FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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IL FIGLIO

Mara (Marcella Contarella Chiovaro)




Guardarlo le faceva male al cuore. E rabbia. La tavola rotonda apparecchiata. Nel piatto la costata di vitello, cotta al sangue, come piaceva a lui. Sulla tovaglia a quadri bianchi e rossi, la ciotola con le ciliege ben lavate e un panino. Il paralume liberty spandeva sulle cose un cerchio giallo di luce. Le frange a rose rosse e foglie verdi dondolavano lievi. Dalla finestra aperta entrava un soffio di vento. Odore di basilico d'estate. "Marco" lo chiamò piano. Lui si scosse ed a fatica cominciò a mangiare.
Marina si scostò per non sentire l'odore che emanava. Forte, acre di sporco e di sudore. Prese posto lontano, nella poltrona, oltre il cerchio di luce. Le gambe, sul pouf grigio e arancio, sollevate. Subito Titì le saltò in grembo, si assestò, orecchie e testa ciondolanti, pelo di miele serico e, con un sospiro appagato, chiuse gli occhi.
Marco masticava con cura ed estrema attenzione. Si fermava, lo sguardo lontano, dondolando lievemente, avanti e indietro, sulla sedia. Poi guardava le posate come cose nuove e sconosciute. Lei contava i bocconi. "Ancora amore" gli diceva in silenzio "Ti prego ancora uno. Sono tre giorni, che non torni a casa." Ma non parlava, perché lui non si alzasse e infilasse la porta, senza un gesto verso di lei, come non esistesse. Ma Marina sapeva che per lui c'era e doleva e che non tollerava quella sua sofferenza.
Marco girò la testa e lo guardò. I capelli unti a ciuffeti, gli invadevano la faccia scarna, così bella. Gli occhi arrossati, la barba lunga e trascurata. Marina si sentì sciogliere, suo figlio, il suo amore, il suo ragazzo. Così solo e sperduto. Non poteva far niente per proteggerlo, per difenderlo da quei suoi fantasmi. E sapeva. E capiva, perché anche lei era piena di fantasmi e di meandri oscuri. Ma per conviverci aveva scelto altre vie.
"Devo tornare in accademia." Marco disse "E consegnare i plastici per gli esami finali." Lei risentì l'angoscia nella sua voce e la paura. La solita. Sentiva nel profondo di essere incapace e inadeguato. Non aveva la stima di suo padre, mai l'aveva avuta. A dispetto dei buoni risultati del suo lavoro. Dei riconoscimenti. Dei giudizi entusiasti di Marina, ai quali in fondo non credeva tropo. Era sua madre. "Quanti?" chiese lei con calma. "Tre." "Per quando?" "Lunedì. E' l'ultimo giorno." Si era a venerdì.
Non aveva abbandonato completamente gli studi. E gli costava. Lei gli era grata di essersi lasciato uno spiraglio. Non per sé. Lo immaginava in aula, alto, dinoccolato, chino sui suoi disegni, sui bozzetti, così diversi, così personali. Spesso rifiutati. Senza commenti. La camicia pendente, maniche arrotolate, i jeans logori e sdruciti, sporchi di colla e di colore. In silenzio, seguendo il filo delle idee che veniva dal profondo, al momento al riparo dai commenti, dagli altri, dalla vita. Fino al risveglio. Al giudizio di altri o suo. Od al rifiuto. Allora raccoglieva le sue cose e lentamente, senza guardarsi intorno, andava via. Proprio così come faceva a casa, rifiutando ore ed ore di lavoro e incantamento.
Eppure c'era un tempo non lontano, prima delle grandi delusioni, in cui affrontava la vita con baldanza. Bello, il volto fiero, capelli lucenti striati dal sole, occhi dorati, le camminava accanto nelle lotte, cantando a squarciagola le canzoni struggenti di protesta, con entusiasmo, dietro rosse bandiere sventolanti. Un po' alla volta tutto si era sgretolato, la violenza era esplosa e il gran dolore e l'abbandono di ogni speranza. La famiglia come una nemica, il sistema oppressivo, la società cieca e indifferente e ripiegati nella propria impotenza e solitudine, a gruppi i giovani cercavano l'oblio, contro sé stessi, distruggendosi.
Prima l'alcool. Glielo riportavano a casa i compagni in piena notte. Non stava in piedi. Si sentiva male. Odorava di acido e di rancido. Marina lo aiutava a raggiungere il letto, lo copriva. Puliva il pavimento. Attendeva che si addormentasse. Grata che fosse a casa. Incapace d'intervenire, per quel rispetto della libertà così pressante, che aveva dentro. Suo marito dormiva. Non aveva grande opinione di quel figlio, che non gli somigliava e aveva ereditato tutti i difetti di Marina e le fantasie, che non sopportava. E le tendenze e i valori, che non condivideva.
