FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UNA MONETA D'ARGENTO DA VENTI LIRE

I Louis Depraved




Roberto, quel pomeriggio piovoso, aprì il cancello cigolante del piccolo cimitero e si diresse verso il cippo posto all'inizio del viale centrale. Era una tomba antica, quanto il cimitero stesso: era stata la prima ad ospitare una giovane salma, quando il vecchio camposanto - a ridosso della chiesa parrocchiale paesana - fu smantellato, una settantina di anni prima.
Si trattava di un modesto monumento in marmo bianco, annerito dal tempo e sovrastato dalla Madonna del dolore. Ai suoi piedi una foto ingiallita, con il viso di una fanciulla, incorniciata dal velo della prima comunione, ed accanto la scritta: "Qui giace Gelsomina, strappata all'affetto dei suoi cari all'età di sette anni." In basso, la data della morte, 6 gennaio 19...
Lui era un bell'uomo sulla settantina, alto, stempiato, vestito di scuro, con un loden all'antica dai risvolti di velluto, ed un borsalino tanto impeccabile - nonostante la foggia risalisse almeno a quarant'anni prima - da sembrare uscito allora dalla bottega del cappellaio. Depose delicatamente nel portafiori, tarlato dalla ruggine, un mazzetto di gelsomini che aveva colto nel suo giardino. Pulì meticolosamente col fazzoletto lo smalto consunto dell'effigie e stette immobile a fissare quegli occhi innocenti, quasi a volersi congiungere spiritualmente con la persona scomparsa tanti anni prima. Una lacrima scese lentamente sul solco di una ruga profonda e gli bagnò il viso.
Quel rito della visita, ad ogni compleanno della bimba, si perpetuava oramai da molti giubilei: ogni anno nel giorno della Befana e sempre con un mazzetto di gelsomini. Era la sorella minore. Ora, se quel morbo crudele non l'avesse prematuramente rapita, avrebbe avuto settant'anni. Chissà come sarebbe diventata! Alta... snella... bassa... grassoccia? Ma era morta troppo giovane per poterlo supporre; ed in quel tempo, la malattia l'aveva talmente consunta, da farla apparire diafana come un angelo. Una cosa era certa: sarebbe cresciuta come già era allora: intelligente e sensibile. Si... soprattutto sensibile. Un tratto della sua personalità che difficilmente si sarebbe modificato con l'età. Lui lo sapeva, gliel'aveva anche detto un giorno, nella smania profonda di considerarsi superiore: la vita avrebbe fatto di lei un'infelice; avrebbe dovuto imparare ad essere un poco più concreta, più libera dall'emotività e meno legata alla mamma.
Era stata proprio la loro madre a volerla, per completare la famiglia. Una famiglia formata solo da lui, unico figlio, a cui erano sempre state rivolte tutte le attenzioni e risparmiate anche le più blande difficoltà. Quella sorellina era giunta per sanare molte cose. Prima di tutto per dargli la possibilità di una valida compagna di giochi; poi per spingerlo decisamente ad esplorare e percorrere il territorio del suo vero sesso.
Non era mai stato un mistero per lui sapere che nel venire al mondo aveva fortemente deluso sua madre. Lei aspettava una femmina. Così l'unica consolazione per lei fu quella di cancellare con cura ogni suo tratto di mascolinità: tutto il corredo in rosa; pizzi e trine spumeggianti, e grandi fiocchi di raso rosa sul lettino. I suoi capelli biondi legati con frivoli fiocchetti diventarono il giocattolo preferito delle amiche di sua madre che si divertivano a inanellarli in fluenti boccoli, lodando la bellezza e la femminilità dei suoi tratti. Sin dalla più tenera età i paesani si erano dimostrati cortesi e riverenti; facevano le feste al principino che somigliava sempre più ad una principessa. Ma appena cominciò a crescere, quelle sue carni paffute e rosee, diventarono l'oggetto di un desiderio sensuale, tanto che le carezze ed i baci di quei rozzi contadini diventarono per lui delle vere ossessioni. Potevano ingannare tutti - forse anche i suoi genitori - ma per lui che le subiva, rappresentavano soltanto delle torture. Aveva appena cinque anni e si sentiva molto infastidito da quelle dimostrazioni troppo espansive e provava ribrezzo quando quelle bocche lascive si posavano sulle sue guance o addirittura sulle labbra. Erano episodi ancora molto vivi nella sua mente. Ricordava tutto perfettamente, anche il senso di disgusto provato quel giorno che il sagrestano volle offrirgli dei dolcetti e lo toccò a lungo prima di consentirgli di andar via. Purtroppo il rifugio nel pianto non otteneva mai l'effetto di far finire le intrusioni; più si dimenava per farle cessare e più, con il pretesto di rabbonirlo, diventavano pressanti.
Ci fu soltanto un breve intervallo in cui le cose si normalizzarono e fu quando nacque Gelsomina. Allora sua madre distolse l'affetto deviato dalla sua persona per restituirgli tanta, forse troppa, indipendenza. Furono quelli gli anni più felici. Riuscì ad essere più sé stesso ed a trovare, nei compagni di scuola, validi modelli da imitare. Ma tutto riprese da capo dopo la disgrazia di quella lunga malattia di sua sorella, vissuta come un incubo. Da allora quei ricordi non lo abbandonarono mai. Affioravano impetuosi e solo molto più tardi si annullarono in un penoso senso di colpa.
Aveva smesso di piovere e la sera invernale avanzava rapida, rendendo spettrali i cipressi del viale. Il guardiano fece cigolare il cancello per invitarlo discretamente ad uscire. Lui si fece il segnò della croce e mandò un bacio a quella figurina col velo bianco ed il sorriso mesto di una bambina di sette anni conscia della sua fine.



* * *



La primavera aveva da poco fatto fiorire i mandorli delle campagne circostanti e molti voli di rondini, venute chissà da quale lido lontano, si intrecciavano sul sagrato, mentre le campane di Pasqua indicavano il prossimo incontro della Madonna col suo Figlio risorto. Roberto, disteso sul letto, sentì il rumore dei mortaretti e decise di alzarsi. Erano sicuramente già passate le dieci e per lui diventava sempre più sgradevole alzarsi di buon mattino. La vita da scapolo diventava sempre più difficile. Quella meticolosità preziosa usata in tutti quegli anni per avere una vita regolata stava oramai per abbandonarlo. Dimenticava spesso le cose e diventava sempre più arduo far quadrare la sua volontà con la necessità di operare. Nessuno si occupava di lui, tranne Pino, un suo vecchio compagno. Ogni tanto veniva a trovarlo; era della sua stessa età, e si preoccupava di sapere come andavano i suoi acciacchi per complimentarsi segretamente con se stesso di godere un'ottima salute. Anche quel mattino comparve vestito con l'abito buono, tutto pimpante e profumato.
<<Ci scommetto una cena che ancora non hai fatto colazione>>
<<Ti sbagli, ho appena preso un caffè. Ma se è per offrirlo a te, sono pronto a farne un altro. Non mi costa nulla. Se poi, visto che hai perso la scommessa, vorrai offrirmi la cena, sono tutto tuo. Per me va bene anche questa sera.>>
Anche Pino era scapolo, ma non viveva solo. Una sua nipote nubile, Susanna, non più molto giovane, lo ripuliva e gli faceva da mangiare. Talvolta il punto d'incontro era il bar del paese per fare una partita a scopa, ma più spesso si scambiavano le visite a domicilio a qualunque ora della giornata. Il tempo in casa lo trascorrevano in lunghe chiacchierate ed alcune volte in cucina per preparare estrosi manicaretti, destreggiandosi in fantasiose gare. Roberto si piccava di essere il migliore, ma Pino in realtà rendeva meglio, potendo usufruire dell'aiuto della nipote.
Uscirono entrambi all'aperto e, sottobraccio, si incamminarono verso la piazza del sagrato, dove lo spiazzo si divideva in due grandi aiuole prospicienti al viale centrale del paese. Per l'occasione molte bandiere multicolori pavesavano la strada ed ogni tanto grossi festoni di mirto, menta e verbena diffondevano un intenso profumo di primavera. La gente era assiepata nei bordi. Quella folla multicolore era per lo più formata da donne di casa, vestite col costume del paese, di foggia antica: una cuffia scarlatta, una gonna di panno rosso intessuta da fili d'oro e una camiciola di pizzo inamidato con un corpetto blu damascato in argento. I due amici si mischiarono alla folla in attesa del simulacro della Vergine. Nonostante la ressa, riuscirono a raggiungere la prima fila senza alcuna fatica. Al loro passare le persone si scostavano lasciando libero un ampio spazio. Ma non era deferenza. Nessuno li salutava ed anzi le ragazze parlottavano ammiccando su di loro, isolati in un mare di gente.
<<Sono arrivati i fidanzati.>> dicevano <<Come! Non si sono ancora sposati? >> <<Che vergogna!>> <<Guarda come si tengono per mano!>> <<Due vecchi peccatori incalliti.>> <<Non ci fare caso, oggi nessuno si scandalizza per queste cose.>> <<Ma che bell'esempio per i giovani del paese!>> - e sgomitavano per allontanarsi quanto potevano da loro quasi fossero degli appestati.
Roberto e Pino oramai avevano fatto l'abitudine a quellíostilità maligna. Non ci facevano più caso. Ne avevano sentito anche di peggio e non tentavano di reagire nemmeno alla baia dei ragazzi scalmanati quando per la strada li chiamavano per nome e facevano gesti significativi con il dito medio della mano destra. Si conoscevano oramai da tempo immemorabile e solo uno strano pudore aveva impedito loro di convivere nella medesima casa. Al passaggio della Madonna col Cristo risorto, sempre tenendosi per mano, si inginocchiarono e si segnarono lentamente.
L'amicizia cominciò quando morì Gelsomina. Soltanto loro due sapevano per filo e per segno tutta la storia. Roberto l'aveva raccontata tante volte, sempre aggiungendo particolari inediti. Quella bambina era stata prima la sua compagna di giochi, poi alla fine la sua compagna in precoci esperienze sessuali. Vi erano stati coinvolti entrambi quando un giorno vollero fare il bagno nudi lontani dagli occhi della governante. Senza volerlo, stimolati da un precoce istinto, si trovarono abbracciati dentro un mare spumeggiante che copriva ogni cosa coi fragorosi cavalloni dello scirocco. Conoscevano entrambi le nudità paterne e materne sperimentate durante i bagni in comune in quella spiaggia privata, lontana dagli occhi indiscreti dei paesani; così l'abbraccio si compì senza alcuna malizia. Più tardi il gioco cedette all'istinto, ma non arrivarono mai fino in fondo. Tuttavia quelle ingenue carezze irretirono la bimba che, senza più alcun controllo, si lasciò andare ad un piacere autistico, anche in presenza dei genitori, ignari della sua precoce iniziazione. Forse solo sua madre, vedendola muoversi, avanti e indietro sulla seggiola, troppo di frequente, intuì qualcosa e alcune volte la riprese dolcemente:
<<Stai ferma>> le diceva bonariamente<< Facendo così, finirai per farti male.>>
Lei stava ferma per un pochino poi riprendeva a muoversi quasi automaticamente con ritmo lento.
<<Non fare così!>> le ripeteva ancora dopo un poco.
E lei si arrestava come fosse stata destata da un sogno. Roberto sapeva; era lui la causa di tutto. Ma non parlava. Lui del sesso credeva di conoscere tutto. La sua emancipazione nasceva dal credere di essere sufficientemente informato delle cose essenziali. Ed in parte anche lo era per le notizie raffazzonate qua e là da amici e conoscenti. I suoi undici anni lo rendevano consapevole, ma non responsabile. La sua testa era piena dei racconti di Guido da Verona: ëColei che non si deve amareí lo aveva colpito profondamente, ma alla sua età, mancando di senso critico, era incapace di discernere il lecito dell'illecito. Era ancora molto legato alle pulsioni e scarsamente proclive alla riflessione. Anche lui era stato preso dal desiderio inconscio di sperimentare una scoperta del tutto inattesa, foriera di un grande piacere proibito. Era meraviglioso aprire le porte al suo vero sesso, rimasto per tanti anni mortificato in quella nicchia di pizzi rosa, del tutto estranea ai suoi veri impulsi. Non ci furono mai resipiscenze e solo molto più tardi comprese a fondo il male di questo suo comportamento.
I loro giochi si svolgevano prevalentemente in villa, in riva al mare, in quella spiaggia esclusiva, mai calpestata da orme di estranei. Stavano nudi sotto il sole per delle ore; e dentro l'acqua i giochi diventavano carezze, ma senza passione. Erano strumenti per esplorare, sempre più a fondo. Mai un bacio o un abbraccio passionale. Solo un volersi rendere conto di come fosse realmente fatta quella materia di cui non si parlava mai. Le apparenze erano sempre meticolosamente rispettate: tutto doveva svolgersi in modo asettico e senza il minimo cedimento banale come talvolta avevano visto fare al cinema. Era questa la loro morale: sapevano che tra fratello e sorella non potevano esserci se non sentimenti fraterni. Nessuno dei due doveva rimproverarsi un comportamento meno che corretto. Ma un giorno lui si lasciò andare, ed ella tentò di approfittarne sfiorando la sua virilità irretita col suo pube imberbe. Si spinse anche un poco in avanti, ma non andò oltre. Non poteva. Esisteva un muro invalicabile: il dolore della sua verginità. Forse soltanto allora Gelsomina comprese che alcune cose non si potevano fare e divenne più controllata: la sua esperienza, cresciuta più del normale, da quel momento fu rimossa e cercò di evitare Roberto anche quando i giochi erano del tutto innocenti.
Poi venne la sua malattia e la solitudine per dei mesi in un lettino, in compagnia solo della sua febbriciattola e dei frequenti colpi di tosse: era infettiva. Chi si avvicinava a lei doveva farlo con le maggiori cautele per non essere contagiato. Così anche a lui fu proibito di visitarla. Fece la sua prima comunione lì, a letto, vestita di un meraviglioso abito di raso bianco e la corona di fiori d'arancio sormontata da un lungo velo di tulle sul capo.



