FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LE AVVENTURE DI JIM GARRISON

Raffaele Castagno




"Questa non è la fine... è solo l'inizio".


"Questa è la storia di fatti mirabili e terribili, cui ebbi modo di assistere nel corso della mia vita, e che per ragioni personali non dovranno essere letti se non dopo la mia morte".
Così iniziava il diario di mio padre, che ritrovai per caso nella soffitta di casa sua, prima che venisse demolita. Non sapevo di cosa si trattasse, ma credo che avesse a che fare con il passato, di cui vagamente mi parlò, prima che riuscisse ad entrare nel mondo dell'insegnamento. Sul frontespizio del diario c'era scritto un numero, a cui non diedi per il momento grande importanza. Presi a leggere le prime pagine, che portavano la data gennaio 1960, al tempo in cui mio padre s'era appena laureato. Lui mi disse che furono momenti difficili, ma se la cavò grazie ad un uomo, il cui nome non compariva mai, che mio padre chiamava, non so a cosa riferendosi, "Innominato". Mio padre non era il tipo da dimenticare gli amici e se aveva evitato di menzionarne il nome doveva esserci una ragione valida e recondita, di cui io non sapevo nulla. Forse questo Innominato mi avrebbe potuto dire qualcosa, ma non sapevo dove trovarlo. Mio padre non mi aveva mai parlato di lui, e nemmeno mia madre, che certo lo conosceva, dal momento che una sera, a cena pronunziò quel nome. Nella vita di mio padre c'era un elemento misterioso e ignoto che ardevo conoscere. Mi ricordai del numero di telefono, forse avrebbe potuto essermi utile. Composi sul telefono le cifre, ma la società dei telefoni mi informò che tale numero era stato disattivato. Riposi il diario nel baule, e cercai di dimenticare tutto quanto.


