FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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FATALITA'

Paolo Francalacci




In quelle sere di inizio primavera 19.. le campagne della Sardegna erano piene di gente con il naso in su, a guardare le stelle. Erano apparse comete, si erano viste piogge di meteoriti, si erano verificate eclissi lunari, insomma, il cielo in quei giorni era una fonte inesauribile di prodigi. Un pastore di Ittiri disse addirittura di avere scorto, in una notte di luna piena, 12 globi luminosi sospesi nell'aria che si muovevano lentamente verso il suo gregge, ma, essendo al momento dell'avvistamento completamente ubriaco, sul verbale dei Carabinieri si parla di 6 globi luminosi.
Però pochissimi, o forse nessuno di questi astrofili dilettanti sa che nella costellazione di Andromeda, in direzione di Cassiopea, c'è un pianeta molto simile al nostro, interamente abitato da esseri intelligenti, originatisi da forme di vita vegetale. Beninteso, io queste cose le racconto non per averle viste con i miei occhi, la qual cosa sarebbe impossibile in quanto che, come tutti sanno, io abito in Via Cavour, e non mi sono mai sognato di andare sulla costellazione di Andromeda. E giacché non sono neanche tanto fantasioso da inventarmi certe cose così, di sana pianta, è ovvio che questa storia deve avermela raccontata qualcuno. Me l'ha raccontata un piccolo essere di colore verde pisello che in quei giorni scese sul lucernario della soffitta dove vivo, mentre io me ne stavo lì a guardare la Via Lattea e a piagnucolare sui miei guai d'amore.
"Perché ti lamenti?", mi disse l'Essere, "sul mio pianeta, g-Camaleontis, a me le cose vanno sicuramente peggio che a te, e, a causa di una storia d'amore che non è mai nata, io sono costretto a vagare, ramingo e solitario, per gli spazi siderali".
"Raccontami", gli feci io, che in quel periodo, a causa di alcuni trascorsi personali, ero particolarmente interessato ai casi umani (sebbene nella circostanza quest'ultimo termine non fosse del tutto appropriato) e alle vicende sentimentali di vario genere.
"Beh, è presto detto", mi rispose con un sospiro l'Ospite venuto dallo spazio, "da anni mi ero convinto che sarei rimasto sempre da solo, e mi godevo la libertà dei miei viaggi intergalattici. Ma poi un giorno di due equinozi fa, rientrando sul mio sistema planetrario dalla fascia degli asteroidi su una vecchia carretta spaziale delle linee Urania, il Paloma IIà, ho conosciuto la ragazza dei miei sogni, l'unica per la quale sarei disposto a dare tutto me stesso, e me ne sono innamorato".
"E allora? Dovresti essere contento... Dove sta il problema?" gli chiesi incuriosito.
"Il fatto è che non ho nessuna speranza di poterla frequentare e, forse, di rivederla ancora. Intendi la tragedia?"
"Intendo" dissi io, "un bel guaio".
"Puoi ben dirlo. Una ragazza meravigliosa, dolcissima, mi sono subito innamorato dei suoi occhi, soprattutto di quelli dietro la nuca..." continuò lo Straniero, rapito dal ricordo, "e poi anche lei è appassionata di musica tradizionale venusiana, e non siamo in molti, su g-Camaleontis..."
"Non stento a crederlo" interloquii, "ma dai, continua".
"Era molto più giovane di me, appena sbocciata alla fase di plantula dicotiledone, ma nonostante questo avevo ardito sperare che anche lei si interessasse a me. E così inizialmente sembrava, però..."
"Però lei è innamorata di un altro, vero?" intervenni io.
L'Alieno sembrò piuttosto sorpreso: "Si, come fai a saperlo?"
