FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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FUCK THE GALAK

Alberto Forni




Fino ai quattordici anni sono stato un ragazzo normale: avevo una vita normale e una famiglia normale.
Facevo colazione con latte e biscotti e a merenda mangiavo un panino con la mortadella o col prosciutto crudo.
Quando sono passato alle superiori mia madre ha cominciato a manifestare delle preoccupazioni che, all'epoca, non riuscivo a comprendere.
Ogni mattina mi infilava il solito panino nello zaino ma invece di augurarmi, come aveva sempre fatto, una buona giornata mi squadrava nervosamente dicendo: "Non accettare mai niente dai tuoi compagni di scuola. Se ti offrono delle merendine tu dì di no, se ti offrono del cioccolato dì di no."
E io dicevo sempre di no anche se non è che capitasse spesso che mi offrissero qualcosa.
Durante l'intervallo stavo sempre in disparte, a mangiare il mio panino, mentre i miei compagni sghignazzavano fra di loro lanciandomi delle occhiate di sdegno.
Non mi invitavano mai alle feste o a mangiare la pizza; io avrei voluto essere come loro ma non sapevo come fare.

Poi qualcuno ha cominciato a sfottermi, a dire che avevo le mani unte, i capelli unti, la faccia come un panino.
E un giorno non ce l'ho fatta più: sono andato dal Nasini e gli ho chiesto se poteva farmi assaggiare una di quelle cose che mangiavano loro.
Lui è stato gentilissimo, ha detto "Era ora che ti svegliassi, fatti questo Lion."
Io ho cercato di fare lo spavaldo, come se ne avessi mangiati da quando ero piccolo, ma invece mi tremavano le gambe pensando a tutte le raccomandazioni di mia madre.
Ricordo ancora il primo morso come fosse oggi: i denti che affondano man mano nella diversa consistenza del cioccolato, del wafer, del malto, il sapore dolciastro, la bocca impastata.
Era la cosa più buona che avessi mai mangiato.
E poi la sensazione del cioccolato che ti entra nel sangue, che ti arriva sparato nel cervello animandoti dal di dentro, gli occhi vigili e attenti, i nervi saldi, le percezioni allargate.
Quel giorno cambiò completamente la mia esistenza.

Col Nasini diventammo molto amici, a volte saltavamo la scuola e ce ne andavamo al parco. Io buttavo la mortadella in un cestino, sbriciolavo il panino e lo davo ai piccioni, poi aprivamo gli zaini e passavamo la mattinata facendoci un sacco di robe dolci: Kinder cereali, KitKat, Duplo, Cioccorì, Kinder Bueno, fette al latte.
Stavamo sdraiati a guardare le fronde, ad ascoltare i Pink Floyd, a immaginarci un mondo migliore dove il cioccolato fosse gratis.
Mia madre ha cominciato a preoccuparsi un po': ingrassavo a vista d'occhio ma a tavola non avevo mai appetito.
Io dicevo che era normale, che era la crescita, intanto mi ero fatto un nascondiglio in cantina dove tenevo le merendine. Faceva fresco, il cioccolato si conservava benissimo.

A febbraio sono andato in settimana bianca con la scuola; avevo portato una bella scorta di roba ma l'ho finita quasi subito.
In più, in quel paesino di montagna c'era solo un piccolo tabaccaio ed era già stato saccheggiato dai miei compagni.
Ho cominciato a sentirmi male: avevo i brividi, la testa molle.
Passavo i pomeriggi nel bar del paese bevendo delle gran tazze di cioccolata che avevano almeno il potere di placare un po' il dolore.
Il Nasini cercava di aiutarmi, di contrattare con gli amici, ma non c'era niente da fare: non c'era abbastanza cioccolato per tutti.
Sono tornato a casa a pezzi, nonostante la sosta all'autogrill, con una sola certezza: ero a ruota di merendine.
Non m'importava più di niente: della scuola, della famiglia, di niente di niente. Ero apatico, grasso, la mia faccia non assomigliava forse più a quella di un panino ma era comunque piena di brufoli.
I miei mi hanno preso di forza e portato da un medico.
E lì non ho potuto più mentire.