* * *



Quella mattina Pino percorse di corsa il tratto di strada che divideva la sua casa da quella dellíamico. Quando giunse, vide l'uscio semiaperto ed entrò senza bussare. Non capitava spesso di andarlo a trovare a quell'ora del mattino e se lo aveva chiamato era certo che aveva avuto le sue buone ragioni. Roberto, seduto nel soggiorno parlava con un giovane dalla pelle scura. Appena vide l'amico, gli si fece incontro e, accostandosi al suo orecchio, disse sottovoce in falsetto:
<<Non potevo fare a meno di fartelo conoscere. Questo é proprio quello che ci voleva! Sembra caduto dal cielo. Vieni! Ora te lo presento.>>
Fece un cenno ed il giovane si alzò in piedi per porgere la mano al nuovo venuto:
<<Questo é Mohamed e lui é Pinotto. Ma tu puoi chiamarlo Midh. E' più breve e molto confidenziale. Non ti pare?>>
Pino strinse quella mano scura con poco entusiasmo e senza condividere l'euforia del suo amico disse rivolto al forestiero:
<<Molto piacere! Lei é straniero, vero?>>
<<Si, é marocchino. Viene da Rabat>> Si affretto a dire Roberto. <<Sai, non parla e non capisce nulla della nostra lingua>>
<<Se per telefono mi avessi accennato a questa tua scoperta non mi sarei precipitato. Spero tu abbia motivi più validi da propormi. Altrimenti ti lascio perché ho da fare.>>
<<Tutto a suo tempo e luogo. Se non avrai fretta te la farò una proposta e sono convinto ti piacerà.>>
Pino si mise a sedere accanto all'amico ed il marocchino, di fronte a loro, giocherellava con le dita sollevando lo sguardo ora sull'uno ora sull'altro senza smettere mai di sorridere. Era sbarcato da poco da una carboniera nella quale era stato assunto come mozzo. Ma la vita del mare non era fatta per lui ed aveva pensato meglio di trovare lavoro a terra. Era capitato lì per caso, dopo aver fatto dieci chilometri a piedi. Ebbe molta difficoltà a comunicare coi paesani dai quali cercava lavoro. Alla fine, scoraggiato per l'insuccesso, bussò a quel grande portone di quella palazzina dove trovò Roberto capace di comprenderlo.
<<Vedi, questo poveraccio era da due giorni che non mangiava. Potevo non dargli una mano? Lui chiede solo di lavorare, non vuole tornare in Marocco. Se tu ti deciderai a stare con me, io credo sia possibile farlo rimanere. Potrebbe occuparsi della casa e noi potremo fare un'unica famiglia. Tua nipote si trasferirebbe volentieri; e questa casa é abbastanza grande per consentire una vita comoda a quattro persone. Non credi?>>
Pino era evidentemente imbarazzato di dover esprimere il suo parere contrario di fronte a quell'estraneo. Non era d'accordo affatto. Loro due erano già sulla bocca di tutti così separati, se si fossero riuniti in un'unica famiglia, altro che fidanzati, sarebbero diventati i novelli sposi! E poi, sua nipote non avrebbe mai consentito a seguirlo; per lei il problema della famiglia non si poneva: aveva manifestato più volte il desiderio di ritirarsi in un convento e, se lui avesse deciso di riunirsi con Roberto, lo avrebbe volentieri lasciato al suo destino.
Dopo aver rimuginato per qualche minuto questi pensieri e fiducioso che lo straniero non potesse capire, si decise a parlare:
<<Vedo che per te tutto é facile. Come puoi dire che mia nipote ci seguirà in questa tua pazzia?>>
<<Ci seguirà, ci seguirà; non ti preoccupare. Basta che provi per qualche giorno la vita del convento e te la vedrai tornare pentita con la coda tra le gambe.>>
<<Ammesso che lei ci segua, come la metteremo col resto del paese?>>
<<Col resto del paese? Ah, tu credi che al paese importi ancora quello che facciamo? E, ammesso che a loro importi, sappi che a me invece non importa più nulla del paese! E' una vita che ci considerano diversi. Dicono che non siamo dei loro; quindi, a che giova interessarci dei loro giudizi?>>
<<Anche se ti rendono la vita impossibile?>>
<<Se é per questo, la vita ce la rendono già impossibile. Non credo si possa pensare nulla di peggiore. A dirla tutta, la presenza di questo disgraziato potrebbe addirittura migliorare il nostro rapporto sociale. Direbbero: quei due poveri vecchi finalmente hanno messo la testa a posto ed hanno aiutato un povero Cristo a sopravvivere.>>
Si lasciarono ognuno con la propria convinzione. Pino tornò a casa di malumore ed ebbe parole con la nipote per aver fatto tardi per il pranzo. La donna gli rimproverava in continuazione il suo rapporto con Roberto. Era uno scioperato senza morale, diceva, e se non si decideva a lasciarlo, presto gli avrebbe combinato qualche guaio.
Per diversi giorni Pino non uscì di casa. Non aveva più tanta voglia di alzarsi presto, né di vestirsi decentemente per uscire. Pensava spesso a quel marocchino con un certo astio. Gli era diventato irritante anche il suo amico che lo proteggeva. Chissà cosa facevano in quella casa. Avrebbe voluto essere un passerotto per correre a spiare. Nemmeno Roberto si era più visto in giro. Sua nipote gli aveva riferito che a fare la spesa andava sempre lo straniero, riuscendo a farsi capire coi gesti delle mani; tanto che in paese lo avevano soprannominato, la scimmia, per il colore della pelle e per quel suo gesticolare con le lunghe braccia muscolose. Finalmente prese una decisione! Così non si poteva continuare! Doveva rivedere l'amico ad ogni costo e chiarire definitivamente la sua posizione. Si vestì con l'abito della festa, si sbarbò accuratamente, si profumò e si incamminò lento verso la casa. Midh stava ramazzando la strada accanto al portone e quando lo vide fece un grande inchino pronunciando in francese alcune parole di saluto. Era a dorso nudo ed i suoi muscoli vigorosi contrastavano con il viso delicato di adolescente. Rispose al saluto con un lieve cenno della mano, e si inoltrò nel passo carraio. Il suo amico ancora dormiva. Glielo fece notare Midh ponendosi le mani giunte accanto all'orecchio. Ma lui proseguì e salì le scale. La camera da letto era di quelle antiche, col baldacchino ed il lavabo in porcellana rosa orlato da fili d'oro. La tenda semiaperta faceva penetrare una lama di sole, pronta a scontrarsi con le lenzuola disordinate del posto accanto a quello in cui russava Roberto. Quelle lenzuola ed un cuscino stropicciato gli dicevano chiaramente che quel posto era stato occupato da qualcuno che poco prima aveva lasciato le sue impronte. Per Pino ce n'era d'avanzo. Stette per qualche attimo ad osservare l'amico, incerto se andarsene o fare una scenata. Scelse di dileguarsi, e a passo svelto riattraversò il passo carraio non curando nemmeno di uno sguardo il marocchino che, inchinatosi per salutare, stette lì fermo ad osservarlo sbigottito.





* * *

Roberto non s'era accorto di nulla e quando si alzò, trovò igienico tentare di fare qualche flessione sulle gambe. Ci riuscì soltanto tenendosi allo schienale della poltroncina. Uno, due; uno...due; troppo rigide le ginocchia e troppo fatica per tirarsi su. I muscoli si erano mantenuti abbastanza elastici; ma le giunture scricchiolavano, mostrando tutta la loro età. Indossò la vestaglia a fiori e si affacciò alla finestra. Midh lo vide e fece un profondo inchino. Lui si schiarì la gola e gridò:
<<Bene!, non ti decidi a venir su? Ti ho detto mille volte di non lasciarmi dormire così tanto!>>
<<Dovevo salire; ma poi creduto averlo fatto il Sig. Pino, quando andato da te.>>
<<Ah, é venuto il manigoldo.>>
<<Si, poco prima. >>
<<Ti ha detto almeno cosa voleva?>>
<<Lui non detto una parola>>
<<Già, lui non parla il francese>>
<<Non parla francese, ma dovrebbe rispondere a saluto. Lui molto arrabbiato. Pensavo avere bisticciato con te quando salito camera.>>
<<E' salito su da me e non mi ha svegliato? Ma che diavolo gli è preso!>>
<<Lui molto triste quando sceso.>>
Era evidente, Midh non poteva dirgli altro. Avrebbe appurato tutto fra qualche minuto non appena l'avesse incontrato.
Si vestì in tutta fretta ed aprì il comodino per adempiere ad un rito che quotidianamente propiziava la sua giornata, ma lo sguardo cadde sulla scatoletta semiaperta di raso sdrucito. Sollevò il coperchio: era vuota. Quella scatola era stata lì per oltre sessant'anni e conteneva una grossa moneta d'argento da venti lire. Ogni giorno lui la prendeva e la stringeva forte per qualche minuto; tanto forte da lasciare il segno nel palmo della mano. La rimetteva a posto solo quando il dolore diventava insopportabile.
In quegli ultimi giorni aveva trascurato quel rito scaramantico, distratto dalla presenza di Midh. Chi mai poteva averla presa! Si sentì d'un tratto vulnerabile e brancolò in cerca di un punto di appoggio. Il suo cuore batté disordinatamente e poco dopo cadde con un gran tonfo sul tappeto.
Quando rinvenne, Midh stava accanto a lui con una boccetta di aceto nelle mani. Lo aiutò ad alzarsi e lo convinse a distendersi ancora un poco sul letto. Oramai si era ripreso perfettamente e disse:
<<Nel comodino c'era una moneta d'argento. Dimmi la verità: l'hai presa tu?>>
Midh, col viso sereno, guardò il suo interlocutore senza parlare.
<<Sto parlando con te! >> gli gridò eccitato <<Vorrei che tu mi rispondessi se non vuoi che ti cacci via da questa casa come un cane rognoso.>>
Il ragazzo non si scompose. Guardava quell'uomo con aria sorniona ed aveva uno strano sorriso stampato sulle labbra. Posò l'aceto sul comodino, poi disse calmo:
<<Lei mi ha fatto entrare in questa casa e se vuole ora io posso anche andarmene. Non ho mai visto quella moneta.>> Senza attendere risposta girò di spalle e fece per uscire.
<<Dove diavolo credi di andare, deficiente. Torna immediatamente qui!>>
Senza scomporsi Midh gli ricomparve davanti. Non aveva smesso di sorridere nemmeno per un momento. Lo guardava con aria di sfida ed era sicuro del fatto che, trascorso qualche minuto, Roberto gli avrebbe chiesto scusa.
<<Non ho preso nulla. >> replicò e si avvicinò per aiutarlo a scendere dal letto. Gli rifece il nodo della cravatta che aveva allentato quando era svenuto, gli rimise le scarpe e lo aiutò a rimettersi la vestaglia a fiori.
<<Perché non chiede a Pino. Lui trattenuto qualche minuto in sua camera. Forse presa lui.>>
Non era possibile. Avrebbe messo la mano sul fuoco per il suo amico. Lo conosceva oramai da tempo immemorabile per sospettarlo di un atto così ignobile. E poi, lui nulla sapeva della storia di quella moneta. Aveva serbato solo per sé quell'episodio drammatico ed aveva pianto e si era disperato ricordando la sua colpa ed il desiderio di espiarla. Per quale motivo avrebbe dovuto prenderla? Per fargli un dispetto? Non lo credeva così meschino. D'altro canto Midh gli era parso sincero ed ora non rimaneva che accertarsene.
Si finì di vestire ed uscì. Incontrò Pino per strada, intento a leggere alcuni necrologi sul muro della sua casa.
<<Sembra impossibile che non trovino altro posto da affiggerli! Con tutto lo spazio che c'é in paese, devono venire ad imbrattare la facciata proprio da me. E' una vergogna! Uno di questi giorni dovrò andare a lamentarmi col sindaco.>>
<<Buon giorno!>> disse finalmente Roberto <<E' mezzo secolo che lo fanno e te ne lamenti solo ora? Che ti è capitato oggi. Sei caduto dal letto? >>
<<E' da qualche giorno che mi va tutto storto! Non sono più disposto a sopportare... Vedi, quando la misura è colma... se ti salta la mosca al naso... allora sei capace di buttare tutto all'aria.>>
<<Questa mattina sei venuto a trovarmi prima delle nove e poi sei andato via senza nemmeno svegliarmi, insalutato ospite. Dovevi dirmi qualcosa di urgente?>>
Pino, rosso in viso, volse lo sguardo verso di lui e, come spesso capitava quando era confuso riuscì a dire:
<<Volevo chiederti qualcosa... ma non è stato necessario... la risposta l'ho avuta lo stesso.>>
<<L'hai avuta mentre dormivo?>>
<<Si, mentre dormivi>>
<<E quale è stata questa risposta. Ti chiedo troppo se pretendo di sapere quello che ti avrei risposto nel sonno?>>
<<Non c'è alcun bisogno che tu faccia dello spirito. Per te ha risposto il tuo letto.>>
Sulle prime Roberto non comprese. Poi finalmente gli fu chiaro: tutto quel malumore voleva essere solo una scenata di gelosia.
<<Vedi, sei uno sciocco se pensi queste cose. Il ragazzo è solo un poveraccio bisognoso di una famiglia.>>
<<Questo lo avevo capito! Lo strano é che con la famiglia lui ci va a letto.>>
Il discorso si stava facendo pesante e sicuramente fra non molto Pino sarebbe esploso. Non era conveniente continuare lì per la strada.
<<Entriamo a casa tua. Ho delle cose da chiederti e non mi va di fare scenate in pubblico.>>
Sua nipote non c'era, era uscita per la spesa. Si sedettero nel soggiorno e per qualche minuto nessuno parlò. Forse aveva ragione Midh. Le ragioni per fargli un dispetto c'erano, eccome! Le aveva udite poco prima. Pino era certamente geloso del ragazzo e non aveva trovato di meglio se non privarlo di quella moneta preziosa perché i sospetti cadessero sul marocchino. Ora aveva capito e non lo avrebbe preso di petto. Tanto in quel modo non ne avrebbe ricavato nulla. Quando voleva, il suo amico sapeva essere testardo come un mulo e con la vecchiaia questo difetto si era accentuato. Era meglio lasciarlo sbollire nel suo brodo, senza provocarlo.
Fu Roberto a prendere la parola quando si accorse che l'amico si era un poco calmato:
<<Credimi, stai sbagliando! Non essere in collera! Sono solo tue supposizioni. A me non è nemmeno passato per la mente. Ricordi? Feci l'invito anche a te di venire a stare con noi. Perché non hai accettato se eri così sospettoso?>>
<<Sospettoso io?>>
<<Si, e direi senza nessuna ragione. E' solo un ragazzo bisognoso di calore familiare. Vedessi come è servizievole!>>
<<Lo immagino!>>
<<La mattina mi fa trovare pronta la colazione e la sera mi prepara il letto con le borse di acqua calda. E' veramente impagabile.>>
<<Pensavo fosse sufficiente il suo, di calore, per riscaldare il letto.>>
<<Ma cosa dici! Vedi questa è la chiara dimostrazione che tu sragioni e sei accecato dalla gelosia.>>
<<Geloso io? Perché dovrei esserlo?>>
Se avessero continuato, lo scontro sarebbe stato inevitabile e nessuno dei due lo desiderava; così Roberto preferì non rispondere e cambiò registro:
<<Ora smettiamola veramente! Non è proprio il caso di comportarci come due ragazzini stupidi. Venivo per proporti di fare una passeggiata in campagna. E' una bella giornata e potremo meglio dissipare i nostri malumori all'aperto. Ti va?>>
<<Se va a te?>>
<<Allora prendi il cappello e muoviti.>>
Con un mezzo broncio, si avviarono verso l'uscita del paese. Camminarono l'uno accanto all'altro senza curarsi della solita ciurma di monelli che li braccava gesticolando. Questi abituali disertori della scuola, troppo grandi per frequentare le prime classi e troppo piccoli per essere proficuamente impegnati nei lavori dei campi, li seguivano quasi sempre fino al fosso del ruscello e da lì spiavano ogni loro mossa protetti dal grande argine roccioso. Non avveniva mai nulla di eccezionale; anche se loro speravano di coglierli in chissà quali atteggiamenti. I due uomini sedevano su un gradino di granito e parlavano, parlavano a lungo, talvolta tenendosi per mano. Qualcuno dei ragazzi aveva fatto girare la voce di averli scoperti in comportamenti disdicevoli; ma non era vero niente. Pura e semplice invenzione per dare un senso a quell'assiduo e meticoloso pedinamento.
Pino teneva la testa bassa ed ogni tanto la faceva ciondolare in segno di diniego. Il suo amico parlava svelto, ma senza alzare il tono della voce, badando a tenere d'occhio i monelli per far sì che non sentissero.
<<Vedi, tu dovresti darmi retta almeno qualche volta. La mia proposta di stare tutti assieme, possibilmente anche con tua nipote, era una cosa saggia. Oramai siamo già vecchi entrambi ed abbiamo bisogno di qualcuno che pensi alla casa ed alle faccende domestiche.>>
<<La ragazza non ne vuole nemmeno sentire. Anzi per lei è già troppo tollerare la tua presenza ogni tanto. Era venuta a stare con me quando le suore francesi la dimisero dall'istituto in cui era stata ricoverata dopo che i genitori morirono nell'incendio della fattoria e forse sperava che io la sposassi.>>
<<Avresti dovuto farlo!>>
<<Bravo merlo. Perché non l'hai sposata tu? I primi tempi ti ronzava attorno come una cagna in calore. Hai fatto finta di non accorgerti di nulla e lei ti ha odiato cordialmente.>>
<<C'era troppa differenza d'età. Quarant'anni di differenza non sono un'inezia. E poi, a me tua nipote non piace proprio.>>
Stettero entrambi zitti per un poco, a testa china, facendo geroglifici con la punta delle scarpe, poi d'un tratto si guardarono in viso e sbottarono in una risata.
<<Credo, tutto sommato, di non essermi sbagliato affatto a non volermi accasare>> - disse Roberto aiutando a tirare su l'amico - <<Il matrimonio è fatto per chi cerca guai o per chi i guai ce li ha già e vuole qualcuno che glieli tolga. Io sto bene come sono.>>
<<Bravo, ora l'hai detto! E non ti sembra di andare a cercare guai anche con quel tuo marocchino?>>
Roberto prese sottobraccio l'amico e lentamente si incamminarono per rientrare in paese.
<<Allora sei proprio fissato! Quel ragazzo io lo sbatto fuori di casa quando mi pare. Non ho nessun obbligo verso di lui. Alla minima cosa storta una pedata e via!>>
<<E finora di cose storte non ce ne sono state ancora?>>
<<Sciocchezze senza nessuna importanza. Anzi direi ragazzate e basta.>>
<<Non dimenticare che anche una moglie si sopporta solo quando si è innamorati e quelle che tu chiami sciocchezze potrebbero essere cose serie se riesci a toglierti gli occhiali del sentimento.>>
Nonostante i suoi espedienti Roberto non era riuscito ad introdurre il discorso sulla moneta d'argento. Tuttavia una cosa l'aveva capita: Pino, il movente, potrebbe averlo avuto. Ora si trattava solo di temporeggiare e di farlo venire allo scoperto senza ulteriori sollecitazioni.



