FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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FUORI PROGRAMMA TRASMETTIAMO...

Andrea Pernice




Non possiedo molti ricordi di Andrea che guarda la TV. Gradirei averne in misura maggiore, perché quei pochi che sono riuscito a trattenere sono stupendi ed indubbiamente evocativi di un passato per me leggendario e, se non felice, almeno spensierato a tratti. Andrea alla TV in compagnia di nient'altri che se stesso ed uno schermo grigiastro è un fenomeno nebuloso che la mente ruminante si sforza di mettere insieme, di costruire per sintesi. Ma è problematico sin dall'inizio, dato che potrei ricordarmi infante senza por tanto tempo in mezzo ma ho difficoltà a visualizzare persino l'ubicazione della TV nella vecchia casa di via S. Marco ai tempi dei miei sette anni. Un apparecchio era sicuramente fisso nella camera dei miei genitori, quella che poi sarebbe diventata appannaggio dei fratelli Pernice. I miei ce l'hanno avuta sempre la fissazione della TV a letto. Strano che da quando non vive più con noi mio padre abbia invertito la tendenza. La mamma no, lei è rimasta fedele a sè stessa e ancora oggi è come allora. Loro guardavano la TV a letto, dopo cena, la mamma girata su un fianco tesa al consorte, papà sdraiato lungo lungo, a schiena in giù e pancia al soffitto, la sola testa ben paralella allo schermo e appoggiata al cuscino messo in verticale. Una delle cose che mi affascinavano, tra le tante della postura paterna, era la posizione testa-braccio del papà: l'occhiale reclinato suggeriva un'attenzione e una seriosità diversa dal normale. Il resto del mondo, nel resto delle ore, era osservato con una posizione ben differente di lenti e stanghette; nella mia mente settennale ciò suggeriva che la TV era qualcosa che bisognava vedere meglio del rimanente universo quotidiano. Potrei sbagliarmi, ma tra l'altro credo di poter affermare che solo quando a mia volta, una decina di anni dopo, inforcai i primi occhiali mi resi veramente conto di quali migliorie potesse apportare alla percezione dell'immagine il reclinare le lenti more paterno. Mi faceva anche un po' paura che mio padre potesse seguire con tanta attenzione qualcosa a cui io ne attribuivo minore quantità. Mi sembrava di essere ancora molto, molto lontano dal capire cosa fosse realmente importante. Ma la cosa che più mi faceva sentire distante dal mondo adulto, e quindi dal mio modello paterno (almeno per quanto riguardava il modo di approcciare il medium, preso allora più che seriamente da tutti) era la posizione "d'appoggio" della mano di mio padre, saldamente ancorata alla mascella: pollice e indice, "a pistola", incorniciavano per metà il suo profilo, lasciando intravedere i segni dello status adulto che tanto gli invidiavo: baffi e occhiali. Il gomito, atlante del corpo, provvedeva a fornire le salde fondamenta dell 'appoggio. Era quella una posizione aristocratica, non il plebeissimo e annoiato mezzopugno sul mento, no, di quella postura si sarebbe detto che era una specie di protesi: qualcuno avrebbe potuto inventare uno strumento (che so, una specie di baldacchino) che ottenesse lo stesso effetto. Comodità non disgiunta da decoro e, soprattutto, massima attenzione a quel che avveniva nella scatola parlante.
Il piccolo Andrea aveva diritto alla TV serale (o meglio, notturna, dato che la TV di Andrea era confinata alla zona pre-cena, Carosello incluso) nel lettone di mamma e papà solo in occasione di trasmissioni particolari: cartoni animati, film divertenti, telefilm (che mio padre si ostinava a chiamare "filmetti", per distinguerli dagli autoconclusivi lungometraggi) o spettacoli di varietà in pompa magna: cose come Canzonissima, o comunque il tradizionale spettacolo del sabato sera, mi erano permessi in quanto fulcro della vita televisiva, e quindi sociale, del nostro Paese. Anche a me era riconosciuta un'individualità, per embrionale che fosse, di appartenenza al gruppo di lingua e costume. In realtà le serate nel lettone non erano poi così numerose. Mi ricordo con quanto struggimento io odiassi l'ora di andare a letto e desiderassi con tutte le mie forze il raggiungimento subitaneo dell'età adulta. Questa significava non addormentarsi in un letto piccolo e scomodo, da solo, oppresso da un buio avvolgente che faceva tutt'uno col freddo.