I giorni seguenti sono stati tremendi.
Io avevo proposto un calo graduale, con delle tavolette di cioccolato a scalare, i miei invece, su consiglio del dottore, hanno preferito un rimedio drastico: mi hanno chiuso in camera per una settimana.
Mi portavano da mangiare delle cose salatissime due volte al giorno.
Alla fine sono tornato a scuola accolto dall'indifferenza generale: quello che mi era successo aveva messo tutti in allarme.
E poi, ormai, io ero bollato.
Solo il Nasini mi era ancora amico ma anche lui, dopo la mia brutta storia, stava cercando di uscirne o almeno di diminuire.

... iniziato così un periodo strano.
Stavo per conto mio, giocavo a tennis contro il muro o facevo delle lunghe pedalate fuori città.
Quando passavo davanti a un tabaccaio o a un alimentari cercavo di pensare ad altro: alle coppe europee, ai mondiali di nuoto.
Da casa mia erano scomparsi persino i biscotti, facevo colazione con due uova al bacon.
Non è durato molto.
Un giorno il Nasini mi ha detto che un suo amico aveva comprato una partita di Galak e questo solo pensiero è riuscito a mandare in tilt tutti i miei sforzi di cambiamento.
Di quel cioccolato bianco ne avevamo parlato così tanto, senza riuscire mai a trovarlo, che era diventato quasi una leggenda.
Non ci saremmo certo tirati indietro adesso.
Abbiamo iniziato con pochi grammi, un quadratino al massimo, consci di avere a che fare con della roba pesante, poi la storia ci ha preso la mano e siamo finiti a ruota anche di quello.
Questa volta però era una cosa più seria: ci siamo ritrovati presto a spacciarlo solo per avere qualche dose tutta nostra.

Dopo un paio di mesi il Galak è sparito dalla piazza.
Si disse che avevano beccato un corriere a Piacenza e non era la solita palla per alzare il prezzo.
Potevi essere disposto a pagare quanto ti pareva ma il Galak non c'era proprio.
Così qualcuno pensò bene di buttare sul mercato una partita di Choco Nippon: una merendina giapponese di wafer ricoperto al cioccolato bianco.
All'inizio faceva il suo effetto poi qualcuno ha preso a tagliarlo male e in molti hanno finito per lasciarci le penne.
A me, in fondo, è andata anche bene: ho avuto un brutto collasso ma sono riusciti a salvarmi.

Ora sono qui, in questa comunità della "PazzaPizza", da sei mesi e mi sono disintossicato completamente dalle merendine.
Ma è facile dire così quando non ce le hai a portata di mano.
In realtà solo quando uscirò potrò scoprire se sono riuscito a togliermele per sempre dalla testa.
Per ora, la sera, riesco ad addormentarmi solo contando i Pinguì.