Camminavo tranquillo per la strada e mai avrei immaginato che in quel frangente la mia vita, come capitò a mio padre, potesse cambiare radicalmente. Fortunatamente non ero nelle condizioni economiche che ebbe a patire mio padre, ma non mi sentivo soddisfatto della mia vita. Avevo piantato gli studi, e mi ero aperto un'attività in proprio:un'agenzia investigativa. Nulla di esaltante, intendiamoci, ma mi serviva per tirare avanti e per concedermi qualche spesa extra. Quella mattina mi stavo recando in ufficio, orami erano un paio di settimane che non mi capitava un caso, e mi aspettavo a trascorrere un'altra giornata seduto alla scrivania con un giornale tra le mani ad ascoltare un po' di musica. Fortunatamente avevo trovato in Elisabeth, la mia fidanzata, anche una valida segretaria, che mi evitava di dovere compilare fascicoli e tutte le pratiche del caso.
Trovai Elisabeth già in ufficio quando arrivai, e mi disse che c'era un tale che voleva vedermi.
"Ti ha detto come si chiama?"
"Garrison, Jim Garrison, Robert, uno strano individuo."
"Starò attento allora."
Spalancai la porta e vidi un uomo alto, robusto, avvolto in un lungo cappotto nero, che celava una camicia azzurrina e una cravatta rossa. Mi parve un uomo elegante e di classe, ben vestito, ordinato, insomma un gentleman.
"Salve sono Jim Garrison, Robert Peterson suppongo?"
"Precisamente. Che cosa posso fare per lei signor Garrison;lei non mi sembra di queste parti vero?"
"Infatti, vengo da New York, sono qui per parlarle di suo padre."
"Mio padre, che cosa ne sa lei di mio padre?"
"Ho avuto l'onore di conoscerlo, molto tempo fa."
Nella mia mente pensai al diario, all'Innominato, all'uomo che cambiò la vita di mio padre. Ma non era possibile. Quest'uomo non mostrava più di trent'anni, mentre ne avrebbe dovuti aver quanto meno una sessantina.
"Se è uno scherzo è di pessimo gusto."
"Non è uno scherzo. Arthur non le avrà mai parlato di me, e mi aveva pregato di non contattarla mai, ma non è giusto che lei non sappia la verità:io sono l'Innominato.
"Ma non è possibile! Lei dovrebbe essere più... più..."
"Più vecchio, sì è vero, ma questa è un'altra faccenda, io sono venuto a parlarle di suo padre."
Oramai non ci capivo più niente:dopo un paio d'anni dalla morte di mio padre, spunta fuori un uomo di nome Jim Garrison, che afferma di essere l'Innominato, di avere conosciuto mio padre, e che dovrebbe avere sessant'anni, invece ne dimostra all'incirca trenta, e non è il frutto di un lifting ad alta tecnologia.
"Chi è lei?"
"E' una domanda difficile, me la pose anche Arthur, ma è una domanda senza risposta."
"Fantastico. Ha detto che doveva dirmi qualcosa sul conto di mio padre, l'ascolto."
"Arthur ed io ci conoscemmo per caso. All'epoca era alla ricerca di un lavoro ed io gliene diedi uno."
"Che genere di lavoro?"
"Il mistero signor Peterson. Il mistero in tutte le sue forme. Fatti che la scienza ufficiale nega, che il governo nega, che la maggioranza degli uomini negano, ma che avvengono. Arthur ed io affrontammo diverse avventure, poi lui decise di lasciare, per farsi una famiglia, perché aveva trovato un posto come insegnate in questa cittadina, ma soprattutto a causa mia."
"Che vuol dire?"
"Suo padre non capì mai che cosa mi spingesse ad indagare in modo così ossessivo ed ostinato i fatti di cui le ho parlato, non intese mai la forza, la fede che mi animava, ma soprattutto era terrorizzato da quella mia ossessione di ricercare la verità ad ogni costo. La mia era una crociata, una croce, una follia, la vita. Suo padre in un primo tempo pensò che il mio interesse fosse puramente accademico, se così si può dire, poi però si rese conto che io ero come Achab il capitano, sempre a caccia di mostri, fantasmi. Temendo per sé e per sua madre, decise di abbandonare. Da quel giorno non l'ho più rivisto, le ultime parole che mi disse furono di non comparire più nella sua vita né in quella dei suoi figli, ma come le ho detto era giusto che sapesse."
Rimasi attonito. Mio padre non me ne aveva mai parlato, nemmeno un accenno. Non riuscii nemmeno ad immaginare che cosa potesse aver visto o affrontato. Io consideravo panzane, assurdità tutte queste cose, sebbene Arthur andasse farneticando mai giudicare pregiudicando;già soltanto ora capivo quella frase.
"Mai giudicare pregiudicando, ora ha un senso."
"La prima delle tre leggi di Garrison, fu una delle prime cose che insegnai a suo padre."
"E suppongo che le altre frasi assurde che mi diceva siano altre leggi?"
"La seconda e la terza con tutta probabilità, senza dimenticare i corollari."
Quell'uomo era assurdo come tutta quanta la storia che mi aveva raccontato, ma era la verità. Ora capivo tutto, anche le parole del diario.
"Mio padre ha redatto un diario, suppongo siano le vostre avventure?"
"Pressappoco. Molto spesso sono le riflessioni che suo padre esprimeva su quei fatti. Credevo che l'avesse bruciato, non voleva avere più niente a che fare con quel mondo, in cui si sentiva come uno schiavo, e temeva che avrebbe finito con l'esserne talmente travolto da perdere il controllo di sé.
"Come lei, a quanto ha detto?"
"Io non ne sono travolto, io sono un fedele, come lei crede in Dio, io credo nella verità e nel mistero. Bene, le ho detto tutto quello che dovevo, ora è tempo che vada."
"Parte subito?"
"No, domani, ho sentito che ci sono stati diversi avvistamenti in queste zone e vorrei saperne di più."
"Perché non viene a cena da me questa sera, Elisabeth è un ottima cuoca."
"Se non disturbo."
"Affatto, l'aspetto per le otto."
Mi tese la mano, salutò cortesemente Elisabeth e andò via. Mi sedetti alla scrivania e pensai a quanto mi aveva detto. Tante cose restavano da chiarire, ma una in particolare mi premeva:scoprire il più possibile su quell'uomo. Decisi di mettermi al lavoro. Con un computer non sarebbe stato difficile saperne di più.
Al nome Jim Garrison apparvero una serie di strane informazioni. Per prima cosa pareva essere senza un passato, forse aveva lavorato per l'Agenzia, la N.S.A o il dipartimento per la difesa, ma l'istinto mi diceva che non era quella la spiegazione. Doveva trattarsi di un uomo assai colto ed intelligente, comparivano una serie di università prestigiose in cui aveva insegnato, ma dalle quali era sempre stato espulso. Comparvero anche diversi articoli di giornali, che riportavano le sue polemiche con il mondo accademico, in contrasto con lui per le sue affermazioni in ambito astronomico, filologico e archeologico. Aveva scritto diversi libri trattanti gli ufo, cospirazioni planetarie e pubblicazioni a carattere archeologico, che si ponevano in aperto dissenso con l'archeologia tradizionale. Aveva fondato due anni fa la M.I.A., vale a dire Mistery Investigation Agency, che si occupa appunto del mistero. Notai che aveva un nome di dominio su Internet, il che mi spinse ad accedere al sito.
Digitai MIA.com e in breve tempo mi apparve una home page ben curata graficamente, con al centro una grande X simile a quella della sigla di X-files. Molte sezioni erano ancora in fase di realizzazione, tuttavia ebbi modo di visionare la sezione in cui comparivano casi, articoli e pubblicazioni sul mistero, ed altre pagine che ospitavano testi e saggi di letteratura, archeologia, filosofia, insomma tutto lo scibile umano. A parte ciò su quell'uomo non trovai alcun altra informazione, in breve era lui stesso un mistero.
Dissi ad Elisabeth che avremo avuto un ospite a cena, poi decisi di fare quattro passi per schiarirmi le idee. Capitai di fronte all'ufficio di Sem, lo sceriffo, un uomo sulla cinquantina rude, ma capace. Ricopriva la carica di sceriffo da diversi anni, senza per altro essere eccessivamente occupato:il massimo che accadeva erano furti o qualche lite, nulla di più. Tuttavia quella mattina mi parve di percepire una certa agitazione, impressione che fu confermata da quanto seppi da Sem stesso.
"Perché tutto questo trambusto? Una ragazza è sparita nei boschi da ieri sera, secondo alcuni rapita dagli alieni, avrai sentito dei presunti avvistamenti. Comunque sia sto organizzando una spedizione di ricerca, puoi venire se ti va."
"Chi è la ragazza?"
"La figlia della signora Morrison, non so se la conosci."
"Vagamente. Forse c'è un uomo in città che potrebbe esserci d'aiuto."
"Chi sarebbe?
"Jim Garrison. E' un esperto di misteri e fatti anomali."
"Non crederai alla storia degli ufo."
"Da questa mattina ritengo più saggio non escludere niente, anche se assurdo in apparenza."
"Va bene, dove lo possiamo trovare?"
"Me ne occupo io, tu va' pure, noi vi raggiungeremo appena potremo."
Mi congedai da Sem, e mi misi alla ricerca dell'inquietante mister Garrison. Pensai che avrebbe potuto essere nel locale di Frank, rinomato in tutta la contea per la sua torta alle fragole e il suo sciroppo di more. Forte di questa mia intuizione attraversai la strada ed entrai nel locale, come al solito pieno di gente. Essendo l'unico luogo di ristoro degno di tal nome nella città, tutta la cittadinanza vi si recava a colazione pranzo ed alcuni irriducibili anche a cena. Senza contare i turisti che per le specialità sopra dette erano disposti a pagare dollari su dollari, insomma si poteva dire che Frank aveva un bel business. Dentro trovai conferma della mia intuizione, anche un personaggio lugubre e tenebroso quale era Jim Garrison non aveva saputo resistere alla tentazione di provare la torta e lo sciroppo. Si avvide subito della mia presenza, e mi fece cenno di sedermi accanto a lui.
"Lieto di rivederla, gradisce qualcosa, è tutto ottimo."
"Niente grazie. E' sempre interessato a vedere i luoghi dei presunti avvistamenti?"
"Certamente, avevo intenzione di andarci fra poco, il tempo di finire quest'ottima torta di fragole e questo succoso sciroppo di more. Perché me lo chiede?"
"Una ragazza è scomparsa in quella zona ieri sera. Lo sceriffo ha organizzato una battuta nei boschi, tuttavia ci sono alcuni che... ecco... sostengono...."
"Che sia stata rapita dagli ufo."
"Esatto."
"Beh è una eventualità da considerare. Lei sa dove si trova questo posto?"
"Sì certo."
"Bene allora andiamo."
Non so cosa mi fosse preso, fino al giorno prima di conoscere Jim Garrison e di apprendere la verità su mio padre avrei dato del folle a chi parlava di ufo, a chi sosteneva di esserne stato rapito e cose di questo genere. Ma oggi, oggi, inconsciamente volevo credere a quelle fantasie, e per quanto mi sforzassi di dimostrarmi scettico, mi rendevo conto che non facevo altro che ingannare me stesso. Era come se un nuovo me, un nuovo io, stesse nascendo e prendendo di forza il sopravvento sul vecchio io, forse era giunta la svolta della mia vita, era arrivato il tempo di cambiare.
Il posto in questione, che di per sé non aveva nulla di eccezionale, come del resto tutta quanta la città, distava una quindicina di minuti a velocità sostenuta. Normalmente era frequentato dalle coppie di fidanzati, per motivi che si possono immaginare, dato il suo isolamento. Jim contemplava l'ambiente attraverso il finestrino. Sembrava in ogni suo atteggiamento distante e assente, ma era anni luce lontano da quello stato, in realtà era fin troppo presente. La luce rischiarò il suo volto perennemente cupo, ma non lo illuminò più di tanto. La carnagione non era né troppo chiara né troppo scura, due occhi spenti in apparenza, ma vivi nell'osservazione scrutavano tutto quanto si mostrasse attraverso il vetro delle vettura.
La strada, mano a mano che si saliva si faceva sempre più dissestata, trasformandola in una questione pubblica in città. Era il cavallo di battaglia dell'opposizione municipale, ma fino ad ora si erano fatte tante chiacchiere, senza, come sempre nella politica, concludere alcunché.
Mi concentrai sul caso che ci attendeva. Era strano che una ragazza si fosse avventurata là da sola, ma a quanto Sem mi aveva detto era stata denunciata solo la sua scomparsa, un fatto che poi non era tanto rilevante, dal momento che alcune famiglie, quando i figli raggiungevano la maggiore età, finivano col non saperne più nulla, se non col dimenticarne addirittura il nome. Tuttavia se c'era qualcuno con lei o era scomparso anch'egli o, nell'ipotesi peggiore, ci si trovava di fronte ad una situazione ben più reale e quotidiana di rapimento da parte di alieni.
Dal momento che Jim se ne stava in silenzio presi io l'iniziativa di attaccare conversazione.
"Lei crede che la ritroveremo?"
"Se si tratta di un rapimento alieno è probabile di sì, anche se non è matematico che sia liberata. Ma non è mia abitudine affrontare una situazione pregiudizialmente. Il fatto che creda nel mistero non significa che centri sempre, come del resto Dio non entra in tutte gli aspetti della vita reale."
"Questo è pur vero."
"Mi fa piacere che capisca. Manca ancora molto?"
"No, siamo arrivati."
"I boschi contengono qualcosa di particolare?"
"A parte del buon legname nulla. Perché?"
"Ho fatto diverse ricerca su questa zona, ed ho scoperto che non è stata mai oggetto di avvistamenti ufo, né di altri fenomeni insoliti. Non ci sono neppure leggende locali?"
"No, niente di tutto questo. Siamo un posto tranquillo."
"Pure troppo forse."
"Che cosa vuol dire."
"Niente, era solo una considerazione."
Certo non era solo una considerazione. Quell'uomo, di qualsiasi cosa si trattasse, pareva sapere sempre qualcosa in più, che gli altri non riuscivano pienamente a intendere o ignoravano completamente. Così era anche per le sue polemiche con il mondo accademico. La maggioranza degli accademici rifiutava nettamente le sue teorie, tuttavia alcuni ritenevano che c'era qualcosa in quell'uomo che lo facesse stare dalla parte del giusto, ma era come se non fosse dato saperlo.
Posteggiai vicino alla vettura di Sem, che nel contempo s'era dato da fare, organizzando tre squadre di perlustrazione. Lo trovammo che stava studiando attentamente una mappa della zona.
Gli presentai Jim Garrison, che gli tese la mano, poi chiesi se c'erano novità.
"Nessuna purtroppo. Ho organizzato una serie di battute, ma finora nessuna ha avuto buon fine. Spero che il tempo regga, le previsioni prevedono cattivo tempo per il pomeriggio, il che renderebbe impossibile la ricerca.
"C'era qualcuno con la ragazza?"
"Per quanto ne so no, ma non è una certezza matematica signor Garrison."
"Mi chiami pure Jim, anche lei Robert. Un'altra domanda:il versante occidentale della foresta è abitato?"
"Da qualche boscaiolo, ma non appartiene alla nostra contea, e comunque è irraggiungibile a piedi."
"Grazie sceriffo."
Sem mi disse che fra cinque minuti sarebbe partito in esplorazione, e d'accordo con Jim decisi di parteciparvi.
"Perché gli ha chiesto del versante occidentale?"
"Curiosità Robert, solo curiosità."
Quella risposta non mi convinse, ma molto probabilmente sarebbe stato impossibile saperne di più ora, non restava che attendere il corso degli eventi.
Ci incamminammo nei boschi. La flebile luce solare filtrava appena attraverso gli alberi, ma abbastanza per consentire di vedere degli indizi, delle tracce che avrebbero potuto metterci sulla pista giusta. Jim scrutava attentamente il suolo, come tutti gli altri del resto, ma invano per ora.
A un certo punto Jim mi si fermò davanti, si chinò e raccolse un pezzo di stoffa, molto probabilmente di un vestito.
"Forse siamo sulla strada giusta Robert."
Procedemmo più speditamente, anche perché Sem, da ex taglialegna quale era, conosceva ottimamente la zona. Rinvenimmo altri pezzi di stoffa, che sembravano far parte di un abito color rosso. Poi, tra i diversi suoni emessi dagli uccelli, ci parve di udire una voce umana, che tentava di borbottare qualche parola di senso compiuto. Seguimmo quel suono confuso e vicino ad una radura trovammo la ragazza in uno stato pietoso.
Buona parte degli abiti erano strappati, e lei sembrava in preda ad una crisi isterica. Jim si fece avanti, invitandoci a starle lontano affinché potesse respirare.
"State indietro. Sceriffo ho bisogno di una coperta, e se può faccia portare pure una barella."
"Certo. Crede che sia fatta Jim?"
"Non ci sono buchi sulla pelle, e non sono sintomi dovuti a droghe. E' in preda ad un forte schock, ed ha la febbre molto alta."
Sem ordinò di far venire quanto richiesto, mentre la ragazza continuava a blaterare parole senza senso, riguardante degli uomini, ed una stanza verde, ma nessuno fu in grado di capire a cosa alludesse.
La barella e la coperta arrivarono tempestivamente. Vi caricammo sopra la ragazza e la portammo verso il punto di partenza. Un ambulanza era già lì che ci attendeva, e dopo avervi deposta la ragazza, partì a tutta velocità verso la città.
Sem le andò dietro, ci avrebbe fatto sapere qualcosa via cellulare.
Jim era piuttosto pensieroso e dubbioso.
Stavo per chiedergli a cosa stesse pensando quando due uomini ci urlarono di venire da loro.
"Che cosa c'è?" chiesi io.
Mi risposero di seguirli, e ci recammo poco più avanti da dove avevamo rinvenuto la ragazza. Uno spettacolo ben più terribile ci si parò davanti agli occhi.
Un corpo umano completamente mummificato giaceva disteso per terra, coperto da ogni sorta di insetti. Per un attimo, alla vista di quella scena orribile, mi sentii mancare, ma Jim, che invece era rimasto di pietra, mi afferrò per un braccio e mi sostenne. Poi si avvicinò al cadavere, che era orribile solo a vedersi, e frugò in quella che pareva essere una giacca color marrone. Ne estrasse un documento di identità e lesse un nome, che io per fortuna non conoscevo, ma che non suonò ignoto agli altri due.
"Mark Hammond! Mio dio non è possibile, l'avevamo visto giusto ieri. Aveva detto che sarebbe andato a caccia, cosa può essergli capitato?"
Era una domanda sensata, ma trovare una riposta altrettanto tale era cosa ardua, se non, almeno per ora impossibile.
"Ieri avete detto?"
"Sì, era mattina, saranno state le dieci più o meno."
"Una strana coincidenza."
"Questa è più che una coincidenza, è un fatto Robert, ma è un'altra la cosa che mi preoccupa adesso."
"Crede che la ragazza potrebbe trovarsi in pericolo di vita."
"Sia dannata la mia diffidenza, avrei dovuto considerare più attentamente quel messaggio."
Non sentii quasi niente di quello che Jim disse, visto che le pronunciò a bassa voce, come se si stesse confessando. Ma era evidente che sapeva qualcosa di più su tutta questa misteriosa ed inquietante faccenda. Il ritrovamento del cadavere del povero Hammond, non sembrava averlo stupito più di tanto, anzi parve una specie di conferma. Una conferma che dovevo assolutamente conoscere. Corremmo verso l'auto, e a tutta velocità ci dirigemmo verso la città. Non sapevo quanto tempo ci fosse, ma se lo stato in cui era la ragazza rappresentava i sintomi di quella crudele fine, il tempo stringeva. Tuttavia non potei evitare di pretendere da Jim maggiori delucidazioni e soprattutto fiducia, parola che sembrava ignorare completamente.
"Lei sa qualcosa che io non so Jim non è vero."
"E' vero."
