FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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MASSIMILIANO GRINER E L'ERISTICA. OVVERO 101 MODI DI UCCIDERE L'ARTE RIMANENDO SE

RENI.
Michele Ridi




Risposta al delirio di onniscienza di Massimiliano Griner


"Un aforisma non ha bisogno di essere
vero, ma deve scavalcare la verità.
Con un passo solo deve saltarla."
K. Kraus, "Detti e contraddetti".


Innanzitutto una breve ma fondamentale premessa diretta a Griner. In ciò che segue eviterò per una questione di eleganza di far notare ai Fabuli (che del resto posseggono la capacità critica per farlo da soli) l'inadeguatezza del tono con cui mi sono state rivolte le critiche. Non dirò dell'inutilità di certi passaggi che, volendo essere ironici (almeno spero fossero queste le intenzioni del Griner), finiscono per essere soltanto stupidamente offensivi e vagamente deprimenti.

Io credo che qui su Fabula nessuno, a parte evidentemente Griner, si senta in grado di parlare ex cathedra, tanto meno di farlo con un tono da presa per i fondelli nei confronti di qualcun altro. Ma, ahimè, c'è sempre un'eccezione alla regola, e prima o poi doveva arrivare anche in questi beati lidi un esemplare di quella categoria di individui così sicuri di possedere la Verità (con la V maiuscola, mi raccomando), quegli individui che non hanno mai dubbi o incertezze: loro sanno di essere meglio degli altri, meglio perfino di Carlo Dossi, "sì perché lui sarà anche nella storia della letteratura, sarà anche sull'enciclopedia, ma Io, no dico, IO chi sono? L'ultimo dei pirla?" (questo pensiero è liberamente ispirato alla figura di Massimiliano Griner). Ma pensate che Dossi si è permesso di usare "un'aggettivazione desueta", no ma vi rendete conto? Un affronto veramente intollerabile, no dico, secondo me è come quell'altro, quello Shakespeare, è così desueta la sua aggettivazione! (della frase del Dossi si tratterà estesamente più avanti e, purtroppo per Griner, le argomentazioni saranno molto più serie).

E vabbè, lasciamo stare questioni di così basso livello e passiamo alle cose serie. Quello che segue è una risposta circostanziata alle critiche del Griner, spero che si accontenti perché non è mia intenzione iniziare un disputa che si attaglia più ad ambienti accademici che a Fabula, senza contare che per fare dispute accademiche con il tono di dispute accademiche, bisogna ESSERE accademici ed AVERE una cultura accademica, non solamente universitaria.

Entriamo nel vivo della questione con la prima obiezione rivolta da Griner al mio editoriale. Griner si lamenta del fatto che io abbia preso come unico punto di riferimento al mio testo "La volontà di potenza" di Nietzsche e preda a sua volta di un'ingovernabile volontà di potenza, non si avvede di commettere una serie di gaffes imperdonabili. Certo, forse per il nostro amico (che del resto si avvale dell'auctoritas della dottoressa Cazzullo) "La volontà di potenza" non è che un'opera spuria, inventata, poco interessante e quindi non degna della nostra considerazione. Ma forse Griner dimentica che "La volontà di potenza" è stata, e tuttora è, oggetto di riflessione da parte non solo dei maggiori critici, ma anche dei più grandi filosofi del nostro secolo. Per limitarmi ad un esempio, che mi sembra del resto molto esplicativo, la lettura heideggeriana di Nietzsche sarebbe assolutamente inconcepibile senza questa tanto deprecabile raccolta di frammenti. Ma certo Griner mi potrà ribattere che ad Heidegger non interessavano affatto problemi di carattere filologico, e allora mi vedo costretto a consigliargli di aprire un buon manuale di filosofia per verificare con i suoi occhi la quantità di pagine che i più autorevoli filosofi italiani a noi contemporanei (da Vattimo ad Abbagnano) dedicano a "La volontà di potenza". Se è lecito a loro "basare le proprie osservazioni relative ad un autore basandosi su edizioni distorte delle sue opere" (sono parole del Griner), non vedo per quale oscura ragione non dovrebbe essere lecito anche a me!

