FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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FINE

Glauco Juliano




E così era arrivata la fine del mondo. Ancora non si sapeva bene come, ma era ormai sulla bocca di tutti. Si respirava, l'odore di disfacimento, si avvertiva sulla propria pelle, quel senso di viaggio senza più ritorno. Si diceva in giro che un gruppo di scienziati, isolati in un munitissimo ed inaccessibile laboratorio, avessero scoperto l'evento responsabile del cataclisma. Ma qui le voci popolari si inseguivano l'un l'altra senza possibilità di verifica: i soliti bene informati asserivano si trattasse di una pioggia di meteoriti indirizzata sul nostro pianeta; no, replicavano altri, sarà una grande tempesta magnetica a spazzarci via tutti; "non avete capito nulla - si inalberavano i più pessimisti - è il sole che si gonfierà e finirà con l'esplodere, come è scritto nella sua storia naturale." Una cosa era comunque certa: qualunque fosse questo evento catastrofico, esso era stato annunciato, ed essendo tutti convinti della sua ineluttabilità, nessuno osava ribellarsi.
La notizia aveva colto Enzo nel pieno della sua attività lavorativa, e sulle prime aveva pensato al solito scherzo di qualche emittente televisiva in cerca di pubbblicità. Poi, piano piano, dalla finestra del suo ufficio aveva notato una inconsueta agitazione nella strada, un fiume di persone che camminavano alla rinfusa, senza meta apparente, urtandosi, spingendosi, rimescolandosi come molecole in un moto caotico e senza scopo. Il sangue cominciava a gelarsi nelle vene di Enzo; come un automa si recò davanti alla televisione, con mano tremante premette il tasto del telecomando, pregando di trovarsi sullo schermo il più stupido dei varietà o la novela più liquorosa che fosse possibile produrre. Si esibì in uno Zapping feroce, ma su qualunque canale lo portasse il suo dito affannato e ansimante, le stesse scene, le stesse edizioni straordinarie dei telegiornali, gli stessi interventi piangenti e lagrimosi di intellettuali ed opinionisti, le prime polemiche dei verdi ed ambientalisti, che puntavano il dito accusatore sul classico buco dell'ozono. Enzo fu percorso da un brivido che quasi lo scaraventò su una poltrona. Allontanata per un attimo quell'ondata di panico incontrollata, volle cercare di capire: cominciò a seguire il primo telegiornale che gli capitò sott'occhio, e scoprì tutto, anzi niente. Cosa sarebbe esattamente successo? Nessuno poteva dirlo. Quando sarebbe successo? Anche questo un punto oscuro. Quanto sarebbe durato? Mistero. L'unica certezza era che sarebbe successo, forse anche tra dieci minuti, o forse un'ora. Era inutile sprecare anche un solo istante di quel tempo diventato ormai preziosissimo. Enzo si precipitò giù per le scale, le calpestò senza pietà e senza rimorso, poi si immerse in quella folla ondulante e scomposta che agitava le vie cittadine. Per un po' si lasciò trasportare, passivo e senza volontà, evitando di ascoltare i discorsi disperatamente tutti uguali: si confondevano in un unico brusìo, sempre più intenso e sempre più inutile, come se migliaia di insetti impazziti si agitassero per sfuggire a chissà quale nemico. Poi un barlume di volontà si riimpossessò di lui, e decise di tornare a casa. Era una impresa titanica riuscire a fendere controcorrente quello sciame folle e senza scopo, ma lavorando di gomiti e di spalle ne fu finalmente fuori. Dopo molte ore si ritrovava solo con i suoi pensieri, il brusìo lo udiva dietro di sè sempre più lontano, sempre più disperato. Allora per la prima volta cominciò a riflettere con calma su ciò che sarebbe accaduto. Istintivamente alzò lo sguardo verso il cielo: era sempre il solito cielo, con il solito sole, con le stesse nuvole, ma tra qualche ora non sarebbe stato più lo stesso: si figurava già apocalittici scenari di fuoco, bagliori accecanti, esplosioni galattiche. No, tolse lo sguardo da quel mondo che sarebbe diventato così ostile, e lo rivolse sulla strada che stava percorrendo: e se invece la fine fosse poi partita da lì, da quella terra a torto ritenuta sicura ed accogliente? e se si fosse all'improvviso gonfiata sotto la spinta