FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GROPPE

Franco De Anna




Groppe dorate, maestose, ondeggiavano sussultando con movimenti lenti e continui, alte erbe della prateria sottoposte al volere del vento, o greggi transumanti osservate da lontano.
Una mano invisibile si stendeva, senza scopo apparente, a sollecitare o appianare, onda su onda, concentrando il movimento, distribuendolo all'intorno, accelerando qui, e altrove rallentando mentre l'occhio si perdeva curioso, e lo guardo si calamitava nei percorsi sinuosi di quella cavalcata.
Il profumo d'erba e di fieno sembrava intensificarsi e diradarsi, accompagnando il lento movimento, e provenire direttamente dalle groppe dorate del colmo dell'onda che si spostava lenta trascinandolo.
La morsa ferma e delicata di una tenera tenaglia lo abbrancava alle reni.
ganasce vellutate artigliavano direttamente le viscere, mentre il respiro si riempiva del vento del fieno e dell'erba, rovesciandole come un guanto. Si sentiva trascinare, fuori di sé, come se il corpo si aprisse in due valve a liberare il mollusco nascosto, e tentacoli curiosi tentassero di estrarlo in un movimento anch'esso lento, continuo, lubrificato dagli stessi succhi profumati che colavano dal suo ventre che si sguantava.
Si risvegliò nel medesimo istante in cui la fontana candida del piacere pompava getti potenti, caldi e vischiosi, dal cuneo gonfio del suo membro eretto, orgoglioso. Una di quelle erezioni notturne, incontrollate e non sollecitate se non dal sogno, che sembrano non poter essere vinte da alcuna mano, ne da una bocca, ne dal calore di una grotta umida, spalancata.
L'ultimo profondo respiro del sogno, carico del profumo della valle sognata, si troncava nell'ansito dell'orgasmo. Fece in tempo a stringere a due mani il membro che sussultava nel vuoto, sentendone la durezza elastica e la sensazione di potenza che il suo calore emanava.
Un gesto meccanico, come armare un fucile: la pelle tirata a scoprire il glande, fungo minaccioso, e poi rapidamente risospinta verso l'alto. L'ultimo spruzzo lattescente si innalzò quasi con uno schiocco, per ricadere sul dorso delle sue mani che non abbandonavano il pene pulsante sui muscoli dell'addome contratti sul petto bagnandolo del liquido caldo.
"Come un ragazzino, che viene nel sonno e nel sogno." pensò, mentre continuava la carezza distribuendo crema lungo l'asta ancora rigida e luccicante del seme che colava a rivoli negli ultimi sussulti dell'orgasmo, ormai non così potenti da sostenere il getto.
La sensazione conosciuta, ma rara ormai, del calore soddisfatto della polluzione notturna, guidata dal sogno.
Una sensazione di pienezza proprio come se la colatura calda del seme corrispondesse al colmo di un recipiente che trabocca miele che cola da un favo carico e insieme la sensazione di innocenza della volontà.
Ricordava, sorridendo nel buio della stanza afosa, come, da ragazzino, attendesse quegli orgasmi notturni come una liberazione, la masturbazione criminalizzata dall'educazione, ma anche la sensazione di solitudine e la tristezza che ormai accompagnavano il "dopo", quando si lasciava andare a cavare piacere dalle sue mani.
Le polluzioni notturne, indipendenti dalla sua volontà, erano invece piacere pieno e assolto, accompagnato dall'innocenza, e cavato dal profondo delle pulsioni.
Raramente i sogni erano esplicitamente erotici. Da ragazzino per altro gli mancava la conoscenza del dettaglio, della meccanica dell'incastro dei corpi. Erano sempre sogni di movimenti lenti, fluidi, sinuosi, di masse opulente che ondeggiavano, sussultavano distribuendosi in colline tondeggianti, in avvallamenti morbidi.
