FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
www: http://www.fabula.it/
email: staff@fabula.it







ET VOILA'ÊLA GIOVENTU'

Pierfilippo Pozzi




Alle volte si crede di vivere in un grande condominio: la maternità nei sotterranei, i giovani al pianterreno e sul terrazzo gli adulti. Ogni tanto qualche umano di sottospecie adulta prende l'ascensore per visitare il reparto "gioventù" di questo immenso ospedale. Si informa presso il primario delle malattie in voga tra gli organismi ancora non del tutto formati e, non appena sente il nome di un morbo sconosciuto, torna frettolosamente tra i suoi pari, intimorito da una possibile epidemia. Altri, addirittura, si travestono da giovani, imparano a pronunciare parole distorte di un immaginato gergo tribale, si spiegazzano i vestiti e passeggiano al piano "gioventù" al ritmo di musica rap. I giovani gli sorridono con imbarazzo e pensano che, probabilmente, non avranno nulla da imparare da una maschera impacciata che distorce le parole peggio di quanto loro stessi facciano -e non vorrebbero fare!
I reparti gioventù sono divisi in: "Patologie della gioventù", "Gioventù cronica", "Gioventù acuta", un piccolo reparto di "Rianimazione" e un "Consultorio" senza ingresso. La malattia più diffusa è l'angoscia. L'angoscia, però, è come un virus mutante: cambia forma, effetto e anche, talvolta, causa. Di conseguenza, ai piani superiori si sentono tutti rassicurati, perché alcuni ne considerano l'aspetto che accomuna la gioventù di ogni tempo, la parola stessa, angoscia, sempre uguale, gli altri considerano invece la particolare manifestazione dell'angoscia nella gioventù contemporanea: un appetito che non si placa -segno di buona salute, e un morboso attaccamento alla tangibile concretezza della realtà -un taglio netto con la chiassosa gioventù sognatrice di una volta! Poi ci sono anche quelli che non sono affatto tranquilli, perché credono che questa gioventù non sia angosciata ma solo superficiale e menefreghista: insomma scambiano i sintomi per i tratti caratteristici di una gioventù a loro estranea.

