FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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GART IL TERRIBILE

Emilio Capodeski




Io, Gart il Terribile, il mercenario, me ne stavo acquattato dietro ad un albero, ai margini del bosco, mentre i proiettili sollevavano piccole nuvole di polvere a un palmo dai miei piedi e scheggiavano la dura corteccia del tronco. Le esplosioni delle bombe a mano facevano tremare il terreno con un rumore lacerante. Con me c'erano i fedeli compagni di sempre: Joe "faccia di topo" e il senza nome, colui che era noto soltanto come lo Sterminatore. Il capitano Kowalsky ci aveva affidato quella missione disperata per la semplice ragione che nessun altro sarebbe stato tanto pazzo e audace da accettarla. Il nostro compito era insieme semplice ed assurdo: espugnare da soli l'inviolabile fortezza nella quale il nemico si rintanava ormai da giorni. Ci eravamo messi in marcia all'alba, attraversando il bosco veloci e silenziosi come volpi. Avanzammo in ordine sparso, comunicando tra noi con il verso del gufo.
Contavamo molto sull'effetto sorpresa, ma le sentinelle nemiche, in cima alle mura, facevano buona guardia e ora eravamo esposti al loro fuoco micidiale. Le cose si mettevano male, chiunque altro in quella situazione avrebbe battuto in ritirata, ma non noi. Noi eravamo diversi, per questo eravamo gli uomini adatti per quel genere di imprese, per questo quando in occasione di una parata o di una cerimonia indossavamo l'alta uniforme quasi non ci reggevamo in piedi sotto il peso delle medaglie e delle decorazioni. A noi il rischio non faceva paura, ci piaceva, nel pieno di una battaglia, sentire in bocca il gusto acre della morte mentre scariche di adrenalina ci attraversavano il cervello. Soltanto una cosa riusciva a spaventarci, ed era l'idea di una comoda e oziosa vita borghese, con tutto il suo seguito di grane in ufficio, liti coniugali, rate della macchina, lavatrici rotte, pannolini da cambiare, programmi televisivi, week-end dai suoceri.
Così continuammo ad avvicinarci al nostro obbiettivo, nonostante intorno a noi si fosse scatenato l'inferno. A turno, uno di noi strisciava carponi da un albero all'altro, come una serpe guizzante, mentre gli altri due sparavano all'impazzata per distrarre il nemico. In questo modo eravamo giunti al limitare della radura nel centro della quale si ergeva, tetra ed imponente, la fortezza e ci preparavamo all'assalto finale. Poi, d'un tratto, dalle mura smisero di sparare. Su di noi calò un silenzio profondo, tanto che potevo sentire il battito impetuoso del mio cuore.
<<Gart! Ehi, Gart, mi senti? Lo so che sei tu. Chi hai lì con te? Lo Sterminatore e "faccia di topo", immagino>>. Era la voce del colonnello Vorodin, comandante della fortezza. Conoscevo bene quell'uomo, tante altre volte ci eravamo trovati di fronte sul campo di battaglia. Privo di scrupoli e di onore, egli era infido e pericoloso come uno sciacallo. Ardevo dal desiderio di aggiungere il suo nome odioso alla già lunga lista dei nemici uccisi.
<<Terribile, ratto di fogna, te la stai facendo addosso, vero? Non avete scampo, tu e i tuoi compari, lo sapete. Vi faremo a pezzi, berremo il vostro sangue. Ehi, cosa c'è? Non rispondi? Ti si è forse seccata la lingua?>> proseguì la voce. Poi una risata sinistra echeggiò nell'aria infastidendo uno stormo di corvi che si levò in volo e prese a volteggiare sopra la fortezza gracchiando.
Parlava troppo. Era segno che aveva paura. Io non avevo bisogno di rispondergli, per me avrebbero parlato le mie armi. Gli avrei ricacciato in gola quella risata con un proiettile ben piazzato. Feci ai miei amici il segno di coprirmi e mi lanciai avanti di corsa gridando selvaggiamente. Correvo a zig zag, evitando agilmente la gragnola di colpi che mi veniva riversata addosso dalle mura. Ancora pochi passi e mi sarei trovato ai piedi della fortezza. Mi sentivo invincibile. Fu allora che quella dannata bomba mi centrò in pieno.
