FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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RACCONTO DI GIZAN

Gizan

Una sera d'agosto, calda come tutte le altre, senza un filo d'aria ad asciugare il sudore che bagnava la camicia, camminavo solo, in preda ad una sconsiderata malinconia, lungo il naviglio Grande: guardavo l'acqua che scorreva leggera e senza rumori, leggevo le stelle che vi si riflettevano, lontane e sole, proprio come me.
Sentivo di non essere solo, lo sentivo dal fondo dall'anima, a tratti mi pareva d'esser seguito: mi voltavo e non vedevo nulla. Poi un ticchettio di tacchi sulle pietre della strada, un suono duro ma femminile, di tacchi alti, forse a spillo.
Già con la fantasia correvo alla ricerca di immagini da film, forse ricercando il mio io scomparso nella corrente, la mia voglia di esistere. Camminavo piano ed ascoltavo il rumore, cercando di immaginare la persona che portava quei tacchi, sentivo i suoi passi misurati, lenti, studiati ed immaginavo una donna, una donna bella ed affascinante che fosse lì solo per me, per i miei inconsci desideri.
Dolce ed alta, con una minigonna e calze velate, una maglietta attilata che metteva in risalto il suo seno che, senza sostegni, svettava verso l'alto, due capezzoli che premevano sulla maglietta ed un viso da baciare: così era il mio sogno.
Mentre fantasticavo sentivo i suoi passi avvicinarsi ed il mio cuore prese a battere come un tamburo, più sentivo i passi avvicinarsi più lui batteva, mi sembrava di impazzire ed allora mi fermai, come nulla fosse mi appoggiai al parapetto del naviglio e mi accesi una sigaretta. Rivolsi il mio sguardo nella direzione dei passi e, finalmente, la vidi: Iris, bella come una visione. Portava una minigonna rossa, senza calze, scarpe con tacchi a spillo ed una maglietta bianca che sembrava dipinta sulla sua pelle; il suo viso era allegro, sembrava quasi mi aspettasse, sembrava volesse semplicemente dirmi "Ciao, eccomi, sono qui, finalmente per te".
La guardai, ne rimasi abbagliato, tirai un tiro alla sigaretta e... la salutai, si, con il coraggio dei disperati trovai il modo di dirgli "Ciao, anche tu in cerca di un filo di vento?" Mi guardò e molto gentilmente mi rispose "Certo, in queste notti d'estate, cos'altro si può fare?" Devo confessare che il solo guardarla m'aveva messo in uno stato di totale agitazione; entro di me sentivo crescere la voglia di esserle più vicino, di toccarla...
Si fermò davanti a me "Io sono Iris" mi disse ed io ebbi l'impressione che le sue parole fossero "Prendimi, sono tua" "e stavo gironzolando qui intorno, se vuoi, possiamo farci un po' di compagnia".
"Io sono Gizan... certo... certamente..." fu l'unica cosa che riuscii a dirle.
Camminammo per un po', fianco a fianco, fino al parchetto, entrammo e ci sedemmo su una panchina. Un silenzio glaciale sembrava voler far chiudere così il nostro incontro, non sapevo proprio cosa dire.
Accesi un'altra sigaretta e gliela offrii "No, grazie, proprio non fumo, anzi, faresti meglio a smettere anche tu" fu la sua risposta.
Aveva ragione, l'avevo accesa solo perché.... non sapevo cosa dire o fare. Mi voltai verso di lei: era stupenda.
I suoi occhi sembravano brillare di luce propria, le sue labbra erano fatte solo per poter baciare, il suo corpo chiedeva di essere toccato, accarezzato, preso.
Mi avvicinai a lei, presi la sua mano tra le mie "Ma come sei capitata qui, mia dolce visione?".
"Forse sono solo un tuo sogno fatto realtà, non pensi?".
Mi avvicinai a lei, sentivo il calore del suo corpo che si avvicinava al mio, sentivo la sua pelle profumata che chiedeva di appoggiarsi alla mia e la baciai.
Avvicinai le mie labbra alle sue e, come se fosse una cosa che avevo sempre fatto, con la mia lingua allargai le sue labbra: aveva una bocca calda, dolce e sensuale.