Una sera Marco fu riportato in coma. Era caduto al centro di una strada, senza conoscenza. La polizia aveva ingiunto all'amico, disperato, che era con lui e non sapeva che fare, di riportarlo a casa. Degli abusivi, che raccoglievano cartoni ed altri scarti, impietositi, lo avevano caricato sul carro pieno di spazzatura ed all'arrivo, in due, a braccia, come fosse morto, lo avevano disteso sul suo letto, senza accettar ringraziamenti.
Era gelato, Il volto gonfio e cereo. Sotto gli occhi la pelle era sottile e patinata d'azzurro. Le ciglia gettavano un'ombra sulle guance. Non rispondeva a chiamarlo. Il polso non si sentiva. Non aveva reazioni di alcun genere. A stento, appoggiando una mano sul suo petto, si percepiva un filo di respiro. Ad aprirgli gli occhi con le dita, la pupilla rivolta verso l'alto era cieca. Braccia e gambe inerti pendevano dal letto.
Marina, per scaldarlo, lo coprì con plaid e sacchi a pelo e andò di sopra a cercare il medico. "Signora" lui disse "Deve solo apettare." E Marina aspettò. Trascinò una poltrona accanto al letto e aspettò. Senza vedere altro che quel viso, così fragile e amato, quel corpo immoto così lontano e freddo. Nella stanza la vita si era fermata ed il tempo. La casa intorno continuava a vivere, il rifiuto degli altri era totale e la riprovazione. Anche per lei.
Passò la notte e il giorno e un'altra notte, ma lo seppe dopo. La seconda mattina Marco si mosse, aprì gli occhi e sorrise. Come se niente fosse stato. E lei scoppiò in singhiozzi, terribili, implacabili, infiniti, liberatori. "Mamma finiscila." la rimproverò Marco infasti- dito. Lei riprese il contegno ed il respiro ed il controllo della si- tuazione. Lui ebbe l'epatite, che lo tenne immobile per un lungo pe- riodo. Smise di bere. Riprese a disegnare. Per quella volta si era sal- vato.
Uscì. Prese a frequentare nuovi amici. Che bivaccavano in camera sua a porte chiuse. Per ore. Marina non c'era. Il suo lavoro la impegnava tutta la giornata. Tornava stanca ed un odore strano persistente la prendeva alla gola soffocandola. Nella stanza di Marco, deserta, la finestra era splancata, in pieno inverno. Ebbe crisi di asma persistenti. Si sentiva morire. Le mancava il respiro. Poi capì. Non tollerava quell'odore dolciatro, che impregnava la casa, le coperte, gli abiti di Marco.
Lo svegliava ogni mattina perché andasse in accademia e si alzava a fatica. Non faceva colazione, si lavava appena, prendeva i pochi soldi che gli lasciava per il pranzo sulla credenza del soggiorno, li piegava, li riponeva nella tasca posteriore dei jeans "Ciao mamma." diceva e andava via. "Ciao Marco." Marina desiderava abbracciarlo da star male, ma rispettava il suo riserbo e continuava a sbrigare le ultime faccende prima di uscire.
In quel periodo, quasi non lo vedeva. La scuola lo impegnava fino al pomeriggio avanzato, se ci andava. Poi stava con gli amici. Usciva prima del suo ritorno, senza cenare. La evitava, tornava a notte tarda. Lei, come sempre, in poltrona a leggere o a studiare, lui le passava davanti a occhi bassi. "Buona notte mamma." Se gli chiedeva qualcosa, rispondeva a stento. E spariva per giorni, se lo rimproverava per la trascuratezza o poneva domande. La vita era la sua.
Quella sera Marina si preparò un caffè. Marco fece la doccia, si cambiò. Gli occhi ancora velati, ma più svegli. E si posero insieme, come altre infinite volte, lungo quegli anni, di fronte al grande tavolo bianco, strisciato di colore, un po' sberciato per i tagli del cutter, a scegliere i bozzetti dei plastici da realizzare. "Marina vai a dormire." disse sua madre vedendoli assorbiti in quel lavoro. "Domani devi andare a lavorare." "Buonanotte." rispose infastidita.
Adorava lavorare di notte nel silenzio. E con suo figlio. Sceglievano i materiali più disparati, cercandoli per casa, ovunque, nei cassetti, tra i ritagli, negli armadi, in cucina e nelle cassette degli attrezzi. Era bello realizzare quelle idee, che tanto le piacevano. Andavano assumendo vita propria, nuovi spessori effetti e significati, diversi dai bozzetti originari. Spesso, lavorando insieme, si consultavano, creando di concerto nuove fantasie.
