FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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A FALDILA'

Pier Della Vigna




"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà".
(Italo Calvino, Le città invisibili).


Non pensavo di fermarmi a lungo. Come sbarcai nella piazzetta della Darsena mi accolse un gran pubblico di cantastorie: narravano al nuovo arrivato una storia che era tutte le storie, e che sospettai fosse pure la mia. Cercai alloggio in centro, come d'abitudine. La città mi piaceva, mi era piaciuta ancor prima di arrivarci quando nel buio di una stiva mi sforzavo di immaginarmela nel più remoto dettaglio, desiderandola nel brivido di ogni incrocio, nell'occhiata fuggevole di ogni passante. Anche il palazzone in legno rosa e celeste che mi ospitò quella notte me l'ero sognato proprio così, un edificio sbilenco che già fu coloniale ed ora è solo muffa di chiuso e gradini schiodati, popolato da mercenari fedeli alla Corona, bambine che imparano il mestiere, capitani in pensione con nessuno al mondo cui raccontare le proprie avventure. Così l'avevo sognata, quella prima notte a Faldilà, la notte in cui sentivo che mia sarebbe stata la città e ciò che conteneva. Dopotutto è al momento del risveglio che chiamiamo sogno un sogno. Ero giovane allora, la mia vita un groviglio di paradossi. Viaggiatore di passaggio, mi divertivo a vivere esistenze che non erano le mie, che mai sarebbero state mie. In tasca nient'altro che una moneta bronzo, un paio di chiavi, i pugni stretti per il freddo. Ma bastava lanciarla in alto quella moneta, che si moltiplicava in mille piroette. Il destino l'acchiappavo al volo per giocarmelo d'un colpo sul dorso della mano: e sempre di testa, a testa bassa, mai una croce ad inchiodarmi a una qualche responsabilità. Ed ecco che una stessa chiave mi apriva il chiavistello di ferro battuto del credito dei bottegai, entrava nel buco della serratura da cui s'intravedevano le sagome di danzatrici dal ventre sfatto per il tanto figliare, forzava il recinto sacro di templi che mi accoglievano al riparo dalle piogge d'aprile. E se rincasavo ubriaco a notte tarda dopo aver perso all'osteria l'unica scommessa che mai è dato di vincere, la scommessa truccata a cui ti invita l'immagine riflessa nel fondo del bicchiere, se rincasavo tardi e nessuna stimmata di donna, nessun ventre di bottegaio, nessuno scrigno di prete ascoltava le mie suppliche e le mie lusinghe, allora sì mi affidavo ai pugni, per giocare alla morra coi soldati di guardia alle mura della città vecchia o per difendermi dai calci dei loro fucili che mi spingevano nella sola stanza del quartiere di cui non possedevo le chiavi. La Galera, la Taverna dei tanghi solitari, il Pizzivendolo che vende a rate il poco di cui hai bisogno, il Bordello dove sei di casa e la casa che è un bordello; in questi luoghi si nascondeva Faldilà, in scorribande notturne e vagabondaggi solitari tra questi luoghi corteggiavo Faldilà. Io la corteggiavo e lei mi seduceva, forse al contrario, eppure mai che si venisse al punto. Più la esploravo e più mi sentivo estraneo alla città, più alta la posta in gioco e più lontano il brivido del renevaplù, il momento definitivo in cui si confondono paure e desideri.


