FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GIOCHI DI CERA

Claudio Mauri




Il conte Piotovic si svegliò e sentì un canto provenire dalla strada, una melodia affine ai riflessi di sole che entravano nella stanza come schegge luminose. Avvertì l'inizio di una giornata stupenda e desiderò uscire a passeggiare per le strade di Maliburgo.
Fuori la città pareva vibrare nella luce del mattino e il conte si sentiva al centro del mondo. Maliburgo era una città dell'Est ma, a memoria d'uomo, non c'era mai stato un agosto tanto caldo. Però quella mattina l'aria era fresca e il cielo d'un azzurro sfumato che faceva sognare. Il conte camminava e si sentiva felice, la sua vita era una pacata armonia. Quella sera alla festa della nobiltà avrebbe chiesto la mano della contessa. Niente più di lei era vicino al sublime, perfetta come una stella nell'ordine del cosmo. Piotovic si orientava su questa luce convinto che non si sarebbe smarrito.
Distratto dai suoi sogni, Piotovic si accorse di avere camminato a lungo e di essere finito in periferia. Un alito di vento caldo, sgradevole, lo avvertì che la giornata sarebbe divenuta afosa. Si fermò guardandosi intorno con un senso di disagio; era vicino ai quartieri poveri, a gruppi di case scalcinate, pietrificate in un'attesa senza fine. Era come ipnotizzato da queste immagini. Forse erano le ombre di quelle strade o i fantasmi della sua immaginazione, ma qualcosa pareva minacciarlo alle spalle. Cominciò a girarsi lentamente, vide un prato scialbo, carrozzoni di girovaghi e attori, alcuni cartelli che annunciavano uno spettacolo per il popolo. Poi trasalì: qualcuno lo fissava. Era una donna di una bellezza torbida e sfrontata, dai tratti appariscenti, solida come il mondo a cui apparteneva. Lo guardava in tono di sfida. I suoi occhi parevano farlo di pietra. Piotovic non resse lo sguardo e, riscossosi, tornò sui suoi passi mentre un abisso di malessere s'era scavato dentro di lui.
Giunto nei quartieri alti provò un grande sollievo ma non riuscì a scrollarsi di dosso un brivido di inquietudine. Il sole ormai era alto e la giornata caldissima.

