FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







FABRIZIO, E LA SUA MORTE.

E.Venilia



Filosofia , si sa, non è una scienza.
E' tecnica piuttosto, e tentazione.
Tentazione e tecnica d'estrarre gemme lucenti d'Anima,
da un torbido e ghiaioso turbinìo d'eventi.


]]]


La storia che qui si vuol narrare, è quella di Fabrizio. Meglio: la storia di come il piccolo Fabrizio giunge, nei pressi dei trent'anni, davanti alla sua morte.

Noi non diciamo, Morte.
Non lo diciamo, perchè il nostro Fabrizio la morte con la maiuscola già la conosceva, come tutti quanti. La conosceva nell'ansia di minaccia, nell'assurdo noto di quel pallore sotto il cappuccio buio.
Fabrizio invece, incontrerà la propria morte: quella sua, privata e personale; senza falci, senza cappucci scuri, e senza quell'ascia boscaiola con cui, si narra, Essa t'abbatte l'albero, dove t'intrespolisci.

Si crede in generale (lo si sente nel petto), che Morte sia qualcosa di assurdo e d'impensabile, di pallido ed esangue, di fronte ai toni porpora, caldi e fumiganti della Vita. Son poche le persone che la sentono piuttosto rintoccare non nelle campane delle cerimonie, ma nel tum-tum del cuore. La morte che pulsa e vive, violenta e sessuale, come la vita stessa.

_Bisogna", dice infatti qualcuno, _conoscere l'angustia del morire, per sentire di vivere".
Che mortificazione.
Fabrizio, porta l' opposto in cuore. Troppa vita per lui nelle sue vene, per non sentire infine la sua morte, in una affermazione.

Poi, c'è la sua Zoe.
Ch' è per Fabrizio un filo (un fiume).
Si badi, è fiume d'Anima. Fabrizio lo vedrà, per poi smarrirlo; lo ritroverà, per perderlo di nuovo. E sarà infine Zoe, la sua Zoe, a farglielo sentire: ti senti vivo adesso, piccolo mio Fabrizio, come me. Ascolta: ascolta il mio respiro: batti nel mio pulsare, pulsa nella tua vita: sei mortale.



Prologo


Zoe e Fabrizio si conoscono fino da bambini.

Figli di genitori amici, hanno trascorso qualche vacanza insieme, sui monti sopra il Lago di Como.

É lui, che sempre è andato fin lassù. Lei lì, lì ci abita (una casa proprio in riva al lago), mentre Fabrizio ingoia ogni volta quintali di chilometri sul sedile di dietro, venendo da laggiù, dalla capitale.

Per la prima volta si sono visti ventidue estati fa.
Quindici anni in due (otto lei, lui sette), è proprio durante questo primo incontro che Fabrizio sperimenta il suo svezzamento amoroso, in un inconsapevole invaghirsi della Zoe, mentre giocano insieme immersi nel prodigioso incanto di quella prima estate.

A guardarli, paiono proprio uguali.

Lei, piccola ninfa bambina, magra e convessa come una ginnasta. Scapole in fuori come il culetto teso, piccola virgola ribelle, ripicca per il ventre, un po' sfacciato. I suoi capelli di maschietto, e gli occhi scuri (irrispettosi e interroganti), sono d'incocco e punta alle sue frecce (i suoi modi d'essere e parlare), che partono irrequiete e senza sosta dall'arco teso della sua minima persona.

Fabrizio, tra adulti e ragazzetti, le è l'unico coetaneo.
Scricciolo come lei, e sempre anche lui teso come una corda d'arco, non possiede però le stesse frecce. Anzi, non ne possiede affatto. Fabrizio è già fin d'ora un arco che, in mancanza di frecce, lancia se stesso.
Ha gli occhi spurii del verde di un pasticcio di spinaci e i capelli biondastri pieni di vertigini, neutralizzate prima della partenza da un taglio a spazzola più comodo per tutti (mamma, barbiere e mocciosetto). Lei si diverte a sentirne il solletico sul palmo: lo fa in continuazione: contropeli che per lui sono carezze, risatine che a lui sembrano coccole, e gli offrono l'ignota sensazione d'esser privilegiato nel cuore d'una donna.

Zoe e Fabrizio giocano insieme.
Il silenzio di questi due bambini, il loro silenzio, così serio e intento, non lo sente nessuno.
Il silenzio dei bambini, sa ascoltarlo solo il buon Dio.

Lei, sempre lì a scoccar via da sè stessa.
Lui, il piccolo Fabrizio, capisce solo, capisce solo che quel fringuello, anche se vola via, non scappa.

Zoe è certo la più sveglia dei due, la più veloce; quella più avanti: Fabrizio proprio non ce la fa, a tenerle dietro. Così, lui se ne resta lì, nel mondo del suo stupìto silenzio di bambino, che non lo sa nemmeno, di stupirsi. Sente gli squilli di lei, lombardi; quel buffo modo di possedere un articolo, prima del proprio nome. Per conto suo, non se ne sta mai fermo: corre e salta via per tutto il giorno, e come un giovane capriolo dài che s'arrampica.
Eppure, nel mondo incantato di quel sole dei monti, delle scarpate e dei sentieri, e di quelle escursioni (tutti in fila) sui cigli dei burroni; nel mondo fatato delle sere lucenti a cantare nei grotti le canzoni di quella gente buffa e divertente, nessuno lo sa, nessuno sa vederlo, neanche lui: ma la sua piccola anima nuova, nel proprio attònito e inconsapevole silenzio, lei sì che se n'accorge: la Zoe, sta sempre un po' più in là.

Hai voglia a scapriolare, piccolo Fabrizio: la Zoe è certo lì con te, ma se lo sai, se sai che c'è, non sai che è solo nel vostro mondo silenzioso, chiuso e giocoso, di piccole anime che s'incontrano, senza saperlo dire.


La prima a darne al mondo la notizia, nel dirlo a lui, è sua sorella Càrola, grande d'inattingibili undici anni.

Un giorno d'inverno, dopo quella estate, Fabrizio dà finalmente voce a quel sentire: lo fa nel modo solito dei bimbi: con una poesia. Dice alla Càrola, d'una scarpetta di danza che lei sta maneggiando, le chiede se non ricordi per caso pure a lei, quella scarpetta (rossa, leggera, minuta ed essenziale...saprebbe dire l'Adulto, ridondando), se non le faccia ricordare Zoe, la Vivaboni: la bambinetta magra di quell'estate al lago.
La Càrola ha vissuto: lo guarda nei suoi occhi allo spinacio seria e sostenuta: _Tu ti sei preso una cotta per la Zoe".
Più che uno smascheramento, suona a Fabrizio come un' informazione: fissa chi glie l'ha data senza una risposta. É come un discender l'onda (sul suo materassino): così lo sente.
Incamera, timido e sorpreso, la notizia.

Dopo due estati, i bimbi si rivedono.
Nulla è cambiato, se non le loro cifre: son nove a dieci.
I giochi son gli stessi; pure il silenzio interrotto torna a farsi sentire.

Guardiamo allora avanti: una estate, due...ce ne vogliono cinque: cinque anni d' assenza.




]]]

Eccoli ora: 13 a 14.

I due bimbetti, li ritroviamo nel pieno della pubertà.

Fabrizio arriva nel consueto cortile della casa di sempre, bianco di ghiaia e marmo da giardino. Il pomeriggio è chiarissimo di nuvole omogenee: luce che abbaglia come di madreperla.

Un ragazzetto in pubere: una frana. Porta con sè l'impaccio un po' dinoccolato del cucciolo che cresce. Porta se stesso, che non sa ancora cosa mai incoccare. Porta onanismo e ormoni. Una licenza media al massimo dei voti (per i compagni dei luoghi di vacanza è l'_intellettuale") e i suoi occhi verdastri, che sanno però ora già essere maschili: posson piacere.
E poi, che cosa ancora?...
Porta il silenzio.
Ancora non lo sa, come non lo sa Zoe, che l'Anima si nutre, di silenzio, che non tutti i silenzi sono uguali: che ogni sguardo che incontra ne porta in sè uno proprio.
Ma una cosa la sa, senza saperla: che appena compare la sua Zoe, con i suoi seni in boccio di magra adolescente, ed i suoi fianchi nuovi; appena lei compare, nel bianco consueto di quel loro cortile, i loro due silenzi cominciano a parlare.

Lui è una frana dunque.