Il posto di croupier me lo trovò un amico. Accettai con la disinvoltura con cui mi cacciavo in viottoli umidi di salsedine marina e panni appesi, a inseguire lucertole. Accettai perché mi allettava l'idea di manipolare la Fortuna, proprio io, biglia impazzita che rotola nel mondo senza decidersi ad accoppiarsi con alcun destino. A pensarci che bambinone ero, il dedalo in cui amavo perdermi non conosceva ancora vicoli ciechi che non s'aprissero in qualche passaggio segreto. "Sempre al di sotto e al di sopra delle mie possibilità, così vivo io" mi dicevo, ridacchiando con il pagliaccio soddisfatto che si annodava il farfallino di fronte a me. In un cesso dalle maniglie d'oro vietato agli addetti ai lavori si compiva la metamorfosi quotidiana. La giacca stropicciata d'amore come le federe che a malincuore avevo lasciato in tarda mattinata, le scarpe di vernice scrostata a furia di tirar calci ad un pallone di pezza coi ragazzini del quartiere, le calze rammendate con l'ago per aggiustare reti di un pescatore amico mio, le federe le pezze le reti diventavano l'impeccabile abito da cerimonia di un pagliaccio che ora faceva gargarismi di profumo per affilare la pronuncia francese. Il Nord non lo conoscevo, né mi interessava conoscerlo. per lungo tempo la città nuova, non altro che il Casinò e un percorso in tram. Più tardi imparai a intuire quest'altra Faldilà da certi dettagli. All'ora di punta, il naso pigiato tra il ventre e le mammelle di una signora, era il grembiule, imbrattato del fetore di merluzzo macellato, a ricordarmi che il viaggio sarebbe stato lungo e che ancora ci trovavamo nei pressi del Mercato del Pesce. Se invece la ressa mi aveva portato in grembo a una dattilografa della Zona Affari lo sospettavo subito dal talleurino in saldo agli Spacci Generali, e allora cercavo di strusciare l'immaginazione al di là della stoffa. Altre volte, appeso in equilibrio precario alla predellina, stretto tra una porta che si ostinava a chiudersi e una selva di ombrelli e tacchi a spillo, osservavo come fermata dopo fermata ai baffi impomatati di battellieri in libera uscita si sostituivano le treccine dei gioiellieri ebrei, dietro cui irrompevano le basette prepotenti di grossisti e pignoratori che nell'ultimo tratto facevano posto con qualche goffo salamelecco a certe barbette discrete coltivate negli orti dell'Ospedale delle Ombre o nel Campus della Sapienza. Nel piazzale dei Binari Morti il tram si svuotava, mi capitava a volte di intravvedere tra le schiere di portaborse e calzacravatte il viso noto di uno svaligiatore delle mie parti...


La città nuova non la conoscevo, eppure ad ogni nuovo volteggio della pallina nella roulette mi andavo via via convincendo che era quello il vero centro di Faldilà, lì dove convergevano le speranze e i timori dei suoi abitanti. "Gira che ti rigira, qua l'unico a vincere sono io. La pallina balla capricciosa con il destino di ognuno degli astanti, ma in fin dei conti solo a me ubbidisce" gongolavo tra me e me mentre solleticavo l'ombelico della Sorte, maestro di cerimonie del gran rito del Caso e della Sfiga. Faldilà palpita nella frenesia degli scommettitori che si pigiano intorno alla giostra dei numeri, al Casinò come in Borsa, nel gioco come nel lavoro. Avevo perso il tempo a decifrare il senso della città nel passo eterno del lampionaro che appiccia i lumi pubblici al Porto, quando è qui al Nord che vive Faldilà, metropoli dai viali sinuosi costellati di insegne al neon e di torce tardo imperiali delle Oppioteche alla moda, dove la notte non si distingue dal giorno spesso di fuliggine e tubi di scappamento e cravatte grigio fumo. Gran sogno ordito nelle mille trascurabili insonnie di un esercito di formiche rampichine, Veglia Eterna che genera mostri, così è Faldilà, città che inganna. "Gira che ti rigira qua l'unico a perdere sono io". Era un pensiero che mi sorprendeva all'alba, l'ultimo sorso di brandy dal sapore acido delle troppe sigarette fumate di sottecchi tra una puntata e l'altra. Questa città inganna, di colei che mi accolse tra le sue braccia quando giunsi di contrabbando in un mercantile finora non ho conosciuto che il Porto, una smorfia di sorriso in cui invano cercai di aprirmi un varco e che a malapena mi ha concesso un bacio. Pensavo che fosse lei Faldilà e invece non era che la maschera beffarda che la città veste per irretire avventurieri e fessi utopisti come me. Dietro a quel ghigno di davanzali sdentati e rughe di pece che colano dagli scafi in cantiere si cela il vero volto di Faldilà, la Faldilà del Parco dei Divertimenti Proibiti, dei balli in maschera, delle Banche che fanno credito solo a chi non ne ha bisogno e dei Banchetti cui sono invitato a spazzare le briciole.