di chissà quale forza magnetica? Si immaginava ancora nuovi scenari, con il cielo oscurato da masse nerastre eruttate lontano, un fumo acre e denso stagnante su crateri fumanti. E se invece il mondo fosse finito in maniera più tradizionale, con il Giudizio Universale? Se Dio avesse finalmente deciso di scendere sulla Terra, che sorte gli sarebbe toccata? Camminava di fretta, Enzo, immerso nelle sue congetture; non si accorgeva, se non di sfuggita, del paesaggio irreale che stava attraversando. Palazzi silenziosi, vuoti, solo qualche urlo scomposto da un balcone o una finestra. Il brusio della massa informe sempre più lontano, ma sempre udibile, come un orrendo sottofondo. Qualcuno aveva deciso di farla finita, e ampie pozze di sangue accoglievano già i primi suicidi. Qualche altro non aveva il coraggio di farlo, e correva, si contorceva in pose orrende e sguaiate, di tanto in tanto dava un grido lancinante, poi cercava di fracassarsi la testa contro un muro o un portone: ma spesso non riusciva, e restava fermo a pochi centimetri dalla morte, con il capo chino e una imprecazione tra i denti. Era quasi sera quando Enzo scorse in fondo alla via la sagoma familiare della sua casa. Accelerò via via il passo, finendo poi per correre verso il suo portone, una corsa ansimante e scoordinata; frugò nervosamente nella tasca per cercare le chiavi, ma non ci fu bisogno, perché il cupo portone era già spalancato. Sentiva il cuore battere sempre più veloce, fino a perdere qualche colpo; sui pianerottoli udiva voci confuse, grida che si stemperavano in flebili lamenti, televisori a tutto volume, che diffondevano interviste ancora più disperate. Giunto davanti alla porta di casa sua maltrattò con mano tremante la serratura e, sentendola cedere, si lasciò scaraventare all'interno. La richiuse subito dietro di sè, temendo chissà che cosa, e si diresse verso il salone. La fredda scatola nerastra del televisore si illuminò di una pallida luce azzurrina, ed Enzo riprese lo zapping iniziato in ufficio. Ma non riusciva a soffermarsi su un canale per più di qualche minuto, guardava ma non vedeva, sentiva ma non ascoltava; ogni tanto, lo sguardo fisso sullo schermo, carpiva brani di qualche scienziato sussiegoso e piagnucoloso, ma per quanto si sforzasse, non riusciva ad avere la risposta alle sue domande, che poi erano le domande di tutti: Dove, come, quando. Infastidito da quel blaterìo senza costrutto, si spostò in cucina, ma per non sentire attorno a sè quell'orrendo silenzio, accese la radio: sentiva le parole, ma almeno gli veniva risparmiata la vista della disperazione. Si sintonizzò su un programma di musica sacra, e si abbattè su una sedia. Per la prima volta dopo tante ore riusciva a riflettere, solo con se stesso, sull'accaduto. Certo, prima o poi doveva succedere, ma tutti pensavano che sarebbe capitato alla generazione successiva, e così per secoli avevano rimandato l'appuntamento. Ma ora no, si era giunti alla resa dei conti. Perché proprio ora? Perché dover abbandonare tutte le persone care? Bè, a pensarci bene non è che Enzo avesse molti amici, anzi il suo carattere schivo e riservato non gli aveva mai permesso di allacciare molte relazioni. Perché dover interrompere proprio ora tutte le sue attività? A dire il vero, non è che Enzo avesse mai brillato per iniziativa e per interessi particolari: il lavoro, qualche buon libro, la passione per lo sport. Tutto qui? La risposta affermativa che Enzo diede lo fece trasalire: allora si impossessò di lui un panico ed una paura sconosciuta, che la sua vita dovesse finire così, senza aver combinato molto, anzi nulla. Ah, quante volte Enzo aveva annunciato a se stesso: "Domani si cambia!" e quante volte aveva rimandato l'inizio di un nuovo ciclo! Ora non c'era più tempo: dove avrebbe trovato una donna disposta ad andare con lui? e se anche l'avesse trovata, possederla sarebbe risultato un atto bestiale e disperato, in quel clima di disfacimento. No, era finita così, solo colpa sua se il bilancio si chiudeva in rosso. Si alzò stancamente, e si affacciò alla finestra: trovandosi nei quartieri di periferia poteva avere una idea di ciò che succedeva nel resto della città: udiva