Proprio come quello appena vissuto, "le groppe dorate" ricordò. Le parole vive nel sogno, pronunciate da qualcuno che, mentre lo spettacolo si dipanava sotto i suoi occhi addormentati, lo descrivesse con parole ricercate alle sue orecchie attente.
"Le groppe dorate." Sorrideva ancora: una bella espressione. Il sesso era ancora eretto tra le sue mani, mentre il seme che ancora lo ricopriva, come sul dorso delle mani stesse e su tutto il ventre - e per fortuna che il calore della notte d'estate che lo aveva fatto addormentare completamente nudo e scoperto aveva risparmiato il penoso impiastricciamento delle coperte - si andava raffreddando e dissecando.
La carezza delle sue mani strette ancora intorno all'asta, da morbida e lubrificata, si stava facendo ruvida.
Ma aveva ancora voglia di ripensare al sogno, l'erezione che si manteneva gli dava, come al solito, la sensazione di potenza calda.
"Solito maschietto prepotente che pensa in punta di cazzo."
Continuava a sorridere nel buio, mormorando quasi le parole di auto schernimento ma era soddisfatto, tranquillo, non voleva godere ancora, solo ripensare al sogno e al calore che ancora emanava il ricordo, e mantenere quella erezione notturna traboccante a tenergli compagnia nella ricostruzione cosciente.
"Groppe dorate." Le parole gli risuonavano ancora la mano si muoveva lentamente stringendo e saggiando la durezza di quel cilindro di carne in cui sembrava concentrata tutta la sua vita.
"Groppe dorate... certo. Gabes, ricordi?" Parlava sottovoce, tra se, ricostruendo le sensazioni, le associazioni di idee, di ricordi. Gabes, un ricordo ricorrente di dolcezza incantata, dorata. Avevo forse ventidue o ventitré anni, in quel viaggio in Tunisia.
Tenda da montare proprio se non se ne poteva fare a meno (e se l'ambiente faceva timore alle ragazze), altrimenti le stelle.
I soldi contati, destinati in modo prioritario agli spostamenti, la volgarità del pensare al cibo, quando tanto c'era da scoprire e vedere. Per un mese mangiammo a colazione solo anguria. La sera, spesso, il solo profumo della carne di agnello o di montone che veniva dai luridi "restaurant populaire", ci mandava in deliquio.
L'anguria del pranzo ci reintegrava liquidi e, forse, qualche vitamina. Ma il suo sapore zuccherino rimaneva tra i denti per tutta la giornata come un fondo nauseabondo.
Lo correggevo con robuste fumate di Boyard. Sigarette francesi. Cilindri poderosi di tabacco scuro, avvolti in superba carta di mais giallastra.
Boyard papier mais. Il pacchetto blu, rettangolare, piatto, con le due parti a scorrimento l'una dentro l'altra, e un medaglione con il profilo di un boiardo, chiaro sul fondo scuro del cartoncino. La carta di mais aveva la consistenza e il colore di quella vecchia carta (non si usa più) con la quale i macellai avvolgevano la carne alla consegna al cliente.
Dunque Gabes. l'"alloggio" lo trovammo in un palmeto. Un vero e proprio podere, cintato. Dopo una breve trattativa il proprietario ci diede l'assenso di accamparci sotto le palme, sulla sabbia soffice. All'aperto, ma comunque dentro un recinto.
Meglio le stelle, nella notte di luna, che la tenda.
La generosità del proprietario fu presto spiegata. C'era un matrimonio in famiglia, e comunque la presenza di stranieri dava lustro alla festa. Ma di dormire, quella notte, non se ne parlava.
Tamburi e trombe, e le grida delle donne. L'ululare con la mano davanti alla bocca, a modulare il grido.
La sposa in veli bianchi tra le donne, anch'esse in bianco, come una nuvola ondeggiante, che cambiava forma ad ogni spostamento del gruppo.
Lo sposo tra gli amici. Complicati riti, che non capivamo, di addio al celibato. Tutti gli uomini con un piccolo mazzetto di gelsomini inserito a cavallo dell'orecchio.
E le danze.