"E dal momento che non si fida di me non ha intenzione di rivelarmela."
"Non fidarsi di nessuno è uno dei massimi corollari del sistema di Garrison, e del resto credo che neppure lei si fidi di me, anzi sono disposto a scommettere venti dollari, che non appena me ne sono andato dal suo ufficio, abbia cercato informazioni sul mio conto."
"Ha vinto, lo ammetto:volevo saperne di più."
"Bene allora credo che ora possa fidarmi di lei."
"Il suo modo di fare è paradossale."
"Non più di tanto:non fidarsi di nessuno è una frase che si presta a molteplici interpretazioni:la più semplicistica, e non per questo più errata, trova un fondamento molto pratico, nella salvaguardia della propria esistenza, e quindi potremmo definirla un comportamento egoistico;una seconda lettura può essere in chiave altruistica, poiché può rappresentare un mezzo per evitare il coinvolgimento di persone care, motivi per cui si evita di dirle tutto, ma queste pensano che sia un fatto di sfiducia, e non hanno tutti i torti;ma l'interpretazione piena, il significato più pregante è metafisico, anzi trascendentale:essa è la norma suprema, la legge "morale" che il mistero impone, e in quanto tu devi "kantiano" si colloca al di sopra di qualsiasi intenzione e imperativo ipotetico, è l'imperativo categorico del mistero e della verità. Non so se capisce."
"Non del tutto, ma credo di averne colto il senso."
"Quello che so riguardo a questa vicenda lo appreso da un messaggio anonimo inviatomi via e-mail, che riportava una notizia piuttosto vaga su di una base, le cui finalità ignoro, che si troverebbe nella parte occidentale di queste foreste. Il fatto che siano scomparse due persone, una delle quali trovata morta e che la zona in questione è deserta, ha contribuito a rivalutare quel messaggio, ma le verità è ancora lontana, ed è mio compito raggiungerla, prima che essa scompaia nella notte in cui tutte le vacche sono nere, per utilizzare una citazione illustre."
Era qualcosa di straordinario ascoltare Jim mentre parlava. Aveva una dote, assai rara, ma anche alquanto antipatica, di esprimersi in termini categorici. Era come un ipse dixit, che mascherava o cercava di attenuare volutamente, affinché risaltasse ancor più. Qualsiasi fosse stato l'oggetto della discussione, lui era sempre persuasivo e soprattutto assoluto. Non c'era modo di contraddirlo, e ciò risultava evidente dalla dispute accademiche:da un articolo che avevo trovato risultava che aveva fronteggiato una decina di egittologi nell'ambito di una disputa sulle origini delle piramidi. Jim sosteneva che esse non fossero opera degli Egizi, bensì di un altro popolo. Naturalmente i poveri accademici erano di tutt'altro avviso, e così ne era nata una discussione che li impiegò per più di tre ore. In quelle tre ore, Jim, adducendo fatti, calcoli matematici e geologici e dati astronomici, era arrivato a sostenere tale tesi, infondendo ad ogni concetto un tale forza dialettica da risultare indiscutibile. La platea stessa, di studenti e professori, piegata e al tempo stesso irritata dalla assolutezza fanatica con cui Jim, instancabilmente portava avanti il discorso, incurante delle continue osservazioni dei suoi avversari, chiese di sospendere la conferenza, oramai degenerata in una vera e propria guerra di pensiero. Jim allora, come se nulla fosse accaduto, si alzò dalla sedia, ringraziò per l'ascolto, salutò e uscì come l'uomo più tranquillo del mondo, dimostrando una certa protervia, ma anche una determinazione che sembrava trovare un fondamento più che concreto. Come ho già detto emergeva da tutti i suoi interventi il fatto che Jim pareva realmente sapere qualcosa in più degli altri, i quali però non capivano, forse perché l'assoluta assolutezza di Jim implicava uno sforzo enorme per essere penetrata. Ed era questo che mi spaventava. Il fatto che avesse ideato un vero e proprio sistema filosofico, non soltanto investigativo, fondantesi su leggi e corollari, per comprendere qualcosa che ai miei occhi appariva come del tutto asistematico, rivelava che bisognava essere dei fedeli più che degli scienziati, ma fedeli ortodossi, per non dire fanatici, visto che Jim non affermava di esserlo, in quanto il fanatismo è perdita di misura, ma forse lo era al punto che la misura era proprio il fanatismo. Ciò appunto mi spaventava, ed aveva spaventato mio padre, che purtroppo non me ne parlò ma né lo fece mia madre, credendo che non ne avrei avuto mai bisogno, ma ora, eccome se ne avevo bisogno! Dovevo compiere una scelta, non una come tante, una scelta categorica e definitiva, assoluta, poiché una volta che sarei entrato nel sistema di Garrison avrei rischiato di cadere in un abisso, senza alcuna possibilità di risalita.
"A cosa pensa Robert?"
"Problemi esistenziali credo."
"L'uomo perde buona parte della vita a pensare all'esistenza, senza concludere con nulla di concreto o di positivo. In linea di massima è una perdita di tempo, anzi uno spreco, visto che non si vive in eterno, se non si è credenti naturalmente."
"E lei crede in una vita eterna?"
"Certo, ma non è quella religiosa."
"Ossia?"
"Glielo spiegherò in un altro momento, siamo arrivati."
Il Memoria Hospital era il fiore all'occhiello dell'amministrazione civica della città. Dotato dei mezzi più avanzati, era il punto di riferimento anche per le città vicine. L'èquipe medica era delle migliori che si potessero trovare, grazie al campus medico, voluto dall'amministrazione.
Sem ci stava aspettando davanti alla porta d'ingresso, e dal volto che aveva dedussi che era accaduto il peggio, ossia che la povera ragazza aveva fatto la stessa fine del robusto boscaiolo.
"Ho delle brutte notizie signori."
"Anche noi sceriffo."
In breve Jim mise al corrente Sem del nostro ritrovamento, lasciandolo, come ovvio, di sasso.
"Lei ha qualche ipotesi su tutto ciò?"
"Ipotizzare non è il mio forte sceriffo, e comunque sia, non ho ancora un'idea precisa."
"E' sicuro di non nascondermi nulla?"
"Se non si fida di me può sempre chiedere a Robert."
Detto ciò Jim entrò all'interno. Sem mi trattenne e mi chiese conferma di quanto gli era stato raccontato. Da buon discepolo non feci altro che ripetere le parole del maestro, che rappresentavano sostanzialmente la verità, se si esclude l'omissione della base, tutto sommato giustificabile, data la sua natura fantomatica, per quel poco che ne sapevamo.
La stanza in cui Helen era stata ricoverata era la quarantadue. Il corpo era pressappoco nello stesso stato del povero taglialegna. Alla vista di quel corpo, uno spettacolo a cui era difficile farsi avvezzi, mi sentii nuovamente mancare, come tutti gli altri del resto, se si esclude quella maschera di ghiaccio che era Jim.
Il dottor Porter, uno dei migliori medici dell'ospedale, non seppe fornirci grosse spiegazioni sulla causa di quel misterioso decesso. Jim si avvicinò al letto, per tentare di esaminare il corpo, che tra l'altro aveva anche un'incredibile velocità di decomposizione.
"Quando è morta?"
"Da circa mezzora. E' stato orribile, non ho mai visto un organismo decomporsi e ridursi in questo stato con una tale rapidità. In meno di cinque minuti, si è trasformata in una mummia."
"Ciò rivela che il processo è molto rapido, ma non significa che non possa essere legato ad un fatto naturale."
"Vale a dire?"
"Dal momento che abbiamo ritrovato un corpo nelle medesime condizioni, nella medesima foresta, dottore, il responsabile della morte potrebbe essere un batterio, o comunque qualcosa che si trovi nella foresta."
"Non ci sono dati sufficienti per suffragare questa sua ipotesi, che potrebbe tuttavia essere fondata."
"Non avete compiuto alcuna analisi sulla ragazza, prima che si riducesse in questo stato."
"Le abbiamo prelevato del sangue, per accertarci che non avesse ingerito medicinali o droghe."
"Dio la benedica dottore. Lo avete già analizzato?"
"E' in laboratorio, possiamo cominciare subito."
Jim sembrava aver messo la quinta, mentre io ero sempre più ignaro della situazione. Non possedevo ancora un'idea precisa dei fatti, ma soltanto piccoli pezzetti, che messi assieme non formavano un mosaico chiaro. Sem si era messo nelle mani della scienza di Porter, più che nella filosofia del mistero di Garrison. Comunque sia forse il sangue avrebbe potuto far più luce su tutta quella abbindolata matassa. Prendemmo il corridoio per raggiungere il laboratorio, che era ubicato in fondo. All'interno della stanza v'era un'infermiera, che il dottore riconobbe come Alicia.
"Da questa parte signore, teniamo tutti i prelievi di sangue in una stanza a sé, per evitare confusione."
"Avete un bel laboratorio dottore."
"La ringrazio, è costato molto, ma siamo in grado di svolgere anche le analisi più accurate."
Porter si avvicinò al portaprovette, ma non trovò quella di Helen.
"Infermiera, ha preso lei la provetta numero sessantacinque."
"No, è venuto un agente del FBI, l'ha presa lui, ha detto che si occupava lui del caso."
"Un agente del FBI un accidenti!" urlò Jim, precipitandosi poi nel corridoio.
Si voltò prima a destra, poi a sinistra quindi lo sentimmo gridare.
"Si fermi!"
L'uomo incominciò a correre verso l'ascensore, e altrettanto fece Jim, e noi dietro a seguirlo, ancora ignoranti di quanto stessa accadendo. Sem si avvicinò a Jim, il quale gli disse:"Sceriffo, come avrà capito quel tizio non è un agente..."
"E allora chi diavolo sarebbe?"
"Chiunque sia, forse sa qualcosa, anzi sa certamente qualcosa."
L'uomo riuscì a prendere l'ascensore, le cui porte si chiusero proprio davanti alla faccia di Jim
"Maledizione! Le scale presto!"
Ci gettammo a precipizio giù per le scale. Jim sfoderò una Magnum, al che Sem chiese:"Spero abbia un permesso per usare quel cannone?"
"Le dispiace se ne parleremo dopo."
Arrivammo giù che le porte dell'ascensore s'erano appena spalancate. Il misterioso individuo era appena uscito dall'ospedale, ma non sembrava avere più molte vie d'uscita.
"Si fermi o sparo!" gli intimò Jim, che per far capire che non stava scherzando sparò un colpo in aria. L'uomo s'arrestò di botto, e alzò le mani.
"Era proprio il caso di sparare?"
"Non avevo più voglia di correre sceriffo, inoltre volevo che sapesse che facevo sul serio."
Sem ammanettò l'uomo, mentre Jim gli frugò nelle tasche, recuperando la provetta.
"Forse saprà dirci cosa c'è di tanto importante in questo campione di sangue, ma soprattutto chi o cosa è dietro a questo faccenda."
Sem lo stava per caricare in macchina, quando d'un tratto Jim, avvedutosi per primo di un'automobile nera che si avvicinava a grande velocità, gridò:"A terra! Tutti a terra!"
Immediatamente una serie di colpi investì l'area in cui ci trovavamo. Jim si cacciò a terra, e altrettanto fece Sem, ma il nostro prigioniero, non ebbe i riflessi tanto pronti. Poi Jim s'alzo, incurante dei colpi che piovevano, e che sembravano evitarlo, come se fossero intimoriti dalla sua presenza. Risfoderò la pistola e esplose un paio di colpi, che colpirono solamente il fanale dell'auto, che oramai, approfittando del fattore sorpresa s'era allontanata.
"Pazzi sono coloro che credono che bastino un paio di colpi per fermarmi!" disse con tono sprezzante Jim.
"Lo saranno pure Jim, ma certo il nostro amico l'hanno fermato per sempre."
"Abbiamo la provetta, che deve celare qualcosa di grosso, visto tutto questo trambusto, sceriffo."
Sem frugò all'interno della giacca del fu prigioniero, e ne tirò fuori quella che di primo acchito pareva una tessera del Bourreau.
"Mi faccia veder sceriffo" chiese Jim.
Sem gliela porse, io mi avvicinai a lui per osservare.
"Albert Garrison, agente operativo. Un falso molto ben fatto, ma falso. Il nostro cadavere non è del FBI, ma questo ormai ha poca importanza."
"Forse potremmo identificarlo con le impronte digitali."
"Tenti sceriffo, per quanto mi riguarda ho intenzione di esaminare questo sangue e scoprire che cosa cela. Robert avrò bisogno del suo aiuto."
"Le farò sapere Jim."
Entrammo nell'ospedale. Il volto di Jim, per quanto una maschera d'imperturbabilità, non poteva celare il fatto che la sua mente fosse in piena attività, anzi sembrava essere a conoscenza, come sempre, di qualcosa in più degli altri.
Io non avevo le idee molto chiare. Più si andava avanti più la trami si complicava. Non capivo come Jim potesse muoversi, in modo così assoluto, in un campo in cui la parola certezza era come una bestemmia. Nessun fatto sicuro, l'impossibilità di fidarsi di chiunque e di qualsiasi cosa. Occorreva forse soltanto la fede nell'ignoto, per riuscire a sopportare tutto ciò.
"Lei ha qualche idea su quanto è accaduto."
"Crede sempre che conosca qualcosa che gli altri ignorano?"
"Dà sempre quest'impressione."
"Beh, Robert, posso dirle in base agli eventi che non si tratta di alieni in senso pieno, ma con degli alieni in senso lato sì:ossia esseri umani alienati."
"Suppongo che chiederle che cosa voglia dire sia una domanda inutile?"
"Perfettamente. Una domanda che non ha risposta non è degna di essere domandata."
"Resterò nell'ignoto allora."
"Non disperi Robert, tutti sono nell'ignoto, me compreso, sempre e ovunque. Se tutto fosse palese sarebbe inutile vivere."
Così dicendo spalancò la porta del laboratorio, dove Porter ci attendeva pronto per analizzare il sangue.
Sottoponemmo lo zero negativo a diversi test, e dovemmo aspettare per una buona mezzora prima di avere i risultati delle analisi.
Porter pose a Jim il foglio con i risultati che lesse attentamente.
"Un virus non identificato Eh?"
"Proprio così, non siamo riusciti a classificarlo. Temo che sia questa la causa del decesso."
"Penso che abbia proprio ragione."
"Credete che ci sia il rischio di un'epidemia?" domandai io, da profano qual ero di medicina.
"E' difficile dirlo con questi dati a disposizione:ignoriamo come il virus si propaghi, si riproduca e via dicendo."
"Il signor Garrison ha ragione Robert, senza conoscere di più il nemico non possiamo che fare congetture."
"Prima delle quali è senz'altro che il virus non si diffonde per via area, altrimenti avremmo dovuto registrare altri decessi. Avete riscontrato punture di insetti o altri animali sul corpo della ragazza prima che si tramutasse in cadavere?"
"No."
"Siamo daccapo allora."
No, non lo eravamo affatto. Ebbi la sensazione che Jim attraverso quella domanda cercasse qualche conferma ad un ipotesi che aveva precedentemente elaborato e che aveva a che fare con quelle frasi sibilline che mi riferì nel corridoio. Cosa volevano dire?
"La storia si infittisce Jim, a quanto sembra. Non capisco come lei riesca a muoversi in campo inconsistente come è questo."
"In questo genere di lavoro anche l'inconsistente è già qualcosa. Non si deve procedere su ciò che è dato, ma sul non dato, su quello che a prima vista possa apparire un particolare insignificante. Seconda legge di Garrison:dopo aver esaminato tutto il campo del possibile, ciò che rimane, anche se improbabile, deve essere la verità."
"Un lavoro paziente."
"Non sempre:occorre tempismo, bisogna essere pazienti, ma al tempo stessi pronti e rapidi, saggi, in un parola."
Non chiesi a Jim se aveva qualche cosa in mente, sarebbe stata una domanda inutile. Forse voleva mettermi alla prova, voleva vedere se ero in grado di capire quel modo di pensare che ai più pare aberrante. Insomma probabilmente non c'era proprio nulla da sapere in più, ero io che non riuscivo a connettere i diversi elementi raccolti.
Andammo da Sem per riferirgli quanto avevamo scoperto sul sangue di Alicia. Le brutte notizie che portammo, furono compensate da altrettante brutte notizie.
"Anch'io non sono venuto a capo di nulla. Il tizio che hanno ucciso è un certo Pedro Ramirez, un colombiano, una sorta di mercenario, un killer di professione. Erano in parecchi a ricercarlo."
"Talmente tanti che nessuno si è accorto di averlo in casa, eccetto quegli che l'hanno prima aiutato ad entrare negli Stati Uniti, e poi ucciso per evitare che rivelasse qualcosa che avrebbe potuto comprometterli. Sicuramente abbiamo a che fare con un'organizzazione grande e molto ben strutturata."
"Comunque sia le indagini sono al classico punto morto."
"Forse non del tutto sceriffo."
"Si spieghi meglio."
"Sono convinto che le diverse morti sono connesse con la presenza di una base segreta nella parte occidentale della foresta, e che non siano affatto casuali."
"Le ho già detto che in quella zona non c'è anima viva, e poi come può affermare con sicurezza che vi sia una base?"
Jim pose allo sceriffo il messaggio anonimo che aveva ricevuto. Sem era un uomo molto concreto, come ogni poliziotto, per cui non ritenne sufficiente un messaggio e una serie di congetture e coincidenze per dar a ragione a Jim, che tuttavia non si ostinò più di tanto.
"Comunque sia, lei è libero fare ciò che ritiene giusto Jim, l'unico aiuto che posso darle è qualcuno che conosca la strada."
"Non sarà necessario Sem, andrò io con lui."
Jim si voltò di scatto, non mi disse nulla, ma mi fece capire che avremo dovuto parlare.
Ci congedammo da Sem, e uscimmo in strada. Mi invitò a sedermi su di una panchina.
"Lo sa Robert, fu proprio così che iniziò la mia amicizia con suo padre, da una panchina nel Central Park."
"Suppongo che debba dirmi qualcosa?"
"Esatto:non è necessario che corra altri rischi, questo non è il suo lavoro."
"Ma vorrei che lo fosse, e la prego di non rispondermi nuovamente di no."
"Lei è tenace, e ciò è positivo in una persona. Se proprio è questo che vuole io sarò lieto di averla come amico e come collega, ma prima di decidere, mi deve promettere che ci penserà su, e che ne parlerà con chi deve, poiché, suppongo, che tra lei ed Elisabeth vi sia di più che una semplice amicizia."
"Infatti, vorremmo sposarci prima o poi."
"Ne sono contento. E' raro oggi trovare persone unite da legami e sentimenti sinceri e forti, in un mondo dominato dal suo gretto materialismo, dalla volgarità e dalla cultura di massa. Perciò è un motivo in più per riflettere attentamente prima di scegliere."
"Farò quanto mi chiede, ma credo che sia venuto il tempo per entrambi di cambiar vita."
"Non si lasci sedurre Robert:cambiare spesso non significa migliorare, e sovente la felicità deriva dalle piccole cose più che dai grandi eventi o dalle grandi vittorie. Ma si ricordi che, quando avrà scelto, avrà scelto eticamente, e non ci sarà più possibilità di tornare indietro;suo padre è stato un caso che non potrà ripetersi."
Non chiesi ragione di quell'ultima affermazione. Mio padre oramai era morto da un paio d'anni, e mia madre da un anno, e con essi il loro misterioso passato. Per me era giunto il tempo di smettere di vivere dei ricordi, e di iniziare a guardare il futuro, che, non so per qual ragione, vedevo sempre più legato a Jim oltre che ad Elisabeth, anzi mi interrogavo se avessero potuto armonizzarsi quelle mie così disparate attrazioni.
"Bene - dissi - se ora vogliamo andare, riusciremo ad arrivare nel primo pomeriggio."
Jim acconsentì con il viso.