Lei, un incanto.
Sempre la stessa (si meraviglia lui): tesa e affilata, capelli sempre di maschio ed occhi forti. E l' inflessione squillante del comasco: Zoe. Ma lo scatto rapido che la bimbetta aveva nel fuggire, ora è la grazia agile di un' adolescente.
É magra, sempre: è lei. C'è femminilità però: sta uscendo fuori, e quello che ora incocca, e tirerà su di lui, sono provocazioni.

Le due piccole anime, che ora sanno dunque distinguersi nel sesso, riprendono dal punto dov'erano rimaste.

Il piccolo Fabrizio e la sua Zoe, eccoli a mescolar le adolescenze, com'è che può avvenire a quell'età (siamo così senza confini, allora...).
Anime taciturne, passano ore ed ore, giornate intere, sere, a subissarsi di confessioni e sfoghi (in una sintonia però, che non va confessata).
Lui è vergine di baci, ancora: si potrà mai azzardare?...(Lei poi, un suo lui ce l'ha; per come una tal cosa adesso si può dare...).
Lei non è più un furetto che incocca scocca, e fugge via in un lampo. É una ninfa semmai, una ninfetta acerba ma di sesso spiegato: e fugge si, ma ricompare e gioca con energia di femmina, a gatto e topo con l'impaccio di lui, maschile e puberale.

Quell'altro, il di lei lui, s'impegna invece a recitar da uomo. Propone identità ben definite: macho politico, e sempre a schitarrare cantautori.
Suona, e in quelle note rinsalda il coraggio richiesto per baciarla.

La Zoe però, certo non è sua. Lui suona la chitarra; suona e canta: ma il silenzio di lei resta a tacere.

Fabrizio osserva attento, senza mai distrarsi.
Che cosa sta vedendo, senza saper vedere?
Vede lei che sorpassa. L'anima della Zoe: sempre quel po' avanti: un impalpabile inpiù residuale che solo quel silenzio riesce a contenere.
Fabrizio sa, che quel nulla in avanzo continua a restar suo.
E al solito, finisce col metterla in cagnara.
Non lo sa far, l'ometto. Si piace certo. Lo sa bene anche lui che i suoi occhi di mare sono un' ottima carta da giocare.
Ma giocare non sa.Come non sa scoccare. Dunque non ci prova nemmeno, a cogliere il centro puntuale di quello spazio d'ombra della Zoe con punte acute di frecce fascinose d'uomo vero.
No: vuol ficcarcisi intero, com'è sua tradizione. Parla, straparla e si produce in mille prestazioni. Fotografa e riprende, negli intermezzi tra le confessioni. Assume pose e recita copioni, per mostrare la sua profondità.
É confidente e amico in privilegio, ma lo sa: la Zoe non ci sta (mai) dove lui sta.

Quando t'accorgerai, piccolo mio Fabrizio (così gli sembra dire), quando saprai ascoltare il tuo silenzio?

Però, anche se lei ha più _maturità", la vive tuttavia soltanto nell'istinto.
Zoe neanche, lo sa, cosa vuole da lui, quel pischello in dinoccolo che le sa far sentire la più vera essenza d'ogni idealismo vero, col semplice portarla ad ascoltare: lei, lì non ci sta: sta altrove.

Eccoli dunque insieme in una nuova estate: sono nel gazebo del giardino, ma non da soli. C'è l'amica e c'è il lui, quello della Zoe, che l' abbraccia ora con la stessa rozzezza affermativa che è uso usare con la sua chitarra. Si baciano. ( É grosso lui, è un ragazzone)

E Fabrizio?...dov'è?...

L'adolescenza, la conosciamo bene... Fabrizio, è un ragazzetto ammodo. Nel fondo del suo in fondo porta un pudore muto, che nulla sa delle proteste offese di quei loro silenzi.
Così esce da solo, sotto la pioggia estiva di quel lago, a fare lo svitato che si fradicia e canta per stupire l'amica irrilevante e ignara, che gode lo spettacolo ottusa e divertita. Poi, arriva sulla riva, sui sassi levigati che fanno male ai piedi (sta camminando scalzo). Si siede sul suo masso, ginocchia fra le braccia. Il lago là di fronte è del suo grigio solito, solo, un po' più piombo, puntinato di pioggia. Fabrizio guarda, non vede, sta fermo a contemplare quel Tutto che ha davanti. (Il cielo è cupo a tratti, e a tratti luminoso: movimento di luci che sa movimentare ancor di più la fuga di quei monti). Gli occhi incapaci di fermarsi (o immobili nel vuoto) mimano quel che gli accade in petto: qualcosa gli si offre, senza mai farsi capire.
Non lo sa.
Certo, è geloso, ma di che cosa poi?...Dovrebbe poter dire che quei corpi in fracasso dei due gatti in amore violentano intrecciandosi la trama rara e ignota del suo cuore, che non trova parole; e che violentano invero anche l'anima affannata della Zoe, la sua Zoe, che quei baci, non se li può gustare: perchè è altrove.

Ma tutto questo, Fabrizio, non lo sa proprio dire.

Lui, è quello che poi parte.
Zoe resta. Resta sempre.

Resta anche ora, che lui se ne va via. Resta con il suo lui: con lui e con quella sua chitarra compiuta e ferma, nei limiti sicuri dell' Identità.
Di nuovo, i due silenzi si stanno allontanando, senza essersi ancora, ancora capiti; neanche guardati.
Lui se ne va, un po' dinoccolato, a mettere se stesso nella mischia, in mancanza di frecce.
Lei...



]]]






Dio come è bella lei...

S'incontrano ora nel grande giardino (quasi un parco) della sua nuova casa. Una grande villa quasi in riva al lago.

Sono passati cinque anni ancora. Il liceo è ora per entrambi cosa superata.

Dio, come è bella lei...

Lo vede di lontano. Si offre ai suoi occhi di spinaci in un sorriso, lieve di memoria, e di una così intensa (e così mal celata) attesa...

Sono ora, diciotto a diciannove.

Eccola Zoe, un po' avanti nel parco, che aspetta e se lo guarda un po' sfrontata, mentre lui sta avanzando sbilenco di valige.
Lo fissa adesso un po' con ironia, braccia conserte come per sfidarlo.
Nessuna forma goffa d'imbarazzo? Nessun gesto maldestro d'emozione?...Sono così disinvolti, Fabrizio e la sua Zoe, che finzione...

Lei poggia asimmetrica su un'anca, la gamba libera di peso è un poco avanti. I fianchi verdi della quattordicenne si sono dati oramai forma ed orgoglio. Ma è comunque magra, Zoe, e tesa, come da sempre.
Il vestito le si appoggia leggero sui seni che sono, così sembra al ventre di Fabrizio, l'unica sua timidezza.
Eccolo dunque, avanza con le sue valige.
Ha visto la sua Zoe e le sta sorridendo.
Ha i suoi bei diciott'anni, nutriti di spirito brillante e di bellezza, ormai straconfermati. Lo sa Fabrizio, che porta un bel ragazzo, e intelligente. Lo sa, che le offre il verde dei suoi occhi, come da sempre certo, ma col giusto corredo. Lo sdinoccolamento è ormai cosa remota. Ora, ci sono muscoli, anche dell'anima. Il piccolo, con la farètra vuota, è dovuto comunque entrare nel bailamme.
(Per cinque anni una continua zuffa. E lo vedremmo, pure, cadere senza tregua sulle piste alpine, incapace anche lì, di contener se stesso sugli sci. E poi ancora, negli eccellenti voti di quei suoi professori che amano vederlo scapriolare nei libri e nei pensieri, senza regole, privo di criterii. Ma anche in quelli pessimi di chi gli vuol mostrare (ma certo non sa farlo) che è una buona cosa sapersi limitare. Lo vediamo così contro se stesso, a massacrar le viscere che tentano anche loro, di placarlo. E massacrato anche, veramente: ossa rotte da un nugolo di pugni (una rissa furiosa), che neanche loro però sanno insegnarlo: che uno contro il mondo, di petto e senza frecce, non è cosa.)

Cosa sa dunque di portare alla sua Zoe, il giovane Fabrizio?
Oh...troppo poco. Ancora non lo sa cosa sia mai quel suo stupore muto...non lo sa. Pensa alle sue parole: agli occhi con cui usa guardare, alle sue spalle lisce, ed abbronzate...


Il giorno stesso la Zoe sta riordinando, agli ordini mai elusi della sua mamma nordica.
Fabrizio la osserva rassettare nella penombra estiva del salone. Le sta di fronte e le sorride un po' con ironia, attingendo ai cinque anni trascorsi la forza per non mostrarsi imbarazzato.

