FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL GIARDINO D'INFANZIA

Matteo Reale




Vagando tra un albero a destra e uno a sinistra, affrontando un gradino, ero riuscito a guadagnarmi una posizione ben ventilata. Ciuffi d'erba si nascondevano ai miei piedi. Lastre di marmo, bianche e sporche. Piccole sculture incise con nomi, con date. C'era silenzio.
A qualche metro di distanza, un gruppetto improvvisato ascoltava con attenzione un uomo di mezza età, infilato dentro a una vecchia pelliccia. Declamava urlando, l'uomo: mi sembrò strano non averlo sentito prima. Un applauso non interruppe il "poeta", che continuò a leggere i suoi versi snocciolandoli uno dopo l'altro come un rosario, seguito ovviamente da un religioso silenzio.

"Ero in mezzo alla folla e mi sono smarrito.
Mi sono fermato sul posto.
Il mio nome ho più volte nitrito,
ma nessuno ha risposto."

"Quando il
sole è caldo non scottarti!
Rotolati nell'acqua
senza bagnarti e accendi
le intuizioni del cammino:
ocra pallido come il cielo mattutino."

Applausi, oh di meraviglia, ah di ammirazione. Proseguii. Ero troppo disturbato da quel rumore inatteso e cercai riparo più avanti, dopo il cipresso più alto e nobile, il cui verde limpido riflette la luce del sole, l'avrete visto mille volte. Di lì si gira per un viottolo, il numero otto, che dispone accanto a sé le famiglie più importanti, i nomi più prestigiosi, ai quali mi piacerebbe appartenere, almeno un giorno. Fiori dappertutto, ma fiori appassiti. Gladioli stinti. Rose della scorsa stagione assetate d'acqua. Violette. Perché violette? Un segno d'amore passionale ora consunto? Quelle lapidi erano ormai dimenticate, i morti si erano fatti vecchi e ogni giorno veniva carne nuova, nuovo concime che prendeva il posto di quello sepolto. Non c'era da scandalizzarsi. Due ragazzi si baciavano, la lingua in bocca, le mani nelle tasche. Sdraiata su una panchina, una nonna dormiva, e l'amica cantava per terra, dedicando la canzone alla bottiglia di birra.
Mi mise di buon umore. Ecco il solito gruppetto di anziani signori, Gino, Carlo, Rosa Maria e gli altri, curvi sulla schiena, che facevano la consueta partita a bocce nel loro posto preferito, l'Ala Ovest, dove la terra è battuta e la boccia scorre bene evitando le buche più dure. "Si stanno acclimatando", pensavo sempre quando li vedevo. Li salutai, li conoscevo bene perché andavo là ogni mattina. "Non pensate", chiesi, "che sarebbe migliore per voi un campo da bocce di un circolo sociale piuttosto che l'erba improvvisata di un cimitero?" "Un cimitero?", rispose sorpreso uno di loro, "Quale cimitero? Questo è il parco più bello della città, avremo pure noi il diritto di venirci". Tutti i giorni la stessa risposta.
Io mostravo sempre una grande venerazione per quel luogo così ricco di bare, di veri e propri capolavori. Prendete la "Dimora per il Riposo Eterno" dell'ingegnere Arrigoni, la mia preferita. Un tetto poggia su quattro lastre di granito e regge il frontone, che recita con riccioli dorati "Parva domus, magna quies". Oppure la scultura sulla tomba accanto, non ricordo più a chi appartenga: una fanciulla dolente, di marmo latte vestita, appoggia il mento sulla mano destra mentre la sinistra regge un fiore, il gambo lungo inciso di scalpello, curato fin nella corolla e nei pistilli. Opere di Canova e di Terragni, composizioni di Mirò, astratti sepolcri di Calder: questo è il grande patrimonio del nostro cimetière. Rilievi in bronzo, cappelle mistiche; orpelli ottocenteschi, linearità del Razionalismo: la storia delle tombe è una lunga storia dell'arte, ai più nascosta.
Ero al Reparto tredicesimo, quello cancellato da tutte le mappe del cimitero, chissà da quale cartografo dell'Istituzione, chissà perché. Il più bello e rigoglioso, ordinato nella disposizione e curato nella pulizia. Guarda chi si vede, il dottor Angiolino, il mio medico della mutua, futuro destinatario del posto numero quindici. Rapido incedere, sguardo furtivo. Mi avvicinai, lo salutai, il caro Dott. Angiolino, un ometto pelato e timido. Ritroso.
Ma lui non mi rispose e si mise a correre; mi distanziò, anche se cercai di tenergli dietro. Ero piuttosto lontano, ma non volevo chiamarlo gridando: detesto i rumori. Dove diavolo andava così di fretta, guardandosi l'orologio come se fosse in ritardo. Superò un lieve promontorio, scese accanto a un rigagnolo che si insinua nel muschio. Profumato, potabile. Arrivò alla fine a un nuovo crocchio di persone sedute per terra e senza salutare si accucciò accanto a loro. Riconobbi il dermatologo e l'urologo dell'Ospedale Maggiore, il mio vecchio pediatra, il giovane cardiologo di grido, quello che ha una casella postale su Internet, mancava solo il patologo. Non volli disturbare la riunione tra medici e non mi feci vedere, ma iniziai a ascoltare con curiosità i loro discorsi. Nascosto tra le braccia di una quercia, vedetta lombarda, spia internazionale.
Non discutevano di medicina, ma di una faccenda complicata nell'organizzazione. Ognuno aveva un ruolo ben preciso, mi sembrava di capire, e un compito delicato. Per il tono della voce e la sicurezza tranchante del gesto il direttore dei lavori era sicuramente il geriatra Dottor Professor Mascherpa, canuto decano dell'Università di medicina. La sua bocca si apriva a ingurgitare aria tra una pausa e l'altra del discorso, tirando i segni sul viso fino alla fronte. Autoritario luminare, irreprensibile docente.
Mi commossi per la nobiltà d'animo di tutti quei medici che avevano messo a disposizione la propria mattina per un'opera di volontariato a favore dei bambini, non so quali, non so quanti. Benemerita beneficenza, specchio di una limpida coscienza. Quello che mi colpì fu che l'operazione a vasto raggio si sarebbe svolta proprio in quel posto, a partire dall'obitorio. (Gran bell'edificio liberty del 1905, eretto con gusto su un corpo rinascimentale dove pare abbia vivisezionato persino Leonardo). Da là bianchi organi fanciulleschi avrebbero preso, ordinatamente, in fila per due, la strada per una clinica privata. Parlavano di incassi favolosi, di un ricavo assicurato. Quello che mi fece capire, improvvisamente, tutto (ma forse voi siete stati più veloci di me) fu la parola commercio, che intendeva un traffico d'organi di tenere creature. E in nero!
Non riuscii a trattenermi. E rischiai anche molto. Rosso per l'eccitazione, saltai fuori dal nascondiglio e urlai con tutto il fiato che avevo in gola che avevo capito il gioco sporco che stavano facendo. Che era sconvolgente, inaccettabile, penalmente perseguibile. Che li avrei immediatamente denunciati alla polizia.
A meno che mi non avessero fatto entrare nell'affare. In un primo momento perplessi, si convinsero giocoforza che non potevano fare altrimenti. Ma si tranquillizzarono quando il dottor Angiolino li rassicurò sulla mia mancanza di scrupoli, "clinicamente incontestabile".

La sera, per festeggiare, ci recammo tutti a comprare delle stampe da regalare agli amici.




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