Il giorno che abbiamo fatto a pezzi la Barbie piena di demonio eravamo sul divano a guardare Unicatv che rimandava Telesette che rimandava Reteamica che rimandava MTV.
Non è che ci stessimo divertendo molto, a metà pomeriggio passano solo video commerciali di negri sconosciuti con canzoni che finiscono per assomigliarsi tutte.
L'unica cosa decente erano le pubblicità, anche se gli spot erano troppo schizzati.
Era come precipitare in un arcade anfetaminico di stati d'animo. Avresti dovuto videoregistrarli e riguardarli alla moviola per capire la quantità eccessiva di immagini subliminali che erano capaci di spararti dentro in venti secondi.
Dopo un po' Matteo è andato di là. Nessuno ci ha fatto troppo caso. Saranno passati dieci minuti che ho cominciato a preoccuparmi; sono andato a bussare alla porta del bagno.
Non mi ha risposto nessuno.
Sono andato a vedere in camera mia, in quella dei miei. Non c'era. L'ho trovato nella stanza di mia sorella intento a trafficare con i cubetti del lego.
"Cosa fai?" gli ho detto.
"Aspetta un attimino."
Era impegnatissimo a costruire una specie di grosso robot giapponese. "Sei deficiente o cosa?"
"Aspetta, puttana di una Eva. Aspetta."
Parlava senza nemmeno guardarmi; era fissato sull'automa asiatico.
... riuscito ad attaccare al tronco un pezzo di gru del kit dei "costruttori di legolandia".
Gli edili impavidi col cappellino squadrato.
Il mondo del lego è un mondo di angoli retti, anche i moduli lunari sono quadrati nel mondo del lego.
Alla fine si è alzato in piedi brandendo con soddisfazione la sua costruzione come fosse una coppa del mondo di sci.
"Gundam arrapato" ha detto.
Non riuscivo più a stargli dietro ma cominciavo a essere curioso. "Quando Gundam è arrapato è arrapato" ha detto come se parlasse di un negrone in calore più che di un robot giapponese.
Ha preso la Barbie di mia sorella, il modello "sfilata di Armani", e l'ha messa a novanta gradi sul tappeto in fibra di cocco.
La cosa cominciava a interessarmi.
Ha preso Gundam arrapato, con il suo grosso cazzone fatto di gru, e l'ha messo dietro alla Barbie.
"Io la odio questa stronza" ha detto.
"Anch'io, è vecchia da far schifo."
"... il simbolo di una continuità fra generazioni che non esiste manco per il cazzo."
"Giusto. Puniamola".
E nella foga sono inciampato cadendo addosso a Gundam e alla stronzetta bionda.
"Brutta troia" ha detto Matteo "sei riuscita a far fuori anche il mio Gundam" e le ha strappato le gambe.
Si è messo a odorare l'attaccatura.
Gli ho chiesto di cosa sapesse.
"Di plastica molle americana" mi ha detto.
Guardavamo il tronco e le due gambe senza sapere bene come sfogarci, poi Matteo ha tirato fuori l'accendino dalla tasca.
Ha cominciato a dare fuoco a un piede.
"Senti che puzza."
"... tutta la sborra che ha preso che va in fumo."
"... piena, è piena."
"Si è amalgamata al calcio delle ossa."
"Si è sostituita ai globuli bianchi."
"Si è solidificata nelle unghie."
"... ENTRATA NELLE CELLULE."
"NEL BIANCO DEGLI OCCHI."
"NEL SISTEMA LINFATICO."
Sono andato di corsa in bagno, ho preso il bicchiere dal lavandino, levato gli spazzolini da denti, l'ho riempito di acido muriatico.
"Dammi l'altra gamba, l'altra gamba."
L'ho infilata nel bicchiere. Si è sciolta velocemente come un trucco del manuale del prestigiatore, lasciando solo un lieve sfrigolio come di frittura di pesce.
Matteo si è alzato in piedi, ha cominciato a prendere a calci quello che rimaneva della zoccoletta.
"Cos'ha?" ho detto.
"Forse epilessia, forse, sapendo di morire, è stata presa da un grosso senso di colpa."
"No, è stata presa dal demonio" ho urlato io "è indemoniata."
"Ci vuole un mago. Presto un mago."
Sentendo il trambusto è arrivato anche Franco.
"Cosa cazzo state facendo?"
"L'esorcista, l'esorcista.... arrivato l'esorcista."
"Esorcista ci aiuti, questa nostra figlia è piena di demonio."
Franco non ci ha pensato due volte, ha estratto il temperino che si portava sempre dietro, ha cercato di estrarle i bulbi oculari.
Ci ha messo un po' ad accorgersi che erano solo disegnati.
"... proprio piena di demonio questa vostra figlia maiala" e con un colpo di fino ha tagliato un capezzolo.
"Sta uscendo, sta uscendo il caprone maledetto."
Le ha messo il coltellino alla base della nuca strappandole con rabbia i capelli.
Li ha alzati al cielo come in un rito celtico poi con tono drammatico ha detto: "Finalmente è libera."
... bastato solo uno sguardo: ci siamo messi a correre in cerchio, ululando, passandoci di mano lo scalpo, calpestando la fibra di cocco come fosse una prateria.
Siamo andati avanti finchE' quelli di sopra non hanno cominciato a bussare. Allora ci siamo seduti appoggiandoci all'armadio della Casa del Mobile una proposta così non ve la fa nessuno parola di Ettore Andenna.
C'è stato un lungo silenzio, non avevamo il coraggio di guardarci, poi Matteo ha detto: "Mi sento proprio meglio."
Ho annuito con la testa, non sapevo ancora cosa avrei potuto raccontare a mia sorella.

Primo, secondo e terzo

Ho preso i dieci flaconcini di tonico e me li sono infilati in tasca.
Sono andato al supermercato e ho atteso che nella corsia dei cosmetici non ci fosse nessuno.
Poi con un gesto veloce li ho estratti dalla tasca e li ho rimessi al loro posto.