"Beh, sai, sono cose che succedono" tentai di rincuorarlo, "vedi, amico mio, anche qui sulla Terra è sempre la stessa storia: lui ama lei che ama l'altro che non ama lei... in tutte le permutazioni possibili. E da queste asimmetriche geometrie nascono i sospiri, le lacrime, i singhiozzi, e tutte le altre manifestazioni psicofisiche della gelosia e dell'insoddisfazione che affliggono il genere umano".
"Che sciocchezze" esclamò il Visitatore, scuotendo la testa, "che sciocchezze. Non è questo il punto. Da noi non è così, non abbiamo questo tipo di problema nelle nostre relazioni interpersonali. Sai come facciamo l'amore sul mio pianeta?"
"Non lo so", risposi io che, da uomo posato e non particolarmente dotato di immaginazione quale sono, non volevo avventurarmi in congetture e fantasie di tal genere, "dimmelo tu".
"La vedi questa polverina biancastra sotto le mie antenne: sai di che si tratta?"
"Forfora?" mi arrischiai.
Il Viaggiatore interstellare rise divertito. "Ma no, sono spore! Noi ci siamo evoluti dalle piante, e ci riproduciamo per sporazione. La fecondazione è esterna, e non abbiamo nessun contatto fisico con il (o la) partner. Non stiamo certo a sbuffare e ad agitarci sconciamente tutti sudati come fai tu su quella branda", continuò il Forestiero, indicando il mio letto.
"Ehi, da quant'è che stai lì appollaiato sul mio lucernario?!" replicai imbarazzato. Anche perché era già da un bel po' che io non... beh, le gentili lettrici mi avranno certamente capito, e non è il caso di approfondire il discorso.
"Sono appena arrivato sulla Terra" mi rispose, "ma visto che noi non sprechiamo tempo ed energie in rapporti complicati, possiamo dedicarci più proficuamente alla filosofia, alla scienza e alla tecnica. La nostra società è molto più avanzata della vostra: sappiamo attraversare gli anni luce, parlare senza fatica le lingue del cosmo, e, naturalmente, leggere nel pensiero. E non occorre che ti dica a che cosa stavi pensando poco fa".
"Ah, menomale, ora è tutto chiaro" dissi, e da quel momento in poi cercai di concentrarmi esclusivamente sui campionati mondiali di Scacchi.
"Quindi, ti dicevo" continuò lui, riprendendo il filo, "immagina di incontrare qualcuna che ti piace e che ti dice, calda: - ciao bello, io sono nello stadio di gametofita secondario aploide, e tu? Anch'io dolcezza - avrei detto, e poi una semplice scrollata reciproca alle antenne, un fremito, e via: in pochi secondi una nuvola di spore ci avvolge e se ne va, portata dal vento, sotto alcuni ortaggi dove avviene l'unione dei gameti. E lì l'eterno ciclo della natura trova ancora una volta compimento".
"Mi stai dicendo che da voi i bambini nascono sotto i cavoli?" lo interruppi, colpito dall'ultima parte del suo racconto.
"Ma che dici, sotto i cavoli?! Ma stiamo scherzando?" Si inalberò l'Abitatore di altri mondi, profondamente risentito. "E ti pare che io sarei venuto qui da Andromeda, avrei viaggiato per molte parallassi al secondo, solo per starti a raccontare favolette per bambini? Ma andiamo, siamo adulti..."
"Scusami, sai, non volevo" cercai di calmarlo, "era solo una battuta..."
"Beh, non era divertente. Sotto i cavoli, ma via, che assurdità..." continuò per nulla convinto, "che razza di idea, ma come ti è venuta..." e poi aggiunse, ritornando serio, "no..., da noi nascono sotto le cipolline in agrodolce. Sul mio pianeta crescono spontanee."
"Davvero?"
"Si, al gianduia. Conosci?"
"Eccome!" gli risposi, ricordandomi con un sospiro di una cena di tanto tempo fa, dolce preludio di una amarissima storia.