Sentivo il mio membro spingere contro gli slip, sentivo dentro di me la voglia di prenderla subito, lì sulla panchina, senza neppure spogliarci.
Per mia fortuna un movimento fortuito mi liberò il membro: era sempre stretto nei pantaloni, ma molto più comodo.
Intanto le mie mani lasciarono le sue e cominciarono ad accarezzare i suoi fianchi, piano piano e con dolcezza salivano ad assaporare la pienezza del suo seno per poi tornare giù.
La voglia di stringere tra le mie dita i suoi capezzoli era tanta, troppa: le mie mani si diressero così verso i suoi seni, li accarezzarono e poi le mie dita si soffermarono a stringere i suoi capezzoli duri e sodi, tesi dal desiderio.
Sentivo la sua calda lingua duellare con la mia, le sue mani stringermi i fianchi ed il mio desiderio crescere.
Infilai una mano sotto la sua maglietta: la sua pelle era liscia, come la seta, emanava un profumo buono, dolce come una primavera. Le sue mani sfiorarono i miei pantaloni, saggiavano con delicatezza la durezza del mio sesso teso.
Apri la cerniera e infilò la sua mano: una sensazione di calore indescrivibile fece sobbalzare il mio membro e dentro di me l'eccitazione era arrivata ad un livello difficile da sopportare.
La sua mano scorreva con dolcezza su e giù lungo il mio membro: infilai allora la mia sotto la sua minigonna: trovai piccolissimi tanga, certamente in pizzo, già intrisi di umori, caldi di desiderio.
Mi bastò scostarli solo un po' per potergli accarezzare il cespuglio di peli setosi e bagnati.
Cercai con le dita la clitoride e cominciai ad accarezzarla con la punta: i suoi fianchi ondeggiavano piano, come a tenere il tempo. Le baciai il collo, la mia lingua percorse il tragitto che portava all'orecchio lasciando una piccola scia di saliva, mordicchiai i suoi lobi ed ascoltai con piacere il suo ansimante respiro.
Il mio dito scivolò dentro di lei e lei aprì ancora un po' le gambe proprio per aiutarmi, la sua mano ora s'era fatta più decisa e stringeva il mio membro attraverso il tessuto degli slip.
Con il pollice stimolavo la sua clitoride mentre con il medio entravo ed uscivo dal suo sesso come fossi un piccolo membro: sentivo le pareti della sua vagina contrarsi e rilassarsi, i suoi sospiri mi facevano impazzire. Ci stendemmo fianco a fianco sulla panchina, era in una zona poco illuminata, nessuno ci avrebbe visto, ci sfilammo i pochi vestiti che avevamo addosso, i nostri corpi ora si toccavano, si sentivano e godevano del contatto.
La sua mano teneva il mio membro: le sue dita carezzano ora la mia cappella per poi scendere, saggiarne il fusto e poi soffermarsi sulle palle, carezzare con cura anche loro e poi tornare su.
I suoi capezzoli sul mio torace sembravano due carboni ardenti di desiderio: mi abbassai e li succhiai con cura, sembrava crescere nella mia bocca, diventare sempre più grandi.
Appoggiò poi il mio membro sul suo monte di venere, sentivo la sua clitoride accarezzata dalla mia cappella, sentivo i suoi umori bagnarmi il membro e, quasi senza che me ne accorgessi, il mio membro trovo la giusta strada per entrare in lei La sua vagina sembrava una fornace, rovente di desiderio, cominciai ad entrare piano piano, sempre più dentro, un calore quasi insopportabile sembrava volermi bruciare via il membro, entrai ancora, fino in fondo.
Mi sentivo quasi suo prigioniero: le sue gambe ora erano sopra la mia schiena: Iris s'era offerta ed aperta completamente a me, mi sentiva solo suo. Cominciai ad entrare ed uscire: facevo uscire il mio membro quasi completamente per poi rientrare ed affondare in lei, sentivo che questo era anche il suo desiderio e continuai cosi, con dolcezza, con molta calma.
Ma era troppo tempo che non facevo all'amore, prima che me ne rendessi conto cominciai a spingere con maggior lena, il desiderio che era in me era pronto per esplodere.
Sentii la sua vulva stringersi e, dopo qualche colpo, sborrai tutta la mia voglia dentro di lei.