Per raggiungere la parte occidentale della foresta, ci sarebbe voluta una buona ora. Non ero del tutto convinto che avremo trovato qualcosa di interessante, ma Jim pareva certo che il messaggio, a cui in un primo tempo non avevo data fiducia, ora, in virtù degli eventi, fosse meritevole di verifica.
"Perché non ha insistito più di tanto con lo sceriffo?"
"Mi aspettavo la reazione dello sceriffo. Indubbiamente è un poliziotto capace, ma come tutti i poliziotti difetta di fantasia, che è un elemento indispensabile in ogni campo. Tuttavia è un uomo intelligente, molto di più di certi dottori del sapere, arroccati nei loro bastioni dottrinari, pronti a cannoneggiare tutti quelli che reputano pirati della loro scienza."
"Pensa veramente che esista una base?"
"Vale la pena di controllare. Tuttavia, alle luce degli ultimi accadimenti, temo che la vicenda sia destinata a macchairsi di tinte fosche."
"Cosa vuole dire?"
"Credo che la ragazza e il taglialegna siano vittima di esperimenti condotti in questa ipotetica base, e il tentato furto della provetta può essere addotta come prova. Nessuno poteva sapere del virus, eccetto i suoi creatori."
"Vorrebbe dire che qualcuno ha creato consapevolmente il virus?"
"Consapevolmente o no non saprei, ma di certo potrebbe essere usato consapevolmente."
"A che scopo?"
"La nostra missione non è quella di formulare domande, ma di cercare risposte a tali domande, poiché soltanto allora esse avranno dignità di domanda, e soltanto allora potranno essere poste."
"Deduco che sia una delle massime di Garrison?"
"Secondo corollario del sistema di Garrison."
Jim guardò attraverso il finestrino. Il panorama era costituito da boschi, di castagni e querce, intervallati da qualche piccolo spiazzo per i picnic, nella stagione estiva.
"Certo qui la natura la fa ancora da padrona."
"Già, ma non credo durerà per molto. L'amministrazione civica ha intenzione di dare in appalto le foreste ad un cantiere, per poter racimolare un po' di soldi."
"Distruggendo tutto ciò?"
"Il progresso impone sacrifici, si dice così no?"
"Il progresso che distrugge la natura, che inquina con i suoi gas tossici il pianeta, che apre i buchi nell'ozono, che si arroga il diritto di scegliere per tutti, affermando cosa e giusto e cosa è sbagliato. Il progresso che ci dice che non si posson sperimentare tecnologie alternative, come automobili alimentate diversamente, perché avrebbero costi troppo elevati e sono ben lungi dal poter aver un'applicazione pratica. Ma è lo stesso progresso che lavora per le grandi compagnie automobilistiche e petrolifere, lo stesso progresso che lavora per le grandi ditte farmaceutiche, che è capace di vendere medicinali identici modificandone soltanto il nome, trascurando di concentrare la ricerca ove sarebbe necessario, adducendo come pretesto che mancano i fondi, che non vi sono più sovvenzioni, ma che può permettersi il lusso di produrre medicinali inutili, già esistenti, per il mero profitto. Che importa che gli uomini muoiano, che le malattie endemiche che affliggono il mondo sottosviluppato prolifichino, provocando la morte di bambini, donne e anziani. E' lo stesso progresso che predica il disarmo, e che prostituendosi indotto dal denaro dei paesi ricchi, mette al lor servizio i sui uomini e scoperte per ricercare armi sempre più potenti e letali, per far sì che il proprio paese sia sempre superiore, incurante che la sua missione è quella di essere al servizio dell'umanità di tutta quanta, qualche sia la razza, la lingua, la religione, la cultura. Esso dove contribuire all'avanzamento tecnologico, morale e civile dell'uomo, come è implicito nel suo stesso nome. Tutto ciò che nega questi principi non è degno del nome progresso, ma di abominio intellettuale, morale e culturale. Questo gli uomini nel corso dei secoli hanno inteso e intendono come progresso.
Così parlò Jim Garrison.