Primo: sono all'Hollywood perchE' Michele ha detto "Ci vengono le modelle straniere". In più ci lavora un suo amico che doveva farci entrare gratis e spalancarci le porte del privè. Ha detto proprio così, "spalancare", ma il suo amico è di riposo oggi.
O questa è sfiga o Michele è un gran contapalle.
E io che mi ero immaginato la scena per tre giorni: "Ehi Naomi ti presento Marco, l'amico di un mio amico."
Invece, non solo ho tirato fuori venti carte per entrare ma di modelle straniere non mi sembra proprio di vederne.
Michele continua a ripetere che è presto, che prima dell'una le modelle straniere non vengono.
"Allora perchE' noi siamo arrivati alle undici e mezza?" domando.
"Per familiarizzare con l'ambiente, perchE' il lupo colpisce meglio quando è padrone del territorio."
Il lupo, mi pare di capire, siamo noi.
Comincio a bere vodka finchE' non finisco tutti i gusti di frutta disponibili, faccio due o tre puntate in bagno perchE' sono debole di reni e perchE' nei bagni dicono si sniffi parecchio invece trovo sempre lo stesso tipo che sta davanti allo specchio a bagnarsi i capelli pieni di gel. Il famoso effetto bagnato su bagnato.
All'una e mezza la situazione non è molto cambiata: c'è più gente ma la maggior parte sono maschi.
"Forse abbiamo sbagliato giorno" dice Michele.
"Forse" replico io e mi viene da pensare che in ogni giro di amici esista sempre un Michele, uno che ti alletta con proposte di fica a sbafo che si rivelano sempre un clamoroso fallimento.
La vodka comincia ad acuire pesantemente il mio senso di solitudine tanto che mi dico: "ora basta, la prima cosa che penso la faccio".
Difatti vedo una moretta carina vicina al bancone del bar, mi avvicino e le chiedo se vuole qualcosa da bere.
Mi risponde in inglese.
Una modella straniera?
Le chiedo di nuovo se vuole bere, questa volta in inglese.
Dice ancora che non capisce e lo dice in francese, la mia seconda lingua.
"Qualcosa da bere?" insisto in francese.
Passa al tedesco, questo non lo conosco proprio ma ho già capito che genere di film è questo.
"Fa-re-in-cu-Io-tu-ca-pi-re?" scandisco in italiano.
"Levati dai coglioni, stronzo" dice la falsa modella straniera.
Penso "Sei solo una brutta parrucchiera di merda di Cologno."
Io comunque in questo posto non ci torno più.

Secondo: sono in metropolitana e sto cercando "la ragazza da guardare nel percorso del metrò."
Scruto accuratamente decine di particolari. Unghie laccate, menti appuntiti, scarpe di cuoio con la riga calcarea dell'ultima pioggia, la texture dei collant che riesco a intravedere, tutto in cerca di un particolare erotico.
FinchE' non vedo una che mi sta puntando.
Il primo impulso è quello di abbassare lo sguardo, così non è giusto, sono io quello che deve guardare.
Ma poi accetto la sfida: mi fissi? Ti fisso.
Lei stringe gli occhi cercando di mettere a fuoco non so quale particolare, io lascio scorrere il mio sguardo sulla borsetta, sui lobi perfettamente bianchi, sulle dita ossute e prive di anelli come piacciono a me.
Andiamo avanti così qualche minuto, io penso "... fatta" lei si alza e scende a Conciliazione.
Le vado dietro aspettando che si diradi il flusso di persone, poi le batto delicatamente su di una spalla.
Lei dice "Cosa vuoi? Cos'avevi da fissarmi con quella faccia da porco?"
"Faccia da porco? Ti fissavo? Eri tu che fissavi me."
"Sì, ma solo perchE' hai una faccia orribile. Mi chiedevo come fai a portare in giro una faccia così orribile."
Volevo dirle brutta puttana pensa alla tua di faccia e a quelle cazzo di mani ossute senza neanche un anello che ti ritrovi e chi ti sposa che sei una grandissima bastarda ma se n'era già andata.
E poi la voce mi si era bloccata in gola come un cannone attappato.