Il silenzio, da lontano, comincia impercettibile in un'eco.

Il maschio giovane ora sta ostentando una forza scintillante: in un immobile scaprioleggiamento.
Lei, continua su e giù a spolverare mobili e divani... Poi, da curva che si trova sulla sua ramazza, risponde al suo guardarla fisso: un sottinsù degli occhi, sparato d'improvviso. Drizza ora la schiena (è vestita di lino, fiori fitti e niente svasatura, e due ciabatte da rassettamenti) offrendogli un sorriso. Si muove infine di due o tre passi verso il suo Fabrizio, fino proprio a lui. E così, come se fosse niente, riassume undici anni di silenzi e assenze in un gesto solo, che con ironia, leggera e un po' materna (nel suo porgersi così calma e sicura) riesce a realizzare: gli dà un bacio.

Gli sfiora la bocca, con la bocca.
Labbra più labbra.
Labbra umide di Zoe.

Morbide labbra di frutta.

I nostri due bimbi silenziosi riprendono di nuovo, ricuciono in un attimo tutta la loro storia. E Zoe lo dice infine al suo bambino, lo dice a fior di labbra: la scarpetta di danza lui, mica s'era sbagliato. Era proprio lei.
Era proprio la sua infinita Zoe.

Fabrizio muscoli ed acume, ed occhi verde mare non sa, proprio non sa che fare. Si risente in un momento...come dire?...un po' dinoccolato. Non fa nemmeno in tempo a ricambiare: lei l'ha già trasceso (l'hegeliana), ed eccola di nuovo a rassettare.


...


Se ne rimane ritto, stupìto e sorridente, più bimbo di quel bimbo, senza sapere nulla. Senza nulla capire: chi sia mai lei, chi lui, cosa mai sia successo, qualche secondo addietro. Resta, Fabrizio, a braccia nelle braccia, nella sua sicurezza di legume, come fosse normale, una routine, che così capitasse: che dopo tanti anni d'assenza, dopo undici anni immensi di distanza, tenuti insieme da null'altro che una manciata di silenzi muti, ci si baciasse così, come in un soffio.
(Ma lei, la Zoe, dalla parte sua, sempre un pezzetto avanti, lei, che ha ripreso trionfante la ramazza, lo sa quello che ha fatto? Fabrizio sta di nuovo nel solito dinoccolo stupìto; bene. Ma quando saprà smetterla la Zoe di non star mai dov'è, di ostinarsi a negare, a dire che non c'è, quello che invece si ostina a ritornare?)

Per questa estate Fabrizio resterà solo una settimana.

Il lago è il trampolino del suo dopo-liceo. Ma non è vacanza. Fuga, piuttosto. Lui non lo sa però...non ne sa nulla. É un cervo giovane e robusto, forte d'una energia ancora sconosciuta. Non capisce ancora, non sa, dove scoccar se stesso.

Zoe, di nuovo, ha un altro lui. Ma questo nulla cambia (non è certo nell'ordinario e reiterato intreccio di commedia che possiamo scorgere il senso della nostra storia): per tutto il tempo si desidereranno nel modo solito che hanno, di stare zitti in due.

Lui, non fa che rincorrere quel loro primo incontro volato via in un frullo, dopo tanta attesa. Zoe cede, una volta. L'altra no. Poi, ancora si concede.

Fabrizio dorme solo, in una stanza al piano superiore. Zoe lo va a svegliare, tutte le mattine. Si siede sul suo letto e se lo guarda (che cosa stai vedendo Zoe? chi hai di fronte, su quel letto, tra le lenzuola sfatte? Cosa ti porti in petto, mentre sorridi come un botticelli? Fabrizio ti vuol prendere, vuole carpirti e chiuderti in un bacio, in un qualcosa che si possa sentire, gustare, e ricordare dentro le parole, dentro una memoria fatta d'accadimenti, di cose che si possano, infine, raccontare. Fabrizio non lo sa, non può ancora capire, che per essere visto dal mondo, dovrà scomparire).
Lui, certo non dorme...è lì che attento ascolta lo sguardo della sua amante bimba. Poi (è lui, non lo dimentichiamo) salta su di scatto per baciarla. Lei indietreggia in un trasalimento... lo ricambia, ma è un momento...ecco che si divincola per volare via negandogli il suo viso, come da sempre un po' maschietto e teso.

A Fabrizio viene concesso solo lo spazio, muto ed invisibile, dell'immaginazione.
Volano insieme...eccoli là...(ora sono dieci anni) in simmetria perfetta: l'uno nell'anima dell' altro che a questa età, di giovinetti, è vergine spazio di poesia, teatro di finzione, nutrito per loro di silenzio e tempo. Con quel bacio, quei baci, Fabrizio e la sua Zoe si sono detti, col linguaggio d'allora, che silenziosi continuano a volare.

Si diceva però: c'è un lui, un lui che nella storia, in questa nostra favola scompare: troppo vero, troppo reale essendo ed incapace di intuire l'Autentico di Zoe: l'autotrascendimento.
Ma è una buona spalla, questo lui d'ora: fa susseguir momenti di gelosia reciproca tra i due, e mutuo desiderio: trattenuto com'è, e nascosto, nell'irrealtà dell'Anima.
Nell'anima, dell'Irrealtà.



Ora, sono tutti sui monti.
Fabrizio con gli amici dormono all'aperto. Zoe va invece dentro casa. Lei, con il suo lui.

Fabrizio vede la luce che filtra dalle imposte. La guarda. Vogliamo forse dire: desiderio?, magari gelosia? Forse...ma questa è storia d'Anima, non storia d'amore. E l'Anima è finzione, è gioco. L'Anima sa volare, sopra la realtà. Se si mettesse in testa di diventare vita, vita vera, fragile affonderebbe nel fragore del mondo.
Lui fissa così le imposte che filtrano la luce...poi, sopra di sè (chiuso nel sacco a pelo), le stelle straordinarie di quel cielo: notturno e estivo, e di montagna (blu, cupo e brillante).
L'Anima è nella fuga, non possiede nulla, e nulla vuole, perchè qualsiasi cosa peserebbe troppo, per volare. Fabrizio non ha dunque dolore, nè ansia o gelosia nel petto. Tanto lo sa: Zoe è con lui; nello spazio giocoso dei bambini.
(Così è per lei: il giorno dopo dirà: ero con lui, ma....)


Fabrizio, come s'è detto sta per spiccare il volo.
Il fatto è (noi già lo sappiamo), che lui non usa mai inviare niente: si sposta di persona.

E così infine, il nostro diciottenne se ne deve partire. Se ne va a Parigi.
Da solo, portandosi la bici.
La sua prima fuga. L'ultima, della sua prima età.

La nostra è una storia però, come si deve.
Così, lui ora sta nel treno, che aspetta (aspetta con pazienza), alla stazione.
Zoe (la vedete?) lo guarda da lì sotto, in pensilina, e proprio non lo sa. C'è la mamma con lei, di Fabrizio s'intende, ed il papà.
Così, cosa può fare?

Queste due anime, da una vita intrecciate in quel silenzio che non sanno capire, e sul quale soltanto la loro voce diversa la si può sentire, sono ora lì.

Lui che fugge, non si sa bene dove.
Lei invece che resta, come da sempre resta, su quel lago, che pure lui mica si sa dov'è...

Fabrizio lascia Roma, lascia il liceo. Poi lascia il lago, e lascia la sua Zoe.
Zoe di per sè continua a sorpassarsi, senza star mai dov'è.
Lei fugge, in quel suo superarsi.
Lui fugge invece, portandosi con sè.

D'entrambi resta il silenzio, ed uno spazio vuoto e immenso (un cielo), senza voli.

Zoe, ora sta piangendo.
Come si suole, piange là sotto, sotto il finestrino dello scompartimento.
Piccole stille di silenzio le brillano negli occhi.
Nessuno sa ascoltarle.

Il treno ora si muove, e porta via Fabrizio.
Che parte, per dieci anni.







]]]



La città è gremita.
C'è sole da sudare, la primavera è un pezzo avanti.
Per la strada, il consueto incontro-scontro di affanni concorrenti.
Chi verso di là, chi invece di qua.

Fabrizio, lo riconosciamo (son passati dieci anni, mica cinquanta). A non vederlo che ora, per la prima volta, chissà cosa ne penseremmo. Certo quel ragazzetto che gli ha appena chiesto del fuoco dandogli del lei, quello pensa ch'è un uomo.