Mi accorgo poi con sommo disappunto che il Griner nulla ha compreso del mio riferimento a edizioni distorte del testo in questione, ma procediamo con ordine. L'edizione a cui io faccio riferimento è quella di Ferraris- Kobau, traduzione dell'edizione del 1911 di Otto Weiss, per nulla diversa nei contenuti (forse solo più corretta, a detta dei curatori) da quella di Gast e della Nietzsche. Ovviamente scrivendo il mio editoriale sono partito da un presupposto che evidentemente Griner non condivide.
Sono d'accordo con Montinari quando sostiene che le falsificazioni di Gast e della sorella di Nietzsche non vanno esagerate al punto tale da privare quest'opera di ogni valore. In una relazione del 1982 tenuta ad un convegno a Palermo, Montinari sostiene infatti: "E' un errore attribuire alla famigerata sorella di Nietzsche tutte quante le falsificazioni possibili e immaginabili, in realtà Elisabeth aveva dei motivi per modificare il lascito letterario del fratello, ma questi motivi erano non tanto ideologici quanto personali, lei stessa si trovava in una condizione abbastanza difficile e quando ebbe bisogno di autenticazioni se le procurò prendendo testi esistenti e forzandoli, ma questo riguarda per lo più le lettere e per dimostrare che era stata sempre vicina al fratello e che il fratello a lei diceva cose che ad altri non diceva." Certo mai sapremo cosa Nietzsche avrebbe fatto della sua opera, ciononostante non me la sento di liquidare la "Volontà di potenza" come il prodotto della ubris malata della sorella nazista di Nietzsche. Risulta quindi chiaro come la mia allusione ad edizioni distorte non riguardasse in alcun modo quella del 1906 di Gast e della Nietzsche. Mi riferivo invece a sillogi e compilazioni di aforismi che risalgono per lo più agli anni trenta, dove Nietzsche viene presentato veramente come nazista e razzista, come ad esempio quella del 1934 di Schneider divisa in due parti, la prima delle quali è consacrata ai giudizi di Nietzsche sullo stato, gli ebrei, la democrazia, i tedeschi, il marxismo.

Ma Griner non si ferma qui, quasi si indigna perché nel mio editoriale sostengo: "Nietzsche (...) nell'espressione delle proprie idee, è visionario, profetico, parla per immagini". E mi risponde: "Una delle caratteristiche più eclatanti della falsità teoretica e compositiva della volontà di potenza è proprio lo stile tradizionale usato dagli estensori, ai quali non era ignoto che una scrittura totalmente aforismatica (...) contrastava con la loro volontà di dare al suo pensiero una veste sistematica". Ora il Griner mi dovrà innanzitutto spiegare cosa intenda per aforismatico (ammesso che la parola in questione non sia un neologismo del nostro fantasioso detrattore, visto che lo Zingarelli non ne fa menzione alcuna). Leggo sullo Zingarelli alla voce "aforisma": breve massima che esprime una norma di vita o una sentenza filosofica". A questo punto la critica che mi muove Griner rivela tutta la sua inconsistenza. Io infatti stavo semplicemente sostenendo che il linguaggio di Nietzsche è un linguaggio icastico, in cui vi è una forte tendenza a visualizzare e a tradurre i concetti in immagini; e Griner mi risponde che Gast e la Nietzsche nella volontà di potenza non si avvalgono di brevi massime per esprimere il loro pensiero filosofico. Sinceramente non vedo proprio il nesso. E' come se io dicessi: "Ehi Max, guarda che bel sole oggi!" e Max mi rispondesse: "Ma no! Oggi è giovedì!".
Non solo, così facendo si scava anche la fossa con le sue stesse mani, dimostrando 1) di non aver mai letto "La volontà di potenza" e 2) di non averla addirittura nemmeno mai sfogliata. Non conosco infatti nessuna persona che, avendo letto questo testo, possa in assoluta buona fede confermare quanto ha detto Griner e sostenere che "La volontà di potenza" ha una struttura sistematica, tradizionale e non invece aforistica.