La pigna mi aveva colpito al volto. Era dura e spigolosa, particolarmente grossa come pigna di abete - una bomba davvero ben scelta, non c'è che dire. Sentii una fitta di dolore alla guancia e caddi in ginocchio. <<Dieci anni sono troppo pochi per morire>> pensai, e con la rapidità di una lepre rotolai dietro un masso, sottraendomi alla cascata di pigne che continuava a piovermi addosso da ogni parte. Voltandomi indietro incontrai lo sguardo preoccupato dello Sterminatore, cioè mio cugino Luca, di un anno più grande di me. Non distante da lui il cuginetto Andrea, alias Joe "faccia di topo" se ne stava rannicchiato al riparo di un grosso pino. Quel nome di battaglia non gli piaceva troppo, ma siccome il suo visetto assomigliava davvero al muso di un criceto, Luca ed io, un po' crudelmente, glielo avevamo imposto come condizione per essere ammesso nella banda e poter giocare con noi.
<<Gliela faremo pagare>> mi gridò Joe. Gli mostrai il pollice alzato in segno di assenso. Era un soldato in gamba in fondo, e bisognava riconoscere che si stava comportando molto bene in quel difficile frangente per un bambino di soltanto sette anni.
Era proprio venuto il momento di farla pagare al colonnello Vorodin. Mi sporsi appena sopra il masso e scrutai la veranda rialzata dello chalet di montagna dei nonni, nel quale ogni estate i miei genitori e quelli dei miei cugini ci parcheggiavano per potersi fare un po' di vacanze in santa pace senza averci tra i piedi. Quella era la fortezza nemica, e dietro il parapetto di pietra si intravedeva la testa a pera del bieco Vorodin, ovvero Rinaldo, un bambino che abitava in una casa vicina. Presi la mia infallibile arma, una lunga cerbottana ricavata dal gambo di una pianta di cicuta selvatica, e frugai nelle tasche piene delle bacche rosse che usavamo come munizioni, cercandone una ben acerba e dura. Caricai la cerbottana e presi la mira. Il crapone di Vorodin si affacciò nel tentativo di capire cosa stessimo facendo. Feci un bel respiro e soffiai nella cerbottana con tutta la forza di cui ero capace.
Un urlo orribile risuonò per tutto il giardino di casa. A quel punto sbucammo fuori dai nostri nascondigli e ci avviammo trionfanti verso la veranda. Io presi una delle scale laterali mentre i miei compagni salivano dalla parte opposta. Non incontrammo più alcuna resistenza. Quando irrompemmo sulla veranda trovammo Rinaldo seduto per terra che si copriva un occhio con la mano, assistito dai fratelli Bartolin, i due amici che aveva portato con sé quel pomeriggio per dare vita alla Grande Battaglia. L'avevo beccato in pieno, era stato un colpo magnifico, irripetibile!
<<Arrenditi Vorodin. Ti sei battuto con valore, ma ormai è finita: la fortezza è nostra. Accetta la sconfitta da uomo e consegna le armi>> gli intimai.
Rinaldo aveva l'occhio tutto rosso e gonfio, e tratteneva a stento le lacrime. <<Ma vai a quel paese, Jacopo, mi hai fatto un male cane. Non voglio più giocare>>.
<<Quante storie. Guarda, anche voi mi avete colpito>> replicai esibendo fieramente il livido sullo zigomo.
Ma Rinaldo era davvero arrabbiato. Ci disse che non rispettavamo le regole, che eravamo troppo violenti e che non avrebbe mai più giocato con noi. Lo diceva quasi tutte le volte e poi il giorno dopo tornava sempre, così, aggrappati al cancello di casa, lo sfottemmo urlandogli dietro tutto il nostro repertorio di canti di vittoria mentre, il testone avvilito piegato da un lato, si allontanava lungo la via. Poi arrivò la nonna con il vassoio della merenda e noi festeggiammo la disfatta del nemico brindando con grossi bicchieri di Coca-Cola e sbafandoci, alla faccia loro, anche la parte di pane e Nutella destinata a Rinaldo e ai fratelli Bartolin.
