FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







VIVO FUORI

Margherita Marsiglia




Dunque mi trovo qui oramai da quattro anni. Sono sbarcato dal lontano Ione, sfuggito alle onde dei vortici e dell'incandescente lava. Sputato fuori tra frammenti di parti cerebrali e materia organica. Ora sono qui, a fare il cammino inverso dalla logica al delirio. Aspetto un cenno, aspetto che qualcuno si faccia avanti per venire a liberare Chisoio. Altrimenti non potendo più districarmi, resterò prigioniero tra le trame del tempo e comincerò anch'io a vomitare magma. Mi domando che diritto abbiate di ignorarci così e perché aggiungete sofferenza al dolore gratuitamente? Oggi è domenica, io mangio pane e fette di silenzio.

Ogni notte lo stesso sogno, anche due o tre volte di seguito. Passeggio tranquillamente sopra le acque del mare quando ad un certo punto sento una voce che dall'alto mi chiama, alzo gli occhi e vedo Dio mio padre che mi dice: preparati figliolo perché è arrivato il tuo momento! Subito dopo, un vortice si apre sulla superficie del mare ed io sono inghiottito giù. Mi manca l'aria e sento l'acqua entrare nei polmoni. Mi rivolgo col pensiero a lui e gli dico: padre perché mi stai facendo questo? lui mi risponde: tranquillo figliolo adesso arriva la tua parte migliore!.
Una donna vestita di bianco mi viene incontro sorridendo e mi abbraccia, ha il viso puro e gli occhi luminosi, io penso: questa è la mia vera madre.

Poi finalmente oggi mi sono deciso, ho comprato la spilla con micro telecamera che registrerà la mia vita e che tramite satellite invierà i dati all'accumulatore. Più in là fra qualche mese potrò, collegandomi con il computer alla banca dati, rivedere i momenti della mia vita centinaia di volte sino a svelarne ogni più piccolo mistero. Appunto la spilla sul petto ed attendo di vivere del materiale che poi con calma esaminerò. Intanto penso che se mi fossi deciso prima non avrei perso tanti momenti che ora avrei potuto con calma rivedere. Avrei potuto rivivere ed assimilare a fondo ogni momento di felicità fino all'esaltazione. Centinaia di migliaia di dati del passato concretizzati in un eterno presente da poter essere esperito ancora e ancora. Certamente mi sarei potuto spiegare un sacco di cose, avrei potuto attingere da ogni parola detta o ascoltata il più intimo significato, come pure di ogni gesto e di ogni sguardo o bacio. Quanto mi avrebbe fatto piacere rivivere la leggerezza dei vent'anni, quando steso a guardare il cielo sul ponte di una barca, inalavo l'energia circostante ed immediatamente salivo al cielo, in alto in vertici mai più raggiungibili.
Nonostante tutto, oggi posso sentirmi tranquillo: ho la microcamera, ovvero la mia supervisione e con questa il netto controllo sulla vita. La guardo, sono soddisfatto di averla comprata e sono indeciso se tenerla accesa o spenta. In realtà non sto facendo nulla di importante però mi dico che è meglio che mi abitui a tenerla sempre accesa, non si sa mai che da un momento all'altro accada qualcosa...
Mi viene il dubbio e la paura che nulla più potrà succedere e che non avrò più possibilità di rivedere nulla di nuovo o entusiasmante, a parte le pareti di questa casa e cumuli di lettere, ovvero parole.
Dunque telecamera accesa mentre scrivo e mentre penso che in fondo la parte più bella dovrà ancora venire, e cioè quando sarà possibile registrare il pensiero. Ma credo che se continuiamo di questo passo ci arriveremo presto.

Tornando al sogno, onestamente io credo di essere il figlio di Dio e resto in attesa di poter compiere qualche miracolo. Per esempio mi piacerebbe resuscitare i morti, oppure fare morire qualche vivo, questo per dire che mi piacerebbe molto poter andare in giro a far miracoli. Ma non per influire sulla giustizia, bensì solo per avere la possibilità di stravolgere le situazioni.

Mi alzo e mi siedo continuamente. Le idee rimbalzano nella calotta cranica. Ondeggio come fanno le scimmie ed i bambini. Ondeggio sempre più forte e all'improvviso l'astronave mi viene a prendere. Un potente fascio di luce mi risucchia, io capisco e penso che finalmente sono arrivati. Monto su e li vedo. Non so quanti sono, il posto è circolare e c'è una strana luce, dentro di me penso: meno male che è successo. Loro sono calmi, direi quasi immobili. Io cerco di capire che cos'è questa luce, non mi è sembrato mai di vedere niente di simile. E' bianca ed emana un vago profumo che si spande nell'aria. Ora li vedo meglio, ora che gli occhi si sono abituati a queste nuove tonalità, vedo che sono anche loro dello stesso colore della luce ma sono circondati o avvolti insomma direi quasi che emanano una fioca aureola turchina e direi che si spostano senza muoversi. Provo a fare quello che fanno loro e penso finalmente non sempre la solita minestra! Sono loro che studiano me o sono io che sto studiando loro? Cerco di ispirare maggiore simpatia e benevolenza possibili in modo che la situazione sia da subito rilassata. Sicuramente da loro potrò imparare un sacco di cose, mi domando per esempio cosa mangiano.
Mi si avvicinano e intorno a me sento profumo e tepore in aumento, la luce è sempre uguale ma le loro energie ora vanno intensificandosi fino al verde. E' davvero uno spettacolo meraviglioso, sapevo che sarebbe valsa la pena venire! Ora mi domando chissà se mi terranno con loro, magari potrebbero anche darmi un lavoro, forse potrei dipingergli le case oppure le astronavi oppure l'iradidio. Non mi dispiacerebbe affatto poter rimanere qui per un paio d'anni o forse più e andare in giro vestito anch'io della mia aura di energia verde-turchina nella luce bianca tiepida e profumata. Non mi abbandonate anche voi, vi supplico! E loro PAF! immediatamente mi rimandano giù. Aiuto mi dico non gli sono piaciuto e desolato riprendo a dondolarmi avanti e indietro sulla sedia. Con la differenza però che ora so che esistono e posso dire che non mi capiterà mai più di dimenticarli.

