FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL GIORNALAIO

Ippo Condrio




Il signor Giberti entrò nel negozio del giornalaio alle ore diciassette e zero cinque precise, appena uscito dall'ufficio.
Era un negozio raffinato, con le pareti rivestite di tessuti damascati e impreziosite qua e là da piccole tele d'autore.
Tutti maestri fiamminghi. Tutti originali.
Il negozio era una grande spazio semivuoto, occupato nel mezzo solo da due poltrone, una leggermente più grande e spaziosa dell'altra, evidentemente per il proprietario, e l'altra, per gli ospiti, un po' più modesta. Ai lati, accostate alle pareti, stavano alcune vetrine in cristallo, che contenevano alcune copie di giornali. C'erano anche degli scaffali in legno, che contenevano una maggiore quantità di giornali e qualche volume rilegato.
Giberti non vi trovò nessuno. Tossì un paio di volte e poi azzardò un timido "c'è nessuno?". Dopo qualche secondo uscì da una porticina quasi invisibile sul fondo, un signore alto, bello, di mezz'età, ben vestito e dall'aria meditabonda. Aveva i capelli lunghi e ben pettinati. Occhi molto profondi contornati da decise sopracciglia. Nere, anch'esse, come il carbone. A Giberti ricordava un direttore d'orchestra.

"Posso esserle utile? Immagino lei desideri un giornale?" disse l'uomo, con cortesia.
"Sì, veramente... era proprio ciò che cercavo..."
"Capita spesso. Prego si accomodi."
L'uomo indicò a Giberti la poltrona più piccola e si sedette a sua volta, non prima dell'ospite. Da una scatola intarsiata sul tavolino di fianco alla poltrona estrasse un sigaro e ne offrì uno a Giberti, che rifiutò. Egli invece ne spezzò uno in due e se ne accese una metà. Per un po' stette così, a scrutare Giberti, aspirando ampie boccate di fumo, senza parlare. Poi disse:
"Posso chiederle, se non sono indiscreto, che tipo di giornale desidera?"
Nonostante il tono affabile Giberti capì che non poteva negare all'uomo il diritto di questa domanda.
"Ecco...non saprei, sa, non sono molto esperto. In realtà non è per me, ma per un regalo..."
"Ah, un regalo...", lo interruppe freddamente l'uomo col sigaro. E mandò una boccata di fumo, la più sostanziosa finora, a svolazzare sopra di sé.
"Non so se ho giornali adatti per questo tipo di utilizzo. Lei non legge?"
"Sì... sì. Ma non sono un esperto, ecco. Non saprei come orientarmi..."
L'uomo lo squadrò ancora più attentamente.
"E perché, se mi permette, dovendo fare un regalo ha scelto proprio un giornale?"
"Non so", rispose Giberti sentendosi pressato, "è per una persona che legge molto."
"Che tipi di giornali? Quotidiani? Riviste specializzate?"
"Non so, un po' di tutto."
"Un po' di tutto..." disse, e voltò il capo leggermente di lato come se la vista di Giberti lo disgustasse. "Un po' di tutto un po' di nulla..." Aspirando forte il fumo del sigaro l'uomo entrò come in catalessi. Sembrava che non lo dovesse più gettare fuori.
Dopo un po' sbuffò e girò un po' lo sguardo intorno.
"Un po' di tutto, dice. Vediamo."

Si alzò e si avvicinò agli scaffali in legno di noce. Con la mano destra accarezzò il dorso di alcune riviste, lentamente, come se le stesse analizzando ad una ad una e ognuna la trovasse inadatta. Poi si fermò con il dito medio sulla costa di un fascicolo patinato. Si voltò verso Giberti. Fece penzolare la testa a destra e sinistra, come se questo movimento fosse dettato dal tormento interiore che la sua anima affrontava nel decidere se proporre o no quella rivista a Giberti. Poi, di scatto, scosse il capo, e prosegui oltre.
Giberti deglutì. Il suono si sentì fortissimo nel silenzio della stanza.
Il giornalaio fece ancora tre passi, lentissimi. Si fermò nuovamente, e di nuovo fu tormentato, e di nuovo fece quel movimento. Ma questa volta si decise per il sì. Voltando la testa di tre quarti, senza guardare negli occhi Giberti, disse:
"Lei desidera una rivista specializzata?"

