FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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LA COLLEZIONE DI FARFALLE

Paolo Francalacci




"Il naturalista è colui che invita una ragazza
a vedere la sua collezione di farfalle
e le fa vedere veramente
la sua collezione di farfalle."
(P. Francalacci - Pensieri oziosi di un Biologo, 1996)

Io sono un naturalista. Forse può sembrare sorprendente che io mi presenti con questa perentoria affermazione, quasi che volessi comunicare anche a chi non vuol saperlo un mio titolo di studio, o un mio hobby. O, peggio, che voglia impressionare l'uditorio con il sussiego di chi direbbe ad una bella donna appena conosciuta in una carrozza del treno: signora, io sono un poeta. Ma non è così. Solo chi ha qualche volta posato l'occhio sulle nervature delle ali di una farfalla, sulle iridescenze della chitina di un carabide o sui delicati arabeschi di una conchiglia in riva al mare, sa cosa voglio dire. E solo un altro naturalista sa quanto è pervasiva e totalizzante l'ebbrezza che si prova nell'osservare, nel catalogare, nell'elencare e, in definitiva, nel tentare di possedere l'infinita varietà delle manifestazioni della natura.
Certamente anche noi guardiamo con rispetto e ammirazione a quegli uomini semplici, contadini, pescatori, boscaioli, che sanno interpretare i segni della natura e coglierne i multiformi apetti. E se sorridiamo ai bizzarri nomi che essi danno a piante ed animali è per paterna benevolenza, e non certo per boriosa sufficienza. Ma non è la scienza popolare, con la sua millenaria saggezza, che può soddisfarci. Noi ci sentiamo appagati solo nel momento in cui possiamo raccogliere dalla nuda terra il nostro insetto, metterlo in una bustina insieme ad una etichetta con un luogo ed una data, ed esaminarlo in laboratorio con la calma ed il rigore scientifico che merita. E godiamo veramente soltanto quando riusciamo a dargli un nome in latino (il cui stesso suono, arcaico e rotondo, ci procura un raro piacere) e a collocarlo entro una immensa lista fatta di specie, ordini, generi ed altre eterne gerarchie. Quasi che questo piccolo essere reale non fosse altro che l'Archetipo, che giunge fino a noi dall'incorruttibile mondo delle forme ideali. Si può capire ora perché le classificazioni, gli elenchi, i cataloghi siano così importanti per noi naturalisti, e quale sia l'immenso valore che diamo alle loro rappresentazioni terrene: gli erbari, le collezioni di conchiglie, le raccolte di minerali e fossili, le bacheche con gli uccelli impagliati.
Per questo, la cosa a cui tengo di più al mondo, dalla quale non mi separerei mai, è la mia collezione di farfalle. È tanto il piacere che mi danno queste scatole di legno e vetro, preziosi scrigni che racchiudono tanta parte della bellezza della Natura, che ogni sera passo ore in silenzio a guardarle, a lucidarle, ad ordinarle. E, naturalmente, vorrei comunicare ad altri questo ineffabile diletto. Certo, mi si dirà, basta andare ad un congresso di zoologi, e lì discettare di sistematica e di tassonomia. Ma sappiamo come vanno a finire certe cose, spesso i convegni di illustri scenziati non sono altro che dei nidi di vipere, ove serpeggia l'invidia, e tutti sono tesi solo a scovare gli errori dei colleghi per precipitarli nel ridicolo. Ed in ogni caso potrebbero sì ascoltarmi mentre disserto sull'apparato riproduttore di un ~Apaturidae~, ma nessuno mi prenderebbe sul serio se mi soffermassi, con la voce incrinata dall'emozione, a descrivere le sensazioni che mi danno i colori dipinti sulle sue ali.