Dopo che avemmo mangiato e bevuto a sufficienza, rievocando assieme le numerose azioni suicide alle quali eravamo vittoriosamente sopravvissuti nonostante nessuno avrebbe scommesso un soldo sulla nostra pellaccia, io dissi ai miei cugini che me ne andavo in piazza a fare rifornimento di gomme da masticare e mi avviai da solo lungo la strada che portava nel centro del paese. Appena uscii dal cancello smisi di essere l'eroico Gart, il guerriero impavido e spietato. Se ero qualcuno in quel momento, si trattava soltanto di Charlie Brown, il bambino imbranato e timido che non ha nemmeno il coraggio di rivolgere la parola alla bambina coicapelli rossi, della quale è perdutamente innamorato. E infatti la segreta ragione di quelle mie passeggiate solitarie, che facevo varie volte al giorno con le scuse più diverse, era la figlia dei nuovi proprietari della casa gialla all'angolo della strada, poche decine di metri più giù della nostra. L'avevo vista per la prima volta qualche giorno prima, mentre stavo tornando a casa dopo aver accompagnato la nonna a fare la spesa, carico di pacchi e sacchetti fino all'inverosimile. Era stata la nonna a richiamare la mia attenzione sull'auto parcheggiata nel vialetto della casa gialla, che era rimasta disabitata per anni. La casa era di proprietà di una anziana coppia che, a quanto la nonna aveva saputo dalla cassiera della macelleria, si era trasferita dal figlio che lavorava all'estero e dunque non aveva più la possibilità di venirvi a trascorrere l'estate. <<Evidentemente hanno venduto, e quelli sono i nuovi inquilini>> disse la nonna incuriosita indicandomi l'uomo e la donna, abbastanza giovani, affaccendati a scaricare valigie e borse dal portabagagli aperto di una scassatissima Diane color verde pisello. Avevano l'aria simpatica: i loro capelli lunghi e i vestiti trasandati e variopinti li rendevano molto diversi dagli adulti a cui ero abituato; diversi, almeno, dai miei genitori. Mio padre, dirigente di una grande azienda, non portava altro che giacca e cravatta e non gli avevo mai visto un capello fuori posto. Mia madre se ne stava sempre arrampicata sopra tacchi altissimi e non indossava nulla che non fosse assicurato. Quell'uomo invece portava una semplice giacca di velluto a coste, larga e sformata, sopra un maglione nero col collo alto, e un paio di jeans; folti capelli neri scarmigliati gli scendevano fino alle spalle. Sua moglie aveva una magnifica chioma rossa, un bel viso sorridente senza un filo di trucco e calzava semplici scarpe da ginnastica. Dovevano avere pressappoco l'età dei miei genitori, ma qualcosa nel loro modo spigliato ed esuberante di muoversi e parlare, e nell'allegro entusiasmo che sprigionavano li faceva sembrare più giovani. Si, erano strani ma decisamente simpatici. Stavo cercando si capire cosa potesse mai contenere quella valigia simile ad una enorme custodia per chitarra che l'uomo aveva appena scaricato dalla macchina, quando dalla porta della casa uscì correndo una bambina. Si diresse alla macchina e disse: <<Papà, mamma, venite a vedere: è bellissima. Solo che è piena di ragnatele>>.
<<Non ti preoccupare tesoro, puliremo tutto e vedrai che entro stasera sarà splendente>> le rispose la donna ridendo.