Giberti fu colto di sorpresa. Dire "Non saprei" non sarebbe probabilmente stata la cosa migliore. Giberti decise di contrattaccare.
"Cosa glielo fa pensare?"
"Nulla, del resto lei non mi ha dato molti elementi. E comunque un certo intuito mi guida in questo tipo di scelte. Ho una rivista che potrebbe interessarla."
"Se ne potrebbe parlare", disse Giberti, "di cosa si tratta?"
"Lei non ha ancora risposto alla mia domanda. Pensa che una rivista specializzata potrebbe interessarla?"
"Sì, credo di sì. Ma devo sapere di cosa si tratta."
L'uomo aprì il suo volto ad un sorriso benevolo.
"Ma certo. Siamo qui per questo. Ci mancherebbe."
Si voltò di nuovo verso lo scaffale, e con gesti minutissimi estrasse il fascicolo. Lo spolverò con cura, per quanto a Giberti paresse pulitissimo, lo rigirò un po' nelle mani, lo aprì nel mezzo, girò qualche pagina e poi lo richiuse. Poi nascose la rivista abbracciandola sul petto, e si fece avanti
verso Giberti, proclamando, in tono solenne:
"Non sono sicuro che questo sia ciò che fa per lei, signor..."
"Giberti"
"Piacere, Antonioni. Dicevo. In ogni caso, qui abbiamo un numero del 1989, gennaio, con inserto, della rivista specializzata 'Elettronica Facile'".
Stava davanti a Giberti e lo penetrava con lo sguardo per cercare di capirne le emozioni.
"Bene...", disse Giberti, "molto bene."
"La vorrebbe acquistare?"
"Beh, non so. Vorrei darci un'occhiata."

Il giornalaio Antonioni scoprì la rivista dal proprio petto. E fece per tenderla a Giberti. La teneva con la copertina voltata verso il basso.
All'ultimo momento ritrasse il braccio, come folgorato da un dubbio.
"Mi scusi. Non desidera conoscere l'argomento dell'inserto?"
"Oh, ma certo.", rispose spaventato Giberti."Mi parli dell'inserto."
Il giornalaio, diffidente, indietreggiò tanto almeno quanto era avanzato prima, tornando quasi verso lo scaffale, come se improvvisamente avesse deciso di riporre il libro al suo posto, cacciare Giberti dal negozio, spegnere la luce, abbassare la serranda e tornare a casa.
Poi, di scatto, si sedette sulla poltrona. Ci fu una lunghissima attesa.
L'uomo schiacciò il sigaro nel portacenere. Giberti credette di scorgergli una lacrima affacciarsi al ciglio sinistro. L'uomo fissò Giberti dritto negli occhi. Giberti si sentiva a disagio.
"Signor Gilberti..."
"Giberti..."
"Signor Giberti. Lei non desidera una rivista specializzata. Lasci che glielo dica". Queste ultime parole suonavano proprio come il rimprovero del prete al peccatore che svuotando la sua anima aveva lasciato in fondo al sacco un peccatuccio, piccolo ma pur sempre fondamentale per la sua redenzione.
"Perché lo pensa?"
"E' semplice. Intuito. E poi nessuno che desideri una rivista specializzata dimenticherebbe di chiedermi dell'inserto, una volta appreso che esiste." E qui il sorriso intelligente di Antonioni era trionfante.
"Ma io stavo per chiederelo... anzi l'ho chiesto! Cosa c'è nell'inserto?"
"No, signor Giberti. Così non va." Il giornalaio si alzò di scatto e poi tornò a sedersi, con uno strano atteggiamento, agitato, ma al tempo stesso freddissimo.
"Che cosa sta cercando? Che tipo di rivista desidera veramente? E' da quando è entrato che leggo una certa inquietudine nei suoi occhi. E non credo nemmeno alla favola del regalo. Che cosa sta cercando, Signor Giberti?"
"Ma non capisco... gliel'ho detto..."
Il giornalaio fece per alzarsi. Giberti gli fece segno di aspettare.
"No, si fermi. E va bene. E' vero. Non desidero una rivista specializzata. E non è per un regalo. Ma non posso dirle ciò per cui mi serve la rivista. Mi dispiace."
L'uomo in poltrona sembrò rilassarsi improvvisamente, come sollevato da una grande preoccupazione.
"Così va meglio. La sincerità è fondamentale nella mia professione. Ma capisco la sua piccola menzogna. Avrà i suoi buoni motivi." Si fermò a riflettere. "Ma il nostro problema rimane. Dunque, ricapitoliamo. La rivista è per lei. No, non faccia segno di no con la testa, questo almeno l'ho capito. La rivista è per lei ma non sappiamo ancora che rivista possiamo offrirle.
Giusto?"
Giberti sorrise. Anch'egli si sentiva sollevato. "Ecco, sì..."
"Bene. Ho delle riviste di attualità, ma, se mi permette, non mi sento di offrirgliele. Sono così complesse. Non le potrebbe apprezzare." E poi ebbe uno scatto della testa verso Giberti.
Intuizione?
"Ma forse lei desidera qualcosa di complesso... non è così signor Giberti?"
"Cosa intende dire?"
L'uomo fece un sorriso. Era come se avesse capito tutto e si stesse dando dello stupido.
"Ma certo..."
"Non capisco, si spieghi!"
"Signor Giberti. Lei entra qui nel mio negozio. Chiede una rivista e dice che è un regalo. Falso. Dice di non essere un esperto. Falso. Perché solo un esperto può fingere interesse per una rivista di cui
non è interessato. Lei ha finto di desiderare quella rivista perché in realtà sapeva che io non gliel'avrei mai offerta!"
Giberti sgranò gli occhi. Dalla sua fronte cominciava a grondare il sudore. Si allargò il colletto della camicia e cercò di assumere un atteggiamento offeso.
"Ma cosa sta dicendo! Cosa glielo fa pensare?"
L'uomo si alzò dalla sedia e si avvicinò minacciosamente a Giberti.
"Ora basta con la commedia. Lei sapeva che io non le avrei offerto la rivista specializzata se lei non mi avesse chiesto dell'inserto... dica la verità!"
"No..."
"Solo un esperto può fingere tanta impreparazione. Ottima manovra, signor Giberti, ma ha commesso un errore. Ha finto troppa impreparazione. Coraggio, signor esperto di riviste, mi dica cosa desidera... qualcosa di complesso forse? Qualcosa di talmente complesso da apparire semplice, magari, che so, una
rivista sulle riviste, o chi lo sa, un bimestrale?" Un leggero tremore gli comparve ai lati delle labbra, e dicendo quest'ultima parola scrutò attentamente le reazioni di Giberti.
"Io veramente..."
Giberti si muoveva nervosamente sulla sedia. Cercava di posare il suo sguardo altrove, ovunque potesse sfuggire quello del giornalaio.