La frase "Però adesso vai a letto, eh?" mi risuona ancora oggi nelle orecchie. Il fantasma dell'armadio mi guardava, mi guardava, mi guardava. E finché comunque le ombre bluastre riflesse sulla porta di mamma e papà mi facevano sentire non del tutto abbandonato, potevo cercare di abbandonarmi al sonno in modo meno traumatico possibile. Ma mi ricordo la sofferenza, si.
Sono pallidi fumi quelli che mi vengono incontro quando cerco di pensare alla TV dei Ragazzi. Mi ricordo giusto un'immagine della sigla, delle figurine di ritagli di carta a forma di bambini che si danno la mano, poco altro del programma in sè. Ma l'attesa dello stesso, altroché se me la ricordo. Era fantastico. Finalmente qualcosa per cui ero legittimato. Non puoi impedirmi di vedere "Per i Più Piccini", perché, guardami, sono o non sono piccino? Me lo dici sempre la sera quando vuoi farmi andare a letto, dovrai ammettere che almeno questo mi è dovuto. Ecco cosa significa imparare a stare sulla difensiva. E anche la Tv dei Ragazzi, eh. Il mio, il nostro momento, anche se poi magari mi faceva schifo. C'erano di sicuro i cartoni. Non "cartoni animati", solo "cartoni", una specie di slang. Braccio di Ferro, il mio preferito. Però, ed era un sentire comune, quelli di Walt Disney erano i cartoni migliori. Tutti, lo dicevano tutti. Anche i miei. Io ero abbonato a Topolino da quando avevo un anno, una collezione enorme, tutta letta e riletta. Ero immerso nell'immaginario Disney e mi dovevo esaltare per Braccio di Ferro, i cui giornalini snobbavo ("roba da bambini scemi").
Dieci anni nella speranza di vedere in TV un cartone di Paperino, Topolino, perfino Pluto andava bene. Niente. Mai visti. Certo, al cinema, ma era diverso, anche perché era comunque un coito interrotto. C'era il cartone abbinato al film, che poi era generalmente un documentario con animali veri. Paperino al Teatro dell'Opera, 5 minuti di orgasmo e poi giù con 2 ore di Lo Stambecco in Cattività Filmed In Panavision. Ci rinunciavo. L'ansia deve aver cominciato a prendermi allora. Non che odiassi Lo Stambecco In Cattività o La Vita Segreta delle Testuggini (non erano poi male), solo non riuscivo più a godermi il cartone abbinato, sempre uno solo e cortissimo. E ora quanto mancherà? Due minuti? Un minuto? Ma se è appena cominciato! Ecco, questa è la gag finale (magari non la chiamavo proprio "gag"), ecco ora finisce...ma no, va avanti, stupendo... heheh...ma..oddio no...la sigla! Ed ecco Nanouk, L'Orso Polare.
E così tornavo a casa in attesa di Braccio di Ferro. Il momento più magico era il "Fuori Programma", un dono inaspettato. Fissavo sempre l'annunciatrice sperando di trovare quell'espressione a metà tra il compiacente e l'imbarazzato: sapeva di far piacere a qualcuno e dispiacere a qualcun altro. La formula era la stessa, più ricorrente che mai. "Vi informiamo che la rubrica Sapere questa sera non andrà in onda (OHI CHE DISPIACERE!). Fuori programma (FUORI PROGRAMMAAA!!!) trasmettiamo un cartone animato della serie Quel Simpatico Rissoso Irascibile Braccio di Ferro." Un colpo al cuore, una pinta d'acqua nel deserto, una magnifica sorpresa, insomma. Oggi non capita più, e se capita ci infilano una raffica di spot, ché tanto di cartoni animati ci fanno palinsesti di sedici ore su otto TV private e il Fuori Programma non farebbe gioire proprio nessuno. Comunque per me il Fuori Programma (sempre monopolizzato da Popeye) cominciò a perdere di fascino quando la Rai acquistò i nuovi cartoni di Braccio di Ferro, di recente produzione. Omologati, semplificati, penalizzati da movimenti anatomici minimi e a scatti, li ritenevo, anche questi, "roba per bambini scemi". Vuoi mettere con gli originali degli anni '40, artigianali, fluidi, dotati di un sonoro robusto, incasinato, vetusto e per questo crepitante? Il fascino del vecchio, delle sfumature acquarellate, delle mezze tinte ombreggiate, delle mouches volantes che infestavano la visione e che ne garantivano la stagionatura. Non era Disney ma ci si andava vicino.