"L'assenza totale di contatto semplifica enormemente i nostri rapporti" riprese l'Esògeno "e da noi sono sconosciuti non solo quei fenomeni criminali o patologici come gli stupri, la prostituzione, le perversioni, ma anche tutti quegli aspetti della vita di relazione che fanno soffrire voi terrestri: la gelosia, gli amori traditi o respinti, il desiderio di possesso. Tutto da noi è affidato agli umori mutevoli del vento che, nella giusta stagione, sparge le nostre spore verso i quattro punti cardinali. Quante volte mi è capitato di sedermi sopravento ad una ragazza che mi piaceva, provare il sottile brivido dell'attrazione reciproca, sentire il palpito delle nostre antenne sporigene che si agitano e puff, una turbolenza dell'aria, un refolo inaspettato, una brezza improvvisa, mi faceva impollinare quella rompiscatole della mia collega di ufficio. E poi, come fai ad essere geloso quando sai benissimo che le spore della tua amata sono comunque destinate ad essere portate lontano dagli alisei, per andare magari a coniugarsi con quelle di un bischero qualsiasi, che neppure conosci?"
"E che magari ha il tuo stesso nome..." dissi io a mezza voce.
"E questo che c'entra?"
"No, nulla, cose mie. Va' pure avanti"
"Insomma, per farla breve, come vedi su g-Camaleontis tutto è più semplice e l'amicizia, l'affetto, l'amore possono essere goduti pienamente e liberamente da tutti".
"Notevole" dissi io. "Certo, sarebbe proprio bello se anche qui sulla Terra..."
"Caro amico" mi rispose comprensivo, "anche a me dispiace vedervi così ridotti, voi umani, a scrivere ridicole lettere d'amore, a fare lunghe e umilianti telefonate interurbane, a tentare di sublimare le vostre pene amorose ascoltando musica o scrivendo poesie e racconti. E tu ne sai qualcosa, vero?"
"Più o meno" gli replicai, tenendomi sul vago. Nonostante mi sforzassi di pensare alla variante di Luneburg e alle aperture di Pedone d'Alfiere, quel diavolo di un extraterrestre aveva letto nella mia mente più cose di quanto immaginassi. "Però perdonami, ma c'è qualcosa che non mi quadra nel tuo racconto. Se tutto nel tuo pianeta è così semplice e perfetto, se è sufficiente che ci sia amicizia e condivisione di interessi, se nemmeno la presenza di una terza persona è così deleteria come da noi, perché allora..."
Il Navigatore giunto dalle stelle mi interruppe "Ho capito dove vuoi arrivare: tu ti chiedi come mai io stia vagando come un profugo senza pace né patria per l'Universo, e non sia piuttosto con la ragazza alla quale ho dato il cuore ad ascoltare musica venusiana, a tenerci mano nella mano ed a guardarci teneramente negli occhi, o quanto meno in alcuni di essi".
"Precisamente, e magari con una bella impollinata ogni tanto, e scusa la volgarità!" intervenni, non riuscendo la mia natura terrestre a trattenersi dall'indugiare sugli aspetti più sensuali e corporei del suo racconto.
">> proprio questo il punto, sei arrivato al cuore del problema... Non so come dirtelo..." La voce del Nomade del cosmo si fece più flebile ed incerta. Il colore del viso, da verde che era, virò verso il rosso. "Questa è la mia sventura. E forse tu puoi aiutarmi..." mormorò, accennando alle pastiglie di antistaminici che, come sempre in primavera, tenevo sul comodino, "Il fatto è che, vedi... da qualche tempo, io... "
"Coraggio amico mio" dissi, appoggiandogli una mano sulla spalla, "sputa il rospo".
Si vedeva che il piccolo Extraterrestre aveva un macigno sul cuore, e che non riusciva a liberarsene tanto facilmente. Poi finalmente si decise e in un soffio, tra le lacrime, confessò:
"Io sono allergico al polline".
