoi giocattoli" - lo canzonò con tono infantile e bisbetico. - E tu dov'eri quando abbiamo preso i mobili?

- Ero impiegato alla Compagnia, se ti ricordi, non avevo tempo, così hai fatto tutto da sola ... cara!

- Poverino! È vero, adesso che ci penso, neanche i mobili sei venuto a scegliere con me. Ma dove avevo la testa, gli occhi! Dovevo proprio essere innamorata come una cretina! Ma come fa ad amarmi uno che non vuole venire con me neanche a scegliere i mobili della nostra casa? Che tira fuori la scusa del lavoro! Ma come si fa a fidarsi di uno così!

Vittorio stava bollendo, quella donna stava diventando insopportabile, petulante, stava tirando fuori, tutti insieme, solo i fatti da usare contro di lui, tralasciando tutto il resto, tralasciando ... be', l'amore che aveva avuto per lei, e poi ... insomma doveva smetterla, cazzo!

- Basta, brutta stronza! - le sibilò velenoso tra i denti - sta zitta, non hai mai capito un cazzo!

Laura mandò un grido, gli mollò un calcio sulle cosce, furente.

- Va' via da questo letto! Hai detto che non ti piace, e vattene!

- Certo che me ne vado!

Quella notte Vittorio dormì, a tratti, sul divano.

Vittorio non dormiva anche perché era molto preoccupato. Le cose alla Rainbow non andavano affatto bene. Da quando Ettore se ne era andato, circa un anno prima, chissà per quale disastrosa combinazione astrale (combinazione astrale!), i clienti avevano sempre più diradato le richieste di assistenza, la Kartex, suo salvadanaio, era in grosse difficoltà finanziarie, sottocapitalizzata in un momento di espansione, fors'anche per colpa dei consigli di Vittorio, come dicevano i soliti maligni, e di nuovi clienti manco l'ombra. I due consulenti a contratto (Gianni e Pinotto, li chiamava) se n'erano andati, e meno male, perché Vittorio non avrebbe saputo come pagarli. Solo che quei due farabutti si erano portati via anche tre clienti, e con i chiari di luna che si prospettavano anche la perdita di quel fatturato incideva non poco. OCTOPUS per il momento era stato un grosso buco, Vittorio ci credeva sempre, lo spingeva, aveva impostato e realizzato una grande, bella e costosa campagna di marketing, con pubblicità e redazionali sul Sole 24 ore e su riviste del settore, ma niente, i tempi evidentemente non erano maturi, si doveva prima creare una mentalità, elastica e aperta al nuovo, che gli imprenditori italiani, sull'onda del successo e del "tanto va bene così" si guardavano bene dal farsi. Che paese balordo! Che capitalismo da accattoni! Che inerzia da socialismo reale! La famosa rete di consulenti, che tanto stava a cuore al direttore commerciale della Netgroup, non era nemmeno partita, sia per l'indifferenza degli interlocutori, sia per gli investimenti che la Rainbow avrebbe dovuto sostenere, in termini di hardware, software e accessori telematici.

Guai grossi anche sul fronte finanziario. I cinquanta milioni che, pur rateizzati, aveva dovuto dare a Ettore Dragone, uniti ai quarantamila dollari che aveva pagato alla Netgroup per l'esclusiva di OCTOPUS, l'avevano messo in ginocchio. Adesso, con il fatturato in calo, era in rosso con la banca per più di settanta milioni. E non vedeva prospettive che gli consentissero di rientrare, il lavoro attuale non gli consentiva neppure di stare più o meno in pari, pagati i costi strutturali, il leasing della Mercedes 190 presa l'anno prima, lo stipendio di Valeria e qualcosa per sé. Vendette, uno dopo l'altro, i personal computer, tranne quello di Valeria. Contenne i costi telefonici e di cancelleria. Cominciò a non versare l'IVA mensile e i contributi di Valeria. Quando entrava in ufficio, la mattina, e vedeva tutte quelle scrivanie vuote, tutto quello spazio sprecato, gli veniva letteralmente da piangere. E non si sentiva dentro alcuna energia per ricominciare daccapo.

A Laura non aveva detto niente. Continuava a farle credere che le cose andavano bene, be', c'era qualche problema, ma insomma tutto superabile, la crisi di un momento. Con Laura c'erano già tanti di quei casini, che non se la sentiva di portarne degli altri. Chissà che cosa gli avrebbe detto, che cosa gli avrebbe fatto ... Già così non gli credeva più, non si fidava più, figurarsi! Ma in effetti, Laura, quanto ancora gli interessava? Non se l'era mai posta con chiarezza, questa domanda. Quello che vedeva era che ciascuno di loro se ne stava andando davvero per la propria strada, in direzioni divergenti, lei voleva un compagno, presente, sul campo, che fosse con lei sempre, si trattasse di scegliere un vestito o di far qualcosa il fine settimana, Vittorio invece era con lei come amorfo, non riusciva a proporre mai niente, era al traino delle sue decisioni, le diceva sempre di sì, chissà, forse pensando di tenerla buona, di tenermi buona! gridava lei, non ti interesso per niente, ecco la verità! e mi dici di sì, di sì, sempre! proprio perché non te ne frega niente! e continuava a rinfacciargli di non esserci, e che lei non sapeva cosa farsene di uno così assente e disinteressato a tutto, a partire dalle cose di tutti i giorni.

In realtà Vittorio, da quando era tornato dall'America, era distante da tutto, da lei, dal lavoro, dalla vita stessa, si muoveva in un'altra dimensione, in una specie di continua nebbia indolente, che di notte gli procurava incubi spaventosi, e di giorno lo faceva sembrare un automa. La sua mente non si concentrava più, non faceva progetti, ma non è che seguisse dei percorsi suoi, alternativi, magari folli però chiari, finalizzati a qualche cosa, no, era vuota, proprio vuota, e Vittorio sentiva di vivere non giorno per giorno, ma minuto per minuto, istante per istante, immerso in un'apatia comatosa, senza poter fare nulla per uscirne fuori.

Poi, a gennaio, il tracollo. I clienti se ne andavano uno dopo l'altro, il fatturato precipitava a vista d'occhio, e lui era in rosso con la banca di oltre novanta milioni.

Il sei aprile millenovecentottantotto ricevette dalla banca un secco invito a rientrare, lui chiese subito un incontro con il direttore dell'agenzia, e negoziò un concordato preventivo, che gli fu accordato per cinquantadue milioni. La settimana successiva contattò una specie di finanziaria di dubbia fama, che gli concesse a un tasso da usura un prestito di sessanta milioni, contro fidejussione garantita dal possesso del cinquanta per cento dell'appartamento di Milano. Con quest'importo pagò la banca e versò su un altro conto personale gli otto milioni residui. E a Laura ancora non disse nulla. Provò a darsi da fare, a cercare clienti, ma ormai le informazioni su di lui lo definivano bravo ma inaffidabile. Così dovette smettere di pagare anche le rate del leasing della Mercedes. Ottocentomila lire al mese. Dovette venderla, pagandone il riscatto con l'anticipo ricevuto, e con il saldo acquistò una UNO usata. Poi smise di pagare anche la finanziaria, la quale però non andava tanto per il sottile, e agli inizi di settembre gli fece emettere dal tribunale un'istanza di fallimento.

Fu a Laura, al suo ritorno a casa per colazione, che la portinaia consegnò il documento del tribunale. Senza fare una piega, letto il nome della parte creditrice, il pomeriggio stesso Laura cercò il numero sulla guida del telefono, si informò sull'ammontare del debito di suo marito, seppe della fidejussione, quindi chiamò suo padre, chiedendogli di saldare il conto di Vittorio con la finanziaria, per non perdere l'appartamento. Il giorno dopo andò da un avvocato, per iniziare la pratica di separazione.

Vittorio fu messo con le spalle al muro. Appoggiata dal suo legale, Laura gli intimò di cederle la sua parte di possesso dell'appartamento, a titolo di restituzione di quanto aveva sborsato suo padre, e di rimborso morale. Avrebbe pagato lei tutte le imposte per la cessione, anche quelle a carico del venditore, però lui se ne sarebbe dovuto andare entro quel mese di settembre, altrimenti lo avrebbe sbattuto lei fuori di casa.

Quando aveva letto l'avviso d'istanza di fallimento, Laura era rimasta stranamente fredda, senza alcuna reazione violenta. La sera l'aveva consegnato a Vittorio, gelida, come se la cosa non la riguardasse.

- Tieni - gli aveva detto - non voglio sapere niente, adesso non mi interessa più. Oggi ti ho tirato fuori dai guai, ma tu fa' il santo piacere di non farti più vedere. Questo è l'assegno. Vergognati.

- Laura - aveva detto più tardi Vittorio, parlando tra sé, con un filo di voce roca, afferrando al volo uno dei pensieri che alla rinfusa gli si affastellavano in testa - avresti dovuto saperlo, a me questo lavoro fa schifo.

Poi, quando il sangue a poco a poco aveva ripreso un ritmo quasi normale, se n'era andato sul divano, e si era felicemente addormentato.

V I O L A

Alla fine si affezionò, alla sua nuova casa. Era una casa di ringhiera in affitto, un bilocale in via Poliziano, terzo piano senza ascensore, arredato con gusto, dalla proprietaria, una disegnatrice di moda, sui quarantacinque anni, che, all'incontro con Vittorio per la prima visita all'appartamento, si era presentata avvolta in un poncho di lana leggera beige, con in capo una calottina rosso bordeaux e una piuma. Una donna vitale, minuta, decisamente bella, bruna, dagli occhi neri seducenti. Si chiamava Viola. Gli aveva detto subito che lo stabile era abitato soprattutto da immigrati di colore, ma gente in regola, onesta, che non disturbava nessuno, e quando Vittorio aveva risposto che la cosa non gli dava affatto fastidio, anzi, meglio loro che qualche arricchito di merda, la donna lo aveva subito preso in simpatia, lo aveva guardato con interesse, e gli aveva detto che avrebbero sicuramente concluso. E così era avvenuto.

Vittorio, con la vendita del computer, dei mobili e dei vari accessori dell'ufficio, come la copiatrice e il condizionatore, era riuscito a pagare la liquidazione di Valeria, e a chiudere la società. Laura, vedendolo seriamente impegnato a trovar casa, gli aveva prestato, in un attimo di generosità, cinque milioni, perché potesse tirare avanti per un paio di mesi, facendosi però dare una cambiale a garanzia. L'affitto del bilocale costava settecentomila lire al mese, e Vittorio aveva potuto pagare i tre mesi anticipati che Viola gli aveva chiesto. Gli restavano meno di tre milioni. Entro la fine dell'anno doveva trovare qualcosa da fare. Eppure, stava vivendo un momento di grande serenità. Tutto sarebbe stato possibile.

Fece amicizia con una famiglia di senegalesi, suoi vicini di ringhiera, sempre sorridenti e gentili, lui, Mbaye, era operaio alla Termoimpianti, lei, Malina, faceva pulizie negli uffici. Avevano due figli piccoli, neri come il carbone, bellissimi, che, superato un periodo iniziale di diffidenza, adesso scorrazzavano nella casa di Vittorio come a casa loro. Cominciarono a invitarlo a cena, cosa che Vittorio accettò di buon grado, ricambiando con gran spaghettate aglio e olio, e quando raccontò che sapeva suonare sia il violino che il clarinetto, Mbaye gli mostrò uno strano strumento, di quelli che lui vendeva al sabato nei mercati, una specie di flauto doppio, che Vittorio imparò in pochi giorni. Così la sera, invece di guardare la televisione, stava spesso a suonare con Mbaye, che lo accompagnava al ritmo di un piccolo tamburo, in una jam session africana che ben presto divenne un centro di attrazione per tutto il caseggiato.

Anche Viola cominciò a telefonargli, a chiedergli come stava, se c'era qualche problema, come andava la sua ricerca di lavoro. E un giorno gli chiese pure se voleva andare a cena da lei. Vittorio non aspettava altro. La sera dopo era lì, a suonare il campanello della bella casa di lei, con due bottiglie di Berlucchi in mano. Quella donna gli era piaciuta subito, la sensualità pastosa della voce, e il modo in cui lo sfiorava, o tratteneva le sue mani nelle proprie, mani calde e asciutte, e gli occhi, dio mio, quegli occhi neri come il fondo di un pozzo, come un passaggio segreto a chissà quale paradiso, insomma, tutto gli piaceva di lei, e, quelle due o tre volte che l'aveva vista, si era sempre ritrovato a sperare di vederla ancora.

Viola era divorziata da quindici anni, viveva sola in un villino di San Siro, aveva una figlia, sposata con un uomo d'affari di Washington. Di lei si prendeva cura una vecchia tata, che faceva tutto, dalle pulizie alla cucina, un donnone simpatico e sbrigativo. Vittorio sorrise compiaciuto quando, dalla sala dove stava osservando i quadri alle pareti, e i bei mobili liberty, e la tavola apparecchiata, la sentì bisbigliare a Viola, in cucina: "Mi piace, Viola, è un gran bell'uomo!"

Vittorio lo sapeva fin dalla telefonata d'invito, che dopo la cena sarebbero finiti a letto. E così infatti avvenne, con le labbra ancora fresche di gelato al limone. E fu un lasciarsi andare così appassionato, un darsi così colmo di desiderio, che Vittorio, quella notte, sentì tutto il suo amore scorrergli finalmente fuori, svuotandolo di tutte le tensioni e i grovigli che per anni gli avevano compresso il cuore e lo stomaco, e alla fine si accasciò, felice, e non riusciva ancora a credere che davvero potesse essere accaduto. Viola non sembrava affatto più vecchia di lui di cinque anni, anzi, aveva il corpo e la pelle di una trentenne, due gran bei seni sodi, un sedere rotondo e levigato, un monte di venere peloso e prominente, con il sesso tutto davanti, aperto e disponibile, e non nascosto, ombroso, tra cosce serrate e piene di rancore. "Ti prego, leccami la figa" aveva detto Viola senza ritegno, ansando, e aveva urlato quando gliel'aveva messo dentro, e gli si arcuava contro, per prenderselo tutto, e mugolava, e "Mettimi un dito nel culo", pregava "Toccami le tette", e Vittorio faceva, travolto, col sangue che pompava nel cazzo di marmo, con cui la sbatteva fino a soffocarla.

- Sei una bomba! - le disse, dopo essersi ripreso, accarezzandole il corpo con dolcezza, e scrutandone il viso distrutto ma felice. E poi la baciò, la baciò a lungo, mai stanco, mai, col solo desiderio di restare per sempre in quella bocca calda, che ogni volta rispondeva prontamente, fremendo, con l'impeto appassionato di una ventenne.

Ora Vittorio cercava un lavoro, un lavoro qualsiasi, che però non lo legasse a una scrivania per otto ore. Non sapeva ancora che cosa avrebbe fatto della sua vita, anche se aveva ormai quarant'anni, ma se la prendeva comoda. Cominciò a frequentare una sezione del Partito comunista, così, per annusarne l'aria, assieme al suo amico Mbaye, ma senza entusiasmo. Provò a cercare qualche amico di dieci anni prima, uno era diventato socialista e con l'aiuto del partito aveva messo in piedi un'agenzia per l'importazione di spettacoli dall'est europeo, dove le compagnie teatrali con l'avvento in Russia di Gorbachov erano in gran fermento creativo e produttivo, e non più monopolio del PCI; un altro era diventato giornalista al Giorno; un altro ancora consulente teatrale di Bruno Pellegrino, responsabile culturale del PSI. Ormai, o eri socialista, e per di più craxiano, o nel mondo della cultura non ci potevi entrare. Una palude. Piuttosto morire di fame, che entrare in quel mondo di rampanti e di arraffoni. Viola minacciò di sfrattarlo, se avesse ceduto. E perdere Viola gli era insopportabile solo al pensiero.

Così Vittorio, aiutato da Malina e da un vecchio compagno comunista, cominciò a fare le pulizie, dopo l'orario di lavoro, negli uffici. Ma scoprì che non ci soffriva per niente. Svolgeva il suo lavoro, magari fischiettando, lavando e pulendo bene dappertutto, certo che una possibilità gli si sarebbe prima o poi presentata. Sarebbe bastato afferrarla. Al volo. E poi, c'era Viola, Viola, il suo amore! La quale, senza dirglielo, si stava dando da fare per lui, scavando tra le sue conoscenze, chiamando gente che non sentiva da anni, andando lei di persona da un capo all'altro della città. Finché riuscì a trovargli un paio di aziendine, poca roba, fatturati da meno di un miliardo, alle quali tenere la contabilità. Vittorio non era iscritto all'albo dei commercialisti, ma si trattava di quattro balle, magazzino, IVA, libro giornale e chiusure di fine anno. Quando vide i piani dei conti, si mise le mani nei capelli, e di sua iniziativa li riprogettò completamente, senza chiedere una lira in più, dimostrando agli amministratori delle due aziende come la nuova versione fosse molto più funzionale e utile non solo ai fini della contabilità, ma anche di un possibile controllo di gestione. I clienti gliene furono visibilmente grati, e dimostrarono la loro riconoscenza portandogli altri clienti. E Viola era molto soddisfatta di lui. Non era più necessario che la sera andasse a fare le pulizie negli uffici.

Viola era un vulcano, e Vittorio aveva il cuore che traboccava letteralmente di passione. Non poteva più fare a meno di lei. Ne amava ogni aspetto, ne coglieva ogni sguardo, ne preveniva i desideri, sentiva da lontano se era triste o felice, se aveva bisogno di lui o se voleva restare sola. La guardava ammaliato mentre girava nuda per casa, perso nella sensualità senza malizia dei suoi movimenti, quando camminava in quel modo dritto e fiero, ma soprattutto quando si fermava, e il suo ventre si trovava d'un tratto proteso in avanti, ad arco, sembrando quasi un'offerta d'amore. Amava guardarla quando faceva l'idromassaggio, quando si asciugava i suoi capelli neri, lunghi, ondulati, quando stava in bagno, con l'accappatoio aperto, con la schiena contro il muro e un piede appoggiato sul bordo della vasca, a pitturarsi le unghie. Amava sentirla ridere, amava la sua sicurezza da animale allo stato brado, i suoi timori improvvisi, e il suo modo di guardarlo quando si avvicinava per un bacio. Voleva vederla, sempre, a tutte le ore, e fremeva quando doveva stare in casa a lavorare. Voleva, ma sì, perdersi nel nero profondo dei suoi occhi.

Appena poteva, la portava al ristorante, al cinema, a teatro, spendeva con lei tutto quello che prendeva, e quando, nella sua vecchia UNO, se la vedeva seduta vicino, aveva sempre il cuore gonfio per l'emozione. Era una sorpresa continua. Era meravigliosamente matta. Una sera d'inverno, Viola era uscita di casa con la sua pelliccia di visone, si era accoccolata sul sedile della UNO, e mentre Vittorio guidava, aveva cominciato lentamente a sganciarsela, osservandolo con gli occhi ridenti di un bambino che sta per combinarne una e già ne pregusta la reazione. Sotto era completamente nuda. "Ma sei pazza!" aveva detto Vittorio, già eccitato, facendo il finto scandalizzato. Tutti gli uomini, almeno una volta nella vita, hanno sognato una situazione come quella. Ma a lui stava capitando sul serio, lei era lì, davvero, che gli diceva, con quel sorriso innocente e sfrontato: "Perché? Dai, metti una mano dentro, senti che caldo!" "E al ristorante?" "Mangerò con la pelliccia. Solo tu saprai che sotto sono nuda, sarà come fare l'amore". Vittorio sapeva bene che cosa voleva dire questa frase. Quante volte, al ristorante, seduti uno di fronte all'altro, Viola lo guardava con occhi pieni di voglia, intrecciava con forza le dita delle sue mani con quelle di lui, e diceva:

- Dai, che facciamo l'amore con gli occhi!

A volte lo chiamava a casa alle tre di notte, ho voglia di te, gli diceva, e Vittorio usciva, in pigiama com'era, saliva in macchina, e in cinque minuti era nel suo letto.

Altre volte, invece, non lo voleva vedere per una settimana, e Vittorio allora viveva col cuore in tumulto, chiedendosi il perché di quel comportamento, roso dal dubbio e dalla gelosia. Un sabato, dopo cinque giorni che non la vedeva, e dopo che al telefono Viola gli aveva tranquillamente detto che quella sera doveva uscire a cena con amici, Vittorio non riusciva a darsi pace, "Sono cinque giorni che non ci vediamo, cazzo!" mormorava tra sé, camminando avanti e indietro, e respirando a fatica "che cosa le ho fatto, che cosa c'è, che cosa sta succedendo, cristo!" Poi non poté più resistere, e piombò all'improvviso a casa di lei, che si stava preparando per uscire. Quando lo vide, Viola fu gelida:

- Ti avevo detto che stasera devo uscire. Cosa fai qui?

- Io ... ti dovevo vedere, Viola, scusami, ma se non ti vedevo, io ... Annulla tutto, Viola, stiamo insieme, ho bisogno di te ...

- Non fare il bambino, Vittorio. Ho preso un impegno. E ci vado. Ora va' via, che stanno per arrivare i miei amici.

- Ma perché non posso venirci anch'io, a questa cazzo di cena!

- Non sei stato invitato, Vittorio, ti prego, va'!

- Ma com'è possibile che tu non mi faccia conoscere nessuno dei tuoi amici, della gente che frequenti, cos'è, ti vergogni di me?

- Non dire stupidaggini. Tu sei un'altra cosa. Ciao. Stanno suonando alla porta.

- Vengo subito - disse Viola al citofono. Poi, rivolta a Vittorio - Tu puoi stare qui, se vuoi. Sai dov'è la televisione, i liquori ... Non aspettarmi, però, perché non so quando torno, e se quando torno sei ancora qui, mi arrabbierò così tanto da non volerti più vedere. Chiaro?

- Ma dove cazzo vai, si può sapere?

- Oh, Vittorio, basta, te l'ho detto, al ristorante, e poi, forse, a casa di qualcuno. Ciao.

Uscì senza nemmeno voltarsi indietro. Vittorio andò alla finestra, a guardare, e vide una Volvo targata Roma e due uomini e una donna molto eleganti che aspettavano. Viola si avvicinò, baciò tutti con un sorriso, salirono in macchina, e scomparvero.

Vittorio era smarrito come un bambino. Cercò la tata in cucina.

- Maria, ma dove va Viola? Perché non mi vuole con sé?

La tata lo guardò con affetto. Anche se aveva quarantun'anni, la sua faccia distrutta e gli occhi in procinto di piangere le chiedevano in silenzio di abbracciarlo e di stringerselo tra le sue tettone.

- Vittorio, caro! Ti sei preso una bella scuffia! Ma cosa vuoi, Viola è fatta così, quante ne ha fatte passare ai suoi uomini! E sì che tutti le davano tutto quello che potevano, come te. Guarda questa casa. È un regalo di Giovanni, tre anni fa, lei allora abitava in via Poliziano, io dormivo nella prima stanza entrando, sai, Viola non l'ho mai abbandonata da quando ha divorziato, uh, tanti anni fa, la bambina aveva sette anni, ed è voluta andare col padre ... mah!

- Chi è Giovanni?

- Povero Giovanni! Eh, è un industriale, sai, ricco, un bel signore. Sono stati insieme più di tre anni e due mesi, se non sbaglio. Adesso sta morendo. Poveretto, sai, un tumore. Eh, so io cos'ha fatto, quando Viola gli disse che non lo voleva più, ma così, sai, di punto in bianco! Era fuori di sé, me lo ricordo come adesso, anche se sono passati due anni, non capiva, non si dava pace, perché, perché, chiedeva. E lei: "Perché sì, basta. Non voglio più. Non c'è un motivo". E i giorni seguenti Giovanni telefonava, a tutte le ore del giorno e della notte, e lei non voleva parlargli, e allora lui implorava me, parlale, mi diceva, dille che sto male, ma lei niente, proprio, non gli parlò più! Soffriva anche lei, sai, non era cattiveria, mi diceva: "Maria, se gli parlo faccio peggio, meglio uno strappo subito che una lenta agonia!" E così Giovanni ha preso a bere, e a poco a poco si è spento. Ha chiuso la fabbrica, e poi questa novità terribile del tumore. Qualche volta, poverino, mi telefona, ha una voce che pare quella di un morto!

- Viola lo sa che sta male?

- Sì, gliel'ho detto. E non ha voluto parlare con nessuno per cinque, sei giorni. Vittorio, sta' attento, Viola è così, ti ho raccontato di Giovanni perché non voglio che fai la sua fine, sei troppo preso, Vittorio, sembri stregato, non devi. Va' fuori, frequenta altra gente, va' con altre donne ... e mandala al diavolo, qualche volta!

- Non posso, Maria, io ... mi è entrata dentro, nel sangue, lo so, sono frasi fatte, ma è vero, diosanto, io non posso vivere senza di lei, Maria.

Non riuscì più a trattenere le lacrime, e si mise a piangere, senza ritegno. Erano anni, decenni che non piangeva. Maria cercava di confortarlo, con gli occhi lucidi anche lei.

- Vittorio, Vittorio, caro!

- Ma io l'aspetto qui, l'aspetto.

- Non farlo, Vittorio, sarebbe peggio, credi a me, va' a casa.

A poco a poco Vittorio si fece convincere. Uscì dal villino, regalo di Giovanni, senza energie, svuotato, con la testa che gli doleva. Vagò a lungo in macchina, prima di tornare a casa, e piangeva, e poi urlava "Troia, puttana, schifosa!" e ancora piangeva forte, singhiozzando disperato. Arrivò in via Poliziano che era senza voce, salì le scale con fatica, esausto, percorse la ringhiera con un pianto irrefrenabile e silenzioso, oltrepassò veloce la porta di Mbaye e Malina, entrò in casa, e si buttò sul letto a soffocare i singhiozzi nel cuscino.

Il giorno dopo Viola lo chiamò, come se nulla fosse successo, e gli disse che aveva voglia di lui. E Vittorio corse.

La vita continuava, il lavoro per fortuna non mancava, ma il pensiero di Vittorio era sempre Viola. Era un tormento, non capiva che cosa stesse facendo con lui, lo voleva, poi non lo voleva, e poi lo voleva di nuovo, era un dubbio continuo, la paura di perderla, un tarlo che rodeva senza tregua. Lo aveva stregato, aveva detto la tata, ed era vero, la sua attenzione era sempre rivolta al telefono, lì, sul suo tavolo da lavoro, mentre doveva far quadrare i movimenti contabili dei suoi clienti. Dopo un giorno di silenzio non resisteva, e la chiamava, con l'incognita angosciante di come lei avrebbe reagito, a volte non rispondeva nessuno, ma lui sapeva che Viola era lì, in casa, e aveva detto alla tata di non rispondere, perché Maria non stava mai via tanto tempo, e lui continuava a tormentare il telefono ogni cinque minuti. Cominciò a mandarle fiori, tutti i giorni, inventava le frasi d'amore più belle. Ma era sempre in balia della sua volontà, e quelle volte che Viola rispondeva e gli diceva vieni, Vittorio risentiva il sangue scorrergli dentro, lasciava tutto e si precipitava da lei, e lei era sorprendente, lo accoglieva con la passione di sempre, e facevano l'amore come sempre, e lo riempiva di attenzioni come sempre, e Vittorio viveva quei momenti come se fossero la sua vita intera, tutta lì, in quella donna incredibile, in quell'amore assurdo, fatto di attese spasmodiche e di emozioni così forti da mandare chiunque fuori di testa.

- Io ti amo, Viola, sei tutta la mia vita, non posso vivere senza di te ... - le diceva continuamente. Lei lo guardava, con uno strano sguardo incerto, quasi non sapesse come rispondergli.

- Io ... Vittorio, io sto bene con te, mi piaci, mi piace fare l'amore con te, mi piace passare i pomeriggi di pioggia con te, qui, sdraiati per terra, a guardare la televisione ... Ma non puoi essere così come sei, ansioso, tremante, insicuro, in questa assurda adorazione che ... io non voglio, non mi piace, mi fa male! Io non credo di amarti, scusami, ti voglio bene, te l'ho detto, ma mi sento stretta se tu mi soffochi in questo modo, così insistente, io voglio essere libera, Vittorio, devi capirlo questo!

- Ma io sono così perché ti amo Viola, e non ti sento come vorrei, innamorata, mia, e allora ho paura!

- Io non sono tua, Vittorio, io sono libera, mettitelo bene in testa, sto con te e faccio l'amore con te, ma non voglio stare con te sempre, voglio stare anche da sola, o con altra gente, questo deve essere il patto tra noi.

Per Vittorio queste parole erano tutte stilettate.

- Libera magari ... di fare l'amore anche con altri?

- Certo, perché no? Ma voi uomini non capite niente!

- Che cosa non capiamo, cosa! - gridava Vittorio - che tu possa scopare con tutti quelli che ti pare? Ma che ragionamenti sono, ma che cazzo dici!

Viola taceva, avvilita, poi diceva con rabbia:

- Intanto io non scopo, io faccio l'amore, che è cosa ben diversa! - quindi, col pianto in gola, continuava:

- Ma perché, ma è mai possibile che non si possa vivere bene, così, senza questa gelosia assurda, senza che voi mi assilliate in questo modo, continuo, insopportabile ... mi manca il respiro, con la vostra protervia, con la vostra stupida insistenza! Perché dovete ogni volta condannarmi a rimanere sola, sola, sempre sola? Non ne posso più Vittorio, non ne posso più!

Finché arrivò il giorno in cui gli disse:

- Vattene via, Vittorio, non è più possibile continuare a vederci. L'affitto ti prego di versarmelo in banca, sul mio conto.

E Vittorio fece come Giovanni. Continuò a telefonarle, con insistenza, con cattiveria, brutta troia, mi fai morire, le urlava, e quando invece rispondeva Maria si lasciava andare a un pianto disperato, cercando conforto, calore, affetto, e la povera tata piangeva anche lei, dai, non devi fare così, gli diceva, distraiti, non pensarci, e lui avrebbe voluto essere preso da quella specie di Ave Ninchi, coccolato, e addormentarsi su quel grande seno. Il lavoro di commercialista era una merda, e lui si chiedeva con rabbia perché mai aveva dato retta a quello stronzo di suo padre, e non aveva invece fatto lettere, o matematica, o filosofia, o qualunque altra cosa! Si sentiva male, pensava a Laura, ogni tanto lei gli telefonava, per chiedergli come stava, se andava tutto bene, povera crista anche lei!, si sentiva stanco, inutile, una merda, che ci sto a fare al mondo. E ci dava dentro, in questo fustigarsi, arrovellarsi, in questo affondare nella disistima totale di se stesso, fino a sputarsi addosso, a non curarsi di sé, degli abiti sporchi, dei calzini bucati, della sporcizia che gli regnava in casa. Si era chiuso a chiave, non vedeva più nessuno, per godersela fino in fondo, questa sorta di autoannientamento. Doveva riuscirci, a dare vita a questo personaggio nuovo, a calarlo in questo grande melodramma, a vestirlo di tragicità grandiosa, a poter dire, guardandosi da fuori, "Ragazzi, altro che Armand Duval o il Gobbo di Parigi!", ma di questo Vittorio non era consapevole, forse non lo sarebbe stato mai, e adesso soffriva davvero come una bestia. Nemmeno il Capodanno passato a casa di Mbaye era servito a qualcosa, e sì che era un Capodanno importante, era la fine di quel decennio di merda degli anni ottanta, ma era troppo avvilito, l'unica cosa buona era stata la possibilità di conoscere un sacco di amici di Mbaye e Malina, i quali quella notte facevano tutti a gara per farlo reagire in qualche modo, magari coinvolgendolo in qualche ritmo scatenato, e pensare che era quella stessa gente che vendeva le sigarette di contrabbando, l'artigianato nero o i braccialetti di filo, gente che di solito mandi come minimo a fa'n culo. Gente con nostalgia di qualcuno, la moglie o qualche figlio, o il padre e la madre, o semplicemente di un modo di vivere , magari di merda, ma certo più umano dell'immondezzaio in cui si trascinavano senza più quelle speranze con cui erano in qualche modo arrivati, e alcuni stavano già pensando a come fare per andare avanti, legalmente o no, a come crearsi una specie di comitato di autodifesa dalle angherie di chi li riforniva di sigarette, accendini, finti Ray-Ban o finte Lacoste, un qualcosa alla Padrino parte seconda, insomma, in cui il Robert De Niro del film sarebbe stato sostituito da un qualche nero più intraprendente degli altri. Un bel puttanaio. Ma era proprio di questo che discutevano, a casa di Mbaye, alle cinque del mattino di quel primo di gennaio. Vittorio aveva provato a parlare, un po' in politichese, di movimento di massa degli immigrati neri, di diritti sindacali e di sbocchi politici della protesta, ma, seri seri, gli avevano risposto: "Amico, dobbiamo risolvere il problema adesso, non tra due tre anni, per quelli che verranno. È adesso che bisogna pensare a sopravvivere, noi, i nostri cari, i nostri amici. Il resto è roba da bianchi."