No, l'unico vero piacere è mostrare la mia collezione ad una giovane e leggiadra fanciulla completamente digiuna di entomologia, ed osservarla mentre resta ammirata e sbalordita da tanta grazia, come se la sua bellezza e quella delle farfalle si complementassero e si esaltassero a vicenda. Devo confessare però che questo pur onesto desiderio mi ha provocato più di una amarezza, in passato. Finché non ho trovato la soluzione. Ma andiamo con ordine.
Anni fa ero molto più ingenuo, e non conoscevo le mille sfaccettature della psicologia femminile. Forse ero troppo timido, o forse troppo diretto. Fatto sta che quando incontravo una ragazza, non trovavo niente di meglio che affrontare subito la questione che più mi stava a cuore, e dopo poche battute finivo per invitarla a vedere la mia collezione di farfalle. Non finirò mai di stupirmi dell'infinita fantasia, la varietà e l'estro di cui una donna è capace quando deve scovare sfumature ed alternative, lì ove invece invece un maschio non ne vede che una sola, quella. Tutte, invariabilmente, trovavano mille scuse per non venire, e mi ci voleva del bello e del buono per convincerle a salire da me. A dire il vero, l'evento auspicato accadeva assai raramente, anzi, per essere onesti, ora che ci penso bene, praticamente mai. E spesso il loro rifiuto era ancora più reciso e, a volte, persino sgradevole. Più d'una, che inizialmente mi aveva parlato con gentilezza, se non addirittura con simpatia, al mio invito cambiava improvvisamente il tono di voce e, lanciandomi sguardi in cui fiammeggiava l'odio, mi rispondeva: "ma si vergogni, sono una ragazza seria io!". Sinceramente, non riuscivo a capacitarmi che una raccolta di Lepidotteri risultasse così sconveniente per una ragazza, per quanto morigerata fosse, ma tant'è. Non potevo farci niente. E non era neppure una questione di cultura. Infatti sovente ci provavo anche con giovani autostoppiste straniere, che affollavano le nostre strade d'estate. A tale proposito mi ero procurato la traduzione della parola "farfalla" in varie lingue (butterfly, papillon, Schmetterling, mariposa, petaloudha, e così via), ma anche in questo caso i risultati erano ben al di sotto delle aspettative. Spesso se ne uscivano dalla mia vettura sbattendo la porta e mormorando fra i denti qualcosa che mi suonava (se la mia traduzione è corretta) all'incirca come: "porco italiano".
Insomma, così non si poteva andare avanti. Non mi restava che cambiare tattica. Per fortuna anch'io conoscevo i rudimenti del corteggiamento, se non altro per averli osservati molte volte nei rituali pre-accoppiamento delle farfalle della famiglia dei ~Saturnidae~. Indubbiamente ora la faccenda si faceva più complicata, e implicava un investimento in tempo e in fatica ben maggiore, ma almeno stavolta si cominciavano a intravedere dei risultati significativi. Una volta individuata la ragazza, mi guardavo bene dal parlarle subito di insetti, ma cercavo di capire quali fossero i suoi interessi, la colmavo di attenzioni, e la facevo sentire importante. Dopo qualche volta la portavo a cena, in un localino dove si ascolta della musica "giusta" e dove le luci soffuse, le candele, e i toni caldi alle pareti facevano nascere più di una suggestione. Poi andavamo a ballare, e dopo un drink o due, cominciavo a sussurrarle delle parole carine. Se tutto andava per il verso giusto, se la luna mi portava fortuna, la cosa era praticamente fatta. Solo a questo punto le chiedevo di salire su da me a vedere la mia collezione di farfalle, accarezzandole i capelli. In fondo non sono poi così da buttare, e non era raro che più di una annuisse socchiudendo gli occhi, e si stringesse al mio braccio, seguendomi. Sulle prime, tutte restavano estasiate di fronte agli esemplari più belli, come quelli dell'Amazzonia o dell'Africa tropicale, ed erano ammirate dalle mie circostanziate