PAOLO FRANCALACCI
Alghero, 8 Aprile 1996

La collezione di farfalle



Il naturalista è colui che invita una ragazza
a vedere la sua collezione di farfalle
e le fa vedere veramente
la sua collezione di farfalle.

(PAOLO FRANCALACCI - Pensieri oziosi di un Biologo, 1996)






La collezione di farfalle

Io sono un naturalista. Forse può sembrare sorprendente che io mi presenti con questa perentoria affermazione, quasi che volessi comunicare anche a chi non vuol saperlo un mio titolo di studio, o un mio hobby. O, peggio, che voglia impressionare l'uditorio con il sussiego di chi direbbe ad una bella donna appena conosciuta in una carrozza del treno: signora, io sono un poeta. Ma non è così. Solo chi ha qualche volta posato l'occhio sulle nervature delle ali di una farfalla, sulle iridescenze della chitina di un carabide o sui delicati arabeschi di una conchiglia in riva al mare, sa cosa voglio dire. E solo un altro naturalista sa quanto è pervasiva e totalizzante l'ebbrezza che si prova nell'osservare, nel catalogare, nell'elencare e, in definitiva, nel tentare di possedere l'infinita varietà delle manifestazioni della natura.
Certamente anche noi guardiamo con rispetto e ammirazione a quegli uomini semplici, contadini, pescatori, boscaioli, che sanno interpretare i segni della natura e coglierne i multiformi apetti. E se sorridiamo ai bizzarri nomi che essi danno a piante ed animali è per paterna benevolenza, e non certo per boriosa sufficienza. Ma non è la scienza popolare, con la sua millenaria saggezza, che può soddisfarci. Noi ci sentiamo appagati solo nel momento in cui possiamo raccogliere dalla nuda terra il nostro insetto, metterlo in una bustina insieme ad una etichetta con un luogo ed una data, ed esaminarlo in laboratorio con la calma ed il rigore scientifico che merita. E godiamo veramente soltanto quando riusciamo a dargli un nome in latino (il cui stesso suono, arcaico e rotondo, ci procura un raro piacere) e a collocarlo entro una immensa lista fatta di specie, ordini, generi ed altre eterne gerarchie. Quasi che questo piccolo essere reale non fosse altro che l'Archetipo, che giunge fino a noi dall'incorruttibile mondo delle forme ideali. Si può capire ora perché le classificazioni, gli elenchi, i cataloghi siano così importanti per noi naturalisti, e quale sia l'immenso valore che diamo alle loro rappresentazioni terrene: gli erbari, le collezioni di conchiglie, le raccolte di minerali e fossili, le bacheche con gli uccelli impagliati.
Per questo, la cosa a cui tengo di più al mondo, dalla quale non mi separerei mai, è la mia collezione di farfalle. >> tanto il piacere che mi danno queste scatole di legno e vetro, preziosi scrigni che racchiudono tanta parte della bellezza della Natura, che ogni sera passo ore in silenzio a guardarle, a lucidarle, ad ordinarle. E, naturalmente, vorrei comunicare ad altri questo ineffabile diletto. Certo, mi si dirà, basta andare ad un congresso di zoologi, e lì discettare di sistematica e di tassonomia. Ma sappiamo come vanno a finire certe cose, spesso i convegni di illustri scenziati non sono altro che dei nidi di vipere, ove serpeggia l'invidia, e tutti sono tesi solo a scovare gli errori dei colleghi per precipitarli nel ridicolo. Ed in ogni caso potrebbero sì ascoltarmi mentre disserto sull'apparato riproduttore di un papilionidae, ma nessuno mi prenderebbe sul serio se mi soffermassi, con la voce incrinata dall'emozione, a descrivere le sensazioni che mi danno i colori dipinti sulle sue ali.