Seguiamolo, dove se ne sta andando.
Sta camminando, bipede ed a stazione eretta, in quella calca. É scuro di vestiti, occhiali scuri. É solo.
Cosa fa? Sta passeggiando?
Passeggia certo, per Milano. Ma pare invece che lavori, tanto deciso avanza, ritto al garrese e chiuso (a noi così ci sembra) in chissà che pensieri. (E la farètra, è vuota ancora? O è tanto cambiato in così tanti anni, da riempirla?).
Eccolo che si siede, in Galleria.
Poggia sul tavolino la cartella, così professionale... Poggia le sigarette, l'accendino, e torna allo schienale. Le gambe accavallate, si ferma per un poco ad osservare quella sfilata doppia. Passa dagli uni agli altri con sguardo oscillatorio, assente e concentrato.
Ordina una spremuta, e si riposa.
Se ne sta ora lì fermo ad osservare...e noi stringiamo il campo, un primo piano quasi, ...per spiare...
Eccolo lo vediamo...osserva per poggiarvisi, a metà almeno, quello spettacolo ovvio, visto che là dentro, giù nel petto, c'è un po' troppo bailamme per farsene un rifugio.
Però col cameriere, col vicino, i toni sembran solidi, sicuri, come lui al garrese ritti, come lui severi, e nessuno direbbe, che potesse ascoltarlo (e troppo pochi san dirlo, di chi usa frequentarlo) che così ritto e in piedi vuole stare (e un po' ci riesce pure) anche perchè sul ciglio delle cose, equilibrio e contegno (lo sa) si devon conservare.

Insomma, cosa è venuto a fare, salendo, ancora, dalla capitale?
Vuol vendere parole.
Possiamo raccontare dieci anni di vita, con tale concisione? Certo che no, ma chi se ne preoccupa? Vorremmo solamente far capire qualcosa di quest'uomo seduto con la sua spremuta, ma non perchè pensiamo che risulti così importante in sè saperne qualche cosa, ma perchè è il nostro Fabrizio, è lui, lui proprio, così tanto lui da avere, un'ora fa, lasciato la sua Zoe.

Qual è dunque il filo di quest'uomo, quel fiume sotterraneo (sempre lui, lo stesso, diverso solamente nei diversi nomi che acquista nei punti di riaffioro) di cui possiamo scorgere il fluire dietro gli occhi d'ogni anima che siamo disponibili a guardare?
Percorrendo à rebour questi vent'anni alla ricerca della sua equazione, un'equazione a tante soluzioni quante sono le cose che lui ha fatto, che cosa troveremo?...Oh...forse, certo, che gli è proprio riuscito d' incantarci: ci troviamo a fare a noi quella domanda che lui a se stesso ha posto senza remissione: _datemi, vi prego, l'equazione... datemi un criterio per la soluzione:...quest' incognita d'avanzo...la misteriosa ics ... quel respiro nel fondo delle cose (nel fondo di me stesso)...mi fa ombra".
Fabrizio, come ognuno, porta un' ombra nel cuore. Come tutti porta un'incognita che inqueta, e che cerca senza posa d'afferrare. Ma noi lo conosciamo: lui, con le incognite, proprio non ci sa fare.
Fabrizio, possiamo dirlo, ha corso per una vita appresso al suo silenzio. Ci si è scapicollato, l'ha braccato, ha cercato di dirlo, di scoprirlo. Ha provato a carpirlo ed afferrarlo come quelle mattine con la Zoe, quando lei lo guardava tra le sue lenzuola (al piano superiore) e lui voleva avere qualcosa (un bacio, la saliva) da narrare.

Lo scapicollamento, il bracconaggio, sono cose diffuse. Le conosciamo tutti, anche se in certi casi ci viene di pensare che non è possibile per definizione, in talune riserve, bracconare.
Così, bocciamo e biasimiamo l'ansia del riccastro che accumula cemento, subito disposti a discettare che il Senso non è lì, e che Nostro Signore solo cose più vere, e più spirituali, può accettare.

Topico errore.

Che il piccolo Fabrizio ha saputo seguire fino in fondo, negli anni successivi a quella prima fuga.
Gli è venuto bene di convincersi, al piccolo capriolo, che esisteva il Giardino dei Miracoli: che poteva far fruttare la sua incognita, sotterrarla nel Campo del Filosofare per riuscire infine ad ottenerne il tesoro che da sempre lui cercava: quello che si contiene: serrato dentro un pugno, chiuso in una borsa, o insomma che afferriamo in uno sguardo, senza che possa più fuggire via.
Quel capriolo, quell'arco senza mai una freccia, ce lo immaginiamo: ha preso senza tregua a lavorare, come un ossesso, come ossessionato. É entrato nei filosofi senza domandare, senza chieder permesso, a voce esagerata, nel suo goffo dinoccolo, che noi ben conosciamo.

Ma la filosofia si sa, è roba nebulosa, e mettere la nebbia in una scatola, non è proprio cosa.
Però Fabrizio non s'è dato pace. Da solo, per anni, lui ha iscatolato: nebbie su nebbie, e brume, e nuvole sempre più fumose.

Ha scapriolato Fabrizio, tra montagne di libri.

Finchè, s'è reso conto.
(É un ragazzetto ammodo, lo s'è visto: la sua ignara confusione non era malafede)
Alla fine, s'è guardato sotto, ed in una catastrofe s'è detto che quello era soltanto un modo furbo d'innalzarsi, per non voler volare.

Strano destino. Fabrizio ha ciarlato muto fin quando s'è azzittito: solo allora gli è riuscito di parlare. Si è visto sotto i piedi quello spazio vuoto, il vuoto silenzioso d'un abisso, che l'ha risucchiato. Ma poco prima, quel tantino prima di precipitare, nel punto liminare tra il fragore di sempre e quel silenzio irreale, qualcosa (la prima con un senso) l'ha saputa dire: non fa niente, nulla da eccepire, l'importante, è apprendere a volare.

Poi,
giù a precipizio senza fine; giù, giù verso un fondo che non viene, senza limiti e freni, senza più confini, nel silenzio assoluto di quel baratro, che finalmente gli urla nelle orecchie (adesso vuote, stappate, ripulite) parole che ora sanno di terrore: devi volare piccolo Fabrizio, il vuoto può succhiare, se non hai le ali per planare. Hai scelto di gridare, piccolo bimbo fragile, hai scelto, hai scelto di assordarti per non sentirti muto, muto e solo. Adesso pinocchietto, stai precipitando, niente male. Ti potrai schiantare, è una possibilità: ma ora, cosa vorresti fare? sei in ballo:

hai da ballare.

C'è voluta una vita (tanto sono trent'anni) perchè il nostro Fabrizio lo vedesse e sapesse ascoltarlo, quel silenzio. Perchè cadendo dalla torre di babele di parole sorde che s'era con potenza di titano costruito, questo bisogna dirlo: l'errore massimo Fabrizio l'ha evitato. Non ha mai pensato a sè come a un Lucifero, un Angelo Caduto. Non s'è titanizzato: gli è riuscito di dirsi per la prima volta l' Indicibile, la parola muta che sta sotto tutte le nostre ciarle vacue d'osteria: che paura, mamma mia.

]]]
Capitolo


Fabrizio è arrivato a Milano, dunque, per cercare qualcuno a cui le sue parole possano interessare. Gli piace, di sentirsi scrittore.
Non sarebbe, quella che porta in borsa, la sua prima cosa pubblicata.
Ma adesso è diverso. Ora pensa di poter dire qualcosa di sensato ad una cerchia di persone più ampia di quella degli addetti ai lavori.

Soggiorna in un albergo vicino alla stazione centrale.
Ha voglia di stare solo. Sa che le città che visita durante le sue fughe gli fanno come da incubatrice: qualche cosa di importante ne viene sempre fuori.

Passa due giorni a bighellonare.
Stando lì su da solo con le sue parole, a passeggio con gli occhiali scuri per la città dell'efficienza più europea d'Italia, si sente molto autosussistente e gioca a fare il causa sui . Si sente sostanziale, in quella solitudine.
Se la passeggia il primo giorno tra i negozi lussuosi di quel centro così ricco, così consumista...Gli piace enormemente questa faccenda che lui sia andato a vendere. Il fatto che il suo prodotto siano parole, e che portino dentro di sè la profondità corposa del suo più autentico silenzio, non fa che aumentare il suo piacere. Se la ride dei feticisti dell'Assoluto, e di chi crede che esista chi scrive soltanto per se stesso. A lui non importa di redimere l'irredimile e nauseabonda querelle dell'arte disinteressata. Si diverte con la parola _artista". Gioca con quell'epiteto altisonante per la prima volta, dopo aver capito anni orsono d'essere filosofo. Ma la cosa che soprattutto lo eccita è la competizione con quel manager sulla Jaguar. Riuscirà a venderle, quelle parole? Il manager chissà cosa ha appena venduto...ci riuscirà anche lui?
Così, gira per la città.