A volte, verso la fine del lavoro, Marco non reggeva, si buttava per un attimo sul letto e subito si addormentava. Marina restava a completare il lavoro, guardandolo ogni tanto con tenerezza. Era così grande, giovane e indifeso. Alla fine, osservava con occhi distaccati il risultato, dava gli ultimi tocchi, riponeva gli attrezzi utilizzati, ripuliva i pennelli, chiudeva i tubetti di colore e di colla e spegneva il cono di luce. Guardava la finestra, spesso era già giorno. Lei si sentiva stanca ed appagata.
Marco aveva terminato l'accademia, ma la sua vita non era cambiata. In casa, nelle stesse sue ore, non c'era mai. Lei spesso, al ritorno dal lavoro, lo incontrava per strada, sporco, ciondolante, come se avesse una grande stanchezza, con altri ed altre sporche come lui e ciondolanti. Il cuore un sasso, piccolo, ristretto per la pena, voltava il viso, perché non la vedesse o si sentisse osservato, accelerava e si allontanava.
Marina aprì la porta di casa, stanca, nervosa, una giornata difficile, pesante. Buttò la borsa sulla poltrona di vimini e si tolse il giaccone. Perse il respiro. Ancora quell'odore e quel fumo acre. Boccheggiò. Aprì di colpo la porta della stanza di Marco, che non c'era. Doveva essere uscito in fretta o sentirsi più svagato del solito. La finestra era chiusa e non si respirava. Sul letto una busta di plastica, grande, da supermercato, aperta. Sembrava colma di origano o di salvia secca. Ma non lo era.
Spalancò la finestra. Si guardò intorno nella stanza, come se potesse essere osservata da occhi nemici, estranei. Prese la busta, ne legò i manici strettamente. Chiuse la porta. Riprese dalla poltrona di vimini il giaccone, l'indossò, cercò le chiavi nella tasca. Tirò piano la porta di casa dietro di sé, per non farsi sentire. Scese in ascensore, il cuore che batteva, come impazzito. "Se mi viene un infarto" pensò "Mi troveranno con questa droga." "Finirò in galera o in ospedale?" si chiese poi con amaro sarcasmo.
Aprì il cancello, uscì, cercò la macchina, la vide poco lontano, vi salì, accese i fari, mise in moto e si diresse verso la periferia. Ogni gesto, una fatica immane. Fu in aperta campagna. Era notte, i fari illuminavano la strada. Si fermò, scese, si guardò intorno. Non pas- sava nessuno. Raccolse dei sassi nella cunetta e li infiò nella busta bianca. La sollevò e la lanciò lontano, oltre gli alberi, nel buio.
Questa volta parlò. Affrontò Marco. Non lo guardò. Non se la sentiva. Furiosa, stanca, stufa, dispiaciuta, amareggiata, i muscoli dolenti per la tensione, lasciò che venissero fuori l'amarezza, la paura, il dolore di quegli anni, odiandosi per quello che faceva a lui, odiandolo per quello che faceva a se stesso. Lui ascoltò tutto fino in fondo, sdraiato sul letto, in silenzio, senza un movimento, contro lo sfondo del grande disegno. Dio! tutte quelle mani rosse alzate, filo spinato pungente, che le legava straziandole, la grande aquila fiera che scendeva dall'alto. La sua anima, ormai piegata e spenta.
Marco andò via, ma questa volta non tornò. Marina aveva un vuoto dentro il cuore, enorme, ma non lo cercava. Si alzava, si vestiva, lavorava, qualche volta mangiava, qualche volta dormiva. Percorreva in macchina le strade solite della sua vita ed altre prese a caso. Se cercava tra i giovani ammucchiati sui gradini o che lenti le pas- savano vicino tenendosi per mano, quasi a darsi coraggio, la sua fi- gura, non se lo diceva. A casa, tornando, apriva quella porta, il cuore che batteva, niente. La richiudeva. Lo squillo del telefono le faceva paura.
Poi lo vide. Era passato forse più di un mese. La strada quasi bianca, al primo pomeriggio, calcinta dal sole. Il cielo pareva rovesciare oro rovente. Nel giardino, a lato della strada, trasformato in luogo di bivacco. Erano tanti, una decina almeno, lei non seppe contarli. Sdraiati sotto l'albero, sull'erba, abbarbicati sopra la panchina. Sporchi, arruffati, stanchi, sperduti, disperati, tra loro e come loro lui, e amati.
Marina fermò la macchina. Scese barcollando, affrontò il prato, fu davanti a loro. E non seppe più niente. Ebbe un collasso. Riaprì gli occhi. Marco le teneva la testa sollevata, chiamandola sottovoce con tenerezza. Era bagnata, senza scarpe, la maglietta sporca e appiccicata. Avevano cercato di rianimarla, inzuppandola d'acqua. Poi sentì la voce, riprovante, severa, dura e pietosa insieme, rivolta a Marco. "Povero ragazzo. Una madre drogata. Che disgrazia!"




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