FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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COME IL PASSO DELLA FORMICA

Carlo Mario Chierotti




Come il passo della formica

Possa Akarth, signore delle acque piovane del mattino e del crepuscolo, del profumo del giglio di macchia e del primo sorriso mattutino delle fanciulle di Khiortu, illuminare misericordioso la mia mente in questi momenti ora che la mia vita sta per concludersi nella vergogna e nella solitudine.

Triste la sorte di chi sia costretto ad abbandonare la verde valle del Ghowo senza il conforto di una tazza di infuso d'equiseto, viatico che non viene negato nemmeno al più abietto dei malfattori: questo però è il giusto castigo per chi abbia osato profanare ciò che di più sacro e puro gli dei nella loro infinita e sublime crudeltà hanno donato agli uomini perché se ne creassero un feticcio e un capestro.

Io, Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, ho osato quel che prima di me nessuno aveva mai osato concepire né tanto meno pensare che alcuno potesse concepire, e ora attendo il giusto castigo che colpisce colui che disobbedisca ai voleri degli dei.

Voglio però che il mio crimine non resti sepolto nella tomba che fra poco diventerò, sepolcro pietrificato di me stesso, povera cosa in balia degli adoratori del demone Chwagh: forse un giorno quanto sarebbe dovuto restare celato in eterno verrà alla luce, per mia dannazione eterna e per mia gloria senza fine. Il mio misfatto non resterà sepolto nei recessi della mia abiezione, remoto come gli ultimi sogni di chi sia morto nel sonno.

Curioso è infatti il destino delle azioni concepite per rimanere per sempre occulte: l'autore inconsapevole crea con le proprie mani la trappola in cui condurre al fallimento il suo stesso progetto, assicurandosi però in tal modo ciò fama eterna ed eterna dannazione.

Lungo è il tirocinio che attende il fanciullo designato dagli astrologi come futuro interprete dei simboli magici di Quyokh, e la sua sorte è segnata per i lunghi anni a venire. Vestivo ancora i panni del fanciullo che solo da poco ha dimenticato il sapore del latte materno, quando le guardie del tempio mi strapparono al dolce tepore del focolare di sterco di yak. Mi gettarono nelle adunche mani dei sacerdoti, nelle fredde spire della mia futura vita di scriba, sacro interprete dei simboli di Quyokh. Da allora non ebbi più famiglia e non potei mai più giocare con i cammelli nel recinto del mercato.

Appresi tutte le sacre dottrine dei simboli sacri del dio che era divenuto mio padrone e compresi che sarei stato la voce che si fa udire da lungi e l'orecchio lontano del signore di Tarmuz: per lui avrei parlato con i lontani popoli che abitano le foreste dei monti da cui nasce il sole, i quali alla vista della stella della sera cadono in un delirio di follia amorosa; per lui avrei inviato messaggi ai lontani signori delle fredde lande di Ghity, i cui abitanti vedono la luce del sole solo sette volte l'anno; per lui avrei tracciato parole di morte e parole di vita, segni che avrebbero avuto un senso solo perché là ad attenderle sarebbe stato l'occhio e orecchio di un mio fratello in Quyokh, fratello che sarebbe stato poi la voce che io avrei compreso a mia volta per tramite del sacro linguaggio del dio dal nome prezioso e terribile.

Fu questo che io appresi nei lunghi anni trascorsi nel tempio, nelle estenuanti veglie consumate al lume della stella che annuncia gli acquazzoni di primavera, nei terribili giorni di digiuno spesi imparando la differenza fra un kwed e un wry, nelle interminabili ore di esercizio passate a premere lo stilo sacro sull'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta.

Non gioie, non giochi, non gigli di macchia colti per la fanciulla che ti sfugge e ridendo ti chiama nell'ombra complice e furtiva degli alberi di cedro: mio fu lo stilo sacro, mia l'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta.

Finalmente fui scriba; finalmente fui bocca e orecchie del signore di Tarmuz.

Finalmente fui quel che gli astri avevano voluto che io fossi, schiavo dei sacri simboli che per gli uomini sono come il passo della formica sulla farina di carrube.

Finalmente fui primo scriba del signore di Tarmuz.

Il signore di Tarmuz non conosceva i simboli sacri del dio Quyokh. Nessuno conosceva i simboli sacri se non gli interpreti designati, ed essi erano disposti ad insegnarli ad altri così come avrebbero voluto insegnare ai tafani dei cammelli il modo di nutrirsi con il liquido e delicato nettare del cerfoglio: nessuno può apprendere i simboli se non gli eletti e maledetti, nessuno può insegnare il mistico linguaggio se non il sommo sacerdote del tempio di Quyokh, nelle cui umide e profonde segrete io ora mi trovo per espiare la mia infame e terribile colpa.