Da qualche parte in qualche città...

"Quali sono le novità?"
"Il tentativo di recuperare la provetta è fallito;l'incaricato, secondo la direttiva per la sicurezza, è stato eliminato. Non ci sono pericoli."
"Tuttavia la provetta è rimasta nelle mani di Garrison, che potrebbe essere venuto a conoscenza del virus. Potrebbe diventare una minaccia, se non lo è già."
"Avrebbe tra le mani un virus non ancora identificato e niente più. Non è il caso di trasformarlo in un martire prima del martirio."
"Si è scoperto il responsabile della fuga di notizie sulla base?"
"Sì, il problema è stato risolto."
"E la base, Garrison potrebbe sospettarne l'esistenza?"
"La squadra speciale ha provveduto ha rimuoverla. E' stato tutto trasferito altrove."
"Eccellente. Noi non ci siamo mai incontrati."
"Naturalmente..."


La fantomatica base si sarebbe dovuta trovare in una delle tante valle riarse. Jim consultò la cartina e mi raccomandò di svoltare a sinistra, tra circa un paio di chilometri. La strada che ci attendeva non era definibile come tale. Si trattava in realtà di uno sterrato, percorso più che latro da mezzi pesanti, atti alla lavorazione e la trasporto del legname. Le foreste si estendevano per buona parte della valle, tuttavia in alcuni punti era la terra bruciata a sostituirle.
"Se si tratta di una base altamente segreta, come è possibile che qualcuno, come il misterioso autore del messaggio, ne conosca l'esistenza?"
"Un segreto è tale quando ne è al corrente una sola persona, quando al contario è conosciuto da due poche sono le probabilità che resti tale. Primo principio di Garrison."
Rimasi scettico. Trovavo quanto mai insensato che il governo o chi per esso avesse potuto costruire una base segreta, dedita a ricerche altrettanto segrete. In secondo luogo, pur ammettendo in linea di principio tale ipotesi, non c'era alcun elemento probante che ne dimostrasse l'esistenza, se si eccettua un messaggio anonimo ricevuto tramite posta elettronica.
Impiegammo un buon quarto d'ora per arrivare al posto, sottoponendo le sospensioni della vettura a uno sforzo terribile, ma tuttavia rivelatore che il meccanico aveva fatto un buon lavoro, e s'era guadagnato il centone che aveva chiesto. La zona era deserta. Un capannone semi diroccato sembrava l'unica traccia di civiltà. Jim scese per primo, ed estrasse la pistola, indi mi ordinò di stargli dietro. Avanzammo verso il capannone con circospezione, guardando continuamente in tutte le direzioni. Arrivammo alla porta, ubicata sul lato destro, e dopo esseri rivolti nuovamente intorno, non scorgendo e udendo alcun movimento sospetto, lentamente Jim aprì la porta, cercando di fare il minor rumore possibile. Aprendosi scricchiolò in modo sinistro.
La tensione di quel momento si estinse quando fummo dentro. Vuoto, completamente vuoto, se si escludono un paio di vecchi bidoni della benzina.
"Sembra che questa volta gli spettri che rincorro mi abbiano raggirato."
"Mi pare evidente."
"L'evidenza è tale soltanto per chi la considera tale. Niente è come sembra, secondo corollario di Garrison."
Corollario o non corollario in quel posto non c'era alcuna base, e tutto sommato ero contento di ciò, poiché mal sopportavo che qualcuno avesse potuto impiantare sotto gli occhio miei e di tutti gli altri una base segreta, senza che mai nessuno avesse a sospettarne l'esistenza. Avrebbe indicato, che invece di badare alle cose serie della realtà, eravamo come addormentati in un sonno profondo, che da un certo punto di vista ci andava bene accettare. Tuttavia Jim non era convinto. Si mise alacremente a cercare in ogni dove, non trovando, come è ovvio, nulla, poiché non c'era alcunché da ritrovare o scoprire.
"Credo che possiamo andarcene Jim."
"Sì certo" mi disse sospirando.
Risalimmo nella vettura e riprendemmo la strada verso casa.
Durante il viaggio Jim non proferì una parola, e non saprei dire se dipendesse dal fatto che, per una volta nella sua vita aveva avuto torto, o perché stesse cercando di elaborare una diversa lettura dei fatti. Dal canto mio, convinto che il messaggio era soltanto il frutto di qualche mitomane, avevo rivolto la mia attenzione su quello che restava il problema centrale dell'intera vicenda:le due misteriose morti del taglialegna e della ragazza, e quella meno misteriosa nella modalità, ma altrettanto inspiegabile del killer. L'ipotesi di Jim poteva essere anche plausibile, ma non avendo ritrovato alcuna traccia della base, né altri indizi che potessero fornire spiegazioni sul virus e sulle morti, restava solo un'inquietante congettura.
Arrivammo in città che erano circa le sedici.
"Può indicarmi un motel dove passare la notte?"
"Certo:prenda la strada sulla destra, e vada dritto per un paio di metri;troverà il Ritz Motel."
"La ringrazio."
"L'aspetto a cena per le venti allora?"
"D'accordo, a stasera."
Scese dall'auto, e fece quanto gli dissi. Guardai la sua imponente e misteriosa figura finché non scomparve dietro l'angolo della strada, poi riacceso il motore me ne andai a casa.
Jim Garrison rimase solo, una condizione a cui era avvezzo. Salì le scale del motel, aprì la stanza 114, in quante era stato con quel medesimo numero? Stranamente non lo ricordava. La sua mente era distratta, da cosa? Non dal caso a cui indagava, uno come tanti, né peggiore o migliore, non era quello che lo distraeva, erano pensieri del passato, fantasmi che ognuno si porta dietro, sempre, anche quando ci si illude che sono scomparsi.
Sto facendo la cosa giusta? Vent'anni fa un uomo venne a chiedere lavoro da me, ignorava che genere di lavoro fosse, e quando lo seppe, fu prima entusiasta, poi passati alcuni anni, conosciuta la realtà con cui doveva combattere, una realtà che non può neppure dirsi tale, perché in quel lavoro non esiste, essa è un ombra, una proiezione delle coscienza umana, che serve a rassicurare. E quando la coscienza perde tale certezza, allora l'uomo precipita e decade, e se non è abituato, e se non si abitua a vivere nelle tenebre, in una caverna senza uscita, allora si rende conto di aver sbagliato e ha paura del lavoro e di chi glielo ha offerto. Fu un errore, un errore che commisi perché anch'io avevo bisogno di esorcizzare, attraverso un altro quel mondo, ma non era possibile, non è possibile. Io vivo delle tenebre, sono la tenebra, e solo io comprendo questa mai dimensione dell'esistenza, orribile, squallida, folle, ma troppo affascinate, troppo vitale per essere abbandonata. Abbandonandola mi perderei nel grigiore della massa, diverrei uno dei tanti si dice, sarei una chiacchiera, la mia ricerca si ridurrebbe a curiosità, perderei il mio essere, che è al tempo stesso un non essere, e diverrei il non essere dell'essere, il nulla passivo, finendo col cadere nel tedio. Tutto ciò io storno! Troppo vuota o falsamente piena è tale esistenza, io amo l'orrore, la notte, la verità che si cela nella parvenza del mondo, questo io amo, e amerò. Ma ora un altro dilemma mi si pone:un altro uomo, ignaro di tutto ciò vorrebbe penetrare in questa macabra esistenza, preferendola alla luce e alla vita. Ma mi chiedo:potrà resistere? Cadrà come è caduto suo padre? Mi temerà come lui? Ora forse mi stima, non mi teme, ma sarà sempre così, o finirà col rendersi conto chi sono io, meglio che cosa sono, e di fronte a tale rivelazione, spaventato, impressionato, fuggirà via da quell'abisso in cui è voluto scendere. Non posso errare di nuovo, troppo è in gioco:non soltanto me stesso, ma la vita di un altro, perciò non devo commettere errori. Forse è tempo di ritentare, ma con più cautela, con maggior segretezza, rivelando i segreti che io celo a poco a poco, e insegnandogli, non ad amare questa follia, ma a capirla, o quanto meno accettarla. Sì, così è giusto fare.

Così pensò Jim Garrison.

Prima di andare a casa decisi di passare in ufficio, per assicurami che nel contempo non ci fossero casi a cui lavorare, ma anche e soprattutto per pensare alla scelta che avrei dovuto prendere. Non ero solo io in ballo, ma anche la mia amata Elisabeth, che se da un lato ardeva lasciare questa cittadina, dall'altro non sarei proprio riuscito ad immaginarmi la sua reazione a quello che avevo intenzione di fare, perché era chiaro che non si trattava di un lavoro come un altro. Avrei investigato l'ignoto, per il quale Jim sembrava avere un'attrazione quasi disumana e inquietante, ma tuttavia non so come mi aveva insegnato che al mondo non tutto è limpido, né così ovvio come sembra. Ignoro i motivi che spinsero mio padre ad abbandonarlo, e il fatto stesso che Jim abbia fornito soltanto risposte oscure e allusive, stava a significare che doveva trattarsi di una ragione decisamente grave. Con questi pensieri mi trovai di fronte alla porta del mio ufficio. Presi la chiave dalla mia tasca destra, e infilatala nella serratura, dopo tre giri, la porta s'aprì. Mi sedetti alla scrivania, dondolandomi con la sedia contro il muro, assumendo la classica posizione ed espressione del detective. Premetti poi il tasto della segreteria telefonica, sulla quale era inciso un solo messaggio.
"Ho delle informazioni sul caso che sta seguendo. Devo vederla al più presto."
La voce fece sapere il suo indirizzo, a Washington D.C., e appuntai i restanti dati su di un pezzo di carta. Non avrei saputo affermare con certezza se avesse potuto trattarsi di uno scherzo, ma mi sembrò saggio lasciarsi aperta anche l'ipotesi che fosse una cosa seria, e forse Jim, avrebbe potuto saperne di più. Abbandonati tutte le mie meditazioni, mi precipitai nell'auto, e a tutta velocità mi recai verso casa, dimenticando per poco, che avrei dovuto parlare con Elisabeth per sapere la sua opinione sul da farsi.

