FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GUAN GUAN, NAMATE', GUAN GUAN!

Micael Zeller




"Guan guan, namaté, guan guan!" La donna sull'amaca si lascia dondolare dal vento, lentamente, facendo penzolare come un grande ventaglio il tessuto variopinto dell'abito che l'avvolge tutta, dalla capigliatura alle ginocchia.
Mi guardo intorno lentamente, quasi schiacciato dal grande cielo che mi sovrasta con la sua luce incontenibile.
Qui il vento sembra pulire tutto.
E' pulito il cielo, il fogliame, la risacca che risuona in lontananza. Oltre alla spianata di terra sabbiosa, dietro ai cespugli più distanti, intravedo appena la sagoma lucida e allegra di un giovane del villaggio, che si avvicina lentamente lungo la spiaggia con il bilanciere in spalla.
Avrei voglia di scoperte. Mi incammino sulle pietre piatte del sentiero che risale la collinetta, fino alla cima, da dove si vede il villaggio, e mi fermo a guardare in lontananza i muretti chiari dei terrazzi spazzati dal vento, infestonati di biancheria colorata che sbatte.
Quando rientro nel bungalow sono stordito dalla luce e dal vento. Per un attimo resto come ipnotizzato dall'improvvisa penombra, nel caldo odore del legno stinto. Da qui dentro il vento soffia più in sottofondo.
Accendo con calma la vecchia pipa, ma non riesco a star fermo sulla poltrona di bambù: devo aggirarmi come un cane innervosito anche qui, nella grande capanna circolare, dove perfino la disposizione dei pochi mobili riflette il mio maledetto stato d'animo da quando sono finito quaggiù: il lungo dondolo, i bassi armadietti, la piccola scrivania contro il muro, la cuccetta, il cesto in cui butto negligentemente il consunto cappello di paglia.
"Guan guan, namaté, guan guan!", mi ripete la donna passando lentamente davanti alla bassa finestra.
La cosa più irritante è quella specie di sfacciata serenità da cui questa gente non guarisce mai. Continuo ad aggirarmi; passo dal calendario della compagnia di navigazione appeso sopra al tavolino all'apparecchio radio con cui capto, talvolta, confuse conversazioni di naviganti. Sfogo un po' di nervosismo sbattendo il fornello della pipa sul largo portacenere di legno duro, ma la mia destinazione è un'altra: quella borsa di consunto cuoio nero, nascosta tra la cuccetta e il muro.
Improvvisamente mi sento di nuovo sfinito. Mi lascio cadere sulla poltroncina di bambù e godo mezzo minuto di silenzio che il vento mi concede.
Guardo la vernice scrostata delle imposte: tra uno scuro e l'altro la luce passa come lame, netta. Prendo il bicchierino di latta: ho ancora bisogno di acqua fresca.
I fasci della luce quasi mi ipnotizzano.

Il cielo plumbeo, nuvoloso. I grandi edifici fuori dall'alta finestra, fatti anche loro di tante finestre quadrate, con i muri spessi di cemento grigio. Il lieve ululare delle filovie del viale sotto la finestra. A pochi isolati di distanza, il grande palazzo sormontato da una sigla piena, minacciosa. Qui tutto era monumentale, ampio, freddo, squadrato. Sotto i pesanti fregi antropomorfi, mi si aspettava.
Mi faccio largo con il mio pesante cappotto tra la folla sull'ampio marciapiedi, attraverso gruppi di divise e stivali, verso il grande edificio degli uomini larghi. Si costruiva un grande destino, e a costruirlo eravamo noi. Tutti i negozi erano stati dotati di banchi imponenti, tutti i palazzi di alte portinerie e di grandi bandiere, tutte le donne dovevano parlare con voce alta e fiera le torri svettavano contro il cielo. Nel grande atrio, dove le voci risuonano in echi confusi, esibisco la tessera con la sigla e gli ingranaggi. Era quella tessera che mi aveva trasformato, che mi aveva dato la sensazione irreversibile di occupare uno spazio, di essere visto dagli altri con il mio largo cappotto e con il mio peso nel mondo. Ora facevo parte anch'io di quell'ingranaggio; lo disegnavo nella mia mente, senza bisogno di parlare come facevano gli altri, e contribuivo a farlo girare. Percorro i lunghi corridoi immerso nel flusso di gente. Eravamo pesci, eravamo molecole. La nostra casa erano quei pavimenti lisci, su cui ci muovevamo con la perizia di pezzi degli scacchi. Ci riconoscevamo l'un l'altro come si riconoscevano le persone superiori, intente a una missione superiore.
Intorno ai grandi tavoli di marmo non ho bisogno di molte parole con gli uomini larghi. Gli ingranaggi nelle nostre menti si addentellano l'uno sull'altro, si capiscono. Senza debolezze, senza compiacimenti.
Ho ottenuto il grande incarico, l'incarico che mi porterà lontano. Lì dovrò rappresentare l'ingranaggio, con la sua perfezione, il suo silenzioso, ben oleato procedere. Esco dal grande atrio con la valigetta nera e prendo posto nell'auto scura che mi aspetta nella piazza.