Il signore di Tarmuz parlava e io registravo le sue parole nel sacro linguaggio i cui segni il dio Quyokh mi imponeva di usare, segni che agli occhi degli uomini sono come le impronte di una formica sulla farina di carrube.

Muovevo eserciti e dichiaravo guerre, minacciavo saccheggi e concedevo tregue, negavo la pace e ordinavo massacri, ma non ero io a parlare: il signore di Tarmuz, egli, parlava. Impartiva gli ordini che il dio Quyokh nella mia mente tramutava in segni, i quali agli occhi degli uomini sono come il passo della formica sulla farina di carrube, ma senza i quali il povero suono di quella debole voce così potente non avrebbe saputo neppure varcare le mura del palazzo di Tarmuz.

Io non ero che l'inerte strumento del dio, la mano attorno allo stilo sacro sull'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta.

Un giorno accadde ciò che mai sarebbe dovuto accadere: io, Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, commisi un errore affidando all'argilla le sacre linee dei simboli divini. I ministri dispensatori di giustizia non ricevettero così l'ordine che il dio Quyokh aveva imposto alla mia mente, quello che io obbediente avevo creduto di tracciare sull'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta. No, essi ricevettero l'ordine che io inconsapevole avevo concepito nella mia mente e tracciato con mano innocentemente sacrilega.

Quando il mio errore fu palese ai miei occhi era troppo tardi perché fosse possibile un qualche rimedio. Scoprii allora con sgomento e gioia che il dio era inconsapevole del mio gesto: quel che accadde in seguito, come conseguenza di quel gesto e di quella scoperta forse potrò comprenderlo pienamente solo nel momento della mia atroce e meritata morte, quando ogni ombra viene fugata dallo sguardo del lucido occhio interiore.

Io, Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, scoprii che potevo parlare la lingua del dio dal nome prezioso. Scoprii che potevo dettare alla mano segni che il dio Quyokh non aveva imposto alla mia mente, imprimendole in essa così come io le imprimevo con lo stilo sacro sull'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta.

In quel momento io decretai la mia fine, fine che io stesso invoco perché giusta e sacrosanta.
In quel momento io assicurai a me stesso vergogna e fama senza fine: il crimine che ho commesso sarà esecrato e lodato per sempre e ciò che ho compiuto non potrà mai più essere dimenticato, quasi come se non fosse stato compiuto.
Mai più i divini simboli del dio Quyokh saranno per gli uomini come passi di formica sulla farina di carrube.

Io, Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, volli essere voce e pensiero, volli scatenare guerre e concedere la pace, volli creare reami e distruggere regni, volli essere la voce che comanda e la voce che si fa udire a distanza.
Volli essere dio, signore e scriba.

Decisi di scatenare per mio piacere esclusivo una guerra nelle lande desolate dei deserti abitati dagli uomini che non hanno ombra. Usando la voce potente delle tavolette di argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta inviai laggiù le guarnigioni schierate ai confini dell'impero, le inviai in quelle lande da cui mai nessuno fra tutti quelli che in precedenza vi si erano avventurati era tornato.

Mossi eserciti, nominai generali, creai stati vassalli e altri ne distrussi; ordii trame segrete alle spalle dei miei stessi comandanti, e trame che ostacolavano quei medesimi disegni: nello stilo sacro e nell'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta ebbi alleati invincibili e sempre pronti ad affrontare ogni evento impreveduto, così come il sertjok dei monti è pronto a ogni mutamento di clima, piovano pietre di luna o rugiada d'autunno che rende gli animali simili a statue di sale.

Ogni capovolgimento di fronte non mi coglieva impreparato: ero un condottiero ben più abile del signore di Tarmuz. Esaminavo i resoconti che da quelle lande lontane giungevano al legittimo signore di Tarmuz, lo ingannavo con false interpretazioni ed elaboravo mie strategie. Ero il supremo padrone del mondo: il signore di Tarmuz era per me un burattino ben più docile di quello che per molto tempo io ero stato per lui.

Infine il tempo della punizione giunse per me così come per ogni empio degno di esecrazione.

Inaspettato e intempestivo giunse a palazzo il vassallo del signore di Tarmuz che io avevo manovrato nella mia guerra contro gli abitanti del deserto, gli uomini che non hanno ombra. Si presentò al cospetto del padrone di ogni cosa ignorando me, che in verità ero da lungo tempo il suo vero signore. Si gettò ai piedi del divino e potentissimo e ne implorò la magnanimità infinita cercando di ottenere una morte rapida e misericordiosa, unica emendazione delle sue innominabili colpe.