Odio le virgole e voglio andare in sinagoga.
Resto qui finché il tempo non mi porterà via completamente e senza parole. Sputo il sangue che ogni giorno ingoio. Dal naso, dagli occhi, dalle orecchie. Ad ogni frase un'emorragia: cerco rifugio nel silenzio e nella meditazione. Come unico antidoto al veleno brillanti storie, dorate poesie.
Buffa questa vita che da lontano ci guarda soffrire. Buffa anche la voglia di divertirsi a tutti i costi. Tutti infettati dalla malattia di essere uomini e quindi crudeltà ed insufficienza mentale.
Non mi interessano più le medaglie di questa terra.
Spero di comunicare con gli angeli e con tutti i poeti scomparsi.
Esigo la purezza di tutte le cose cerco la mia dimora nell'assoluto. Giaccio silente condannato alla costernazione. Affronto giorni e notti allo sbaraglio senza limiti fra il pensiero e il sogno. Adduco cause agli effetti e domande alle ragioni.
Lunghe peregrinazioni alla conquista del pensiero remoto, assediato dall'invalicabile ombra. Inghiottito e risputato dai vortici intiepiditi da una pallida luce, cerco il ventre della balena ed il capitano Akab con il suo arpione. Confuso tra i domini del paradosso attraverso il deserto in cerca del mare. Quante persone siamo? Non lo so, non siamo mai riusciti a contarle e soprattutto nessuno di noi è ancora riuscito a diventare qualcuno. Tossici di solitudine, ci siamo barricati in casa ed ora viviamo intrappolati nell'assenza, prigionieri fiduciosi e incostanti.

Ho il morbo di Wayrkins, praticamente nel mio fegato vivono popolazioni di vermi che scavano e mi divorano le cellule. Il dottore dice che dobbiamo sostituire il fegato, io non voglio andare contro il mio destino. Da dove vengono tutti questi vermi? Dal mio cervello. Nel senso che è lì che sono riposti i semi che poi vengono irradiati nel fegato e qui vi si stabiliscono e riproducono. Ho delle piccolissime ma frequenti emorragie, il sangue mi sgorga come lacrime dagli occhi e mi costringe a riempire infinite quantità di bianchi kleenex di un profondo colore rosso. Ma questa non è l'unica difficoltà che affronto, naturalmente ho dolori continui, potrei dire che mi sento rodere dentro e non riesco a digerire nulla. Ultimamente sto peggiorando, non riesco più a sollevare il tallone da terra e quando passeggio mi ondeggiano le ginocchia, e così preferisco rimanere a casa. Mando giù pillole di tutti i colori per cercare di combattere questi vermi ed ogni pillola cambia qualcosa. Mi sento completamente alterato dai vermi, dalle pillole, persino da me stesso. Fumo nervosamente una sigaretta dietro l'altra e penso che in fondo ce l'hanno tutti con me, ed è per questo che poi mi lasciano sempre solo. L'altro giorno per esempio li ho sentiti parlare male di me, dicevano: dobbiamo sopprimerlo, dobbiamo fargli del male. Io come al solito ho fatto finta di niente ma poi sono tornato a casa e ho pianto (o forse hanno pianto i miei vermi?)
Così ho deciso che non voglio più uscire e sono solo, chiuso dentro casa con i miei vermi e nel silenzio li sento parlare. Purtroppo non posso vederli, ma li immagino neri e con la bocca sporca di sangue.
Mi chiedo se mio padre è in ascolto, vorrei che mi parlasse ancora, che non mi abbandonasse. Non perdiamoci di vista, o padre! Chiudo gli occhi e sprofondo nell'umido Tartaro: mi ritrovo in un oscuro canale dove scorrono, ricoperte di veli neri, le anime dei morti. Scruto tra le facce sperando di riconoscere qualcuno, magari qualcuno che ho conosciuto e che si fermi a parlare, ma ho la vista ancora confusa ed in bocca sento un forte sapore di gas. Da lontano, un grosso dinosauro rosso con le corna, sorveglia che tutto scorra con un tridente in mano. Annodato alla gola, un mantello nero che ondeggia nei gas. Mi domando se loro possono vedermi e poi affogo in una simile moltitudine. Chissà se mai uno di loro si accorgerà di me.
Al ritorno non potrò guardarmi alle spalle prima che giunga la luce del sole.




ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.