Io rimasi fermo in mezzo alla strada a guardarla, a bocca aperta, come incantato. Era la bambina più bella che mi fosse capitato di vedere, o meglio, era la prima bambina che, in vita mia, avessi mai trovato bella. Fino ad allora infatti per me le femmine erano state soltanto delle creature fastidiose e piagnucolose che passano il loro tempo a trastullarsi stupidamente con le bambole e a parlottare tra di loro di sciocchezze come galline starnazzanti; al pari di ogni altro bambino che conoscevo, nutrivo verso di loro un sovrano disprezzo e le evitavo quanto più possibile. Ma quella bambina non era come le altre: aveva gli stessi capelli della madre, una cascata di riccioli color del sole al tramonto che le incorniciava il visino delizioso cosparso di efelidi, e dei grandi occhi di un verde brillante, come prati bagnati di rugiada; il suo vestitino bianco rifletteva i chiari raggi del sole tanto da sembrare essere esso stesso intessuto di luce. Sarei rimasto lì contemplarla fino a sera se la nonna, che nel frattempo era andata avanti, non mi avesse chiamato domandandomi se per caso mi ero addormentato in piedi.
Quello stesso pomeriggio, in un film western che stavo guardando alla televisione assieme ai miei cugini, un rude cow-boy aveva detto alla donna bionda e prosperosa che aveva appena salvato dai cattivi, prima di galoppare via incontro al sole che tramontava: <<Mi sei entrata nel sangue, pupa, ma adesso devo andare. Forse ci rivedremo un giorno>>. Non avrei saputo spiegare cosa significasse esattamente quella frase, ma mi era stato subito chiaro che anche a me era successa quella cosa là: la ragazzina dai capelli rossi mi era entrata nel sangue, ed era per questo che non riuscivo a smettere di pensare a lei. Ripensandoci più tardi mi era venuto in mente che quel riferimento al sangue poteva anche significare che la donna gli aveva attaccato una specie di malattia, ed era per questo che il cow-boy se la filava in gran fretta. Vista in quell'ottica la faccenda acquistava un senso perché anch'io, quando ripensavo alla bambina della casa gialla, presentavo gli stessi sintomi - palpitazioni, sudore alle mani, lievi giramenti di testa - che di solito annunciavano l'arrivo di un'influenza. Ma quella, diversamente dalle malattie cui ero abituato, aveva in sé una dolcezza che mi faceva passare ogni voglia di curarmi.
Così, sin dal giorno successivo, avevo cominciato a passare ogni volta che potevo davanti alla casa gialla nella speranza di rivederla. Fino al giorno della Grande Battaglia non avevo avuto molta fortuna; soltanto una volta l'avevo scorta di sfuggita dietro una finestra aperta dalla quale giungevano dei suoni che non avevo mai udito prima. Doveva trattarsi di musica, ma era talmente bizzarra che ne dubitavo. Qualcuno suonava freneticamente una tromba o qualcosa di simile producendo un caos di note stridenti che si accavallavano, si inseguivano, cozzavano le une contro le altre. La mia opinione era che solo un matto avrebbe potuto suonare in quella maniera, e cominciai a pensare che anche i genitori della bambina dai capelli rossi, nonostante sembrassero così simpatici, se ascoltavano quella roba avevano probabilmente qualche rotella fuori posto. Dovevano passare ancora molti anni prima che io scoprissi il Jazz. Dunque, varcata la soglia di casa e smessi i panni insanguinati e gloriosi di Gart il Terribile, mi incamminai per la strada che scendeva fino in paese. Il cielo era sgombro, il sole cominciava a declinare e poco dopo sarebbe scomparso dietro alle creste innevate delle montagne che delimitavano la valle. Ombre scure si allungavano di già sulle pendici dei monti verso il fondo. L'aria era fresca e profumata. Io trotterellavo giù per la discesa pensando alla fanciulla dai capelli rossi. Ero contento di avere quel livido viola sulla faccia e i vestiti sporchi di terra e di erba, ero convinto che mi rendessero più interessante. Nelle vicinanze della casa gialla, con il cuore in tumulto, rallentai il passo. Ero tutto in subbuglio: desideravo rivederla e allo stesso tempo quella eventualità mi faceva una gran paura. Tali contrastanti sentimenti mi lasciavano piuttosto perplesso. Da un po' di tempo a quella parte la vita stava diventando enormemente complicata, mi accorgevo di non capire più bene cosa accadeva intorno a me e soprattutto dentro di me. Immagino che la spiegazione più ovvia fosse