ancora, distante ed inesorabile, il brusìo della folla in delirio. Minacciosi bagliori risplendevano in lontananza, mentre nei palazzi attorno a sè solo da qualche finestra occhieggiava la tenue luce di un televisore al lavoro da chissà quante ore. Aveva paura, Enzo, di soffermarsi a lungo su qulla visione: paura di capire quale sarebbe stato il momento decisivo, paura di trovarsi di fronte una luce accecante, una esplosione apocalittica. Si diede del vigliacco, ma si ritrasse dalla finestra, sprangò le imposte, e così fece anche per tutte le altre stanze, di corsa, con il fiato grosso, per paura di non arrivare in tempo ad isolarsi dal mondo, diventato nel frattempo così ostile. Si lasciò cadere sul letto, ma non riusciva non dico a prendere sonno, che in questa circostanza sarebbe stato un vero miracolo, ma neanche a riposare. Ansimava, il cuscino disperatamente premuto sulle orecchie, per non sentire gli osceni rumori che avrebbero accompagnato la fine; cercò conforto dalla sveglia sul comodino ma si accorse che erano passati solo pochi minuti, e non delle ore, come invece aveva sperato. Si alzò di scatto, si precipitò alla finestra, aprì con circospezione le imposte, e, vergognandosi un poco, sbirciò fuori: niente, tutto come prima. Enzo capì che quella sarebbe stata una notte drammatica ed interminabile, e in cuor suo pregò che la fine arrivasse presto, per spezzare quella attesa spasmodica e senza speranza. I secondi sembravano di piombo, rotolavano faticosamente l'uno sull'altro, e trasformandosi in minuti sembravano ancora più pesanti. No, non avrebbe passato la notte così: un pensiero si fece strada in quella mente ormai provata dall'attesa. Farla finita, come già tanti avevano fatto durante il giorno; ma come? non possedeva armi da fuoco, e l'idea di piantarsi un coltello in mezzo al petto lo angosciava già pensando quale ulteriore conflitto potesse scatenare nel suo animo. Maledicendosi per la sua vigliaccheria, accantonò sconfitto il folle gesto, e si accovacciò in un angolo, gli occhi sbarrati ed il respiro umido. Forse prese anche sonno, o forse perse conoscenza, ma si risvegliò di soprassalto, una flebile luce filtrava dall'imposta: era l'alba o era giunto il tanto temuto e atteso momento? Enzo si alzò, stanco e rassegnato, spalancò di botto le imposte, e una luce accecante lo costrinse a chiudere gli occhi: era il sole! Che cosa banale, il sole! Certo che sorge ogni mattina, ma questa alba aveva un significato diverso: sperata, invocata, maledettamente attesa, ma comunque arrivata. Enzo sentì per un momento rifluire il sangue nelle vene: e se gli scienziati si fossero sbagliati? E se le loro previsioni fossero state clamorosamente inesatte? No, non bisognava lasciarsi andare ad un improvviso ed ingiustificato ottimismo. Si avviò verso il televisore, lo accese, quseta volta senza timore e senza speranza. Alcune emittenti avevano smesso di trasmettere, evidentemente rassegnate; altre continuavano in una estenuante non-stop, e andavano in giro a chiedere come la gente avesse trascorso la prima notte di paura (bella domanda - ironizzò Enzo); altrove i soliti scienziati che continuavano ad illustrare grafici e diagrammi con ansia sempre crescente; e poi... no, non poteva essere, aveva sicuramente visto male, la drammatica notte lo aveva fatto uscire di senno. Affannosamente rifece lo zapping a ritroso: no, aveva proprio visto bene, erano le comiche di Stallio e Ollio! Enzo non si domandò come mai qualcuno trasmettesse roba del genere, ma afferrò una sedia, e si sedette estasiato di fronte al televisore. A poco a poco i suoi lineamenti, provati dalla notte infernale, cominciarono a sciogliersi, un abbozzo di sorriso si stampo' facendosi largo tra la barba incolta del mattino. Rideva, Enzo, ormai rideva di gusto, batteva le mani sulle ginocchia, tutto era lontano, sovrastato dalle peripezie del grassone e del suo amico smilzo combinaguai.
La folla tornava nelle strade per implorare, piangere, maledire o solo gridare la propria ribellione.
Al sesto piano di un anonimo palazzo di periferia una risata echeggiava solitaria, grassa e sguaiata.



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