Continuai a muovermi dentro di lei, avrei voluto che quest'attimo non finisse mai, avrei voluto continuare a godere insieme a lei e di li a poco, la sentii ansimare e fremere, la sua vulva stringeva il mio membro con forza: continuai nel mio entrare ed uscire dalla sua vulva fin quando non la sentii godere con mugoli che riaccesero in me il desiderio e la sua vulva che si rilassava piano piano.
Rimanemmo così, senza parlare, io steso sopra di lei e dentro di lei: il suo viso ora, al chiarore della luna, sembrava angelico, ancora più bello di quanto non lo fosse già prima.
Cibaciammo ancora, ed ancora ed ancora.
Il freddo della notte ci consigliò di rivestirci.
Ridemmo come matti quando, forse per errore, io infilai le sue mutandine: "Tienile tu "mi disse "io metto le tue, facciamo un cambio".
Mi chiese poi d'accompagnarla alla sua macchina che era lì vicino, camminammo abbracciati, ogni tanto le mie dita saggiavano il suo seno, toccavano la sua pelle come a volerne conservare un ricordo. Arrivati alla sua macchina si voltò: era più bella di quanto potessi immaginare, s'avvicinò a me e mi baciò.
Sentii la sua lingua nella mia bocca, il suo corpo aderire al mio, il mio desiderio faceva crescere il mio membro.
Salì sulla macchina e partì.
Rimasi così nuovamente solo, in una notte d'agosto calda come tutte le altre, ma dolce dei miei sogni, con un paio di mutandine da donna.
Non rividi mai più Iris, ne conservo ancora le mutandine ed ancora, a volte, mi piace annusarne il profumo, sentirne la delicatezza e pensare alla bellezza che contenevano.


RACCONTO DI IRIS
Iris

Telemann. I CD. La musica nella deliziosa mansarda di Mark, all'ultimo piano di una vecchia casa sui Navigli.
Ai muri, i suoi manifesti.
Mark fa il grafico. Un "creativo", come ho sentito dire.
Se è un creativo, come mai nella vita è così distruttivo?
Lui sembrava ancora più bambinone, quel pomeriggio, con la sua gentile corpulenza, il barbone...
Sollecito, come sempre, mi aveva preparato un'ottima cioccolata calda, proprio da svizzero.
Una cioccolata calda? Con questo caldo, in pieno agosto?
Almeno serve a qualcosa, un amante svizzero.
Non ho fatto in tempo a finirla, la cioccolata. Lui ha voluto fare l'amore. Fare l'amore... il piacere, il godimento...
Scommetto che avevi voglia, vero? Altro che cioccolata calda.
Avevo voglia di cioccolata calda.
Dopo l'amore l'accarezzo. Lui ha gli occhi chiusi. Sembra un bambino.
L'amore, come una cioccolata calda.
Che va giù. E poi basta.
Meglio che vada. Ho lasciato la casa in disordine Ma che cos'hai, Iris? Sei sempre irrequieta in questi giorni... Senti, io devo finire un lavoro...
Sì, sì, finisci il lavoro...
Mi telefoni?
Ma sì, certo...
Ho sceso le scale. E l'amore mi è andato giù, come una cioccolata calda. Odio l'estate. Odio quest'aria calda. Passo davanti alla macchina senza neanche a vederla. Vorrei essere quell'acqua, vorrei poter essere sospinta dalla corrente, vorrei...
Vorrei vomitare nel Naviglio.
Senza pensare, riprendo a camminare. Ora è passata. Nel frattempo sono apparse le stelle; è come se la notte mi fosse venuta incontro, e mi dicesse "buongiorno".
Ora non sono più nelle vicinanze della casa di Mark, anzi, sento che qualcosa di magico potrebbe accadermi.
Mi viene da ridere: qualcosa di magico! Allora "lui", magari. Già perché non lui? Ah ah, sono proprio sciocca: il mio sogno! Il mio sogno che confondo con la realtà, ah ah, come sei sciocca!
Ora sono proprio di buonumore. Così, da sola. Non è accaduto niente, è come se fosse accaduto tutto.
E' stata allora che mi sono distratta; guardavo una di quelle discese che, al margine del canale, si abbassano per passare sotto al ponte. A cosa serve quel passaggio? Non ci avevo mai pensato, non capisco a cosa servano.