Veniamo ora alle obiezioni "teoretiche" (è un termine di Griner). E' a questo punto che gli interrogativi del mio antagonista si fanno addirittura imbarazzanti. Perché Griner ha difficoltà a comprendere il significato della parola "senso"? Facciamo un'analisi della situazione.
Il sottoscritto sta scrivendo un editoriale su una rivista telematica di cultura generale, destinata ad un pubblico variegato che dispone (per fortuna) di strumenti assai diversi da quelli di Griner. Nell'editoriale si parla anche di uno dei più grandi filosofi dell'800. A questo punto non mi resta che prendere atto del fatto che Griner è vittima, oltre che di se stesso, anche di un clamoroso equivoco: crede che io abbia scritto un saggio su Rudollph Carnap destinato ad essere pubblicato nell'ultimo numero di "Sfera".
Quello che Griner mi chiede è insomma semplicemente assurdo; mi chiede un linguaggio protetto in cui ogni singolo significante sia in modo univoco e determinato (magari L-determinato) ricondotto al suo significato. Ma è proprio questo presupposto che nel mio editoriale io rifiuto, e lo rifiuto per i seguenti motivi:

1) Esigenze di spazio
2) Volontà di non annoiare i miei lettori con un articolo troppo lungo e troppo pedante
3) Fiducia incondizionata nella capacità di chi mi legge di recepire il messaggio e magari anche di rielaborarlo personalmente.

Ma veniamo ai motivi più seri (teoretici direbbe Griner):

4) Sto scrivendo non un saggio ma un editoriale
5) Lo sto scrivendo non su Rudolph Carnap ma su Friedrich Nietzsche.
6) Sto parlando di arte e non di linguaggi L-determinati

Quello che a mio avviso non ha capito Griner è che il linguaggio ha diverse funzioni ma soprattutto infinite sfumature. Se così non fosse non solo il linguaggio artistico (con le sue metafore, iperboli, ossimori, etc.) non avrebbe più alcun valore in quanto non denotante in modo univoco, ma lo stesso Nietzsche non meriterebbe di essere letto quando dice: "dove voi vedete le cose ideali io vedo cose umane, ahi troppo umane" (Ecce homo). "Bleah! Datelo alle capre!" protesterà Griner "cosa vuol dire cose, cosa vuol dire ideali, cosa vuol dire troppo umano?" Eh già, perché proprio il grande Nietzsche utilizza la parola 'cosé senza spiegarcene il significato. E che dire poi dello Zarathustra, in cui forse non vi è una sola frase, una sola parola che non sia simbolico-metaforica? Ma forse Griner non ha mai sentito parlare di simbolo se non nell'ambito della tradizione logicista che ha ridotto il simbolo a mero segno che denota per convenzione ed è per questo che non riesce a sentire quanto sia suggestivo un linguaggio in cui il significato è estremamente più ricco del significante; per lui un simile linguaggio è semplicemente non significativo.

Ci sono inoltre ragioni prettamente teoretiche per cui Nietzsche non determina mai il significato dei termini che usa (e quindi nemmeno della parola 'sensò, che è di volta in volta verità, essenza, cosa in sé e, perché no, valore). Ma lasciamo parlare Nietz(s)che: "Una cosa sarebbe definita solamente quando tutti gli esseri avessero chiesto al suo proposito 'cos'è questo?' e avessero dato la loro risposta", e ancora: "Il sorgere delle cose è interamente opera di chi rappresenta, pensa, vuole, inventa". ("La volontà di potenza"). Forse ora perfino Griner si avvede di quanto sia lontano lo spirito di Nietzsche da quella esattezza logica che lui pretende da me.

Lo stesso discorso è ovviamente valido anche per tutte le altre obiezioni terminologiche che il Griner mi muove (istinto e arte, ad esempio). Ma cosa vuole Griner? Vuole che io gli fornisca la definizione dello Zingarelli? Oppure vuole che io chiarisca in modo esaustivo che cosa Nietzsche intenda per arte ed istinto? Per questo forse non basterebbe una tesi di laurea e certo un editoriale non è la sede adatta.