Ogni volta che riesco vengo di nuovo stordito dal tuffo nel mare di luce. Barcollo lungo il sentiero: adesso in mezzo alla lunga spiaggia si staglia una snella barca di pescatori, con le sue vivaci tinte rosse a l'alto rostro, isolata in mezzo al mare silenzioso della sabbia quasi bianca. Proseguo tra i radi cespugli, e incontro solo, oltre a un paio di cormorani, una giovane coppia che torna ridendo e sgocciolando dal bagno. Dopo il lungo cammino tra le conchiglie e l'acqua passo tra le barche in restauro, in mezzo agli odori di vernice, solventi e paraffina, sulla terra battuta dove giocano i ragazzini. Siedo sulla panca dove si servono le bibite, e mi immergo nella vita sociale con le sue stupide chiacchiere. Resto più di mezz'ora a discutere inutilmente con l'uomo della macchina. Non si capisce dove abbia trovato quel rottame impolverato che puzza di benzina. Qualcuno dice che l'ha sempre avuto, e che lo fa funzionare rinvigorendolo ogni notte con cerimonie magiche. L'uomo della macchina guarda incuriosito i tasconi della mia sahariana e ride; non capisce perché voglio andare ogni settimana a Makerè, visto che odio viaggiare, e che odio Makerè. Si capisce che mi attribuisce una tresca con qualche ragazza.
Non ce la faccio più: prendo la via del ritorno, questa volta dalla parte delle piante. Makerè, con la sua confusione, con le sue verande poco pulite. Con le floride, giovani prostitute che mangiano all'aperto e ti salutano ridendo. Con gli ufficetti dall'insegna di legno sulla strada principale e, più lontano, la piazza dove arrivano le corriere. Ma fino a lì io non mi spingo mai, e la persona che mi vede una volta alla settimana sa perché.
La strada dietro alle piante è più comoda, ma oltre al caldo devo sopportare gli odori intensissimi della vegetazione.
Com'è la canzone? Qui la sanno tutti:

Makerè ci trovi marito
Makerè, trovaci la ragazza!
Makerè ha diecimila volti
Makerè, mango e takciàl.

La canzone mi risuona nelle orecchie: la sento cantare quando fanno mercato, tutti allegri di ritrovarsi in mezzo ai loro peperoni, alle loro spezie, alle loro pezze di stoffa dai colori più impensati. Un giorno mi sono sorpreso a tentare di cantarla anch'io. Per fortuna non mi ha sentito nessuno.
Appena spinta la porticina del bungalow mi lascio cadere pesantemente sul letto.