Non so, è come se il destino mi avesse distratta con quel pensiero; è bastato un secondo, che so, forse cinque secondi e proprio allora...
Ah ah, il mio sogno! Nooo, questa è buona!
Lui era lì, il mio sogno. Ci siamo guardati negli occhi a lungo. E mi veniva quasi da ridere; perché guardavo il suo sguardo incredulo. Non era il solito sguardo degli uomini per strada, quasi esterrefatto, oppure terribilmente impudico, quello sguardo che mi fa arrossire, no.
Ridevo perché capivo che lui mi credeva un sogno. E non sapeva che io ero la realtà, e lui il sogno!
Mi rivolgeva una frase sciocca... Ho paura di avere risposto in modo ancora più sciocco.
Poi mi è venuto un attimo di paura, quasi di essere invadente; Sono Iris ho detto... quasi per spiegarmi (ma spiegare cosa?) Potremmo... fare due passi.
Ero quasi imbarazzata, eppure così contenta!
Sono Gizan. Ma certo!
Ecco, lui era così disinvolto. Ma sì, lo sentivo, da adesso in poi sarebbe andato tutto bene.
Solo camminando con lui mi sono accorta che era emozionato. E questo mi ha come rassicurato. Poi siamo passati accanto a un ponte.
Gizan, quelli scivoli...
Sì?
A cosa servono?
Come non lo sai? Servivano...
Ma si è perso guardandomi negli occhi.
Ma man mano che procedevamo ho cominciato a sentirmi crescere qualcosa dentro. Lo guardavo, e lui faceva finta di niente. Faceva finta di non accorgersi dell'emozione che accendeva in me, del desiderio che cresceva...
No, non poteva ignorarlo. Tutto di me così mi sembrava parlava del mio desiderio, di un bisogno sempre più pressante...
Avevo appena fatto l'amore con Mark.
E il desiderio cominciava a nascere ora. Il desiderio vero, quello prepotente, quello che ti sconvolge a ogni passo.
Ecco, ora eravamo seduti su una panchina. I miei occhi scorrevano sul suo corpo gagliardo, sul suo viso che ora avrei voluto baciare, sul suo sguardo che mi sembrava fatale. Era lo sguardo a cui basta vedere una gonna che s'alza ad un frullo di vento perché la sua fantasia corra quasi a toccare le aggraziate forme della malcapitata... E in quel momento la malcapitata ero io, ed ero felice di esserlo.
Ed è lì che è cominciata la tortura; io stavo lì, incapace di parlare, e mentre sentivo impotente la passione che montava in me, invadendo le mie vene, tutte le mie fibre, lui si divertiva a osservare le mie smanie silenziose, a vedermi languire di voglia, quando tutto il mio corpo urlava di desiderio. Forse per irridermi, accenna ad accendersi un sigaretta. Allora reagisco quasi sfogando istericamente la mia voglia repressa, e gli faccio notare che non fumo.
Ma un attimo dopo l'ho guardato negli occhi, e tutta la rabbia mi è passata. Era stupendo.
A questo punto mi ha detto quella che sarebbe stata l'ultima delle sue frasi da bulletto, qualcosa del tipo "Sei un sogno, dolcezza".
Ho fatto appena in tempo a sussurrare, con la voce strozzata dal desiderio "Non sono un sogno" che già avevo incollato la mia bocca alla sua.
Era come cominciare l'esplorazione di un mondo meraviglioso.
Le sue labbra mi parevano petali di rosa e le sue mani, come leggere farfalle, tracciavano sul mio corpo una mappa dell'amore.
Le sentivo che si immergevano nella scollatura, che cominciavano ad accarezzare i capezzoli delicatamente, con infinita maestria fino a farli irrigidire. Poi l'ho sentito baciarli, stringerli delicatamente tra i denti mentre le mani scendevano piano piano...
Il mio viso era rivolto alle stelle, vinto da un piacere che non sentivo da anni, forse da sempre. Ma i miei occhi, chiusi, assaporavano momento per momento l'estasi del paradiso a cui avevo agognato per tanti, infiniti minuti. Non so cosa ho fatto in quei momenti; tutto il mio corpo, teso dal desiderio, agiva ormai come una macchina a controllo numerico che sapeva a memoria cosa fare... cioè, no, non nel senso meccanico volevo dire.