Più puntuale di uno Svizzero o di un Tedesco, Jim busso alla porta spaccando il secondo. Mi saluto con molta affabilità, e altrettanto fece Elisabeth, rivelando un altro aspetto singolare e straordinario della sua persona:era come se in quell'uomo convivessero una serie di opposti (affabilità-diffidenza innata verso il genere umano), tenuti insieme da un'ineffabile sintesi, che pareva impenetrabile, o tale voleva sembrare. Parlai del messaggio a Jim che mi disse che lo avremo ascoltato dopo cena, per evitare che ci andasse indigesta.
Elisabeth s'era data molto da fare tra i fornelli, campo in cui la faceva da padrona in tutta la città. Quando si trattava di cucinare per feste, cerimonie pubbliche, a lei la cittadinanza si rivolgeva. E lei ripagava quello loro smisurata fiducia, con pranzi deliziosi, raffinati ed originali.
Jim trovò il cibo ottimo, e si dilungò in una serie di complimenti, che tuttavia non misero in imbarazzo la mai Elisabeth, che pareva refrattaria a qualsiasi tipo di lusinga, una qualità che avrei voluto avere, ma che, ahimè, non possedevo affatto. Bastava soltanto citare il mio nome perché fossi colto da imbarazzo.
Passammo nel salotto, ed ivi, feci ascoltare la registrazione della telefonata a Jim. Porse grande attenzione al messaggio, come se, dal tono della voce, volesse capire quanta verità era nelle parole del misterioso interlocutore. Quando quella voce gutturale ebbe finito di parlare, Jim rimase in silenzio per un attimo, poi risoluto come non mai, mi comunicò la sua intenzione di andare ad Washington.
"Vengo con lei, formiamo una squadra adesso."
"Ne è proprio sicuro Robert?"
Stavo per rispondere, ma fu Elisabeth a farlo per me:"Siamo sicuri Jim, è tempo di cambiare."
"Sia fatta la vostra volontà allora."
Si frugò nella tasca sinistra della giacca, e dopo qualche secondo tirò fuori quello che pareva un distintivo.
"Lei è la seconda persona che ha l'onore o il disonore di portare addosso il distintivo della M.I.A."
Notai che sul tesserino era già stato stampato il mio nome, e non sapendo spiegarmi come, mi voltai verso Jim con aria perplessa.
"Diciamo che ho avuto un'intuizione, era come se sapessi, anche prima di conoscerla, che avrebbe finito col lavorare con me;una sorta di eredità genetica se mi passa l'espressione."
"Diciamo pure così" conclusi, senza chiedere altre spiegazioni, che difficilmente avrei avuto. Forse era meglio rimanere nel mistero, non correre, essere cauti, l'esperienza di mio padre, tante volte ricordatami da Jim, era un monito da tenere sempre a mente.
Tornammo a discorrere della telefonata.
"Non pensa che possa essere un altro scherzo?"
"Lei è sicuro che anche il messaggio della base fosse uno scherzo?"
"Non abbiamo trovato nulla, la minima traccia."
"E' proprio il non trovare nulla che in questo mestiere rivela la buona strada. Comunque se vuole una risposta, abbiamo a che fare con un segreto verticistico, protetto da organizzazioni di alto livello."
"Potrebbe essere una trappola."
"Noi siamo troppo esposti, è uno dei pochi vantaggi che deriva dell'essere popolari;non è il caso di creare due martiri Robert;chi ha telefonato rischia la vita, ed è un peccato che non sia possibile partire questa sera stessa."
"Deduco che voglia prendere il primo volo di domani?"
"Esattamente. Bisogna essere tempestivi, e sperare di non esserci mossi troppo tardi. Si è fatto tardi, ed è meglio andare a dormire, domani potrebbe aspettarci una giornata dura. Buona notte Robert, Elisabeth."
Elisabeth lo accompagnò alla porta, e rivolse a Jim alcune parole sottovoce, che a stento riuscii a sentire:"Da quel che ho capito, in gioco c'è la vostra stessa vita, non è così Jim?"
"E' un lavoro questo, dove la morte diviene una cara compagnia, la sua presenza può giovare a vivere in un certo senso. Ma se è di Robert che si preoccupa, non se ne dia pensiero:è intelligente, e non permetterò che si esponga troppo, deve ancora imparare ad amare il mistero, ma soprattutto, ad accettarlo. Ci vorrà del tempo, non voglio ripetere lo stesso errore che feci con suo padre. Farò in modo che non gli capiti niente di doloroso;sarebbe brutto e sconveniente vedere il suo bel volto, Elisabeth, macchiarsi di lagrime, o rattristarsi per la morte di chi ama. Lo preferisco, vivo e gioioso, insegna, anche a me per primo, che non tutto è perduto in quest'umanità. Ora è meglio che vada, buona notte."
E sparì nelle tenebre della notte, nel suo mondo, ora anche il mio, popolato di spettri e di mostri, che non so ancora come, avrei dovuto amare.
Partimmo l'indomani, prendendo il primo volo per Washington. Jim era visibilmente ansioso di incontrare quel misterioso informatore. Arrivammo che erano circa le nove, accolti da una pioggia battente e da un clima decisamente autunnale. L'indirizzo dell'informatore era a circa un quarto d'ora dall'aeroporto, ma ci impiegammo circa trenta minuti per il traffico.
Al numero civico quattordici corrispondeva un grigio condominio di dieci piani, rivelante dello status sociale, non troppo abbiente del nostro segreto delatore.
Salimmo con l'ascensore al quinto piano, ma subito ci avvedemmo che la porta era stata forzata. Jim tirò fuori la pistola, e mi raccomando di seguire i suoi passi. La porta era lievemente accostata, e attraverso la fessura che lasciava era possibile vedere l'interno della stanza, ma no abbastanza per capire se ci fosse qualcuno all'interno. Jim, con movenze da agente federale, entrò nella stanza, controllo gli angoli, e le diverse porte che davano sul salotto, quindi, non avendo trovato nessuno, ripose la pistola. In realtà qualcuno c'era, ma non avrebbe potuto essere di grande aiuto. Un uomo, giaceva supino sul divano, con il corpo crivellato da una selva di proiettili, che avevano provocato una grande macchia rossa di sangue, non ancora rappreso, che gocciolava, attraverso il braccio sul pavimento.
"Il nostro informatore deduco" disse con tono glaciale Jim.
"E' morto da poco, il sangue è ancora fresco. Direi che è stata una esecuzione;chiunque l'abbia compiuta non aveva altra intenzione se non quella di uccidere. Dal disordine della stanza direi che i sicari stessero cercando qualcosa, ma è difficile dirsi se abbiano avuto successo."
"Jim, forse in questa agenda può esserci qualche informazione."
Jim tirò fuori dalla tasca destra del cappotto un paio di guanti, del tipo utilizzati dalla polizia scientifica.
"Se li metta, e controlli con attenzione tutto quanto, forse potremo trovare qualche traccia utile."
"Non dovremmo avvertire la polizia?"
"Lo faremo dopo, diamo prima un'occhiata."
Mi misi a frugare a caso, un po' da per tutto, finché non mi capito di fronte agli occhi una agenda marrone. La presi e cominciai a sfogliarla con attenzione, nella speranza di poter trovare qualche indizio promettente. Notai che un nome ricorreva spesso:quello del senatore Richard Martinson.
"Conosce quest'uomo Jim?"
"Mai sentito, ma è probabile che Henry Orton lavorasse per lui, tra i documenti ho trovato un pass. d'accesso per il Congresso."
"Forse è al corrente di qualcosa."
"Gli faremo una visita, ora vediamo se il signor Orton ci ha lasciato qualche cosa che i suoi assassini non sono stati capaci di trovare."
Passammo in rassegna l'altra stanza, che dal mobilio, doveva fungere da studiolo. Le camere non erano molto ampie, ma l'arredo consistente e disordinato le faceva ancora più piccole. Su di una scrivania coperta di fogli, di scarso interesse era anche un personal computer, un vecchio modello, che all'apparenza pareva funzionate.
Feci cenno a Jim, lui si avvicinò alla scrivania, e lo accese.
"Dubito che troveremo qualcosa, ma vale la pena di tentare".
Sul monitor apparve una scritta che riferiva l'attivazione di un programma di emergenza qualora l'hard disk fosse stato cancellato.
Jim premette il tasto enter, quindi comparve una sorta di promemoria.
"Una volpe questo Orton!" esclamò Jim
Il monitor recava il seguente messaggio:"Se state leggendo questo messaggio significa che io sono morto. Sono venuto in possesso di documenti coperti da massimo riservo inerenti il progetto Genesi. Per evitare che cadessero in mani sbagliate li ho nascosti in un luogo sicuro. Nel file d'emergenza successivo ci sono tutti gli elementi per rintracciarli.
La verità rende liberi!
Henry Orton"
Jim premette nuovamente il tasto enter, e sul monitor comparve un altro messaggio, decisamente più criptico.
"E gli uomini preferirono le tenebre alla luce, e così facendo moriranno, senza godere della vita eterna, perché hanno voltato le spalle alla verità, restando prigionieri della menzogna. Dio possa salvarli!"
"Soltanto chi ha fede troverà la verità, beati quelli che credono, perché di essi sarà il Regno di Dio."
"Amen" concluse Jim.
"Che significa, sembra qualcosa di delirante"
"Delirante, sì, è l'aggettivo giusto, ma anche nel delirio vi è un senso, difficile da cogliere, ma comunque sempre presente."
"Ha qualche idea?"
"E' un miscuglio di citazioni bibliche e non, ma non ho idea a cosa possano riferirsi."
"Magari il senatore sa qualcosa?"
"Chiamiamo la polizia e andiamo."
Scendemmo le scale e ci ritrovammo nuovamente in strada. Jim stava per chiamare un taxi, quando d'improvviso ritirò la mano e volse lo sguardo verso destra. Feci altrettanto, curioso di sapere che cosa avesse attirato così bruscamente la sua attenzione. L'unica cosa che vidi fu una chiesa.
"Quella laggiù è una chiesa!"
"Mi sembra di sì, che cosa...?"
"Mi segua Robert!"
Non riuscendo ad immaginare alcuna valida ragione mi misi dietro di lui senza chiedere altre spiegazioni, sarebbe stato inutile, era come rapito dalla sua intuizione, che gli era balenata davanti in modo tanto evidente da risultare incomprensibile per me.
Entrammo all'interno dell'edificio sacro. L'ambiente era piuttosto buio, una flebile luce, piuttosto opaca, data la brutta giornata, illuminava debolmente le tre navate. Jim si avvicinò ad un prete che era uscito dalla sacrestia, e gli chiese se conoscesse Henry Orton.
"Oh sì, un uomo molto devoto, siete dei suoi amici'"
"Non precisamente. Il signor Orton ci aveva contatto per fornirci alcune informazioni, ma..."
"Non gli sarà capitato nulla di male spero?" chiese il brav'uomo, intuendo una nota di rammarico nella voce di Jim.
"Purtroppo è morto, è stato ucciso."
"E' terribile! Che Dio lo accolga nel suo Regno!"
"Mi rendo conto che non è ilo momento adatto padre, ma dovrei farle alcune domande sul signor Orton."
"Siete della polizia allora?"
"No, il mio nome e Jim Garrison, sono una sorta di investigatore, e questi è il mio compagno Robert."
"Oh certamente ho sentito parlare di lei."
"Bene, questo semplificherà le cose."
"Mi chieda quello che vuole, se posso risponderò."
"Da quanto non vedeva il signor Orton?"
"E' stato qui giusti ieri sera, veniva spesso in chiesa, era un anima devota, come ho già detto. L'ho trovai che stava pregando sotto la statua di S. Giovanni, era molto intento nelle sue orazioni. Poi, dopo che si avvide della mia presenza, mi disse, parafrasando le parole di Giovanni, che era oramai libero, poiché conosceva la libertà."
"Le ha detto così?" feci io meravigliato.
"Precisamente."
"Ha per caso lasciato qualche offerta?"
"Non che io sappia, controllo le cassette ogni fine settimana."
"Le dispiacerebbe aprire quella sotto la statua di Giovanni?"
"Non ne vedo la ragione."
"E' importante, forse dentro la cassetta delle offerte può esserci la ragione dell'uccisione di Henry."
Il prete acconsentì alla richiesta di Jim, e scomparve in sagrestia a prendere le chiavi. Tornò quasi subito con un folto mazzo di chiavi, ciascuna della quali contrassegnata da un etichetta sulla quale era indicata la sua funzione. Il prete girò il mazzo, finché non prese quella giusta, quindi infilatela nella serratura spalancò la cassetta delle offerte.
Il volto di Jim si accese di una luce tenebrosa. Mi parve di scorgere un emozione sul suo volto imperturbabile, ma tuttavia non si manifestava, ma rimaneva celata, come se non volesse esplodere, ma non perché cercasse di contenerla, bensì come se fosse un atteggiamento naturale. Tirò fuori dalla cassetta una busta marrone, di quelle che di norma si utilizzano per conservare i documenti, che di fatti trovammo dentro, assieme ad un altro messaggio di Orton.
"Il cammino per la verità è appena intrapreso, abbiate fede e la troverete."
"Un'ultima cosa padre. C'è un cimitero da queste parti."
"Sì, a due isolati da qui."
"La famiglia Orton ha una sua tomba?"
"Sì, si trova nell'ala nord."
"La ringrazio del suo tempo, il suo aiuto è stato prezioso."
Da parte mia, ancora non avevo capito come Jim avesse potuto lontanamente immaginare di trovare quei documenti proprio in questa chiesa, mi pareva una cosa assolutamente impossibile, ma tuttavia era stata resa possibile. Né tanto meno avevo arguito il senso delle ultime domande rivolte al prete, ma era evidente che, non so come, Jim avesse interpretato le intenzioni criptiche di Orton, cogliendone in pieno la logica, se di logica si può parlare.
"Potrei sapere come c'è riuscito."
"Esercizio. Si deve abituare a ragionare meno con l'intelletto e più con la ragione Robert. Non rammenta il primo messaggio:E gli uomini preferirono le tenebre alla luce, sono parole di Giovanni, ed io, ho ritenuto, secondo un meccanismo abbastanza strano, ma frequente, che Orton non avesse fatto altro che complicare un fatto di per sé semplicissimo:rendere oscuro ciò che in realtà ere evidente."
Ma perché proprio la chiesa, c'erano altri posti vicino al suo appartamento."
"Il contesto del messaggio, tutto impregnato di un lessico sacro, quasi una sorta di benedizione in un certo senso".
"E il cimitero?"
"Rammenta:e così facendo moriranno senza godere della vita eterna, un passaggio molto forte che richiama un luogo che custodisce i morti."
"Il cimitero dunque. Un uomo ingegnoso, ma cosa c'è in questi documenti?"
Jim li prese ad esaminare, mostrandoli anche me. Sul primo fogli c'era una lunga lista di nomi, sul secondo si accennava ad un misterioso progetto Genesi. Notai che Jim si soffermò a metà lista, concentrando la sua attenzione su di un nome.
"Qualcuno che conosce?"
"Purtroppo. E' soprannominato il dottore, un criminale nazista, un vero e proprio macellaio, un brutale assassino, di cui solo la forca potrà farne giustizia. Evidentemente è entrato a far parte dell'operazione Paper Clip, il patto col diavolo del governo americano. Il suo nome in questa lista mi allarma. Qualunque cosa sia questo progetto Genesi, il fatto che vi partecipi il dottore, non presuppone nulla di positivo. Ora però muoviamoci, il tempo non è molto."
In dieci minuti, a passo spedito, giungemmo al cimitero e ci recammo verso l'ala nord. La tomba della famiglia Orton era una piccola cappella, sbarrata da un cancelletto, fortunatamente aperto. Vi entrammo dentro. All'interno due dei quattro loculi erano occupati, con incisi il nome di Eleonor Bisset e Marc Orton, il padre di Henry con tutta probabilità. Jim, con aria quasi irriverente per il luogo, senza troppi formalismi e scrupoli si mise a cercare all'interno della cappella. Notò che una lastra che copriva un loculo era stata rimossa e collocata malamente tanto che bastò far pressione sopra di essa perché cadesse. All'interno di esso, avvolto in un contenitore cilindrico, saltò fuori un latro documento, un'altra tessera che andava a comporre quel misterioso mosaico, che andava assumendo connotati sempre più macabri.
"Sembra una formula chimica" azzardai, ignorante qual ero di chimica.
"Lo è Robert, ma non ho mai visto nulla di simile."
Quando Jim diceva così tremavo, perché significava che ci si trovava realmente di fronte a qualcosa di grosso, ma soprattutto pericoloso.
"E' una sorta di gas, forse lo stesso che ha causato la morte dei suoi due concittadini. L'elemento principale che lo costituisce è una sorta di miscela di altri elementi, di cui ignoro l'origine e la provenienza."
"Direi che la faccenda va complicandosi."
"Peggio, va ingigantendosi, il che significa che abbiamo già superato la soglia di sicurezza, e secondo le leggi sulla sicurezza, l'unica soluzione risolutiva in questi casi e la soppressione dei trasgressori. Vuole sempre continuare?"
"Sì, sarebbe troppo comodo abbandonare la barca alla tempesta. E' il mio lavoro."
"Bene Robert, sta imparando a vivere con la paura, temendola."
"Lo prenderò come un complimento."
Il documento scoperto conteneva un'altra indicazione, l'ultima, come affermò con sicurezza Jim.
Riportava quel passo delle Beatitudini che già avevamo trovato sul computer in casa di Orton;l'unico problema era appurare a cosa potesse riferirsi.
"Forse la Bibbia, ne ho vista una nell'appartamento di Orton."
"No Robert, è troppo banale e scontato. Orton non era uno sciocco:ha disegnato una sorta di percorso che tocca i luoghi che per diverse ragioni gli erano più cari e frequentati."
"L'ufficio allora! Era assistente di un senatore."
"Sì, Richard Martinson. E' tempo di fargli una visita."
Chiamai un taxi e prendemmo la direzione del Congresso. Fummo nuovamente imbottigliati nel feroce traffico, che ci fece impiegare una buona mezzora prima di raggiungere il Campidoglio.
"Osservi Robert:questo edificio, i suoi muri, come le strade, le auto, trasudano potere, allo stato puro, talmente incontaminato, talmente metafisico da indurre l'uomo a far di tutto pur di controllarlo, non di possederlo, perché è esattamente il contrario, è il potere che possiede totalmente l'uomo. Venerato, come un Dio, elevato a mera astrazione mentale, tanto da renderlo qualcosa di ineffabile nella sua empiricità."
"Amen Jim."
"Già, è l'espressione giusta."
Confesso che non avevo mai visitato il Congresso, e non appena misi piede in quel gigantesco edificio, mi sentii come perduto, ed ebbi la sensazione di entrare in un tempio inviolabile, benché dipendesse da me da un certo punto di vista, temendo ad ogni passo che muovevo di compiere un atto di empietà nei confronti di non so neppur io che cosa. Jim invece appariva come un gigante, per nulla condizionato. La vista ferma, l'andamento elegante e sicuro, nessun timore, nulla.
"I grandi edifici sono solo per i grandi uomini" pensai, vedendo l'assoluta assenza se non di paura anche di una piccola emozione, che talvolta si provano quando si entra in luoghi custodi del potere.
Chiedemmo informazioni per rintracciare l'ufficio del senatore, nutrendo la speranza, almeno da parte mia, di poter sapere che cosa realmente Orton avesse scoperto e quanto grave fosse. Certo è chiaro che non si arriva ad uccidere un uomo senza una ragione ben precisa, ed Orton era stato ucciso presumibilmente per quei documenti, da professionisti, ma il fatto era che al di là di un elenco di scienziati coinvolti in un misterioso progetto Genesi, ed a una formula chimica sconosciuta non avevamo alcun elemento probante, sicuro, per dare una certa verosimiglianza all'intera vicenda.
Una giovane segretaria, dai capelli bruni, ci fece entrare nell'ufficio del senatore, pregandoci cortesemente di accomodarci e di pazientare qualche minuto, dal momento che il senatore era ancora impegnato in una seduta di commissione. Il suo ufficio era molto elegante, ben arredato. Dietro la massiccia e spaziosa scrivania in legno, era una ricca libreria, piena di testi giuridici e legislativi. Jim si guardò intorno, mostrando almeno in apparenza un certo disinteresse, che dava l'idea che la sua mente stesse già macchinando e riflettendo su qualcos'altro.
Cinque minuti dopo un uomo sulla cinquantina, con una folta capigliatura grigiastra si presentò nella stanza. Ci stinse la mano presentandosi come il senatore Martinson, il nostro uomo.
"Il piacere è tutto nostro senatore, ma purtroppo debbo darle una brutta notizia."
Il volto del senatore si fece scuro, invitando Jim a proseguire.
"Il suo segretario, Henry Orton, è morto, è stato ucciso."
Jim si soffermò a scrutare la reazione del senatore, come per provarne l'autenticità.
"Mio Dio è terribile, ma come...?"
"Non lo sappiamo, speravamo che lei potesse fornirci qualche utile informazione."
Nuovamente Jim prese a squadrare l'uomo, senza tuttavia farlo notare.
"No, temo di non sapere nulla, ma voi come che siete coinvolti in questa faccenda?"
Jim sembrava aspettarsi questa domanda, e si mantenne molto sul vago, non raccontando nulla al senatore dell'intera faccenda:era evidente che non si fidava di lui, e forse a ragione.
"Mi ha contattato perché aveva delle informazioni importanti da darmi, ma a parte questo sono all'oscuro di tutto. Bene senatore la ringrazio del suo tempo;avrei da chiederle un ultimo favore:se potessimo dare un'occhiata all'ufficio del suo segretario, chissà che non si trovi qualcosa che possa portare un po' di luce in questo mare di tenebra."
"Certamente, Cindy vi accompagnerà. E' stato un piacere conoscerla, e se dovesse scoprire qualcosa la pregherei di farmelo sapere."
"Naturalmente senatore, arrivederla" disse Jim congedandosi.