La luna, la limpidezza della notte tiepida, i suoni. L'incanto di una sospensione dal tempo. Negli anni successivi la dissolvenza del ricordo. la dolcezza di una memoria incantata.
Guardavo una danzatrice del ventre, e più che le spirali allusive del suo ombelico, l'ondeggiare dei fianchi e dei seni - calamite per gli occhi - ricordo il luccicare malizioso del suo sguardo.
Il sudore che le lustrava la fronte, i denti scoperti nel sorriso prestato a nessuno e a tutti, probabilmente alla propria immagine che le si ricostruiva nella mente, man mano che i suoi movimenti si facevano più veloci e mimavano l'orgasmo. Sorrideva nel vuoto, proprio come se facesse l'amore con tutti i presenti, e con se stessa prima di tutti.
Avevamo vino di palma gelato. E in una pausa della danza mi si avvicinò, agguantando ridendo la bottiglia che tenevotra le ginocchia ripiegate. Seduto sulla sabbia.
Il suo gesto rapido diretto alla bottiglia mi aveva fatto trasalire, come se volesse afferrare il mio ventre, piuttosto che il vino.
Si incrociarono gli occhi un attimo e vi vidi tutta la malizia: il gesto intenzionale, per misurare la mia reazione. Ma anche la intenzionalità della mia reazione, come se avessi desiderato e aspettato di essere afferrato li e vi fossi preparato.
Tutto detto in un attimo. Compresa la possibilità del seguito.
Si girò, rubandomi il sorso di vino che vidi scendere nella sua gola rovesciata (in quel momento sarei fuggito con lei ovunque). Se ne andò dondolando i fianchi, come per l'ultima provocazione.
Fu anni dopo, in treno, quasi distrattamente che gli uscii il primo verso, mentre ripercorreva con la memoria, per l'ennesima volta, il ricordo di quella dolcezza.
Lo stupiva sempre come i versi si inanellino a volte spontaneamente. Anche parlando o scrivendo in prosa. E come subito sia musica. Ritmo. Come facevano quei versi?.
Era forse Gabes, non ricordi?

Delle cicale più dolce la notte
il frinire delle donne la festa
di nozze. Ti ha guardata ballare
la luna, e dalla curva del piede
al malleolo, alla coscia scuotevi
i tuoi frutti. Cadevano perle
e il Sahel sussurrava di canti,
di palme. I tuoi denti di lupa
i gelsomini ricordo, più tardi
brillare ridendo al mio sonno.

Così, tracciati in fretta sul retro copertina di un libro che teneva tra le mani facendo finta di leggerlo, questi versi diventarono parte integrante della memoria, e li andava ripetendo, mentre la carezza delle sue stesse mani risuscitava il piacere.

Che cosa era successo dopo?
La sua mano continuava la lenta carezza avvolgendo quella erezione che sembrava non volere cedere. Il glande gonfio coperto e scoperto alternativamente nel lento va e vieni. Stava assaporando il ricordo, come ogni volta che quella storia gli ritornava alla mente.
Strinse con maggior decisione le dita alla radice del membro. sentendone le contrazioni guizzanti sotto le dita scuotendolo, facendolo vibrare nell'aria, come alla ricerca di un nido caldo. I guizzi della carne gonfia sotto la stretta delle dita gli restituivano una sensazione vitale, di forza, di pienezza, come i muscoli dei fianchi di un puledro che si muovono sotto la pelle sottile reagendo alle carezze che vorrebbero calmarlo.
L'aveva guardata allontanarsi, con quel passo scivolato - i piedi che sfioravano quasi la sabbia, e le anche che seguivano il movimento dondolante, facendo ondeggiare i veli del costume da ballo come una gualdrappa sciolta - senza neppure voltarsi indietro.
Ci fu solo un attimo di esitazione. Era un invito? O solo una provocazione? poteva lo straniero ospite? La festa continuava, e nella confusione mi sembrava che nessuno badasse a me. Mi alzai seguendola verso la spiaggia.