Tornai ad arrischiarmi, quasi vezzo d'errabondo impenitente, o forse il panico sommesso degli anni che passano. Ancora una volta ripuntai tutto su me stesso. Fui biscazziere, assaggiatore di Corte, buttafuori e buttadentro, quindi tuttofare, maneggione, faccendiere. In tasca già non avevo monete, ma una biro d'oro per firmare in bianco. Le uniche chiavi di cui avevo bisogno erano certe paroline magiche che spalancavano ogni desiderio: ammicchi a relazioni altolocate, sferzate di ordini perentori, bisbigli di congiure e complotti. Ma i pugni, quelli continuavo a stringerli e nel palmo della mano le linee dell'amore e della morte affondavano in uno stesso solco di carne lacerata dalle unghie. Tornai invano nella città vecchia: alla Darsena mi raccontarono la storia di un forestiero. Invano cercavo rifugio nel mio confortevole attico nel Nord, dove non c'era nessuno disposto ad ascoltarmi. Soffrivo d'insonnia, forse sarà stato a causa di quell'afa da mal di mare, forse perché è proprio sul punto d'addormentarsi che evochiamo gli incubi. Faldilà, città puttana, ti credevo mia ed eri di tutti, mi unii a te solo per andare a letto con la mia solitudine. Del gioco in cui mi avevi invischiato non restava che il vizio a prendermi sul serio, del viaggio intrapreso tanto tempo prima niente altro che la rotta che mai mi ha portato da alcuna parte, la rotta fradicia che sorso dopo sorso annega il corpo e lascia l'anima a galleggiare nella bottiglia, una bottiglia senza messaggio, un naufrago in un garbuglio di contraddizioni.


Mi ricoverarono in ottobre. Fu mia moglie, ne sono sicuro, tante volte aveva minacciato di sbarazzarsi di questo vecchio avvinazzato. Non mi opposi, avevo capito che non si elegge il proprio destino, lo si legge tra le rughe che ti disboscano la fronte, ogni ruga una strada dimenticata, un cammino mai intrapreso. Uno scultore impietoso ti scalpella via ciò che non hai vissuto, ti scava addosso ogni incrocio di fronte al quale hai tirato ad indovinare, fino a lasciarti così come ti vedi i detriti delle occasioni perdute, delle possibilità mancate, dei volti che avrebbero potuto essere tuoi. Allo specchio guardavo in faccia il mio labirinto, mostro cieco che è metà donna e metà città. La Casa di Cura era in collina: dalla veranda si poteva contemplare il sorgere e il tramontare di Faldilà, città senza cuore, città il cui cuore rimbomba ovunque, nel pettegolezzo di portinaia, nel piatto rotto in lite di famiglia, nel gemito che morde il cuscino dell'amante, del bimbo in fasce, del moribondo. Chiuso nella stiva di una clinica cercavo di ricordare la città che amavo in ogni viso conosciuto, in ogni percorso noto. Speravo di riconquistarla, amante pensionato perduto nella propria passione e vinto dai propri sensi, generale delirante che inventa stratagemmi per organizzare un assedio che si preannuncia eterno. Nella brezza marina che si levava all'alba ascoltavo le sue storie che erano una sola storia, con l'orecchio intirizzito di marinaio appena arrivato. Annusavo nella pioggerella di tarda mattina oscuri itinerari quotidiani di asfalto bagnato, e se rispuntava il sole ecco che una ragnatela di colori si tendeva dal Faro alla Torre d'Avorio, dalla Stazione alle Pescherie: con gesto infastidito della mano me la scrollavo di dosso. Riassaporavo, ombra tra le ombre gelate del pomeriggio, il tepore di altri pomeriggi trascorsi a giocare a scacchi con le ragazze del Bordello, a lasciarsi tatuare la pelle di massaggi ai bagni Diurni, a sigillare truffe in virili strette di mano. A volte nella notte pesta di buio e di nebbia scorgevo il mio profilo tra gli ultimi avventori d'osteria che barcollavano verso casa...