Il pomeriggio chiamò Viola al telefono per farle gli auguri, ma la tata gli disse che era in vacanza fino al sette di gennaio, dove, con chi, ruggiva Vittorio, e Maria gli rispose che non lo sapeva. Falsa, bugiarda, troia anche tu, pensava Vittorio, ricominciando a rodersi il fegato e lo stomaco per la gelosia, ma non era solo gelosia, era ormai rabbia, l'aggressività di un cane bastonato e abbandonato, che quando qualcuno si avvicina, anche con le migliori intenzioni, lo assale abbaiando come un forsennato, pieno di sofferenza e anche di paura.

L'idea di passare un altro anno tra il ricordo insistente di quella puttana sfrontata, di quella troia di una gatta in calore, e quel lavoro merdoso della contabilità di quei bauscia brianzoli del cazzo, lo faceva impazzire. Gli veniva voglia di prendere i bilanci in nero, quelli veri, con i ricavi veri e i costi veri, e mandarli alla Tributaria, con tanto di nome e di cognome, pronto a autoaccusarsi in tribunale per aver aiutato quei bastardi a nascondere i profitti e a piangere il morto perché, si sa, il costo del lavoro in Italia è troppo alto, e non si è competitivi, e per questo gli affari vanno male. Dio santo, verrà una valanga di neri e di magrebini a seppellirvi, visto che i terroni non ne son capaci, e men che meno gli operai del nord, ormai imborghesiti e ridotti al lumicino, col muro di Berlino fatto a pezzi e l'Occhetto che vuol cambiare faccia e anima al partito comunista! Verrà questa fiumana colorata, a impestarvi tutti quanti siete, allora sì che ci divertiremo, quando le vostre carcasse penzoleranno agli ingressi delle vostre fabbrichette, e le Mercedes, le Thema, le Ferrari, queste pompe magne della vostra arroganza ignorante, verranno fatte a pezzi da bande di neri in festa. Mangiarvi il cuore, dovranno, manica di sfruttatori, ladri di cultura, se poteste sborrereste soldi, tanti e presto, e gli altri che vadano a fa'n culo! E se così sarà, sarà la fine, per questo nostro mondo, per la sua storia, il suo pensiero, le grandi cose dette, scritte e fatte, ma chi se ne frega, tanto ormai è più che moribondo, col buon Bossi e il buon Rocchetta, alla testa del partito dei danéé, che ruttando e scoreggiando ci stanno già per pisciar sopra! No, meglio che finisca per mano di barbari veri, in modo violento e definitivo, piuttosto che ipocritamente, sotto la spinta volgare di questi borghesi finti, di questi piccoli individui arricchiti, di questo frutto osceno del progresso, i cui massimi interessi oltre ai danéé vanno da un Rambo al cinema a una partita alla tivvù.

E Vittorio non si teneva più, e saltava, nei suoi pensieri, e correva e rimbalzava, schizzando da una parte all'altra del cervello, come la pallina di un flipper, arrivando a immaginarsi imperatore bianco del grande territorio dell'Eurafrica, con una corte di filosofi e di artisti, bianchi e neri, in un mixing culturale da alto medioevo. Invece, nella realtà, tirò avanti, senza denunciare nessuno, senza uccidere nessuno, istruendo i clienti su come pagare meno tasse, e chiudendo tutti e due gli occhi davanti a setteequaranta tanto falsi da gridare vendetta al cospetto di dio.

R O B E R T O

E anche il periodo di Viola ebbe fine. Già agli inizi dell'estate Vittorio stava meglio, e gli era bastato andarsene un mesetto in vacanza a Gressoney, tutto speso alla ricerca di mirtilli e di lamponi, senza donne e brianzoli per la testa, per rinsavire quasi del tutto. Così aveva poi ripreso il lavoro bel tranquillo, in un settembre splendido, con un cielo così terso che non sembrava nemmeno di essere a Milano. Leggeva, andava al cinema, guardava la tivù. Seguiva con molto interesse e un po' di rabbia le vicende del PCI che stava per diventare qualcos'altro, ne discuteva con Mbaye e Malina, che partecipavano a uno dei tanti comitati che lavoravano, o credevano di lavorare, per la costituente del nuovo partito.

Il venti ottobre, quindi, tutto si aspettava tranne la telefonata che gli fece Viola. Fu una sequenza imbarazzata di come va e come stai tu, be', insomma, normale, ma tu piuttosto, sei ancora molto arrabbiato, no, figurati, be', allora perché non ci vediamo. Alla fine Viola lo invitava a una festa in casa sua. Vittorio deglutì, facendo di sì con la testa.

- E allora - gli chiese Viola dopo un po', con un pizzico di inquietudine - vuoi venire o no?

- Ti ho detto di sì - disse lui con un fil di voce.

- Scusa, non avevo sentito.

Viola. violaviolaviolaviola. Niente. Per fortuna, niente. Non provava niente. O quasi. Sì, un attimo di emozione, ma niente di tragico. Sì, ci vado. Perché no? È una festa in fondo. Conoscerò gente. E poi mi ha detto che mi deve presentare qualcuno.

Però ci fu ben più di un tremito, quando salì i cinque gradini d'ingresso del villino. E fu lì che conobbe Roberto Marchi, il nuovo compagno - glielo aveva detto Maria, tutta preoccupata per le sue possibili reazioni - di Viola. Che l'aveva invitato proprio perché il Marchi voleva parlare con lui. In realtà quel tizio avrebbe pure potuto fissargli un appuntamento nel suo ufficio, ma Viola aveva voglia di vederlo, almeno di sapere come stava. E anche Vittorio, nonostante la scorza dura cresciutagli intorno in quasi un anno di pianto e di sofferenza atroce, nonostante si fosse ripromesso in qualche modo di fargliela pagare, quando la vide volargli incontro, ad abbracciarlo, e a sussurrare il suo nome, e a guardarlo eccitata con quei suoi occhi neri profondi e luminosi, anche Vittorio, dunque, sentì un tuffo al cuore da star male, e le diede un bacio sulla guancia così caldo, che sentì la pelle di Viola fremere e avvampare, mentre lei lo abbracciava tanto stretto da togliergli il respiro. Andarono in sala, anche se Vittorio non se ne accorse quasi, e lì Viola appunto gli presentò Roberto, Roberto Marchi, un bell'uomo, alto, magro, elegante, dal sorriso aperto e gli occhi pieni di furbizia. Un vero uomo d'affari, pensò subito Vittorio, come egli mai si sarebbe potuto sognare di essere. Un uomo anche colto, scoprì poi, dalla conversazione brillante, sciolta, naturale, come quella di chi non ha più bisogno di costruire e vendere un'immagine di sé. Suo malgrado, Vittorio lo guardava, e ne subiva il fascino. Niente a che vedere con i bauscia illetterati e maleducati con cui aveva a che fare nel lavoro, no, qui si respirava l'uomo di successo vero, del tipo la classe non è acqua, e non si inventa da un momento all'altro, trovandosi in tasca un qualche centinaio di milioni. Ma adesso Vittorio aveva distolto la sua attenzione ingorda da Roberto, perché quello che era appena entrato non era ... ma no, chi mai se lo sarebbe immaginato di vederlo lì, a casa di Viola, ma sì che è lui, diosanto, quanto tempo! e sentì una ventata di ricordi, tutti insieme, e il sincero piacere di abbracciarlo:

- Ciao, Massimo, ma che ci fai, qui, come stai? Non sapevo che ci saresti venuto anche tu!

- Io invece sì, e sono proprio contento di vederti ... chissà se hai messo la testa a posto, eh?

- Questo mai, Massimo! Tutto, ma non questo. Allora, vecchia zoccola, raccontami ...

Massimo, arrossendo, lo interruppe.

- Vittorio, prima di tutto ti presento Natasha, mia moglie da tre mesi.

Ecco chi era quella splendida ragazza, sui venticinque anni, pallida e bionda, che se ne stava in silenzio un passo dietro a Massimo, con gli occhi fissi su quelli di Vittorio! Hai visto, il Massimo, che popò di figa che si è trovato! Ragazzi, che sguardo! Ha un modo di guardare, questa qui, così sicuro e così ambiguo, che sembra voglia dirti chissà cosa.

- È bellissima! - disse poi, in disparte, Vittorio a Massimo - Ma è russa?

- Sì, è russa, di Mosca. L'ho conosciuta da Roberto.

- Sono stato io, il Pigmalione - intervenne Roberto, sorridendo con compiacimento - Ciao, Massimo! Buonasera, Natasha - le baciò la mano. Vittorio era frastornato, si conoscevan tutti, quelli lì, ma dov'era stato lui tutto quel tempo, cercò Viola, per chiederle che cos'era 'sta storia di Natasha, e lei gli spiegò che Roberto era il titolare di una grossa holding, che controllava un sacco di aziende nelle attività più disparate, e una di queste era il trading con l'Unione Sovietica, così lui era spesso a Leningrado e a Mosca, dove aveva conosciuto Natasha, che aveva poi portato in Italia come interprete. E Massimo, che era andato a trovare Roberto, uno dei suoi clienti più importanti e suo carissimo amico, l'aveva subito notata e, dopo un tira e molla di due mesi, insomma l'aveva sposata, con l'aiuto di Roberto che si era occupato di tutti i documenti.

- Che bella storia! - concluse Vittorio, guardando la sua Viola con desiderio. Ricambiato, del resto, lo poteva vedere chiunque, ma c'era Roberto, va bene che probabilmente era abituato anche lui alle stravaganze di Viola, ma insomma no, non si poteva proprio, anche perché Roberto gli stava proprio simpatico. Quando lo disse a Viola, lei lo guardò strana, e disse:

- Simpatico? È un pazzo! Senza scrupoli. Fa e disfa la vita degli altri come se fossero di pezza. Li prende e poi li caccia, così, da un momento all'altro, senza motivo, solo perché gli gira! Anche Natasha, la stava per ricacciare in Russia, sai, dopo essersela scopata per dritto e per rovescio, basta, fuori dalle balle, e per fortuna per lei che è arrivato Massimo!

Natasha! Finora aveva conosciuto solo due russi, Andrej e lei. Gli sarebbe molto interessato saperne di più. Chissà!

- Ma tu con Roberto ... - domandò cauto Vittorio.

- No, non c'è più niente. Non è mica come te, lui! Lui scopa, non fa l'amore.

- Fermi così! - ordinò Massimo. Era scatenato, con la sua nuova Reflex da cinque milioni. Ma l'ultima foto volle scattarla Roberto, a Massimo, Natasha, Vittorio e Viola. Due gran belle coppie.

- Desidera un caffè?

Una gentilissima segretaria l'aveva accolto e fatto accomodare in un salottino estremamente raffinato. Come tutto, del resto. Gli uffici di Roberto erano in via Cino del Duca, a due passi da piazza San Babila, pieno centro di Milano, palazzo d'epoca, stanze affrescate, con caminetti originali, mobilio settecento e vasi d'argento purissimo. Pensava a Massimo e a Roberto, due tipi così diversi, il primo sì, aveva fatto una splendida carriera, aveva certo delle responsabilità, ma insomma, non si era mai tolta di dosso quell'aria da ventisettista, di lusso, ma pur sempre da ventisettista, da posto sicuro, con quella tranquillità di fondo che gli permetteva di godersi i piaceri della vita senza troppe preoccupazioni per il futuro. Roberto, invece, s'era fatto da sé, quello che aveva era tutto suo, fatto non si sa in che modo, ma insomma, rischiando del suo tutti i santi giorni, spesso non dormendo la notte per qualche miliardo da ricevere, già speso ma che non si decideva ad arrivare. Massimo aveva pur sempre conservato quella sua indole pacifica, amichevole, quasi bonacciona, Roberto invece, adesso che ce l'aveva di fronte e parlavano di lavoro, mostrava la sua faccia da vero pescecane.

- Vittorio, Viola mi ha detto che non te la passi bene.

"Non c'è male, come preambolo!" pensò Vittorio, un po' stizzito.

- Mah, ho il mio lavoro di commercialista, per ora non mi manca niente. Ma se hai qualcosa da propormi, possiamo parlarne.

- Sì, ma non sarà mica lavoro, quello lì, ad aggiustare i conti di quattro bauscia! Bisogna pensare in grande, Vittorio!

"Come se non l'avessi mai fatto!"

- Vittorio, che ne diresti di metterti in affari con me?

Vittorio deglutì.

- Guarda, Roberto, che io non ho una lira.

- Non devi metter niente, solo il tuo lavoro. Facciamo una società, tu ti prendi il venticinque percento e centoventi milioni fissi l'anno. Più gli utili, s'intende.

"Cazzo!"

- E ... che cosa farebbe questa società?

- Importazione di tecnologia sovietica, di origine militare e aerospaziale. In Russia ho tutte le conoscenze giuste. Tutto tranquillo e regolare.

Vittorio ci pensò un attimo.

- Be', ma non credo che si possa prendere tecnologia, così, e venderla tout-court. Bisognerà pensare a dei prodotti in cui applicarla, prodotti commerciali, di uso civile, e poi realizzare dei prototipi, e trovare chi li produca.

- Sarà appunto questo il tuo compito. Andare in Russia, vedere che cosa c'è di buono, inventare dei prodotti e farne il marketing. Per la produzione non ti preoccupare, ne conosco a dozzine di piccole industrie elettroniche altamente sofisticate, degli OEM che ti fanno stare un computer in un biscotto!

- Hai già fatto un budget? Gli investimenti di che ordine di grandezza sono? Hai pensato alle risorse? - Vittorio si era già calato nella parte.

- È tutto da fare. La mia è solo un'idea, ne ho parlato a Mosca con gente del KGB e del GKNT, il comitato statale per lo sviluppo tecnologico e scientifico, e si può fare. Tu sai che adesso in Unione Sovietica, dall'ottantotto, sono consentite le cooperative. Bene, l'idea è che alcuni pezzi grossi si costituiscano in cooperativa, con cui noi faremo una joint-venture per lo sviluppo commerciale della tecnologia. Ti posso dire però che non vorrei investire più di sei, settecento milioni in due anni.

- E loro, quanto mettono?

- Niente, solo la tecnologia. Dovremo pagare tutto noi, dal personale alle attrezzature, computer, e via di seguito.

- Francamente, settecento milioni mi sembrano un po' pochi, allora.

- Non è detto. Da quelle parti uno scienziato non costa più di venti dollari al mese. Adesso tu vai lì e vedi. Ti mostreranno tutto quello che potremo utilizzare. Poi torni e ne parliamo. Se l'affare ti va, partiamo insieme, ti presento le persone, e te ne stai lì un mesetto a dare un'occhiata.

- Mi va. Quando partiamo?

Roberto aveva noleggiato un aereo privato, un piccolo jet da otto posti. Arrivò all'aeroporto con una strafiga d'alto bordo, tutti e due in pelliccia di visone, accompagnati da due tizi che stavano sempre un po' discosti, e si guardavano costantemente in giro. Guardie del corpo, pensò Vittorio, un po' smarrito, ma dove cazzo mi sto infilando, che c'entro io con questa gente!

Pensava a Viola, in quegli ultimi tre mesi avevano fatto l'amore quasi tutte le sere, e lui stava da dio, nel rapporto con lei era un'altra persona rispetto all'anno prima, meno apprensivo, più disinvolto, un paio di volte aveva detto no, non vengo, ho da fare, e aveva resistito ai mugolii di Viola, e la sera dopo lei lo aspettava letteralmente con la lingua di fuori. E adesso era in viaggio per Mosca, all'avventura, come sempre, ma questa era vita, altro che i bilanci dei Brambilla, che aveva passato in fretta e furia a uno studio di Bollate! Il trentun dicembre aveva chiuso tutto, ormai libero come un fringuello, guadagnandoci pure qualche bel soldino dalla cessione. E alle otto di sera del venticinque gennaio del novantuno atterrò a Sheremetevo 2, l'aeroporto internazionale di Mosca.

Faceva un freddo cane, più di venti sotto zero, e Vittorio era senza cappello. La prima cosa che fece fu comprarsi un colbacco, lì all'aeroporto, buttando centoventi dollari dalla finestra. Si guardò a uno specchio di fortuna. Se si fosse fatto crescere la barba, sarebbe assomigliato a un vero russo, di quelli tipo Rasputin. Vittorio gongolava, la parte gli piaceva un sacco.

C'erano due Mercedes ad attenderli, una per Roberto, lui e la strafiga, l'altra per le due guardie del corpo. Chissà se hanno le pistole, pensava Vittorio, come avran fatto a passarle alla dogana? Forse non le avevano, magari erano nella macchina. Boh! Il viaggio fu piuttosto lungo, nevicava, e le macchine, pur con i pneumatici da neve, andavano piano, per non slittare. Arrivati in città, Vittorio era curioso di tutto, guardava fuori dal finestrino come un bambino, ma c'eran solo macchine di vent'anni prima, in quei viali enormi, a dieci corsie, e una puzza diffusa di benzina di quart'ordine, e i palazzi sui lati che scorrevano anonimi, pieni di scritte incomprensibili, un po' lettere greche, un po' latine, e alcune mai viste proprio.

L'albergo si chiamava Sovietskaya Gostinitza, una hall enorme, completamente spoglia, senza nessuno tranne due inservienti che trascinavano per terra un logoro straccio bagnato, una reception con i cartelli scritti a mano, rigorosamente in cirillico, e una ragazza al desk, molto carina, bruna, sorridente, con un maglioncino di lana sintetica rosa. Fece tutto Roberto, che oltre all'inglese e al francese parlava pure il russo, mentre Vittorio si guardava intorno, stentando a abituarsi a quel diffuso odore di muffa e di stantio che l'aveva accolto appena entrato.

Salirono alle stanze portandosi ciascuno i propri bagagli. Al piano li accolse la dezhurnaya, una vecchia amabile signora in camicetta bianca col pizzo al collo, che sembrava avesse il compito di dare le chiavi delle stanze, oltre a quello di controllare chi entrava e chi usciva. La stanza di Vittorio era comunque dignitosa, con televisore e frigo bar (completamente vuoto) e un telefono rosso abilitato a telefonare solo in città. Scoprì che nell'albergo non c'era centralino, perché il telefono di ogni stanza aveva il suo proprio numero. Se volevi chiamare all'estero, dovevi scendere nella hall, e cercare quell'unica cabina dove, infilando in un apparecchio infernale delle schede care come l'oro, vendute in valuta dalla ragazza bruna, potevi sperare di prendere la comunicazione. Ma questo Roberto gliel'avrebbe spiegato il giorno dopo, così quella sera non riuscì a chiamare Viola, cui aveva promesso una telefonata appena fosse arrivato. Vittorio allora gironzolò un po' per l'albergo. Non c'era nemmeno un cane, non un bar, niente di niente. Non sapendo cosa fare, ritornò al piano, chiese alla dezhurnaya dell'acqua minerale, se ne andò a letto, lesse tre pagine di un giallo, e si addormentò.

Il giorno successivo, dopo una parca colazione, composta di the, biscotti secchi, pane e burro, con posate e zuccheriera di alluminio, la Mercedes li venne a prendere, e, Roberto davanti, lui dietro in mezzo ai due gorilla, cominciarono un lungo tragitto per Mosca coperta di neve, una neve leggera, quasi polvere, e Vittorio vide finalmente i russi, quelli veri, vestiti con goffi cappottoni di stoffa pesante o giacche a vento di fibra sintetica, con colbacchi di tutte le fogge, da quelli neri di astrakan a quelli enormi di volpe stile tartari della steppa. Tutti andavano e venivano, in fretta, oppure stavano in coda, dignitosamente, davanti a qualche negozio appena rifornito.

- Guarda che ricchezza, che eleganza! - diceva sarcastico Roberto. Vittorio stava zitto, guardava, e tutto questo stranamente gli piaceva, era un immergersi in un mondo sconosciuto e affascinante.

Il primo giorno passò in presentazioni, e in lunghe tiritere dei russi sulle conquiste della scienza e della tecnologia sovietiche. Erano stati ricevuti da una delegazione del GKNT in uno spazioso ufficio situato al VDNK, l'esposizione permanente delle realizzazioni economiche e scientifiche dell'Unione Sovietica, estesa su migliaia di ettari, con tanto di monumento alle repubbliche, rappresentate da un girotondo di statue dorate femminili, in cui ciascuna presentava i propri specifici prodotti, e una grande statua di Lenin in bronzo che accoglieva i visitatori. Gli uomini della delegazione erano comunque a modo loro simpatici, e passavano da un tono quasi confidenziale durante le conversazioni informali, a un tono spavaldo e aggressivo, a volte duro, quando dovevano tenere i discorsi ufficiali. Il giorno successivo era in programma, per Vittorio, una visita alla città, accompagnato dalla graziosa interprete, con la Mercedes messa a disposizione da Roberto. In seguito, visite ai laboratori di sedi universitarie dell'Accademia delle Scienze e di istituti di ricerca di fama internazionale, a Mosca, a Leningrado e a Rostov, dove Vittorio avrebbe potuto prendere visione di quelle tecnologie che i vari direttori erano autorizzati a divulgare.

Dopo quel primo giorno, Vittorio non vide quasi più Roberto, impegnato nei suoi affari dalle dieci della mattina alle otto di sera. Ma a Vittorio andava bene così, preferiva andarsene da solo, alla scoperta della capitale mondiale dell'impero comunista. Si comprò un libretto di conversazione, e si imparò in un giorno l'alfabeto cirillico. Comprò una mappa della città e della metropolitana, e in capo a una settimana era in grado di andare da solo in qualunque punto di Mosca. Poi cambiò albergo, andò all'Inturist, più turistico e frequentato da stranieri, a due passi dalla Piazza Rossa, e lì cominciò a conoscere uno degli aspetti più affascinanti della Russia: le donne.

L'Inturist, come quasi tutti gli alberghi sovietici, era una miniera d'oro per le giovani prostitute moscovite. Ragazze giovani, belle, magari con titolo di studio, che invece di fare il medico o l'insegnante, all'equivalente di qualche dollaro al mese, e di fare poi qualche commercio integrativo serale per arrotondare, preferivano cedere se stesse a cento dollari a notte. Magari solo per il tempo necessario ad accumulare i soldi per una pelliccia, o un'automobile straniera. O solo per comprarsi i jeans nel negozio Benetton o i rossetti e i profumi da Estee Lauder. Per lo più non erano insomma le classiche puttane da strada, ragazze che andavano col primo venuto, no, sceglievano con attenzione, gli dovevi anche piacere, per venire a letto con te, e ti si davano con una passione che sembrava vera, genuina, anche loro volevano godere, oltre che far godere, te lo chiedevano, fino a masturbarsi se tu non eri più in grado di farle venire. Certune poi si erano fatte l'amante fisso, che quando arrivava a Mosca, telefonava alla sua cocotte, la quale, per quel periodo, era soltanto sua, e oltre ai soldi riceveva un sacco di regali, dagli astucci per il trucco alle scarpe di lusso. Molti dei matrimoni misti sono nati in questo modo.

Fu così che Vittorio conobbe Maria, per gli amici Masha, un piccolo fiore biondo dagli occhi blu e il sorriso triste, che viveva con Svetlana, una ex venditrice di fiori, in un appartamento un po' fuori, in fondo a Leningradskij Prospekt, in coabitazione con una operaia di una fabbrica di orologi, vedova con un figlio piccolo, il che voleva dire che le due ragazze disponevano di una stanza grande e una più piccola, e così pure l'operaia e il suo bambino, mentre l'ingresso, la cucina, il bagno e il telefono erano in comune. Per questo, quando lo fecero entrare in casa, dissero sottovoce a Vittorio di fare piano perché era quasi mezzanotte. Masha avrà avuto ventidue, ventitré anni, non di più, il corpo minuto, i seni piccoli, dolcissima, tenera, malinconica. Gli chiese in un inglese stentato se voleva fare l'amore anche con Svetlana, che attendeva paziente nella stanzetta piccola, ma Vittorio disse di no, che gli bastava lei, e la guardava con affetto, questa gattina, che dopo l'amore gli si rannicchiava contro, addormentandosi così, con la bocca semiaperta. Povera Masha, allo sbando in quella Mosca incrudelita, preda dell'ansia di consumo senza averne le possibilità. Povera Masha, che sbadigliava di giorno e si vendeva di notte, e che per sforzarsi a farlo mandava giù vodka a sorsate, a bottiglie intere. Piccolo angelo biondo, che dormiva con le gambe e le braccia piegate a mo' di feto, e un respiro regolare da innocente. Vittorio vegliava su di lei, l'accarezzava, le spostava i capelli dalla fronte, le baciava le mani, intenerito, dimenticando che quell'angelo, proprio lui, l'aveva comprato un paio d'ore prima. Ma Vittorio, purtroppo, o per fortuna, era fatto così.

La mattina le due ragazze gli prepararono il caffè, con biscotti e marmellata, e si sedettero sul letto grande, in attesa che lui finisse la sua colazione. Quindi Vittorio tirò fuori il portafoglio, da cui trasse un biglietto da cento dollari che mise con discrezione sul comodino. Ma mentre apriva il portafoglio, Masha vide che dentro c'era una foto, e se la fece mostrare, incuriosita. Era quella scattata da Roberto alla festa di Viola, in cui c'era lei, Vittorio, Massimo e Natasha. Vittorio se l'era portata con sé perché non aveva nessun'altra fotografia di Viola, e poi gli piaceva, perché era allora che aveva ripreso la storia con lei.

- Natasha ... - disse Masha con grande sorpresa. Poi, tendendo la foto a Vittorio, lo rimproverò cantilenando con dolcezza:

- Allora mi hai mentito, non è la prima volta che vieni a Mosca.

- Conosci Natasha?

- Ma certo. Viveva qui con me prima di Svetlana. Poi è tornata a casa, da suo padre, in ulitza Tverskaya, proprio in centro. Lui è un pezzo grosso del partito, e aveva intuito che Natasha faceva ... insomma, quello che faccio io, e allora senza tante storie l'ha fatta venire a prendere e l'ha segregata in casa. Poi, non so bene, ma credo che suo padre conoscesse uno all'estero, padrone di una ditta, e l'ha mandata da lui a far pratica di affari commerciali.

- Certo. È italiano, è quello che ha scattato questa foto, Roberto Marchi. Anch'io lavoro per lui.

- Cosa ... Roberto? - tradusse in russo a Svetlana quello che Vittorio aveva detto - Ma Roberto la conosceva bene, veniva sempre qui da noi, voleva sempre me e Natasha, ma è incredibile ... - e scoppiò a ridere, e Svetlana con lei. Anche Vittorio rideva, ma pensava a Massimo e a quanto Roberto fosse stronzo.

- Potete chiamarmi un taxi? - chiese Vittorio alla fine.

Risero di nuovo.

- Va' giù in strada, e ferma una macchina. È questo il modo per chiamare un taxi!

Erano le otto del mattino, non nevicava, ma faceva un freddo così intenso che Vittorio si sentiva gelare il respiro e fin la cornea degli occhi. Però stava bene, mentre, come un vero russo, incappottato e col suo grande colbacco, era fermo, col braccio teso, sul ciglio della strada bianca.

Dopo un primo periodo di diffidenza, Vittorio e gli scienziati dei vari istituti divennero grandi amici. Dall'Accademia delle scienze mediche, dall'istituto Problem Upravlenya, dall'istituto di matematica applicata Keldish di Mosca, all'istituto di neurocibernetica Kogan di Rostov sul Don all'istituto Kurchatov di Troitsk, a quello per la ricerca sul riconoscimento della voce di Leningrado, ormai Vittorio era di casa, ricevuto ai più alti livelli e trattato con tutti gli onori. Professori e ricercatori facevano a gara a invitarlo a casa loro, presentandolo alle mogli, ai figli, agli amici, e passavano con lui serate memorabili, tra epiche bevute e dotte discussioni sui destini del mondo, sul disarmo e sulla conversione della ricerca scientifica da militare a civile, sugli sforzi che stava facendo l'Unione Sovietica in questo senso, sulle colpe di Gorbachov, sul suo tradimento della perestroika, sul loro nuovo astro nascente, Boris Eltzin, e sulle grandi prospettive del paese se si procedeva senza tentennamenti sulla strada delle riforme. Con sua grande sorpresa, Vittorio si rendeva sempre più conto di quanto Gorbachov fosse tanto amato in occidente quanto odiato in Russia, e si faceva in quattro per cercare di dimostrare come senza Gorbachov la sua presenza stessa in Unione Sovietica non sarebbe stata possibile, che era stato lui ad aprire la strada della democratizzazione, che era giusto procedere con cautela, per passi successivi, che non si poteva d'un tratto cambiare radicalmente un sistema in vigore da settant'anni, che sarebbe stato un bagno di sangue, e che Eltzin combatteva Gorby solo per fatto personale, se Gorby fosse stato nero, lui sarebbe stato bianco e viceversa. Vittorio, d'istinto, non amava quel siberiano grossolano, strafottente e ignorante, sentiva che avrebbe portato il paese alla rovina.

- Vittorio - gli dicevano - tu sei uno straniero, e non puoi sapere. Qui si vive male, da cani, manca la merce nei negozi, le code si allungano sempre di più, la gente mugugna, la gran parte comincia a dire che si stava meglio prima, non gliene frega niente di comunismo o di democrazia, il problema è vivere con un po' di dignità. Prima c'erano code e basta. Adesso ci sono code e anarchia. Quindi il gran passo va fatto, in fretta, e Gorbachov non lo fa, non ne ha la minima intenzione, è un imbroglione, guarda chi ha voluto al governo! Perché Shevardnaze, Jakovlev, tutti i suoi migliori collaboratori gli hanno voltato le spalle, perché?

- State attenti, ragazzi! - li frenava Vittorio - la vita nei paesi occidentali non è quel bengodi che pensate. Andate a chiederlo ai tedeschi dell'est, cosa ne pensano adesso! E perché stanno diventando dei nazi e dei razzisti!

Altre volte invece parlavano di letteratura, di cinema, e i suoi amici russi si meravigliavano piacevolmente di come egli conoscesse a fondo non solo Dostoevskij e Tolstoj, ma anche Gogol, Lermontov, Checov, e poi Esenin, e Pasternak, e Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Solo quando diceva di amare anche Majakovskij, lo guardavano un po' scettici, limitandosi ad affermare che "non lo capivano". Quando però Vittorio portava il discorso su Tarkovskij, gli sguardi si illuminavano di nuovo, e tutti facevano a gara a ricordare i titoli dei suoi film, dall'Infanzia di Ivan a Solaris, a Stalker fino a Nostalgia.

- Vittorio - gli dicevano - se tu ami Tarkovskij, se lo capisci e nell'animo lo senti tuo, vuol dire che sei un vero russo.

Nessuno poteva fare a Vittorio un complimento più bello di questo. Vittorio li amava tutti quanti. Era l'happening più emozionante della sua vita. E che per tanti anni quella gente fosse stata considerata "il nemico" o, come diceva quello stronzo di Reagan, "l'impero del male", gli sembrava, in quei momenti, l'idea più assurda e incomprensibile che si potesse concepire. Come avrebbe voluto che anche Andrej Ljubljev fosse lì con loro! Chissà se se ne stava ancora a New York, rintanato nell'antro oscuro di Foreman.