I telefilm delle 19.20 hanno segnato una generazione ma per me erano già la decadenza, l'inizio della fine. In principio sembrava una novità elettrizzante. Gli avevano affiancato (con inizio alle 18.50) un mini contenitore, condotto a turno per uno o due mesi da un attore o un presentatore; il programma era stato chiamato sospensivamente "Buonasera con...." che ti lasciava sul precipizio per poi rassicurarti che si, c'era qualcuno che ti dava la buonasera e ti prendeva per mano lungo l'attesa del telefilm delle 19.20. Il primo conduttore, ricordo, fu Mario Carotenuto, attore e caratterista volgarotto, una pietra miliare tra le spalle della commediaccia degli anni '50 (tipo quella di Steno), tra i più lontani dalla mia generazione, roba da cinquantenni, ma assomigliava un po' a mio nonno e allora m'è rimasto in mente. Però mio nonno era più simpatico. Ma poi arrivava l'"evento" delle 19.20. Lo guardavano tutti, senza distinzione. Ignorare l'appuntamento delle 19.20 significava l'emarginazione dai compagni a scuola, il giorno dopo. Comunque all'inizio andava bene. Almeno, fino a Orzowei, che, di produzione italiana, non mi sconfinferava mica tanto. Ma lo vidi, tutto, e alla fine comprai anche il libro. Da Woobinda in poi lasciai perdere, mi stomacava. L'impennata finale l'ebbi, come milioni di ragazzini, con Happy Days e, inizialmente scettico e con una punta di altezzosità, mi convinsi che forse l'appuntamento delle 19.20, beh, si poteva ripristinare. Tutto comunque era cominciato con Due Cuori in Soffitta. Lei si chiamava Judy, lui non ricordo. Un sogno romantico un po' da incartarci il pesce, ma soprattutto era la prima volta che riuscivo a vivere veramente (televisivamente parlando) New York. Poi venne Furia, sul quale, come per Happy Days, non trovo niente che non potrebbe essere espresso con uguale e maggiore entusiasmo da qualunque iscritto all'anagrafe dal 1966 al 1970. Ricordo molto bene come allora fossi riuscito a capire molto bene la rigida struttura in cui era iscritta la sceneggiatrura base di ogni singolo episodio: calma apparente nel quotidiano, nubi all'orizzonte, esplicazione del conflitto, acme violento e "numero" finale di Furia, conseguente cattura ed espiazione (quasi sempre pubblica) del colpevole, infine due minuti conclusivi in cui la calma si ristabilisce, battuta del vecchietto (di cui non mi ricordo il nome...o forse...Pete?) e sigla, cantata da Mal. Poi un bel "Vieni ad apparecchiare la tavola che è pronto", già allora! Ma se erano solo le 19.45! Neanche l'Almanacco del Giorno Dopo mi fai vedere? Bello, quello. Durante tutto il primo anno, la rubrica "Domani Avvenne" era incredibilmente avvincente. Se era il 26 ottobre, si poteva star certi che esattamente vent'anni e 364 giorni prima era successo qualcosa di veramente importante. "27 ottobre 1813. Nasce, a Roncole di Busseto, Giuseppe Verdi (immagini di repertorio)". Caspita, domani, centosessanta e rotti anni fa nasceva Verdi! Poi devono aver esaurito le date celebri, o forse non c'era nessuno che andava più a cercarsele per far contenti i bambini come me. E infatti la svolta successiva, quando la data non fu più una data precisa ma generica, fu altamente deludente... il 16 aprile magari ci si aspettava che il giorno dopo potesse essere successo qualcosa per cui valesse la pena di vivere la giornata a venire con un certo rispetto, centellinandosela, godendosela nella consapevolezza che anche in una giornata così, all'apparenza insignificante, potesse succeder qualcosa di rivoluzionario. In fondo esattamente settant'anni prima guarda cos'era successo, e sembrava una giornata come le altre! E invece ti sentivi dire "Aprile millenovecentocazzonesò. Italo Svevo pubblica La coscienza di Zeno, romanzo rivoluzionario e altamente innovativo ...". Si, talmente innovativo che non vi ricordate in che giorno è uscito e manco vi prendete la briga di andarvelo a cercare!

