FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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FINO ALLA FINE

Doremifasol




L'asta acuminata sibilò macabramente accanto alla tempia sinistra di Astor, che ebbe un sussulto e si piegò istintivamente dalla parte opposta sul collo del suo stallone dal mantello fiammeggiante, che galoppava con la schiuma alla bocca sul sentiero pietroso, ormai allo stremo delle forze. Il giovane guerriero scorse sotto di sé il mare nero, udì i ruggiti delle onde che s'infrangevano contro l'alta scogliera a precipizio sul mare, lungo la quale stava cavalcando; percorse con lo sguardo la distesa spumeggiante fino all'orizzonte dove il sole morente sembrava lottare inutimente con i suoi ultimi, fulgidi raggi, contro le nuvole che lo stavano lentamente soffocando; nubi gonfie e scure, rosse di sangue... del sangue dei suoi compagni, impietosamente massacrati in quella fuga disperata, di cui lui era l'unico sopravvissuto, almeno per il momento... del sangue versato in quella lotta contro le forze del male.
"Maledetti!" sibilò tra i denti, e la rabbia cocente gli diede ancora una volta la forza di non crollare. Doveva resistere, doveva ostacolare e distruggere quella setta demoniaca. L'estate era quasi finita... se fosse riuscito a non farsi uccidere, presto tutto il potere che quei pazzi fanatici avevano raccolto poco alla volta, goccia a goccia, al prezzo di tante vittime innocenti... tutto, si sarebbe dissolto nel nulla. "Ma se mi prendono..." rabbrividì violentemente, e si sforzò di pensare ad altro. Se lo avessero catturato, se avessero conquistato l'unico tassello mancante, nulla avrebbe più potuto arginare il loro cammino verso la completa onnipotenza, e tutto sarebbe sprofondato definitivamente nelle tenebre e nel caos.
Astor si appiattì sulla sella per evitare le frecce che fischiavano su di lui. Sentiva poco distanti le grida dei suoi inseguitori, che guadagnavano inesorabilmente terreno. Non aveva idea di quanti fossero; una decina o un migliaio, che importanza poteva avere? Sapeva bene che nelle condizioni in cui si trovava non avrebbe avuto alcuna speranza in un corpo a corpo, ed ora aveva a che fare con guerrieri perfettamente addestrati e pronti a tutto.
Una nuova raffica di dardi tagliò l'aria, ed Astor non fece neanche in tempo ad accorgersi di cosa stesse realmente succedendo; sentì solo il cavallo vacillare sotto il suo peso, ebbe la confusa consapevolezza di cadere e perse i sensi... per riprendersi dopo alcune frazioni di secondo e ritrovarsi disteso a terra, con la gamba sinistra imprigionata dal peso dello stallone agonizzante nella polvere con una freccia nella coscia ed una nel collo. Tentò di liberarsi, ansante, ma ebbe la sensazione che una lama rovente scorresse lungo la sua schiena non appena sollevò la testa, e fu costretto a desistere con un gemito strozzato.
Nel giro di pochi secondi una ventina di uomini a cavallo gli erano intorno, e lui lo sapeva, aspettavano solo un cenno per assalirlo; avevano indosso tuniche viola a ricami sanguigni il cui tema ricorrente era una coppia di serpenti, intrecciati in una macabra danza, ed Astor non dubitava che ne sarebbero presto sopraggiunti altri. Uno degli uomini, vestito in modo differente, con una pesante corazza di metallo, un lungo mantello sulle spalle (viola come le tuniche dei suoi seguaci) ed un pugnale alla vita, smontò di cavallo e si avvicinò in movimenti ampi ed orgogliosi, con un ghigno feroce che lo rendeva simile ad un animale predatore che osservi la sua preda al termine della caccia.
Astor non prese neanche in considerazione l'idea di sguainare la spada e combattere finché avesse avuto un solo alito di vita in corpo: ammesso che ne avesse avuto la forza, una ventina d'archi ed altrettante frecce avvelenate erano puntate su di lui; respirò profondamente, mentre poco a poco la vista gli si annebbiava, ed osservò l'imponente figura che gli si avvicinava. Il viso era scarno, con lineamenti giovani ma induriti da un gran numero di cicatrici, incorniciato dalla massa dei capelli chiarissimi, come il velo di barba che ricopriva parzialmente il mento e le mascelle contratte; labbra sottili, occhi grigi e vividi, rifulgenti di una luce glaciale, e, tatuati sulla guancia sinistra, i due serpenti intrecciati: il Gran Sacerdote.
Si chinò su Astor, che strinse le labbra per dissimulare dolore e paura.
"Dov'é?" chiese, con calma troppo ostentata per essere autentica.
"Non l'avrai mai." sibilò il ragazzo, cercando di nascondere che la voce gli tremava. Il ghigno dell'uomo si fece più sottile e più crudele, ed una delle mani magre e nervose scattò da sotto al mantello serrando il collo di Astor fra le dita sottili.
"Andiamo, ragazzino, mi hai già fatto perdere abbastanza tempo! Lo sai, non hai scampo..." Astor deglutì a fatica e non potendo muovere la testa rivolse lo sguardo altrove. Le dita del Gran Sacerdote si strinsero in una morsa ferrea e la bocca si piegò in una smorfia.
"Basta con gli eroismi, verme!" gridò, "Dove l'hai nascosto? Parla!"
"Se mi uccidi..." la voce di Astor era strozzata, ma carica di sprezzante sfida, "... se mi uccidi non lo saprai mai!". Non era vero, ma di questo l'uomo non poteva essere certo... Allentò la presa, indignato, poi il suo sguardo si posò casualmente sul ciondolo d'argento brunito che il giovane portava al collo. Il suo sguardo s'illuminò di un lampo malvagio ed Astor realizzò il motivo non appena poté intuire su cosa era puntato.
"No!" cercò di gridare, col poco fiato che gli restava in gola. Si dibatté disperatamente, ma le forze lo stavano rapidamente abbandonando ed il Gran Sacerdote riuscì senza il minimo sforzo a ghermire il ciondolo e strapparglielo. Lo aprì con dita impazienti, per osservarne estasiato il contento: un piccolo frammento di pergamena su cui era miniata una spiga di grano circondata da varie iscrizioni. Lasciò cadere a terra il ciondolo, poi posò distrattamente lo sguardo su Astor che aveva ormai rinunciato a combattere e giaceva riverso, respirando spasmodicamente con lo sguardo perso nel vuoto.
"Uccidetelo..." disse con noncuranza, con un gesto rapido, e tornò a concentrarsi sul prezioso frutto di tante fatiche.
"Finalmente..." mormorò, e le dita gli tremavano, "finalmente la mia opera è completa..." Scoppió in una risata prorompente, selvaggia, quasi isterica, gettando la testa all'indietro, con i lunghi capelli chiari rifulgenti nei bagliori scarlatti del tramonto.
"Ce l'ho fatta!" gridó, "Ce l'ho fatta! Il Mulino delle Meraviglie E' MIO!



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