Terzo: avevo fatto la dichiarazione a Marinella e lei mi aveva spiegato, gentilmente, che i suoi non volevano che avesse il ragazzo.
Ho pensato: "... giusto, i genitori sono sempre i genitori e tu sarai sempre e comunque la Marinella mia."
Continuavo ad amarla, dicevo a tutti: "Quella sarebbe la mia ragazza solo che il nostro amore è osteggiato dai suoi genitori".
Mi sentivo bene così, molto bene.
Un giorno, sul pullman della gita scolastica, stavo cantando al microfono una canzone di Battisti quando sono venuti tre miei compagni a tirarmi per una spalla: "Vieni, vieni a vedere quanto pensa ai suoi genitori la tua Marinella."
E in fondo al pullman c'era proprio lei che stava limonando col De Santi, uno di terza A.
Era libera di fare quello che voleva, io ci sarei stato male comunque, ma che bisogno c'era di farmi fare quella figura di merda?

Ma io ho molta pazienza e ho sempre sopportato.
In tutti questi anni ho sopportato quelle che mi hanno usato come spalla su cui piangere, quelle che mi facevano pensare che ma poi ero io a essermi immaginato tutto, quelle che non roviniamo un'amicizia così bella, quelle che il sesso no perchE' io cerco l'amore vero ma se portavo dei fiori mi ridevano in faccia. Ho fatto di tutto per capire queste qua ma non ci sono riuscito.
Alla fine mi son chiesto perchE' prendermi cura di loro se non riuscivo proprio a comprenderle, perchE' cercare di farmele amiche quando potevo benissimo combatterle.
Così sono andato al supermercato e ho comprato dieci flaconcini di tonico per la pelle.
A casa li ho svuotati per circa la metà poi con una siringa di plastica da dieci cc li ho rabboccati di acido muriatico.
Non è molto, ma come dichiarazione di guerra può bastare.

Undici sprite

Se oggi sono qui, a ritirare per la terza volta il premio per il miglior allenatore dell'anno, lo devo anche alla mia fiducia nell'informatica. Ho iniziato dalla serie C2 dopo una modesta carriera di centromediano metodista.
Non so nemmeno perchE' mi sia venuto in mente di fare l'allenatore, forse perché non avevo voglia di aprire un negozio di carte da parati o un bar con biliardi. Il problema è che non avevo mai capito niente di tattiche e di posizioni sul campo; quando giocavo l'unica cosa che riuscivo a mettere a fuoco erano i colori delle maglie, i rombi bianconeri del pallone e la caviglia dell'avversario.

La prima stagione come allenatore andò malissimo, finimmo terzultimi e ci salvammo solo grazie alla differenza reti.
Alla fine della partita decisiva ci fu un'invasione di campo, io corsi a centrocampo e alzai le braccia per festeggiare la salvezza ma presi solo un sacco di spintoni, qualche gavettone e un pugno sul mento.
Nonostante tutto il presidente volle rinnovarmi la fiducia, disse però che era costretto ad abbassarmi l'ingaggio.
Passai l'estate a studiare le tattiche del calcio, comprai dei classici come "La zona e la vocazione offensiva", "Tenere la squadra corta", "Come fare il fuorigioco e farlo bene" e li lessi tutti.
Ero diventato un teorico della zona pura.

Ben presto scoprii che non era facile inculcare il pressing nella mente di giocatori abituati solo a calciare il pallone con la massima forza possibile e a tenere per la maglietta gli avversari.
Per loro il punto più alto della carriera coincideva sempre con il riuscire a spezzare i legamenti al centravanti ospite.
Così sbuffavano quando prendevo il gessetto e formulavo uno schema sulla lavagna, dicevano "ci tocca fare i compiti".
Erano tutti semi-professionisti, solo tre avevano la licenza media, uno il diploma. Erano meccanici, aiuto muratori, imbianchini autodidatti.
Provai a usare le videocassette.
Andava meglio ma alla terza partita consecutiva del Milan di Sacchi qualcuno si addormentò, qualcuno finì per guardare fuori dalla finestra, la maggior parte chiese a gran voce dei filmini porno.
Era una lotta dura.
Finché un amico non mi consigliò di usare un computer, disse che in serie C1 lo facevano già tutti, che era il massimo per simulare gli schemi.
Così mi comprai un portatile.

L'attenzione dei miei giocatori migliorò notevolmente.
Dicevo "Guardate, voi siete quegli sprite lì, quei cubettoni rossi, e gli avversari sono quelli blu. Ogni sprite ha il suo numero sopra, cercate di seguire solo la vostra posizione e guardate come si sviluppa l'azione."
Cercavano di impegnarsi, di seguire gli schemi sul computer, ma dopo qualche minuto gli andavano insieme gli occhi e cadevano dagli sgabelli.

