FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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I FERRI DEL MESTIERE

I Luis Depraved




Era quasi scontato. Nessuno poteva affermare che Riky non avesse preso quel treno. Nessuno, tranne Manlio che si sarebbe dovuto trovare sulla pensilina a due passi da lui. Eppure, alcuni erano convinti del contrario. Soprattutto l'ispettore di polizia che aveva ascoltato entrambi per sette ore, durante una notte fradicia, in uno sgabuzzino fetente, pieno di spifferi gelidi e di effluvi maleodoranti. Non ce la faceva più. Tutto si poteva sopportare nella vita fuorché dover girare a vuoto per delle ore macinando aria fritta.
Era calvo, non più tanto giovane e soffriva di artrosi cervicale. Il medico gli aveva consigliato di tenere un copricapo ed una sciarpa di lana anche in ambienti chiusi, ma lui si vergognava di condurre gli interrogatori paludato in quel modo. Il risultato era che qualunque fosse la posizione della sua testa, non poteva sopportarla per più di qualche secondo. Se non voleva subire le torture lancinanti di quell'uncino che sporgeva dalla vertebra cervicale, doveva continuamente muovere il capo, oppure tenerlo fermissimo; ed in questo caso doveva aspettarsi che alla prossima mossa l'uncino colpisse selvaggiamente.
Gli rilesse i suoi appunti sulle deposizioni e gli fece constatare che collimavano in tutto. Erano usciti da casa, avevano preso un autobus, erano rimasti bloccati nel traffico per oltre mezzora, erano giunti alla stazione giusto in tempo per prendere l'espresso della notte. Fin qui nulla da eccepire. Più oltre però, le due linee divergevano e ciascuno affermava delle cose diverse: lui dichiarava di essersi dovuto allontanare dall'amico per acquistare un giornale all'edicola, mentre l'altro diceva che Riky lo aveva lasciato perché si era accorto di aver dimenticato a casa i documenti personali. Tuttavia entrambi dichiaravano di essersi alla fine ritrovati assieme sulla pensilina quando quel treno, dove si era verificato il furto, oramai era già partito.
Quell'ambiente non aveva nulla di particolare che potesse farlo somigliare ad un laboratorio da inquisizione medievale, eppure chi vi sostava ne subiva lo stesso malefico influsso. Lo chiamavano camera di sicurezza perché era l'unico che possedesse una grata alla finestra, ma in realtà di sicuro non aveva niente.
Ogni cosa era provvisoria. Gli scanni senza spalliera dove sedevano gli indagati, il grande tavolo occupato soltanto da una vecchia lampada-riflettore collegata con un filo volante ad una presa della lampadina che pendeva scarna dal soffitto, l'unica sedia sgangherata su cui sedeva l'ispettore di polizia, una lavagna su cui venivano tracciati e subito cancellati segni di gesso che servivano per rinfrescare la memoria agli interrogati. Eppure lui ora, mentre all'esterno scendevano lenti, grossi fiocchi di neve, aveva la fronte imperlata da mille goccioline di sudore.
A parte la sua testa, nemmeno il sedere riusciva a star fermo su quella sedia impagliata che ogni tanto incastrava le sue emorroidi.
-"Allora... Riky, sei o non sei salito su quel maledetto treno? Te lo chiedo per l'ennesima volta e, credimi, sono disposto a continuare per ancora tre notti e tre giorni di seguito, tenendoti inchiodato a quella panca senza nemmeno farti andare a pisciare"-
Riky, appena ventenne, figlio scapestrato di buona famiglia, incensurato, stava ritto sulla schiena, senza mostrare alcun particolare disagio. Il suo viso fresco non tradiva la nottata in bianco e le sue mani lunghe giocherellavano con le dita ben curate, raschiando ogni tanto qualche unghia sfaldata. Rifletteva lucidamente su quanto aveva appena udito, senza dire una parola. Per lui si poteva stare lì anche una settimana. Non aveva nulla da aggiungere a quanto aveva già detto almeno una ventina di volte. In quanto a pisciare, era stato proprio l'ispettore di polizia a dare il buon esempio, allontanandosi ogni ora, per via della sua prostata malandata. Glielo aveva confidato lui stesso quando la prima volta era stato costretto ad abbandonare l'interrogatorio. Fortunatamente lui ancora non aveva di quei problemi. In quanto a Manlio non si rendeva conto perché avesse cambiato le carte in tavola all'ultimo momento. A meno che l'ispettore di polizia non volesse prenderlo per il culo facendogli credere che l'amico l'aveva tradito. Anche questo era probabile. Anzi, ripensandoci, ora ne era certo. Dopo aver fatto il colpo sul treno, si erano ripassati la lezione parecchie volte ed avevano deciso di dire esattamente le stesse cose. Conosceva il suo amico da tanti anni e sapeva di poter contare anche sulla sua intelligenza. Vecchio trucco quello del commissario.
Per qualche lungo minuto in quella camera il silenzio la fece da padrone. L'uomo protetto dal cono d'ombra della lampada aveva socchiuso gli occhi. Riky non poteva vedere il suo viso; fu invece attratto da una goccia di bava caduta nello spazio di luce del tavolo. Si sollevò per sottrarsi alla luce accecante e vide che l'ispettore dormiva. Un colpo di sonno.
Alle sei del mattino, dopo sette ore di interrogatorio, può capitare. Con molta probabilità anche Manlio forse dormiva nella stanza accanto. Si sollevò lentamente dalla panca. Non più investito direttamente dalla luce, ora poteva vedere perfettamente l'uomo con la testa chinata in avanti e poteva anche udire il fiato grosso del sonno profondo. Si diresse lentamente verso l'uscio. Aprì con cautela la porta e si trovò di fronte al suo amico che sonnecchiava, nell'altra stanza deserta, su un tavolino. Lo scosse fino a fargli riprendere coscienza. Con lo sguardo ancora imbambolato lui si levò in piedi e chiese se l'interrogatorio fosse terminato.
-"No, di là l'ispettore di polizia è crollato. Dorme come un ghiro"-
-"Allora ce ne potremo andare...facendola in barba alla guardia..."-
-"Macché! Parla sottovoce piuttosto. Potresti svegliarlo"-
Riky prese per un braccio l'amico e lo portò all'altro lato della stanza. Nel corridoio, al di là di quel muro, un poliziotto in divisa controllava l'ingresso, seduto davanti ad una guardiola protetta da uno spesso cristallo. La luce era ancora accesa, sebbene dalla finestra e dalla porta a vetri cominciasse a farsi avanti la timida luce dell'alba di una via cittadina fra le più trafficate.
- "Perché dovremmo fuggire?"- riprese Riky -" Ci riprenderebbero subito dopo. Hanno tutti i nostri dati. A me pare più sensato verificare se abbiamo riferito le stesse cose durante l'interrogatorio. Tu hai forse cambiato qualcosa rispetto a quanto concordato sul treno?"
- "No, neanche una virgola"-
- "Allora va bene così!" -
- "Pensi che possano scoprire che siamo stati noi gli autori del furto?" -
- "Non ci pensare nemmeno. Sul treno non ci ha visto nessuno e la vecchietta era addormentata, quando le abbiamo sottratto la borsetta." -
- "Pensi che ci tratterranno molto?" -
- "Pare di si. L'ispettore di polizia ha intenzione di farci crollare. Forse si tratterà ancora di giorni. L'importante è che tu ripeta sempre la stessa storia che abbiamo concordato, senza tradirti mai." -
Dall'altra stanza si udì un mugolio come di qualcuno che parli nel sonno. I due si strinsero la mano e Riky cautamente riprese il suo posto davanti alla lampada, con la disinvoltura di chi si stia sottoponendo ad una seduta abbronzante. Siccome l'ispettore di polizia ora russava di brutto e lui cominciava a stancarsi di quel suo ronfare, diede un calcio alla panca per far del rumore, riuscendo a sortire l'effetto desiderato.
- "Bene! - disse l'ispettore di polizia sollevando il capo e rischiarandosi la voce arrochita - dove eravamo rimasti? Ah, si, allo stesso punto di sette ore fa. Tu ti ostini a fare il duro e pensi così di cavartela. D'accordo! Così ora vediamo di sbrigarcela più alla svelta. Io con te e col tuo amico ho finito." -
- "Allora possiamo andare?" -
- "Ma certo! Lasciatemi solo il tempo di interessare il procuratore. Fortuna vuole che per lui le ore di sonno siano sacrosante. Dovrete quindi attendere fino alla nove di questa mattina, quando lui si recherà in procura." -
L'ispettore di polizia spense la lampada-riflettore e Riky poté ora notare che i lineamenti del suo viso erano distesi e quasi cordiali.
- "Se credi ora puoi anche raggiungere il tuo amico. Io me ne vado a dormire" -
Si mise in testa un berretto di lana, si avvolse intorno al collo una sciarpa, indossò il pesante soprabito e, dopo aver detto qualcosa al piantone dentro la guardiola, uscì sbattendo la porta.