"Se Garrison non ha trovato nulla può significare solo una cosa:che l'operazione speciale è andata a buon fine. Comunque è meglio essere cauti. Attenderò che se ne vada, prima di contattare la Cupola, meglio non correre rischi."

"Il senatore, come ogni politico, è un abile attore:sa essere cortese, addolorato, curioso e nuovamente affabile. Tante maschere una sola persona, non è cosa da tutti, non trova Robert?"
"Crede che sappia qualcosa?"
"Sapeva che Orton era stato ucciso, o quanto meno se l'aspettava, ma per il resto ritengo che sia soltanto una pedina che si muove in uno scacchiere molto più grande. Un pezzo che può essere sacrificato all'occorrenza."
"Un sistema mostruoso."
"Abominevole, ma è così che il mondo va avanti, con gli abomini."
La segretaria ci fece entrare nell'ufficio di Orton, molto più piccolo di quello del suo capo e dall'arredamento decisamente spartano. La scrivania era occupata da una serie infinita di carte, talune appallottolate e altre tenute assieme da uno spago. La confusione dell'ufficio attestava che Orton era un buon lavoratore.
"Crede che troveremo qualcosa in questo caos?"
"Credo che ci vorrà del tempo, per cui è meglio darsi da fare."
Spronato dall'esortazione di Jim, mi misi a rovistare, come un topo di biblioteca, tra le carte sulla scrivania. Era una vera miscellanea di argomenti:leggi, appunti presi durante le sedute di commissione, abbozzi di discorsi, vecchi discorsi e discorsi in preparazione. Tuttavia nulla che potesse collegarsi con quanto avevamo già scoperto.
"Niente, assolutamente nulla" dissi preso dallo sconforto.
"Neppure io ho trovato nulla Robert, temo proprio di avere preso un...", Jim parve come incantato. I suoi occhi fissavano qualcosa sopra la mia testa, che aveva attirato completamente la sua attenzione.
"Jim si sente bene?"
"Mai stato meglio, si volti e guardi in alto."
Girai il capo, puntando gli occhi verso l'alto, trovando, appesa ad un muro, una cornice che circoscriveva una specie di pergamena che riportava queste parole:"e gli uomini preferirono le tenebre alla luce". Nella mia mente subito risuonarono come un campanello, un segnale ennesimo della delirante logica di Orton, oramai perfettamente incomprensibile nella sua assurdità e follia.
Tirai giù la cornice, l'aprii e presi il foglio pergamenaceo, che tuttavia, se si eccettuano le parole di San Paolo, non presentava altro indizio. Lo porsi a Jim, che prese a studiarlo attentamente e strofinandolo con le mani. Arrivò persino ad annusarlo, come se si trattasse di un segugio. Poi con gesto rapido della mano destra prese dalla sua tasche, vere e proprie miniere di utensili, un accendino, lo accese e con cautela fece scivolare il foglio sulla fiamma:come d'incanto comparvero altre parole scarabocchiate.
"Mai fermarsi alla parvenza delle cose, bisogna sempre squarciare il velo di Maia che occulta la loro essenza e che cela la verità."
Il foglio, nella sua nuova essenza dunque, aveva rivelato il seguente messaggio:167 Bib Sal 23.
"Sembra un'indicazione bibliotecaria" ipotizzai con quasi assoluta certezza.
"Sì, lo è, e credo anche che non dovremo fare molto strada per trovare questo libro."
Uscimmo dall'ufficio di Orton, scendemmo le scale, quindi svoltammo a destra, e ci infilammo in un corridoio, al cui principio, sulla parete di sinistra era attaccata una freccia che indicava biblioteca.
Jim prese a consultare lo schedario, fortunatamente computerizzato, e così, in pochi minuti scoprimmo di quale libro si trattasse, e mi resi conto, che la mia curiosità era stata esagerata:si trattava della Bibbia, il Salmo 23, del resto quale altro libro poteva preferire se non il Libro dei Libri un uomo con la mente di Orton.
Mi recai verso lo scaffale dove si trovava, e preso il libro, notai che dietro di essa vi era un'altra busta, identica a quelle che avevamo recuperato, l'ultimo tessera del mosaico.
"Il Signore e il mio pastore:
nulla mi mancherà.
In pascoli verdeggianti mi farà riposare,
ad acque di ristoro egli mi conduce.
Egli rinfranca l'anima mia,
in sentieri di giustizia egli mi guida
in grazia del suo nome.
Anche se camminassi in una valle oscura,
non temerei alcun male,
poiché tu sei con me;
il tuo bastone e il tuo vincastro,
sono essi la mia difesa.
Una mensa tu prepari davanti a me.
Di fronte ai miei avversari,
hai unto con olio il mio capo
e la mia coppa è oltremodo traboccante.
Certo, bontà e misericordia mi accompagneranno
per tutti i giorni della mia vita,
e rimarrò nella casa del Signore per lunghi anni.
"Non capisco il motivo della citazione biblica, sarebbe bastato solo la posizione del libro."
"Lo consideri come un tocco poetico, l'ultimo saluto di Orton dal Regno dei morti, una sorta di buon viatico, per così dire."
"Uno strano individuo."
"Un martire della verità Robert. Ha sacrificato la sua vita per questi documenti, direi che possiamo accettare la sua bizzarria, d'altronde ognuno ha i suoi miti" sentenziò Jim, e forse aveva ragione.
Dopo aver reso quindi l'ultimo saluto al martire, prendemmo ad esaminare i documenti. Rispetto alle precedenti, eravamo venuti in possesso di una documentazione più fitta, che enucleava, benché in modo arcano, le diverse fasi del progetto denominato Genesi.

"Cindy sono andati via il signor Garrison e il suo amico?"
"Da una decina di minuti."
"Bene, grazie. Ah... Cindy può andare a casa, non ho più bisogno di lei."
"D'accordo, arrivederla signore."
"A domani."

Il senatore si abbandonò alla sua poltrona. La fronte gli si corrugò, alcune gocce di sudore scendevano dai capelli. Poi si risolse, afferrò la cornetta del telefono, e con un dito della mano compose un numero di sette cifre. Era calmo, anzi no, agitato.