No, l'unico vero piacere è mostrare la mia collezione ad una giovane e leggiadra fanciulla completamente digiuna di entomologia, ed osservarla mentre resta ammirata e sbalordita da tanta grazia, come se la sua bellezza e quella delle farfalle si complementassero e si esaltassero a vicenda. Devo confessare però che questo pur onesto desiderio mi ha provocato più di una amarezza, in passato. Finché non ho trovato la soluzione. Ma andiamo con ordine.
Anni fa ero molto più ingenuo, e non conoscevo le mille sfaccettature della psicologia femminile. Forse ero troppo timido, o forse troppo diretto. Fatto sta che quando incontravo una ragazza, non trovavo niente di meglio che affrontare subito la questione che più mi stava a cuore, e dopo poche battute finivo per invitarla a vedere la mia collezione di farfalle. Non finirò mai di stupirmi dell'infinita fantasia, la varietà e l'estro di cui una donna è capace quando deve scovare sfumature ed alternative, lì ove invece invece un maschio non ne vede che una sola, quella. Tutte, invariabilmente, trovavano mille scuse per non venire, e mi ci voleva del bello e del buono per convincerle a salire da me. A dire il vero, l'evento auspicato accadeva assai raramente, anzi, per essere onesti, ora che ci penso bene, praticamente mai. E spesso il loro rifiuto era ancora più reciso e, a volte, persino sgradevole. Più d'una, che inizialmente mi aveva parlato con gentilezza, se non addirittura con simpatia, al mio invito cambiava improvvisamente il tono di voce e, lanciandomi sguardi in cui fiammeggiava l'odio, mi rispondeva: "ma si vergogni, sono una ragazza seria io!". Sinceramente, non riuscivo a capacitarmi che una raccolta di Lepidotteri risultasse così sconveniente per una ragazza, per quanto morigerata fosse, ma tant'è. Non potevo farci niente. E non era neppure una questione di cultura. Infatti sovente ci provavo anche con giovani autostoppiste straniere, che affollavano le nostre strade d'estate. A tale proposito mi ero procurato la traduzione della parola "farfalla" in varie lingue (butterfly, papillon, Schmetterling, mariposa, (((((((((, e così via), ma anche in questo caso i risultati erano ben al di sotto delle aspettative. Spesso se ne uscivano dalla mia vettura sbattendo la porta e mormorando fra i denti qualcosa che mi suonava (se la mia traduzione è corretta) all'incirca come: "porco italiano".
Insomma, così non si poteva andare avanti. Non mi restava che cambiare tattica. Per fortuna anch'io conoscevo i rudimenti del corteggiamento, se non altro per averli osservati molte volte nei rituali pre-accoppiamento delle farfalle della famiglia dei Saturnidae. Indubbiamente ora la faccenda si faceva più complicata, e implicava un investimento in tempo e in fatica ben maggiore, ma almeno stavolta si cominciavano a intravedere dei risultati significativi. Una volta individuata la ragazza, mi guardavo bene dal parlarle subito di insetti, ma cercavo di capire quali fossero i suoi interessi, la colmavo di attenzioni, e la facevo sentire importante. Dopo qualche volta la portavo a cena, in un localino dove si ascolta della musica "giusta" e dove le luci soffuse, le candele, e i toni caldi alle pareti facevano nascere più di una suggestione. Poi andavamo a ballare, e dopo un drink o due, cominciavo a sussurrarle delle parole carine. Se tutto andava per il verso giusto, se la luna mi portava fortuna, la cosa era praticamente fatta. Solo a questo punto le chiedevo di salire su da me a vedere la mia collezione di farfalle, accarezzandole i capelli. In fondo non sono poi così da buttare, e non era raro che più di una annuisse socchiudendo gli occhi, e si stringesse al mio braccio, seguendomi. Sulle prime, tutte restavano estasiate di fronte agli esemplari più belli, come quelli dell'Amazzonia o dell'Africa tropicale, ed erano ammirate dalle mie circostanziate