Quel signore che ora stava di fronte a loro, era molto diverso dal commissario. Aveva un volto affilato e parlava pochissimo. Da quando erano stati portati in procura dalla macchina della polizia a sirene spiegate aveva detto soltanto poche frasi di circostanza al poliziotto che li aveva accompagnati; poi si era rinchiuso nella sua stanza per circa mezzora e successivamente li aveva invitati ad entrare.
Assieme a lui c'era anche un altro signore che ogni tanto veniva invitato a scrivere qualcosa.
- "Ora ditemi tutto con ordine. Vi avverto che se mentirete le pene potranno essere molto più gravi. Anzi per evitarvi questa tentazione vi farò prima ascoltare questa registrazione" -
Fece cenno al cancelliere di cominciare e dopo qualche minuto nella piccola stanza, arredata con gusto semplice, ma sufficientemente elegante si cominciarono ad udire le loro parole, pronunciate poco prima nella caserma di polizia, mentre l'ispettore di polizia fingeva di dormire. Erano chiare e distinte come fossero state pronunciate in quello stesso istante.
Il procuratore fece ripetere per due volte il punto più interessante:
- "Non ci pensare nemmeno. Sul treno non ci ha visto nessuno e la vecchietta era addormentata quando le abbiamo sottratto la borsetta." -
Fece cenno al cancelliere di spegnere il registratore e dopo essersi passato la mano su una piccola barbetta che gli sporgeva dal mento disse:
- "Posso fare verbalizzare questa vostra confessione come se l'aveste fatta in questo momento. Non tenendo conto della dura ostinazione dimostrata durante l'interrogatorio. Ora da bravi ragazzi racconterete al cancelliere questa brutta storia" -
Il procuratore si distese all'indietro sulla sua poltrona snodata e - senza ascoltare quanto i ragazzi riferivano al cancelliere - lasciò che la sua mente facesse rivivere quell'unico episodio increscioso della sua giovinezza; quello che allora aveva creato in lui un grave senso di colpa, ma in definitiva era forse servito per fargli scegliere la carriera di magistrato: il furto di un giocattolo nei grandi magazzini, la cui condanna si risolse nel lavare quelle tante scale per un'intera giornata festiva.
Avevano finito. Il poliziotto li riprese in consegna. Ma, prima di lasciarli andare, si avvicinò a Manlio, infilò una mano nel suo taschino e ne trasse fuori una piccola cimice elettronica.



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