Ecco.
Quello fu il volto della mia fine.
Ecco.
Quello fu il volto della mia condanna e del giudice che decise la pena.
Ecco.
Quello fu il volto del boia che l'avrebbe eseguita.

Lungo era stato lo svolgersi della guerra nel deserto abitato dagli uomini che non hanno ombra e a lungo nel corso delle lune e dei cicli di lune avevo impartito ordini al vassallo che comandava gli eserciti al confine estremo delle terre, confine che è anche limite estremo di tutte le cose che possono essere nominate. Una corrente ininterrotta di mute voci si manteneva fra me e lo scriba del vassallo, povero sacerdote inerte, strumento ossequioso di un potere per lui troppo grande.

Grandi movimenti di truppe avevano segnato le sorti di quella guerra che senza la mia infinita superbia non sarebbe mai esistita.

Il vassallo era un comandante scrupoloso ed efficiente: per questo l'avevo scelto. Ed ecco egli giungeva inopportuno e inatteso fra le stesse mura del palazzo, portando con sé non solo la sua ma anche la mia rovina: la mia colpa fu ben presto manifesta, benché fosse difficile anche solo concepire l'enormità della mia profanazione.

La punizione sarà esemplare ed è ormai quanto io solo mi auguro e attendo dal mio destino.

Prima però imploro Akarth, signore delle acque piovane del mattino e del crepuscolo, del profumo del giglio di macchia e del primo sorriso mattutino delle fanciulle di Khiortu, lo imploro affinché misericordioso mi consenta nonostante tutto di giungere al termine di questa mia blasfema esposizione, ulteriore e sublime profanazione dei simboli sacri di Quyokh, definitiva ammissione di colpa, atto sfrenato del mio orgoglio e consacrazione del mio nome a gloria e vergogna eterne. Forse un giorno quanto sarebbe dovuto restare celato in eterno verrà alla luce, per mia dannazione e per mia gloria senza fine, e il mio misfatto non resterà sepolto nei recessi della mia abiezione, remoto come gli ultimi sogni di chi sia morto nel sonno.

Questo disse al signore di Tarmuz il vassallo che era stato per me strumento di guerra e di bestemmia:

Augusto e sublime signore di tutte le cose, il tuo umile servo si prostra a tuoi piedi implorando solo la grazia di una morte rapida e misericordiosa, poiché la sua colpa è grande e la tua ira sarà giusta e terribile.

Il fallo che ho commesso non può avere nome; non deve essere posto un limite alla vergogna e all'esecrazione, poiché ho ingannato te, signore del mondo, e il dio Quyokh, profanando ciò che esso possedeva di più sacro, ciò che esso possedeva di più segreto.

Per lunghi anni ho sfruttato l'ingenuità del mio personale interprete e conoscitore di quelli che per altri sono i sacri simboli del dio, passo della formica sulla farina di carrube, e per me ormai solo strumento di inganno e compiacimento. Ho saputo ingannare lo scriba educato ai misteri nel tempio del dio Quyokh e sono stato capace di carpirgli il suo segreto: ho inviato alla tua sublime persona messaggi fallaci e ingannevoli che avevano il solo scopo di soddisfare la mia brama di potere. Volevo eserciti, volevo un regno, volevo essere il signore e il creatore di una terra che in ogni suo dettaglio e fin nella sua stessa esistenza, fosse un atto della mia volontà.

Era una landa desolata al limite estremo del mondo quella in cui tu mi inviasti, molti cicli di cicli di lune fa, e io volli trasformarla in un avamposto degno di rispetto e di considerazione. Doveva trasformarsi in un baluardo contro il caos che da sempre preme ai confini del mondo abitato, anche se gli uomini non hanno ancora compreso che questi confini si trovano sepolti anche nel profondo dei loro cuori e non solo al di là dei monti abitati dal giaguaro maculato.

Creai un nemico ed eserciti schierati per minacciare il tuo mondo. Ancor di più seppi creare un peccato che mai nessuno aveva potuto non solo concepire né addirittura pensare che alcuno potesse concepire, ingannando il sacro mistero di Quyokh.

Tu, signore del mondo, suddito prediletto dell'onnipotente dio Quyokh, cadesti nella mia trappola: questo colmò di coraggio e orgoglio il mio empio cuore e non ebbi timore quando, molte lune fa, giunse il tuo ordine di muovere finalmente guerra alle popolazioni e agli eserciti che solo la mia fantasia e la mia empietà avevano creato dal nulla.