Ma veniamo ora al punto in cui Griner lamenta: "(...) né viene chiarita l'accezione della parola verità che Ridi scrive addirittura con l'iniziale maiuscola. La verità con l'iniziale minuscola è troppo volgare per Ridi che è in cerca di un Effetto sublime." Il Griner è in pieno caduto nella trappola di Nietzsche. Perché verità con la v minuscola non va bene? Certo il nostro amico se lo è chiesto, ma spero anche si sia dato una risposta più intelligente di quella che ha riservato a me. Parlare di arte come verità con la v minuscola sarebbe non solo un paradosso, ma addirittura un vero e proprio errore dal momento che per Nietzsche non esiste la verità ma solo tanti punti di vista: "Non c'è contrasto tra un mondo vero e un mondo apparente: c'è un solo mondo e questo è falso, crudele, contraddittorio, seduttore, senza senso." ("La volontà di potenza") Se c'è in Nietzsche un'unica "verita" questa è proprio la falsità intrinseca e costitutiva del mondo. Vorrei sottolineare che quando Nietzsche parla della menzogna del mondo come unica "verita", non a caso utilizza le virgolette, presupponendo che la verità come categoria logica non esista. In conclusione l'arte è proprio una prassi capace di generare una cosa chiamata Verità (e non una prassi generatrice di valori, come vorrebbe farmi dire Griner) perché la menzogna e la volontà di mascherarsi sono i suoi caratteri costitutivi. Se Griner trova ancora oscuro questo passaggio, probabilmente è a causa dei malefici influssi logico- epistemologici ai quali immagino sia quotidianamente esposto.

Passiamo al "razionale delirio", frase che il Griner proprio non ha digerito. "Nessuno è in grado di dire cosa sia un razionale delirio (...) fa parte della significatività della parola 'deliriò il fatto che non la si deve accostare all'aggettivo 'razionalè. (...) se anche fosse vero che io ho intuito vagamente quel che Ridi intendeva comunicare, ciò non significa che quello che ha scritto sia intelliggibile. O significativo." Per il momento direi di fermarci qua. L'obiezione del Griner è davvero incredibile, ammesso che 'intelliggibilè abbia lo stesso significato di intelligibile, Griner nega la significatività a tutto il mio editoriale e in particolare alla frase di Carlo Dossi. Non si accorge che "razionale delirio" è un ossimoro, ovvero una figura retorica che consiste nel riunire in modo paradossale due termini contraddittori in una stessa espressione. Il suo cervello così imbevuto di neopositivismo logico non è in grado di cogliere il fascino di un paradosso. A mio avviso la frase di Dossi può avere più di un significato.
Ne propongo almeno due:
1) l'arte è una forma di comunicazione che si avvale di un linguaggio non pienamente riducibile al logos. Il linguaggio dell'arte non deve essere semplicemente comprensibile, anzi, il suo fascino risiede proprio in questo suo essere un paradosso evocativo sempre aperto a una plurivocità di significati.
2) l'arte è insieme delirio e ragione. E' delirio in quanto il suo nucleo genetico è l'istinto, la passione; è ragione in quanto non è mero istinto senza regola ma è anche struttura formale. L'artista è colui che traduce il delirio in forme e che consente la trasposizione della passione dal piano solipsistico del soggetto a quello oggettivistico della forma. Nell'arte vi è quindi armonia fra un principio oscuro e sensibile (il dionisiaco) e un principio formale e razionale (l'apollineo).