Il lavoro andava avanti molto bene, e alla fine del suo mese di permanenza Vittorio aveva le idee abbastanza chiare per cominciare a stendere un product plan. Secondo le sue valutazioni, bisognava lavorare prioritariamente in due direzioni: prodotti di ausilio nel campo medico-diagnostico, e prodotti per la sicurezza.

- Cioè? - chiese Roberto.

Vittorio era tornato appena il giorno prima, con due borse piene di documenti, sprizzante eccitazione da tutti i pori. Viola era andata a prenderlo all'aeroporto, e lo cercava con gli occhi ogni volta che si apriva la porta scorrevole della zona arrivi, finché per un attimo si erano visti, e avevano urlato di gioia tutti e due, tanto che i finanzieri della dogana non gli avevano poi chiesto niente, e, sorridendo, gli avevano indicato la porta con un gesto di complice comprensione.

- Vedi qui? Loro hanno un sistema computerizzato che, in base ai sintomi di un paziente, che tu immetti tramite una tastiera, riesce a suggerire una diagnosi. Allora la mia idea è, utilizzando un altro marchingegno che ho visto, che "riconosce" degli oggetti o delle immagini acquisite via telecamera, di unire le due cose, così da costruire un sistema che, ad esempio, "legge" una radiografia, e ti fa automaticamente la diagnosi, da confermarsi, ovviamente, da parte del medico. Ma poi, questo sistema che "riconosce" le immagini, lo possiamo utilizzare per tutta una serie di altre applicazioni, dalle analisi automatiche delle urine a quelle del sangue fatte al microscopio, ad esempio, perché è possibile "riconoscere", che so, la presenza o meno di leucociti o di quello che vuoi, che il computer sia stato addestrato a riconoscere.

- Ma dove l'hai vista 'sta roba? - domandò ancora Roberto, visibilmente incuriosito.

- L'ho visto in un istituto di Kazan, dove avevano applicato il sistema al riconoscimento delle sagome degli aerei in arrivo, per poi, come dire, comportarsi di conseguenza.

- Cioè sparare se erano nemici?

- Più o meno.

- E la sicurezza?

- Ah, qui siamo al top. Sono tutti sistemi sviluppati per il KGB o per il Politburo, per consentire l'accesso a certe informazioni, o in certi luoghi, solo alle persone autorizzate. Qui da noi, per risolvere questo tipo di problemi, usiamo dei badge magnetizzati, o delle parole d'ordine che inseriamo nel computer. Il computer confronta quello che tu hai inserito con quello che ha in memoria, e ti fa passare o meno. Pensa, ad esempio, al Bancomat. Ma se tu non hai il badge, o non ti ricordi la password, come fai? Per non parlare di quando qualcuno ti ruba il badge e conosce la tua password, per cui il computer fa passare o autorizza una transazione anche se non sei tu! Col sistema dei Russi, invece, tutti questi inconvenienti non si possono verificare. Perché si tratta di una sicurezza attiva, cioè il computer deve riconoscere proprio la persona che sta operando, dalla sua voce, o dalle sue impronte digitali, o, addirittura, e ci stanno lavorando proprio in questo periodo, dal suo volto, ripreso in immagine tridimensionale da due telecamere. È una bomba, Roberto. Immagina di miniaturizzare questi sistemi e di applicarli alla porta di casa tua. Basta chiavi! Arrivi a casa e dici: "Apriti, Sesamo", e la porta si apre.

- Ma sei proprio sicuro che da noi queste cose non ci siano?

- Alla NASA, forse. Ma in Italia sono certo di no. E comunque, secondo me, la strategia è farne dei prodotti di massa, di uso comune, e non solo da Servizi segreti o ... Ministero degli interni. E poi, ti posso raccontare mille altre applicazioni cui ho pensato ...

- Senti, Vittorio, ma tu sei in grado di fare un'analisi di mercato, e di stendermi dei progetti concreti di prodotti, con tutte le funzioni, e i tempi, i costi, e di definire poi i prezzi, il piano di marketing, eccetera, con una valutazione reale degli investimenti da fare e dei loro ritorni?

- Certo, è il mio mestiere!

- E in quanto tempo?

- Ti do tutto per settembre, con in mezzo un altro paio di viaggetti in Russia.

ELTZIN

Era la prima volta che Vittorio vedeva dei carri armati in assetto di guerra, fermi sulla strada, con i cannoni diretti contro la folla che si aggirava incredula per Prospekt Kalinina. Era come se la gente non si rendesse conto, come se pensasse che si stesse girando un film, e si raggruppava, e andava verso questi tanki, a spiare quei giovani dai tratti mongoli che spuntavano fuori dalle feritoie, a chiedere "ma che cosa sta succedendo, che ci fate qui", e i giovani soldati non rispondevano, pronti, chissà, a obbedire a un ordine di fuoco. Ma non ci poteva credere nessuno, che quei ragazzi avrebbero sparato sulla gente, e infatti nessuno fuggiva, anzi, una gran massa di giovani montava di ora in ora, comparendo da tutte le parti, urlando slogan contro i golpisti e il partito comunista, e invocando lo sciopero generale. Se nei carri armati c'erano soltanto dei ragazzi, erano soprattutto ragazze e ragazzi anche quelli che ci si arrampicavano sopra, a parlare coi soldati, a urlargli di scendere, a minacciarli con spranghe di ferro, mentre gli altri, nelle piazze, stavano iniziando a preparare le bottiglie Molotov.

Quella mattina Vittorio avrebbe voluto dormire fino a tardi. Il giorno prima, domenica diciotto agosto di quel 1991, era andato con un paio di amici dell'istituto Kurchatov a visitare Zagorsk, qualche decina di chilometri a nord di Mosca, sede religiosa di chiese e monasteri di una incredibile bellezza, e la sera si erano rifugiati tutti a casa di Irina Nikolaevna, una ricercatrice sui quarant'anni, una matrona bene in carne che aveva preparato una cena squisita, e soprattutto tanta vodka. Erano rimasti lì fino alle due di notte, a discutere, col solito Vittorio che difendeva Gorbachov e tutti gli altri a dargli contro. Vittorio ricordava come Gorby avesse presentato un nuovo programma per il partito comunista che lo avvicinava sempre di più a un partito socialdemocratico di stampo occidentale, ricordava gli scontri al Plenum del partito tra lui e i conservatori, ricordava la nuova riorganizzazione dell'Unione Sovietica, voluta da Gorbachov e sancita nel trattato di Novo Ogariovo, in base al quale il nuovo stato si sarebbe configurato come una libera unione di repubbliche sovrane. Ma niente, il giudizio più benevolo che avesse udito quella sera sul segretario generale del partito comunista lo dipingeva come un "opportunista, che si barcamenava tra i radicali di Eltzin e i vecchi conservatori del PCUS pur di mantenersi al potere", e il mondo occidentale come al solito non capiva niente, se continuava a puntare su Gorbachov. In quell'animata discussione, l'unico che era rimasto un po' in disparte era Evghenij Borissovich, il marito di Irina, un armeno, professore di psicologia applicata all'Università di Mosca, e Vittorio ogni tanto gli lanciava sguardi carichi di curiosità.

- E lei, che ne pensa, Evghenij Borissovich? - aveva chiesto Vittorio, a bruciapelo, mentre il professore stava aprendo la quarta bottiglia di vodka.

- Io - aveva detto Evghenij di malavoglia - non penso più niente. Non capisco, più niente. Io so solo che, ormai, nessuno ha più voglia di lavorare, e il paese sta andando in rovina. I giovani non pensano più a studiare, non hanno disciplina e volontà, la cultura va a rotoli, l'unico interesse è il business, i soldi. E se questo è il risultato della perestroika di Gorbachov, ho paura che prima o poi ce ne pentiremo, perché diventeremo una colonia degli americani. Non c'è più l'orgoglio, capisce, di appartenere a un grande paese, che può dare ancora molto all'umanità, in termini di ideali, di riscatto e di progresso sociale. Non mi prenda per un nostalgico, Vittorio, non rimpiango i tempi di Brezhnev, io voglio progredire, rimanendo però in un sistema socialista. È questo che anche Irina non vuole capire.

- Zhena - era intervenuta Irina - non mi perdona il fatto che anch'io voglio vivere un po' meglio! Vittorio, pensa solo questo: fuori Mosca possediamo una piccola dacha, con un terreno molto grande, bello, ma perché, dico io, non possiamo, che so, farne coltivare una parte, e vendere la frutta e la verdura al mercato, non dico di farlo noi, ma prendere qualcuno che lo faccia per noi, perché no, questo è possibile, mi sembra. Lui proprio non ci sente. Mentalità mercantile, dice. Non è cosa per noi.

- Lascia perdere, Irina - aveva detto Evghenij, seccamente - io non diventerò mai un mercante.

- Evghenij Borissovich - aveva continuato Vittorio - per chi ha votato, alle elezioni presidenziali di giugno?

- Non ho votato.

La mattina dopo, Vittorio era stato svegliato da una telefonata. Era nel suo appartamento di ulitza Kutuzova, una laterale di Mozhajskoe Shosse, che Roberto gli aveva affittato per via delle visite a Mosca sempre più frequenti, e dormiva profondamente. Il primo appuntamento di quel lunedì lo aveva fissato infatti per le undici e mezza. Non ci sarebbe mai andato.

- Hallò - aveva borbottato con la voce impastata di sonno e di vodka.

- Vittorio, sono Irina. C'è il golpe. Ci sono i carri armati per la strada.

- Cosa? - Vittorio non aveva capito bene, si stropicciava il viso per svegliarsi.

- I carri armati! Stanno arrivando da tutte le parti. È il golpe, Vittorio. C'è un Comitato che ha preso il potere, c'è un proclama, lo trasmettono alla radio ogni minuto. Vittorio! Ci sei?

Vittorio era inebetito.

- Come ... il golpe! Chi, Gorbachov?

- Non lo so, sembra che sia malato, giù in Crimea, e il suo vice, Janaev, lo ha sostituito.

- E che c'entrano i carri armati?

- Vittorio, svegliati! Scappa, va' via, torna in Italia prima che puoi, prima che chiudano gli aeroporti.

Quando aveva messo giù il ricevitore, a Vittorio sembrava di essere già in un altro mondo. Capitare nel bel mezzo di un golpe! Cazzo, che esperienza! Di certo tutto avrebbe fatto, tranne che tornarsene a casa, ma siamo matti? Si era vestito in fretta e furia, aveva trangugiato due yogurth, ed era sceso in strada. E, arrivato di corsa sulla Mozhajskoe Shosse, si era bloccato, a bocca aperta, a fissare una scena incredibile: una colonna, senza inizio né fine, di carri armati e mezzi pesanti di ogni tipo, provenienti dalla tangenziale e diretti verso il centro, verso Kutuzovskij Prospekt, e di lì, chissà, verso il Kremlino o verso la "Casa bianca", il grande edificio sulla riva del fiume, sede del Soviet supremo della federazione russa, dove comandava il Presidente Eltzin. L'aria rombava al passaggio di questi bulldozer da guerra sopra il crepitio dell'asfalto schiacciato, e Vittorio sentiva sotto i piedi il terreno che tremava, e le vibrazioni gli andavano su, per le gambe, per la pancia, fino al cuore, ma lui camminava sul marciapiede, a fianco alle colonne, affascinato, senza timori, incosciente, immerso corpo e immaginazione in questo che era il più gigantesco e drammatico happening della sua vita. Di lì a poco Mosca si poteva trasformare in un inferno, lui ancora non sapeva niente, chi avesse organizzato tutto questo, contro chi, ma non importava, era troppo eccitante, e Vittorio vi avrebbe partecipato, a tutti i costi, senza pensare neppure per un attimo ai rischi che correva.

Erano arrivati sul ponte di Kutuzovskij Prospekt, lasciando sulla sinistra l'hotel Ukraina, quindi avevano girato sul lungofiume, proprio verso la Casa bianca. Sul piazzale davanti all'edificio si era formata in poco tempo una folla di qualche migliaia di giovani, che scandiva tonante il nome di Eltzin. E Eltzin, questo omone grande e grosso, con la faccia di un cinghiale, imponente nel suo ruolo di salvatore della patria, era uscito poco dopo, con passi ampi e decisi, era montato sopra un carro armato, e aveva letto qualcosa, come un proclama, in russo, accolto da un boato di applausi e di grida. L'atmosfera era incandescente, la gente eccitata, come ubriaca, gli occhi arrossati dalla rabbia, le vene tese sul collo dalle urla, decisa a tutto, mai visti i russi così, pensava Vittorio, che si aggirava in quel mare in tempesta, spintonato da tutte le parti, cercando qualche faccia conosciuta, che gli spiegasse in dettaglio quello che forse riusciva a intuire, ma non a comprendere del tutto, e soprattutto che cosa c'entrasse Gorby in quest'affare. Ma non aveva trovato nessuno, e allora si era spinto verso Prospekt Kalinina, deciso ad arrivare a vedere che cosa stesse succedendo al Kremlino.

I cortei si susseguivano, a ondate, alcuni sparuti, altri imponenti, ormai non più di gente sparpagliata, incredula, o incerta sul da farsi, bensì decisa a opporsi con tutte le forze e tutti i mezzi al colpo di stato. La parola d'ordine era stata data da Eltzin: resistere, a oltranza e a tutti i costi. Vittorio aveva finalmente compreso che cosa fosse accaduto, e decise che in ogni caso, per salvare Gorbachov, era necessario stare con Eltzin, in attesa che il presidente tornasse a Mosca, e riprendesse il controllo della situazione. Si unì quindi a un gruppo di ragazzi, e per tutto il giorno si dette da fare senza sosta, a marciare nei cortei, a spostare automobili, sbarre di ferro, piloni di cemento, qualsiasi cosa si potesse mettere di traverso a formare barricate, e poi di corsa alla Casa bianca, anche lì a disposizione, ad aiutare, a portar giù mobili per difendere gli ingressi, pronto a tutto, anche a sparare se gli avessero dato un'arma.

In tutto il giorno, fino a notte fonda, non vide nessuno che conoscesse. Nessuno di quelli che, fino alle due della notte precedente, avevano inneggiato a Eltzin contro Gorbachov. Nessuno di loro era rimasto a Mosca, tutti fuori, in dacia, impauriti come conigli, ad aspettare che gli eventi evolvessero per inerzia naturale. Vittorio ne era profondamente deluso. E mentre dormicchiava sul piazzale della Casa bianca, pensava come fossero in effetti solo quelle poche migliaia di ragazzi a fermare i carri armati. Altro che le masse, altro che gli intellettuali, o gli scienziati! Ragazzi che Vittorio, forse, in altra occasione, non avrebbe amato, perché non ne amava le ambizioni, gli obiettivi, la tensione ai soldi, alla ricchezza, al fare come in occidente, alle belle macchine e ai bei vestiti, perché era certo che sarebbero caduti anche loro nella trappola del mito del mercato, diventando magari dei piccoli pescecani da capitalismo dei primordi. Ma era pur vero che solamente il loro esserci, massiccio e deciso fino in fondo, frenava i soldati dei tanki dallo sparare ad alzo zero. Ed era altrettanto vero che, senza quella massa di giovanotti in giubbotto di pelle e di ragazze in jeans e felpa di fibra, nulla, nemmeno i deputati armati asserragliati nella Casa bianca, avrebbe impedito la conquista del palazzo, e l'arresto o l'uccisione di quanti lo occupavano, da Eltzin a Shevardnaze, da Jakovlev a Rutzkoj a Khasbulatov. Sarebbe stata la fine anche di Gorby. E allora Vittorio, a quarantatré anni suonati, era comunque fiero di essere lì tra loro. Risoluto a resistere, anche lui. Fino alla morte.

Vittorio aveva promesso a Roberto che per settembre i progetti relativi ai prodotti da realizzare con i russi sarebbero stati pronti. E mantenne la promessa. Aveva lavorato giorno e notte, sabati e domeniche compresi, convocando i migliori consulenti, stendendo pagine e pagine di progetti, relazioni, studi, andando avanti e indietro per Mosca e Rostov e Kazan e San Pietroburgo, che aveva ripreso il suo antico nome dopo un referendum popolare e soprattutto dopo il golpe fallito di agosto. Alla fine di settembre chiese a Roberto di fissare una riunione di un paio di giorni per esaminare insieme, scaletta alla mano, il risultato del suo lavoro.

Roberto non sapeva come dirglielo.

- Vittorio, c'è qualche problema.

Vittorio aveva già capito che c'era qualcosa che non andava. Roberto era evasivo, non lo guardava in faccia, giocava col tagliacarte.

- Che cosa? - chiese con apprensione.

- Bisogna aspettare un po' di tempo. Devo capire come si mette in Russia. Che intenzioni ha Eltzin.

- Ma che c'entra? Anzi, adesso forse si lavorerà ancora meglio, sono tutti ansiosi di partire col progetto!

- È tutto cambiato, Vittorio.

- Non è cambiato niente - sillabò Vittorio, guardandolo con occhi cupi.

- Cazzo, Kriuchkov era mio amico, lo vuoi capire? Era il capo del KGB, e adesso è uno dei golpisti in prigione! Il progetto era partito da lui, se non l'hai capito, e tutto era semplice. Kriuchkov disponeva, e gli istituti e le università facevano! Adesso invece dovremo mettere insieme un sacco di gente, che fino a ieri erano solo dei burocrati, messi lì per controllare e basta, dovremo farli mettere d'accordo, vedrai il casino, che cazzo ne sai tu dei russi, ciascuno vorrà la sua stecca, e boicotterà gli altri, e una pletora di altri direttori incompetenti si farà avanti, io sono meglio di lui, diranno, perché lui sì e io no? Ho molti timori, Vittorio, il tuo progetto coinvolge troppe organizzazioni allo sbando, staccate tra di loro, che invece devono lavorare in modo collegato e interdipendente. Che garanzie posso avere che il progetto vada in porto? Un miliardo e mezzo, mi chiedi! E solo per arrivare ai prototipi! Guarda, solo in un caso potrei rischiare, se tu riuscissi a prendere i tecnici più importanti, quelli che realmente hanno il know-how, e portarli via dagli istituti. Facciamo qui in Italia un grande laboratorio di ricerca, e li assumiamo tutti.

- Ma qui li devi pagare con stipendi italiani! E poi le mogli, i figli, gli devi trovar casa.

- Che mogli e figli! Vengon qui, assunti solo per il tempo necessario al progetto, e poi via, a casa loro!

- E come vivranno, quando saranno tornati a casa? Se lasciano il posto di lavoro, poi chi li riassumerà? Coi tempi magri che si prevedono!

- Cazzi loro, Vittorio. Che cosa ci posso fare, io.

- Niente. Voglio dire, non so se accetteranno.

- Se non accettano, che continuino a starsene nella loro merda, non ne facciamo niente e amici come prima. Vedrai, vai lì con qualche dollaro in bocca, e ti correranno dietro come cagnolini.

- Roberto, tu conosci i russi meglio di me. Ma io non credo che accetteranno, soprattutto adesso, con l'entusiasmo che c'è in giro dopo la vittoria di Eltzin e tutto il resto. Ho parlato con uno di loro per telefono, e mi ha detto, vedrai, tempo cinque anni, e la Russia, nell'elettronica, diventerà il numero uno nel mondo.

- E tu ci credi?

- No. Il problema però è che ci credono loro.

- E allora ... che facciamo?

- Roberto, sei tu che metti i soldi. Per me il progetto è ancora valido, più difficile, certo, ma realizzabile. I russi con cui ho parlato io lo vogliono più di prima, lo sentono come una cosa loro, adesso, e io credo di essere in grado di portarlo a termine.

- Dammi un po' di tempo per pensarci.

Purtroppo però aveva ragione Roberto. Negli incontri successivi Vittorio si accorse di come ormai si fosse innescata, tra i vari istituti, una sorta di concorrenza disgregatrice. In pratica, molti dei ricercatori e degli accademici più validi e presuntuosi, subodorando l'occasione, avevano pensato bene di porsi sul mercato, a prezzi assurdamente esosi, soprattutto da quando cacciatori di teste di aziende americane e giapponesi stavano sbarcando in forze per acquisire e portare a casa i migliori cervelli della scienza militare e aerospaziale ex-sovietica. Adesso quindi, per Vittorio, i problemi maggiori non stavano tanto nel cercare di coordinare i lavori di persone appartenenti a organizzazioni diverse, e non più indirizzate dalla volontà pesante ma unitaria del partito comunista, ormai fuorilegge, quanto piuttosto nella quantità di valuta pregiata che i vari scienziati pretendevano per sé e per il loro know-how, e che di volta in volta aumentava di quasi un ordine di grandezza. In queste condizioni, anche Vittorio capiva di non essere assolutamente in grado di stendere un budget di investimenti attendibile, anche perché, al di là di un contratto, il cui valore sarebbe stato pari a quello della carta su cui era scritto, non aveva nessuna garanzia, da parte di nessuna autorità, che di punto in bianco un qualche personaggio chiave non se ne sarebbe andato, preda di un miglior offerente, lasciando il progetto a metà e senza alcuna possibilità di portarlo a termine. A dicembre Roberto e Vittorio conclusero di comune accordo che non se ne sarebbe fatto niente. E Vittorio, ancora una volta, si trovò davanti al baratro di dover decidere che cosa fare nella vita.

- Sono stanco, ragazzi. Sono stanco dentro, nel cuore.

Vittorio non aveva mangiato quasi niente. Né l'insalata di funghi, né il risotto coi tartufi. Aveva soltanto bevuto, quasi due bottiglie di Gavi da solo. Anche se aveva voluto lui andare a cena alla Zelata, vicino a Bereguardo, il posto che forse preferiva. Viola lo guardava, con comprensione, ma senza riuscire a dirgli niente. Ormai i loro rapporti erano diventati quelli di due vecchi amici, Viola con la sua vita e Vittorio tutto intrippato nei suoi casini russi. Ma si volevano bene, un grande affettuoso bene. Quella sera Vittorio aveva desiderato riunire un po' di amici, e aveva invitato, oltre a Viola, anche Mbaye e sua moglie, e Massimo e Natasha. La cena alla Zelata gli sarebbe costata più di mezzo milione, ma aveva appena ricevuto da Roberto trenta milioni di benservito, che gli avrebbero consentito di vivere qualche mese, prima di riuscire a trovare una qualche attività. Con quello che aveva risparmiato l'anno prima, Vittorio poteva ora contare su una settantina di milioni. Valeva la pena di spenderne mezzo per stare in un bel posto con gli amici, al caldo, vicino a un caminetto acceso, mentre fuori c'era un nebbione fitto fitto e i meno cinque dell'inverno di gennaio. Stana combriccola, con il direttore commerciale di una grande multinazionale americana, una ex ragazza di vita russa, un operaio e una donna delle pulizie di colore, e una disegnatrice di moda in disarmo mantenuta ora da chissà chi. Vittorio aveva avvertito Massimo della presenza di Mbaye e di Malina, ma lui, da quel buon diavolo che in fondo era, non aveva fatto una piega. Anche a tavola, era stato molto gentile con tutti, e Vittorio gliene era profondamente grato.

- Che cos'è che possiamo fare in Africa, Mbaye, con settanta milioni? - abbozzò Vittorio durante un momento di fiacca della conversazione, con un sorriso tirato per i capelli. Anche Mbaye sorrise, e scosse la testa nera e riccioluta.

- Potresti mettere in piedi una segheria, ma credo che occorrano ben più di settanta milioni.

- Con settanta milioni - intervenne Massimo - potresti aprirti uno studio di commercialista come si deve, rientrare nel giro.

- No, Massimo, mai più. Non fa per me. - Si versò un bicchiere di vino - Piuttosto ... far qualcosa con la Russia, che ne dici, Natasha? Magari coinvolgendo tuo padre.

- Mio padre - arrossì Natasha - ormai non conta più niente. Adesso dirige uno stabilimento dalle parti di Gorkij, ma c'è in giro aria di privatizzazione, e nemmeno lui sa che fine potrà fare.

- Appunto. Potrebbe mettersi nel commercio, potremo aprire una società di import-export. Bene o male, le conoscenze le avrà conservate, no?

- Ma perché proprio in Russia, non puoi trovare qualcosa da fare qui? - chiese Viola, apprensiva come una madre.

- Ha ragione, invece - disse Massimo - è il momento buono. In Russia adesso c'è bisogno di tutto, dal cibo ai vestiti, ai generi di consumo più disparati. Si possono fare grandi affari. In Italia, ormai, c'è una ventata di crisi economica che fa paura. Lo vediamo anche noi, nella Compagnia, per quest'anno prevediamo grossissime difficoltà.

- E poi c'è un'altra ragione - continuò Vittorio. - Io amo quel paese, e non lo voglio abbandonare proprio adesso. Non chiedetemi perché lo amo, non lo so. Ma è così. Prevedo un periodo di grande confusione, di tentativi falliti, di anarchia economica, di criminalità. E mi piacerebbe esserci, per dare una mano. Lo so che può sembrare ridicolo, che cosa posso fare io, che sono sostanzialmente un fallito, inconcludente, egoista, e aggiungetevi pure quello che volete. Ma non fare niente per i miei amici russi mi sembrerebbe un ... tradimento. Vedere come stanno precipitando nel più miserabile individualismo, nel culto del denaro, nell'homo homini lupus, senza più un minimo di attenzione per valori come la solidarietà, il rapporto umano, l'amicizia, la cultura, tutto questo ... mi fa star male.

- Ma che cosa puoi fare, tu? - chiese Natasha guardandolo con tristezza.

- Non lo so. Ma per saperlo devo andare là, non stare qui.

Per qualche istante si udì solo il crepitìo del fuoco del caminetto. Poi Vittorio proseguì.

- Natasha, a Mosca ho conosciuto una ragazza, si chiama Maria, anzi, Masha, ha poco più di vent'anni. Uno splendore. E ho sempre davanti a me i suoi occhi, di un blu profondo, colmi di una malinconia e di una sfiducia nella vita da spezzare il cuore. E beve. Beve con rabbia, con disperazione. E quando ha bevuto ride, sgangherata, e spalanca le gambe e grida "Dai, vieni, che facciamo l'amore". Ecco, mi piacerebbe almeno fare qualcosa per lei. Cominciare, almeno, a far nascere la speranza in qualcuno, fargli capire che al mondo c'è anche chi non pensa solo a fare i soldi, che si può costruire qualcosa partendo da un rapporto tra le persone che sia ... gratuito, disinteressato.

Natasha non fiatava quasi, lo sguardo fisso sul piatto, con un movimento quasi impercettibile delle sopracciglia.

Ci pensò Massimo a rompere quella tensione nell'aria, di cui tutti si stavano rendendo conto.

- È bello quello che dici, Vittorio, anche se mi sembra tutto, scusami, un po' ... retorico. La solidarietà, l'amore, certo, d'accordo. Cose bellissime e importanti. Ma da quello che so, e da quello che ho visto quelle poche volte che sono andato a Mosca con Natasha, c'è bisogno di ben altro, in Russia. C'è bisogno di rimboccarsi le maniche, e lavorare sodo, altro che! C'è da costruire ex novo un'infrastruttura industriale, una mentalità imprenditoriale, un'economia che funzioni, che sfrutti al meglio le immense risorse di quel paese, che dia lavoro e benessere alla gente, e solo dopo potremo parlare di tutto il resto, della cultura, dell'amicizia, e di quelle altre belle cose che dici tu.

- No, ha ragione Vittorio - disse piano Natasha, senza guardare nessuno - se non creiamo le condizioni che dice Vittorio, la Russia diventerà peggio di un'arena, dove tutti si sbraneranno a vicenda, io li conosco, i russi, non si pongono dei limiti, e se qualcuno dice loro che bisogna fare i soldi, lo faranno, a tutti i costi e senza guardare in faccia nessuno. E sarà pericoloso anche andare in giro per la strada in pieno giorno. Un inferno!

- Be', non esageriamo - sdrammatizzò Massimo - e smettiamola con questa storia dei russi tutto passione e poco razionalità, guarda tuo padre, dio santo, è un uomo normalissimo, una gran brava persona.

- Non c'entra - disse Vittorio - qui non è in discussione se esista l'anima russa o meno. Qui bisogna evitare che, dopo settant'anni di pane più o meno garantito, i russi si sentano improvvisamente alla deriva, senza riferimenti di sorta, senza sicurezza alcuna, e diventino dei cani che difendono la propria ciotola con le unghie e con i denti, contro tutto e tutti, e se non ce l'hanno cerchino di arraffarla a chi ce l'ha. Bisogna evitare che qualcuno abbia un bue intero, e gli altri gli avanzi, perché questi allora cercheranno di rubargli il bue, o cercheranno di emularlo, per averlo anche loro, ma di certo non ci sono buoi per tutti, e allora molti digrigneranno i denti, pieni di rancore, pronti a farsi fuori a vicenda.

- Che visione apocalittica e sentimentale! - disse Massimo allargando le braccia - Ma insomma, c'è comunque un presidente, un governo, un parlamento! Ci saranno delle leggi, una polizia che le farà rispettare, e sant'iddio, in fondo, in che situazione eravamo, noi in Italia, dopo la guerra! Simile, se non peggio.

- Massimo - disse calmo Vittorio, guardandolo dritto in viso - io non credo, non credo affatto che il capitalismo, la sua legge e il suo ordine siano la condizione naturale dell'uomo. E la colpa storica del comunismo in Russia, con la sua caduta che pure è sacrosanta, è stata proprio quella di convincere il mondo che non esistono alternative al capitalismo. Questo non glielo perdonerò mai. Ma l'utopia cui tendere è sempre quella di Stato e rivoluzione, Massimo, e io voglio che si cominci a ripensare alla strada da percorrere per arrivarci. Sono disposto a tutto, e se qualcuno un giorno mi dicesse che per questo è necessario uccidere Eltzin, ebbene lo farei.

Massimo scosse la testa.

- Parole, Vittorio, parole in libertà. Ideologia morta e sepolta. L'uomo è quello che è, che è sempre stato. E ad ogni modo, lascia stare i russi, che mi pare abbiano sofferto già abbastanza.

- Vorrei anch'io che fosse come dici tu, Vittorio - intervenne Mbaye, dopo un pesante interminabile silenzio. - Ma purtroppo non ci credo. C'è sempre stato, dappertutto, quello che comanda, e ha di più, e se lo tiene stretto. E tu puoi portarglielo via, ma poi diventi come lui, e allora è molto meglio partire da un'altra prospettiva, meno ideologica ...

- Ti hanno ben inculato anche te, eh, Mbaye! - lo interruppe sarcastico Vittorio - Quattro soldi, e via, nel migliore dei mondi possibili. L'anno scorso, a capodanno, non mi pare che la pensavi così. Non è che mi diventi anche leghista? Un nero che sta con i razzisti!

- Vittorio, ma che cosa dici, che c'entra adesso ...

Mbaye era sbalordito, offeso. Proprio lui, segretario di un'unità di base del nuovo Partito democratico della sinistra!

- Ma quali razzisti, che cazzo dici? - insorse Massimo, punto sul vivo - Be', io alle amministrative dell'anno scorso ho votato Lega, va bene? L'unica cosa nuova e sana in questo merdaio dei partiti. E allora? Che cosa sono, un razzista? Mi pare che sto dimostrando il contrario, mi pare! Hai bevuto un po' troppo, Vittorio, forse è il caso di andare.

Vittorio guardò sia Massimo che Mbaye.

- Scusatemi. Non pensavo quello che ho detto. Scusami, Mbaye. Forse è vero che ho bevuto troppo. Andate pure, ragazzi, io resto ancora un po' qua, con Viola. Tu vuoi che restiamo un po', vero, Viola?

- Naturalmente - disse Viola dolcemente, prendendogli la mano.

Si alzarono tutti, con un senso di disagio e di amarezza. Sulla porta, Mbaye si voltò e disse:

- Comunque, Vittorio, io non sarò mai un leghista. Volevo solo dire che forse bisogna partire dalle persone, per cambiare il mondo. Tutto qui.