Misi in campo i potenti eserciti che avevi inviato là ai confini del mondo perché fossero una difesa contro le forze degli uomini senza ombra, abitanti sanguinari di un deserto che assolve in pieno al compito di significare la veridicità del proprio nome.

Tu volevi la guerra, potente signore di Tarmuz, e io ti offrii una guerra che fu combattuta come mai più guerra sarà: fu una guerra mai scoppiata eppure conclusa vittoriosamente, perché nulla potrebbe sconfiggere le invincibili armate del signore di Tarmuz.

Tutto io seppi escogitare e porre in campo: mossi le truppe mie e quelle del nemico senza spostare i soldati dai loro quartieri, massacrai con irrisoria facilità intere falangi nemiche e subii a cuor leggero le sanguinose rappresaglie delle feroci cavallerie nemiche senza che un solo uomo in realtà interrompesse il proprio gradito ozio nelle tende di feltro durante le lunghe ore fra l'alba e il crepuscolo: nulla posi come limite alla mia sfrenata follia.

Ora comprendo, potente signore di Tarmuz, che ho voluto essere un generale troppo abile, e con la mia ambizione ho dato inizio alla mia distruzione, perché tu mi impartisci ordini cui io non posso più obbedire. Tu vuoi nuove campagne di guerra non appena saranno terminate le stagioni delle tempeste di sabbia e sale. Tu vuoi che io mi unisca agli eserciti vittoriosi del vassallo delle lande delle paludi di Aswhot, tu vuoi che io muova guerra contro gli imperi che stanno al di là di ogni altro confine e che solo la mia sfrenata fantasia ha potuto creare.

Io non saprei obbedire ai tuoi ordini, potente signore di Tarmuz: già prima non ne ero in grado, ma potevo fingere. Quello era infatti il gioco e la bestemmia che io stesso avevo creato per soddisfare la mia lussuria vanagloriosa. Ora però non posso più ingannarti, signore di tutto, e sono qui prostrato ai tuoi piedi implorando la tua infinita misericordia, sperando che tu voglia concedermi una morte rapida in espiazione delle mie colpe, che sono senza fine. Oso implorarti proprio perché mai ho cessato di esserti vassallo fedele, combattente coraggioso e senza esitazioni difensore del tuo impero.

Venivo punito con le mie stesse armi, quelle con cui sempre gli dei puniscono chiunque tenti di sostituirsi alla loro insondabile e assoluta assenza. Questo è infatti il modo con cui gli dei si vendicano delle azioni degli uomini rei: li inducono a divenire gli inconsapevoli carnefici di se stessi.

Avevo voluto essere la voce e la lingua: avevo bestemmiato l'inaccessibile potenza del dio Quyokh, mi ero fatto gioco dell'insondabile potere del signore di Tarmuz ed ero stato vittima della mia follia.
Il linguaggio mistico dei simboli sacri non potrà mai più essere lo stesso, dopo che i ministri indicati dagli astri hanno tradito lo stilo sacro e l'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta.

Io, Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, compresi in quel momento che quella sorte che il vassallo implorava per sé non avrebbe potuto impetrarla anche per me. Una morte lenta, inesorabile e inconcepibile mi attende, e io l'invoco: l'avrò in ogni caso attesa troppo a lungo.

Ora i miei occhi vedono quel che allora solo la mente seppe temere e subito invocò come espiazione per la mia infinita colpa. Ora vedo le pareti altissime della mia cella nelle segrete del tempio del dio Quyokh, che fu un tempo il mio padrone e io resi mio schiavo allora così come faccio ora, mentre affido la mia confessione solcando sacrilego l'argilla impastata con lacrime di fanciullo ed estratto di ruta, incidendo la morbida e mistica superficie remissiva e ricettiva con il sacro stilo di canna.

Possa il mio nome, il nome di Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, valicare le mura di questa prigione e raggiungere la città, dove le fanciulle siedono sulla soglia a mondare il rafano e i cavalli nitriscono di furia nelle notti senza luna.

Presto sarò vittima degli adoratori del demone Chwagh e il mio corpo diverrà il sepolcro in cui rinchiuderà se stesso, paradossale simulacro pietrificato della sua memoria corporea.

Affronto la giusta pena per le mie colpe.

Possa il mio nome, il nome di Kesyoda, primo scriba del signore di Tarmuz, valicare le mura di questa prigione e raggiungere la città, dove le fanciulle siedono sulla soglia a mondare il rafano e i cavalli nitriscono di furia nelle notti senza luna.




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