Non trovo un gran piacere a ricordare e/o commentare programmi già straconsacrati dal pubblico consenso dei coetanei. S'era detto troppo già all'epoca, il tornare su strade già troppo battute (e quindi scarsamente personali perché appartenenti a tutti) m'infastidisce. Perché infatti Furia o Happy days lo vedevano TUTTI, e TUTTI lo osannavano.
La trama di Estasi di un delitto (Ensayo de un Crimen, 1955) di Luis Bunuel poggia sulla conoscenza simultanea e contemporanea di sesso/violenza/morte da parte di un bambino. Il bambino assocerà poi indissolubilmente, per parte della sua vita, le tre cose, diventando un criminale efferato. Io, vedendo il film, rimasi turbatissimo e feci le stesse identiche scoperte, evitandomi per fortuna il crudo destino del protagonista. Vidi quel film, eccitatissimo e in preda al terrore, a casa dei nonni, completamente privo di Parental Guidance. I nonni, presso i quali trascorrevo un soggiorno a base di prugne cotte e un giornalino e/o un balocco nuovo quotidiano, permisero inconsapevolmente al loro nipotino di sette anni la scoperta del secolo: NON C'ERANO SOLO I DUE CANALI RAI! Avevo beccato la prima TV privata. In realtà non era affatto tale, ma Capodistria era un tabù di lunghissima data e la sua valenza era quella di un pudìco segreto nascosto ai bambini. In Via S. Marco non la si prendeva e tra i compagni correva voce che si trattasse di una TV moooolto diversa da quella nazionale. I nonni, diversamente da quello che facevano i miei genitori (i quali selezionavano accuratamente quello che potevo vedere e quello che no), mi permettevano di far le ore piccole (le 24! Impensabile!) a guardar la tele DA SOLO. Per conto mio, convinto che sospettassero della peccaminosa piega che aveva preso la mia moralità infantile, minimizzavo, mostrandomi annoiato da ciò che vedevo, quando me ne chiedevan conto. Rimasi traumatizzato anche da "Vestire gli Ignudi", liberamente tratto da Pirandello e sempre su Capodistria, con Eleonora Rossi Drago, della quale, naturalmente, m'innamorai. Invece la prima tetta (in assoluto a parte quella materna che non faceva testo), vista sempre su Capodistria, la vissi in modo più gioioso. Sempre peccaminosissimo, per carità, ("Andrea, è tardi, cosa stai vedendo?" "La replica dei Fratelli Karamazov, nonno, sul primo canale." "Quello con il Corrado Pani?" "Si" "Ah, bello, bello. Guardalo, però non far tanto tardi neh .") ma con un sentimento di conquista che neanche Magellano. Tornai a casa mia convinto che anche lì si prendesse Capodistria ma che me la volessero tenere segreta. Torturai i miei genitori per rimandarmi più spesso dai nonni (anche la storia del giornaletto/giocattolo nuovo ogni giorno non mi dispiaceva, e nemmeno le prugne cotte mi facevano schifo). Poi capii che mi ci avevano mandato perché mia madre doveva accudire l'altro nonno, suo padre, che stava morendo di cancro ai polmoni, e non poteva stare con me. Dovevo ringraziare dunque un tumore se avevo potuto scoprire il sesso e godere di esperienze voyeuristiche così precoci. Il nonno morì di lì a poco e da allora io non ho più visto Capodistria. Soffrii molto per la morte del nonno e soffrii anche perché sapevo che non avrei più rivisto capezzoli per un bel po'.