- Ho una grande stanchezza, qui, nel cuore - ripeté Vittorio, solo con Viola. - Ho voglia di piangere, Viola, non so che fare, di questa vita che sto buttando via. Aiutami, Viola.

- Sono i tuoi sogni che ti rovinano, Vittorio. Questo obiettivi così ... irreali, impossibili.

- Ma io non riesco, Viola, a ... ad adattarmi a un mondo così piatto, balordo, venale. Ma che senso c'è a vivere così!

- Perché, è così insensato avere una donna, una famiglia, dei figli? ... È questo, che tu hai buttato via della tua vita, Vittorio, ed è per questo che ti senti così inutile. - Pausa. - Che ne è di Laura ... l'hai più sentita?

- Ci siamo fatti gli auguri a Capodanno, venti giorni fa. Adesso vive con un inglese, che lavora con lei, nella sua scuola. Ma non c'è più niente da fare, con lei, Viola, no, non mi interessa, non l'amo, non posso più far niente con lei. No, Viola - riprese dopo un attimo - è questa precisa consapevolezza di non poter far niente per cambiare un mondo che detesto, che mi fa sentire così vuoto. Chiamalo retorica, romanticismo, ideologia, quello che vuoi, ma è così, ne sono certo, Viola, io sono cresciuto mentre il mondo era in rivolta, tutto, dall'arte alla politica ai rapporti umani, è stato questo il sessantotto, Viola, e io non voglio accettare che sia tutto finito in fumo, è per questo che vivo come vivo, aggrappandomi alla prima opportunità che mi si presenta, che mi possa offrire qualche sensazione forte, di conoscenza profonda, oltre il visibile, di potenza, di possibilità di cambiare il mondo cambiando continuamente la mia visuale delle cose. È questo l'happening, Viola, è un grido, "Sveglia!" è un atto di rivolta contro le forme morte della vita.

Se ne tornarono a casa, nell'auto silenziosa immersa nella nebbia, parlandosi dolcemente, mano nella mano, senza staccarsi nemmeno quando Vittorio doveva usare il cambio, per far questo toglieva la sinistra dal volante per un attimo, tanto andava piano, e nessuno dei due voleva rinunciare al calore struggente di quella stretta.

Giunsero al villino che era l'una di notte. Entrarono senza dire niente, direttamente in camera da letto, e si spogliarono lentamente, guardandosi, fissando bene nel ricordo tutti i movimenti, e gli abiti che cadevano, e i corpi nudi, e poi le carezze, e i baci, e l'amore, tutto rallentato, dilatato, come per fare in modo che il tempo non scorresse più.

M A S H A

Così Vittorio era di nuovo a Mosca. Una Mosca già molto diversa da quella di pochi mesi prima, senza più l'Unione Sovietica, senza più il partito comunista, senza più la statua di Drzhenzinskij, di Kalinin, con i nomi delle strade che stavano cambiando, perfino Prospekt Marksa, che stava diventando Okhotnij Rjad. Una Mosca già abbruttita dalla mancanza di cibo, dalle lunghe code, nel gelo delle cinque del mattino, davanti a quei pochi negozi che il tam tam cittadino informava essere in procinto di rifornimenti, dall'inflazione a tre cifre e dalla svalutazione galoppante del rublo. Con l'introduzione di una politica di prezzi liberi, di mercato, accanto al mantenimento del sistema dei prezzi controllati per la fascia dei più poveri, cioè di quasi tutti, l'apparato produttivo e distributivo dello stato si era sfasciato, e quel poco che riusciva ad arrivare a Mosca veniva per la gran parte dirottato nei negozi commerciali, inavvicinabili per oltre il novantacinque per cento dei moscoviti. Fu l'inverno più duro dai tempi della guerra. Si profilavano ormai due mondi nettamente distinti: quello che aveva come base il rublo, in cui operava la stragrande maggioranza della gente, tra cui i pensionati e i professionisti chiave del paese come i medici o gli insegnanti; e il mondo che ruotava attorno al dollaro, alimentato sì dalle attività di import-export di un numero sempre crescente di giovani società private, o dalle joint-ventures con partner stranieri, ma pure dalle puttane, dai venditori abusivi di orologi sulla Piazza Rossa, dai giovani mercanti di souvenir all'Arbat, dai tassisti e dai "mafiosi". Logico che il primo mondo, al limite della sopravvivenza, tentasse in tutti i modi di avvicinarsi al secondo, con ovvie conseguenze, spesso, sul piano della correttezza nei rapporti di lavoro, e della qualità dei servizi pubblici, in primis, appunto, quelli sanitari e quelli scolastici. Senza parlare poi di quegli operatori, altamente professionalizzati, e quindi indispensabili alla struttura pubblica, che da un giorno all'altro abbandonavano il loro posto, e si mettevano a trafficare con i prodotti più disparati, dall'acciaio all'urea, dal granito alle icone antiche, purché portassero a casa valuta pregiata. E la svalutazione del rublo, ovviamente, galoppava a più non posso.

Vittorio comprese subito che, per sopravvivere e avviare una qualche attività, doveva giocoforza entrare nel mondo del dollaro. Così, suo malgrado, iniziò la sua vita moscovita facendo il trader, cioè l'intermediario tra organizzazioni russe e organizzazioni italiane che avevano ciascuna qualcosa da vendere o da comprare. Con l'aiuto di Roberto Marchi, aveva firmato un contratto con la Impex International S.p.A., una grossa società di trading italiana, che lui avrebbe rappresentato a Mosca, quindi era ritornato nel suo appartamento di ulitza Kutuzova, e di lì aveva cominciato a guardarsi in giro per non morire trader. Perché, in ogni caso, lui certo non era venuto a Mosca per fare il business man! Anche se, per il momento, non gli veniva in mente nessun'altra idea concreta.

Per questa sua nuova attività Vittorio aprì un piccolo ufficio in Leninskij Prospekt, e prese come collaboratore Dmitrij Krilenko, un giovane che lavorava allo scalo Alitalia di Mosca, figlio di un grosso dirigente dell'ex ministero dell'energia, che non solo parlava molto bene l'italiano ma, tramite suo padre, poteva contare su conoscenze importanti, che continuavano a essere tali anche nel nuovo corso eltziniano. In più era un ragazzo sveglio, intraprendente, e le commissioni che gli aveva promesso Vittorio per contratto erano quanto mai stimolanti.

Anche se c'erano ben altre cose in Russia, in quel momento, stimolanti, c'era un paese da ricostruire, sotto tutti i punti di vista, produttivo, etico, culturale. Si poteva partire da zero! Quale occasione irripetibile! Se Andreij Ljubljev da New York fosse tornato a casa, di quante cose avrebbero potuto parlare, quanti progetti avrebbero potuto affrontare, "Sai che forse stavolta ce la possiamo pure fare?" e insieme avrebbero trovato il come, dio santo, e avrebbero potuto opporsi, a quella bramosia suicida di imitare l'occidente, e di incastrarne il modello in un tessuto sociale come quello russo, dalle maglie così fragili, quasi inconsistenti! Ma dov'erano, gli Andrej Ljubljev? Dov'erano nascosti, dove? Possibile che si facessero sentire unicamente gli sgherri di quel dogma bugiardo e rumoroso, per cui è il capitalismo il motore naturale dell'umanità? Il libero mercato, la proprietà privata, la competizione? Per cui i sogni umanistici alla Andrej andavano liquidati per quello che erano realmente, e cioè aria fritta post-comunista? Ideologismo di ritorno? Ma allora, che cosa avrebbero dovuto fare gli Andrej, i Vittorio, sarebbero dovuti scomparire soltanto perché gente come Gajdar, quell'ex teorico del partito comunista ed ex giornalista della Pravda, era determinata a portare il paese verso il modello americano? Magari leccando il sedere al Fondo Monetario Internazionale? O non si poteva sperare invece di farla finita davvero, con tutti quegli ex comunisti pentiti alla Giuliano Ferrara, che, tuonando sulle barbarie del sistema comunista, si infilavano dritti dritti nella deificazione laica e beota del capitalismo, cristo!, andavano fermati da subito, quei criminali che freschi freschi di american universities e di parties e di meetings con i boss della finanza mondiale, decidevano le loro prove insane sul corpo vivo del paese, riducendolo a un ibrido inumano e putrescente, il tutto voluto e cresciuto ancora una volta dalle stanze segrete del Kremlino!

Già. Ma come? COME? Dov'erano quelli disposti a seguirli, Andrej, o Vittorio, o qualche altro disgraziato che la pensava come loro? Non certo quei rottami del vecchio PCUS! Tempo al tempo, compagni. La merda in cui ci sta portando l'ex compagno Eltzin è ancora troppo bassa. Tempo al tempo.

Masha non viveva più con Svetlana, avevano litigato, perché tutti preferivano Masha a lei. No, Svetlana non sapeva dove fosse andata, non aveva il numero di telefono, niente di niente.

Vittorio voleva rivederla. La cercò all'Inturist, tutte le sere, poi cominciò a girare gli altri alberghi, il Kosmos, il Metropol, il Moskva, il Mezhdunarodnaya, e poi quelli nuovi, l'Aerostar, lo Slavianskaya, il Penta, tutti, e dappertutto si avvicinava alle ragazze in attesa dei clienti per chiedere di lei, ma niente da fare, non la conoscevano, forse non era più del giro, dammi il tuo numero di telefono che se so qualcosa ti chiamo.

- Non chiamatemi per altri motivi - chiariva subito Vittorio - ma solo per darmi sue notizie. Devo vedere Masha. Grazie.

Passarono mesi, passò la primavera, e si era già in estate. Vittorio era tornato da pochi giorni da un viaggio in Italia, dove il luglio afoso soffocava le città, mentre lì a Mosca c'era un venticello delizioso, e Dmitrijj gli aveva fissato un appuntamento con un cliente siberiano, Valerij Pukov, di Krasnojarsk. Costui poteva fornire a una ditta italiana, che li aveva richiesti, una quantità illimitata di assi di abete per la fabbricazione di europallets, un grosso affare, da seguire attentamente. Il cliente era sceso all' Ismailovo, un enorme squallido albergo sovietico fuori dal centro, a nord-est, vicino a quello che una volta, ai tempi di Pietro il Grande, era un paesino chiamato Preobrazhenskoe, a circa cinque chilometri dalle mura della Mosca di allora, dove il futuro czar soleva starsene in santa pace, a giocare coi soldati e a fraternizzare coi tedeschi del quartiere omonimo. Oggi il luogo fa parte della megalopoli che è la Mosca attuale, ed è una meta turistica per via del bel complesso secentesco in cui alloggiava il Pietro con la sua Allegra Compagnia, in uno splendido parco circondato dall'acqua di un canale. Pukov, dopo il pranzo, chiese di visitare il posto, e così Vittorio si trovò, alle tre del pomeriggio, a passeggiare pigramente tra quelle piante ombrose, chiacchierando del più e del meno, promettendo al cliente che sarebbe sicuramente andato a trovarlo a Krasnojarsk, perché lui in Siberia non c'era mai andato, e gli avevano detto che c'erano delle foreste sterminate, piene di orsi e di altri animali selvaggi. E mentre Pukov gli stava dicendo che sarebbe stato molto lieto di ospitarlo, e che sì, le foreste siberiane erano un pezzo di natura incontaminata, e che se voleva gli avrebbe organizzato una bella battuta di caccia all'orso, Vittorio la vide. E non ascoltò più, né il cliente né Dmitrij.

Masha era seduta su una panchina, da sola. Aveva i capelli arruffati, gli occhi pesti, duri, e una sigaretta nervosa e tremolante tra le dita. C'era una bottiglia di vodka vuota, appoggiata di fianco alla minigonna nera, corta fino all'inguine, che faceva tutt'uno con un giubbino corto di stoffa sintetica increspata, anch'esso nero. Masha! Com'era ridotta! Quasi non la riconosceva, le erano venute persino le rughe sulla fronte. Vittorio si fermò, si scusò in fretta con Pukov, poi pregò Dmitrij di continuare lui con il cliente, si sarebbero visti la sera, al ristorante italiano Il pescatore, al numero trentasei di Prospekt Mira, alle otto in punto. E quando i due furono finalmente fuori vista, corse da Masha, che già si stava alzando traballante dalla panchina.

- Masha! - chiamò. Lei si girò, e abbozzò un sorriso inespressivo. Aveva gli occhi completamente spenti, quegli occhi blu che eran così belli, dio santo, ma che cosa faceva, che cosa aveva fatto in tutto quel tempo!

- Masha ... - le sussurrò quando le fu vicino, in russo. - Come stai, malenka devushka, quanto tempo ti ho cercata!

- Me? - disse Masha, con una voce roca da far paura.

- Sì, tu, piccola Mashenka, tu, miei grandi profondi occhi blu! Dove sei stata, non riuscivo a trovarti ...

- Ma tu chi sei, cosa vuoi?

- Sono Vittorio, non ti ricordi? È stato un anno e mezzo fa. Sono quello che conosceva Natasha ... e Roberto Marchi, ti ricordi? Avevo la fotografia di Natasha nel portafoglio.

- Ah, sì ... sì, mi ricordo. Vagamente.

- Hai da fare, adesso?

- No, niente.

- Allora andiamo a casa mia, vuoi? Parliamo un po', stiamo un po' assieme.

- Va bene, andiamo.

Uscirono dal parco, fermarono una macchina, e in venti minuti arrivarono in ulitza Kutuzova.

Non faceva niente, Masha, in quel periodo. Era stanca di quella vita, e così era tornata a vivere con i suoi. Ma era anche peggio, un inferno, suo padre beveva, e la picchiava, perché voleva che lei portasse a casa i soldi, per comprarsi ancora da bere. E beveva anche lei, molto, troppo, e ogni tanto andava sulla Piazza Rossa, a trovare qualche cliente, adesso non andava più per il sottile, c'era un sacco di concorrenza, e quello che si trovava andava bene. Chiese a Vittorio se voleva fare l'amore, ma lui le disse che no, almeno non quella volta, che comunque le avrebbe dato lo stesso i soldi, e che voleva vederla la sera successiva. E così cominciarono a frequentarsi, sempre più spesso, e a fare l'amore, e a uscire insieme, ristoranti, discoteche, e qualche volta al Bolshoi, dove Masha, che non c'era mai entrata, guardava tutto a bocca aperta, piena di stupore, e seguiva la storia di Giselle o del Lago dei Cigni con le lacrime agli occhi, e poi si girava verso Vittorio, abbracciandolo col cuore gonfio di felicità.

- Io ti amo, Vittorio - gli diceva.

E quando Vittorio un giorno le chiese di venire a vivere con lui, lei rispose che sì, sì!,non aspettava altro che lui glielo chiedesse.

P A R T E T E R Z A

M A G G I O

Dopo quella discussione avvenuta in seguito all'aggressione della banda dei ragazzini, Vittorio non era più lo stesso. La sera Masha lo guardava, in silenzio, rannicchiata sulla poltrona come un gatto. Lo vedeva assorto, lontano, e non sapeva che cosa fare, cosa pensare, come comportarsi. Ne studiava gli sguardi, i gesti, per essere pronta, per cercare di capire, e tutto questo le procurava un'ansia crescente, e un angoscioso senso di inadeguatezza e una malinconia profonda le scendevano dentro nel cuore, e poi nello stomaco, nel ventre, e di lì per tutto il corpo, fiaccandolo, e costringendola a starsene immobile, senza energie. Lei amava Vittorio, ma lui non le aveva mai detto veramente che l'amava. Quell'uomo non era suo, non lo era mai stato. Forse per lei un tempo aveva provato della pietà, della tenerezza, questo sì, e Masha, aveva allora risposto con slancio, facendogli capire che sì, grazie, cominciava davvero a stare meglio. E molti segnali avrebbero dovuto confermarglielo, dalla casa rassettata e in ordine, dal piano del fornello a gas sempre pulito dalle incrostazioni di caffè, che quella maledetta guarnizione consumata lasciava colar giù, e pazienza se lui non si dava da fare per trovarne una nuova; fino al gesto di togliergli la forfora dalla giacca quando lui rientrava in casa, o all'uso delle candele gialle durante le loro cene casalinghe, che lei odiava perché facevano poca luce, e che Vittorio invece amava tanto. Ma adesso Vittorio non c'era più, neanche quando, a letto, se la stringeva contro, e lei si faceva piccola piccola tra le sue braccia, e non poteva capire che forse era lui, Vittorio, che avrebbe voluto rimpicciolirsi, e stare nel suo grembo morbido e caldo.

Anche la voce, di Masha, bella e musicale, si stava di nuovo arrochendo, rattristando, con quella maledetta malinconia che non se ne voleva andare, e lei ci doveva dormire pure assieme, ci si svegliava, ci viveva dentro, anche quando cucinava, o quando si lavava, si truccava, si faceva bellissima, e sceglieva un vestito grazioso perché Vittorio stava per arrivare a casa. Lui entrava, le rivolgeva un sorriso distratto, la guardava fisso e l'accarezzava; lei tendeva il suo viso verso l'alto, un battito timido di speranza, poi però, da come la stringeva, capiva che lui era sempre più lontano. Allora si liberava dalla stretta, si allontanava piano, a passi lievi, e andava in camera a piangere in silenzio.

Masha non aveva che Vittorio. Fuori di lì, in quella città caotica, assordante, sporca e cattiva, non aveva nessun altro. Nessuno che la salutasse, che le rivolgesse uno sguardo affettuoso, forse anche per via di quella bocca che era tornata ad essere sempre più rossa, e di quegli occhi che diventavano sempre più blu, un mare di lacrime trattenuto a fatica, che sarebbe straripato in un attimo per un gesto d'amore o d'amicizia che lei avesse percepito come autentico.

Vittorio non le aveva detto niente del progetto. Voronov era stato tassativo: nessuno doveva sapere niente. Aveva quindi dovuto raccontarle che lui qualche volta sarebbe andato in palestra, con la scusa che stava ingrassando. In realtà, andava in un poligono di tiro, a sparare con un fucile ad alta precisione, in mezzo a gruppi di gentaglia con la testa quasi rasata e una specie di svastica cucita sulla manica sinistra dei giubbotti di pelle nera, che lo guardavano con durezza e quasi con disprezzo. Appartenevano tutti a un'organizzazione di estrema destra, che sognava la rinascita della grande Russia imperiale, autoritaria e potente, e si preparavano all'uso delle armi contro quel presidente imbelle e succube degli occidentali. All'inizio Vittorio era sbalordito, non ne voleva sapere di avere neanche casualmente a che fare con quei fascisti, ne aveva parlato con Anatolij, con Vladimir Vassilevich, con Kriushin, con tutti, anzi, aveva dato fuori di matto, aveva detto che non se ne faceva più niente, che lui quegli alleati, fossero pure occasionali, non li voleva neanche dipinti, che bisognava in qualche modo distinguersi da quei nazisti, perché la pubblica opinione, e il mondo intero, capissero che una cosa era il Movimento Democratico di Karjaghin, e di Rutskoi, e un'altra cosa erano quei bastardi reazionari. E Voronov aveva cercato di calmarlo, di spiegargli che quella era una vicinanza puramente accidentale, che l'unica cosa che li accomunava era la volontà di tornare a una Unione di repubbliche forte e potente, e la contrapposizione netta agli obiettivi economici e sociali di Eltzin e della sua congrega filoamericana. E che comunque, a vittoria ottenuta, quei fascisti sarebbero stati spazzati via dalla volontà del popolo.

- Credimi, Viktor Alexandrovich, - diceva Voronov - noi siamo più antifascisti di te, lo abbiamo sempre dimostrato. Anche se quella gente ha qualche obiettivo in comune con noi, noi non abbiamo nulla a che fare con loro. E il popolo lo sa.

Avevano già programmato tutto. L'evento sarebbe avvenuto a Nizhnij Novgorod, una città sul Volga a quattrocento chilometri a est di Mosca, che quando si chiamava Gorki era proibita agli occidentali, per via delle sue industrie belliche, ma che adesso era tornata agli antichi splendori commerciali. Era stato Vittorio a proporre la data e il luogo dell'evento, poiché aveva saputo che verso la fine di giugno ci sarebbe stata una grande fiera internazionale proprio a Nizhnij Novgorod, e Eltzin sarebbe andato a inaugurarla. Vittorio conosceva quel posto molto bene, perché l'anno prima aveva partecipato a un'altra fiera in rappresentanza di una ditta italiana, e si era fatto molti amici. Altri tempi, lontani anni luce; adesso Vittorio era così preso dai preparativi, che non si accorgeva neppure di come i suoi affari (quelli veri, che gli davano da mangiare) fossero fermi, perché lui li trascurava, e perché Dmitrij Krilenko se n'era andato.

Dmitrij ormai apparteneva a quella generazione di giovani russi, figli della perestroika e della caduta del comunismo, che voleva passare subito dal nulla al tutto. Ma non era, ovviamente, il "vogliamo tutto e subito" della generazione di Vittorio, una categoria della mente, dell'azione politica e sociale, contro il gradualismo della sinistra storica e del sindacato di Lama-Carniti-Benvenuto. No, qui il tutto era puramente e semplicemente rappresentato dal denaro, da tutto il denaro che si poteva subito arraffare, perché era questa la parola d'ordine diffusa dai media a tutto spiano, e che i giovani avevano immediatamente recepito, eccitati dalla sfrenata possibilità di fare, senza leggi e senza limiti, che per la prima volta da settant'anni si prospettava loro. Dmitrij era uno di quelli che fino a poco tempo prima guadagnavano l'equivalente di trenta dollari al mese, ma che adesso rifiutavano con sdegno stipendi da cinquecento dollari, pretendendo compensi dal valore nominale pari a quello dei loro corrispondenti occidentali, il che significava, nel contesto russo, rapportandosi al costo reale della vita, pur con la tara dell'inflazione galoppante, un potere d'acquisto superiore di dieci volte a quello di un occidentale. Anzi, i Dmitrij volevano ancora di più, e trafficavano come disperati, intrufolandosi in tutte quelle occasioni che venivano a conoscere di affari grossi, in dollari, dal milione in su, sui quali imponevano un compenso di mediazione finanche del dieci per cento. Spesso ne uscivano scornati, perché troppo esosi, e impreparati, o per la coglioneria o la malafede degli interlocutori. Ma qualche volta gli andava pure bene, ed è chiaro che con tre o quattro colpetti all'anno di questa portata, un Dmitrij si sarebbe portato a casa, esentasse, in un anno, poco meno di un miliardo di lire. Così, si poteva comprare l'agognata Mercedes 600 (ché, guai, una macchina più piccola avrebbe danneggiato la sua reputazione), e magari una villa a Rapallo, o costruirsi fuori Mosca, a venticinque anni, una megavilla di tre piani, con piscina e un imprecisato numero di bagni. Altre volte invece i Dmitrij si mettevano in proprio nel commercio, e anche lì si potevano fare degli affari enormi, soprattutto se si aveva il coraggio di battere le regioni più lontane e disagevoli, acquistando ad esempio in Italia un diecimila paia di scarpe alla volta, a venti dollari CIF Mosca, e rivendendole ai negozi di Omsk a trenta, trentacinque dollari, con profitti lordi dell'ordine di cento, centocinquantamila dollari. Certo, in questi casi spesso si doveva ricorrere a finanziamenti "irregolari", a tassi d'interesse da usura, col pericolo di due colpi in testa se si sgarrava, ma il gioco valeva la candela, e comunque i Dmitrij, per ogni eventualità, giravano per la Russia con la pistola bene in vista sotto la cinghia dei pantaloni.

"Questa è la gente che sta allevando Eltzin" - diceva tra sè Vittorio, magari quand'era a casa, la sera, assorto, con Masha che lo guardava fisso, insopportabile, rannicchiata nella poltrona. Con Dmitrij aveva il dente avvelenato, perché quando questi gli aveva parlato, entusiasta, del progetto per la sua casa megagalattica, con sei bagni, Vittorio gli aveva chiesto con sarcasmo: "Ma quanti culi hai, che ti servono sei bagni?" al che Dmitrij era sbottato: "Non capisci niente, sarai sempre un miserabile, alla tua età con tutte le tue arie hai ancora le toppe al culo, basta guardare dove vivi!" Brutto stronzo di un ragazzino tronfio pieno di merda, disposto a dare via il culo per quattro dollari, piccolo mafiosetto arrivista, ma che cazzo ne sai, tu, della mia vita, delle cose che ho fatto, che ho vissuto, senza l'assillo ansioso di arricchirmi, o di saltare da un cesso all'altro per provarli tutti, che ne sai tu di ... che ne sai tu ...

Già. Che ne sai di che cosa? Ma che cosa aveva mai fatto, Vittorio, o vissuto, da poter schiaffare sul muso a Dmitrij, per potergli ricacciare in gola i suoi squallidi insulti, per dirgli: "Toh, guarda, stronzetto ambizioso, questa è stata la mia vita, cui tu con tutti i tuoi miliardi futuri non potrai mai neanche avvicinarti, queste le mie esperienze, le mie "ricchezze", questo ..." Che cos'altro? Come spiegare a un Dmitrij la sua vita, se non era stato nemmeno capace di farla comprendere a ... a Laura, a Ettore, a Massimo, a Masha ... Ma lui, Vittorio, ci capiva veramente qualcosa, della sua vita? Che cosa aveva fatto di così importante da rinunciare, no, non alla carriera, ai soldi, chi se ne frega, ma ... all'amore, ad esempio, a degli affetti, ... a un figlio, all'emozione forte di vederlo nascere, e crescere, e imparare, e diventare grande ... Che cosa aveva fatto, Vittorio, di così urgente e necessario, da rinunciare alla gioia profonda di alzarsi una notte, e di andare a guardare un figlio che dormiva, sereno, fiducioso, col braccio sotto il capo e la bocca leggermente aperta? Già. Che cazzo aveva fatto, che cosa stava facendo, adesso, se non guardare fuori dalla finestra di casa, e fissare, tra gli alberi, il palazzo di fronte, otto piani anonimi e scrostati, con quattro luridi balconi per piano, coi parapetti di lamiera? Cosa c'era di così eccitante in quella vecchia vestita di nero che si sporgeva sul balcone a sinistra del quinto piano, o in quell'uomo annoiato, con il berretto alla Lenin, ritto e immobile sul balcone di destra del sesto piano, o in quella donna, seduta a una finestra, con quel pulloverino verde e la testa appoggiata stancamente a una mano chiusa a pugno? O nel rumore incessante sospeso nell'aria del traffico in Mozhaiskoe Shosse poco lontano? Nulla! Non c'era nulla. Ma era la sua discesa agli Inferi, Vittorio lo sapeva bene, e sarebbe culminata in un grande sacrificio. Quello di Boris Nikolaevich Eltzin. Dopodiché ... Dopodiché che cosa? Sarebbe iniziata un'età dell'oro? Ma via! L'età della giustizia e della solidarietà? L'età del cedersi il passo in ascensore e del sorridersi senza sentirsi a disagio durante il tragitto? L'età dello stare insieme, del sentirsi società, del a ciascuno secondo il suo bisogno? Ma figurarsi, con Voronov e Karjaghin! E allora, perché?, per quale stramaledetto motivo Vittorio si era assunto il compito di ammazzare Eltzin? Per motivi ideologici? Politici? Perché era incazzato per la rapina che aveva subito? Perché vedeva in Eltzin il distruttore materiale di un sogno, colui che stava introducendo in un paese santo come la Russia la filosofia laica e prosaica del negotium, violentandone una natura intimamente permeata di otium? O perché voleva investirsi lui di un gesto necessario e grande, al posto e per conto di quella massa ancora inebetita e troppo presa dai problemi quotidiani della mera sopravvivenza? O per combattere e distruggere simbolicamente tutti i Dmitrij del mondo? O, infine, per vivere l'happening definitivo della sua vita, un happening di morte sacrificale, e di rinascita (politica, spirituale, culturale, ... epocale!)? Perché da questo atto necessario e simbolico potesse scaturire la purificazione catartica di un popolo eletto e votato a una nuova missione storica mondiale? Bla-bla-bla. Ma insomma! Vittorio questo compito se l'era assunto perché sì, e basta. Perché Eltzin gli era antipatico e Rutskoi simpatico. Per cambiare. Per creare movimento in una situazione che era bloccata. Per provare. Vedere. Magari questa volta ...

E dopo il "sacrificio", lui, che avrebbe fatto? Secondo Voronov, lo attendevano grandi cose, grandi impegni e responsabilità. Vittorio ci sorrideva sopra. Avrebbe, come diceva Voronov, influito sulle scelte del paese, sull'organizzazione industriale, sull'economia. Come no. Ecco che cosa avrebbe sbattuto sul muso a Dmitrij, tra qualche tempo. Tie', stronzo d'un arrivista piccolo borghese. A te, e al tuo compare Eltzin. Così impara.

G I U G N O

Nizhnij Novgorod è una vecchia città, fondata nel 1221 dal principe Yuri Vsevolodovich. È il centro amministrativo e commerciale di una regione molto importante, sul piano industriale, scientifico e culturale. Sorge alla confluenza dell'Oka con il Volga, e ha uno dei porti fluviali più estesi del mondo. La città antica, quella che sorge sulla collina di destra guardando il corso del Volga, è splendida, con una fortezza che non ha nulla da invidiare al Kremlino di Mosca, con viali alberati, palazzi d'epoca , e vecchie case di legno, con le finestre decorate da intagli multicolori. La parte nuova, invece, la più estesa, è il solito piattume, palazzi dormitorio grigi e cadenti, uguali a quelli di tutte le città sovietiche. È comunque in questa città che nel millenovecentonovanta, su iniziativa dei Consigli regionale e municipale dei deputati del popolo, e dell'Associazione delle imprese e organizzazioni industriali, era sorta la Nizhegorodskaya Yarmarka, la Fiera di Nizhnij Novgorod, i cui obiettivi erano tra l'altro l'organizzazione di attività di marketing e commerciali, fiere, pubblicità, e intermediazione d'affari. Dal novantadue, praticamente non passa mese che non ci sia una manifestazione fieristica. Provvisoriamente, queste manifestazioni hanno luogo al piano terra di un bel palazzo del secolo scorso, esteso per quattromila metri quadrati, su due piani. Nel bel mezzo della lunga facciata che dà sul Volga, dove è situato l'ingresso per la fiera, il palazzo presenta una specie di torre alta quattro piani. Dall'alto della torre, si ha una bella vista dell'ampio spiazzo che si estende fino alla strada che costeggia il fiume, mentre sulla destra, proprio nel centro di un'enorme piazza, campeggia ancora oggi una statua gigantesca di Lenin, che benedice col berretto in mano.

Vittorio conosceva la città, c'era già stato appunto l'anno prima, in giugno, e conosceva bene l'edificio della fiera. Sapeva tutto anche del piano superiore, perché era diventato amico del direttore e, soprattutto, delle impiegate che vi lavoravano. Ed era salito pure all'ultimo piano della torre, invitato da Egor Korbatov, funzionario della Yarmarka, che lì aveva organizzato una mostra di quadri e di acqueforti di pittori della zona. Era stata bella, l'anno prima, a Nizhnij Novgorod, quella serata sul Volga, su un battello affittato tutto per loro, gente cordiale, aperta, c'erano tutti, gli organizzatori della Yarmarka, e il loro staff, e Egor, e poi Larissa!, quella splendida interprete di inglese. Ljudmila, la sorella di Egor, aveva cucinato lì sul battello una montagna di shasslik, deliziosi spiedini di carne, mentre la sua amica Marina aveva preparato due enormi vassoi colmi di pomodori, cetrioli e peperoni in insalata. E c'era birra, e vodka, e tanta allegria, e avevano cantato e ballato, in quel tramonto dolce che tingeva di rosso la pianura, e poi per tutta la notte, fino a quell'alba fredda e luminosa, che increspava lieve lieve lo scorrere lento del Volga.