* * *



Rientrò a casa di malumore e si mise a farfugliare fra denti. Sposare Susanna, la zoppa! Ma per chi l'aveva preso. Un piccolo difettuccio, aveva detto allora il suo amico: soltanto i postumi di una poliomielite, per il resto una donna appetibile. Quando, tanti anni prima, tentava di sedurlo, sedendosi sulle sue ginocchia, sentiva una strana sensazione di disgusto che presto diventava panico, come se si trattasse di una cosa sporca; anzi di una cosa maleodorante e piena di luridi insetti. Ad una certa distanza, nonostante ci fosse in lei il tentativo di mascherarlo, usando qualche profumo dozzinale, prevaleva sempre un odore acre di femmina, non adusa alle quotidiane abluzioni. Non sapeva bene per quale motivo, ma, in quelle circostanze, gli venivano in mente tanti pensieri, legati a cose putride e sporche. Al di sotto di quelle vesti, immaginava un corpo peloso e pieno di croste raggrumate. Arrivato a quel punto, il suo istinto gli diceva di scappare. Era la stessa sensazione di quando sua madre, prima della nascita di sua sorella, per coccolarlo lo poggiava sul suo grembo nudo e lui, impregnato di quel sudore e di quell'odore pungente, si divincolava e scappava lontano. Quando andò alle scuole superiori lesse da qualche parte che in alcune società primitive la donna veniva giudicata immonda. Forse per via dei suoi organi genitali aperti, dai quali fluiva sempre qualcosa. In certe circostanze ricorrenti essa veniva addirittura bandita dalla comunità per il grande fetore che periodicamente emanava. In questo il mondo moderno non aveva progredito molto! Forse gli uomini si erano abituati a convivere con la sporcizia. D'altronde i rifiuti maleodoranti avrebbero presto invaso tutto il pianeta!
Midh lo distolse da questi pensieri:
<<Se non viene a tavola la minestra si fredderà>>
Da qualche tempo il suo appetito non era più così vigoroso e talvolta saltava alcuni pasti per il solo fatto di doversi impegnare a cucinarli. Ora per fortuna, pensava a tutto il ragazzo. Si sedettero a tavola e come suo solito si fece il segno della croce e disse a mezza voce la preghiera di ringraziamento. Midh, da buon musulmano, attese in silenzio, poi guardandolo di sottecchi disse:
<<Aveva preso lui la moneta?>>
<<Non gliel'ho chiesto.>>
<<Perché?>>
<<Non ne ho avuto l'occasione>>
<<Tu non avuto il coraggio.>>
<<E va bene, non ne ho avuto il coraggio. E con questo? Bada, non sono disposto a darti tutte queste spiegazioni!>>
<<Eppure, tu hai sospettato di me.>>
<<Il sospetto non è stato ancora fugato.>>
<<Vuoi dire che mi credi capace di rubare?>>
<<No, non ho detto questo.>>
<<Allora cosa credi?>>
Roberto sollevò il cucchiaio e lo tenne a mezz'aria il più a lungo possibile per trovare una risposta. Poi lo rimise di scatto giù e visibilmente irritato disse:
<<Una volta per tutte, comportati da quel ragazzo plausibile che ho conosciuto in questi giorni. Diversamente cambierò atteggiamento anch'io. Intendevo dire che tutto é rimasto com'era questa mattina: non c'é stato alcun chiarimento. Va bene?>>
<<Va bene!>>
Midh riprese a sorbire la minestra con gran fragore ed i suoi occhi non si sollevarono più dal piatto per tutto il pranzo. Roberto era conscio di aver dato all'altro un'immagine di sé molto ambigua e sospettosa, ma non si sentì disposto a ricucire subito lo strappo. Sapeva di essere talvolta troppo irruente e aggressivo e purtroppo non trovava modo di modificare questa sua caratteristica. Per tanto tempo aveva cercato di frenare questi impulsi, ma senza buoni risultati. Ora voleva essere più libero di esprimersi, in definitiva quel ragazzo era in debito verso di lui ed era anche suo preciso dovere non dare molto spazio alla confidenza. Doveva precisarlo subito senza lasciare all'altro un'iniziativa che diversamente poteva diventare troppo sfacciata:
<<Senti un pochino...>>
Ma l'altro lo interruppe subito e, cancellando dal volto il suo mezzo sorriso, disse:
<<No! Senti tu... Credi io mi diverta a stare con vecchio come te? Tu dare a me un poco di minestra per essere solo tuo schiavo? Perché tu avere accusato me di avere rubato, e non detto niente a tuo amico Pino? Se non chiedi tu, vado io a chiedere..>>
E senza frapporre tempo in mezzo si alzò di scatto ed uscì.


Fu Susanna ad aprirgli la porta, Pino si era appena chiuso in camera per riposare. La donna sulle prime lo credette un venditore ambulante, poi lo riconobbe e lo fece entrare. Midh dimostrava più della sua età e la sua statura alta, le mani lunghe ed il viso affilato lo rendevano attraente quanto bastava per riaccendere nella donna alcuni desideri assopiti. Anche lei tutto sommato poteva ancora esibire un volto da quasi ragazzina, una pelle rosea, dei capelli corvini tutti inanellati e sapeva mascherare il suo piccolo difetto fisico camminando molto lentamente; anzi si sarebbe detto che quel trascinare per un poco la gamba destra fosse un vezzo per mettere in mostra i suoi fianchi perfetti. Il discorso si sarebbe potuto chiudere sulla risposta d'obbligo alla sua prima domanda; tuttavia nei due, per ragioni diverse, prevalse il desiderio di continuare a parlare del più e del meno. Susanna lo fece sedere e lei si accomodò sull'unica poltrona del soggiorno accavallando in modo civettuolo le gambe ben tornite.
Sarebbe stato molto difficile per lui affrontare il vero motivo della visita, e favorito dalla curiosità della donna chiese come mai parlasse così bene la sua lingua. Per arrivare ad una spiegazione plausibile fu costretta a raccontare parte della sua infanzia: era stata allevata dalle suore francesi ed in seguito suo zio Pino l'aveva presa con sé.
Lui si era incantato ad osservarla attentamente e, quando ella tacque, si rese conto che senza il suo aiuto il discorso sarebbe finito lì. Così si lasciò andare e si mise a raccontare la storia della sua vita anche nei minimi dettagli abbandonandosi a rivelare anche gli aspetti più particolari della sua condizione di immigrato. Al suo paese, uno splendido paese inondato dal sole del mediterraneo, di lavoro non ce n'era proprio. Finite le scuole dell'obbligo e dopo aver fatto per qualche anno il bagnino, durante l'estate conobbe degli italiani che gli parlarono molto bene dell'Italia e con una modica cifra lo invitarono a raggiungerla. Stette per un anno in Puglia e lavorò alla raccolta dei pomodori. Tuttavia ben presto si accorse che l'invito non era del tutto disinteressato. La paga era scarsa ed il lavoro diventava sempre più gravoso, vivendo costantemente sotto il ricatto di essere rimpatriato una volta che non gli fosse stato rinnovato il permesso di soggiorno. Così una notte decise di scappare e di rendersi autonomo. Oramai capiva sufficientemente la nostra lingua e riusciva a parlarla il tanto che bastava per farsi capire. Viaggiò a lungo a piedi e con mezzi di fortuna, finché incontrò Roberto che decise di prendersi cura di lui. L'aveva trovato al momento giusto. Proprio quando, persa ogni speranza, aveva già deciso di farsi rimpatriare col foglio di via. Ora le cose erano cambiate e poteva dirsi veramente fortunato.
Lo sguardo invitante della ragazza lo fece ardito fino al punto da proporle di trascorrere assieme un'intera serata. Si accordarono per la domenica sera e andò via dimenticando la vera ragione della visita. Nell'uscire incontrò Pino, ma non gli rivolse la parola. Era tutto preso da quella donna che gli aveva concesso di rivederlo e già per lei sentiva un certo trasporto diverso da una semplice amicizia. In un certo senso la associava alla sua mamma! Ricordava quando da bambino le stava accanto per delle ore e lui faceva tante domande insulse, senza che lei rispondesse, ma sempre con un gran bel sorriso stampato sulle labbra e senza mai smettere di lavorare. Da tempo immemorabile non si sentiva considerato come un essere umano; forse proprio da quando era solo un fanciullo. Ora aveva trovato chi apprezzava la sua compagnia e avrebbe fatto di tutto per continuare quell'amicizia. Si sarebbe sentito meno solo in una terra molto diversa dalla sua per abitudini, per religione e per istruzione, con persone interessate soltanto ai suoi servizi manuali e privi totalmente di alcun interesse per la sua persona. Soltanto Roberto gli aveva porto una mano, ma anche lui forse soltanto per sfruttare la sua giovinezza ed il suo lavoro. Tutti gli altri gli avevano chiuso la porta in faccia, senza nemmeno fermarsi a capire ciò che lui chiedeva. Al contrario Susanna lo aveva capito subito ed anzi gli aveva parlato in modo comprensibile, quasi come la maestra del suo paese, in quella lingua molto lontana dal suo dialetto, ma comune a tutta la sua gente. Era una cosa meravigliosa farsi capire in terra straniera. Data la sua età non aveva avuto molta esperienza di donne e questa era una vera occasione da non perdere. Se Susanna poteva anche essere sua madre, a lui questo poco importava: era dolce, comprensiva, affabile e soprattutto ancora abbastanza attraente; questo gli bastava.