spiegazioni sulla biologia del genere Nymphalis, e sul perché la Biston betularia fosse così importante nel regno animale. Però si vedeva dopo un po' che tutto sommato la cosa finiva per sembrar loro trita, e si aspettassero da me qualcos'altro. Scusate l'immodestia, ma sulla mia preparazione in entomologia non nutro alcun dubbio, eppure pareva proprio che non fossero più interessate a nessuno dei più bizzarri aneddoti del mondo della Natura che andavo raccontando loro. Di solito, a notte inoltrata, si rimettevano il soprabito e se ne andavano spoetizzate, spesso prima ancora che avessi fatto loro vedere la bacheca degli Apaturidae, il pezzo forte della mia collezione. E, come le gentili lettrici avranno intuito, non accettavano più inviti ad uscire con me. Non ho mai capito dove avessi sbagliato, e cosa realmente queste fanciulle attendessero dal mio comportamento. Il fatto è che, dopo una serie di questi successi solo parziali (o dovrei forse dire "insuccessi"?), la cosa si faceva sempre più difficile, ed io ero noto nell'ambiente che frequentavo come "quello delle farfalle". Non era bello accorgersi che quando una nuova ragazza sembrava posare gli occhi con interesse su di me, subito l'amica le mormorava qualcosa all'orecchio, questa faceva un risolino, e non c'era più modo di attirare la sua attenzione. Era definitivamente bruciata. E per molto tempo non riuscii più a "rimorchiare" (se mi consentite questo termine) una ragazza che fosse una.
Ancora una volta si imponeva un cambio drastico nella mia strategia, ma non sapevo che fare. Finché intravidi la soluzione. Si trattava stavolta di un radicale cambiamento, non solo di look, ma anche di attitudini. Dovevo stravolgere il modo di essere e di pormi in relazione con l'altro sesso, e comportarmi di conseguenza. Non è stato facile, ma il fine giustifica i mezzi. Cominciai a vestirmi di scuro, a non radermi più tanto spesso e ad assumere un aspetto decisamente più inquieto e sofferto, ma anche più interessante. Nel mio viso scavato, le occhiaie di tante notti insonni sottolineavano il taglio dei miei occhi nerissimi. Alcuni capelli bianchi conferivano al mio volto un'aria vissuta, di chi le ha viste tante, tra Cape Town e San Francisco. Mi trasformai in un uomo di poche parole, dai modi gentili, ma forti. Il fumo delle sigarette, alle quali non ero abituato, ma che avevo cominciato appositamente ad aspirare, arrosssava i miei occhi e contribuiva a rendere ancora più ambiguo il mio sguardo. Uscivo solamente la sera, e mi sedevo, preferibilmente in penombra, in un locale un po' isolato qui sul lungomare, e lì aspettavo che le donne si facessero sotto. Talvolta mi capitava di avvertire dei sussurri di ragazze, sedute al tavolino accanto al mio. "Ehi, che interessante quel tipo, ma chi è?", "Non saprei, ma lascialo stare. Gente così è pericolosa", "Ma che dici, voglio conoscerlo. Chissà perché non fila nessuna". Naturalmente evitavo di intervenire, e lasciavo che cuocessero nel loro brodo. A volte mi sentivo una vera carogna, nell'ingannarle così, ma basta, che volete, alle donne piace essere umiliate e trattate male e non vogliono saperne di chi porta loro troppo rispetto. Così va il mondo, e non possiamo certo cambiarlo noi. Quando alla fine la ragazza di turno si decideva ad attaccare discorso, spesso con un banalissimo "hai da accendere?", il gioco era fatto. Mi bastavano non più di un paio di battute, e dopo lei sarebbe stata disposta a seguirmi docilmente ovunque, come un agnellino nella tana del lupo. A questo punto, ero pronto per la stoccata finale. La fissavo negli occhi per lunghi istanti, ormai completamente soggiogata al mio potere, e le dicevo: "basta chiacchere, bella, vieni su con me in mansarda, che ti porto a scopare". E le facevo vedere la mia collezione di farfalle.



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