Il giorno seguente decide per una gita al lago.
Quel lago, lo ricorda: è straordinario

Imbocca la Regina e gode di seni e golfi, dirupi e chioaroscuri.
Si ferma a Tremezzo, per mangiare qualcosa. Prende due panini in un ristorante chiuso, e se li mangia seduto in pizzo al molo di legno del minuscolo porticciolo.Di fronte ha la penisola di Bellagio.
Magnifico, veramente tutto magnifico.

Però noi lo sappiamo, lo sappiamo bene.
Sono due giorni che i retropensieri di Fabrizio gli parlano di Zoe. Sono passati dieci anni pieni.
Caspita, si dice, dieci anni, ed eccomi qua con il mio panino, sullo stesso lago di quella volta di quel bacio di Zoe...di quel bacio...ineffabile.
Parla a se stesso con leggerezza. Quando se ne va via, riesce generalmente a star leggero.
In effetti, rivedere quello spettacolo lo fa sorridere. É rimasto tutto così, si dice, come se non fosse successo niente. Io ho vissuto dieci anni da leoni, ho viaggiato nei miei inferi più neri, e qui...tutto uguale. Ma insomma, la Sostanza sono io, o questo Lago privo di Coscienza? Chi di noi due è più transeunte?
Addenta il panino, e sciacquetta un po' con i piedi, come un ragazzetto.
Pensa a Zoe. Si è sposata, tre anni fa. Lui c'era rimasto male. Si era detto ecco fatto, è andata, me la sono giocata definitivamente.
Ogni tanto se l' è pure sognata. Sempre sogni di eros, naturalmente.
Però sul serio: brume.

Ora non sa che fare: la chiamo? lascio perdere?
Si alza. Calzini e scarpe, e risale alla macchina.
Su quelle catene di monti non interrotte cala il tramonto.
Fabrizio è di nuovo sulla Regina.
Squilla il telefonino: ha ottenuto l'appuntamento con l'editore. Da fuori la cosa si nota immediatamente dall'andamento rally che la sua macchina improvvisamente assume. Fabrizio fa le sue telefonate ipereccitate per dirlo alle persone che gli sono nel cuore.
Per il momento, Zoe rimane là dietro.

La sera a Milano passa tranquilla.
Fabrizio mangia sereno, e felice. Certo, una cosa occorre dirla: che il piccolo non sa più stare veramente in pace. Dopo avere visitato l'Inferno non è mai riuscito a dirsi, credendoci fino in fondo: pericolo scampato. Si sente, lo si è detto, sul ciglio delle cose. Continua a non mandarla a dire, ma la sua energia adesso è per buona parte occupata a mettersi al sicuro. Una cosa l'ha capita: che per mare deve andarci. Ma ha pure realizzato che ci vuole una barca sicura e molta esperienza, e cautela. Vendere le parole dell'Anima come titoli di borsa, lo sente come un calatafare la chiglia della barca, un cambio delle vele con altre più nuove e più sicure.
In effetti Fabrizio non smette un attimo di aver paura di se stesso.

Ora è felice quindi, come il porcellino che sta per finire una parete di cemento della sua casa anti-lupo.

Zoe...
Che fare?...
Chiama il cameriere per un elenco. Prova col suo nome di ragazza: Zoe Vivaboni...
La trova subito. Chissà perchè, sull'elenco c'è lei.
Che fare?...

Sta lì e ci pensa su...
Un momento del genere nella sua coreografia essenziale richiede come minimo che il protagonista si accenda una sigaretta, con fare pensoso e deciso. Fabrizio vi si attiene senza sbavature, continuando a rispettarla anche nel modo perentorio e improvviso con cui, come dal nulla, decide di chiamarla.
Si propone con un _voi". Addirittura.

Il retropensiero va per le sue strade che in tempo reale è quasi sempre impossibile percepire. Spesso bisogna fare mente locale in modo molto attento per ricordarsi cosa succedeva nel controsoffitto quando nel salone di rappresentanza si giocava la scena più opportuna da giocare.
Se siete disponibili, se non disturbo, potrei venirvi a trovare...
Zoe è stata altrettanto formale, e certo anche molto cordiale.

Fabrizio e Zoe, così viene deciso, si rivedranno domani sera, dopo dieci anni di nulla.
Ceneranno insieme, i coniugi con l'ospite, nella casa milanese della Zoe e del di lei marito.





]]]





Fabrizio aspetta, senza chiedersi come. Non è che si faccia troppe domande.
É ansioso, ma moderatamente.
É interrogativo.

Sono le sette di sera. C'è una luce di tramonto che imbrunisce l'aria.
La piazza è confortevolmente popolata. Tutto quel via vai senza significato gli comunica la dolce sensazione che si stia tutti lì solo per starci, tanto per farsi compagnia.

Sta seduto sopra una panchina. Fiori e vino (per lei, per lui).
Si guarda intorno alla ricerca.
La sta aspettando in ogni delusione: in ogni donna...definitiva.
Se ne rende conto vagamente:...quello che la smentirebbe alle radici, che richiederebbe un' equazione di tutt'altro genere, sarebbe proprio la definitività. Vedersi arrivare incontro la Moglie, peggio ancora (orribile): la Massaia.
Ma in dieci anni si può perdere tutto?...non lo sa proprio...è la prima volta che gli capita di riincontrare una persona che ha contato, dopo così tanto tempo.
Guarda qualla ragazza così dimessa...
Quella là, così noiosamente scialba...

Eccola.
Fabrizio ha visto l'automobile, e l'ha riconosciuta.
Lei, l'ha vista solo di spalle...i capelli corti. Ma non sono stati loro, quanto il modo d'arrivare di quella macchina.
É felice il nostro Fabrizio. É radioso.
Le si scapicolla incontro, senza aspettare che anche lei lo veda.(Noi lo vediamo, il suo scapicollarsi, nessun altro, tantomeno la Zoe, tantomeno lui.)

La prende un po' in giro...che fai...non esci dalla macchina?... dopo dieci anni neanche sei disposta a parcheggiare?...
Entra, e butta da una parte formalità e fiorami.
(Possibile? sempre la stessa?)

Arrivano alla casa di lei chiacchierando di nulla.
Fabrizio se lo chiede...cosa sento?
Non gli sembra di sentire qualcosa di particolare (speriamo che non sia una serata noiosa...).

Il coniuge ancora non è rientrato.
Appartamento di pace; tempio antistress. I souvenir selvaggi di chissà quali vacanze chissà dove sono ordinati come trofei in un circolo di caccia: la bocca di un leone può accogliere la cenere di una Dunhill...(santa borghesia...).
Collezione di maschere rituali...moquette con tappeti...impianto e musica. Ordine.
La casa è una mansarda: il soffitto degrada dal centro verso le pareti. Le finestre offrono rettangoli di cielo, che intanto si va oscurando.

Fabrizio è incantato, entusiasta, un po' dinoccolato.
Proviene da una casa di scapolo senza controlli, che in più non è neanche sua e tale non la sente. Ogni tanto in quei giorni ci ha pensato. É partito decidendolo che già stava per strada: la casa...chissà la muffa in frigo...

E così eccoci di nuovo al solito. Fabrizio se ne sta lì e si sente più o meno il solito carciofo: Zoe...che casa...

Chiacchierano ancora un po' di niente.
É lui che comincia a parlare di quei dieci anni. Le racconta un po' qua, un po' là.
Le dice sai, a un certo punto ho dato il bazooka al mondo e gli ho detto sparami. E lui ha sparato. Adesso il bazooka glielo ho tolto.
Si ferma lì. Non glielo dice, a Zoe, che adesso ha paura pure della fionda, e che a volte vede ovunque solo fionde e bazooka, e che quando questo succede si accartoccia sul letto e gli manca il respiro e resta affannato per giorni a schivare quell' incrocio di fuochi, che poi svaniscono fortunatamente, ma senza che si sappia mai perchè.
Fabrizio non glie lo dice a Zoe, di questo affanno.
Parla con energia.
E a sua volta la Zoe propone a lui la sua. Certo a Fabrizio non suona nuovo quel suo tono squillante di lombarda. Anche io, gli dice, ho preso le mie legnate. Quindi ora è difficile che con qualcuno mi metta in gioco veramente. Io glielo dico, a chi capita sul mio cammino: attento che ti massacro...scansati che non mi faccio scrupoli.