* * *




Roberto, vedendo Midh rientrare, gli si fece incontro per avere notizie dell'amico:
<<Allora, come é andata?>>
<<Non male.>>
<<Cosa vuoi dire, che lui ha confessato di aver preso la moneta?>>
<<No, io non parlato con Pino. Parlato con Susanna>>
<<Bene. Allora é stata Susanna a dirti quanto volevi>>
<<No.>>
<<Senti, mi fai impazzire con queste tue mezze risposte. Hai o non hai chiarito il problema della moneta? Sei uscito come una furia ed ora torni tranquillo e sorridente, senza aver risolto un bel niente! Si può sapere cosa ci sei andato a fare da Pino?>>
<<Non riguarda te direttamente. Riguarda soltanto me!>>
Così dicendo, girò di spalle ed entrò in cucina.
<<Eh, no! Sarebbe troppo comodo scappare. Vieni qua! Si può sapere cosa ti ha detto Susanna per renderti così mansueto?>>
<<Nulla, già detto tutto, nulla che riguarda te! Se vuoi puoi andare a chiedere tuo amico; io lui non parlato!>>
<<E va bene. Vuoi fare il misterioso? Fai pure! La cosa la chiarirò di persona. Anzi andrò la lui subito!.>>
Uscì sbattendo la porta e brontolando si diresse a casa dell'amico.
Pino si era vestito per uscire e quando vide Roberto pensò di informarlo della visita del ragazzo:
<<Cosa lo hai mandato a fare a quello scocciatore?>>
<<E' voluto venire lui. Voleva chiederti una cosa. Ma pare che abbia parlato solo con tua nipote.>>
<<Susanna non mi ha riferito niente. Prima di uscire mi ha dato un bacio. Da quando era bambina non mi baciava più così. E per giunta mi ha detto che domenica uscirà a passeggio con Midh. >>
<<Tu naturalmente gli hai detto di no!>> rispose Roberto con aria soddisfatta.
<<A dire il vero non ho risposto nulla. Non é più una ragazzina e non vorrei intromettermi nelle sue faccende. Anche se a me la cosa non va molto a genio! Quel negretto non é certo la persona più adatta per accompagnarsi con lei. Sarà certamente una nuova occasione di scandalo per il paese!>>
<<Giuraci! Li avremo nuovamente addosso tutti quanti. Non vorrei fare l'uccello del malaugurio, ma questa volta andrà a finire male! Dovresti importi! In fin dei conti é ancora una ragazza illibata e questa compagnia non gioverebbe molto alla sua reputazione.>>
<<Bene!, io...veramente non so se potrei fare la voce grossa. A me fa molto comodo la presenza di mia nipote in casa, e potrebbe prenderla male. Tu, piuttosto, dovresti intervenire su Midh proibendogli di dare noia alla ragazza! Puoi dire... che il paese non vedrebbe la cosa di buon occhio... che la ragazza è timorata di Dio...che questa promiscuità tra bianchi e neri...>>
<<Intanto non è un negro! Ma cosa mi vorresti far dire! Tu vedi... in quale pasticcio mi vuoi mettere! Io non sono la persona più adatta a convincere il ragazzo...>>
Pino gongolante per aver messo alle corde líamico e per aver nel contempo la possibilità di vincere il round con un piccolo compromesso, rispose subito:
<<A me non sembra! Siamo franchi... se gli dici o fai questo o ti mando via... lui sceglierà certamente di restare. Anzi visto che potremo finalmente trasferirci, io e Susanna, da te, potresti direttamente dire di sgombrare il campo. Non ti pare?>>
Roberto stette un attimo pensoso e la sua voce si fece risoluta:
<<Questo discorso già semplificherebbe alcune cose. Era ora che ti decidessi, finalmente! E' vent'anni che te lo ripeto. Ma tu, niente! Testardo come un mulo.>>
Si arrestò ancora, preso dal dubbio di essersi troppo sbilanciato e continuò con voce più pacata:
<< Tuttavia ora mi trovo in una situazione diversa... ora c'é il ragazzo e... finora non mi ha dato alcun motivo di lagnanza. Dovrei sbatterlo fuori senza alcun motivo?>>
In quello stesso istante, Susanna aprì l'uscio con la chiave ed andò in cucina per depositare la sporta della spesa. I due non si accorsero della sua presenza e continuarono a discutere animatamente. Sulle prime la donna non fece caso a quei discorsi, poi accortasi che si parlava di Midh. Stette per un pochino ad origliare.
<<Ma il motivo ce l'hai! Caspita se ce l'hai. Tu gli chiedi una cosa e lui non la fa. Lui disubbidisce e tu lo licenzi. Semplice, no?>>
<<Non come tu credi! Ho degli obblighi morali verso quel ragazzo.>>
<<Obblighi morali o soddisfazioni materiali?>>
Roberto era distrutto e tentò di contrattaccare:
<<Non ricominciare con le tue solite insinuazioni! Dì piuttosto che questa soluzione ti libererebbe definitivamente da un incubo.>>
<<Vuoi ricominciare con la storia della gelosia?>>
<<No, io ho già finito. Tuttavia renditi conto di una cosa: il mio comportamento nei confronti del ragazzo non può mutare per una sciocchezza del genere! In fin dei conti stiamo mettendo il carro davanti ai buoi e stiamo parlando solo per supposizioni.>>
Ad un tratto Pino fu attratto dal cigolio di una porta e disse a voce alta:
<<Sei tu, Susanna!>>
<<Si, sono rientrata ora.>>
I due si fecero più cauti e parlottarono ancora per un poco a voce bassa fino a quando Roberto non si alzò e disse:
<<Ora é del tutto inutile continuare. Riprenderemo questo discorso quanto prima.>>
Si congedò dall'amico e rientrò a casa.



* * *



Susanna si era vestita col suo abito a fiori e non aveva trascurato di truccarsi il volto come le ragazzine emancipate. Si incontrarono sul sagrato e, dopo essersi scambiati una breve stretta di mano, si avviarono con noncuranza, quasi fossero due estranei conosciutisi pochi minuti prima, lungo la strada principale, parlando animatamente e tenendo gli occhi bassi per evitare lo sguardo degli sfaccendati seduti sui sedili di pietra. Lui aveva scelto di andare sotto il ponte e lei aveva acconsentito.
<<Hai visto quei due?>> disse un paesano, al suo amico che gli sedeva accanto, facendo geroglifici sul terreno con un bastone.
<<Si. Li ho notati. Lei sembra la nipote di Pino. Lui non lo conosco>>, rispose l'altro che tirava da una pipa spenta.
<<E' il marocchino. Il nuovo fidanzato di Roberto>>
<<Ah! Bene! Allora fra un pochino vedremo anche l'altra coppia più anziana. Il benefattore non credo sia disposto a lasciarsi sfuggire il pupillo>>.
<<Eh, già! Il sangue non é acqua! Doveva aspettarselo prima o poi>>.
<<Certo che nel cambio a guadagnarci é stato il ragazzo. Ma dalla faccia non mi é sembrato molto soddisfatto.>>
<<Sarà perché la nuova compagna é sciancata>>:
<<No. Credo sia per la paura di trovarsi di fronte Roberto. Te lo immagini cosa succederebbe? >>
Così commentando i due paesani, alzandosi quasi meccanicamente, si avviarono dietro la coppia.
<<Non vorrei perdermi questa scena per tutto l'oro del mondo! Sarebbero capaci di ogni cosa>>
<<Credo anch'io. Sono diventati talmente gelosi da non tenere in conto nemmeno le elementari regole della buona creanza>>
<<Ma quale buona creanza! Se avessero conosciuto quelle regole, sarebbero spariti dalla circolazione già da tempo. Sono due vecchi impuniti che non temono nemmeno l'ira del Padreterno!>>
Arrivarono sulla spalletta del ponte e si misero a sedere su un masso. Da là sopra avrebbero potuto seguire la coppia per un vasto raggio.
<<Ecco! Cosa t'avevo detto? Lupus in fabula. Stanno arrivando Pino e Roberto! Se affrettano il passo, arriveranno a sorprendere i piccioncini prima che trovino un nascondiglio. Scommetto un sigaro che ce la faranno a sorprenderli.>>
<<Io scommetto invece che i piccioni ce la faranno a nascondersi prima.>>
Intanto Midh, ritenendosi ormai lontano dagli sguardi indiscreti, teneva Susanna per la vita e l'aiutava a scendere l'argine del ponte. Avevano parlato molto durante il tragitto. Lui aveva accennato fugacemente al rapporto con Roberto e lei non se n'era meravigliata più di tanto, aveva solo aggiunto che dipendeva dalla sua volontà mantenere o interrompere la sua sudditanza. Sarebbe bastato rendersi utile, lavorando quel tanto che bastava per giustificare la generosità del suo padrone e niente di più.
<<Vedi, conosco molto bene zio Pino, ma non sono mai riuscita a capire se tra lui ed il suo amico ci sia qualcosa di più dellíamicizia.>>
Il ragazzo non nascose il suo imbarazzo e rispose arrossendo sempre più tanto che il suo viso scuro divenne di un colore viola pervinca:
<<Da me Roberto non ha mai preteso nulla di particolare che possa farmi vergognare... Posso dire che si è sempre comportato bene, come un buon amico. Non sarei veramente in grado di risponderti se...>>
<<Lascia perdere questi discorsi; quei due vecchi non sono poi tanto importanti!>>
Importanti infatti erano solo loro due. Così lui le confessò di trovarla attraente ed anche carina e lei di aver trovato finalmente l'uomo che l'avrebbe fatta felice. Si sedettero a ridosso d'un pilone, su dei massi del ruscello asciutto e si baciarono senza alcun ritegno, protetti da un cespuglio di rovi che per líoccasione sembrò protendere ancora di più i suoi rami per salvaguardare la loro intimità.