che stavo semplicemente crescendo, ma in quel periodo crescere non faceva parte dei miei progetti. Io ero un bambino e desideravo soltanto continuare ad esserlo. Non riuscivo a immaginare il futuro altrimenti che come un indefinito prolungamento della situazione presente e diffidavo di quei cambiamenti e della confusione che provocavano. Insomma, nella mia condizione vedevo solo vantaggi e non intendevo perderli: non avevo preoccupazioni, ero vezzeggiato e coccolato, tutto ciò di cui avevo bisogno mi veniva servito su un piatto d'argento senza che dovessi muovere un dito, passavo quasi tutto il mio tempo a giocare e a divertirmi; certo gli adulti erano delle creature talvolta imprevedibili e strane, ma fondamentalmente bastava andare a scuola, non dire le parolacce in loro presenza, lavarsi bene i denti e dietro le orecchie, lasciarsi strizzare le guance dai vecchi zii in visita, tenere in ordine la stanza e si poteva ottenere da loro tutto ciò che si voleva. Non mi sembrava si potesse chiedere di più dalla vita e io volevo solo lasciare le cose come stavano. Avevo letto Peter Pan e quella di restare per sempre bambino non mi sembrava francamente una richiesta eccessiva. Tra l'altro io non avevo nemmeno la pretesa di imparare a volare. Forse il nome stesso dell'isola in cui viveva Peter, "Isola Che Non C'è", avrebbe dovuto mettermi sull'avviso riguardo alla difficoltà della cosa, ma a quell'epoca simili sottigliezze di ragionamento mi erano estranee e non percepivo ancora chiaramente la differenza tra la realtà e le mie fantasie e desideri. L'avrei imparata poco a poco a mie spese, come tutti, e mi sarei abituato a considerare i sogni come qualcosa che va bene per la notte, ma da lasciar perdere durante il giorno.
Immerso in quei tormentosi pensieri giunsi all'altezza della casa gialla. Lei era là. Acciambellata nel praticello davanti a casa raccoglieva margherite e violette. Era così carina! Volevo chiamarla, chiederle quale fosse il suo nome, ma dalla bocca non mi usciva alcun suono, come in quegli incubi nei quali si vuole gridare e non ci si riesce. Poi accadde una cosa che stupì me per primo. Lei si accorse di me e mi guardò. A quel punto io avrei dovuto sorriderle, salutarla o cose del genere, e invece appena i suoi occhi incontrarono i miei abbassai lo sguardo e affrettai il passo, fermandomi soltanto quando fui sicuro di essere scomparso alla sua vista. Avevo il respiro affannoso come dopo una lunga corsa e le ginocchia mi tremavano. Si, decisamente l'amore era una malattia ed era anche molto più grave di quanto potessi immaginare!
Quando arrivai al bar della piazza non ero ancora riuscito a capire cosa mi fosse successo e perché avessi avuto quella reazione inconsulta, ma ero ben deciso che se al ritorno fosse stata ancora là, questa volta nulla mi avrebbe impedito di parlarle. Non avrei permesso nuovamente che le mie gambe, come un cavallo bizzoso che non vuole saltare un ostacolo e scarta di lato nonostante i colpi di sprone del fantino, si ribellassero agli ordini portandomi lontano da lei, e che i miei occhi sfuggissero i suoi, come mi accadeva quando la mamma, guardandomi fisso, mi chiedeva se per caso sapevo chi avesse mangiato la torta preparata per la cena, e io avevo ancora le guance sporche di crema. Gart, ne ero sicuro, non si sarebbe mai comportato in quel modo. Lui le sarebbe andato incontro con decisione, l'avrebbe afferrata rudemente per la vita e, senza perdere tempo in chiacchiere, le avrebbe stampato un bacio sulle labbra, mutando le sue proteste in languidi sospiri. Il solo fatto di aver potuto immaginare una simile scena era un ulteriore sintomo delle irreversibili trasformazioni che si stavano producendo in me. Fino a pochi giorni prima, infatti, mi era stato assolutamente incomprensibile che divertimento potessero mai trarre gli adulti dalla pratica equivoca del bacio sulla bocca, cui sembravano così deplorevolmente affezionati. Per quanto mi riguardava, l'idea di un contatto con viscide, umide e mollicce labbra altrui non suscitava in me altro che ribrezzo e disgusto, e perfino a mia madre, durante i suoi slanci d'affetto, concedevo stoicamente soltanto le guance. Ora, invece, un piacere sottile e sconosciuto mi invadeva al pensiero di un eventuale scambio di saliva con la fanciulla dai capelli rossi. E non c'è bisogno di aggiungere che ciò mi scombussolava oltremisura.