***

La sera, su un terrazzo della villa dove si teneva la festa della nobiltà, Piotovic parlava con le persone del suo mondo. Come sempre, in quelle occasioni, gli pareva di sognare. Il caldo era terribile e nemmeno l'avvicinarsi del tramonto riusciva a mitigarlo. Il sole era un occhio rosso che scompariva tra nubi scure; lampi lontani annunciavano un temporale. Erano nel cuore del miglior quartiere di Maliburgo e le ville patrizie si stagliavano imponenti nell'ultima luce dando al conte un senso profondo di durata, di immutabilità. A qualche chilometro i quartieri poveri erano un ammasso indistinto di case che stringeva un assedio soffocante. Ogni tanto un soffio di vento rovente arrivava sul terrazzo e toglieva il respiro, ma la festa continuava gioiosa. Piotovic sentiva le voci, i suoni che amava. Avrebbe voluto fermare quegli istanti per sempre. La contessa era il centro luminoso attorno a cui tutto gravitava.
Ci furono molti brindisi in onore dello Zar e per festeggiare la lunga vita dell'Impero. Poi spensero i candelabri e il gruppo degli eletti si sedette attorno ad un tavolo. Piotovic faceva parte del gruppo e partecipava sempre alle sedute spiritiche. Seduto in circolo assieme agli altri, nel buio, si concentrò. Cominciò a sudare. Improvvisamente una trama nera coprì la sua mente. Delirava. Era in una fossa cieca, qualcosa di melmoso scolava. Il senso di chiuso lo faceva impazzire. Provò un dolore sconvolgente, poi fu strappato lontano, un vento lo trascinava per strade buie raccattando tutto quel che di marcio trovava. L'onda velenosa si mutò in suono e Piotovic cominciò a parlare, ma non era sua la voce, non era suo quel suono roco. Non capiva ciò che diceva e non poteva arginare il fiume di parole che aveva preso possesso di lui. Avvertiva solo il terrore e lo sgomento dei presenti, profili scuri disseminati attorno al tavolo. Stava comunicando un messaggio tremendo. Quando finì di parlare era esausto e faticò a riprendere padronanza di sé. Nella semioscurità vide che la contessa si era coperta il viso con le mani e singhiozzava, poi, improvvisamente, si alzò e fuggì. Tutti gli altri rimasero immobili e silenziosi. Piotovic sconvolto cominciò a seguirla chiamandola per nome. Voleva confortarla, rassicurarla. Era disperato perché capiva che ciò che aveva di più caro gli stava sfuggendo. Perché in un attimo il suo destino s'era rovesciato?
Forse rincorreva se stesso per quelle stanze cadute nel buio e l'immagine della donna non era che un'illusione. Ma il rumore dei passi sui freddi marmi evocava cose concrete. Il sole era tramontato e la materia pareva essersi infittita. La contessa, giunta in una stanza deserta, si lasciò cadere su un divano. Piotovic si inginocchiò e cominciò a baciarle le mani e in quel gesto mise tutta la sua disperazione, il desiderio di uscire da quell'incubo. La contessa doveva essere svenuta e le sue mani erano inerti. Qualcosa di caldo e molle gocciolò sulla mano del conte. Era una lacrima? Piotovic trovò in una stanza attigua un piccolo candelabro ancora acceso. Si avvicinò alla contessa per portarle soccorso, ma poi si fermò rabbrividendo. Nel tenue bagliore delle candele il viso della donna appariva giallastro e deformato, nel calore insopportabile della sera innumerevoli gocce colavano dal suo viso. Non era sudore perché ogni goccia cancellava qualcosa di quei lineamenti perfetti e presto il volto divenne confuso ed informe. Toccandolo Piotovic si rese conto che non era una donna ma un grande manichino di cera che stava perdendo consistenza. Si sentì mancare e il candelabro gli cadde di mano.
Con la testa vuota voltò le spalle a quell'immagine e tornò sui suoi passi. Si accorse con stupore che i grandi saloni erano illuminati e la festa era cominciata. Stavano danzando, tutti parevano persi in un gioco irreale, in un vortice di sogni falsi stagliati nel nulla. Piotovic, risvegliato, scoprì l'inganno. Osservò gli uomini e le donne. I loro movimenti armoniosi erano un semplice fluire d'immagini senz'anima, fuochi fatui persi nella notte. Faceva caldo, troppo caldo. Anche dai volti di quegli esseri finti stava cominciando a colare la cera.
Piotovic fuggì, non voleva osservare quello spettacolo di fine, di decomposizione. Fuggì avvicinandosi al confine dei quartieri poveri. Oltre i tratti precisi dei grandi e ricchi viali illuminati, verso i vicoli della miseria, avvertiva un movimento di masse di persone. Era un brulicare caotico e vitale, come una migrazione infinita di sorci. Che stava succedendo? Nella mente di Piotovic balenò la parola "rivoluzione". Ma cos'era la rivoluzione? Un avanzare delle tenebre e della materia più densa? Un irrompere improvviso del caos nell'ordine e nell'armonia? Piotovic doveva sapere. "Non oltrepassi questa strada"!, gridò una voce alla sue spalle, ma Piotovic varcò il confine.