L'esordio della nuova stagione fu un vero disastro.
I miei correvano sul campo come automi impazziti, si muovevano seguendo rigide traiettorie geometriche, il portiere si tuffava anche quando la palla era nella metà campo avversaria.
Sembrava la squadra dell'ospedale psichiatrico.
Prendemmo sette pere e io fui convocato dal presidente.
Gli parlai della rivoluzione tattica, della difficoltà di assimilare i nuovi schemi, del fatto che anche il grande Milan di Sacchi, all'inizio, aveva faticato parecchio.
Mi disse solo "Me della zona mi sbatte un casso. Voglio solo di vincere che i miei amici industriali mi portan per il culo."
Riportai il discorso del nostro presidente ai giocatori e a qualcosa servì: la partita seguente beccammo solo cinque gol.
Non sapevo più cosa fare, avevo cominciato a prendere informazioni sugli affitti dei negozi, quando il tornante destro mi diede un dischetto.
Disse "Mister, guardi questo, è meglio dei suoi sprite".
Era Kick Off, un giochino di calcio per computer.

Inspiegabilmente i miei giocatori cominciarono a interessarsi a qualcosa che non fosse un nuovo modello di automobile.
Cominciarono a giocare a Kick Off giorno e notte, a sfidarsi fra loro in tornei a eliminazione diretta, a decidere, volta per volta, fra il 4-3-3 e il 4-4-2.
Speravo che, almeno, avrebbero imparato qualcosa.
Infatti cominciammo a vincere di brutto.
Io, dalla panchina, non urlavo più "Salite ora" o "Fate pressing" o "State più corti" ma "Fate come nella sfida fra Ugo e Giacomo" oppure "Fate quell'azione con cui Manuele ha battuto Giorgio."
Quell'anno fummo promossi e invece delle spinte e dei pugni trovai un mare di braccia che mi alzarono e mi portarono di corsa intorno al campo. Avrei voluto conoscere di persona l'ideatore di Kick Off, avrei voluto baciarlo.

Venne la C1 ed era una brutta bestia.
C'erano delle gran squadre e dei signori giocatori che riuscivano a fare le giocate di fino: i lanci di cinquanta metri, i colpi di tacco, le rovesciate spettacolari.
Ci stavamo comportando abbastanza bene ma il rischio di finire in fondo alla classifica era dietro l'angolo.
Sentivo che il miracolo stava finendo; questi ragazzi avevano fatto tutto il possibile, ora servivano dei rinforzi.
Andai dal presidente e glielo dissi.
Lui mi guardò sconcertato "Soldi? Non ce n'è. Casso devo fare? Vendermi il Ferrari? Veda di andare in serie B piuttosto" e mi congedò.
Una squadra così non avrebbe mai raggiunto la serie superiore e io non sapevo più cosa inventare.

Poi incontrai una specie di scienziato, una testa matta.
Mi parlò di microchip e di reazioni indotte.
Non ne capivo molto ma, in fondo, non avevo niente da perdere. Gli feci solo promettere che non sarebbe stata una cosa pericolosa.
Una sera, in ritiro, misi del sonnifero nei piatti dei ragazzi e insieme al professore mettemmo un minuscolo microchip sotto la cute di ogni giocatore, vicino alla tempia.
Era perfetto, non si vedeva niente.
Lo scienziato mi diede una consòle portatile, una specie di Gameboy, e disse "Impari a usare questo".

Non ci misi molto a imparare, era come giocare a Kick Off solo che invece di comandare gli omini sul monitor comandavo i miei giocatori in campo.
Alla fine ero diventato così bravo che vinsi una partita per tredici a uno. Poi decisi di non fare più una cosa così plateale perchE' qualcuno avrebbe potuto insospettirsi.
Così a volte mi accontentavo di un pareggio, altre volte lasciavo che gli avversari si illudessero di farcela poi mettevo dentro due gol al novantesimo minuto. Uno dopo l'altro.
Quell'anno fummo promossi in serie B, l'anno dopo ci affacciammo sul grande palcoscenico della A.

Ormai ho vinto tutto: campionato, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale.
Ma sono rimasto la persona semplice che ero agli inizi.
Spesso, mentre sono impegnato a farli correre sul campo, guardo i miei giocatori e mi viene da ripensare ai vecchi tempi.
Penso al mio primo portatile e a quegli undici sprite e mi sembra quasi che non sia cambiato niente.




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