In effetti hanno la stessa impressione entrambi: quella storia delle legnate...
Risulta a tutti e due come la novità più rilevante di quei dieci anni.
É la prima cosa seria che sembrano comunicarsi, anche se poi la verità è che quello che si vogliono reciprocamente offrire è il tono forte con cui si stanno parlando.

Il retrosguardo di Fabrizio vede ora in trasparenza, dietro i toni dell'amica, qualcosa di mai notato prima. Il cerchio è troppo chiuso, la certezza con cui lei gli offre la sua politica d'esistenza non gli suona. Ci sente della tensione...Ma tutto questo solo nello sgabuzzino.

Per conto suo, lui riesce a rilassarsi. Non sente nessun bisogno (come invece spesso gli capita) di mostrare il curriculum. Risvegliando il suo dinoccolo ormai sempre più nascosto, Zoe lo dispensa dal recitare da uomo: non ci crede neanche lui.
Pensa senza saperlo che non è importante, che ora sta in quel mondo di Zoe, nella sua cucina così calda... dove la sicurezza di lei, la sua sicurezza imprendibile di sempre, ora lo mette in definitiva, pacificatoria, e contemplativa inferiorità.
Zoe si ricollega con un solo balzo ad un mondo scomparso: quello prima dell'Era Contemporanea; prima della Filosofia, prima dei bazooka...prima del Presente.

Lei sta sfaccendando per la cena. Il marito ancora non arriva.
Continua ad offrirgli una presenza perentoria. Lui ci si rilassa dentro, dispensato nel petto da qualunque impegno di corteggiamento. Nessun tono allusivo, niente sfumature, nessuno sguardo d'accenno. Fabrizio non prenderebbe molto sul serio quel diciottenne aitante di dieci anni fa...così ora di fronte a lei è spogliato della convinzione necessaria per fare una ruota che convinca.

La cena con i coniugi è di piacevole intesa; raggiunta certo con cautela.
Il marito della Zoe è un avvocato già affermato. Si porta i suoi quaranta anni come può portarli chi sta bene. É asciutto pure lui.
Fabrizio ci resta un po' stupìto: un quarantenne, se lo immaginava più distante.

Quando ci si prende poco sul serio, si sorride con più facilità pure degli altri. In più, l'uomo che ha di fronte gli piace molto di per sè. Riesce così con naturalezza a sentire ed a gestire senza che nascano ridicoli conflitti il senso di minaccia che sente a tratti fremere nel petto dell'altro.
A volte le battute del suo ospite diventano pesanti. Troppo, per l' evidente delicatezza che quegli altrimenti sa mostrare. Allude così senza che ve ne sia richiesta al sesso tra Fabrizio e la moglie prima che lui tornasse, e dopo che se ne andrà (dormirà fuori).
Fabrizio però si trova nella condizione ottimale di sentirsi troppo fuori questione e fuori competizione, per entrare nel duello. Cosa che gli dà una forza così tranquilla ed irriflessa, che riesce ad offrirsi senza tensioni d'alcun tipo. Cosa distintamente percepita dal suo ospite, che così, anche lui gradualmente si distende, e con lui l'atmosfera complessiva.
In effetti si trova un po' spiazzato di fronte a quel personaggio che nasce dal nulla di un passato di sua moglie, che non ha conosciuto. Fabrizio non è più un puledrino. Ha fascino, e viene a vendere parole: arte, filosofia. Una faccenda, per l'appunto, spiazzante.
Ma l'avvocato vi reagisce in un modo che fa nascere in Fabrizio un rispetto ammirato: non si irrigidisce. Non diventa ostile. Quello che Fabrizio riesce a percepire è delicatezza. Osserva la sua fragilità ora così esposta. Gli piace molto, lo trova coraggioso.
Così, li guarda entrambi: sente un flusso di tenerezza tra quell'uomo e la moglie, che non lo lascia escluso come accadrebbe invece se vi fosse tensione. Marito e moglie stanno sentendo in quel momento una alleanza di dolcezza così vera, di fronte alla sua presenza piuttosto minacciante, che gli consente di restare tranquillo perchè comunque ben accolto. I due insomma non entrano nella consueta tensione della gelosia, che, se di fatto rende il terzo più intrusivo e interno a quel conflitto, proprio per ciò lo fa sentir di troppo.

La serata si sviluppa molto serenamente.
Zoe ed il marito viaggiano dappertutto. Tutti quei trofei sono di viaggi che ora un po' gli stanno raccontando.
Se Fabrizio vede nel marito di Zoe un lui che finalmente riesce a non smentirla (Zoe, anche lei è stata coraggiosa), a sua volta quell'uomo sente in Fabrizio una persona affine a cui potersi aprire.
Infine però se ne deve andare. Va a dormire fuori per faccende di lavoro.



]]]




Sono di nuovo soli.
Restano un po' in salotto a chiacchierare.
Fabrizio chiede a Zoe se può fargli compagnia mentre lui fa un lavoro su un titolo. Deve fare un taglia e cuci (forbici e colla) materiale, non potendo realizzare quello virtuale.

Ritornano in cucina.
Lui è rilassato. Esclude implicitamente tutto l'escludibile.

La scivolata viene all'improvviso. Il tono d'invito della sua antica Zoe lo lascia esterrefatto.

Lui non ha capito. Continua ad ostinarsi, a non capire. Del resto, è naturale: non può veder la situazione da tutti i punti di vista.

Durante quella cena, si dirà, è capitato qualcosa di radicalmente nuovo: di fronte a Zoe non è rimasto certo indifferente, ma non si è scapicollato. Fabrizio ha guardato quella coppia come in contemplazione. Ha sentito (poi lo capirà) la cosa più bella che poteva aspettarsi. Che la sua Zoe si era fermata, senza fermarsi. Ha sentito nelle sue parole, quando si parlava di bazooka, una fragilità presente e finalmente conosciuta. Durante la cena con i due ha percepito poi che quella debolezza era venuta fuori, veramente, grazie a lui, suo marito. Il quale le aveva saputo far sentire che non c'era più così tanto bisogno di scappare. E che muoversi non significa per forza darsela a gambe. Così quella fragilità così intensa, e così delicata, aveva offerto una corposità mai sperimentata prima al fuggire evanescente ed imprendibile di quella donna. Che ora stava finalmente dove stava, senza però rischio di stagnare.

Ma Fabrizio non aveva capito che cosa invece lei aveva percepito

Zoe si era accorta che la stessa cosa era successa a lui. La stessa, o la complementare. Aveva per la prima volta sentito che Fabrizio si accontentava di guardarla. Aveva visto che Fabrizio non si scapicollava, che non cercava di acciuffarla. Anche lei, nella calma di lui, in quella sua rilassatezza, aveva sentito la sua stessa corposità carnale: non la morta ed identica immobilità di un soprammobile, ma l'intimità calda che solo un corpo vivo ha con se stesso.
Aveva sentito, Zoe, che il suo Fabrizio, come lei, si era alla fine raggiunto, in qualche modo.

La Zoe, non aveva scagliato frecce.
Fabrizio, non aveva tirato archi.

Lui sta facendo ora i suoi collage.
Su un contenuto irrilevante arriva dunque d'improvviso alle sue orecchie l'antico erotismo della sua antica Zoe.
Pensa di aver capito male, e continua nei suoi sforbiciamenti.
Poi, decide che è bene che se ne vada.
Non ti disturbo oltre...

La Zoe però gli offre un ragionevole restare a dormire, in quello che a lui appare il più irragionevole dei toni. Il tono della sua ninfa in fuga.
Balbetta.
Gira per la cucina smozzicando frasi, ci strapensa per quaranta secondi (senza riuscire certo a rifletterci, manco un po') e poi accetta.

Zoe sembra senza freni.
Dormirai con me, gli dice, se non ti dispiace: vuoi che cambi le lenzuola?...



]]]



La luce è spenta.
Buio completo.
Fabrizio sta lì perplesso...non gli viene di fare nulla...di nuovo si sente così impacciato... Si è creata ancora la loro gerarchia di sempre. Lei è più donna, più avanti... Fabrizio sentirebbe il sesso con lei inopportuno e non gestibile.