Il conte si trovò immerso in un fiume di folla che a mala pena si distingueva nel buio di vicoli contorti. Era un muoversi disordinato di gruppi, un vociare, un litigare, un rincorrersi di risa sguaiate. Gomito a gomito ci si spingeva per avanzare verso i punti da cui la sommossa veniva guidata. O forse, si disse Piotovic, non esisteva un piano ben preciso in quel dilagare di energie bestiali. Piotovic sentiva la concretezza terrena di quegli esseri sordidi. Non erano sogni ma materia rozza e pulsante. Una strana eccitazione lo trascinava assieme agli altri come un'onda irresistibile. Erano orrendi quartieri con fango e pozzanghere, da angoli dove il buio si faceva più denso percepiva un confabulare misterioso o i gemiti di accoppiamenti consumati senza pudore tra la sporcizia.
Dopo aver percorso un lungo budello, si ritrovò in uno spazio aperto. Una massa di gente stava ritornando da un luogo. Piotovic risalì quella corrente che lo urtava spinto da una forte attrazione. Quando il flusso di persone finì, si accorse di essere arrivato nello stesso punto di quella mattina: ai carrozzoni dei girovaghi. Lì era il centro da cui la folla vociante pareva avere attinto le sue energie. Ora lo spiazzo era divenuto deserto, come evocato dal nulla da un'apparizione della luna. L'ombra di un essere avanzò e gli fece cenno di avvicinarsi. Era la donna di quella mattina. La sua eccitazione aumentò e, insieme alla disperazione per la perdita di ciò che amava, avvertì la torbida esaltazione di un istinto animale liberato. Le sensazioni s'erano fatte pesanti come attratte al centro della materia. Ora era davanti alla donna che lo fissava con due occhi freddi di pietra. Capì di essere perso e che la luce non avrebbe più penetrato il caos dov'era sprofondato. Piotovic allungò una mano tremante e le toccò un seno. Era caldo e solido come la terra su cui quel corpo poggiava.
La donna si voltò avviandosi verso un carrozzone e lui, come per una tacita intesa, la seguì. L'interno del carrozzone era solo una lama di luce lunare penetrava da un finestrino. La donna, dopo essersi tolta i vestiti, si stese su un letto. Lui la raggiunse e subito si senti preso da un abbraccio soffocante, viscido e caldo. Qualcosa brancolava nella semioscurità: erano le ombre di lunghi tentacoli che convergevano su di lui. Nell'angolo del carrozzone toccato dalla luna Piotovic scorse il cartellone di uno spettacolo. C'era il disegno grottesco e colorato di uno strano essere solo per metà umano e sotto scritto a grandi lettere: LA DONNA PIOVRA. Piotovic capì cosa lo stava stringendo in un abbraccio mortale e il suo desiderio si trasformò in orrore. Con la forza della disperazione lottò contro i tentacoli che lo avvolgevano e che erano rimasti celati dai lunghi vestiti. Con uno sforzo sovrumano riuscì finalmente a liberarsi e a fuggire. Corse a ritroso per i vicoli fino a quando riuscì a riattraversare il confine. Ma nei larghi viali dei quartieri alti, sotto la luna, era accompagnato solo dal suono dei suoi passi per luoghi ormai deserti. Avvertì un vuoto incolmabile, il senso della fine. Ormai non c'erano più speranze, il suo mondo stava per dissolversi sotto l'urto di forze più grandi. Rientrò nella sua abitazione e stette a lungo su una poltrona con la testa fra le mani. La disperazione era troppo grande. Improvvisamente prese una decisione: doveva avvertire lo Zar di quel che stava accadendo a Maliburgo. Cominciò a scrivere una lettera. Ormai erano trascorse tante ore e dalla finestra si vedeva il sole sorgere. Piotovic, torturato da un caldo impossibile, sudava. Ben presto l'astro divenne una palla infuocata esageratamente grande che si avvicinava lentamente. Doveva fare in fretta, raccogliere i pensieri. Scrisse: "La rivoluzione è vicina a noi. E' una piovra che partorisce esseri interminabili che finiranno per soffocarci. E' una puttana che..." Ma le idee si confondevano e la scrittura pareva deformarsi, svanire, contraffarsi. Il sole ora era un grande bagliore, una fiamma insopportabile, ma il conte insisteva a scrivere. Si accorse che qualcosa gocciolava dal suo volto finendo sul foglio. Erano gocce di sudore, erano lacrime? No, erano gocce di cera che si staccavano da lui. Era la vita che finiva.