Questa volta, però, era diverso. Nella valigetta non aveva i depliant della Morando Impianti, ma le parti componibili del fucile di precisione che avrebbe usato il giorno successivo. Ci aveva sparato quasi ogni giorno, durante quell'ultimo mese, nei poligoni, all'aperto, contro bersagli mobili e a diverse distanze, e ogni volta Vittorio premeva il grilletto con rabbia, con cattiveria, sparava alle sagome, o a chissà quali fantasmi, e li buttava a terra, a uno a uno, duro, preciso. Sarebbero potuti essere chiunque quei bersagli, Eltzin, o Dmitrij, Voronov, il biondo ubriaco di Leningrado, e via via più indietro, fino a quei bauscia dei suoi clienti, e Roberto, e i burocrati del partito, e il Vitti, e suo padre e sua madre, a tutti gli avrebbe sparato, Vittorio, giù, morti, senza pietà. Ed era anche bravo, tiratore abile, lui che quasi non aveva mai toccato un'arma in vita sua, che da militare si era imboscato in fureria, e Voronov gli sorrideva, e gli diceva che Karjaghin e il generale Malashov erano fieri del suo impegno, erano contenti che quella cosa così importante la facesse lui.

Certo che erano contenti. Perché era uno straniero, e non lo conosceva nessuno. Perché se lo avessero beccato, non ci sarebbe stato alcun legame tra loro e lui. E in quel caso qualche "fanatico" lo avrebbe messo subito a tacere. Morto stecchito. E Vittorio sarebbe stato quell'isolato psicolabile pazzo comunista che voleva attentare alla vita del "loro" presidente. E la cosa sarebbe finita lì, con tante scuse da parte del governo italiano.

Che Vittorio comunque stesse tranquillo. Gli avevano detto che gli agenti addetti alla sicurezza del presidente Eltzin avevano ricevuto ordini precisi. Non ci sarebbero stati controlli, nessuno sarebbe andato a frugare nelle stanze del palazzo, nessun cecchino avrebbe mirato alle finestre. E anche l'esercito, non si sarebbe fatto nemmeno vedere. Tranquillo. Che pensasse solo a eseguire il proprio incarico. Poi la sua vita sarebbe radicalmente cambiata. In un trionfo.

Vittorio sapeva che era stata approntata una lista di centocinquanta persone da arrestare un momento dopo che Pavel avesse dato la notizia dell'avvenuta uccisione del Presidente. Tutto sarebbe stato pronto, i telefoni sulle scrivanie, il proclama del Presidente provvisorio, gli ordini per le forze armate, i mezzi blindati e i carri armati, la dichiarazione dello stato d'emergenza, l'istituzione del coprifuoco, le prigioni dell'ex KGB per Cernomyrdin, Gajdar, Sobchiak, e gli altri centoquarantasette della lista. Vittorio non sarebbe stato coinvolto subito, ma di lì a un paio di mesi lo avrebbero nominato responsabile dell'organizzazione industriale per tutto il territorio russo. Ciò sarebbe stato utile anche nei rapporti con l'occidente, al quale si sarebbe presentata la scelta di un consulente straniero come "un segno della volontà del nuovo governo nel perseguire obiettivi di risanamento e di riorganizzazione del sistema produttivo del paese, e quindi nel porre delle basi più solide e sicure per collaborazioni e partnership di tipo economico e industriale".

Erano appena passate le cinque del pomeriggio, quando Vittorio si trovò di fronte alla porticina che conduceva all'interno della torre, appena a sinistra dell'ingresso principale della fiera. Al primo piano, c'era un corridoio di comunicazione con la zona uffici della Yarmarka, ma era vietato al pubblico. La sua dotazione era un'ampia valigetta da uomo d'affari, e un telefono cellulare. Sulla piazza davanti all'edificio c'era un viavai di camion e di gente, impegnati negli ultimi preparativi degli stand. Non lo notava nessuno. Vittorio respirò forte, varcò la soglia della porticina della torre, e cominciò a salire le scale, cercando di mantenere calma e disinvoltura. Si sentiva rosso in faccia, e un sudore appicicaticcio gli incollava la camicia sulla pelle. Dopo due rampe arrivò al primo piano. Non incontrò nessuno, e non c'era nessuno neanche in corrispondenza al passaggio per gli uffici. Salì ancora, fino in alto, e prima dell'ultima rampa riconobbe, a sinistra, la porta della sala in cui l'anno prima Egor aveva organizzato la mostra di pittura. Si fermò, adesso il cuore gli batteva all'impazzata. Doveva entrare proprio in quella stanza. Chissà chi c'era, oltre quella porta. Un operaio che finiva di tirare i cavi elettrici. O qualcuno che stava sistemando le ultime tele. O Egor stesso, in ritardo sul lavoro. Che cosa avrebbe detto? "Vittorio, che sorpresa!" E lui: "Ciao, Egor, sono qui per accoppare Eltzin!" Vittorio fissava la porta, poi guardava giù dalle scale, stringendo la valigetta con le mani fradice. Posò la mano sulla maniglia, e l'abbassò. La porta era chiusa. Meno male. La serratura era di vecchio tipo, come Voronov gli aveva confermato, e con il passepartout che aveva in tasca entrare sarebbe stato un gioco da ragazzi. Armeggiò con le mani che gli tremavano, infilando il passepartout nel buco, muovendo leggermente avanti e indietro, finché riuscì a girarlo nella scrocca. Erano passati solo venti secondi, ma a Vittorio parve un'eternità. Adesso tremava tutto, mentre apriva quella maledetta porta, piano, senza far rumore, e si trovò nell'ampia sala buia che ricordava benissimo. Richiuse bene dietro di sé, e si accasciò su una sedia, passandosi ritmicamente le mani nei capelli, quasi per fermare quel tremito che ormai lo scuoteva dalla testa ai piedi. Aveva paura. Gli era venuta una paura tremenda. E se l'avessero scoperto? Se in quel momento fosse entrato qualcuno, una guardia, e gli avesse chiesto che cosa stava facendo lì, al buio, e come c'era entrato, e che cosa aveva nella valigetta, e avesse visto il fucile smontato, che cosa avrebbe fatto? Avrebbe gridato, dato l'allarme, magari gli avrebbe sparato ... Dio santo, ma perché io, che ci faccio qui, io, cazzo!

La sala buia risuonò di quel "cazzo!", e Vittorio si rese conto che aveva gridato. Si guardò intorno, terrorizzato, fissò la porta, tese l'orecchio per sentire se si avvicinava qualcuno. Passò un minuto buono. No. Non c'era nessuno. Calma, Vittorio, va tutto bene. Va tutto bene.

Afferrò la valigetta, si alzò, e si guardò attorno. Da quel po' di luce che filtrava tra i pesanti tendaggi che coprivano le ampie finestre della sala, ebbe la conferma che anche quell'anno la Yarmarka aveva organizzato la consueta esposizione. O forse era permanente, chissà. Ora che i suoi occhi si erano abituati al buio, Vittorio riusciva a distinguere come essa era stata allestita. I quadri erano esposti lungo le due pareti gialle che correvano verso quella di fondo, con le finestre, che dava diretta sul Volga. Ma quell'anno i pittori locali avevano voluto strafare, così erano pure stati innalzati, a due metri da ciascuna parete, dei pannelli di legno, legati tra loro semplicemente con dello spago, in modo da formarne altre due, di pareti, parallele alle prime. Il pavimento della parte centrale della sala era più in basso di un paio di gradini, che correvano tutto intorno, e proprio al centro di essa si ergeva una sorta di piedistallo vuoto, di marmo, sul quale si leggeva ancora Maksim Gorkij, Cantore della Rivoluzione. Ma Vittorio non ci fece caso, troppo impegnato a cercare con lo sguardo, in fondo alla parete di sinistra, una porta che ci doveva essere. Non la vide subito, perché nascosta dalla paratia di legno, ma esisteva ancora, per fortuna. Di qui si accedeva, per una scala stretta e ripida, alla soffitta della torre. Vittorio attraversò rapidamente la sala. La porta non era chiusa a chiave. Trasse dalla tasca dell'impermeabile una torcia elettrica, l'accese, e cominciò a salire. I gradini eran di legno, e lui bestemmiava a ogni scricchiolio. Finalmente arrivò nella soffitta. Più che altro era un deposito, di quadri, statue, busti di chissà quali personaggi, il tutto coperto da un dito di polvere. Vittorio si fece strada tra le ragnatele verso la luce di due piccole finestre. Davano proprio sullo spiazzo davanti all'edificio, nel quale la mattina dopo, alle dieci in punto, sarebbe arrivato il corteo del Presidente Eltzin.

Le finestre erano molto basse, perché in quel punto il tetto arrivava a circa un metro e quaranta dal pavimento. Spostandosi un po' indietro, Vittorio riusciva a stare in piedi, col fucile imbracciato, e mirare proprio verso il punto in cui sarebbe arrivata l'auto presidenziale. Bastava aprire la parte superiore di una delle due finestre. Nessuno l'avrebbe visto né sentito. Approfittando del trambusto, Vittorio sarebbe poi immediatamente sceso, abbandonando il fucile, e sarebbe tornato nella sala, celato dalla paratia di legno, ben attento a non farsi notare, e in un modo o nell'altro si sarebbe dileguato.

Già. Più facile a dirsi che a farsi, pensò Vittorio, mentre l'ansia cominciava a riprendere il sopravvento. E se mi beccano? Non è che farò la fine di quello che ha sparato a Kennedy, come si chiamava, Lee Oswald? Oddio ... non è che Voronov poi mi fa sparare? Che mi fa arrestare e poi far fuori come Oswald? O cristo!

Non riusciva a stare fermo, camminava avanti e indietro sul pavimento di legno sporco, con pezzi di vetro da tutte le parti. Intanto il sole calava, e il buio sempre più fitto non faceva che aumentare la paura. Finalmente si sedette, costringendosi a calmarsi, e tirò fuori dalla valigetta due panini e una lattina di Coca Cola. Mangiò di mala voglia, alla luce della sua torcia elettrica. Davanti alle finestre, per ogni evenienza, aveva messo due grandi e spesse tele. Nessuno, anche se per errore avesse diretto la torcia verso le finestre, avrebbe potuto accorgersi di lui. Finito che ebbe di mangiare, andò in un angolo a pisciare, poi tornò vicino alle finestre, spense la torcia, e si sedette contro il muro. Durante la notte, non aveva niente da temere. Almeno così pensava. A ogni buon conto, era meglio preparare il fucile. Ormai poteva farlo anche a occhi chiusi, montò l'arma in meno di un minuto, silenziatore compreso, e a ogni scatto si sentiva sempre di più un giustiziere della storia. La caricò, e se la pose di fianco. La presenza fedele del fucile lo calmava per un verso, e lo eccitava per un altro.

Sicuramente alle sei avevano chiuso la porta d'ingresso, giù sulla piazza. Chissà se c'era qualche custode, qualche guardia, in giro per la torre. Vittorio non aveva sentito nulla. Il cuore ormai batteva a ritmo quasi normale. Anzi, guardando la sua situazione dal di fuori, gli veniva quasi da ridere. Non riusciva nemmeno a pensare che di lì a poche ore avrebbe ucciso un uomo, perché più che un uomo era un simbolo, un'istituzione. E lui sarebbe passato alla storia. Toccò il fucile. Cazzo, non si era messo i guanti! Ecco, erano questi gli errori che non doveva fare! Cercò i guanti nella valigetta, li infilò, e con un fazzoletto pulì il fucile con perfezione maniacale, stette lì a strusciare per almeno cinque minuti, compreso il caricatore e le pallottole. Forse ho visto troppi film polizieschi, si disse, ma meglio non rischiare. Dopo di che, si distese per terra, con le mani dietro la testa. I pensieri andavano e venivano, e lui non si curava di fermarli.

- Eccomi qui, a fare il cospiratore. In questo momento ci sarà un sacco di gente che non dorme. Sono tutti lì, ad aspettare le dieci di domani mattina. E se sbaglio, se faccio cilecca? Cazzi loro, a fidarsi di me. Li tengo in pugno. Voronov e gli altri. Chissà se c'è anche Alexandr Rutskoi? Di sicuro. Sarà lui il nuovo presidente, visto che adesso è vice-presidente. E Masha? Povera piccola. Che farà se mi ammazzano? In fondo a me, di morire, non me ne frega proprio niente. In fondo non me ne frega niente nemmeno di quello che succederà dopo che Eltzin sarà morto. Tanto, che cazzo cambierà? Ma ormai sono qui, e ci devo stare. Almeno un impegno, nella vita, che io rispetti. E poi, ma sì, qualcosa forse, in questo pattume di mondo, si rimetterà in movimento, e magari qualcosa ci potrò fare anch'io. Qualcosa di importante! In fondo, ho sempre voluto fare, qualcosa di importante. Dobbiamo o no pensare in grande? E sennò che ci stiamo a fare al mondo? E Andrej ... Chissà dov'è adesso Andrjusha, che a New York mi ha regalato la sua croce d'argento. Chissà cosa direbbe, se sapesse che sono qui. Era bravo, Andrej. Ce l'ho ancora, la croce, quanti anni son passati, sette forse. Voleva il mondo del sorriso, della solidarietà, in cui poter vivere un po' più felici, in quella casa così strana, predominava il nero, mi ricordo bene, mentre invece non riesco a ricordarmi la faccia di Laura, e nemmeno di come facevamo l'amore, l'ho già pensata questa cosa, non so bene quando, chissà come sta, con quell'inglese, gli inglesi mi stanno sulle balle, anche i russi del resto, per loro è tutto uguale, non si può far niente, si può cercare solo di vivere un po' meglio, chi se ne frega come. Ecco, Laura, adesso la vedo, erano stati i suoi occhi verdi a farmi innamorare, se mai sono stato innamorato veramente, è tutto così lontano, non mi ricordo niente, è come se non mi riguardasse, una volta sono stato lì lì per fallire, è vero, e in fondo sono passati pochi anni, ma l'ho rimosso, del tutto, non è più una cosa mia, come quando son dovuto andare a far le pulizie, ero io, quello?, ricordo solo un grande senso di benessere, di forza, di potenzialità, e poi c'era Viola, anche lei, violaviolaviolavio, com'è Viola, dio santo, possibile che tutto sia così sfumato, è come se non avessi vissuto, come se quelle cose le avesse vissute qualcun altro, evidentemente non si vive, a questo mondo, si passa da un momento all'altro così, senza motivo, senza una causalità precisa, si agisce, e basta, e in fondo avevo ragione io, investire, in te stesso o in qualcos'altro, che senso ha, se poi il tempo passa, mica sei sempre il medesimo, io domani ammazzo Eltzin, ma che rapporto c'è col me di Venezia, che stava per portarsi a letto la Florinda Bolkan, cazzo, quella sì che me la ricordo bene, chissà perché, con quei capelli neri, quegli occhi da gazzella, quella pelle scura, mi fa tirare l'uccello anche adesso, quella troiona, che mi ha snobbato per quel pirletto capellone che le portava la borsa, dicono che è lesbica, sarà, ma io me lo ricordo ancora il suo odore di figa calda, e mi ricordo anche il mio gatto nero, si chiamava Fritz, e la mia scatola del meccano, invece dei miei non mi ricordo niente, cancellati, figure inesistenti, forse non ci sono mai stati.

- È vero, non ricordo. Forse perché cose da ricordare non ne ho fatte. Neanche una. Per cui valga la pena, intendo. Ho agito, questo sì, ma senza riuscire a vedere al di là di un istante, senza preoccuparmi di niente e di nessuno, potevan morire tutti quanti, e io mi facevo solo un po' più in là. Altro che le grandi idee, il comunismo, il mondo nuovo, da costruire! Sono stato nient'altro che una lunga sequenza di azioni. E adesso questa grande cosa qui, l'azione estrema, ma ci ho pensato, a ciò che sto facendo, ai perché, a quali conseguenze? Sì, ci ho pensato, voglio azzerare nuovamente tutto, per rimettere tutto in movimento, e nel mondo intero, questa volta! O forse no, ecco, ci sono, lo faccio perché sì, perché è conoscenza pura, profonda, il risveglio a un nuovo modo di vedere. È quella doccia gelata che ti scuote dal torpore di una vita piatta, ottusa. È il rifiuto estremo di una realtà fasulla, e non soltanto di quella sociale e politica, ma della realtà tout court. Perché non può essere davvero reale questo vivere così totalmente privo di significato, senza uno scopo che non sia quello di tirare avanti a forza, ci dev'essere qualcosa sotto, di autentico, di segreto. E allora bisogna spaccarlo, questo reale apparente, da ogni parte possibile, e lo fai con l'azione ... già, l'azione, ecco, il motore vero della conoscenza, che poi è interazione, con le cose, con gli avvenimenti, con quella che chiami realtà. È da lì che scaturisce la verità, se te la senti di andare oltre quel senso così rassicurante e concreto della vita, di cui ci si accontenta per paura di scavarci dentro, e di morire magari di disperazione. L'atto, l'happening, die Tat! Ecco l'inizio, la vita! Altro che il Verbo di Giovanni. Im Anfang war die Tat[15].

- Voronov! Che faccia orrenda, con quei suoi capelli tinti, e quegli occhietti da maiale! Quello sì che andrebbe ammazzato. È in Anatolij, invece, in persone come lui, che dobbiamo sperare. Il problema è che non contano un cazzo, chi decide è sempre gente come Karjaghin, come Voronov, come Rutskoi, chissà cos'hanno in testa, questi, chissà che fine mi faranno fare, sono figli di Stalin, questi qui, mi sa che poi con Anatolij dovremo cominciare a pensare a un'altra, di rivoluzione, quella nuova, definitiva, per farla finita davvero con questi apparati, con questi centri di potere. Il che farà felice anche Andrej, che così potrà tornare a casa. E Natasha, la moglie di Massimo? Che faccia che ho fatto quando Voronov me l'ha detto! "Vladimir Vassilevich" gli ho chiesto una volta "me lo puoi dire adesso come facevi a conoscermi così bene, a sapere tutte quelle cose di me?" Lui mi ha guardato a lungo con quegli occhietti neri, con quel sorriso furbetto che mi stava sulle balle. "Potrei dirti quello che voglio, e tu mi crederesti. Potrei dirti che il KGB aveva a suo tempo fatto delle indagini su di te, oppure che sapevo che eri comunista, e quindi immaginavo quali fossero le tue idee. Che cosa preferisci?" Si è messo a ridere. "No, di te mi hanno raccontato tutto mia figlia e mio genero." "Ma chi sono?" ho chiesto io, d'impeto, stufo di fare la parte del topo, ma anche incuriosito. "Vediamo se indovini. Mio genero è italiano." Italiano? ho pensato. Ma chi cazzo è? Ma allora è proprio ... "Massimo?" "Bravo, Massimo Ferri. Natasha è mia figlia. Molto semplice." Robe da pazzi! Non mi sembrava possibile. Natasha era la figlia di Voronov. Natalya Vladimirovna Voronova. Adesso avevo io voglia di dirgli tutto quello che sapevo su sua figlia, di quando viveva con Masha, che poi era diventata la mia donna! Ma non gli ho detto niente. Anche se dentro di me ridevo, tu non lo sai, pensavo, ma ora sono in vantaggio io, caro Volodja. Gli ho detto soltanto: "Allora conosci anche Roberto Marchi?" "Roberto!" ha riso il maiale "Che fine ha fatto quel bandito? Avrei voglia di vederlo. Sapessi i soldi che gli ho fatto guadagnare, senza che muovesse un dito. Altri tempi, caro Viktor Alexandrovich." Chissà perché, mi chiama Viktor, alla russa, con il patronimico. Una volta mi ha chiesto come si chiamava mio padre. Alessandro, ho risposto. "Bene, da oggi tu sei Viktor Alexandrovich. Sei un russo, ormai." Un russo! Mi ricordo la prima volta che sono venuto a Mosca, era gennaio, mi pare, del novantuno. Col mio colbacco nuovo. Tutto preso dalla parte che stavo recitando. Volevo, mi piaceva, essere un russo. Adesso non sono più niente. Non lo so ... non lo so. Domani ammazzo Eltzin. E basta. Se lo ripeto tante volte di seguito, questa frase perde di senso. È anche per questo che non è possibile che all'inizio ci fosse il Verbo. Bla bla bla. Che cazzate!

Quella notte, Vittorio non dormì quasi mai. Ogni tanto si appisolava, ma poi un pensiero, una paura, uno scricchiolio, lo svegliavano di soprassalto. Gli sembrava di sentire dei rumori provenire dal piano di sotto, dalla sala dell'esposizione, addirittura dalla scala. Tendeva l'orecchio, con un tuffo al cuore, poi si tranquillizzava. "Saranno topi" si diceva. Finalmente arrivò l'alba. Vittorio tolse i quadri che aveva appoggiato alle finestre, e guardò fuori. Non c'era nessuno. Il Volga scorreva lì davanti, rifrangendo in mille luccichii i raggi del sole basso sull'orizzonte. Era una giornata limpidissima, faceva un freddo cane, anche se era giugno, e Vittorio si abbottonò l'impermeabile. Per fortuna, con i guanti, le mani erano belle calde. Era stranamente calmo. Prese il fucile, e si abituò a mirare, in fondo alla piazza. Saranno stati centocinquanta metri. Occhei, si disse. Poi andò in un angolo, si tirò su l'impermeabile, giù i pantaloni, e fece i suoi bisogni. Adesso aveva bisogno di un bel caffè caldo, o di un tè, era impossibile però, cazzo, se avesse portato almeno un thermos! Quanto tempo mancava alle dieci? Tre ore. Non sarebbero passate mai. Chissà che cosa stavano facendo, o pensando, i "capi"? Tutti in tensione. Tutti ad aspettare quello che doveva fare lui! E se all'ultimo momento non l'avesse fatto? Scusate, non me la sono sentita, avrebbe detto. Come minimo l'avrebbero sbranato. Già lo vedeva, Voronov, con la faccia che si trasformava, che da maiale diventava un mastino, con la bava alla bocca. Hai poco da latrare, cane bastardo, ché pur di non avere a che fare con te tua figlia è andata a fare la puttana. E appena ha potuto se n'è scappata via!

Adesso, a frotte, cominciava ad arrivare gente. Erano gli espositori della fiera, che andavano a prepararsi ai loro stand. Chissà se anche quest'anno sarebbe stato come l'anno precedente. La fiera era a tema, centrata su macchine e prodotti per l'edilizia, in realtà nel novantadue c'era stato di tutto, chi vendeva magliette e scarpe, chi matrioske, chi taniche di benzina. Interi stand erano dedicati non a impianti per la produzione di tegole o di manufatti in laterizio o in calcestruzzo, bensì all'esposizione di collane d'ambra, bracciali di malachite o di turchese, servizi per la tavola in porcellana, e via di questo passo, finendo con i giocattoli in legno di una ditta di San Pietroburgo.

Erano già le nove, quando sulla piazza arrivarono i gruppi folkloristici che avrebbero dovuto dare il benvenuto al Presidente. Erano belli, suggestivi, con i costumi da festa, allegri ed eccitati. Si misero a provare, col primo gruppo che salì sul palco. Le voci forti baritonali degli uomini e quelle stridule e acute delle donne arrivavano in alto, su, fino a Vittorio, che aveva aperto le parti superiori della doppia finestra di sinistra. Stavano mimando e cantando una storia dove un giovane biondo corteggiava una bella donna bruna, la quale dapprima rispondeva con civetteria, poi con sguardi languidi, e infine addirittura con un bacio, ma d'improvviso arrivava il marito, grande, grosso e barbuto, che si arrabbiava e se la portava via. Applausi divertiti dalla gente, che ormai affollava la piazza in attesa di Eltzin. Vittorio applaudì anche lui, in silenzio. Era commosso, senza sapere il perché, e guardava giù, con un sorriso triste. Riprese in mano subito il fucile, e si risedette sul pavimento lercio.

Ormai mancava meno di mezz'ora alle dieci. Vittorio aveva caldo, strusciava le mani sul fucile. Guardava fuori, fisso. Ogni tanto volgeva lo sguardo alla scala, tendeva l'orecchio per capire cosa stessero facendo giù, nella sala dei quadri. Sentiva dei passi, forse due o tre persone. Chissà se c'era Egor, e soprattutto Larissa. Larissa! Larissa era bionda, alta e snella, con due tette incredibili, grandi e dure. Se le sentiva ancora tra le mani, come l'anno prima nel battello sul Volga. Però si erano fermati lì, Larissa non aveva voluto andare oltre. "Tu domani te ne vai, e io resto qui!" gli aveva detto.

Venti minuti alle dieci. Vittorio cominciava ad essere nervoso. Il cuore aveva ripreso a battergli all'impazzata. Aveva la gola secca. Una sete tremenda. Deglutiva saliva, sempre più impastata. Sentiva l'odore della sua merda lì nell'angolo. Ogni tanto prendeva la mira, contro qualcuno, a caso. Bang!, diceva piano.

Ebbe un sussulto quando trillò il telefonino. Il telefonino, se l'era quasi dimenticato. "Chi cazzo è?" pensò, guardando con terrore verso la scala. Per fortuna la pelle spessa della valigetta attutiva il trillo, praticamente poteva sentirlo solo lui. Ma nessuno aveva il suo numero, solo Voronov, che appunto gli aveva dato il cellulare per ogni evenienza. Vittorio non poteva credere che fosse Voronov a rompergli i coglioni alle nove e quaranta, cazzocazzocazzo, ci hanno fregati, rispondo o no? e tremava, e non si decideva ad aprire quella maledetta valigetta.

- Chi è? - sussurrò, dopo un'eternità.

- Dov'eri, è un'ora che ti chiamo.

Vittorio respirò. Era Voronov.

- Cosa c'è? - Niente nomi, non si sa mai chi può ascoltare.

- Va tutto a monte, metti via l'attrezzatura e scappa.

- Che cosa?

- Hai capito, muoviti, non c'è tempo. Il "capo" non ci sta più.

Il capo era Karjaghin. Vittorio ci mise un po' prima di realizzare. Ma che cosa stava dicendo, quello stronzo. Gli stava crollando tutto addosso. Ma come! Non potevano tirargli un bidone del genere!

- No, no! Io lo faccio, non mi potete dire adesso di venire via. Lo faccio lo stesso, capo o non capo!

Gli veniva da piangere, urlava, come preso da una crisi di nervi.

- Non fare il cretino. Se non sei fuori tra dieci minuti Pavel viene lì e ti ammazza. Torna subito a Mosca. Ti spiegherò tutto.

Riattaccò. Vittorio fissava il telefono cellulare, inebetito. Si sentiva paralizzato. Pavel viene lì e ti ammazza. Ammazza me! Pavel viene qui e mi ammazza. Si guardò attorno, come per cercare conferme, aiuto, o chissà cos'altro. Poi guardò il fucile. Poi vide l'uomo che stava salendo le scale, prima la testa, poi il resto. Aveva lunghi capelli biondastri, un po' radi sul davanti. Vittorio era di sasso, seduto per terra, col cellulare nella mano sinistra, e il fucile nella destra. Ma chi è quell'uomo? Io l'ho già visto. Non è Pavel. Che cosa fa? Perché si ferma? Già. Il fucile.

- Non abbia paura - disse, rantolando. Si schiarì la gola. Cominciò a smontare l'arma, avvolgendo ogni parte in un pezzo di stoffa, e riponendola nella valigetta. Nel frattempo l'uomo era rimasto lì, a fissarlo, sbalordito. Poi anche Vittorio lo fissò.

- Sono pronto - disse. Pronto a che cosa non sapeva. Pronto a essere arrestato. O a essere ammazzato. O semplicemente a uscire di lì. Ogni cosa ormai gli girava intorno, compiva ogni gesto meccanicamente, aveva la vista offuscata, stava per svenire. Se l'avessero ucciso, non se ne sarebbe nemmeno reso conto.

- Per ora aiutami a portare giù il bronzo di Gorkij, in sala c'è il piedistallo vuoto. Poi mi racconterai che cosa ci fai in Russia, e soprattutto che cosa stavi facendo qui.

Vittorio allora riconobbe quella voce, calda e profonda. Era quella di Andrej Ljubljev.

L U G L I O

In realtà Vittorio non vide più Voronov. Quando gli telefonava, Vladimir Vassilevich si faceva sempre negare. Cercò Anatolij, Kriushin, Arakolian, ma tutti gli dissero di lasciar perdere, meglio non parlare per telefono, magari si sarebbero visti più avanti per una cena. Alla fine arrivò a chiamare Massimo in Italia, perché telefonasse al suocero a Mosca e gli dicesse che lui, Vittorio, gli doveva parlare. Ma non c'era verso. Massimo lo richiamò dopo un paio di giorni, e gli disse che suo suocero non poteva più aver alcun rapporto con lui. Anzi, non ne aveva mai avuti, Vittorio Vinciguerra, chi lo conosceva?

- Be', digli che ho il suo telefono cellulare, e un'altra cosa che gli appartiene.

Vittorio era furibondo. Quei bastardi! Lo mandavano al macello, e adesso non lo conoscevano neppure. E che cosa doveva farne, di quel fucile? E poi, perché? Tranne Andrej, non l'aveva visto nessuno, quel giorno a Nizhnij Novgorod, e comunque a nessuno aveva detto che Andrej sapeva che lui era lì. E dunque, cos'era tutto quel mistero? Aveva obbedito, era sceso giù, era uscito, e se ne era andato prima ancora che arrivasse il Presidente. Che cosa avevano da temere? Pavel l'aveva visto che era solo, con la valigetta in mano.

"Non è che mi vogliono ammazzare?"

Questo pensiero improvviso gli gelò il sangue nelle vene. Non sarebbe stato il primo "uomo d'affari", anche straniero, trovato morto a Mosca. Avrebbero dato la colpa alla mafia, a qualche sgarro, a un pizzo non pagato. Bastava che lo aspettassero una sera, nell'androne buio di casa sua, due colpi in testa, e via. Cristo! Ma allora anche Masha era in pericolo. Potevano senz'altro pensare che lui le avesse detto qualcosa. Doveva avvertirla? Sì o no? Avrebbe voluto parlarne con Andrej. Con lui, Andrjusha, quel giorno, si erano scambiati solo due parole, e i numeri di telefono. Una volta sistemato il busto di Gorkij sul piedistallo in mezzo alla sala della mostra, Vittorio gli aveva detto che adesso doveva assolutamente uscire, era una questione di vita o di morte, ma che l'avrebbe sicuramente chiamato da Mosca.

- Io tornerò a Mosca a metà luglio, Vittorio. Ti chiamerò io. Credo di capire che quello che mi devi raccontare è meglio dirselo a quattr'occhi. Questo è il mio biglietto.

Andrej Gheorghevich Ljubljev

Organizzazione manifestazioni artistiche

- Va bene, Andrej. Ti prego solo di una cosa, non dire assolutamente a nessuno quello che hai visto di sopra.

- Non sono così stupido, Vittorio.

No, Andrej certo non era ancora arrivato a Mosca, era solo il sette luglio. Vittorio provò lo stesso a telefonare, ma non rispose nessuno. Non sapeva che fare, raccontare tutto a Masha voleva dire metterla in chissà quale agitazione, e comunque se fosse stata davvero in pericolo, se qualcuno avesse voluto davvero ucciderla, l'avrebbe potuto fare in ogni caso. E poi, Vittorio non sapeva affatto quale sarebbe stata la reazione di Masha, magari ne avrebbe parlato con qualcuno, forse addirittura sarebbe andata alla polizia. Che situazione di merda!

C'era poi il problema del lavoro. Ancora il solito, dannatissimo problema. Adesso che non c'era più Dmitrij, doveva cercare qualcun altro, un altro segnalatore, un altro intermediario, coi suoi risparmi poteva tirare avanti cinque mesi, forse sei. Un anno. E poi? Masha non glielo diceva, ma lui vedeva che era preoccupata, ogni tanto gli chiedeva com'era andata la giornata, e lui proprio in quel periodo non ce la faceva a pensare al lavoro, e in casa c'era tensione, si parlavano sempre meno. Masha non reagiva, purtroppo, era sempre più triste, e sciupata, con gli occhi pesti, e troppo truccata. Tant'è che Vittorio una sera glielo disse:

- Ma che fai così pasticciata? Non ti voglio così!