Fuori dalle luci della festa, la luna più piena che mai, disegnava le ombre traforate delle palme sulla sabbia ancora calda del sole della giornata. mi parve di averla persa, mentre si inoltrava nell'oscurità.
Un lembo di tulle bianco ondeggiante, un risolino sommesso, era di fianco a me, riparata da una piccola palma il cui ciuffo sporgeva appena, quasi un cespuglio, tra le altre gigantesche.
Ricordo il biancore degli occhi mentre mi avvicinavo, a non più di un metro, lei si voltò di scatto, lasciando che fossero le sue spalle, la sua schiena, i fianchi poderosi a venire in contatto per primi con il mio corpo, proteso nel tentativo di abbraccio.
Sentivo quelle natiche che avevo guardato scuotersi nel ballo, agitarsi contro i miei fianchi. La forza del suo corpo era incredibile, una struttura potente dava la sensazione di non poter essere afferrata. oppure che fosse possibile farlo solo a forza, una superficie dura, compatta e contemporaneamente piena di morbidezze e di calori segreti.
Le mani un po' frenetiche di desiderio corsero subito al suo corpetto, mentre ondulava i fianchi contro di me volevo il suo seno, tenuto rialzato dal corpetto del costume come a farlo scoppiare, volevo liberarlo, farlo riposare nel palmo delle mie mani.
Ma lei, sempre con quel risolino gorgogliante, mi prese le mani e se le guidò ai fianchi. I veli del costume erano tenuti su ciascun fianco da due fibbie d'argento, di quelle berbere che avevo visto vendute ai turisti nel souk.
Erano i suoni di gola della sua lingua misteriosa, incitamenti o sussurri di carica erotica? Dita intrecciate alle dita, le fibbie si sciolsero, lasciando scivolare a terra la gualdrappa e le sue natiche nude, brune, furono libere all'aria della notte calda.
Ma già le sue ginocchia si piegavano trascinandomi a terra sempre incollato alla sua groppa forte.
Così la presi, liberando frenetico dei miei bermuda che mi rimasero a imprigionarmi le caviglie, inginocchiato dietro di lei, prona, la faccia quasi nella sabbia, le natiche levate al cielo e la schiena inarcata.
Non volevo avere fretta, mi dicevo mentre iniziavo a penetrarla "voglio goderti tutta, lentamente, voglio farti impazzire e impazzire con te, la mia giumenta araba."
Tra i chiaroscuri della sua pelle sotto la luna il suo sesso rimaneva un anfratto misterioso, nascosto nel segreto delle sue cosce, mentre si offriva cosi, puntata sulle ginocchia, la testa sul cuscino di sabbia che si scuoteva a destra e sinistra mentre la cantilena roca delle sue parole, o semplicemente dei suoi versi d'amore mi incitava.
La tenevo con una mano sulla curva del fianco, sentendo il palmo che si adattava incurvandosi a quella maniglia morbida e piena, con l'altra mano stringevo la mia erezione alla radice, guidandola a esplorare il solco delle sue natiche offerte, feci scivolare il membro dall'alto in basso, cercandola con la punta alla base della sua mandorla che ancora non conoscevo, lì dove le labbra si ricongiungono e sapevo di trovarla più dischiusa.
La sommità del glande trovò l'umido della sua grotta, si insinuò appena, appena, solo la punta, poi muovendolo con le mani lo feci scivolare più in basso e più sotto, e nel movimento le labbra della conchiglia si scostavano, aprendosi.
Con un gemito, puntandosi ancora di più sulle ginocchia e la fronte a terra, portò le braccia dietro di sé le mani a coprire le natiche e le aprì, si aprì sotto di me, tenendo i glutei divaricati, mostrandomi i suoi tesori, abbandonata, quasi un gesto di sottomissione, si aprì come un melone che cola succhi profumati e dolci.