Siccome mi sentivo un po' nervoso, invece delle gomme da masticare comperai un pacchetto di sigarette. Di cioccolato, naturalmente. "Me le dia forti" chiesi al barista affacciandomi in punta di piedi sopra al bancone. <<Problemi?>> mi chiese lui, squadrandomi dall'alto in basso. <<Già - risposi con aria grave - la vita sa essere dura, a volte>>.
<<Le parlerò! Si, questa volta lo farò, ne sono sicuro>> dissi tra me e me con convinzione, quando ebbi avvistato nuovamente il muro giallo in cima alla salita. C'era qualcuno sul prato, ero fortunato, non se ne era ancora andata. Scartai una sigaretta, me la misi tra le labbra cercando di assumere un'espressione annoiato-disgustata da uomo che nella vita ne ha già viste troppe, stile Humphrey Bogart, e mi feci avanti con passo deciso. Ma... non era sola, no, c'era qualcuno con lei sul prato, senza dubbio. Tutta la mia baldanza svanì in un lampo. Con un groppo in gola e le gambe che tremavano mi avvicinai, sperando con tutto il cuore che non si trattasse di chi pensavo... E invece si, disgraziatamente non mi ero sbagliato: la figura che mi era da lontano sembrata vagamente familiare apparteneva proprio a lui, non c'erano dubbi. Colui che stava affabilmente intrattenendosi con la fanciulla dai capelli rossi, la quale a giudicare dai sorrisi che gli rivolgeva era tutt'altro che infastidita dalla sua compagnia, altri non era che Rinaldo. L'immondo Vorodin, il mio nemico giurato, stava soffiandomi sotto il naso la ragazza dei miei sogni.
Solo allora feci caso al fatto che, nonostante le dimensioni un po' sproporzionate della sua testa per le quali lo prendevamo sempre in giro, Rinaldo non era affatto brutto. Era più alto e ben piazzato di me, e sembrava più grande e maturo della sua età. Mi erano venuti gli occhi lucidi, ma non volevo che Rinaldo si accorgesse della mia delusione, così, nel passare davanti alla casa, con la morte nel cuore, cercai di darmi un tono e mi misi a camminare a testa alta fischiettando e ostentando indifferenza. Nel rispondere con uno stridulo balbettio al suo saluto, da principio non capii perché scoppiasse a ridere indicandomi con il dito alla fanciulla. E perché anche lei, lanciandomi un'occhiata distratta, non riuscisse a trattenere un malizioso risolino.
Poi mi accorsi che la sigaretta che tenevo in bocca aveva cominciato a sciogliersi e la cioccolata mi stava colando lungo il mento imbrattandomi tutta quanta la maglietta. Non mi ero mai sentito così umiliato e imbarazzato! Avrei voluto che la terra si aprisse all'istante per accogliermi nelle più remote profondità del suo ventre: lei stava ridendo di me, mi ero reso ridicolo ai suoi occhi. Corsi via senza più trattenere le lacrime.
Al vecchio Gart, che pure era scampato a mille avventure e il cui corpo era tutto un arabesco di sfregi e cicatrici, quella ferita risultò fatale. Non le sopravvisse, e con lui se ne andò per sempre anche il tempo spensierato della mia infanzia.




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