Masha lo guardò inespressiva, senza dire niente, sollevando una spalla.

- E poi, Masha, devi anche trovarti un lavoro. Stai lì, a non fare niente tutto il giorno, ci credo che sei così svaccata e annoiata.

Lei alzò la testa, di scatto, fissandolo con risentimento, con gli occhi pieni lacrime. Le tremavano le labbra, ma ancora non disse niente.

Vittorio non si era nemmeno accorto che Masha aveva ripreso a bere.

Fu in quei giorni di paura confusa e di rancore verso il mondo, che arrivò una telefonata del tutto inaspettata. E inopportuna. Quando tirò su la cornetta del telefono, e sentì "Ciao, Vittorio, come va? Sai che sono a Mosca?" non lo riconobbe neppure.

- Ma chi parla? - grugnì, irritato.

- Come, chi parla, ma se siamo stati insieme per due anni, rompiballe che non sei altro!

- Ettore! Ma sei Ettore? ... Ciao! Che cazzo ci fai qui a Mosca?

Da quale buco nero era venuto fuori?

- Vacanza! Sono qui con un gruppo. Dove mi porti, stasera?

Eccolo qua, pimpante, allegro, aggressivo come sempre. Ma che c'entri più con me, tu? Che cazzo vuoi, da dove vieni?

- Hai scelto un bel momento, per venire in vacanza a Mosca!

- Be', o adesso o mai più, sai, alla mia bella età! Ma non cambiar discorso, portami in un bel posto, oh, italiano, eh, che chi l'è minga bon!

- Ti passo a prendere io. Dove sei, all'Inturist?

- Sì.

- Me lo immaginavo. Vengo a prenderti alle otto nel caffè che c'è giù, con i tavolini e le "ragazze", va bene?

- Occhei, capo.

Vittorio era di pessimo umore. Rivedere Ettore gli dava fastidio fisico. Con tutto quel tempo che era passato. Com'è che si chiamava? Rainbow, arcobaleno! L'aveva scelto Laura, quel nome. Non si stava male, in fondo, allora, anzi. Le cose andavano bene, c'erano soldi, si andava fuori, in vacanza all'Elba ... E poi quella cazzata di OCTOPUS ... Ma perché cazzata, poi? No, non è stata una cazzata! Cazzone è questo qui, cazzoni tutti, tutti!

- Guarda! c'è la "Ruota della fortuna", su Canale 5!

Vittorio si riscosse.

- Beh, volevi un ristorante italiano, no? Eccolo, con tanto di televisione e antenna parabolica.

Ettore era tutto eccitato, come un ragazzino. Quel giorno aveva già visto la Piazza Rossa e il Cremlino. Lui, che al massimo era andato a Rimini o a Madonna di Campiglio.

- Eh, ma adesso - diceva Ettore - mi rifaccio del tempo perduto, sai. Sono stato in Francia, in Inghilterra, e quest'inverno vado alle Maldive. Alla faccia del mondo. Ringraziando Dio, non mi manca niente, ho la pensione da dirigente, qualche consulenzina extra ...

- Come sta tuo figlio, tua nuora, i nipotini?

- Nipotini! Son più alti di me, adesso. Eh, caro mio, il tempo passa ... passa. Ora il nonno lo si vede solo qualche volta, ogni tanto. Mia nuora poi ... mah, è che Carlo, sai, mio figlio, è sempre via, dio santo, e, a dirti la verità, non so mica quel matrimonio quanto duri ancora! Mia nuora ... insomma, ha meno di quarant'anni, anche lei, povera crista, la capisco, ha le sue esigenze, e quel pirla se ne va sempre più lontano.

- E ... Laura, l'hai più vista?

- Vista no, ma l'ho sentita spesso, è lei che mi ha dato il tuo numero qui, di Mosca. Sta bene, credo, non ha problemi ... Sai, io un po' alla volta sono diventato, come dire, un papà, un nonno, e si confida ... Sapessi quanto è stata in pena per te, Vittorio! Era così triste, per come è andata a finire con te!

- So che ... adesso sta con quell'inglese, come si chiama, John, quello che lavora con lei.

- Ah, lo sai. Be', non è stato un grande acquisto, quell'inglese! Adesso fa il padrone, capisci, non fa più un cazzo in palestra, e guarda, secondo me, le sta mangiando fuori tutto. E lei stranamente non reagisce, è come spossata, stanca. Scommetto che se tu tornassi ...

Vittorio fece un gesto di stizza.

- Non se ne parla.

- Ma perché no, Vittorio, io ho sempre buoni contatti con la Kartex, adesso si è ripresa bene, mentre tutti gli altri sono in crisi, guarda te alle volte la fatalità, sai, col dollaro a mille e cinquecento esporta un casino, dappertutto ... anzi, potresti trovarle un agente qui in Russia, che ne dici ...

- Figurati se qui in Russia hanno i soldi per comprare i mobili firmati della Kartex! E poi no, Ettore, con tutto quello che mi è successo ... sai che stavo per fallire!

- L'ho saputo.

Vittorio sussultò. Disse in fretta:

- Come, l'hai saputo? Da chi? Da Laura?

- No, non da lei. I clienti. Sai, ogni tanto mi chiamavano, dicevano che non eri più lo stesso, che ti dimenticavi le cose, gli impegni. E allora, nonostante la stima che ti portavano ...

Ettore lo guardava, con l'affetto di un padre di famiglia. Poi continuò:

- Vedi, Vittorio, io di te ho capito questo: che ti entusiasmi, e sei bravissimo, quando hai tra le mani una cosa nuova, quando si tratta di costruire un ... un giocattolo. E sei così bravo, che tutti ti credono, ti danno fiducia. Ma tu poi li imbrogli. Quando il giocattolo è finito, non ti piace più, e butti via tutto. E allora quelli che si fidavano di te si arrabbiano, perché si sentono traditi. Un po' anch'io, sai, per che cosa credi che me ne sia andato, per l'età, forse? Ma via!

- Secondo te anche per il mio matrimonio ... è stato così?

- Io non l'ho detto.

- No, no, dillo pure, io lo so, che è stato così!

Ettore era a disagio, non era abituato a fare le prediche, lui di solito s'incazzava, e basta. Cambiò discorso.

- E qui in Russia, come te la cavi?

- Sì, bene ...

- Non è che sei già stufo anche di questo?

Vittorio taceva. Cazzo vuole questo qui!

- E ... com'è questa ragazza con cui stai? Perché non è venuta?

- Oggi non stava tanto bene. Ma ti prometto che domani la vedrai, perché ti invito a cena a casa mia.

Masha non se l'era sentita proprio, di venire all'Inturist a prendere Ettore. E poi, aveva chissà quale timore assurdo che la conoscesse. "Ma se è la prima volta che viene a Mosca!" le aveva detto Vittorio. Ma non c'era stato niente da fare. Andare all'Inturist, e poi al Pescatore, dove magari qualcuno l'avrebbe riconosciuta ... no, non se la sentiva proprio, che per favore lui si scusasse con Ettore. Anzi, perché Vittorio non lo invitava a cena per la sera dopo? Gli avrebbe preparato una cenetta alla russa coi fiocchi! Tutto sommato, Masha quel giorno era più allegra del solito. Quello era stato il socio di Vittorio, no? Se fosse accaduto il miracolo! Se Vittorio fosse tornato a lavorare in Italia, lei lo avrebbe seguito, e forse lui ... ah, se fosse tornato quello di un anno prima! Gli avrebbe parlato lei, a Ettore.

Per tornare all'albergo di Ettore, fermarono una Lada in Prospekt Mira. Passarono per strade buie, strette, ma dove ci porta questo qui, pensava Vittorio. Sui marciapiedi c'erano solo gruppi poco raccomandabili di ragazzotti col giubbotto di pelle nera, qualche coppia di ragazze che cercavano un passaggio, ubriachi barcollanti. Faceva un caldo soffocante, umido, molto strano per Mosca. L'asfalto era viscido, con una specie di patina unta, e un vecchio completamente sbronzo era caduto, sfiorato da una Zhiguli, la barba lunga e gli occhi rossi, e cercava di rialzarsi, borbottando bestemmie incomprensibili. Vittorio osservava, assorto, e poi guardava Ettore, questo vecchio dai capelli bianchi, così distante da lui, chiuso nella sua villetta familiare di Arese, leghista di sicuro. Chissà se è felice, si chiedeva. La radio, inserita in qualche modo in un cruscotto tutto buchi e fili elettrici pendenti, canticchiava una canzone russa, il guidatore fumava una sigaretta puzzolente, e Ettore si agitava, a disagio, come se volesse evitare il contatto con la stoffa del sedile intrisa di uno sporco umidiccio e oleoso. L'arrivo sulla Tverskaya fu quasi una liberazione, con le sue luci, e le sue macchine, pronte a scattare al semaforo appena fosse diventato verde, e quegli improvvisi cambi di corsia, e le gomme che frenavano stridendo sull'asfalto. Sui marciapiedi, lungo i palazzi, come al solito, c'era un mare di persone, ferme, immobili, tutte in fila, e Vittorio indovinava che cosa ciascuna avesse in mano, dalla bottiglia di vodka al gattino di due mesi, dal pacchetto di sigarette ai tre pani avvolti nella carta di giornale. Una povera babushka, offriva dignitosa un centro tavola di pizzo, forse l'ultima risorsa di quel suo piccolo commercio personale. Vittorio fece fermare la Lada, scese, e comprò il centrino per diecimila rubli. Tornò alla macchina con un magone pieno di rabbia.

All'Inturist, Ettore insisteva per bere insieme l'ultimo whiskino. Fa bene alle coronarie, diceva, dai, sediamoci un attimo. Vittorio era insofferente, non ne poteva più, Ettore gli dava fastidio, con la sua finta saggezza del cazzo, i suoi luoghi comuni, la sua insistenza insopportabile. Alla fine non poté far altro che accettare, e andarono a sedersi a un tavolino del bar del piano terra. Ettore si girava da tutte le parti, c'erano un sacco di ragazze, sedute a centellinarsi la loro coca cola, o la loro birra.

- Uè, certo che qui ci si diverte, eh?

Era eccitato, e a Vittorio non piaceva. Non gli piacevano i vecchi che sbavavano per le ragazzine. E non gli piacevano quelle due ragazze, peraltro splendide, che guardavano ammiccando dalla loro parte.

- Ehi - disse sottovoce Ettore - quelle due ci guardano.

- Pensi che ti guardino perché sei bello? - disse acido Vittorio - lì devi sganciare almeno cento dollari.

L'eccitazione cresceva, Ettore si agitava sulla sedia, guardava Vittorio, poi le ragazze, poi ancora Vittorio.

- Io ci vado! - decise a un certo punto.

- Fa' quello che vuoi. - Ebbe un attimo di esitazione - Ettore, attenzione. Sei sicuro?

- Cosa credi, che non ce la faccia? Guarda lì! Quand'ero giovane andavo dentro e fuori per i casini, mi chiamavano il prode Ettorre. Sai, l'Iliade ...

E rideva, confusamente.

- Occhei, occhei. Scusa.

- E tu?

- No, io non ho voglia. È la tua serata, questa. - Tentò di sorridere.

Ettore, con gli occhi spiritati, si aggiustò la cravatta, buttò giù il suo whisky, e, dandosi un contegno, raggiunse svelto le ragazze. Dopo un breve parlottio, una di queste fece un cenno anche a Vittorio, ma lui negò con un sorriso tirato. Ettore tornò al tavolino.

- Tutte e due, Vittorio, vengono tutte e due. Non potevo rifiutare, ne avrei offesa una.

Vittorio lo guardava, perplesso, preoccupato. Non lo aveva mai visto così, né se lo sarebbe mai immaginato. Ettore tremava addirittura, dall'emozione. Accompagnò lui e le ragazze all'ascensore.

- Ettore. Attento.

- Ciao, guastafeste! Va' pure a casa. Per domani, se mi vieni a prendere alle sette va bene. Se sarò ancora intero! - Sorrise, accennando a quelle due fighe imperiali, che lo sovrastavano di un buon dieci centimetri.

- Ciao ... mandrillo!

Vittorio però non era tranquillo. Decise di rimanere un po' lì, a bighellonare, tra le slot machines e i vari negozi per turisti. Si affacciò al casinò, guardato a vista all'ingresso da due gorilla. C'erano sciami di giapponesi e di italiani in libera uscita, attirati a Mosca dalle folli notti di cui avevano letto sui giornali, che vociavano e bevevano, lanciando occhiate bavose alle ragazze lì in attesa, e ridendo strafottenti, "Uè, bella figa, vieni qui a succhiarmi l'uccello!", tanto, si sapeva, erano solo puttane. Tornò al bar, dove si fece un altro whisky. E fu buttando l'occhio verso gli ascensori che si accorse che una ragazza lo stava cercando ansiosa con lo sguardo. Era una delle due salite su con Ettore. Vittorio corse da lei.

- Che cosa è successo - gridò.

- Quello uomo, sopra - balbettava la ragazza. Sembrava terrorizzata. - Sta male, vieni.

Presero l'ascensore, che si fermava a ogni piano, cristo, dobbiamo arrivare al sedici, forza! Arrivati che furono, Vittorio corse alla camera di Ettore, entrò come una furia.

- Ettore!

Ettore era lì, accasciato sulla poltrona, in vestaglia, i peli bianchi sul petto, la pelle cadente, grassa, con gli occhi assenti e la fronte imperlata di sudore. Guardava Vittorio a fatica, senza quasi riconoscerlo, sperduto. La voce flebile. La faccia bianca come i capelli.

- Caro ... Vittorio. Eh! Mi sono mancate le forze. Credevo di morire.

- Sì ma adesso non parlare. Chiamo un medico.

- No! no ... Non ho bisogno di niente. Ho preso le mie pillole. Sto meglio ... È passata. Ah, Vittorio. È brutto diventare vecchi.

Parlava piano, ansimando. Le due ragazze sussurravano qualcosa tra loro, guardando Vittorio che aiutava Ettore a mettersi a letto. Si vedeva che erano preoccupate, sinceramente.

- Sono state brave, sai - diceva il vecchio - questa qui poi, Olga, sai, si chiama Olga, eh, non mi ha mai tolto gli occhi di dosso, mi ha asciugato tutto, ero in un bagno di sudore, povera piccola, le ho fatto paura, tremava come una foglia, guarda che occhi che ha, Vittorio ... buoni, tristi.

- Sì, però adesso sta buono tu, occhei? Cerca di dormire, che domani devi girare la città, c'è un sacco di cose da vedere. E poi domani sera vieni da me. Se stanotte hai bisogno chiamami, va bene?

- Sì. Va bene. Sì. Buona notte, Vittorio. Buona notte, ragazze. Grazie. Grazie.

Vittorio si guardò in giro per la camera, come per controllare che fosse tutto a posto. Ettore stava già quasi sonnecchiando, tranquillo come un angelo. Vittorio gli diede un'ultima occhiata, e lui aprì per un attimo gli occhi.

- Vittorio - sussurrò. - È proprio brutto, sai.

- Che cosa è brutto?

- Diventare vecchi. È brutto. Brutto.

- Dormi, adesso. Ciao.

Spense la luce, e uscì con le ragazze. Nella hall diede dieci dollari a una delle donne della reception, raccomandandole di andare su ogni tanto a vedere se Ettore stava bene. Per ogni evenienza, le scrisse anche il suo numero di telefono. Quindi prese un taxi è tornò a casa difilato. Si sentiva in ansia per Masha.

Aprì e richiuse il cancello di ferro dell'ascensore facendo un fracasso del diavolo. La lampadina che penzolava nel pianerottolo si era fulminata un'altra volta. Vittorio oltrepassò veloce al buio le assi di legno e il sacco di cemento ammonticchiati da sempre nel corridoio che portava al suo appartamento, e vide la luce filtrare da sotto la porta. "Che ci fa ancora sveglia?" pensò, mentre inseriva la chiave nella serratura. Quando entrò non notò niente di strano. Masha stava rannicchiata sul divano, abbracciandosi le gambe piegate e con la testa appoggiata alle ginocchia.

- Sono venuti due tizi. Cercavano te. - La voce era lontana, parlava senza guardarlo.

- Come, due tizi - disse Vittorio, allarmato. - Chi erano?

- Non lo so, non me l'hanno detto. Erano due brutti ceffi, con gli occhiali scuri. E avevano le pistole.

- Che cosa ti hanno fatto? - Vittorio era impallidito, sentiva un formicolio alla testa. Eccoli!

- Niente. Hanno detto che tornano domani sera, e che tu devi dar loro qualcosa.

Cristo!

Masha sollevò la testa, e lo guardò. Era stranamente inespressiva.

- Che cosa hai fatto, Vittorio? Cos'è che gli devi dare?

- Stanne fuori, Masha. Darò loro quello che vogliono, e sarà tutto finito. Mi meraviglio che non si siano fatti vivi prima. Non c'è da preoccuparsi. Sta' tranquilla.

- No che non sto tranquilla! - gridò Masha, con gli occhi pieni di lacrime. - Sono due mesi che sei strano, che quasi non mi parli, che non vai nemmeno in ufficio. Me l'ha detto Tatjana, che non ti vede quasi mai, e che lei sta lì senza sapere cosa fare. Mi ha detto che Dmitrij se ne è andato, che non lavori più! Che cosa sta succedendo, Vittorio? Perché non mi dici mai niente?

Vittorio si sedette vicino a lei, cercando di apparire tranquillo, rassicurante.

- Non c'è niente di grave, Masha. Davvero. Adesso tutto tornerà come prima. Da domani. Per ora non posso dirti niente, quando ti racconterò tutto capirai, piccola Masha. Davvero. Credimi. Poi il prossimo mese andremo in Italia, e dimenticheremo tutto, occhei?

L'abbracciò. Lei si sciolse in un pianto disperato, liberatorio.

- Ho paura - gli sussurrò, guardandolo tra le lacrime. Lui le asciugò il viso con le mani, teneramente, e se la strinse forte. Aveva un nodo alla gola, ma non voleva che Masha lo vedesse piangere.

Il giorno dopo, chiamò subito l'Inturist. Ettore stava bene, era tutto passato, anche se aveva una voce fioca, e parlava lentamente. Vittorio gli disse che la cena era spostata al giorno successivo, per impegni di lavoro.

- Non importa, Vittorio - la voce adesso sembrava rantolare, tant'era flebile - Oggi me ne vado. Torno a casa. Non me la sento di stare qui. Ringrazia la tua donna per me, dille che ci vedremo un'altra volta, magari quando verrete in Italia. Vi ospito io. C'è tanto spazio a casa mia. Tanto!

- Va bene, Ettore. Ciao. Mi ha fatto piacere rivederti.

- Ciao, Vittorio. Allora vi aspetto. - Ci fu un lungo silenzio. - Però fate presto.

Dopo una giornata buia e piovosa, con l'afa che tagliava le gambe, venne la sera. Masha era molto rattristata dalla partenza di Ettore. Anche in quell'occasione, Vittorio le aveva detto una bugia, raccontandole di improrogabili esigenze di lavoro. Cenarono in silenzio, senza appetito, tesi, aspettando entrambi l'arrivo dei due tizi della sera precedente. Che puntuali, alle dieci, suonarono il campanello. Vittorio li osservò dallo spioncino della porta. Era buio, ma riuscì a vedere che erano alti, uno magrissimo, l'altro più robusto, quasi grasso. Facevano paura. Entrarono senza dire una parola. Avevano gli occhiali scuri. Brutto segno.

- Aspettate un attimo - disse Vittorio. Aveva il cuore in gola. Andò in camera, aprì lo scomparto superiore dell'armadio, e dal fondo trasse fuori la valigetta. Quando tornò in sala, uno dei due, quello magro, la prese, senza fretta, e l'aprì. Masha fissava la scena, immobile, in silenzio. Dentro la valigetta c'erano il fucile smontato in varie parti, e il telefono cellulare. I due richiusero la valigetta.

- Spassibo[16] - dissero. Poi, tutto si svolse in pochi secondi. Quello grasso infilò una mano all'interno della giacca, e Vittorio non fece neanche in tempo a vedere la pistola, che risuonarono due colpi secchi, attutiti. Masha si sentì spinta all'indietro, e scivolò per terra, guardandosi la pancia, con un'espressione attonita. Tossì, ed ebbe un tremito per tutto il corpo. Poi rimase immobile.

In quel momento però Vittorio era già fuori, che correva giù per le scale a perdifiato. Era bastata una frazione di secondo, nell'attimo stesso degli spari aveva urlato, scagliandosi addosso a quello magro, e buttandolo contro il suo compare; erano caduti a terra, tutti e due, e lui era corso alla porta, a spalancarla, a precipitarsi come un pazzo nel corridoio buio. Adesso sentiva un trambusto di piedi che correvano, su in alto, un tonfo pesante, forse qualcuno era inciampato nel sacco di cemento, ma Vittorio pensava solo a scappare, a quattro gradini per volta, e finalmente arrivò giù, sulla strada, e mentre correva si voltava indietro, e urlava sempre, agitando le braccia, per fermare le rare macchine che passavano per ulitza Kutuzova. La gente che passeggiava per godersi un po' di fresco, adesso che non pioveva più, si fermava a guardarlo, e non capiva quello che stava succedendo, neppure quando si udirono i primi spari, finché un ragazzo cadde a terra, e allora tutti schizzarono via, gridando, e scomparendo tra i cespugli e gli alberi a fianco della strada.

Ansimando e rantolando, Vittorio giunse nel grande viale di Mozhaiskoe Shosse, e l'attraversò di corsa, lì c'era la fermata degli autobus, e, cristo! ce n'era proprio uno che stava già partendo, e Vittorio gridò, e picchiò con forza sulla porta, quasi a spaccare i vetri, e grazie a dio l'autista aprì. Riuscì solo a vedere i due uomini sbucare da ulitza Kutuzova, e guardarsi intorno con aria inferocita. Si era lasciato cadere su un sedile, il corpo che tremava, poi la nebbia, poi più nulla.

Le prime immagini che vide furono i volti vicini di due donne che gli asciugavano il sudore freddo della fronte. Era in un autobus. Che ci faceva, in un autobus? Vittorio si rizzò, sistemandosi meglio su quel sedile duro. Poi tutto gli tornò alla mente. Masha! Masha era morta! Guardò le due donne con gli occhi sbarrati. Queste gli sorrisero.

- Va meglio?

- Sì ... sì, grazie. Dove va quest'autobus?

- Okhotnyi Rhiad.

- Passa per la Tverskaya?

- Sì.

Era spossato. "E adesso che faccio? Dove vado? In albergo? Masha! Devo scappare. Sono senza documenti, come faccio?" Cercava nervosamente nelle tasche della giacca, dei pantaloni, niente. Solo l'agendina. "Calma. Posso andare da qualcuno, almeno per questa notte. Vediamo." Aprì l'agendina. Alla prima pagina. Alla lettera A. Andrej, 132-77-09, ulitza Vavilova! È una parallela al Leninskij Prospekt. Per fortuna aveva trascritto il numero dal biglietto da visita. Oggi era venerdì sedici, Andrej doveva essere arrivato.

Scese davanti all'Inturist. Non gli sembrava vero che tutto fosse normale, come sempre, come la sera prima, con il solito traffico caotico, la solita gente, i soliti tassisti abusivi. Entrò nell'albergo, andando spedito a un telefono. Compose il numero di Andrej. Il cuore gli batteva forte.

- Hallò?

Era la sua voce inconfondibile!

- Hallò, Andrjusha, sono Vittorio - respirava affannosamente - Andrjusha, fratello, devo venire da te, subito, adesso.

Andrej non rispose subito. Poi disse:

- Va bene, vieni. Sai l'indirizzo?

- Sì, sì. Arrivo.

Prima di andarsene però Vittorio ebbe la forza di cercare il medico dell'albergo, e gli disse che in un appartamento di ulitza Kutuzova c'era una ragazza che stava per morire, per carità, che qualcuno andasse, presto. Il medico chiamò subito un ospedale, il quale avrebbe mandato immediatamente un'ambulanza. Vittorio si fece dare il numero di telefono dell'ospedale, e uscì di corsa in cerca di un taxi.

Andrej abitava in una vecchia casa, elegante, all'estremità di un giardino pubblico che sicuramente era stato bello, un tempo, ma che ora era diventato un deposito di rottami, con l'erba incolta che cresceva attorno a degli scivoli fatiscenti per bambini, e a un'altalena con il seggiolino che pendeva da un'unica catena cigolante. Più in là, proprio sotto la casa di Andrej, faceva bella mostra di sè una carcassa d'auto arrugginita, spogliata di tutto, dai fari al motore alle gomme. Per fortuna gli alberi si alzavano alti e robusti fino al quinto piano, in un tripudio di esplosione verde. Vittorio scese dal taxi, cercando di evitare le pozzanghere grandi come laghi, e salì al terzo piano, dove abitava suo "fratello".

L'appartamento era decisamente bello, con parquet di legno ben tenuto, lucidato a specchio, mobili d'epoca e piante dappertutto, anche sui davanzali, nell'interstizio tra la finestra interna e quella esterna (tutte le case, in Russia, hanno le doppie finestre). Alle pareti del soggiorno, sopra una vecchia ottomana, Andrej aveva appeso i manifesti degli spettacoli teatrali newyorkesi cui aveva partecipato, col suo nome bene in vista. Di fronte, incombeva una libreria di legno scuro massiccio, traboccante di libri, riviste e compact disk, e in cui stava incastrato un novissimo impianto hi-fi portato dall'America. Quando Vittorio entrò, Andrej si stava congedando da Tanya, una giovane pittrice che era venuta a mostrargli i suoi quadri, e che poi era rimasta a cena da lui.

Parlarono a lungo, quella notte. Andrej era sempre lo stesso, il solito viso magro, forse un po' più scavato dalle rughe, il naso sottile, i lunghi capelli biondi, ormai sempre più grigi, che gli scendevano sulle spalle, la calvizie che avanzava sulla sommità del capo. A New York, dopo l'incontro con Vittorio, aveva cominciato a bazzicare il mondo della pittura, ed era entrato in contatto non solo con i migliori artisti del momento, ma anche con i più importanti galleristi e mercanti d'arte. Così l'anno prima, avendo deciso di tornare in Russia, aveva pensato di iniziare un'attività di "scopritore di talenti" russi, utilizzando la rete di conoscenze che aveva intessuto in America per farli conoscere al mondo. Per il momento non guadagnava quasi niente, ma i dollari che era riuscito a portare da New York, una miseria rapportati al costo della vita americano, lì in Russia gli sarebbero bastati per due anni. E comunque cominciava a essere conosciuto anche in patria, per questo la Yarmarka di Nizhnij Novgorod gli aveva affidato l'organizzazione dell'esposizione artistica.

Vittorio gli raccontò tutto, nei minimi particolari, dall'idea dell'attentato fino all'uccisione di Masha e alla sua fuga. E quando smise di parlare, non ce la fece più, e si diede finalmente a un pianto disperato, che lo squassava tutto, e Andrej allora gli prese il viso bagnato tra le mani, e se lo strinse al petto, come un padre con un figlioletto.

- Masha è morta. Per colpa mia! - mormorava tra i singhiozzi - Dovevo dirglielo, che eravamo in pericolo, dovevo, e invece no, non l'ho fatto, avevo paura che andasse alla polizia, capisci che bastardo che sono, invece di pensare a lei, di proteggerla, di tenerla al sicuro, povero piccolo amore mio, l'ho ammazzata, l'ho ammazzata io, Andrjusha, io che volevo darle speranza, fiducia nella vita!

Andrej gli disse di calmarsi, su, che magari non era neanche morta, che bisognava avere subito qualche informazione, e gli chiese il numero di telefono dell'ospedale.

Seppero allora che, quando l'ambulanza era arrivata sul posto, Masha era deceduta da oltre mezz'ora, le pallottole avevano raggiunto il cuore e l'intestino. Non c'era stato nulla da fare. Sì, ritenevano che fosse morta sul colpo. Senza soffrire. Sì, avevano avvertito la polizia. Sì, la polizia in casa aveva trovato i suoi documenti. Si chiamava Maria Nikolaevna Lushinova. I genitori erano stati avvertiti. Adesso erano lì, in ospedale. In quell'appartamento viveva con un italiano, avevano trovato il passaporto, si chiamava Vittorio Vinciguerra. Tutto faceva ritenere che l'assassino fosse lui. Se si avevano notizie di quell'uomo, bisognava telefonare al centro zonale di polizia, al numero che Andrej si scrisse su un foglietto.

Vittorio guardò Andrej, impietrito.

- È un bel pasticcio! - disse Andrej.

- Che cosa facciamo? - chiese Vittorio, con un filo di voce.

- Per adesso dormiamo. Domani ci penseremo.

Vittorio dormì fino a mezzogiorno. Quando si svegliò, Andrej era nella stanza, con un pacco di giornali.

- Niente di niente. Nessuno ne parla. Come se non fosse successo niente.

- Con tutti i morti che ci sono a Mosca! - disse Vittorio, stirandosi.

- Sì, ma in questo caso ci sei di mezzo tu, uno straniero, non so, credo che la polizia avrebbe dovuto avvertire la tua ambasciata.

- Forse a quell'ora i giornali erano già chiusi. Ne parleranno domani.

- Per oggi comunque è meglio che stai qui. Finché la situazione non si sarà chiarita.

A G O S T O - S E T T E M B R E

E Vittorio rimase da Andrej anche agosto, e anche tutto settembre. Delle faccende di quella notte non ci fu traccia da nessuna parte, i giornali e la televisione non vi fecero mai alcun accenno, né il giorno dopo né in seguito. Ormai era chiaro che la notizia doveva rimanere riservata, e che quindi Vittorio era in un pericolo ancora maggiore. Erano stati sicuramente gli uomini di Karjaghin, a cercarlo, per toglierlo definitivamente di mezzo, ora che Karjaghin si stava avvicinando al presidente Eltzin. Ma il presidente qualcosa doveva avere subodorato, perché un bel giorno, senza dare spiegazioni di sorta, licenziò in tronco il ministro della sicurezza (l'ex KGB) Viktor Barannikov, e tolse via via ogni prerogativa politica e di rappresentanza al vice-presidente Alexandr Rutskoi. Nessuno ci capiva più niente, anche perché i mezzi di comunicazione erano in mano a Eltzin, quindi si sapeva solo quello che voleva lui. Comunque, se non le motivazioni più segrete, almeno le posizioni erano chiare, con Eltzin da una parte, Rutskoi e il Soviet supremo dall'altra, con Karjaghin apparentemente neutrale e la Corte costituzionale spostata un po' verso le ragioni del parlamento. Ormai era una lotta senza quartiere, con il presidente e il governo che si vedevano boicottare qualunque decreto o proposta di legge dall'assemblea legislativa controllata dal ceceno Khasbulatov. E l'inflazione cresceva, e così il disgusto per la politica della popolazione, che non sopportava più quelle guerre di potere personali. L'inflazione poi, oltre a falcidiare salari e risparmi dei lavoratori, creava grossi problemi anche con l'esportazione, fonte primaria di valuta pregiata. Fino all'inizio di giugno, infatti, l'inflazione andava più o meno di pari passo con la svalutazione del rublo nei confronti del dollaro, arrivato a un cambio pari a milleduecento, milletrecento rubli. Poi, d'improvviso, c'era stata una frenata forzosa, voluta dalle autorità monetarie del paese, che aveva assestato il cambio attorno ai mille rubli per dollaro fino a tutto il mese di settembre. Nel frattempo, però, da maggio i prezzi interni, per effetto dell'inflazione, erano quasi raddoppiati, il che, unito a sensibili aumenti salariali, aveva comportato un'impennata dei prezzi di vendita dei prodotti. Con l'ovvia conseguenza che, col rublo stabile nei confronti del dollaro, anche i prezzi di esportazione erano aumentati a dismisura, frenando così non tanto gli affari delle grosse organizzazioni statali e parastatali, quanto quelli delle piccole strutture private, che stavano ormai nascendo come i funghi, e che avevano imparato che un'azienda per stare in piedi non poteva certo vendere a dei prezzi che fossero inferiori ai costi. I nodi del trapasso da un'economia statalizzata a un'economia di mercato imposta dall'alto in tempi e modi così assurdamente repentini stavano tutti arrivando al pettine.