C'era un senso di sicurezza, qui, dove tutto ciò che ci circondava era metallico: gli sportelli, le pareti, i pavimenti imbullonati, il tavolo agganciato al muro, le possenti maniglie. Ogni sera accendevo la piccola lampada cromata e la puntavo sul tavolo, cosparso di quaderni e di carte. Era il momento di aprire la rigida valigetta nera, di estrarre la scatola di bachelite e incominciare il lavoro. Nessun altro era capace di utilizzare il contenuto della scatola, e pochi ne conoscevano anche solo l'importanza. Qui i passi risuonavano certi e senza sorprese, e lavoravo con calma fino al momento in cui mi si veniva a chiamare da parte del comandante. Allora, come per una cerimonia, mi lasciavo accompagnare lungo due lunghi corridoi metallici, poi costeggiavo tutta la ringhiera tubolare che sovrastava le macchine, mi inoltravo attraverso due solidi portelli, ispezionavo i pozzetti, guardavo per l'ennesima volta il lucido cilindro nero destinato a ospitare un uomo. Non c'era da sbagliare. Non si poteva sbagliare. Qui ognuno era completamente addentro al proprio compito, e il mondo esterno non contava. Davo un'ultima occhiata alla sala prima di aprire la porta del comandante.

Sono sudato. Adesso il vento non si sente più: l'umidità si è depositata perfino sulle grasse piante fuori dal bungalow. Mi rialzo lentamente tenendomi la testa. La ruvida tela del calzoni mi massaggia le cosce. Faccio due volte il giro del bungalow: il disordine dei miei pochi oggetti mi è oramai congegnale. Non posso aspettare: quasi meccanicamente mi accingo a prendere la scatola di bachelite dalla borsa, ma poi decido di riservare a stasera il mio rito, la mia sola consolazione. No, piuttosto è il momento di andare dalla vecchia a chiedere un po' di succo. Mentre mi avvicino la sento armeggiare, con la sua solita calma, tra i due muri anneriti della sua cucina all'aperto. Oramai sono abituato a bere i suoi gustosi succhi guardandola cucinare quella specie di grossi peperoni rossi, che cambiano colore emanando un fumo acre. Mentre bevo mi si avvicina come al solito il vecchio con il suo sigaro in bocca. Lui lo sa perché sono inseguito, sa anche che custodisco qualcosa, anche se non ha capito che cosa sia né perché sia tanto importante.
Non prendertela -mi dice- Se la tua missione fosse tanto urgente, perché saresti qui? E se non è urgente, che bisogno hai di partire?
L'afa mi entra nelle orecchie, nella testa. La nuvola di fumo del sigaro mi fa sognare. Ma certo, è vero, come ho fatto a non capirlo finora?

Tutto era perduto. Ma tutto era previsto: l'ingranaggio non può fermarsi per una defezione. So tutto quello che c'è da sapere: i movimenti passo per passo, la maniglia che regola il deflusso del carburante, quella che apre lo sportello. Ho tutto quello che devo avere: la pesante tuta incatramata, il revolver per il caso di emergenza, la scatola di bachelite. Sono solo, ma dovevo essere solo. Il rumore dell'acqua intorno a me è potente, regolare. Poi, di colpo, l'imprevedibile urto contro qualcosa dalla soffice, inconfondibile resistenza. Era una barriera di sabbia.
Sabbia?

Il caldo comincia a dare segni di stanchezza. E' l'ora in cui mi infilo il costume e mi avvio alla nuotata pomeridiana, lasciando che la sabbia mi massaggi i piedi, passo dopo passo. La mia solita spiaggetta è deserta. Lo iodio mi entra nel naso.
Allora: io e lui, il mare. Finalmente sono di fronte a qualcuno con cui ci capiamo. Entro piano piano, faccio poche bracciate e poi mi immergo a bere una sorsata dell'unico liquido che mi tolga la sete. Mi guardo intorno, e godo la vista confusa dall'acqua salata negli occhi. Mi spingo lentamente verso la spiaggia, muovendo solo mani e piedi, e lascio che l'abbrivio mi faccia cozzare contro la riva, come un rigido corpo morto. Sono un sottomarino. Arranco sulla battigia: sono un pesante coccodrillo.
Lungo il sentiero la donna, con un cesto di biancheria in testa, senza fermarsi si gira appena a guardarmi: - Te l'avevo detto, namaté, guan guan!
Mi rotolo nella sabbia asciutta, che mi si appiccica tutta sulla pelle bagnata.
Ora non ho più missioni: io sono l'uomo-sabbia.



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