Con un unica, lenta e continua spinta dei fianchi affondai nella melagrana spaccata fino a ritrovare il contatto morbido delle colline delle sue natiche contro i fianchi, il melting pot del suo ventre si apriva quasi con un fruscio risucchiante all'intrusione del rostro di carne tesa. Aggrappato alle sue anche - come tenere il mondo tra le mani - volevo dare inizio alla danza risaputa, al pendolo amoroso del va e vieni, lento, veloce, poi ancora lento, spiando le sue grida. il suo piacere.
Ma, reagendo quasi con un sussulto, sentii afferrare la base dei testicoli: aveva passato un braccio sotto l'inforcatura delle cosce aperte, e la sua mano a ventaglio aveva stretto tra medio e anulare la radice del mio sesso, quasi piantandovi le unghie affilate, tirandolo, sollecitandolo a stare incastrato fino in fondo dentro di lei, senza muovermi.
Cercandola a mia volta con le dita umide nel suo triangolo di piume aperto e forzato, sentii che contemporaneamente alla sollecitazione che applicava così alla base dei miei testicoli, la sua mano aperta torturava con il pollice il vertice sensibile del suo sesso, con lo stesso ritmo, ruotandolo delicatamente, lentamente, poi più veloce, a piccoli colpi sul piccolo bocciolo del suo piacere.
Il suo orgasmo arrivò rapido mentre mi risucchiava dentro di lei e contemporaneamente si accarezzava: si rizzò dalla sua posizione prona, costringendomi ad accoglierla in grembo, schiena contro petto, inginocchiato, i talloni sotto le natiche, il peso delle sue natiche che mi schiacciava, mentre con un singhiozzo si impalava ancora più a fondo, le braccia levate al cielo, inarcandosi tutta, le mie mani aggrappate ai suoi seni ancora coperti dal costume.
Nel movimento che la rialzava il mio sesso rimase prigioniero, totalmente incastrato in quella grotta calda e stretta come un guanto ripiegato, quasi in modo innaturale. La posizione mi impediva di godere a mia volta, premendo e occludendo il canale spermatico, e rimasi lì, fermo, con il membro che pulsava sussultando prigioniero mentre dentro di lei si agitavano bandierine vibranti, che mi accarezzavano come ciglia.
Era totalmente concentrato nella ricostruzione di quel ricordo, gli occhi quasi spasmodicamente chiusi, a ripercorrere per l'ennesima volta quelle immagini di sogno, quelle sensazioni rimastegli nella pelle a distanza di anni. E ora il suo membro pulsava quasi dolorosamente, ancora stretto nella sua mano, ritornandogli la medesima sensazione di quella notte nel palmeto.
Più tardi, sempre durante quel viaggio, aveva capito quanto grande era stata la sua fortuna in quell'amore: l'amica tunisina evoluta, che studiava a Parigi, dopo avere goduto nel comfort di un letto in una casa borghese, della sua penetrazione e degli arabeschi che le sue dita disegnavano sul suo clitoride (gli aveva chiesto lei di accarezzarla contemporaneamente.) gli spiegò che tra le donne arabe quella doppia carezza che la danzatrice aveva elargito a lui e a se stessa, era insieme rara e segno di grande voglia di piacere. Abituate a amplessi magari potenti e ripetuti, ma frettolosi e finalizzati al puro piacere maschile, la masturbazione per le donne arabe - quando non venisse anch'essa impedita dall'infibulazione - costituiva lo sfogo abituale e nascosto. Che avesse voluto godere con lui era un grande segno di "trasgressione" da parte della sua danzatrice misteriosa. L'informazione era giunta tardi, ancorché in quella occasione deliziosa, ma era come se l'avesse intuito, quella notte stessa.
Rimanemmo cosi, il mio membro ancora eretto dentro di lei, ad ascoltare le sue lente contrazioni con le quali ridiscendeva dalla collina dell'orgasmo. Ma sembrava non potesse o volesse smettere.