***

Alessandro finì di distruggere con il fuoco della candela l'ultimo dei suoi personaggi di cera, il conte Piotovic. Quel teatrino di personaggi anacronistici forgiati in una materia tanto vulnerabile era stato il gioco preferito dell'infanzia. Ora, con l'inizio dell'adolescenza, la sua mente non era più rapita da quel mondo incantato. Aveva pensato di mettere da parte i suoi giochi, in qualche angolo segreto della soffitta, ma poi aveva deciso di distruggerli. Non voleva ritrovarli per caso, in un lontano giorno futuro, insignificanti e malinconici, offesi dal tempo. Erano stati troppo importanti per lui. Voleva conservare la purezza del ricordo. Per anni era stato il padrone assoluto delle loro vite e la distruzione era l'atto estremo di questo potere divino su di loro. Da questo momento non ci sarebbero state più storie e lo svolgimento del futuro sarebbe ricaduto sulle sue spalle. Il gioco ora era grande, forse troppo superiore alle sue forze. Ma doveva accettare la sfida.
I suoi sensi s'erano fatti più acuti, aveva la sensibilità dolorosa dei malati. Stordito dall'improvvisa libertà dalle sue più intime fantasie, aveva cercato dei punti d'appoggio. Aveva considerato tutto con più attenzione. Vedeva un mondo moderno di comparse sbiadite, di esseri finti che non avrebbero retto il gioco. Avvertiva il caos, la dissoluzione. Non credeva a nessuna di quelle voci false, di quei volti inutili. Non avrebbero mai fatto parte della sua vera vita a costo della solitudine. Doveva avere il coraggio di andare oltre, di camminare nell'incertezza, oltre i confini delle parole vuote e la monotonia dei giorni sempre uguali.
Procedeva insicuro per le strade. Alla sera gli angoli bui lo spaventavano e l'allungarsi delle ombre era un ammiccamento misterioso a qualcosa di troppo lontano. Il senso della fine era la prova a cui era sottoposto. I libri erano un peso morto nelle sue mani e le parole degli adulti, anche le più affettuose, scivolavano via e non facevano breccia nel cuore. Ormai era solo una sfida mortale con se stesso.
L'inverno quell'anno era interminabile. Abitava vicino al mare. Grazie alla stagione la costa era quasi deserta. Un giorno camminò a lungo per la spiaggia seguendo la battigia, osservando il mare, inebriandosi nel vento. Lo sguardo correva all'orizzonte perso in una pura sensazione. Era stanco di domande, di angosce, di inutili tortuosità mentali. Tutto era lì e non chiedeva nulla per essere realizzato. Scoprì di non avere più paura, nello spazio libero non c'era un termine o una morale, non c 'era futuro perché tutto si esaudiva nel presente. Guardò il sole. Avrebbe fatto anche lui la fine di un gioco di cera? La sua debole carne si sarebbe sciolta per un oscuro sacrificio? Il sole ora l'accarezzava dolcemente. Aveva un grande desiderio di ascesi, di annientamento. Ma questa elevazione finiva con il rimandarlo consapevole ai contorni delle cose, alla vera realtà purificata. Il suo destino era disegnato su quel confine tra cielo e terra. Era vuoto e libero come quello spazio, proiettato nel gioco dei venti. L'ombra meschina del mondo moderno non avrebbe oscurato ciò che gli apparteneva nel profondo, al di là del tempo e dello spazio. In lui, su quel confine che prima gli pareva incerto e pericoloso, cielo e terra si conciliavano dicendogli che nella sua vita non ci sarebbe stato più spazio per il superfluo. Sentiva il vigore degli avi, vedeva l'orma dei loro passi tra l'incrociarsi di tante altre tracce confuse sulla rena. Non aveva bisogno né del passato né del futuro, né voleva calcolare e pesare le anime come i corruttori che avvelenano la storia. Meglio sbagliare, meglio rischiare tutto.
Giochi di cera che avevano preso forma nello spazio, sogni che si erano solidificati ma in una materia troppo debole per resistere a lungo. La materia è uno stato dello spirito, la vibrazione più densa che da alle cose un'apparenza di solidità, ma lo spirito sfugge ai contorni che lo vogliono imprigionare e non rimane a lungo con noi, possiamo solo tenerlo nel cuore, con le nostre affinità.
Alessandro sognò i suoi giochi di cera quella notte, per l'ultima volta. Gli dicevano addio. Erano diafani, animati da una gracilità di fiaba, da una debole luce opalescente che a poco a poco si faceva più fioca. Che forme avrebbero preso ora i suoi sogni? Dove avrebbe vagato la sua mente? Addio.



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