Presto anche Roberto e Pino raggiunsero il ponte e si misero a sedere sul solito gradino. Erano usciti per sbollire i malumori della mattina, ma ancora non avevano trovato il giusto equilibrio.
<<Caro Roby - era questo il vezzeggiativo usato nelle circostanze particolari - mi hai accennato a qualcosa che Midh voleva chiedermi, ma non mi hai specificato cosa. Si tratta forse di un segreto?>>
<<Macché! Nessun segreto. Lo avevo mandato per informarsi se quando l'altra mattina sei salito in camera da me avessi preso, per farmi uno scherzo, la moneta da venti lire che stava sopra al comodino.>>
<<Ma cosa ti viene in mente! Ti sembra che sia il tipo da fare simili scherzi? Non so nemmeno di quale moneta parli. Sei proprio un villano quando dici queste cose!>>
A Roberto venne un groppo alla gola e due grosse lacrime gli scesero sul viso. L'amico gli si avvicinò per confortarlo:
<<Non volevo questa tua reazione. Sai bene che non so mantenerti il broncio per più di due minuti. Io sarei anche disposto a dimenticare quanto hai detto, purché tu chiarisca bene questa storia!>>
A Roby venne in mente, come spesso gli capitava, quel fatto increscioso che attanagliò la sua mente per tanti anni e le sue lacrime lo confermarono. Come avrebbe potuto scordarlo se tutta la vita era stata disturbata da quel vigoroso senso di colpa ed anche adesso, al solo pensarci, sentiva ancora un brivido percorrergli tutta la persona. Forse una bella confessione allíamico gli sarebbe stata di conforto. Si asciugò col risvolto della manica le guance e con voce roca disse:
<<Non é una cosa semplice. Si tratta di un episodio increscioso della mia infanzia. Quella moneta ne era allo stesso tempo la causa e la testimonianza >>
<<Legato a tua sorella, Gelsomina?>>
<<Si!>>
<<Di lei mi hai raccontato quasi tutto.>>
<<Si, ma questo non l'ho detto mai nemmeno a te!>>
Così Roberto, dopo essersi asciugato le lacrime e soffiato il naso, si mise a raccontare quella triste storia che riguardava Gelsomina.
Quando la bimba si ammalò tutta la famiglia fu solidale nellíincoraggiare in lei la speranza di una sollecita guarigione, nascondendole la terribile sentenza, oramai senza appello, dopo che quel luminare della scienza medica, chiamato per un ultimo consulto, ebbe pronunciato la sua terribile condanna: <<Si tratta di una bronco alveolite tubercolare in fase ormai molto avanzata. Ne avrà ancora solo per qualche giorno.>>
Oramai in casa, lontani dal suo letto, se ne parlava e si piangeva come se la disgrazia fosse già accaduta. Anche Roberto venne a saperlo. Il suo cuore ebbe prima un breve sussulto, ma ben presto, come spesso accade in tutti - e soprattutto nei bambini - fece líabitudine a questi discorsi che si ripetevano monotoni, e diventavano sempre meno tristi, durante le interminabili ore di quelle lunghe giornate. Ma il suo turbamento riguardò soprattutto i lugubri pensieri che da qualche tempo gli si affollarono nella mente: per la prima volta pensò alla precarietà della vita e per la prima volta ebbe paura di morire.
L'accesso alla stanza di Gelsomina gli era stato proibito per evitare il contagio. Ma lui fu ugualmente spinto dalla curiosità di vederla; non per compassione di quella sciagura imminente, ma - sembrava, e non lo era, uno sfacciato cinismo - per la curiosità di osservare l'evolversi di quella tragedia. Quel mistero profondo della morte imminente di sua sorella, gli dava un senso di angoscia ed allo stesso tempo uno strano senso di liberazione che - oltre a porlo al di là della sciagura - lo rinforzava nella ritrovata posizione di privilegio riguardo allíaffetto di sua madre, di cui ne aveva un poco sofferto la perdita. Il nuovo pensiero che si potesse morire non da vecchi, com'era già capitato a suo nonno, ma nel fiore della fanciullezza, lo spingeva a porsi le più strane domande, che non potevano avere nessuna risposta per la sua età, ma che non ne ebbero nemmeno in età avanzata, sia pure col supporto di una più vasta filosofia esistenziale. Tuttavia la curiosità infantile esigeva una risposta ad ogni costo e l'occasione che gli si offriva non doveva sfuggirgli. Ora avrebbe potuto osservare da vicino come si moriva.
Si introdusse nella stanza e, tenendosi lontano dal letto, stette per un poco a guardarla in silenzio. Era smagrita all'inverosimile. La pelle era diventata gialla e le sue braccia, poggiate sopra le lenzuola ricamate sembravano cadute lì come corpi inanimati. Di vivo erano rimasti solo i suoi grandi occhi che al vederlo si erano spalancati come due fanali. Gli aveva sorriso ed aveva trovato la forza di dire:
<<Vedi cosa mi ha regalato la mamma?>>
E così dicendo aprì la mano che teneva ben stretta. La tenue luce dell'abat-jour fece brillare una grossa moneta d'argento da venti lire. Lui quella meraviglia l'aveva vista solo poche volte, e solo di sfuggita, quando sua madre faceva delle compere importanti; non l'aveva nemmeno mai tenuta nelle mani. Un grande desiderio di possederla, sia pure per qualche minuto, lo spinse ad avvicinarsi ancora di più alla piccola malata dicendole sottovoce:
<<Fammela toccare!>>
Lei sollevò lentamente la mano e gliela porse. Poi, con un filo di voce rotto da brevi colpi di tosse:
<<Non te la posso regalare perché quando sarò guarita dovrò comprarmi una borsa nuova per la scuola>>.
Lui prese la moneta e la rigirò fra le dita. Il contatto freddo di quel metallo gli diede una gioia immensa. Gli pareva di possedere qualcosa di veramente importante; qualcosa che lo rendeva ardito e potente. Nella sua mente in quei pochi attimi si affacciarono scenari di incomparabile suggestione che partendo dalle leccornie esposte nelle vetrine del pasticcere arrivavano a coprire i piaceri più desiderati ed a sfiorare líavventura. Quante cose si potevano fare con quelle venti lire!
Sapeva molto bene quanto sarebbe capitato a sua sorella fra qualche giorno e l'unica sua meraviglia consisteva nel fatto che lei non se ne rendesse conto. Sentirne parlare quotidianamente dai suoi genitori come di una cosa ineluttabile e con quella pacatezza oramai priva di lacrime, indotta dalla rassegnazione, significava per lui líaccadimento di un avvenimento scontato, una ovvietà che aveva fatto perdere alla tragedia imminente tutti i contorni drammatici. Líunica cosa importante era sentire il freddo di quel metallo, nel palmo della mano, come qualcosa di magico. Quella moneta gli trasmetteva dei poteri straordinari capaci di renderlo forte, adulto, indipendente, lontano dalle vicende umane. Nella sua mente si affacciarono pensieri totalmente diversi da quelli legati all'etica comune e così accadde ciò che probabilmente avviene a tutti gli uomini in vista di una appropriazione non dovuta, ma tanto consistente da appagare anche i più reconditi desideri. Il pensiero di possedere quella cosa preziosa lo pose al di fuori di qualunque regola morale. Tenne stretta la moneta più del necessario, quasi fino a farsi male. Comíera possibile che le avessero taciuto una cosa tanto grave e lei pensasse addirittura di comprarsi una borsa nuova! Dopo la sua morte non avrebbe avuto più bisogno di nulla. Esattamente com'era capitato a suo nonno quando lo avevano rinchiuso e murato dentro il tombino. Si scostò lentamente dal letto e disse con voce ambigua:
<<Ma tu cosa ne fai se devi morire?>>
<<No! Non è vero. Mamma mi ha dato i soldi Perché sa che devo guarire>>
<<Bada che l'ho sentito dire io dal professore! Se tu non me la darai ora... loro... dopo se la riprenderanno>>.
A lui sembrava d'aver detto una cosa logica, scontata, adamantina, ma sua sorella scoppiò in un pianto convulso che le serrò la gola e la fece tossire violentemente. Spaventato, mise sul comodino la moneta e corse giù a chiamare la mamma.
La tosse cessò ed il suo viso diventò più colorito quando la donna col cuore in gola, per aver fatto le scale di corsa per soccorrerla, le sollevò il capo e le asciugò con un bacio le lacrime che le rigavano il volto. A stento riuscì a trattenere le sue:
<<Cos'hai, amore mio?>>
<<Roberto mi ha detto che devo morire>>.
<<Roberto e un cretino che non sa quello che dice>>
<<Voleva la moneta che tu mi hai regalato!>>
<<Se la sogna lui la moneta. Quando guarirai andremo io e te in città e spenderai tutti quei soldi per te sola>>.
Una lacrima scese sul viso della madre ed ella fu costretta a soffiarsi il naso per mascherare la commozione. La bimba volle riprendere quella moneta e la tenne stretta nella sua piccola mano destra, poi con un sorriso malizioso disse:
<<Magari, poi, qualcosa la compro anche per lui>> e si assopì.
Quando pochi giorni dopo Gelsomina morì, quella moneta la trovarono ancora chiusa nella sua manina. Durante la veglia funebre, allestita nel salotto buono, la mamma si distolse un attimo dalla preghiera e chiamò Roberto che stava lì impalato senza rendersi pienamente conto di quanto era successo.
<<Vedi?>> gli disse, accennando alla bimba composta su un catafalco, <<Ora lei non ne ha più bisogno della moneta e la regala a te>>.
Quando si ritrovò tra le mani quei soldi fu preso da un fremito convulso. Non riusciva più a frenare il pianto e tra i singhiozzi, sempre più frequenti, disse tante parole sconclusionate:
<<Perdonami... Gelsomina... non volevo... non volevo farti morire...era solo per avere la moneta... Non lo faccio più... Sono stato molto cattivo con te... E' per colpa mia... >>
Per la prima volta, da quando era nata Gelsomina, sua mamma lo prese in braccio e se lo strinse forte al petto. Rimasero per qualche minuto in silenzio e lui sentiva che le sue lacrime gli bagnavano il collo.
<<Guardala com'è bella! E' diventata un angelo. Non è colpa tua se è morta! La Madonna l'ha voluta con sé. Ora dal cielo ti guarda ed è contenta che la moneta l'abbia tu>>.
Poi la mamma lo spinse lentamente verso il catafalco:
<<Ora se vuoi, prima che la chiudano dentro la bara, puoi anche baciarla per l'ultima volta. Non è più infettiva>>.
Roberto si chinò e le diede un bacio in fronte. I suoi capelli corvini pettinati con una mezza frangetta, contornavano il suo viso sereno, bianco come il suo abito della prima comunione. Sembrava che dormisse. La mattina seguente la misero dentro una bara bianca foderata di raso e la seppellirono nel cimitero nuovo, in una delle prime tombe vicino al cancello díingresso. Da quel giorno lui quella moneta l'aveva custodita come una reliquia e ogni mattina la teneva per un poco stretta nella mano destra. La stringeva forte con le sue dita adunche fino a farsi male.

Pino era stato in silenzio durante il suo racconto. Lo aveva ascoltato, senza interromperlo, fino alla fine tenendo, sempre nelle sue, le mani dellíamico. Poi, cercando di mascherare líemozione che gli stringeva la gola, disse:
<<Non credo che tu debba ancora soffrire per questa ragazzata di tanti anni fa. Non ce n'è alcun motivo! In quel momento tu non ti sei reso conto di quanto sarebbe successo a Gelsomina e per te erano più importanti le venti lire. Tutto qui. Ed ora smettila di essere triste. Vedrai che la moneta - sempre che non te l'abbia presa Midh - ricomparirà.>>
<<Non credo che il ragazzo abbia avuto il coraggio di fare una cosa simile. A dire il vero sono stato uno sciocco anche a credere che l'abbia presa tu. Ma pensavo più che altro ad uno scherzo da parte tua. Qualcosa per costringermi a fare quello che ho fatto e cioè a raccontarti per filo e per segno tutta la storia.>>
Con gesto affettuoso Pino gli passò il braccio attorno alla vita e lo aiutò ad alzarsi.
Il sole molto basso oramai forava l'arcata del ponte e investiva in pieno anche loro. Era l'ora in cui le coppie rientravano in paese. Al tramonto non era lecito indugiare senza scatenare la morbosa curiosità dei paesani.
I due paesani scommettitori, ancora seduti sulla spalletta del ponte, segnalarono con vistosa discussione, accompagnata da ampi gesti delle braccia, il passaggio di Susanna e Midh. Registrarono con malizia come lei si rifacesse il trucco con l'aiuto di un piccolo specchio e lui si desse una aggiustata alla cintola dei pantaloni.
Il più anziano sorrise soddisfatto e disse:
<<Mi devi un sigaro>>
<<Non é detta l'ultima parola! I due sono ancora seduti sotto il ponte e se sollevano gli occhi potrebbero scorgerli da un momento all'altro.>>
<<Ho detto che mi devi dare un sigaro. Oramai non possono più vederli: sono già fuori dalla loro vista.>>
Il più giovane accese un sigaro e a mò di sfida ne tirò una boccata sostanziosa che soffiò in faccia dell'amico:
<<Non so spiegarmi come abbiano fatto a non vederli, disse.>>
<<Semplice. Non li stavano cercando. La loro presenza é stata una semplice combinazione. Cupido ha protetto i giovani.>>
Intanto anche Pino e Roberto si accinsero ad abbandonare il torrente e per riprendere la strada maestra furono costretti a passare accanto ai due perditempo. Il più giovane, quando essi furono vicini, disse a voce abbastanza alta:
<<Ecco che dopo la Susanna col suo ganzo, a chiudere il corteo é suo zio, col fidanzato>>
Roberto tirò un lembo della giacca all'amico e disse sussurrando:
<<Lasciali perdere! Vogliono provocarci.>>
<<Non lascio perdere un bel niente!>> e rivolto ai paesani con cipiglio: <<Mi sbaglio o parlavate di mia nipote. >>
<<Non vi sbagliate affatto. Parlavamo proprio di lei e del suo marocchino. Sono passati di qua appena da dieci minuti.>>
Roberto in segno di disappunto accelerò il passo e si allontanò dal gruppo. Era visibilmente imbarazzato, non tanto per il rozzo intervento dei paesani quanto per qual cos'altro: ora gli premeva chiudere i conti con Midh a modo suo! Anche Pino, trovatosi in minoranza, finì per abbandonare il campo e lasciò che i due bisticciassero tra loro per rivendicare la vittoria del sigaro.
Quando rientrarono a casa, Midh non era ancora tornato. Pino vedendo il volto scuro dell'amico gli si avvicinò per consolarlo:
<<Dopo tutto a me non dispiace che Susanna si sia messa con Midh. Questa donna da qualche tempo dà segni di squilibrio ed io certamente non sono la persona adatta per accontentarla.>>
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Roberto gli si avventò a pugni chiusi e gli gridò con quanta voce aveva in gola:
<<Sei proprio tu a dirmi queste cose? Sei un traditore! Avresti potuto impedirla questa pagliacciata e invece non hai fatto niente! Non hai nessun ritegno! Tua nipote non é una sgualdrinella; avresti dovuto difendere almeno il suo onore e preservare la sua illibatezza. Già, ma tu di lei non ti preoccupi! A te interessa solo che quel ragazzaccio trovi da spassarsela in questo paese disgraziato. Forse gli avresti dato anche tua figlia, se ne avessi avuto una! Dimmi che non é vero, se ne hai il coraggio!>>
Pino, investito da quelle urla isteriche, rimase calmo e, dopo essersi passato una mano sui radi capelli, rispose pacatamente:
<<Ma santo cielo! Non è proprio il caso di prenderla così. C'é la possibilità di rimediare a tutto. Forse avevi ragione tu quando proponevi di riunire le nostre famiglie! A me pare una cosa abbastanza semplice. Potremo così affittare la mia casa e ricavare quanto basterà per vivere. Del resto non hai forse detto che la tua é abbastanza grande? Con qualche piccola modifica, si potrebbe adattarla benissimo per noi quattro.>>
Roberto ancora ansimante non rispose. L'amico certamente si illudeva se pensava che ora riunendo le due famiglie le cose si sarebbero semplificate. Gli veniva la voglia di dirgliele queste cose, ma non se la sentiva, ora che Pino era giunto a proporre ciò che lui stesso un tempo desiderava. Avrebbe però potuto dirgli che non aveva scelto il momento giusto. In fin dei conti Midh era pur sempre una cosa sua, era sua la scoperta e poteva campare anche qualche diritto su di lui. No? Ma ora tutto sembrava voler andare in senso contrario. Tuttavia per non rovinare quella lunga amicizia sarebbe stato forse più prudente non lasciarsi trascinare più di tanto dalle dichiarazioni di quel suo vecchio amico, anche se ora gli appariva nientíaffatto sincero e molto interessato ad una soluzione che, in buona sostanza, lo liberava definitivamente dal terzo incomodo. Ma decise di tacere. E questa volta lo fece con un gesto plateale: si tenne serrate le labbra con due dita.
In quel momento Roberto si trovava di fronte alla specchiera e non perse l'occasione per darsi una sbirciata furtiva. Quando distolse lo sguardo, il suo naso si sollevò, spinto dal labbro superiore, in una smorfia di disgusto. Com'era diventato vecchio! E come si era raggrinzita la pelle sotto gli zigomi! Anche il doppio mento oramai era diventato una borsa ondeggiante simile a quella di un rospo. Dov'era andata a finire la sua pelle soda e vellutata! Purtroppo la giovinezza non la si può fare tornare con la buona volontà.
Pino era abituato a questi sfoghi. Visto che il compagno non parlava pensò ad un tacito assenso e si sporse ancora un poco più avanti nella proposta: offrì di accelerare il più possibile le nozze dei due giovani.