Ma forse queste considerazioni sul paradosso di Dossi a Griner non interessano affatto poiché lui del paradosso coglie soltanto il lato comico: "Ripensandoci, la frase di Dossi un significato, seppure indiretto, lo ha. Ci dice che certe violazioni di certe leggi semantiche producono effetti quanto meno interessanti (...). In alcuni casi questi accostamenti producono effetti esilaranti. (...) ma fino a quando si tratta di provocare l'effetto comico, queste violazioni della semantica (...) sono auspicabili. Il problema nasce nel momento in cui queste espressioni pretendono cittadinanza nel regno delle espressioni significative." Beh, è impressionante. Per Griner tutto ciò che non è linguaggio logicamente determinato è semplicemente o farsa o puro nulla semantico. A questa stregua ogni figura retorica sarebbe una tremenda violazione delle leggi della semantica. Visto e considerato che:
1) la letteratura è colma di ossimori e consimili
2) Griner trova queste cose "francamente intollerabili"
Allora
3) Griner trova francamente intollerabile la letteratura in generale. Viene da chiedersi cosa lo spinga a collegarsi tutti i giorni ad una BBS che si autodefinisce "circolo letterario telematico".


In conclusione di questa mia risposta vorrei anch'io trarre una lezione, anzi due. Griner sostiene di aver imparato dall'analisi del mio testo che non conviene contravvenire alle regole sintattico-semantiche, pena la non significatività. Io credo invece che non esisterebbe Arte senza la rottura continua di quelle regole semantiche che Griner vorrebbe universalmente valide, ed è per questo che individui come lui mi sembrano degli assassini della creatività artistica. Ma c'è un'altra e più importante lezione che si dovrebbe trarre dagli sviluppi di questa squallida e noiosa tenzone intellettuale. Credo che salti agli occhi di tutti che Griner ha scritto quello che ha scritto principalmente CONTRO qualcuno, e l'impressione è che abbia considerato il mio editoriale solamente come un pretesto per esporre le proprie idee e la propria erudizione. Bene, io penso che Griner farebbe una cosa saggia se rivedesse il proprio modo di porsi all'Altro, non si scrive qualcosa contro qualcuno senza poi rischiare che questo qualcuno scriva una cosa contro di te. Nel caso specifico il testo di Griner, vista la debolezza delle argomentazioni, si è prestato ottimamente ad essere attaccato da ogni lato e spero che questa esperienza gli serva per comprendere che non ci si può mai sentire così sicuri della propria intelligenza e al riparo da ogni obiezione da dimenticare le regole della buona educazione (regole, queste sì, universalmente valide). Se Griner avesse presentato le proprie argomentazioni con un tono meno saccente, pedante e, a tratti, irridente, io sicuramente avrei scritto la mia risposta in un tono più pacato e sarei stato decisamente più indulgente verso le numerose gaffes filosofiche del nostro amico.

Io non amo la polemica, chi mi conosce sa perfettamente che in generale tendo a stemperare i toni, a cercare di vedere un senso nelle motivazioni dell'altro; tendo a dare retta anche alle critiche più severe. Ma oggi non mi è proprio riuscito. Non mi è riuscito perché quelle di Griner non sono critiche costruttive, nemmeno distruttive, sono critiche autodistruttive.
Non ho trovato in tutto il testo un solo concetto che possa essere utilizzato per il futuro della rivista, il mio detrattore ha creduto di poter giocare a fare il piccolo adepto del circolo di Vienna utilizzando il mio editoriale come materiale grezzo per i suoi esperimenti eristici (non sofistici, sarebbe troppo nobilitante). Insomma le critiche sono ben accette qui su Fabula ad una sola condizione, che chi le scrive abbia qualche interesse per la rivista, altrimenti è un gioco al massacro senza nessun senso, né per chi le formula, né per chi è costretto a rispondere.

Griner conclude il proprio scritto con una frase ad effetto: "E questo è francamente intollerabile." Allora anch'io voglio dire cosa non è tollerabile. Non è tollerabile che un individuo sia così dominato dall'egocentrismo primario fino al punto di spingersi ad aggredire intellettualmente un'altra persona solo per fare un inutile sfoggio di cultura (il riferimento al "panoptycon di benthamiana memoria" ne è un clamoroso esempio). La cultura, si sa, è uno strumento meraviglioso, ma se non è accompagnata dal buon senso rischia di diventare, come nel caso di Griner, solamente vuoto nozionismo.

E questo è francamente intollerabile.




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