"Senatore, è un piacere sentirla, benché ritengo molto imprudente da parte sue chiamarmi per telefono, i Watergate non passano di moda come taluni stolti sembrano credere."
"L'ho chiamata perché è importante."
"L'ascolto."
"Il signor Garrison è stato da lei;e che cosa ha chiesto?"
"Capisco, e crede che sapesse qualcosa."
"Bene allora non dobbiamo preoccuparci, si è comportato bene, l'organizzazione ne terrà conto, del resto lei è u uomo d'onore."
"La ringrazio dice l'idiota. Un uomo d'onore come Bruto e Cassio, tutti sanno quale destino li ha colti."
"Ci sono dei problemi?"
"Jim Garrison è stato dal nostro senatore?"
"E' al corrente di qualcosa?"
"No, il senatore l'ha ritenuto sincero."
"Suppongo che sia una garanzia in materia."
"E' il suo mestiere mentire, è un politico, tuttavia l'arte di mentire non è sempre indice di acuta intelligenza, soprattutto quando si ha a che fare con i politici, siamo noi i loro mentori, esso sono soltanto omiciattoli, per cui, in virtù di codeste ragioni, faremo controllare, discretamente, Jim Garrison, per appurare se come bugiardo vale più del nostro onorevole senatore."
"Ti avevo detto che era meglio liberarci di quell'uomo"
"Caro compagno, noi ti hanno mai spiegato che la differenza tra la democrazia e la dittatura non è quantitativa ma qualitativa. Una democrazia non può permettersi azioni palesi, come un dittatore, deve agire nell'ombra, con scaltrezza, intelligenza, con arte insomma. E noi è così che faremo. Inoltre Jim Garrison, è più necessario da vivo che da morto. O forse hai dimenticato cosa..."
"No lo ricordo. Hai ragione, dobbiamo rimanere calmi, il potere e soprattutto controllo."
"Il potere è solo controllo amico mio."

Decidemmo che sarebbe stato preferibile noleggiare una vettura, per spostarci con maggiore rapidità e sicurezza. Fortunatamente lì vicino si trovava un negozio di auto a nolo, per cui, a passo spedito, ci dirigemmo verso di esso.
Ci impiegammo circa quindici minuti per sbrigare tutte le pratiche, quindi salimmo in macchina, uscimmo dallo spiazzo antistante al negozio e parcheggiammo subito dopo, per esaminare la documentazione che avevamo rinvenuto:con molto probabilità quell'inquietante vicenda stava per vivere il suo epilogo.
"Il progetto sembra essere diviso in varie fasi, l'ultima delle quali ha dato il nome all'intera operazione. Fase Arca di Noè, Fase Apocalisse, Fase Genesi."
"Che significa?"
"Fase arca di Noè:selezione della specie - criteri relativi in base ai dati forniti dal progetto Adamo. Vanno tutti pazzi per termini e riferimenti biblici in questa storia, ma proseguiamo con la fase due, ovvero sia fase Apocalisse:gli angeli della morte devasteranno la terra dal cielo, i crociati della Terra provvederanno all'eliminazione dei non eletti. Livello di sviluppo:attualmente in lavorazione, problemi di sicurezza hanno rallentato la ricerca. Fase Genesi:operazione creazione e ripopolamento, difficile prevedere tra quanto potrà avere inizio, le stime saranno possibile solo sul momento. Ulteriori rapporti verranno inviati per illustrare i progressi dei diversi stadi del progetto, sollecitiamo a prendere atto dei problemi che si stanno verificando, possibile, data la contingenza attuale, un anticipo sui tempi, siamo in attesa di contatti con gli Alleati."
Rimasi sbalordito, esterrefatto:se non avessi visto dei morti, avrei detto che avrebbe potuto essere la trama di un mediocre film di fantascienza, ma sfortunatamente non era così. Certo, la totale assenza di nomi, di qualsiasi riferimento alla provenienza di quel documento, rendeva estremamente arduo attribuire ad esso un valore probante. Inoltre l'ambiguità e l'oscurità di certe espressioni o termini non contribuiva a fornire una maggior verosimiglianza, il che era tutto dire.
Jim rimase pensoso, e forse cercava di nascondere una certa delusione. Probabilmente sperava di avere qualcosa di più concreto in mano, poi, come si riflettesse a voce alta, disse:"E' tutto troppo lineare, troppo semplice:una ragazza morta per via di un virus sconosciuto, un uomo che cerca di trafugare la provetta con il suo sangue, che viene ucciso, una base segreta celermente abbandonata, la telefonata di Orton, la sua morte, una serie di messaggi preparati a regola d'arte, un senatore in malafede e infine la documentazione generica del progetto Genesi. Tutto predisposto alla perfezione, perché questa messa in scena?"
"Vuole dire che è tutto falso?"
"Voglio dire che siamo attori che recitano in uno spettacolo preparato a regola d'arte. Cosa non dovevamo scoprire, tutto ciò deve avere un fine, ma quale?"
"Non capisco Jim."
"Già è cosi che avrebbe dovuto essere dall'inizio. Invece è stato tutto troppo chiaro da subito. E' ciò può essere molto pericoloso in questo lavoro."
"E' proprio così signor Garrison, può essere molto pericoloso" disse una voce che faceva capo ad un uomo vestito di nero.
"Lei chi è?"
"Chi sono non importa, ma vi consiglio di scendere dall'auto senza opporre resistenza, dobbiamo fare una passeggiata."
Jim ritenne che fosse meglio obbedire, forse perché si aspettava di trovare la risposta a tutto ciò;dal canto mio, per la prima volta, da quando tutto questo era iniziato, avevo paura, e forse era un bene.
Montammo su di una vettura nera. L'uomo vestito di nero si sedette davanti, a fianco al guidatore, pure lui vestito di nero. Noi ci accomodammo di dietro. Un vetro divisore impediva alcun ascolto, mentre finestrini scuri impedivano qualsiasi visione dell'esterno. Non appena ci muovemmo il cuore mi prese a battere più forte:fino ad allora la morte era stata presente, ma sul altri, e l'unico senso d'ansia e di terrore mi era derivato dalle frasi sibilline e misteriose di Jim, che sembra assolutamente tranquillo, impassibile, duro come una quercia, forte di non so quale forza o intuizione, che tuttavia non riusciva a conquistarmi. Nella mia mente passava Elisabeth, mio padre, mia madre e infine me stesso, in una sorta di retrospettiva dei sentimenti, legati a momenti, attimi, pezzi di una vita fino ad allora grigia, ed ora ancora più grigia, colorata del nero pallore della morte.
Con buona probabilità Jim si rese conto del mio stato d'animo, e cercando di confortarmi o quanto meno di tranquillizzarmi mi rivolse queste parole:"Non si allarmi Robert, non sono venuti per eliminarci, mi creda, so come lavorano le squadre speciali, è questo non il nostro caso adesso. Mi rendo conto che può essere difficile, ma si sta comportando molto bene, mantenga il controllo, poiché il controllo è potere."
"Grazie Jim, tenterò."
Passarono circa dieci minuti prima che ci fermammo. Il viaggio mi parve un'eternità. La mia mente delirante aveva trasformata l'auto nel vascello di Caronte che traghetta le anime nelle terre acherontee, ed ora si aspettava di trovare Persefone, o forse, come aveva immaginato Dante, come mio padre mi aveva raccontato, da ragazzo, nel tentativo, vano e in parte riuscito, di avvicinarmi alle lettere e alla letteratura, che mi sarei trovato di fronte a Minosse, e che guardandomi ridesse di un riso demoniaco, pronto ad indicarmi uno dei gironi infernali.
Ma l'aria fresca mi fece rinsavire. Eravamo in una vecchia zona industriale. Desolazione e sfacelo facevano da sfondo. Il cielo andava oscurandosi per via delle nuvole, tuoni, echi di chissà quali paure, incombevano e rombavano su di noi. Entrammo in quella che poteva essere un'acciaieria. Un buio totale avvolgeva l'ambiente. Ci accorgemmo che i due tali che ci avevano condotto in quel posto si erano defilati, lasciandoci completamente soli. Un silenzio di morte aleggiava nell'aria, squassato soltanto da una voce profonda, di cui non si capiva la provenienza.
"Benvenuti signori."
"Chi è lei?" urlai, sperando così facendo di esorcizzare la paura.
"Chi sono io? Il potere, la verità, dio, talvolta anche un uomo;come vede molte maschere ma nessuna identità, o forse sì, per quanto sia paradossale, io ho un'unica identità:quella di essere nessuno. Sì, direi che io sono nessuno. Ma se preferisce può chiedere al signor Garrison, se mai ha serbato il mio ricordo, perché io lo rimembro, sempre, ogni giorno, per tutti i gironi del mese, le ore e i secondi. Così come nella mia memoria è viva l'immagine di suo padre, e di sua madre, una donna impareggiabile, introvabile al giorno d'oggi, un vero peccato che abbiano fatto quella fine."
"Quale fine, e che cosa ne sa della mia famiglia?"
"Io sono come il sole:vedo e sento tutto, come usava scrivere Omero a suo proposito. Il signor Garrison non le ha raccontato nulla? Ah ma certo, per pervenire alla verità, bisogna saperla accettare innanzi tutto, e lei da buon discepolo vuole seguire scrupolosamente i precetti del suo maestro. Forse potrei raccontarle qualcosa io..."
"Non ascolti quest'uomo Robert, la sua lingua è una continua menzogna."
"Già non mi ascolti. Avrà tempo per sapere;ogni cosa ha un suo momento, è così che funziona la vita. E' questo credo che sia il momento finale, ma procediamo con calma, la fretta induce a commettere errori ed imprudenze. Siete stati molto abili a seguire ed interpretare le tracce che ho disseminato, devo dire che neppur io avrei saputo far meglio."
"Vuol dire che è tutto falso, ma sono morte delle persone..."
"Falso, vero, astrazioni, speculazioni filosofiche, sofismi. Potrei dirle di sì, che si tratta di una storia inventata, ma così non è;potrei dirle che è tutto vero, e che non immagina neppur lontanamente a che punto è il progetto:forse si sta compiendo, forse è già nella sua fase finale, ma comunque sia, non è lecito saperlo, l'unico fatto immutabile è che voi siete destinati ad uscire sconfitti. Siete guerrieri senza un campo di battaglia, martiri senza un martirio, uomini in croce senza una croce, perché la verità non esiste, se non nella mente di esseri umani, che cercandola ad ogni costo, credono di sfuggire all'indifferenziato collettivo, di sentirsi liberi, di elevarsi al di sopra del volgo plebeo, ma in realtà sono schiavi quanto gli altri. Di chi, di cosa? Di me, sono pedine nelle mie mani."
"Si sbaglia. La verità..."
"La verità, io sono la verità signor Garrison. Io e lei non siamo molto dissimili:siamo intelligenti e cerchiamo di cambiare le cose;il fatto che io sia dalla parte di un presunto male e lei di un presunto bene è una mera speculazione, niente di più. Oppure crede veramente che si possa trovare una verità che non esiste, per farne cosa. Lei si sta condannando:chi ne usufruirebbe? Forse il popolo, ma cosa è mai questo popolo se non una massa ignorante vuota di teste, che nulla sa e nulla vuole sapere, perché si contenta del mio oppio, della droga della apparente libertà, illudendosi, poveri stolti senza ragione, di contare, di decidere le sorti del Paese e del mondo, mentre tutto avviene perché io voglio che avvenga. Io faccio la storia, io decido i presidenti, io controllo le notizie, stabilisco cosa si può sapere e gli scandali, o quelli ne coprono altri, che nessuno immagina, cose che si pensa che non possono avvenire. Questo è il mondo, ed io questo sono."
"E' lei l'illuso. Crede di controllare la verità, ma non si rende conto che controlla solo la menzogna, perché la verità è una forza devastante, incontrollabile, e chiunque si finge di poterlo fare è un uomo morto, completamente sopraffatto dalla sua rivelazione, totalmente schiacciato sotto il peso della sua potenza. Lei e la sua organizzazione siete il nemico, il mondo è il campo di battaglia, la fede nel vero ci rende martiri di un martirio. Questa non è la fine della guerra, è soltanto l'inizio."

Così parlò Jim Garrison.


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