In mio aiuto venne l'amore, e un ciclo di film di Doris Day innestò un processo di cui francamente ora mi vergogno. Ebbene si, adesso m'imbarazzo a vedere un film qualunque con Doris Day. Fin dal primo che vidi, "10 in Amore", in cui flirtava con nientepopo'dimenoche Clark Gable, m'innamorai perdutamente. "Calamity Jane" (il cui titolo originale credo sia un altro), la settimana dopo, mi fece perdere completamente quel barlume di ragione che si può avere a quasi otto anni. Per uno per il quale il massimo della tenerezza era Buffy di "Tre Nipoti e un Maggiordomo", era francamente troppo. Dovevo conoscerla, poche storie. Il primo passo era la lettera, ma ci voleva l'indirizzo. Costrinsi mia madre a telefonare alla filiale milanese della Columbia: le dissero di chiamare la CEIAD COLUMBIA a Roma, cosa che, dietro miei vari pianti, lei, esasperata, fece. Intanto io scrivevo e stracciavo decine e decine di bozze di dichiarazioni del tipo "Io non credo che tu sia una di quelle persone che pensano che non ci può essere amore tra due persone con una certa differenza d'età", anche se la forma non era così articolata. In effetti io avevo neanche otto anni e lei, a giudicare dai film, una ventina.
A mia madre non fu dato l'indirizzo di Doris Day ma quello della Paramount di Hollywood e a quel punto la patata, diventata bollente, fu gettata nelle mani dell'unico fine conoscitore della lingia inglese in casa mia: mio padre. A forza di altri pianti greci lo convinsi a telefonare a Hollywood, con esito sempre negativo perché il fantomatico press-agent della Day non c'era mai; ci sarebbe sicuramente stato next thursday e valeva la pena di ritentare perché la strada era quella giusta. Nel frattempo papà o mamma (non ricordo esattamente chi ma, andando a buon senso, entrambi) mi avevano insinuato un tarlo nel cervello: "E' troppo vecchia per te", mi dicevano. "Ma và, se è una ragazza!" rispondevo io. "Ti sei innamorato di Doris Day quando ERA una ragazza! Hai visto dei film del 1958! Son passati quasi vent'anni! Ma non ti rendi conto che potrebbe essere tua nonna?". Non ci volevo credere. Ma siccome ormai la storia aveva fatto il giro della famiglia, qualcuno aveva trovato un articolo su Doris Day oggi, corredato di foto e tutto il resto, e l'aveva dato a mia madre. Fu un crollo. Un vero crollo. Ero innamorato di una bionda pimpante e tuttopepe (si fa per dire) ed eccoti qui questa roscia tinta lentigginosa deturpata dalle rughe e dalla menopausa, assolutamente IRRICONOSCIBILE.

Che belli quei sabati mezzogiorno dove, chissà perché, si ruotava il tavolo di 90° e ci si preparava a mangiare i vol-au-vents coi gamberetti e la pasta sfoglia ripiena di prosciutto con la pennellata di rosso d'uovo sopra. Si, il tavolo, solo il sabato, veniva ritualmente spostato. Ma forse lo so il perché. Papà andava in camera sua, prendeva il televisore e lo appoggiava sul piano della cucina: con il tavolo ruotato tutti potevano vedere bene. In realtà nemmeno questa è la speigazione esatta, perché pensandoci bene, la mamma dava sempre le spalle allo schermo ed eravamo noi a dirle di voltarsi quando la TV mostrava qualcosa di bello. Lei ci arrivava dopo un po' e si perdeva sempre tutto. Infatti, alle 13.30, dopo il Telegiornale, c'era "Oggi le Comiche", con Laurel e Hardy che, chiamati in Italia Stanlio e Ollio, venivano introdotti dalla canzoncina "arriva Cric, arriva Croc, poveri Cric e Croc..."...che confusione! C'era Ridolini, che sembrava proprio italiano (la faccia ce l'aveva) anche se in realtà, e non lo sapeva nessuno, si chiamava Larry Harmon. E c'era anche Harold Lloyd che più che stare in bilico sui pennoni dei grattacieli non faceva. Ma ciò che preferivo di "Oggi le Comiche" era il presentatore, che poi era Renzo Palmer. Ecco, a me, per altri quindici anni, solo sentire nominare Renzo Palmer mi metteva addosso allegria. Era simpatico, non faceva assolutamente nulla di comico (e non mi ricordo niente di ciò che dicesse) ma non potrò mai scordarmi di Renzo Palmer che presenta le comiche. Pensavo che uno come Renzo Palmer non avrebbe mai potuto fare del male a nessuno.





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