Poi, le dita di Gizan proprio nel punto più sensibile del mio corpo, che già da tempo si irrigidiva, irrorava tutte le mie parti intime in modo incontenibile, che non aspettava altro che la liberazione di una carezza. Ma, ahimè, anziché soddisfare tutta la sua eccitazione, i sensibili polpastrelli di Gizan hanno cominciato a esasperarla vieppiù, come per farmi soffrire sempre di più, prolungando quei momenti per minuti che mi sembravano eterni.
Avrei voluto urlare di voglia, mentre tutto il mio corpo ondeggiava allo stimolo di quelle sapienti carezze.
Intuivo, anche se non parlavamo, che Gizan, l'avrebbe chiamata "la" clitoride, e non "il" clitoride, come molti e molte incongruamente usano. Mi sembrava di impazzire mentre mi baciava dappertutto, e non potevo trattenere la mia mano, la quale oramai stringeva il suo ingombrante organo, che ero ormai pronta ad inglobare.
Ma, ancora una volta, lui sembrava divertirsi a rimandare il mio piacere. La più raffinata delle torture, alla quale ero certo incapace di reagire, legata come mi sentivo ormai a Gizan come in un rapporto tra schiava e padrone. Credo di averlo attratto in me, ad occhi chiusi, in una sorta di dolce, irresistibile violenza. Ora sentivo tutta la sua eccitazione dentro di me, che mi offrivo ai suoi baci, alle sue carezze, senza alcun ritegno.
Di nuovo, non saprei dire esattamente che cosa sia successo, ma ho sentito come un grido profondo, quasi cavernoso, che usciva ad ogni respiro dai miei polmoni.
Che pericolo abbiamo corso allora: i miei gridi, così... in pubblico... "Poche ore fa ho finito di fare l'amore con Mark" mi sono detta "ma ora mi si aprono le porte del paradiso".
Mi rendevo conto che la mia vagina stava risucchiando con veemenza il suo pene, e poco dopo...
"Cazzo, è già venuto!" ho pensato. Ma immediatamente la sensazione del suo godimento, proprio quando ero all'orlo dell'orgasmo, ha fatto esplodere tutte le mie viscere, tutta la mia anima.
Non so fino a dove mi hanno sentito, in quei momenti.
E poi. Sì, proprio POI...
Lui è stato tutto mio, mentre ridevamo, mentre ci accarezzavamo, mentre aggiungevamo bacio a bacio, tenerezza a tenerezza.

"No quiero decir, por hombre
las cosas que ella me dijio."
(G. Lorca)

Ancora non mi è chiaro come si sia prodotto l'incidente... o il preteso incidente. Fatto sta che al momento di rivestirci mi sono accorta che Gizan aveva fatto un po' di confusione.
Ma, amore, guarda che ti sei infilato le mie mutandine, non le tue!
Ah ah! Che equivoco eheheh! Bè, fa niente, vuol dire che tu tieni le mie e io tengo il tuo tanga!
Gizan, sciocco, su, restituiscimi lo slip
Neanche per sogno:-) facciamo il cambio eh eh!
Ero troppo infuriata per chiedermi come facesse a fare le "faccine" anche dal vero.
Facciamo cambio un corno, molla l'osso!
Ah, bene, allora siamo d'accordo, tu ti metti le mie e io le tue. Cià che ti accompagno alla macchina.
Insomma, non c'è stato niente da fare.
Siamo passati di nuovo accanto a un ponte.
Lo sai? Quegli scivoli servivano per fare passare i cavalli che trainavano le chiatte.
Ma certo, come avevo fatto a non pensarci?
Ricordo ancora un ultimo bacio, ricordo ancora il suo corpo che aderiva al mia, riaccendendo le mie voglie.
E poi il ritorno, da sola. Ed è solo allora che è cominciata la sensazione di vivere come in un sogno. Non mi sembrava vero che il volante, il semaforo, le chiavi di casa... potessero essere oggetti concreti. Era come se venissi da un altro mondo.
Che cosa ne sia stato del mio tanga, non l'ho mai saputo.
Ma, ricordando la libidine con cui Gizan se n'era impossessato, temo di poterlo immaginare.




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