Vittorio si era ridotto a una larva. Il fallimento dell'attentato e la conseguente morte di Masha erano il fallimento definitivo della sua vita. Non si dava pace per quello che era successo a Masha. E quella sorta di prigionia cui si costringeva, nella casa di Andrej, lo stava lentamente uccidendo. Non vedeva nessuno, non parlava con nessuno se non con Andrej. Il quale era gentile, sì, lo riempiva di attenzioni, gli aveva comprato un paio di jeans e qualche camicia, e cercava di rendergli sopportabile quella permanenza coatta in una casa non sua. Ma che, quando veniva a trovarlo qualcuno, invitava giustamente Vittorio a restarsene in camera sua, come ovvia precauzione, almeno per il momento. Per fortuna, in quel periodo Andrej sembrava non avere alcun compagno, e comunque si premurava di vivere fuori casa eventuali rapporti affettivi. Soltanto la donna che ogni due giorni veniva per le pulizie e per rassettare la casa era al corrente della presenza di quell'uomo, che Andrej aveva presentato come Viktor, un vecchio amico di New York. La donna aveva abbozzato, costruendosi nella sua testa una storia tutta sesso e morbosità, e guardava Vittorio di traverso, come fosse chissà quale traviatore di fragili personalità d'artista. Non le piaceva, quello straniero, che non sorrideva mai, se ne stava sempre lì, seduto sul letto, con lo sguardo assente, ad aspettare che lei se ne andasse. E poi era magro, troppo magro, troppo sciupato, che fosse malato? Che avesse l'AIDS? Meglio starne alla larga, non si sa mai.

Quando Andrej non c'era, Vittorio ascoltava musica o guardava distrattamente la televisione. Oppure leggeva, i libri che Andrej aveva portato dall'America, o anche qualche libro in russo, ormai era in grado di comprendere almeno il novanta per cento del russo scritto. Aveva scoperto, tra l'altro, dei piccoli libriccini, pubblicati negli anni trenta, contenenti ciascuno un discorso di Stalin, e sulla cui copertina, nera e rigida, era incollata una sua foto dell'epoca. Era uno stile, quello di Stalin, da vero prete, didascalico fino alla noia, che giungeva al nocciolo della questione partendo da molto lontano, per continuare poi a girarci intorno, fino a semplificarlo in uno slogan. A Vittorio faceva venire in mente Voronov, e molti russi che aveva conosciuto. Uno stile adatto, evidentemente, per un popolo che almeno fino a quel momento aveva sempre avuto bisogno di un prete, o di uno zar, o, appunto, di uno Stalin. Vittorio amava prendere quei libriccini più per guardarli, per toccarli, che per leggerli. Ma, letta una pagina, si buttava sul letto, e stava lì, supino, ad occhi aperti, col cuscino tra le braccia. Mangiava pochissimo, quando Andrej gli riempiva il frigorifero per qualche giorno di sua assenza, al ritorno lo ritrovava quasi intatto. Era ridotto a uno scheletro. E soprattutto, mai un sorriso, mai un desiderio che gli scaturisse spontaneo dal cuore. Quando non era a letto, stava seduto sull'ottomana, la schiena curva in avanti, a guardarsi le mani posate sulle ginocchia. I pensieri vagavano per conto loro, e a lui non importava niente fermarne qualcuno. Tranne uno: perché era successo? Perché? E allora vedeva Masha, i primi mesi di vita in comune, meno di un anno prima. Vedeva i suoi occhi riaccendersi di giorno in giorno, il suo corpo, la sua pelle rifiorire, il sorriso tornare su quel viso malinconico. E le lacrime gli scendevano silenziose per le guance scavate, senza che lui potesse fare niente per impedirlo. Immobile.

Fu Andrej a dirgli che non poteva più andare avanti così, che doveva fare qualcosa. Ma che cosa? Vittorio era senza passaporto, senza visto, non poteva nemmeno circolare, col rischio che lo fermasse qualcuno. Andare alla polizia? L'avrebbero di certo arrestato, con l'accusa di averla ammazzata lui, Maria Nikolaevna. E se lì poi ci fosse stato qualcuno che avrebbe avvertito chi di dovere? E comunque, perché si faceva vivo solo adesso? Oppure poteva andare all'ambasciata italiana. Con tutto il casino che ne sarebbe venuto fuori? Per tornare in Italia? No, grazie. No in un paese in cui stavano vincendo gli egoismi brianzoli della Lega. No in una Milano governata da Bossi. A fare che cosa, poi? Il commercialista? Bleah! Certo che aveva voglia di rivedere qualcuno, di sicuro Viola, ma anche Mbaye e Malina e i loro bambini, e la bella vecchia casa di ringhiera di via Poliziano al dieci, e gli altri amici neri che vi abitavano. Se almeno Mbaye avesse smesso di farsi sfruttare, se i suoi amici avessero smesso di vendere puttanate agli angoli delle strade, in balia della generosità legnosa e sparagnina di una Milano sempre più impaurita, rannicchiata in se stessa, nelle sue difficoltà e nei suoi opportunismi. Certo, forse, dopo tante delusioni, poteva trovarsi proprio lì un fronte di lotta che avesse un senso, una nuova resistenza, per la riconquista del significato di comunità, dello stare insieme. Già, forse. Sì. Ma Vittorio era troppo stanco, ormai. Magari qualche mese prima sì. Ma adesso no. Non riusciva nemmeno a sollevarsi da quell'ottomana un po' sfondata. Poi, era almeno dai fatti di Nizhnij Novgorod che non leggeva un giornale italiano! E comunque, come tornarci, in Italia, senza coinvolgere l'ambasciata?

- Perché non parli con quell'Anatolij Mokerov? - gli chiese d'un tratto, Andrej.

Vittorio non rispose. Guardava in fondo, alla base della libreria. C'era un insetto con le antenne, una specie di piccolo scarafaggio.

- Abbiamo ospiti - disse, assorto.

Andrej non capì subito. Poi seguì lo sguardo di Vittorio, vide l'insetto, prese un pezzo di carta, lo sollevò, delicatamente, aprì la finestra, e lo posò sul davanzale esterno.

- Già - disse allora Vittorio. - Potrei chiamare Anatolij. In fondo c'è qualche probabilità che lui non c'entri per niente.

Decise che valeva la pena di tentare. Qualcosa doveva pur fare. Cercò in fretta il numero nella sua agendina, meglio non pensarci troppo sopra, e lo compose. Anatolij rispose subito.

- Hallò?

- Tolja ... io ... - Vittorio esitava. Ma si poteva proprio fidare di Anatolij?

- Vittorio! Dove sei? Dove sei stato tutto questo tempo?

- Sono da un amico, a Mosca.

- Non ti sei più fatto vivo! Pensavo fossi tornato in Italia.

- Ma no ... non sai ... quello che è successo?

- Che cosa è successo?

- Come ... non sai niente? di Masha?

- No, non so niente, niente. Ma che cosa è successo?

Com'era possibile che Anatolij non fosse al corrente di nulla?

- Ma ... hai parlato con Voronov ultimamente?

- No, è dai primi di luglio che non lo vedo e non lo sento, dopo che ... dopo il fatto. Mi aveva detto che per un po' non dovevamo più vederci né sentirci, poi ci sono state le vacanze, ai primi di settembre gli ho telefonato, ma in ufficio mi hanno detto che era in viaggio, e che sarebbe tornato verso la fine del mese.

- Anatolij, devo vederti. Non ne posso più. E non mi posso muovere.

- Dove sei?

- Sono a casa di un amico, te l'ho detto.

D'impulso gli diede l'indirizzo.

- Domani è martedì ventuno - disse Anatolij - e sono libero. Ti va bene se vengo verso le sette?

Vittorio guardò Andrej:

- Va bene domani alle sette?

Andrej annuì con la testa.

- Domani alle sette, allora. Pokà.

- Pokà.

Quando ebbe riappeso, Vittorio sospirò, e si voltò verso l'amico. E sorrise. Il suo primo sorriso dopo la morte di Masha.

Il giorno dopo Anatolij arrivò puntualissimo, e quasi non riconosceva più Vittorio. Si abbracciarono stretti, a lungo, e si sedettero sull'ottomana, in salotto. Andrej portò un vassoio con tre tazze di tè, un piatto di biscotti, un bastoncino d'incenso indiano, e due candele gialle accese, e si accoccolò anche lui su una poltrona. Anatolij era impaziente, volle subito sapere tutto, e sbiancò in volto quando Vittorio gli raccontò dell'arrivo dei due killer e della morte di Masha. Non è possibile, continuava a dire, non può essere stato Vladimir Vassilevich!

- Non può essere stato che lui, Anatolij. Chi sapeva del telefono cellulare, chi sapeva del fucile?

- Karjaghin, per esempio. - disse Anatolij.

- Ma perché me e Masha? E non altri?

Anatolij si sentì il sangue gelare nelle vene. Pensava a se stesso, a sua moglie, ai figli.

- Voronov era il più vicino a Karjaghin - continuò Vittorio - il suo braccio destro. È stato lui, ne sono sicuro, e sai perché l'ha fatto? Ci sto pensando adesso, ho avuto come un lampo. Perché ho telefonato in Italia, al mio amico Massimo Ferri, che guarda caso è il genero di Voronov. Poiché non riuscivo a parlargli, ho pregato Massimo di chiamarlo lui, per dirgli che dovevo vederlo. Secondo me, Vladimir Vassilevich ci ha riflettuto, ha avuto paura che io raccontassi tutto a Massimo, che Massimo ne parlasse con qualcun altro, e insomma, che venisse fuori tutta la faccenda dell'attentato, con nomi e cognomi, e con tutte le conseguenze, anche diplomatiche, che ne sarebbero scaturite. Voronov ne avrà parlato con Karjaghin, il quale avrà pensato bene di non correre rischi, incaricandolo di farmi fuori. Questa è la verità! In che bel casino che sono andato a ficcarmi.

- Forse è proprio così - mormorò Anatolij - anche se mi sembra impossibile.

- Certo che Karjaghin ha giocato ben sporco! - intervenne Andrej. - Chissà che cosa gli ha promesso Eltzin.

- Eltzin ha paura, Andrej - disse Anatolij. - Ha paura di sentirsi isolato, di perdere terreno, e sta cercando di comprare tutti, l'esercito per primo. Ma l'esercito è legato all'industria di stato, soprattutto a quella militare e aerospaziale, e vuole controllare la cosiddetta conversione, per cui Eltzin ha dovuto concedere qualcosa a Karjaghin e soci. Nel suo scontro con il Parlamento, Eltzin vuole essere sicuro di avere dalla sua parte chi controlla veramente le industrie strategiche, e chi possiede le armi. Quando sarà tranquillo su questo punto, state sicuri che non ci penserà più di una notte a fare piazza pulita di chiunque gli metta i bastoni tra le ruote, a cominciare da Rutskoi, da quelli del Soviet supremo e dalla Corte costituzionale.

- Ma Karjaghin comanda ancora veramente? Con tutto il parlare che si fa di privatizzazione, di liberalizzazione.

- Certo che comanda! In realtà, come dice l'economista Javlinskij, il governo di fatto finora non ha privatizzato niente, ha solo realizzato una collettivizzazione dell'industria, trasformando le aziende statali in enormi kolkhoz industriali dove non si capisce più niente, chi li guida, dove sono i soldi, chi ci lavora. La proprietà è vero che adesso è diffusa, ma è anche vero che i direttori continuano ad aver bisogno del denaro dello stato. Gli azionisti credono così di essere proprietari, nella sostanza però non lo sono, perché non dispongono delle risorse finanziarie. Le ex industrie di stato sono quindi, per così dire, aziende post-statali, né private né pubbliche, né donna né uomo. Ma ciò non toglie che siano comunque in una posizione di monopolio, come lo erano prima, e che l'economia del paese non possa prescindervi. Abbiamo insomma un'economia sovietica, senza più il partito che la gestiva[17]. E si capisce che in una situazione come questa i Karjaghin hanno bisogno del governo, come il governo ha bisogno di loro. Quindi i Karjaghin, per prosperare, o tolgono di mezzo Eltzin e i suoi accoliti, che stanno facendo solo una gran confusione, oppure si accordano con lui.

- E tu, Anatolij - chiese ancora Andrej, molto interessato - come vedi tutto questo?

- Io - rispose Anatolij, un tono di voce più duro, le parole come staffilate - parto solamente da due constatazioni. Eltzin, e prima di lui Gorbachov, ha distrutto l'Unione Sovietica. Prima eravamo un grande stato federale, forte e potente, un'unione di repubbliche, ciascuna con le proprie peculiarità, che insieme potevano sopperire a tutti i bisogni della popolazione. Adesso siamo smembrati, spesso in guerra tra di noi. Così quando io vedo la bandiera rossa con la falce e il martello e la stella, la venero, sì, ma non tanto perché rappresentava il comunismo, quanto perché era la bandiera dello Stato! La seconda constatazione, è che Eltzin e la sua congrega di portaborse sta americanizzando la Russia. Capitemi però, io non sono per il comunismo statalista di prima, no! nell'agosto del novantuno ero sulle barricate contro il golpe! A combattere per una riforma della proprietà socialista, come Gorbachov diceva nei primi anni della perestroika. Per un'economia di mercato, certo, in cui però la proprietà non fosse nelle mani dello stato capitalista o di un padrone, ma nelle mani dei lavoratori. Quindi io non sono contro il mercato, ma contro una concezione americana e rigidamente capitalistica dei rapporti e delle libertà economiche! Io voglio uno stato, insomma, che non rinunci a far da controllore, soprattutto nei settori strategici, che tenda a evitare squilibri nello sviluppo, che faccia in modo che la gente non muoia di fame, che il controllo reale del mercato non cada nelle mani della criminalità come adesso. Che cosa ci ha dato, invece, la politica americanista di Eltzin e di Gajdar? Un capitalismo pre-moderno, basato su un'accumulazione primitiva (ricordate Marx?) senza alcuna regola, che ha comportato inflazione, speculazione e mafia.

- Ma quanti nel paese la pensano così? - intervenne amaro Vittorio, scuotendo la testa. - Sembra che nessuno ci rifletta, che ciascuno pensi solo a se stesso, cercando di tirare avanti, sperando che il governo abbia ragione, che finalmente arrivi un po' di benessere.

- È vero - replicò sicuro Anatolij - tieni presente però che i mass media sono tutti sotto il controllo di Eltzin, e sono il novanta per cento delle fonti di informazione dei russi.

- Cristo, ma gli oppositori dovrebbero comunque farsi sentire! Costituire un movimento, un partito nuovo. Con una individualità precisa, in modo che l'opinione pubblica non li confonda con i vetero-comunisti, o, peggio, con i fascisti o i monarchici. In fondo ai tempi di Brezhnev i dissidenti si facevano sentire.

Anatolij sorrise.

- Da voi, forse, si facevano sentire. Qui la maggior parte del popolo non sapeva nemmeno che esistessero. E dimentichi che qui non c'è alcuna tradizione di movimenti o di partiti. Finanziati da chi, poi, da gente che non riesce ad arrivare a fine mese? E come potrebbero arrivare a parlare alla gente, non avendo accesso alla televisione? La Russia è enorme, e l'unico modo per comunicare sono i media.

Per un po' non parlò nessuno.

- E come la pensa quella parte di popolazione informata, privilegiata, che ha gli strumenti intellettuali e culturali per poter riflettere? Ad esempio, nel vostro istituto, che cosa pensate, siete divisi, uniti ...

Era stato Andrej a rompere il silenzio. A Vittorio sembrava che venisse da un altro mondo, che non vivesse a Mosca ma ancora a New York. Come faceva a non sapere quelle cose?

- Nel nostro istituto c'è un reparto di matematica teorica, e uno di matematica applicata. Nel primo, l'ottanta per cento è contro Eltzin, nel secondo il cinquanta.

Ancora silenzio, sembrava che Andrej prendesse mentalmente nota.

- E tu - chiese allora Anatolij, con una punta di diffidenza nella voce - che ne pensi?

Andrej sorrise, e lo guardò, disarmante.

- Io non ci capisco niente - disse. - Non accusatemi di qualunquismo, ma per me Eltzin, Rutskoi, Khasbulatov sono tutti uguali, senza alcuna storia di democrazia alle spalle. Concepiscono la lotta politica come lotta per il potere personale, hanno le stesse concezioni di Ivan il Terribile, di Pietro il grande e di Stalin. Io sono arrivato alla conclusione che qui non c'è democrazia, e chissà quando mai verrà. Quella gente gioca, e gioca forte e pericoloso, senza magari rendersene conto. Si arriverà a una resa dei conti durissima, per forza, qui l'uno imbavaglia l'altro, o mente, o tradisce, e ci sarà un bagno di sangue, quando uno di questi si impunterà, e vorrà avere la meglio a tutti i costi.

- Quello che io rimprovero a Eltzin - continuò Andrej molto serio - è di voler imporre alla Russia un modello economico e culturale che non ci appartiene. Sta causando una tragedia incalcolabile, non solo per quello che dicevi tu, Anatolij, ma anche, e per me soprattutto, perché ci sta facendo perdere ogni connotazione, ogni specificità, ogni autonomia. Voi siete piombati qui - disse, rivolto a Vittorio, senza peraltro alterare la bella voce che lui ben conosceva - tronfi, come un'esplosione, stravolgendo tutto, imponendo con prepotenza i vostri schemi etici e politici, i vostri comportamenti schizofrenici, le vostre grida volgari. Avete fatto irruzione, rumorosamente, nelle bianche strade delle città russe, avete portato il disordine nei villaggi antichi delle grandi pianure, siete calati con violenza dal vostro mondo fittizio, disgregando il concetto di bene comune, e sostituendolo con quello del potere del denaro. D'altra parte, siete i vincitori, caro Vittorio, e chi vince viene, sottomette e detta le condizioni. Per ora, cerchiamo solo di fare in modo che questo momento di disperazione passi, perché possa tornare il sorriso sulle labbra della gente. Dopo, si vedrà.

- Dopo sarà troppo tardi, Andrjusha - disse Vittorio, ferito dalle parole di Andrej, come se lo riguardassero personalmente. - È adesso che bisogna porre delle basi diverse, altrimenti le città della Russia diventeranno come New York, come Milano, e con tutta la tua buona volontà non riuscirai a cambiare più niente, la gente starà ben rintanata nel proprio guscio, o nel proprio clan, e che tutti gli altri si fottano. Qui si tratta di impostare una realtà invece che un'altra, La realtà che vuole Eltzin, e il Fondo Monetario Internazionale, non è l'unica possibile, cristo, non dobbiamo investire nulla in un mondo come questo, Andrjusha, farci fagocitare dai meccanismi bastardi di questo reale contrabbandato come necessario, dal menefreghismo universale per lo sfacelo cosmico che sta sbriciolando un mondo di cinque miliardi di persone manovrate dal profitto e dagli affari. Voglio anch'io, Andrjusha, la Russia che ti luccicava negli occhi a New York, voglio che tutto il mondo sia così. Altrimenti meglio che un terremoto ci sommerga tutti, così i sopravvissuti torneranno nelle caverne e nei campi, e magari riusciranno a ritrovare un po' di umanità e di amicizia, senza dover vivere con l'assillo della competizione, dell'arrivismo, delle montagne di spazzatura puzzolente.

Vittorio aveva gli occhi lucidi dalla tensione. Due mesi di tensione accumulata.

- Vittorio - disse dolcissimo Andrej, guardandolo con un affetto immenso - investire, come dici tu, in questa realtà così com'è, io penso che non voglia dire granché, che sia un discorso astratto. Io credo invece che occorra investire, per usare il tuo termine, sulle persone, sul loro essere, questo sì, reali, presenti, disponibili. È di lì che devi partire se proprio la vuoi cambiare, questa realtà. La realtà non la cambi tu, lo dobbiamo fare tutti insieme. Non c'è un gruppo, o un partito, di possessori della verità, che lo possa fare per gli altri. Perché gli altri, in ogni momento, possono vanificare tutti i tuoi sforzi. A meno che non usi la forza. Le persone ci sono, Vittorio. Le ho viste anche l'altra sera, quando sono andato al teatro delle marionette di Obraztzov. Gente normale, che va in quel teatro alle sette di sera, spostandosi da casa, facendosi magari un'ora di metrò, e lo riempie tutte le volte. Gente che va ai concerti, e continua a dire che la musica di Chaikovskij è una vacanza dell'anima. Gente che ama, che ha dei figli, che li segue a scuola, che si arrabbia se sporcano il quaderno con l'inchiostro. Gente che ha dignità e rispetto di sè. Tu, Vittorio, conosci solo gli aspetti esteriori di questa città, le persone che frequentavi per il tuo lavoro, ma ti sei chiesto se sei veramente mai riuscito a entrare in contatto con queste altre persone, che sono la Russia vera, se sei veramente mai riuscito a parlare con loro, con semplicità, con amore, e non dall'alto delle tue elucubrazioni ideologiche?

- Ho fatto un sogno - continuò Andrej, guardando ora Vittorio, ora Anatolij. - Sono in una grande isba di legno, con una grande stanza, in cui si trova una grande stufa centrale. Tutto grande, e io piccolo piccolo. L'isba si trova in una sterminata pianura, coperta di neve, ma davanti alla porta d'ingresso c'è un giardino, con l'erba bagnata dalla rugiada, e tante specie di fiori, in modo che sia fiorito tutto l'anno. Sul pavimento della casa, ci sono tanti cuscini colorati, illuminati dalla luce debole di tante piccole candele gialle. E qui, in questo posto, io insegno. Insegno a moltissimi ragazzi, così tanti che non riesco a vedere l'ultima fila, in fondo, vicino alla parete con due piccole finestre. Non so bene che cosa sto insegnando, ma ricordo una frase che sto dicendo in mezzo ai ragazzi, ed è che ciò che più conta nella vita, è tornare a casa, e poter davvero guardare negli occhi i propri figli, come io sto facendo adesso con loro, senza dover abbassare mai lo sguardo.

La voce di Andrej era divenuta via via sempre più bassa, quasi un sussurro. Anatolij e Vittorio si erano avvicinati, e adesso i loro volti erano tutti vicini, illuminati solamente dalle candele gialle. Forse era quella, la felicità. E nessuno voleva interrompere quel momento magico con qualche intervento inopportuno.

Andrej portò in tavola vodka e antipasti di tutti i tipi. Mangiarono con appetito. Anche Vittorio. Erano tre amici di lunga data, che adesso sorridevano e scherzavano, in quella calda atmosfera carica di riconoscenza non espressa, che si crea quando si raggiunge una perfetta sintonia sancita dall'affetto reciproco.

Mentre bevevano l'ennesimo bicchierino di vodka, Anatolij chiese di accendere il televisore. Andrej protestò un po', perché non amava la televisione, ma poi, senza motivo, si fece pensieroso, e pigiò il tasto. E nella stanza entrò d'un tratto la faccia ingrugnata del presidente Eltzin. Tutti e tre ammutolirono d'un colpo. Il tono di Boris Nikolaevich era drammaticamente serio, parlava lentamente, scandendo le parole. Vittorio lo fissava, impietrito. Eccola lì, la sua vittima-carnefice! Eccoli, quel muso gonfio, quegli occhi sottili, quasi asiatici, freddi e cattivi, quella bocca piccola e feroce, così incapace di sorridere. Eccolo, quell'ex comunista arrogante e vendicativo, che si rivolgeva al popolo della Russia, come gli piaceva tanto dire. Vaffanculo! Gli aveva rovinato la serata. E non solo a lui.

- A partire da oggi - stava dicendo Eltzin - hanno termine le funzioni legislative e di controllo del Congresso dei deputati del popolo e del Soviet supremo. Il mandato dei deputati è finito. Il Parlamento così dissolto verrà sostituito da una nuova Assemblea federale bicamerale, la cui elezione avverrà nei giorni undici e dodici dicembre di quest'anno. Ogni tentativo di opporsi a queste decisioni sarà punito a norma di legge.

- Questo decreto straordinario - continuò il presidente - è stato reso necessario dalla palese volontà del parlamento di bloccare ogni tentativo di riforma. Il solo modo per superare la paralisi dei poteri dello stato è di rinnovarli dalle fondamenta, appellandoci al popolo e a una nuova costituzione. L'attuale costituzione va cancellata, poiché non consente di risolvere i conflitti istituzionali, e neppure dà le regole per passare a una nuova costituzione. Chiamo tutti i paesi del mondo a sostenere queste drastiche ma inevitabili misure, che sono l'unica strada percorribile per difendere la libertà e la democrazia in Russia.

Il più furioso era Anatolij, rosso in volto.

- Eltzin non ha alcun diritto di fare questo - urlava. - È un pazzo antidemocratico. Un dittatore! È peggio di Stalin!

Anche Andrej era scosso. - Ma che succede! - mormorava - Non è giusto!

- Certo che non è giusto! - continuò Anatolij, tutto concitato - È un colpo di stato bello e buono, come quello del novantuno! Dobbiamo scendere di nuovo in piazza, dobbiamo difendere il parlamento, con le barricate, e con le armi, se necessario. Basta! Eltzin si è messo fuori dalla costituzione, non può più essere il presidente del paese. Il parlamento deve poter continuare a lavorare, e il suo primo atto dovrà essere l'elezione di Rutskoi a nuovo presidente della federazione.

- Questo è il risultato dell'accordo con Karjaghin - sogghignò con amarezza Vittorio. - Oltre alla morte di Masha.

- Io vado, Vittorio. - Anatolij era già sulla porta. - Vado alla Casa bianca, a vedere quello che sta succedendo. Voi venite?

Vittorio lo guardò, dal basso in alto.

- No, Anatolij. Non adesso. Non mi fido più di nessuno. Voglio prima vedere che cosa ha intenzione di fare la cosiddetta opposizione. - Abbassò gli occhi. - E poi, adesso, la mia vita vale meno di prima. Adesso Karjaghin deve farmi fuori.

Quell'ultima settimana di settembre per i moscoviti fu una grande scocciatura. Col passare dei giorni le strade di accesso alla Casa bianca erano state completamente sbarrate, e il traffico in quella zona, già normalmente caotico, divenne un vero inferno. Raggiungere poi l'Hotel Mezhdunarodnaya, il Centro delle Esposizioni e i negozi e i ristoranti del Centro commerciale Sadko-Arkade, sulla Krasnopresnenskaya Naberesnaya, era quasi impossibile. Tutti, dai semplici cittadini ai taxisti agli uomini d'affari, erano letteralmente inviperiti contro Eltzin e contro i parlamentari che, guidati da Rutskoi e da Khasbulatov, si erano asserragliati nella Casa bianca. "Che si scannino pure tra loro" diceva la gente "basta che ci lascino lavorare e vivere un po' tranquilli!" D'altro, dei conflitti che avevano condotto a quella situazione, di che cosa stesse realmente succedendo, di quale fosse la posta in gioco, alla cosiddetta gente sembrava non importare assolutamente nulla. "Sono tutti banditi, sia Eltzin che Rutskoi, corrotti fino alle midolla, gliene frega solo di non perdere il potere." "Non serve a niente, quelli che verranno saranno uguali a questi. È la politica che è una cosa schifosa." "Questi o quelli è uguale, tanto chi ci va di mezzo siamo sempre noi. Col comunismo si stava male, ma con il capitalismo si sta anche peggio."

La situazione all'inizio sembrava, come sempre, grave ma non seria. Nessuno dei due schieramenti voleva cedere. Il parlamento non si voleva affatto sciogliere, anzi, aveva destituito formalmente Eltzin e nominato come Presidente Alexandr Rutskoi. Inoltre, aveva nominato tre nuovi ministri, rispettivamente per gli interni, la difesa e la sicurezza. Venne convocata alla Casa bianca una sessione straordinaria del Congresso dei deputati del popolo. Ne arrivarono poco più della metà. L'esercito si era dichiarato neutrale, anche se il ministro della difesa "governativo" Pavel Grachev affermava pubblicamente che Eltzin avrebbe potuto in ogni caso contare sulla fedeltà delle forze armate. Nelle varie regioni e repubbliche della federazione russa c'era molto nervosismo, con gran parte delle amministrazioni che appoggiavano Eltzin, mentre i soviet locali prendevano le difese del Soviet supremo. Rutskoi cercava l'appoggio popolare, chiamando la gente alla lotta: "Tocca a voi" gridava a sparuti gruppi di manifestanti davanti alla Casa bianca, tra lo sventolio delle bandiere rosse dell'Unione Sovietica e quello delle bandiere nere, gialle e bianche dei nazionalisti più estremi "difendere la possibilità che la Russia proceda nel cammino di una trasformazione morale nazionale! Questa banda che ha portato la rovina nel paese deve rispondere dei suoi misfatti non solo davanti al popolo, ma anche nei tribunali, dove verranno emesse le giuste sentenze." Per tutta risposta, Eltzin ostentava tranquillità passeggiando per Mosca, affermando che il parlamento non esisteva più, quindi non c'era, non poteva esserci, e non ci doveva essere alcuna forma di dialogo. Nella Casa bianca, le autorità moscovite tagliarono luce, riscaldamento e linee telefoniche. E Yuri Luchinsky, capo dell'ispettorato statale per la libertà di stampa, inviava ai giornali e alle televisioni un "avvertimento" secondo il quale qualunque articolo o trasmissione, che contenesse appelli per le dimissioni del presidente, sarebbe stato perseguito a norma di legge. Quale fosse questa legge, non era indicato.

La Corte costituzionale aveva fatto il suo dovere di difensore della costituzione. Quella in vigore, qualunque fosse. Il presidente Valerij Zorkin aveva subito condannato come anticostituzionale il decreto di Eltzin che scioglieva il parlamento e indiceva nuove elezioni in dicembre. In seguito, per uscire da quella tremenda impasse, propose di ritirare il decreto così com'era, e di emanarne un altro secondo il quale, contestualmente alle elezioni legislative, si sarebbero dovute svolgere anche quelle presidenziali. Nel frattempo, la Corte sarebbe stata l'unico arbitro nelle dispute che avessero contrapposto Eltzin al Parlamento. Manco a dirlo, Eltzin rifiutò, con il pretesto del vuoto di potere che si sarebbe verificato in concomitanza con il periodo elettorale. Le elezioni presidenziali, disse, si sarebbero tenute il dodici giugno dell'anno successivo. La proposta di Zorkin fu invece ritenuta molto interessante da circa quaranta soviet regionali, e dai presidenti di nove amministrazioni, tra cui quella decisiva di Novosibirsk. E anche i parlamentari chiusi nella Casa bianca dissero che avrebbero accettato elezioni contemporanee da tenersi in marzo. Eltzin rispose: intensificò l'assedio facendo disporre di traverso alle vie d'accesso alla sede del parlamento filo spinato e camion-cisterna, guardati a vista dalle truppe del ministero degli interni. Nessuno poteva più entrare nella Casa bianca, nemmeno gli addetti ai rifornimenti alimentari. I ribelli si sarebbero arresi per fame. Era ormai diventata una guerra dei nervi, molto pericolosa, con dichiarazioni bellicose da parte di Rutskoi e compagni, e con insulti (ubriaconi, criminali, psicolabili!) e pugno di ferro da parte dell'entourage di Eltzin. Nel frattempo, un gruppo di rappresentanti di soviet regionali, riuniti a Novosibirsk, minacciavano di costituire la Repubblica autonoma della Siberia se Eltzin non avesse ritirato il decreto di scioglimento del parlamento. E in città, a Mosca, erano cominciati i primi scontri tra manifestanti, sostenitori del parlamento, e la polizia del ministro degli interni Viktor Erin.