Le giornate lassù scivolavano via serene, bastava lasciarsi vivere a prescindere dalle proprie possibilità. Passavo le ore a liberare fantasmi dalla pipa, boccate di un vecchio che gioca a riconoscere nella condensa dei ricordi il fumo di tutte le esistenze che un tempo furono sue. "Finalmente Faldilà mi ha accettato, ora io vivo in lei come lei in me". Coi pensieri la inseguivo su e giù per circonvallari e montagne russe, frugavo tra le rovine della mia memoria e della sua storia, nella spazzatura esposta nei Musei come nei tesori ammonticchiati in Cimiteri d'auto. Capivo che la strada che mi aveva portato ad apprezzarla da una veranda in collina non poteva che passare per la Casa dell'Oppio, per l'Ospedale delle Ombre, per la Sala da Gioco, per il Vicolo delle Lucertole. Come tutti, correvo verso un binario morto, ma presto sarei sceso al Capolinea e avrei saputo cercare il segreto del prossimo viaggio. Certi giorni invece producevo pensieri gastrici che mi ruminavano dentro l'ulcera: "Faldilà mi ha rinnegato. Ballavo con la Fortuna come con la Morte e mi ridevo dell'una e dell'altra, convinto di essere io a condurre le danze. Per me era lo stesso sverginare un tempio o girare un assegno, con uguale incauta disinvoltura potevo prostrarmi dall'ombelico in sù o prostituirmi dall'ombelico in giù. Ero viscerale, pensavo con la pancia e agivo con il sesso, ma il mio era l'appetito di un verme solitario, ignaro di stare perduto nelle viscere di una città che lo aveva divorato e che ora lo espelle, rifiuto solido della sua digestione, relitto umano, esule puzzolente che naviga nella cloaca delle sue memorie.


Scendo di rado giù in città. Al principio temevo queste sortite estemporanee, mi limitavo ad adempiere con la giustificazione redattami dal medico: una visita alla casa di mia moglie o una puntatina alle Poste per inviare a mia figlia che vive all'estero un pacco di tè speziato e certe stoffe traforate che danno lustro alla nostra città in tutto il mondo. Ora però il "motivo di famiglia" o la "commissione improrogabile" non sono che meri pretesti per evadere qualche ora dalla Casa di Cura ("Casa di Cura", così riportano ancora sull'indirizzo le sporadiche cartoline che giungono d'oltreoceano in occasione delle feste comandate. Ma quale cura dico io, che del vino neanche il colore ricordo). Allora sbrigo in fretta doveri e cortesie e mi affido ad un tram, lo stesso che un tempo mi consegnò alla città nuova e che ora mi culla nel suo imperterrito bighellonare in circolo. A volte mi addormento, capita a noi vecchietti, o forse sogno di addormentarmi. Mi ritrovo immancabilmente nel Piazzale dei Binari Morti: in quella terra di nessuno che un tempo fu mia mi aspetta Faldilà. "Chissà a chi sarà venuto in mente di costruire il Campo Santo proprio di fronte alla Stazione" mi ero chiesto in certi pomeriggi remoti, giusto il tempo di riprendere la corsa in un tram su cui avevo finalmente trovato posto a sedere. Adesso mi è chiaro che quelle mura basse sporche d'intonaco e manifesti abusivi ospitarono partenze ben più antiche di quelle annunciate dal fischio di un capotreno, ma all'epoca ero un giovinastro troppo occupato a pendolare dietro a una città per badare a certi dettagli. Quell'angelo di marmo che sovrasta il Portale del Campo Santo ad esempio, curioso che non ci abbia mai fatto caso. Si nascondeva, confuso nel brulichio di facchini e beccamorti sfaccendati, voci listate a lutto salmodiando orari e orazioni, fazzoletti moccolosi d'addii, ciocche di capelli appese al collo di mamme appese al collo di figli appesi a colli a mano. Ora il Piazzale è deserto, una ragnatela di rotaie in cui si imbriglia un odore come a petali di giornale appassiti. Sono solo, in compagnia di un angelo decrepito di guardia ad una clessidra, la barba incassata tra il digrignare di un paio d'ali corrose d'umidità e cacca di piccione. Come ho potuto non riconoscerlo, il padrone dei miei sonni al quale non volevo dare retta, il Signore della Città che si ride dell'indifferenza di abitanti troppo affaccendati nelle loro bazzeccole quotidiane. Eppure i suoi sudditi dovranno, uno a uno, sostenere quello sguardo inesorabile prima di attraversare il Portale che dà su un'altra terra di nessuno che prima o poi sarà di tutti e di ognuno di noi, Centro di una città il cui segreto sempre mi sfuggiva sulla linea di confine di un tram, frontiera tra il mare di oblio che cancellò i ricordi da cui ero venuto e un deserto di cemento su cui tentai di costruirmi un futuro. Nel silenzio d'un ultimo brivido di sabbia che fruscia, gli affondo lo sguardo negli occhi, come per aggrapparmi a qualcosa. Le sue braccia si distendono in avanti, lentamente mi porge le sue nocche in un gesto che è gioco invito ordine. A me scegliere, stretti nei suoi pugni l'obolo per l'inferno e le chiavi del paradiso.




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