* * *



Dopo molto tergiversare, finalmente Roberto diede l'assenso alle nozze di Midh a patto però che le due famiglie si riunissero subito dopo. In fin dei conti era quello che desiderava da anni. Lui aveva già fatto fare, alla chetichella, qualche modesta ristrutturazione, cercando di isolare il più possibile i due sposi ed il suo amico dalle camere abitate da lui. Una grande cantina piena di vecchie botti di rovere, al di là del cortile, separata da un muro dal corpo della casa, era stata sgombrata, per essere opportunamente tramezzata ed intonacata. Sarebbe sorto un piccolo quartierino che avrebbe comodamente ospitato la coppia e Pino.
La cerimonia fu breve e loro si presentarono in chiesa come testimoni. Lei in abito bianco, lui con un abito grigio, prestatogli da Pino per l'occasione. La curiosità dei paesani questa volta si limitò ad un via vai insolito sul sagrato per dare ogni tanto un'occhiata dentro la navata e riferire l'andamento del rito. Ma quando Midh uscì con sua moglie il sagrato era già completamente sgombro.
Il cambio di casa avvenne due giorni dopo aver celebrato le nozze ed i novelli sposi sarebbero arrivati non prima di aver fatto qualche settimana di luna di miele, pagata da Pino, nella vicina città.
Fu così che i due amici si ritrovarono nuovamente insieme. Pino fece sgombrare i mobili dalla sua casa e l'altro si occupo' di far dare gli ultimi ritocchi all'alloggio per i nuovi ospiti.
Quando si ritrovarono all'ora di pranzo, soli, nessuno dei due cedette alla tentazione di dimostrarsi soddisfatto.
<<Eccoci qua abbandonati!>> disse il primo << Mia nipote si è guardata bene dal cucinare; era in tutt'altre faccende affaccendata. Purtroppo io in questa casa non so nemmeno dove mettere le mani. >>
<<Certo che senza líaiuto di Midh nemmeno io saprò come cavarmela. Era lui che faceva tutto. Ma stai tranquillo; di fame non moriremo. Fino a quando non rientreranno i piccioncini potrò dare fondo alla mia riserva di surgelati e scatolette.>>
Roberto apparecchiò la tavola in cucina e sistemò i due posti uno accanto all'altro di fronte alla televisione. Cucinò spaghetti al ragù ed aprì un barattolo di salmone lesso. Pino dispose in una fruttiera alcune mele e pere che aveva portato con sé e qualche fetta di torta avanzata dalla cerimonia.
<<Come ai bei tempi!>> disse, prendendo posto nella grande tavola <<L'unica differenza é che oggi non hai quel bell'abito a fiori rosa che ti donava tanto. Non l'hai più indossato da quando ti sei messo in casa quel marocchino.>>
<<Sono sempre in tempo, se la cosa può farti felice. Un attimo e ti accontento subito.>>
Roberto si alzò e tornò completamente trasformato. Quell'abito femminile fasciava completamente i suoi fianchi snelli e la scollatura attillata tratteneva il doppio mento. Una fluente parrucca corvina ricopriva i suoi capelli grigi e due scarpe a spillo gli conferivano un aspetto di donna matura, ma ancora piacente. Per un attimo i due stettero a guardarsi muti. Lo facevano spesso prima. Quell'abbigliamento rendeva la situazione inusitatamente piacevole ed entrambi si sentivano finalmente a loro agio affrancati da quelle metafore insulse che appesantivano di frequente il loro rapporto sociale. Era come se d'un tratto si fossero liberati dalle pastoie intrise di pettegolezzi e di maldicenze. L'intero paese e tutte le meschinità dette sul loro conto sparirono d'incanto, lasciando solo il fruscio di quella seta vellutata a grandi fiori rosa e la gran classe di Roberto che folleggiava leggero come una farfalla. Come se mettendosi quelle scarpe col tacco a spillo avesse indossato una magia che consentiva ai suoi settant'anni di ritrovare quella giovinezza che non aveva mai goduto completamente. E come avrebbe potuto, díaltronde! Tanto tempo prima qualche amico gli aveva consigliato di tentare un estremo rimedio: abiurare definitivamente al suo sesso e trasformarsi in una vera donna. Molti lo avevano fatto e senza alcuna vergogna. Ma per lui la cosa non poteva funzionare. Un maldestro uso di ormoni, proposto tempo prima da un mediconzolo senza scrupoli, aveva prodotto l'unico effetto di gonfiargli il seno e, per qualche tempo, rendere più disperata l'abituale possibilità di passare inosservato tra la gente, mascherando la sua diversità. Figuriamoci con un'operazione che avesse trasformato totalmente le sue caratteristiche fisiche e psichiche! Non sarebbe mai riuscito ad essere una donna, in pubblico. Si sarebbe sentito a disagio come un cane in chiesa. Le radicate consuetudini sociali nel trattare col suo prossimo erano improntate ad un atteggiamento maschile, oramai consolidato, e sarebbe stato difficile agire altrimenti. Fra le mura di casa era tuttíaltra cosa! Ogni attributo maschile poteva essere celato anche nelle sue parti più intime, indulgendo al desiderio della diversità. Lo covava a lungo questo desiderio nelle difficili notti trascorse in solitudine e lo sperimentava, nei brevi momenti della toilette, di fronte ad un grande specchio che consentiva di ritrarlo completamente nudo. Bastava accavallare un poco le gambe e via quegli ingombranti attributi maschili! Questo per lui era più che sufficiente. Anche Pino del resto era soltanto l'oggetto di un amore spirituale. Forse avrebbe anche potuto fare a meno di lui. Ma ci sarebbe voluto qualcos'altro per riempire quel vuoto affettivo che sentiva ogni volta che lui si allontanava. Gli era sufficiente soltanto la sua presenza per sentirsi sicuro. Le sue gelosie discrete non interferivano mai direttamente con le sue decisioni e gli davano la tranquillità del sentirsi amato senza limiti e senza contropartite. Sembrava inverosimile, eppure mai una sola volta il suo amico aveva spinto il suo affetto al di là del lecito, con proposte meno che corrette, che non fossero adeguate alla loro età ed alla condizione di cattolici praticanti. Il tempo trascorso con Mihd gli aveva dato la possibilità di fare dei raffronti. Certo. Il ragazzo aveva il fascino della gioventù. Aveva modi gentili e la sua discrezione era esemplare. Tuttavia c'era qualcosa che lo faceva assomigliare ai rozzi paesani, quando male interpretava la sua diversità e si lasciava sfuggire alcune battute allusive nei confronti della sua amicizia con Pino. Molte volte ebbe l'impressione che anche lui fosse un poco geloso. Una gelosia particolare. Qualcosa inerente al suo personale tornaconto che considerava irrinunciabile e non intendeva perdere a nessun costo. Gli ricordava l'affetto morboso di un cane randagio che finalmente avesse trovato un padrone prodigo di bocconcini prelibati.
<<Anche il profumo è sempre lo stesso,>> disse Pino avvicinandosi al suo viso e dandogli un casto bacio sulla guancia, <<erano parecchi anni che non lo usavi e forse questa sarà anche l'ultima. D'ora innanzi la nostra vita sarà sempre più sotto gli occhi dei nuovi ospiti.>>
<<Meglio così! Del resto nemmeno a te avrebbe fatto piacere che io girassi per casa sempre conciato in codesto modo.>>
L'amico non raccolse la battuta e, intingendo con un poco di pane il sugo del salmone dal piatto ormai vuoto, disse:
<< Hai pensato seriamente a quella che potrà essere la nostra vita nel futuro immediato?>>
<<No. Ma credo che tutto dipenderà da noi.>>
<<Spiegati! Cosa intendi dire.>>
<<Dico che, se vorremo, le cose potranno andare come prima. Basterà proporre agli sposi un patto che dovrà essere rispettato reciprocamente. >>
<<E cioè?>>
<<La donna dovrà provvedere alla cucina; come del resto ha fatto finora con te. Lui invece dovrà pensare al giardino ed alla pulizia della casa; come ha fatto finora con me. Noi amministreremo i soldi in comune e ci occuperemo delle spese straordinarie. E poiché dovranno rendere conto a noi delle loro cose, basterà questo per giustificare il nostro vicendevole interessamento. >>
<<E tu credi che i due accetteranno senza protestare queste regole?>>
<<Può darsi che protestino. Questo non ha molta importanza. Ma per convincerli sarà sufficiente che io tiri fuori qualcosa che ho tenuto in serbo>>
<<Posso sapere cos'è?>>
<<Non è questo il momento. Se te lo dicessi potresti svelare tutto agli interessati. Ogni cosa a suo tempo.>>
Pino sorrise e guardò maliziosamente il compagno. Avrebbe voluto ribattere subito, ma si trattenne. Era profondamente convinto che il suo amico volesse tenerlo sulle spine soltanto per capriccio; ma non volle riprendere líargomento. Preferì rientrare nellíatmosfera magica della finzione che aveva mutato le sembianze di quel suo vecchio amico in una piacente signora: gli si avvicinò e gli accarezzò il braccio facendo scivolare lentamente la mano sulla manica di seta.


* * *



Trascorsero da allora cinque lunghi anni di convivenza non troppo pacifica, ma allietati dal canto allegro di Susanna e dal pianto frequente di due marmocchi, l'uno con una carnagione di colore decisamente scuro e l'altra, nata da pochi giorni, di un chiaro quasi biondo.
<<Scherzi dei cromosomi>> aveva commentato Pino, costretto da sei mesi in una sedia a rotelle per una paresi che aveva ridotto notevolmente la sua autonomia.
<<Scherzi del cavolo>> ribatté Roberto, che si manteneva ancora arzillo ed era propenso a credere quanto mormorava qualcuno in paese, e cioè che la seconda fosse frutto di uno zio, smanioso di dimostrare la sua virilità e desideroso di una discendenza.
<<La benedizione del Signore>> si era limitato a dire Mihd, che stravedeva per l'ultima nata e spiegava questa anomalia con l'influenza di una tris nonna bianca emigrata in Marocco dalla Spagna due secoli prima. Coglieva tutte le occasioni per raccontare le peripezie di questa lontana parente venduta addirittura come schiava per líharem di un ricco magrebino e liberata dal suo avo che ne fece la sua sposa. Questa storia, saltò fuori subito dopo che Lidia, così si chiamava la bimba, vide la luce e furono in molti a non crederla.
Susanna fino a quel momento si era limitata a non dare peso alle malignità e molto spesso faceva finta di non sentire. Tuttavia questa volta non resistette alle insinuazioni di Roberto e finalmente volle dire la sua:
<<Cosa intendi col tuo ìScherzi del cavoloî? Dillo, se hai il coraggio! Tanto lo so, anche tu sei come tutti gli altri svitati del paese. Con la sola differenza che loro mormorano per balordaggine, mentre tu lo fai con lo scopo ben preciso di denigrare e punire Midh. Specie ora che zio Pino cammina su una sedia a rotelle.>>
Questi discorsi si svolgevano in una sera díinverno, attorno al tavolo della cena, mentre fuori la brina copriva un manto gelato sulle verdi foglioline di gramigna e di cicoria che invadevano il cortile della casa. Il caminetto della cucina non crepitava allegro come gli anni passati ed un ciocco smunto, attizzato di continuo da Roberto, mostrava la sua parte incandescente che, non potendosi unire ad altri ciocchi per condividerne la fiamma, ogni tanto si ammantava di uno strato cinerino che ne limitava il calore.
Da qualche tempo la vita dei quattro si era fatta sempre più difficile. Dai maldestri tentativi di Roberto di plagiare nuovamente Midh, al lento allontanarsi di Pino che, favorito dal quartierino isolato, faceva sempre più lega coi due giovani, si passò alla ribellione aperta del marocchino che si disinteressò della conduzione della casa del suo protettore per accudire meglio la sua famiglia che ora comprendeva anche líinvalido.
Questa trasmigrazione di Midh ebbe un motivo: Pino fece in modo di fargli balenare líidea che alla sua morte tutto il suo avere, la casa affittata e una vigna fuori del paese, anchíessa affittata, sarebbero passati a sua nipote. Era ben vero che Roberto continuava ad amministrare le entrate di Pino, tuttavia queste promesse e soprattutto il comportamento freddo del marocchino minarono profondamente quella antica amicizia. Soltanto ora credette di accorgersi della falsità del comportamento del giovane. Indubbiamente solo líinteresse lo aveva guidato fino a quel momento. Anche prima che si sposasse, quando vivevano da soli, il suo gretto egoismo doveva essere stata líunica molla che lo aveva spinto a stare con lui. E poi cíera sempre la faccenda della moneta che da qualche tempo aveva assunto le dimensioni di un giallo: da qualche tempo aveva scoperto che era stato lui líautore della sua sparizione ma non ne aveva fatto parola con nessuno. Anche se tutte le controversie erano cominciate dal giorno in cui non aveva più potuto tenere nella mano quel pezzo díargento da venti lire aveva preferito tacere pur di poter usare a suo modo quella scoperta. Qualche giorno prima, quando si era recato per Ognissanti al cimitero, síera accorto che anche Gelsomina era diventata triste. Quel suo mesto sorriso, dalla lapide, si era spento del tutto. Una accidentale crepa nello smalto della foto aveva creato una ruga sottile allíangolo inferiore del labbro ed il sorriso era sparito. Di cosa lo accusava quella bimba? Non le era forse rimasto fedele per uníintera vita? No! Certamente non si trattava di questo. Nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio la fedeltà di quel suo fratello infelice. Si trattava díaltra cosa: forse di quella moneta sparita così, senza che lui la rivendicasse, dopo quasi settantíanni dalla sua morte. Forse perché era venuto meno quel dolore mattutino che lo costringeva a ricordarla, e indolenziva i muscoli della sua mano quando la teneva ben stretta; o forse perché mancava quel diuturno desiderio di soffrire per líantica colpa, che rasentava líoblio ed aveva nella moneta lo strumento puntuale ed efficace: era venuto meno, con la moneta, quel ricordo di felicità che li aveva visti gioire congiuntamente in due ruoli perfettamente distinti, in cui lui si riconosceva come maschio e lei come femmina.
Breve stagione di felicità, quella, surrogata in seguito soltanto dalla lunga amicizia di Pino. Ma ora anche lui aveva ceduto ed era cambiato. Non si trattava, certo, solo della sua malattia. No. Quella glielo avrebbe reso più tollerabile. Lo avrebbe accudito amorevolmente, lo avrebbe avuto sempre al suo fianco; sarebbe stato felice anche di spingerlo con la carrozzella. Ed avrebbero parlato, parlato, tanto da stancarsi, per poi entrambi riposare come due casti sposini. No! La malattia non cíentrava per niente. O meglio, forse cíentrava, ma per un altro verso.
Da qualche tempo si era accorto che Pino, stando così vicino agli sposini, aveva avuto la possibilità di riconsiderare sua nipote come una donna piacente e desiderabile. Questo glielo aveva confidato lui personalmente in una della rare sere in cui si erano ritrovati soli come ai vecchi tempi. Ma non gli confessò mai di essere stato a letto con lei. Fu piuttosto sua nipote a rendere palese la tresca quando, senza ragione alcuna, aveva cominciato ad allontanare Midh per rimanere sola con Pino. Roberto era stato, si può dire, uno spettatore impotente che aveva seguito passo passo tutto il loro intrigo, senza potere intervenire. E pensare che fu proprio lui a progettare quel quartierino separato, sacrificando la vecchia cantina, con líintento di poter più facilmente riconquistare líaffetto del marocchino! Invece le cose agevolarono il suo vecchio amico. Vedeva dalla sua finestra quel ragazzo, che non sospettava di nulla, allontanarsi da casa per delle ore intere incaricato da sua moglie di far futili visite, ora dal calzolaio in un paese vicino, ora nella vicina città da uníamica di sua moglie, ora per comperare un certo frutto esotico in un lontano mercato, per una voglia improvvisa di lei, ora per scegliere pizzi e trine, in sua vece, in un negozio cittadino. Naturalmente le scarpe, le frutta, i pizzi ed i viaggi erano sempre tutti pagati coi soldi di Pino. Ed ecco, proprio in quel frangente, sopraggiungere la malattia. Non fu certamente un caso.
Negli scorsi mesi aveva visto líamico di rado e in quelle occasioni ebbe modo di constatare in lui dei cambiamenti vistosi. Il suo carattere divenne irascibile e intollerante: alzava la voce in tono arrogante e infieriva su Midh come si trattasse di un animale. Ma il cambiamento più vistoso lo subì il suo fisico. Ancora ben prestante fino a pochi mesi prima, si era ridotto ad una larva di persona, allampanato e macilento. Fu in quel periodo che líictus gli mandò fuori gioco la gamba ed il braccio sinistro. Da quel giorno fu Midh a spingere la sua carrozzella e ad accudirlo al meglio delle sue possibilità. Indubbiamente Pino non aveva tenuto nel dovuto conto la fragilità della sua età e si era lanciato nellíavventura come un adolescente neofita. Così il suo corpo cedette e fu costretto alla resa.
Il fuoco nel camino si era quasi spento e Roberto, dopo aver soffiato invano nellíattizzatoio, si volse a guardare Susanna che da qualche minuto aveva preso in braccio la piccina per dargli latte. Erano rimasti soli. Midh aveva accompagnato Pino in camera sua. Roberto non aveva avuto il coraggio di ribattere quando la donna lo aveva rimproverato ed aveva lasciato cadere il discorso rimuginando qualcosa che da tempo si era tenuto in serbo nel caso fosse stato necessario smorzare líarroganza dei due sposini. Finalmente si decise e alzatosi dalla sedia si diresse verso la donna con passo deciso. Appena giunto, si fermo davanti a lei tenendo le mani sprofondate nelle tasche della vestaglia da camera e le gambe leggermente divaricate. Il suo volto nonostante il suo atteggiamento, continuava ad essere sereno e disteso. Stette così per qualche secondo, il tempo necessario perché la donna si decidesse a guardarlo dritta in viso, poi con voce studiatamente lenta le disse:
<<Senti, questo tuo tono a me non sta bene. Ricordati che voi siete in casa mia, e dillo anche ai tuoi due uomini. Mi parli di coraggio senza sapere nulla di me e pensando che anchíio sia acquiescente come tuo marito o disposto, come Pino, a seguirti in ogni tuo capriccio, che forse sarebbe meglio chiamare prepotenza. Io sono diverso da loro, e tu lo sai bene dato che con me hai sempre dimostrato la tua cordiale antipatia. Ora siamo arrivati al capolinea. Io non tollero più la tua arroganza né la tua presenza. Ho le prove come sia stato Midh a rubarmi la moneta díargento e vedrò di servirmene per farvi sloggiare.>>
Susanna si sbiancò in viso e rimase come inebetita col seno mezzo nudo ed la bimba che si era addormentata nelle sue braccia. Girò lo sguardo intorno quasi a cercare aiuto, ma i due uomini erano già lontani e nemmeno alzando la voce avrebbero potuto sentirla. Non ebbe il coraggio di rispondere. Si ricompose la camicetta e con la bimba in braccio uscì di corsa dalla stanza. Roberto ebbe solo il tempo di dirle:
<<Non ho fretta. Avremo modo di riparlarne>>