UN FINALE POSSIBILE AL RACCONTO "IL GIORNALIO" DI A. GRAZIANI
Harry Wald

<<Mio caro, si sieda ancora per un momento>> disse il giornalaio con un sorriso indecifrabile.
Lui cadde nella poltrona, gli occhi che trattenevano a stento le lacrime. Antonioni si accese l'altra metà del sigaro e allungò le gambe sul tappeto antico.
<<Tutta questa messinscena mi fa capire che lei è a conoscenza del fatto che noi... diciamo noi esoterici della carta stampata scegliamo con cura i destinatari, che non chiamo clienti perché l'espressione è poco accurata e anche un po' offensiva, cui affidare i nostri tesori. Qui non si tratta di vendere qualcosa, ma di scegliere il pezzo adatto per la persona adatta. Ma lei ha voluto farsi passare per un altro, una non-persona, un simulacro di verità. Perché?>>
Giberti annuì, sempre più a disagio, poi aprì la bocca.
<<No, non mi dica nulla, non lo voglio sapere>> lo bloccò Antonioni con un cenno della mano. Il fumo del sigaro ondeggiò in volute e spirali.
<<Ecco, io credo che il motivo di questo, lo deve pur ammettere, infantile mascheramento si possa rintracciare nell'imbarazzo che la sua vera richiesta le provocherebbe. La sua malafede è sartriana, mi consenta. Lei non aveva in mente di mentire, quando è entrato, vero? Ma il suo desiderio l'ha spinta qui e l'imbarazzo le ha impedito di essere sincero. Quasi un atto mancato. Mi sembra evidente. Però il riferimento a un regalo, a un'altra persona, proprio perché istintivo deve avere un aggancio con la sua realtà. Credo anzi che ciò che lei desidera sia una pubblicazione che le insegni ad affrontare una situazione fortemente privata ma dalle notevoli implicazioni morali...>>
Giberti era teso allo spasimo, grosse gocce di sudore presero a scendergli dalle sopracciglia.
Il giornalaio sorrise ancora;
<<Sì, vedo che avevo ragione. Non si preoccupi, abbiamo pubblicazioni anche per quelli come lei... mi dica un'ultima cosa, prima: non crederà che io mi stia divertendo a metterla in soggezione, vero?>>
Giberti ansimò e sprofondò le mani nelle tasche dell'impermeabile.
<<Oh, ma insomma, si rilassi>> disse l'altro, sbuffando il fumo verso l'alto.
Rimasero in silenzio per qualche minuto.
<<E va bene, lei preferisce tacere, lo capisco. Ce ne sono stati altri che hanno preferito lasciarci tutto l'onere della comprensione. Tuttavia, come le dicevo, alla fine si trova il pezzo adatto per tutti, o quasi, forse...>> si alzò e tolse qualcosa dal ripiano più basso della libreria <<forse è questo ciò che la interessa?>> concluse nel porgerglielo.
Giberti afferrò la pubblicazione con mani tremanti, il suo sguardo restò incollato alla copertina. Il giornalaio lo guardò, soddisfatto.
Giberti prese un fazzoletto dal taschino della giacca, deterse il sudore dalla faccia, posò con delicatezza la pubblicazione sul tavolino di mogano, estrasse l'altra mano di tasca, mirò al petto e sparò.
Antonioni cadde all'indietro senza un gemito.
<<Odio gli psicanalisti>> mormorò Giberti, gettando un'occhiata di sollievo sul libro di Sheila Kitzinger "Come si diventa padre".
Uscì dal negozio del giornalaio alle 17,17 precise. Fuori pioveva.





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