spiegazioni sulla biologia del genere ~Nymphalis~, e sul perché la ~Biston betularia~ fosse così importante nel regno animale. Però si vedeva dopo un po' che tutto sommato la cosa finiva per sembrar loro trita, e si aspettassero da me qualcos'altro. Scusate l'immodestia, ma sulla mia preparazione in entomologia non nutro alcun dubbio, eppure pareva proprio che non fossero più interessate a nessuno dei più bizzarri aneddoti del mondo della Natura che andavo raccontando loro. Di solito, a notte inoltrata, si rimettevano il soprabito e se ne andavano spoetizzate, spesso prima ancora che avessi fatto loro vedere la bacheca dei ~Papilionidae~, il pezzo forte della mia collezione. E, come le gentili lettrici avranno intuito, non accettavano più inviti ad uscire con me. Non ho mai capito dove avessi sbagliato, e cosa realmente queste fanciulle attendessero dal mio comportamento. Il fatto è che, dopo una serie di questi successi solo parziali (o dovrei forse dire "insuccessi"?), la cosa si faceva sempre più difficile, ed io ero noto nell'ambiente che frequentavo come "quello delle farfalle". Non era bello accorgersi che quando una nuova ragazza sembrava posare gli occhi con interesse su di me, subito l'amica le mormorava qualcosa all'orecchio, questa faceva un risolino, e non c'era più modo di attirare la sua attenzione. Era definitivamente bruciata. E per molto tempo non riuscii più a "rimorchiare" (se mi consentite questo termine) una ragazza che fosse una.
Ancora una volta si imponeva un cambio drastico nella mia strategia, ma non sapevo che fare. Finché intravidi la soluzione. Si trattava stavolta di un radicale cambiamento, non solo di look, ma anche di attitudini. Dovevo stravolgere il modo di essere e di pormi in relazione con l'altro sesso, e comportarmi di conseguenza. Non è stato facile, ma il fine giustifica i mezzi. Cominciai a vestirmi di scuro, a non radermi più tanto spesso e ad assumere un aspetto decisamente più inquieto e sofferto, ma anche più interessante. Nel mio viso scavato, le occhiaie di tante notti insonni sottolineavano il taglio dei miei occhi nerissimi. Alcuni capelli bianchi conferivano al mio volto un'aria vissuta, di chi le ha viste tante, tra Cape Town e San Francisco. Mi trasformai in un uomo di poche parole, dai modi gentili, ma forti. Il fumo delle sigarette, alle quali non ero abituato, ma che avevo cominciato appositamente ad aspirare, arrosssava i miei occhi e contribuiva a rendere ancora più ambiguo il mio sguardo. Uscivo solamente la sera, e mi sedevo, preferibilmente in penombra, in un locale un po' isolato qui sul lungomare, e lì aspettavo che le donne si facessero sotto. Talvolta mi capitava di avvertire dei sussurri di ragazze, sedute al tavolino accanto al mio. "Ehi, che interessante quel tipo, ma chi è?", "Non saprei, ma lascialo stare. Gente così è pericolosa", "Ma che dici, voglio conoscerlo. Chissà perché non fila nessuna". Naturalmente evitavo di intervenire, e lasciavo che cuocessero nel loro brodo. A volte mi sentivo una vera carogna, nell'ingannarle così, ma basta, che volete, alle donne piace essere umiliate e trattate male e non vogliono saperne di chi porta loro troppo rispetto. Così va il mondo, e non possiamo certo cambiarlo noi. Quando alla fine la ragazza di turno si decideva ad attaccare discorso, spesso con un banalissimo "hai da accendere?", il gioco era fatto. Mi bastavano non più di un paio di battute, e dopo lei sarebbe stata disposta a seguirmi docilmente ovunque, come un agnellino nella tana del lupo. A questo punto, ero pronto per la stoccata finale. La fissavo negli occhi per lunghi istanti, ormai completamente soggiogata al mio potere, e le dicevo: "basta chiacchere, bella, vieni su con me in mansarda, che ti porto a scopare". E le facevo vedere la mia collezione di farfalle.




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