* * *


Passò ancora qualche anno e Lidia divenne una bellissima bambina bionda, vivace e intelligente. Marco suo fratello, che aveva quattro anni più di lei si era fisicamente sviluppato oltre i suoi nove anni e la sua carnagione si era ancora più scurita facendolo somigliare molto a suo padre. Susanna non fece mai cenno allo zio né a Midh dellíaccusa infamante mossagli da Roberto, né questíultimo mise in atto la sua minaccia di scacciarli. Il perché di questo suo comportamento si spiegò con líevolversi della malattia di Pino che oltre a non potersi più muovere aveva perso anche la ragione. Oramai rimaneva costantemente immobile nel letto. Non ricordava più niente ed i suoi discorsi, malamente articolati, erano senza alcun filo logico. Il coccolone si aggravò quando, subito dopo la scenata avuta con Susanna, Roberto volle mettere le carte in tavola anche con Pino. Tentò di spiegare allíamico la sua intenzione di allontanare la famiglia di Midh, ma si ritrovò, dopo le prime battute chiarificatrici, di fronte ad un individuo che, dopo aver farfugliato: <<Tu non puoi fare... questo... perché Lidia é...>> repentinamente reclinò il capo sulla spalliera della sedia a rotelle e rimase lì immobile con gli occhi sbarrati. Lo credette morto e si disperò per essere stato lui la causa di tutto. Si chiuse nella sua casa per tre giorni consecutivi senza aprire nemmeno la finestra che dava sul cortile. Fu Midh a stanarlo, convinto che il gran dolore per líaggravarsi dellíamico potesse fargli balenare nella mente qualche sciocchezza insana. Roberto apprezzò molto questo comportamento e da quel giorno, nonostante i suoi ottantíanni suonati, trascorse le sue giornate accanto a Pino. Anzi dopo poco si trasferì addirittura da loro nellíaltro quartierino. I rapporti con Susanna però rimasero sempre freddi. Non si tolleravano e líantipatia si era acuita dopo la scenata. Legò soltanto con Lidia, alla quale faceva spesso bei regali e se la teneva in grembo per farla dormire. Di frequente questa sua affettuosità era osteggiata dalla madre che in tutti i modi cercava di allontanarla da lui. Tuttavia, come di solito capita in queste circostanze, la bambina si era affezionata a quellíuomo che la coccolava mentre evitava sempre più spesso il padre che, dopo i primi entusiasmi, ora provava per lei uníistintiva repulsione mentre, al contrario, non lesinava il tempo per giocare con Marco.
Accadde che una domenica Roberto chiese a Midh il permesso di portare a passeggio Lidia. Susanna era a messa con Marco e suo marito era da Pino che, come ormai da tre anni, stava immobile nel suo letto. Questa condizione gli aveva provocato delle piaghe in tutto il corpo e Midh si era preso líincarico di rigirarlo ogni mezzíora. Quando i due furono usciti, il giovane marocchino pensò bene di sfruttare quellíoccasione per mettere in atto un piano che coltivava da tempo. Roberto era diventato come la sua ombra, lo sorvegliava continuamente e difficilmente si presentava líoccasione di trovarsi solo con líinfermo. Era quindi questa líoccasione propizia. Infatti alle promesse verbali di Pino, sugli eventuali lasciti post-mortem, non era mai seguito nessun atto pubblico che consentisse legalmente il trasferimento dei suoi averi. Quellíuomo, nelle condizioni in cui si trovava, poteva morire da un momento allíaltro e loro si sarebbero trovati senza un soldo, dato che gli era parso di capire che Susanna in realtà non fosse líunica parente. Ci voleva qualcosa di scritto. Lui aveva già predisposto una carta nella quale si deliberava la cessione del patrimonio a sua moglie e avrebbe solo dovuto fargliela firmare. Dopo tanti anni di sacrifici e fatiche mal retribuite ora si presentava líoccasione sperata. Líunico ostacolo era Roberto, ma ora lui si era tolto dai piedi spontaneamente.
Incurante dei lamenti dellíinfermo, si allontanò dalla sua camera e salì nel solaio dove aveva creduto opportuno nascondere la carta. Era da tempo che líaveva riposta in quella cassa polverosa ed era lì assieme a qualcosíaltro che luccicò non appena il coperchio fu sollevato. Prese la carta e stette a guardare per un attimo quella grande moneta díargento oramai da tempo fuori corso legale. Scese le scale in fretta, si munì di una penna e rientrò da Pino che non si lamentava più. Sulle prime credette fosse morto ed una imprecazione, da far arrossire un camionista, uscì dalle sue labbra. Ma accostatosi alla sponda del letto e avvicinato líorecchio al suo viso si accorse che respirava: era solo addormentato. Lo scosse violentemente e líinfermo sbarrò gli occhi spaventato. Senza perdere tempo lo aiutò a sedersi sul letto. Gli mise la carta davanti e con la destra ancora efficiente gli ingiunse di firmare. Pino non mosse ciglio e con la penna in mano stava immobile come una statua. Il suo viso cereo, con la pelle quasi trasparente, mostrava tanti rigagnoli blu e rossi che intersecavano in tutti i sensi le gote e la fronte scavalcando profonde rughe che ne increspavano la superficie. Lo sguardo era inebetito e fisso sulla carta, ma si capiva che non leggeva. Midh con voce suadente lo pregò ancora di firmare. Lo ripeteva con voce sempre più melliflua e intanto gli accarezzava il capo ormai quasi completamente privo di capelli. Ad un tratto Pino mosse la penna sul foglio. Allora il giovane, pensando che avesse dubbi sul punto esatto in cui doveva firmare, gli guidò la mano dove si diceva <<...Pertanto, sano e lucido di mente sottoscrivo il presente testamento>>. Il vecchio lasciò la penna e strinse forte la mano del marocchino. Líespressione del suo viso assunse un atteggiamento di sofferenza e due lacrime scesero sulla carta. Disse:
<<Le spine!...le spine!... toglietemi le spine...>>
Midh si spazientì e gli gridò con la voce alterata:
<<Vecchio testardo, ti sei dimenticato che hai promesso di lasciare ogni cosa a Susanna? Se non firmi questa promessa non serve a niente>>. Poi dopo aver riflettuto un attimo <<Se non firmi le spine non te le tolgo!>>
Il vecchio sembrò non sentire niente e continuò a lamentarsi:
<<Toglietemi le spine! Male... mi fanno molto male>>
Il giovane rosso in viso prese la carta in mano e la lesse a voce alta scandendo bene le parole:
<<Il sottoscritto Pino etc. etc...>> poi dopo aver letto tutto <<Vedi, scimunito, non cíé nessun tranello. Qui sta scritto soltanto quello che tu hai detto tante volte, lo ricordi?>>
<<Le spine!...Le spine!... Toglietemi le spine.>>
Midh lo prese per il braccio sinistro e gli diede uno strattone:
<<Bene! Vuoi che ti tolga le spine?>>
Il malato mosse leggermente la testa in avanti e sembrò che assentisse.
<<Allora muovi quella penna!>>
Pino sembrò aver capito e mostrò più interesse per la penna che strinse nella destra e accostò al foglio.
<<Era ora che ti decidessi...vecchio rimbambito!>> disse il giovane tirando un sospiro di sollievo. Ma la gioia non durò a lungo. Il vecchio, puntata la penna sulla carta, si mise a scarabocchiarla velocemente rendendola illeggibile. Nemmeno gli strattoni del marocchino riuscivano a farlo desistere. La penna vagava sul foglio ad una velocità impensata. Faceva dei ghirigori vorticosi in uníarea, poi si spostava in uníaltra, per farne ancora degli altri, e così senza sosta. Dopo aver riempito la carta a quel modo, si fermò e stette a contemplare il foglio come fa il pittore dopo aver dato líultimo colpo di pennello al suo capolavoro. Midh aveva gli occhi iniettati di sangue. Lo avrebbe strangolato con le sue mani se il cigolio di una porta a pian terreno non lo avesse messo in guardia. Temette che Roberto fosse rientrato con la piccina e si affrettò a far sparire quel foglio ed a far scivolare il malato giù nel letto. Si affacciò sul pianerottolo e scorse Susanna.
<<Sei sola?>> gli gridò
<<Si. Marco è voluto rimanere in piazza a giocare con gli amici>>.
<<Bene! Sali qua su allora!>>
Susanna si tolse il velo e raggiunse il marito. In verità lui avrebbe voluto fare tutto senza immischiare sua moglie, tuttavia, date le circostanze, credette opportuno farsi aiutare; in definitiva lei era la persona interessata. Le raccontò dei tentativi falliti e la pregò di riprovarci usando le buone maniere. Talvolta in questo modo era riuscita ad ottenere da quel vecchiaccio le cose più impensate. Mentre lui trascinava nuovamente il malato per metterlo seduto, disse:
<<Non perdiamo tempo. Tu va su nel solaio e dalla mia cassa, che ho lasciata aperta, prendimi una copia di questa. Ce ne sono diverse, tutte uguali. Non potrai sbagliare.>>
Susanna obbedì e raggiunse il solaio. Tante volte era salita lassù con il desiderio di scassinare quel grosso lucchetto per vedere cosa contenesse quella cassa. Ora se la trovava già aperta e poteva finalmente togliersi quella soddisfazione. Appena vi si affacciò fu colpita dal luccichio della moneta. La prese. Non cíera alcun dubbio. Era la moneta díargento di Roberto. Quindi aveva ragione. La prova che gli aveva detto di possedere consisteva nel fatto che lui dovesse conoscere perfettamente quel nascondiglio e si riservava di smascherarlo quando fosse giunto il momento opportuno. Doveva prendere quella moneta e sistemarla altrove. Doveva pensarci su bene cosa farne. Si mise in tasca la moneta, prese la copia e scese nuovamente. Poiché Midh aveva già fatto sedere suo zio nel letto, lo pregò di uscire fuori dalla stanza e di lasciarla sola con lui.
Pino aveva assunto la stessa posizione di prima. Aveva le gambe coperte con il lenzuolo ed il dorso fuori dal letto, appoggiato ad un cuscino; uno scialle sulle spalle e una lunga camicia da notte. Susanna gli si avvicinò, gli sorrise e cominciò a sbottonarsi la camicetta mettendo in mostra le sue belle mammelle bianche. Ne massaggiò una e con la mossa abituale di una madre che allatta il suo piccolo la porse a Pino. Lui la strinse, avido, con la mano destra e cominciò a succhiare lentamente. Il suo viso, prima sofferente si rischiarò ed assunse uníespressione beata. Poi sempre succhiando, liberò la mano destra, prese quella di lei e la portò sotto le coperte. Rimasero così fino a quando lui con un gemito smise di succhiare. Allora lei si ricompose, prese la penna e gliela porse senza aggiungere una parola. Nel men che non si dica lui prese la penna e firmò con nome e cognome chiaramente chiudendo la firma con una solenne sottolineatura.
Quando Susanna portò la carta a Midh i suoi occhi erano brillanti di soddisfazione: in un sol colpo ed in brevissimo tempo aveva risolto due spinosissimi problemi.