Ovviamente finiscono a parlarne.
Zoe gli offre incorreggibile la sua certezza: avrei paura per te, Fabrizio: io domattina andrei tranquillamente a lavorare, ma tu...

Gli aveva chiesto, cosa t'andrebbe di fare?...
Fabrizio aveva risposto dopo un lungo silenzio. Vorrei toccarti...
Era vero. Fabrizio non voleva fare l'amore. Solo toccarla e sentirla.

Pian piano si avvicinano; lui si adagia nelle sue coccole.
La testa di Fabrizio è sotto la linea della spalla di lei.
Si sente piccolo, e glie lo dice.
Anche lei sente la stessa cosa, e infatti rifiuta espressamente con la solita certezza che sia piuttosto lui, a coccolare lei.
Tanto, certo lui non si sentirebbe di farlo.

Parlano un po' di tutto, al buio.
Lentamente riconquistano l'intimità di sempre. A piccoli bocconi cominciano a rigustarne il sapore...ridiventano insensibilmente loro due, Fabrizio e Zoe...
Scivolano via via verso un relax completo. Entrambi accettano quello che sta avvenendo senza pensare, ed entrambi si trovano in perfetto agio nella posizione che occupano.

Fabrizio vede nel buio la sua Zoe. Sente che è sempre lei, speciale; ma ne sente, in più, quel cuore di delicatezza così fragile e intensa che per tanti anni gli era rimasto oscuro.
Le dice sei bellissima Zoe, sei una persona bellissima.
Lei risponde che non si piace, perchè...

Ti dico io perchè non ti piaci...
Fabrizio è tornato in un momento a quel cerchio troppo chiuso, troppo certo, che Zoe gli aveva offerto poche ore prima.
Così dice alla donna-mamma che lo tiene in grembo, che lui l'ha vista, la bambina.
Le dice guarda che la tua fragilità è una cosa bellissima. A te non piace, e usi con te stessa l'identica durezza che riservi al mondo. Ma sei bellissima proprio per questo: sei fragile, e anche forte.
(Così, Fabrizio non sta più contemplando)

Silenzio.
Silenzio.

_...in parte hai ragione..."
...

_...hai completamente ragione..."

_Ne ero piuttosto convinto..."
Ridono, si stringono.
Fabrizio ha fatto (la prima volta) centro. E questo offre ad entrambi nuove posizioni.

Continuano a parlare; però lui, gradualmente, risale. Sotto la spalla, non ci si sente più.
Dalla zona del petto, dove stava appoggiato con la testa nel calore della Zoe, passa per quella della testa... e la situazione è invertita.

_Ora ti ci senti?..." ironizza Zoe godendo adesso lei del calore di lui, nella rilassatezza che la sconfitta le concede.
_Direi di si...non mi ci sentirei, a restare sotto la zona spalla..."
Ridono, di nuovo.

La mamma è divenuta consciamente figlia, in un desiderio tenero e confessato di coccole affettuose. Fabrizio si è meritato la sua posizione.

_Come stai?..."
Fabrizio lo domanda quasi sussurrando. Lo domanda con tono attento e tenero. Lo chiede certo non per informazione, ma per dirle che lui è lì, che c'è, che se ne occupa.

_Sto bene...
Sto bene e sono tranqilla...
e calma... e sicura...."
É una risposta come in un dormiveglia.

_Sono contento Zoe: anch'io sono tranquillo...."
(Fabrizio non si sente, ora, sul ciglio delle cose).

La accarezza, piano.
Le bacia i capelli, glieli sfiora.
Quel cerchio chiuso... ghiaccio al sole.
La sente vicina a sè, la stringe in un abbraccio che la chiude.

Un flusso. Le due interiorità si vengono fondendo.
Parlano; parlano di tutto cullandosi nei loro toni tenui.

Lui le racconta che è precipitato, ma che ora sa che il risucchio del vuoto può diventare culla, se si aprono le ali. Le dice che la cosa che lui ora sa, la più importante, è che le ali ci sono, e che anche se spesso riprecipita sta imparando a sapere, anche allora, che prima o poi riprenderà a volare.
Lei gli dice che non si meraviglia che lui scriva. Gli parla di quel lui della chitarra (la chitarra dell'Identità); ora sono amici; lei lo sapeva che si sarebbe messo le pantofole.
_Tu eri l'opposto...borghesino ammodo. Però lo sapevo, Fabrizio, che le pantofole se le sarebbe messe lui...".

Parlano del marito... ma l'argomento cade...sono immersi adesso in una vita di memoria e di silenzio. Si sono resi autonomi. Da tutto. Le crisi coniugali (che, lui ne è certo, non ci sono) non c'entrano per niente con quello che sta accadendo in quel momento.

Lui sente che lei è bella. Gli piace come è fatta. Glie lo dice: mi piace sentirti inquieta come t'ho lasciata. Mi piace che sei piccola...

Silenzio.
Silenzio lungo...

_Mi fai sentire benissimo, Fabrizio....
mi fai sentire donna, donna e bellissima, come mai..."

Madre-figlio.
Padre-figlia.
Uomo-donna.

Il flusso delicato di dolcezza che li fonde insieme avvampa d'improvviso di tensione.
La carezza a sfiorare di Fabrizio diventa in un momento sensuale.

Si baciano.
Con le labbra, con le lingue, con la saliva.

_Guarda Fabrizio, che io non mi fermo..."
_...lo faccio io."

Stop.
Se fanno l'amore Fabrizio perderà per sempre la sua Zoe.
(Ci mettono poco a passare, dieci anni.
Ci si mette poco a morire.)
Stop.

I fiumi però vanno ingrossandosi.
É una faccenda seria.

Bambini.
Ragazzetti.
Ventenni.
Adulti.

La tensione nel petto e nella pancia pesca in fondo.
Nel fondo del profondo.
D'ora in avanti sarà un consonante liberarsi di energie possenti.
Ed un concorde ed alternato darsi freno

É buio, non si vede nulla.
Però Fabrizio ora la sente, la tensione irrigidita della Zoe.
Le dice non temere Zoe, sta succedendo qualcosa che per la nostra vita, quella vera, non significa nulla. Stiamo facendo un tuffo chissà dove, ma se prendiamo questo per una realtà facciamo l'errore di credere ai fantasmi. Non pensare che in poche ore possa crollare tutto il mondo.

La prende tra le braccia. Cerca di sciogliere quella tensione ansiosa.
Riesce a gestire il proprio petto proprio perchè sente quello di lei ancora più in subbuglio.

Lei nega recisa che lui abbia il potere di minacciare alcunchè.
Il cerchio si è richiuso.

Silenzio e tensione.
Tensione, in quel buio.

_Non ti intromettere."
_Cosa?..."
_Tra me e mio marito: non ti intromettere"

Silenzio gelato.
Fabrizio accusa la fiondata in una ferita.
Rigido e senza fiato, fissa il buio.

Non la sente, neanche la ascolta. Sta su quel dolore in petto e cerca di riprendersi.
Sa tutto, certo che sa tutto, ma la fiondata comunque è stata dura.
La mano di lei gli sfiora il mento, facendolo irrigidire ancora di più.
Ora lui può vendicarsi almeno un po', nel rifiutare i tentativi di lei di riaccostarlo.
La mano di Zoe gli accarezza il viso. Lui lo volta altrove. Lei tenta allora di forzarlo un poco, ma incontra la sua resistenza.
_Fabrizio..."
_Va tutto bene Zoe..Vado a dormire di là..."
_ Fabrizio...mi dispiace..."
_Zoe...è giustissimo così...che scherziamo...Quindi, va tutto bene.
Però vado di là"

Lei cerca con impaccio di trattenerlo...ma non ha certo argomenti.
Vestito, lui fa per darle un bacio per la buona notte.
Che sarebbe poi il bacio delle riemersione, un bacio come lo schiocco che sveglia dall'ipnosi.
Zoe si nasconde nel cuscino.
_Capricci..."
Comincia in silenzio a coccolarla.
Buio e silenzio, e minuscoli baci sui capelli.
Minuscoli tenui baci silenziosi che lui le offre con il suo amore di vent'anni.

Zoe si scioglie.
Come stirandosi, lo abbraccia e gli sussurra sei dolce Fabrizio, già mi manchi. Buona notte.

Lui s'alza e va di là.
Brancola nel corridoio fino al salone dei tappeti.
Lì le imposte della finestra verso il cielo sono aperte. Entra luce notturna.
Fabrizio si stende sul divano e fissa la penombra. Cerca la propria forza.
Si rigira più volte.
Il divano è corto e lui sta pure senza calzini. Prova ad infilare i piedi sotto i cuscini.