Le mie mani finalmente riuscirono a liberare i suoi seni dal corsetto stesso: una esplosione di carne tiepida e morbida. Li tenevo tra i palmi, sollevandoli un poco, stringendoli alla base e prolungando la pressione fino ai capezzoli, spremendoli, mungendoli teneramente.
Contemporaneamente, le sue braccia ripiegate all'indietro, cercava freneticamente di liberarmi della camicia che ancora avevo indosso, accompagnando i gesti con quelle parole misteriose, sussurranti, aspirate, roche.
Riuscì a sollevarla e a liberarci dalla posizione, alzandomi e spogliandomi del tutto, saltellando sulla sabbia per togliere dalle caviglie i bermuda arrotolati, finalmente nudo davanti a lei, il membro eretto oscillante. La camicia e i bermuda, i resti del suo costume di veli, furono l'unico tappeto che ci difendesse dal fastidio della sabbia.
Si distese, afferrandosi con le mani il retro del ginocchio e ripiegando le gambe, le cosce a schiacciare i seni, completamente aperta, offrendosi ancora una volta, le ciglia a coprire-scoprire il luccicare degli occhi. Il mistero del suo triangolo di riccioli scuri e del solco tra le natiche, finalmente completamente svelati sotto la luna.
Cadere in ginocchio davanti a lei e precipitarmi nuovamente dentro di lei fu quasi un unico movimento. La presi con forza, danzando e spingendo con i fianchi che colpivano le sue cosce spalancate, godendo del suono di quella carne soda sbattuta. e della modulazione crescente del suo piccolo grido di piacere. Capivo che il piacere avrebbe dovuto essere tutto mio, questa volta, mi apparteneva per diritto, dopo il suo orgasmo, e tuttavia lo rimandavo, rimandavo, affondo dopo affondo, volevo che quell'immagine sotto la luna si scolpisse in ogni particolare della memoria, che gli occhi e le orecchie si riempissero per non svuotarsi mai più.
Vidi i suoi occhi aprirsi quasi increduli dentro i miei, sbarrarsi, e velarsi nuovamente lo sguardo, vidi il nuovo orgasmo che sbocciava come un fiore, il suo piccolo grido divenne un ruggito, e mi respinse facendo leva con le ginocchia, proprio mentre sentii il seme sgorgare dal profondo delle reni.
Mentre il mio sesso così liberato all'improvviso del suo nido si agitava nell'aria come un aspersorio, distribuendo a getto il seme pompato da quell'orgasmo troppo atteso, accoccolata davanti a me li accolse tra i seni che teneva sollevati tra le mani.
"Shocran." era un sussurro, "Shocran", il rantolo gutturale della meraviglia, del ringraziamento, "Shocran." mi alitava carezzando con il fiato caldo la pelle ipersensibile del cuneo di carne sussultante nell'orgasmo. "Shocran." accogliendo l'omaggio degli spruzzi lattescenti che disegnavano rivoli e filamenti sottili sulla pelle scura dei suoi seni.
Distribuiva il tributo di piacere come un balsamo, sulle areole dei capezzoli che aveva scure e piccole quasi maschili, e sulla punta dei capezzoli erti come piccole dita, "schocran."
"Shocran." grazie piccola grande Urì, di un mio piacere giovanile. Si addormentarono insieme - o così gli parve, per la verità - sotto le palme, sullo scompiglio dei vestiti e del suo costume.
Al chiaroscuro dell'annuncio dell'alba vennero i musicanti della notte di nozze a chiamarla e cercarla. Aveva già reindossato il costume durante il sonno di lui. Si allontanò tra i compagni che non lo degnarono di uno sguardo, ancora seminascosto dal cespuglio di palma, mormorando parole di cui lui sapeva il significato ma che non avrebbe saputo né leggere né scrivere:
barracallahfik, cosi suonava il suo addio.
Ma non la udii: nel suo sonno scorgeva sognandole dune che si spostavano al vento, sciogliendosi e ricostituendosi a onde, spianate e reincrespate da una mano misteriosa, come groppe dorate di greggi nella pianura.




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