* * *


Pino dopo qualche giorno morì. Lui andò a completare la lunga fila dei tombini, in cerchio nel muro di cinta del cimitero, ed essendo líultimo, capitò proprio di fronte alla tomba di Gelsomina chíera stata la prima. I lavori nel lotto di terreno accanto indicavano un vasto ampliamento del suo spazio e le nuove tombe erano già pronte per ricevere nuovi ospiti. Roberto, che assisteva assieme alla famiglia di Midh alla tumulazione dellíamico, volse lo sguardo alle nuove costruzioni e trovò che il destino era stato malevolo con lui, per non avergli consentito di prenotare un loculo vicino al suo e dormire líultimo sonno accanto a lui. Quel cimitero era tutto esaurito. Lui sarebbe stato tumulato nellíaltro, in quello nuovo. Ma la sua attenzione fu attirata da uníaltra cosa. Di fronte, nel monumento funebre di Gelsomina, qualcosa, nascosta tra il muschio verde, luccicava stranamente, colpito da un raggio di sole che filtrava dai folti cipressi. Pensò ad un minuscolo pezzo di vetro e distolse líattenzione per avvicinarsi e recitare una preghiera. Non era da molto che le aveva fatto visita ed i gelsomini infatti, sebbene rinsecchiti, erano al loro posto con la testa china. Ne approfittò per toglierli e li sostituì con un bocciolo di rosa color salmone, tolto dalla corona di Pino. Si chinò come suo solito sulla fotografia per pulirla e con sua grande meraviglia si accorse che Gelsomina gli sorrideva nuovamente. Strofinando col suo fazzoletto aveva cancellato quella sgradevole riga che la rendeva triste. Gli venne spontaneo di ricambiare il sorriso e si mise in ginocchio per pregare. Socchiuse gli occhi e si lasciò trasportare dallíatmosfera mistica di quella sua preghiera rivolta principalmente alla Madonna. Quando li riaprì rivide
quel luccichio, questa volta intermittente forse perché una leggera brezza muoveva le fronde degli alberi. Frugò con le dita tra il muschio e dissotterrò una grossa moneta: era il pezzo díargento da venti lire.
Non immaginò mai chi avesse sotterrato quella moneta, né seppe mai delle vicissitudini riguardanti il testamento di Pino.
Fu informato della cosa solo qualche giorno dopo, quando un notaio con la sua borsa di pelle venne in paese e si rivolse a lui per rintracciare Susanna. Il funzionario li pregò di assistere tutti allíapertura del documento. Dopo un breve preambolo, lesse:
<<Oggi 27 Aprile del 19.. il sottoscritto Pinotto X... sano nel corpo e nella mente e quindi nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, in presenza del Sig. Notaio Avv. Luciano G.... e dei due sotto notati testimoni, redige il seguente testamento:
ìNomino erede universale mia nipote Lidia C...a cui vanno in proprietà tutti i miei beni. A sua madre Susanna Z... lascio líusufrutto degli stessi, compresa la casa situata in Via Risorgimento nà 6, più líusufrutto dei miei risparmi che dovranno servire per la cura ed il mantenimento della su nominata Lidia, fino al raggiungimento della sua maggiore età. Oltre tale data ogni bene passerà nelle mani della stessa che dovrà impegnarsi a curare e sostenere sua madre vita natural durante.
Nel caso di premorienza della su nominata Lidia, ogni mio avere dovrà passare allíamministrazione immediata del reverendo Parroco che avrà líobbligo di fornire alla su nominata Susanna le cure e gli alimenti necessari per una vita agiata. Il rimanente verrà in tal caso devoluto alla Chiesaî.
Letto, firmato e sottoscritto.
I testimoni: Carlo F...; Giuseppe P... Il Notaio: Avv. G. P...

Midh, col viso violaceo dalla rabbia, batté un pugno sul tavolo e disse:
<<Questo testamento non è valido. Io ne possiedo uno più recente che dovrebbe annullare il primo>> e porse al notaio la carta che teneva nel portafoglio.
Il notaio la lesse con cura, poi con voce calma, rivolto a Midh disse:
<<Vede, questo testamento sarebbe stato valido se non ce ne fosse stato già un altro formalmente ineccepibile o se il de cuius avesse aggiunto di suo pugno una semplice nota. ìIl presente testamento annulla ogni precedente scrittura sia pure condotta in presenza di un Notaioî. Poiché il presente testamento presenta tutti i crismi della legalità, essendo stato redatto in presenza, oltre che mia, anche di due testimoni, mentre quello in suo possesso ne é totalmente privo, a lei non resta che adire ad una impugnazione per vie legali. Per la mia esperienza e competenza le dirò che farebbe un buco nellíacqua, comunque lei ha soltanto questa unica via. Pertanto, nelle more, dichiaro valido il primo testamento ed ignoro líesistenza del secondo>>.
Midh non prese più la parola. Al contrario Susanna chiese a quanto ammontasse líintero lascito. Alla cifra pronunciata dal notaio rimasero tutti frastornati; lo stesso Roberto che fino a quel punto era rimasto ad ascoltare composto, chiese con voce meravigliata:
<<Da dove viene fuori tanta ricchezza? Se ho capito bene si tratta di diversi miliardi di lire>>.
<<Dai buoni del Tesoro ed i certificati di Stato che il de cuius possedeva e che da oltre trentíanni erano stati sempre rinnovati investendo anche gli interessi >>.
A quel punto il funzionario salutò e sciolse la seduta. I tre convocati si guardarono in viso come inebetiti. Roberto possedeva una fortuna e nessuno lo sapeva; e per finire la beffa di non riuscire a mettere le mani completamente su tutto il gruzzolo. Di Marco non si parlava. Quasi non fosse un suo nipote anche lui; e di Roberto e di Midh nemmeno. Susanna fu la prima a parlare quando si ritrovarono soli:
<<Mi pareva che zio Pino non me ne combinasse una delle sue! Mi ha trattato come una da tenere sotto tutela: nel caso migliore, da mia figlia e nel peggiore, dal Parroco. Quasi che io non avessi la capacità di amministrare i suoi danari. Se non fossi una che di soldi non ne ha mai visto in vita sua mi verrebbe la voglia di rifiutarli. Questo è il riconoscimento per averlo accudito per ventíanni.>> Poi rivolto a Midh <<E tu pezzo di cretino che líhai rigirato nel letto per due anni e líhai trasportato in carrozzella per almeno altri tre, cosa hai ottenuto? Mi dicevi che dovevo avere fiducia in te, sulla tua intelligenza e la tua furbizia. Ma quale intelligenza e quale furbizia! Ti sei accorto che ci ha fatto fessi? A cosa sono valsi i tuoi espedienti, prima con la moneta di Roberto e poi col testamento fasullo. Sei stato una grande delusione per me! Ma ora non sono più disposta a sopportarti.>>
Roberto sentendo della moneta avrebbe voluto interloquire, ma si trattenne. Bisognava riflettere. Perché proprio lei, che aveva così poco da lamentarsi di Pino, buttava in faccia a Midh tante contumelie? Non cíera alcun dubbio. Ora si sentiva ricca ed il testamento líaiutava a dimensionare il suo rapporto col marito e probabilmente anche col figlio nero. Lui ne era pienamente convinto. Quel matrimonio líaveva fatto unicamente per convenienza e neppure quel figliolo di diverso colore era stato tanto gradito ad una mamma in possesso di una rendita vitalizia di svariati miliardi che le avrebbe certamente fatto cambiare la vita e le avrebbe dato modo di crearsi un entourage consono alla sua nuova condizione economica. Mentre Lidia, la bionda Lidia, lei sapeva benissimo che non aveva nulla a che fare con Midh. Líunica soluzione logica quindi poteva essere quella di ripudiare Midh e magari rispedirlo in Marocco con Marco, ed al seguito qualche vitalizio per addolcire la loro esistenza. Ecco quindi la sceneggiata! E la moneta? Era stata sicuramente Susanna a prenderla dalla cassa di Midh, dove lui líaveva vista tanti anni prima. Così facendo gli aveva tolto ogni possibilità di rivalsa sul marito. Se i piani della donna avessero corrisposto a quelli pensati da lui, bisognava certo dire che Susanna non era poi quella donna tanto gretta ed ignorante che lui credeva. A questo punto non se la sentì di infierire su Midh per la moneta. Sarebbe stato punito ad oltranza dalla sua stessa moglie. Forse lei stessa si sarebbe servita di quellíepisodio per ottenere da lui una separazione più sollecita. In quanto a Pino, non si aspettava nulla di più di quanto aveva fatto. In questo modo aveva gratificato non la nipote, ma sua figlia. Non poteva esserci confessione più chiara.della sua paternità. Anche lui, come del resto Midh e Susanna lo avevano tradito. Che mondo schifoso! Ma valeva la pena di farlo notare? No! Non era proprio il caso. Con un sorriso strinse la mano ai presenti ed uscì.



* * *


Quando rientrò a casa sua, nel suo quartierino, trovò Lidia che lo attendeva. La ragazzina aveva voluto vederlo per dargli la buonanotte. Roberto, stanco di quella giornata campale, se la prese sulle ginocchia e iniziò a raccontarle la storia di Cenerentola. Lo scopo era di predisporre la bimba al sonno, ma poco dopo fu lui a cedere e si addormentò sulla poltrona con la bambina in braccio. Forse dormì pochissimo o forse gli parve semplicemente di sognare da sveglio: si trovò in uno scenario da fiaba dove la piccola Lidia si era trasformata nella bella Gelsomina. Lui aveva riacquistato tutte le sue energie e sorreggeva la bimba tenendola in alto, con le braccia tese verso il cielo. La fanciulla cantava una canzone díamore per chiamare il Principe Azzurro, ma al suo posto si presentava una megera su una scopa che tentava di rapirla. Fece ogni sforzo per trattenerla, ma invano. La strega non potendo strappargli la bambina, trascinò anche lui. Percorsero insieme un tratto di cielo, poi ad un certo punto lui ricadde sulla terra e lei proseguì il suo volo fino a scomparire come un puntino luminoso, lontano. Nonostante fossero oltre líorizzonte, continuava ad udire la voce della megera senza però comprenderne il significato. Ma ora capiva bene le parole. Quella voce stridula chiamava da lontano il suo nome e la voce rimbombava dentro le sue orecchie. <<Roberto, Roberto, svegliati!>>. Infatti lui si sveglio e si trovò di fronte Susanna che era venuta per mettere a letto sua figlia. Il suo umore era cambiato e sorridendogli cordialmente disse:
<<E' un po' che cerco di svegliarvi senza riuscirci. Ti prendo Lidia per portarla a dormire. Il suo sonno è più pesante del tuo. Se vuoi venire... Ho preparato un poco di cena e avrei piacere che tu mangiassi con noi.>>
Lui ancora intontito dal sonno interrotto gli porse la bambina e farfugliò:
<<Era venuta perché voleva che le dessi la buonanotte. Ero stanco...e lo sono tuttora. Se non ti dispiace ora me ne vado a letto anchíio. Verrò da voi magari domani. Avremo molto tempo da passare insieme. No, vedrai, il tempo non ci mancherà.>> Parlava stranamente come fosse ancora dentro il sogno. Tacque un attimo, poi, come se avesse scordato qualcosa continuò <<Ah! Senti, fammi un favore prendi questa moneta e, quando si sveglierà, regalala a Lidia. Se vorrà, fra qualche anno potrà comprarsi una bella borsa di pelle per andare a scuola... Così si ricorderà dello zio Roberto>> Baciò la bimba e si accomiatò.
Quella notte si rigirò nel suo letto, senza prender sonno, per delle ore. Vedeva sempre il volto di Gelsomina e pareva che questa volta fosse lei a tendergli le braccia. Furono molti i tentativi per afferrarla. Lui si lanciava da una collina per arrivare più in alto, ma lei lo faceva ricadere sorridendo tranquilla. Finché con un ultimo sforzo riuscì a prendergli una mano. Allora non sentì più la pesantezza del corpo e, accompagnato da un dolce suono di campane, salì con lei.
La mattina seguente Susanna entrò nella sua camera con una ciotola di cioccolata calda. La posò sul comodino e gli diede una scrollata per svegliarlo. Sapeva che aveva il sonno duro e lo chiamò e lo scrollò diverse volte. Ma Roberto non rispose. Era andato via nel sonno preso per mano da Gelsomina.



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