L'ultimo tentativo di mediazione fu compiuto dal capo della chiesa ortodossa russa, il patriarca Alekseij II, il trenta di settembre. Il "presidente" Rutskoi e il parlamento dichiararono subito la loro disponibilità a incontrare gli inviati di Eltzin. Il quale non poté rifiutare. L'incontro avvenne il giorno successivo nel monastero Danilov, sede del patriarcato, ma l'unico esito concreto, alla fine di quel primo ottobre, fu il ripristino dell'elettricità, del riscaldamento e delle linee telefoniche nella Casa bianca. Nel merito della questione da dibattere, i rappresentanti di Eltzin affermarono categoricamente che essi avrebbero proseguito le trattative solo se gli assediati avessero consegnato entro lunedì quattro ottobre tutte le armi che si trovavano all'interno dell'edificio: si parlava di migliaia tra fucili, pistole, Kalashnikov e lancia-granate. Gli uomini di Rutskoi ribatterono, altrettanto categoricamente, che prima Eltzin avrebbe dovuto togliere l'assedio, e soltanto dopo avrebbero discusso.

Ormai si capiva che la lotta sarebbe stata all'ultimo sangue. Letteralmente.

O T T O B R E

Vittorio era molto infastidito, per via di quella maledetta influenza che lo costringeva a stare a letto. Quella settimana a Mosca il tempo era stato quasi invernale, con punte, durante la notte, di meno sei gradi. Addirittura giovedì era anche nevicato, un nevischio bagnato che il vento rendeva ancora più pungente. Un fine settembre così freddo era molto strano anche per un clima come quello moscovita. Fatto sta che molte abitazioni erano ancora prive di riscaldamento. O meglio, le centrali che fornivano il riscaldamento alle abitazioni di alcune zone di Mosca non erano ancora state attivate. E in casa di Andrej si moriva dal freddo. Solo il giorno prima, venerdì primo ottobre, i termosifoni avevano dato qualche segno di vita. Ma ormai era tardi: Vittorio era a letto con trentotto di febbre.

Vittorio aveva una gran voglia di uscire. Soprattutto adesso, con quello che stava succedendo in città. Aveva sentito da Andrej di manifestazioni in piazza Pushkin, in Novy Arbat, alla fermata del metrò di Barricadnaya, con pestaggi a sangue tra i sostenitori del Soviet e la polizia. Aveva sentito dell'assedio alla casa Bianca da parte degli OMON del ministero degli interni, e di come Rutskoi dichiarasse fieramente che in caso di attacco tutti gli occupanti avrebbero combattuto fino alla morte. Ma Andrej lo aveva anche fermamente consigliato di non muoversi di lì, almeno fino a quando non ci fosse stata un po' di chiarezza su come sarebbe andata a finire. Karjaghin, ormai oggettivamente alleato di Eltzin, non sarebbe certo stato contento se qualcuno, magari dall'estero, lo avesse denunciato come l'organizzatore di un attentato alla vita del presidente. Per cui in ogni caso era molto più salutare, per Vittorio, evitare di farsi vedere in giro.

Ma quel sabato Vittorio sarebbe uscito a qualunque costo, se non ci fosse stata quella maledetta febbre a costringerlo in casa. Sapeva che all'Arbat, quel giorno, si sarebbero tenuti grandiosi festeggiamenti per i cinquecento anni di vita di quella strada, con musica e spettacoli teatrali open air. E lui, con una fitta di nostalgia nel cuore, avrebbe dato chissà che cosa per parteciparvi. Ne aveva parlato con Andrej, ricordando insieme a lui il suo viaggio a New York e i bei tempi del teatro degli anni sessanta e settanta.

- Non è la stessa cosa! - aveva detto Andrej con una punta di amarezza. - Qui rappresentano le nozze di Pushkin, davanti alla sua casa turchese sull'Arbat, e nient'altro, caro Vittorio. È un teatro puramente evocativo, descrittivo, tradizionale. Niente di quello che pensi tu!

- Non importa, - aveva detto Vittorio - è l'atmosfera della festa che mi piacerebbe ritrovare. Osservare le persone, e stare insieme a loro. Cercare di capire un po' di più. Di vederle un po' con i tuoi occhi.

C'era invece andato Andrej, alla festa. E Vittorio stava dormicchiando al buio quando, verso le otto di sera, il suo ospite fece ritorno a casa. Quando accese la luce, Vittorio notò che era scuro in volto, con gli occhi inquieti, preoccupati.

- Che cosa c'è? - chiese, con una punta d'ansia nella voce.

- Vittorio, mi sa che ci siamo. Altro che festa! Oggi l'Arbat era un inferno.

- Come? Cosa? - Vittorio era incerto tra lo sgomento e l'eccitazione. Andrej andò in cucina e si versò uno, due, tre bicchieri pieni d'acqua. Vittorio si alzò dal letto e lo seguì, tempestandolo di domande. L'altro beveva, tutto d'un fiato, e gli faceva cenno con la sinistra di aspettare un attimo. Sembrava sconvolto. Dopo l'ultimo sorso respirò a lungo, e si voltò verso Vittorio. Sempre in silenzio, si diresse in sala, e si sdraiò sull'ottomana, con la testa appoggiata a un bracciolo, gli occhi chiusi, le labbra serrate.

- Allora? - insistette Vittorio, timidamente, sedendosi sulla poltrona.

- Sono arrivato verso l'una, e la strada era già piena di gente - cominciò Andrej. - C'era un grande palco, gruppi musicali che aspettavano il loro turno, attori in abiti d'epoca, mamme e bambini che mangiavano il gelato, i sorrisi della festa. Uno spettacolo! Anche se, in tutta quella sagra di spensieratezza, io ero attratto invece da una bambina bionda, avrà avuto sì e no dieci anni, vestita in azzurro, che suonava il violino, all'altezza del vicolo Starokonjushennyj, con una malinconia così struggente da farmi piangere. Mi sembrava impossibile che una bambina così piccola fosse in grado di ottenere dei suoni e delle armonie così adulte, complesse, perché solamente una persona che ha profondamente sofferto può far uscire da un violino emozioni di quell'intensità. Rimasi lì a guardarla, incantato. E anche lei smise di suonare e mi fissò. Sembrava una figura del periodo blu di Picasso. Rimanemmo lì, immobili, per non so quanto tempo, mentre le musiche e le chiacchiere gioiose della gente diventavano sempre più lontane. Poi la bambina si voltò, e fece per andarsene, verso Gogolevskij Bul'vard. Ma si bloccò di colpo, e di scatto mi guardò di nuovo, spaurita, come a chiedere, a implorarmi per qualcosa. In quel momento, l'azzurro si confuse con il rosso.

Andrej tacque. Stava rivedendo la scena. Vittorio fremeva dall'impazienza, ma non disse niente.

- Erano tanti, sicuramente più di cinquecento, ma in quella strada così stretta sembravano molti di più. Era uno sventolio incredibile di bandiere rosse. Sono saliti sul palco, gridando slogan contro Eltzin e contro la polizia. La gente non ha capito subito quello che stava succedendo, si guardava intorno smarrita, magari pensando a qualche strana rappresentazione non in programma. Ma quando si sono visti arrivare i poliziotti a centinaia, c'è stata allora una fuga generale, disordinata, bambini trascinati dai genitori, coni di gelato che cadevano per terra, i grandi che urlavano spaventati, i piccoli che piangevano, vedendosi defraudati di colpo della loro giornata di festa. I dimostranti erano compatti, decisi, e si scagliavano contro i poliziotti, lanciando sassi e bottiglie incendiarie, al grido di "Fascisti!", finché gli OMON non si sono ritirati oltre l'anello, all'imbocco di Smolenskaya ulitza. In meno di quindici minuti, i manifestanti hanno eretto due barricate parallele alte almeno due metri, fatte di sbarre d'acciaio, tavole di legno, piloni di cemento, copertoni di macchine, che andavano dalla fine dell'Arbat fino a Smolensakaya ulitza, bloccando tutto il traffico sull'anello. Hanno messo di traverso un camion, scrivendoci sopra con della vernice: "IL POTERE AL POPOLO, ELTZIN SOTTO UN TRENO". Poi hanno appiccato il fuoco alle barricate. Tutti i commercianti dei chioschi lì attorno hanno chiuso in fretta e furia. La gente che usciva dalla stazione Smolenskaya del metrò si trovava in pratica tra due fuochi, da una parte i dimostranti, dall'altra la polizia, che non andava tanto per il sottile. Ho visto più di una persona picchiata a sangue con i manganelli. Per fortuna non sono comparse armi da fuoco: i poliziotti si sono limitati a sparare in aria. In poco tempo, c'era solo un grande fumo nero, e il rosso delle bandiere issate sul palco. Sassi, vetri e cenere dappertutto. Un inferno. E sai una cosa? Un centinaio di metri dietro il "fronte" della battaglia, la rappresentazione delle nozze di Pushkin è andata comunque in scena, tra le bottiglie Molotov che volavano da una parte all'altra, con un centinaio di spettatori, tra cui io. "C'è stato un piccolo problema con la manifestazione" mi ha detto poi una delle attrici. "Ma i nostri attori sono abituati a qualunque cosa".

Vittorio attese paziente che Andrej continuasse. Poi chiese:

- E ... com'è finita?

- Quando sono venuto via, ci saranno stati ancora un trecento dimostranti, con Ilya Konstantinov, quel deputato che è a capo del Fronte di salvezza nazionale, che dirigeva gli scontri dall'alto del palco. Ma a poco a poco se ne stavano andando tutti.

- Cristo! - mormorò Vittorio. - E io stavo qui, a cincischiarmi con questa mezza influenza del cazzo!

Andrej si alzò di scatto dalla sua posizione sdraiata, e rimanendo seduto fissò Vittorio con rabbia.

- Ma che cosa dici! Che cosa vuoi fare, ancora? Non ti basta tutto quello che hai combinato? Volevi andare a vedere lo spettacolo? Per gratificare questo tuo estetismo malato travestito da passione politica? Per vivere un altro dei tuoi happening? Fregandotene di tutto il resto? Della gente che non ne può più? Di quella bambina costretta a suonare per la strada, e a chiedere l'elemosina? Credi che a quei seicento tizi che vanno in giro per le strade di Mosca con le bottiglie molotov gliene importi veramente qualcosa del cosiddetto "popolo"? Delle persone, in carne e ossa, voglio dire, e non di quel concetto ideologico e astratto che ci hanno insegnato a scuola trent'anni fa? La vuoi smettere, una buona volta, di essere così stupido, insensibile, ed egoista?

- Hai ragione! - gridò Vittorio, colpito, e offeso, dalla violenza così inusuale del tono di Andrej. - Hai ragione, non facciamo niente! Lasciamo che vinca Eltzin. Lasciamo che i suoi Gajdar e i suoi Burbulis si impadroniscano di questo paese. Lasciamo che sbarchino gli americani, che ci siano i senzatetto per le strade, e gli straricchi che girano in limousine. Credi che la tua bambina vivrà meglio, in una società del genere? Ma che cosa vuoi da me? In fondo è vostro, è tuo, questo paese. Arrangiatevi, cristo.

- Appunto. Tu pensa solo a salvarti la pelle. - Poi Andrej cambiò tono. - Ne abbiamo già parlato molte volte. Io non sono né per Eltzin né per Rutskoi e compagni. Lo sai bene. Mi offendi, se non hai capito questo. Io dico solo che bisogna smetterla, con queste violenze inutili, che non portano da nessuna parte. Tutto qua.

- Se credi di fermare la finanza internazionale con questo tuo populismo, ti sbagli di grosso, Andrjusha. La Russia è un mercato troppo grande e appetibile perché i pescecani si fermino davanti ai tuoi argomenti etico-pedagogici. Mi spiace, Andrjusha, ma adesso o mai più. Ne sono assolutamente convinto. E ti giuro che adesso non sto estetizzando proprio niente. Sto solo assistendo con grande amarezza alla fine di un popolo. All'annientamento delle sue radici e della sua storia. Che cosa importa a me che non sono russo! Potrei andarmene, certo, fregarmene. Ma non ci riesco. In questo momento non sono né russo né italiano. Vedo solo nero per il mondo. Per tutto il mondo. E io sono qui, a letto con l'influenza.

- Ti preparo qualcosa da mangiare?

Il sole filtrava dalle pesanti tende della camera. Era una mattinata splendida. Vittorio si alzò dal letto, con fatica. Tossì forte, un grumo di catarro gli salì dal fondo dei polmoni. Andò in bagno, a sputare. Non si reggeva in piedi. Tornò in camera e tirò le tende. Le foglie degli alberi davanti alla casa si agitavano piano, quasi per godersi meglio l'azzurro pulito del cielo. Vittorio sentì un brivido salirgli su per la colonna vertebrale. Posò le mani sul termosifone caldo. Poi si fece forza, e andò in cucina a prepararsi la colazione. Erano le nove e mezza. Andrej era uscito molto presto, era stato invitato da un amico nella sua dacha fuori Mosca. A quel pensiero Vittorio sorrise, involontariamente. Quell'amico da un po' di tempo era molto assiduo. E lui doveva trovarsi al più presto un'altra sistemazione.

Dopo colazione, si accoccolò sull'ottomana, e accese il televisore. Nessun accenno agli avvenimenti del giorno prima, o a fatti che stessero eventualmente accadendo in quel momento. Del resto, lo sapeva, tutte le televisioni erano poste sotto lo stretto controllo di Eltzin, e si guardavano bene dal trasmettere qualcosa che non fosse favorevole al presidente. Le ragioni degli occupanti della Casa bianca molto raramente avevano avuto accesso all'informazione diffusa dalla tivù. Annoiato, Vittorio spense l'apparecchio, e se ne tornò stancamente a letto. Provò a leggere qualcosa, ma gli occhi gonfi non ce la facevano, a seguire i caratteri cirillici sulle pagine del libro. Allora si addormentò. E sognò.

Si trovava nei pressi di una grande casa, circondata da alberi dal fogliame molto scuro. Non c'era anima viva. Tutto era immobile. La casa, una grande villa rettangolare a due piani, con le imposte nere, era immersa in una luce strana, quella luce inquietante che compare verso sera, quando non è più giorno ma non è ancora buio. Lui sentiva, sia dentro che fuori di sé, una profonda angoscia, che mentre si avvicinava all'edificio si trasformava in vero e proprio terrore, che gli attanagliava la gola. Percepiva presenze invisibili e cattive, che lui identificava con il Male. Voleva allontanarsi, ma non ci riusciva, qualcosa gli bloccava le gambe, tentava di urlare, ma dalla gola non usciva nulla. Fu allora che, in alto, una imposta si spalancò, e lui vide, alla finestra, Laura e Masha che lo guardavano, inquiete. D'un tratto nella mano di Masha comparve una bandiera rossa, e tutte e due si misero a gridare qualcosa, ma erano mute, e non si capiva che cosa volessero. Poi Masha buttò via la bandiera rossa, che lentamente cadde verso terra. Ma non ci arrivò, perché un clown, che stava suonando il clarinetto sotto quelle finestre, l'afferrò in tempo. E si diresse verso di lui. Quindi si tolse il cappelluccio viola, e Vittorio si accorse con terrore che, sotto il trucco, aveva le sue stesse sembianze. Il clown fece un inchino, e, fingendo di piangere come un vitello, gli tese la bandiera. Ma mentre Vittorio stava per prenderla, la bandiera prese fuoco, e gli avvolse la faccia, e anche lui prese fuoco, e finalmente poté scappare, urlando dal dolore e dalla disperazione. Poi Vittorio sognò di svegliarsi. Si trovava in un letto enorme, con tanta gente che dormiva da una parte e dall'altra. Ma quando sollevò la coperta, si accorse che quelli che erano lì con lui erano tutti morti. Putrefatti. Teschi ghignanti con le orbite vuote. Vittorio emise allora un urlo orrendo, disumano, e si svegliò veramente. Per fortuna, era nella camera della casa di Andrej. Tutto era in ordine, come sempre. Ed era buio.

Quanto tempo aveva dormito? Cristo, erano le sei di sera! Per forza che aveva fame. Comunque si sentiva meglio, la febbre gli era passata, e non tossiva. Accese tutte le luci della casa, perché la sensazione dell'incubo non era del tutto passata, e nell'aria c'era ancora un vago senso di paura. Andò in cucina, trovò nel frigo un po' di salame e di formaggio, tagliò alcune fette di pane, e cominciò a mangiare. Trovò anche del vino. Buono, ci voleva proprio. Suonò il telefono. Era Anatolij. Eccitatissimo.

- Vittorio, hai sentito?

- Che cosa?

- C'è stata una manifestazione enorme. Trentamila persone. Hanno rotto l'assedio della Casa bianca e cacciato tutti i poliziotti. Adesso stanno andando a occupare la televisione, a Ostankino, e il Municipio, e poi il Kremlino! Vittorio, abbiamo vinto!

Vittorio era senza parole. Non riusciva a credere a quello che Anatolij gli stava rovesciando addosso.

- Ma ... sei sicuro?

- Certo che sono sicuro, sono stato lì fino a mezz'ora fa!

- Adesso vado a vedere.

- Sta' attento, Vittorio! Ormai c'è la guerra civile. Sembra che una parte dell'esercito sia con noi. Può succedere di tutto.

- Non me ne frega niente, io ci vado.

- Quando torni, fammi sapere.

- Sta' pur certo, Anatolij. E grazie.

"Ci siamo, cazzo, ci siamo! La Rivoluzione! E io ci sono dentro."

Erano più di due mesi che Vittorio non metteva il naso fuori. L'aria era frizzante, ma il freddo di qualche giorno prima era già un ricordo. Vittorio respirò forte, e sentì un lieve senso di capogiro. Il giardino davanti alla casa di Andrej era sempre incolto e pieno di rottami. Lo scivolo e l'altalena scassata erano ancora lì. Ma lui sembrò quasi non accorgersene. Attraversò il giardino quasi di corsa, e in un attimo si trovò sul ciglio della strada. Tutto normale, tutto come sempre. Il traffico era molto rarefatto, del resto era domenica sera, e le famiglie se ne stavano in casa, al caldo, attorno a una tavola imbandita. Vittorio tossì, sputò, poi tese la mano per fermare una macchina. All'automobilista che subito si era fermato, chiese di portarlo all'hotel Ukraina, proprio di fronte alla Casa bianca, dall'altra parte del fiume. L'idea che qualcuno potesse ancora essere in giro a cercarlo per ammazzarlo non gli passò neppure per l'anticamera del cervello. Pensava solo ad arrivare.

Ci misero meno di un quarto d'ora a incrociare Novy Arbat. Adesso dovevano girare a sinistra, per poi attraversare il ponte e giungere all'inizio di Kutuzovskij prospekt, dov'era situato l'hotel Ukraina. Ma prima ancora di arrivare al ponte, si accorsero che non era più possibile proseguire. Sulla destra, a pochi metri, l'imponente edificio della Casa bianca. Vittorio pagò, ringraziò, e scese dall'auto.

Era già tutto finito. C'erano capannelli di persone che discutevano concitatamente. Il ponte era sbarrato da un autobus e da un paio di camion-cisterna del ministero degli interni, che erano caduti nelle mani dei ribelli. Con altri camion, alcuni uomini stavano trasportando, sempre di traverso al ponte, dei grossi blocchi di cemento. A Vittorio venne subito in mente l'agosto del novantuno: quei blocchi sarebbero serviti a fermare i carri armati. Novy Arbat, da dove lui era venuto, era chiusa da un camion e da una barricata di rottami. Si stavano organizzando barricate anche sulle altre strade d'accesso. Per terra erano rimasti vetri di bottiglie Molotov, acqua, benzina, e tronconi di filo spinato, che la gente tagliava a pezzi per conservarli come souvenir. A destra, l'accesso alla Casa bianca era controllato da alcune persone armate, in tuta mimetica. In una tenda militare, una pentola d'acqua bolliva su un fornello. Davanti, un bel fuoco crepitava allegramente. La bandiera rossa con la falce e il martello sventolava vittoriosa su un'asta conficcata nel terreno. Tre americani, probabilmente giornalisti, si stavano facendo fotografare sotto la bandiera. Un ragazzo in tuta mimetica sorrideva stravaccato su un seggiolino di legno, con la schiena appoggiata a uno scudo che gli OMON avevano evidentemente abbandonato nella fuga. Due giovani cosacchi baffuti, in uniforme e armati di mitra, con in testa il tipico copricapo trapezoidale di pelo d'agnello, chiacchieravano tra una bevuta di vodka e l'altra. Erano tutti eccitati, il fiato puzzava di alcool, le mani carezzavano le armi. Erano di guardia, si aspettava la reazione di Eltzin da un momento all'altro. D'un tratto, dalla Casa bianca uscì un drappello di circa cinquanta persone, tutte armate. Non marciavano, ma i loro passi erano decisi e cadenzati, gli sguardi duri. Si diressero verso Konjushovskaya ulitza, e scomparvero.

- Dove vanno? - chiese alla fine Vittorio a uno dei due cosacchi.

- Ad appostarsi sui tetti.

- Ma ... quanti siete, là dentro?

Il cosacco lo guardò con sospetto.

- Chi sei?

- Sono un italiano che sta dalla vostra parte.

- Che cosa fai qui in Russia? Turista?

- No. Lavoro. Collaboro con un centro di ricerca - mentì Vittorio. - In istituto siamo quasi tutti con voi.

- C'eri oggi?

- No, ero a casa, con la febbre. Ma mi hanno avvertito e sono corso subito.

Il cosacco adesso era solo incuriosito. Gli sorrise.

- Vuoi bere?

- Grazie. - Vittorio tracannò un sorso dalla bottiglia. - Posso fare qualcosa? - chiese poi, con imbarazzo.

- Un momento.

Il cosacco parlottò col suo compagno, poi entrò nella tenda. Dopo tre minuti, uscì fuori e disse a Vittorio:

- Ho parlato al walkie-talkie con Konstantinov. Se vuoi, puoi entrare. Un uomo in più non guasta di certo. Sai sparare?

- Sì, so sparare con il fucile.

- E col mitra?

- No, ma non credo che ci voglia molto.

Il cosacco proruppe in una gran risata.

- Va bene, sei dei nostri. Andiamo.

Vittorio si volse, a guardare la Casa bianca. In cima, a fianco della grande bandiera della federazione russa, qualcuno aveva issato una piccola bandiera rossa dell'Unione sovietica, e qualcun altro la bandiera nera gialla e bianca dei nazionalisti. Ma lui non ci fece caso.

Per Vittorio ormai era come un sogno. Non si rendeva affatto conto di quello che gli stava succedendo, di quello che stava facendo. Era un'avventura, come al cinema. Era qualcosa che accadeva al di fuori di lui, e lui stava solo guardando. Seguì il cosacco senza far domande. Adesso non pensava più a niente, solamente osservava se stesso addentrarsi nella Rivoluzione, quale che fosse. Respirò a fondo quando arrivò all'ingresso numero ventiquattro. Tutto era accaduto in meno di dieci minuti.

Vittorio aveva salito le scale come inebetito, senza sapere dove quello lo stesse portando. C'era gente dappertutto, chi in tuta mimetica, chi in abiti civili, tutti comunque armati. Qualcuno dormiva, steso su un divano, altri bevevano il tè o mangiavano un panino, belle donne formose avvolte in un grembiule bianco andavano e venivano con i vassoi. Un ragazzo ne stava corteggiando una, la seguiva, passando continuamente a destra, a sinistra, e poi ancora a destra, e lei rispondeva con delle risatine a chissà quali proposte scandalose. In una stanza, Vittorio riuscì a intravedere una montagna di granate. Era dunque vero: la Casa bianca era piena di armi. Dovunque, alle finestre, c'era almeno un uomo con il fucile mitragliatore in pugno.

Vittorio venne condotto nell'ufficio di un uomo in uniforme, con una specie di svastica sulla manica sinistra, alto, dal viso asciutto e accigliato, che con poche parole gli disse seccamente che lui era destinato a un finestrone del secondo piano, e che quelli erano centomila rubli per lui. Gli dettero un mitra e le munizioni. Il cosacco gli insegnò le cose essenziali, gli fece sparare qualche raffica di prova, poi lo condusse al suo posto. Vittorio si lasciò trascinare, in silenzio, la mano stretta attorno all'arma, il sudore che gli scendeva dalla fronte, il respiro che a tratti gli veniva a mancare. Con centomila rubli nella tasca dei pantaloni. Aveva la testa completamente vuota, ma sentiva nel cervello come un qualcosa che oscillava avanti e indietro, e il cuore che gli batteva all'impazzata.

Verso le nove, la Casa bianca venne immersa nel buio. Tutte le luci si spensero contemporaneamente. Adesso Vittorio era davvero solo, totalmente sperduto in quell'enorme stanzone polveroso, pieno di scartoffie ammonticchiate in un angolo, l'orecchio teso a captare i rumori soffocati che provenivano da chissà dove nel palazzo. Dal finestrone poteva vedere la postazione della CNN, dall'altra parte del fiume, illuminata a giorno dai potenti riflettori. Ricominciava a connettere. E ad avere paura. Ma che cosa si aspettava? Di essere ricevuto da Rutskoi o da Khasbulatov con tutti gli onori? Non era già stato fottuto una volta? E allora? Quelli avevano ben altro cui pensare, in quel momento, che occuparsi di lui! Ma che ci faceva, lui, lì? Perché? Avrebbe sparato? A chi? Per chi? E quei centomila rubli! Ma per chi l'avevano preso? Ma che cosa stava succedendo?

Non si era nemmeno accorto che stava arrivando qualcuno. Una donna, una di quelle inservienti fedeli fino in fondo, rimaste lì coi deputati, a sostenerli, a preparare loro un pasto, una bevanda calda. Aveva una candela in una mano, e una tazza fumante nell'altra. Era strano. La luce della candela era ovviamente davanti a quel bel corpo rotondo che avanzava senza fare alcun rumore, eppure, per chissà quale effetto ottico, la donna sembrava essere accompagnata da un sorta di alone luminoso, per cui tutto il contorno della sua figura risaltava contro il buio dello spazio attorno. Vittorio rimase a bocca aperta. E sentì una voce, calda, sparsa nell'aria, che gli chiedeva:

- Compagno, vuoi un po' di tè?

Lui la guardò incantato. La donna sorrideva, con dolcezza. Compagno. Dolcezza, sorriso. Tè caldo. Eccolo, l'attimo. L'attimo di Faust, catturato, mio, mi esplode all'interno, col tepore caldo di quel sorriso e di quel liquido bollente. Eccolo! C'era tutto, in quell'attimo. L'essere compagni, veramente, che vuol dire uguali, solidali, vicini. Il rapporto, profondo, tra due persone che non si conoscono, eppure si sorridono, si aiutano, con dolcezza. Eccolo, il mondo di Andrej. Riassunto tutto in quella parola: compagno.

- Allora, compagno, ne vuoi?

È mattina, ormai, e c'è il sole. Il temuto attacco durante la notte non c'è stato. E per un attimo all'interno di quell'edificio, sede del Soviet supremo, si è sperato che l'esercito non si sarebbe mosso. Vittorio ha sentito di riunioni notturne, di tentativi di trattative lanciati da Rutskoi e da Khasbulatov. Ma attorno alle sette, cominciano ad apparire i primi carri armati e i primi mezzi pesanti cingolati. Vittorio, dal suo punto d'osservazione, li vede venire da Kutuzovskij prospekt, passare il ponte, e arrestarsi davanti alla barricata di camion e di blocchi di cemento. Poco dopo, lentamente, fanno dietro-front, e tornano indietro. Si odono alcune grida di esultanza. Esultanza molto breve, però. Dopo un quarto d'ora, eccoli riapparire da Smolenskaya Naberesnaya, il lungofiume, a sinistra guardando dal punto dove si trova Vittorio. Sono passati dal ponte della Stazione Kievskaja, e adesso arrivano, indisturbati, e si vanno ad appostare, minacciosi e potenti, sul tratto di lungofiume che è proprio davanti alla Casa bianca. Potrebbero anche salire sul terrapieno che dà l'accesso all'edificio, ma non lo fanno. Si fermano, e aspettano. Elicotteri d'assalto cominciano a volteggiare, su in alto nel cielo. Dopo un po', il cosacco baffuto della sera precedente arriva con gli ordini: togliersi dalle finestre, i carri armati possono sparare da un momento all'altro. Coprire tutte le scale e i corridoi. Vittorio, come un automa, viene condotto via, portato su al terzo piano, e lasciato in un corridoio buio.

- Sta' qui, - gli dice il cosacco - di guardia a questo passaggio. Possono venire solo da quella parte, dietro quell'angolo, dove c'è la scala. Appena li vedi spara, subito, senza aspettare. Quelli dell'unità Alfa non scherzano, prima erano commandos del KGB, è gente abituata a tutto. Buona fortuna.

Vittorio non ha nemmeno il fiato per chiedere se verrà qualcun altro a dargli manforte. Sta lì, in piedi, guardando davanti a sé senza vedere niente, per qualche minuto buono. Poi, d'improvviso, il terremoto. Un boato spaventoso, seguito da un altro e da un altro ancora. Il pavimento trema, lui si sente venir meno, cade a terra. Rumori di vetri infranti. Sono i carri armati che hanno cominciato il bombardamento. Si odono raffiche di mitra, senza capire da che parte provengano, raffiche brevi, secche, e colpi di pistola, isolati. Ancora vetri che vanno in frantumi. E un altro terremoto. Un odore acre si diffonde dappertutto, prende alla gola. Vittorio ha la vista appannata, gli tremano le gambe, il cuore pompa sangue come un forsennato, non riesce a fermarlo, il respiro è pesante, sempre più affannoso. Si guarda intorno, vuole andarsene, scappare. Sente gridare, e il dito ansioso fa partire una raffica, a vuoto, lungo il corridoio. Adesso Vittorio ha lo sguardo sbarrato, fisso sul punto dove il muro finisce, e il corridoio gira a sinistra arrivando dritto alla scala. È lì che dovrebbe stare, in guardia, pronto a sparare appena vede spuntare una testa. Ma non ce la fa. Non riesce a muoversi. La paura gli attanaglia i muscoli. E non vede nemmeno l'uomo in tuta mimetica che compare all'improvviso, da dietro l'angolo, con un balzo, a sei metri da lui. Non si accorge che quello sta premendo il grilletto, non si accorge del rumore che gli spacca le orecchie, e di qualcosa che lo spinge violentemente contro il muro. Niente di niente. Vittorio Vinciguerra ha già perso conoscenza.

Alle cinque e mezza del pomeriggio, Rutskoi e Khasbulatov si arrendono. Vengono portati nella prigione di Lefortov. La metà superiore della Casa bianca è completamente annerita dal fumo degli incendi. Per tutta la settimana a Mosca c'è il coprifuoco, e lo stato d'emergenza. I giornali degli oppositori vengono chiusi. Sciolti i partiti che hanno appoggiato i parlamentari. Sciolta la corte costituzionale. Nessuno dice quanti siano stati veramente i morti nella Casa bianca in quel luminoso lunedì di sole. Sembra che molti cadaveri siano stati cremati, e le ceneri buttate in una fossa comune. Di un certo Vittorio Vinciguerra, che quel giorno si dice fosse dentro con i ribelli, nessuna notizia. Di lui si sa soltanto che, in luglio, ha sparato due colpi di pistola contro la sua convivente, uccidendola, e poi si è dileguato. Forse è scappato all'estero.

[1] Via Kutuzova numero ventidue, per favore

[2] Molto piacere

[3] Sapete dov'è la casa ...

[4] Io capisco

[5] Lo so dov'è la casa, sì. E' casa mia.

[6] Voi parlate russo!

[7] Oh, no, solo cinque parole!

[8] Va bene

[9] Ciao

[10] Arrivederci

11 Prego!

[12] Signor

[13] Quest'ultimo capoverso è tratto in parte dal libro L'enigma Gorbaciov di Egor Ligachov (Roma, 1993), pagg. 139-141.

[14] Moliere, Dom Juan, atto terzo, scena quinta

[15]J.W.Goethe, Faust I, Studio, v. 1237

[16]Grazie

[17]Per queste posizioni di Javlinskij, vedi l'intervista a Fiammetta Cucurnia, pubblicata su La Repubblica del 19 ottobre 1993.


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