Si alza e va in cucina senza vederci molto, privo com'è sia di lenti che d'occhiali.
Saccheggia la torta rustica di quella cena di millenni addietro, e torna sul divano a mangiare.
Poi, tenta ancora di dormire.
Niente.

Si sposta per terra: almeno lì può stendere le gambe.
Tra moquette e tappeto, sta più comodo.

D'un botto pancia e petto si fondono in una vertigine: lei sta di là.
Lei sta nella camera da letto...lei è nel letto, in fondo al corridoio...lei sta lì...in un amore illimitato...
Ha voglia di volerle bene.
Vuole stringerla. Vuole accoglierla indifesa per essere protetto da quella fragilità.
Vuole chiuderla in un abbraccio antico di vent'anni e intenso come un innamoramento.

La vuole...

Conosce l'Ordine, il Giusto e l'Ingiusto, il Vero e il Falso, l'Equilibrio e il Pericolo. E conosce la Paura.
Però quel rombo...
Si inventano tante maiuscole, per domare quel rombo...come tramvieri...che si credono ammiragli...

Torna di là attraversando buio e silenzio.
Si stende nel letto.
I piedi si toccano.

In un lento e silenzioso accordo Zoe e Fabrizio si avvicinano.
Piano.
Fino a stringersi.

Si baciano, con veemenza.

Volersi con la memoria di vent'anni, ma senza sentirne la vecchiaia, significa sentire troppo distintamente in un abbraccio quello che sembra in genere nient'altro che teoria: che lei è bambina, è mamma, è amante.

Ora è su di lei.

_Cosa vorresti Fabrizio?..."

...

_...dimmelo..."

_...vorrei fare l'amore..."

_Va bene...fammi sentire cosa vuol dire..."
Lui sta fermo in blocco.
La desidera nel ventre e nel petto. La desidera in fondo...
L'anima di lei è diventata una presenza sensibile.

Si baciano, per masticarsi ed ingoiarsi.
Si fermano.
_Cosa vorresti, Fabrizio?..."

Lui glielo dice, glielo dice da fino in fondo all'ultima delle sue caverne viscerali.Con la gola, e nella gola glielo dice con l'esofago. Che risuona della voce di quel fiume...
Glielo dice sentendo per la prima volta in modo così violento e corporale l'irresolubilità dell'equazione.

_Vorrei averti, senza doverti perdere..."

Non lo tollera, non tollera l'idea di averla questa notte, per perderla per sempre. Parola che possiede la certezza irrimediabile dei dieci anni appena trascorsi.

É paralizzato.
Lei pure.
Proprio non sanno cosa fare.
Due amleti, dice ridendo lui.

Zoe ora si stende su Fabrizio.
La sente tutta. Dai piedi fino al viso.
Le guance si sfiorano...si toccano...si strofinano...
Dentro di lui il fiume è straripato.
Come a lottare, come in un judo, Zoe è ora sotto il suo corpo.

Fabrizio prende a baciarla con violenza: bocca, viso, collo...le slabbra la maglia del pigiama.., glie la toglie.
Ora è sui suoi seni, poi sulla pancia....
La stringe, la rinserra...

Ma lei è altrove.

Lo nega. Gli dice continua piccolo Fabrizio...portami da te.

Lui si ferma...si calma.
Si distende accanto a lei quasi senza toccarla.
Giacciono un po' così.

Poi, lei gli si avvicina e lo abbraccia.
Poggia il viso sul suo petto.



]]]


Fabrizio ha un capogiro.

_Ti rendi conto che la nostra vita è finita?...che dovrà finire...



...É un tutto finito.
Inizia, e poi finisce."

In quasi trent'anni di vita, sta pensando Fabrizio per dare un nome a quella sua vertigine, lui e la sua Zoe si sono visti cinque volte sole. Così sarà stato anche con altre persone, o con altri posti...
Ma la differenza è che Zoe pesca nel fondo, nel fondo di quel fiume...

Così ora lui sente qualcosa di mai sperimentato: vede il filo dell'Anima che cuce in cinque punti definiti e chiari venti anni d'esistenza.
Da un bambino, a lui.

Vedere (sentire) quel filo d' interiorità fuori del suo quotidiano intreccio con tutti gli altri fili. Vederlo percorrere, netto e luminoso, tutta la sua vita, lo ha condotto a seguirlo fino alla sua origine, per poi inseguirlo, in una vertigine, fino a destinazione: trent'anni ancora.
Netti, puliti. E finiti.
Ma non astratti, come sempre li ha pensati: i suoi astratti sessant'anni. L'età di un genitore.
No. Concreti, visibili ed intensi come la sua anima fuori della storia e della vita.
Midollo della vita e della storia.

Da figlio a padre di se stesso, figlio amante e padre della sua Zoe, in un' unica intuizione.

L'anima finita di Fabrizio ha sentito, quella notte, nella intensità profonda di una emozione viscerale; ha sentito, nella gioia e nell'incanto di quell'incontro di vertigini; in quella felicità pura ed animale; ha sentito là in fondo, dove Zoe danzava silenziosa ninfa bambina senza età sulle punte di raso di quelle scarpette rosse. Ha sentito, che doveva morire.




Il suo cuore comincia a palpitare.
É molto tardi (molto presto), sono le sei.
Per dormire resta un'ora, un'ora e mezza al massimo.


Filosofia è un pericolo.

Credere alle sue favole, prenderle per vere, è errore da bambini, che ascoltano rapiti e creduli le fiabe di fate ed incantesimi perchè le sentono viaggiare sulla voce, più vera ancora e più sicura, della mamma seduta accanto al letto.
Credere ancora a quelle stesse fiabe quando non è più tempo, è l'errore di tanti (di tutti): compiuto nell' inganno di chi cerca, nella credulità, di risentirsi bimbo. E nelle fiabe che continua a raccontarsi, quella voce perduta, per sempre.

Il cibo.
Il sonno.
Sono sacri.

Concordi, Fabrizio e la sua Zoe decidono ch'è ora di dormire.
Si separano.

Fabrizio si gira da una parte, cercando il sonno. Che lo accoglie con dolcezza, ma senza troppo indugio, tra le sue sacre mura, bastioni portentosi tra lui e la troppo rischiosa Finzione d'Anima dell' Autenticità.




]]]




Non andranno insieme al lago.
Così s'era deciso, tutti e tre.
Così invece non avverrà.
Fabrizio lo comunica alla Zoe quella mattina, nella metro che li porta ai rispettivi impegni di commercio.




Viaggiano in silenzio.
Lei, la testa sulla spalla del suo Fabrizio.


Epilogo


Il ghiacciaio è come non se lo ricordava.
É giunto fin lassù dopo un giorno di viaggio, seguito al suo commercio di parole, e ad una notte in un albergo alle pendici.

Da tantissimi anni non vedeva tanta neve (tanta da disorientare) e così tanto sole, in una comunione che solo con le lenti scure riesce a tollerare.

Si sente un poco fuori luogo, così vestito da città in mezzo a quelle mandrie di yeti con gli scarponi da marziani.
La sua divisa fuori posto gli offre però la più giusta solitudine per chi è solo: quella che si nota.

Prova il bagno di sole, quello classico: sdraio sulla terrazza panoramica. Ma dopo poco si alza innervosito dall'immobilità

La seggiovia, gli dicono, è lunghissima (tra le più lunghe): attraversa tutta la conca per salire poi fin quasi sulla cima.

É proprio tanto che non fa quel gesto: in piedi due secondi, che arrivi la sua seggiola, e hop...

I rumori più tipici di una seggiovia non tradiscono il silenzio. Piuttosto, lo acuiscono.
Ogni tanto il raspo di due sci...poi di nuovo nulla...
Fabrizio penzola coi piedi su quel vuoto pieno di bianco e luce.
Si guarda intorno, e non è nessuno.
Il clangore discreto di rotelle e ganci, che si ripete ad ogni pilone, lo incanta sempre più dentro il silenzio, e su quel vuoto.

Chiude gli occhi togliendosi gli occhiali.
Resta per pochi attimi così, dentro quel buio lampeggiante.
Poi li riapre, e non vede nulla.

Sospeso nel silenzio di quel niente , e in mezzo a quella luce senza più contorni, ritorna nel suo petto alla sua Zoe.
Sente che sta danzando, e insieme a lei laggiù, giù in fondo, sente la sua anima.
La sua anima danzante ed infinita, come la sua Zoe.

E come lei, mortale.



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.