Nel nostro reparto non manca nulla, si direbbe: abbiamo cibo e vestiti a volontà e centinaia di oggetti che ci tengono occupati. Ci mandano per lunghi periodi in strane colonie diurne che dobbiamo chiamare "scuola". Noi non sappiamo esattamente cosa facciamo a scuola, ma nemmeno loro hanno le idee chiare e concordanti: andiamo a scuola per "imparare", ci dicono, ma i professori ci ricordano spesso che a scuola non si impara quasi niente, e ce lo dicono i professori, mica i bidelli! Altre volte leggiamo che la scuola ci dovrebbe introdurre nel mondo del lavoro, e qualcuno di noi ci ha anche creduto, suscitando persino aspri dibattiti, ma poi abbiamo intuito che il lavoro o non c'era o avremmo dovuto conquistarlo strappandolo al nostro vecchio compagno di banco oppure cedendo l'anima a qualche mercante di buoi. Si, certo, anche noi abbiamo sentito ripetere che la vita è un esame e che c'è sempre da imparare. Nessuno però ci ha mai messo veramente alla prova -qualche volta lo facciamo tra di noi, ma non è la stessa cosa- e, quanto al "c'è sempre da imparare", pochissimi di noi hanno trovato qualche buonanima che ci insegnasse a imparare -perché è di questo che abbiamo bisogno ormai, ma nessuno se ne accorge. La nostra particolare forma di angoscia sembra sfuggire a tutti. Credo di aver capito perché: non sappiamo verso che cosa siamo angosciati. Questo rende la nostra angoscia inesprimibile persino a noi stessi. Adesso mi spiego, un momento. Per angosciarsi occorre qualche cosa per cui essere angosciati, che so, un fatto, un corpo, un'assenza, o magari per se stessi. Noi non abbiamo trovato niente. Ma proprio niente. La famosa società di cui tutti parlano, per esempio, noi non l'abbiamo mai vista. Non abbiamo potuto essere veramente disgustati dalla società: dov'era? Abbiamo incontrato molti uomini nello stesso posto, ma non erano socievoli. E la gente? Un guardaroba di identiche solitudini. E la solitudine? Maledetti! Prima ci dicono che è una patologia -egoismo narcisistico e balle varie- cosicché per un giovane confessare di essere solo era come ammettere di avere la rogna, poi ci accusano di non voler mai stare da soli. Il risultato dovreste averlo davanti agli occhi da un bel pezzo: ricordate le feste del liceo? Eravamo da soli, tutti da soli, vi ricordate nei cinema? Soli, eravamo ancora da soli, ed eravamo da soli, quella volta, allo stadio, e da soli anche nei concerti, nei bar, da soli, nella metropolitana, da soli, sempre più da soli. Ci siamo scambiati solo qualche informazione. Sulla famiglia abbiamo ascoltato tante parole che, spudorate, sfidavano il nostro intuitivo principio del terzo escluso. La famiglia con cui abbiamo vissuto non era autoritaria ma nemmeno permissiva, non era chiusa ma nemmeno aperta. Era come cercare -ogni giorno- di celebrare una festa tradizionale senza conoscerne i riti e, ancor peggio, la data. Siamo riusciti giusto giusto a compatirla e ad aiutarla senza sapere nemmeno come. I padri non erano esattamente padri, le madri non erano proprio delle madri. E non sappiamo perché. Lasciare la famiglia o restarci non ha mai rappresentato motivo di decisione: è capitato oppure no, secondo il caso e il portafoglio o per una inspiegabile tenerezza. Abbiamo letto qualche indagine sulla sessualità giovanile -attribuendole il valore di un oroscopo- ci hanno consigliato confuse norme di igene intima -Kamasutra per sposi integerrimi- e ci hanno spiegato che il sesso senza amore è pornografia ma l'amore senza sesso una morbosa passione per sé stessi. A noi non è molto chiaro, questo fatto, ma non importa: tanto non ce ne rendiamo nemmeno conto, che non è chiaro. Ci hanno parlato molto della giustizia, ma nessuno è riuscito a farcela vedere come l'ingiustizia, che tutti invece si preoccupavano goffamente di nascondere o di giustificare. Di giustizia se n'è parlato nei libri, nei film e nelle importanti commemorazioni, ma nessuno s'è premurato di mostrarcela in un frammento di vita quotidiana. No, anzi, qualcuno l'ha fatto, ma con evidente imbarazzo, con un pudore tale che facilmente l'abbiamo scambiato per vergogna. E il lavoro? Sembrava quasi che uno dovesse venire al mondo per lavorare! E allora dov'è tutto questo lavoro? E perché quelli che lavorano hanno gli occhi rotti di fatica? Perché continuate a dirci con disprezzo che non lavoriamo? Dateci un lavoro, invece, ma non un lavoro che produca dolore! Vi sembriamo viziati? Siete stati voi a dirci che il lavoro libera l'uomo e lo rende dignitoso! Per poi offrirci un impiego nel terziario avanzato? Uno stipendio che consente a malapena di garantire il direttore di banca per eventuali prestiti con cui ingolfare i concessionari d'automobili? Un lavoro che ci consente di addormentarci sfiniti mentre cerchiamo di parlare ad un amico? Un lavoro che non si ferma mai, un lavoro che vuole essere amato e desiderato? Perché dovremmo desiderare la fatica? Avete lavorato come dei pazzi per soddisfare la nostra brama di oggetti che voi stessi suscitavate, avete lavorato per darci più di quello che voi avete avuto. Grazie, davvero, ma se anche noi dovessimo fare la stessa cosa per i nostri figli, dovremmo comportarci come voi e tornare la sera a casa con il fegato spugnoso e il grugno risentito, ma orgogliosi per il portachiavi dell'azienda, sapendo di assicurare il medesimo destino ai nostri figli che lo tramanderebbero ai loro. Ma, alla fine, chi avrà avuto di più? Tutti sempre e solo fatica. Appena un ragazzino percepisce che cosa è il lavoro che gli altri fanno per ingrassarlo mentre sta comodamente a casa, cerca qualunque scusa per evitarlo senza rinunciare al lardo. E per evitare di lasciare in eredità la medesima fatica ogni volta più vuota, alla fine non lasceremo più nulla in eredità. Nulla. Nemmeno dei figli da mandare a lavorare. Via, non scherziamo! Potevate dirlo subito! E potevate dirlo subito, anche, che non è vero che si diventa insegnanti appena dopo aver smesso di studiare. Non è vero, bugiardi! Se invece è vero, allora abbiate il coraggio di ammettere che i nostri insegnanti non hanno mai studiato. E non è nemmeno vero, bugiardi, che ci sono maestri di vita! Non è vero! Abbiamo incontrato, invece, molti insegnanti di parole. E adesso vi sembra che parliamo troppo semplicemente? Avreste fatto meglio a non farci tanti bei discorsi senza essere in grado, poi, di mostrarci come si faceva, ma non a farli, i discorsi, a viverli, invece! Insomma, di qualunque cosa abbiamo sentito parlare, non l'abbiamo vista vivere. E di che cosa avremmo mai dovuto angosciarci? Potevamo ribellarci a una famiglia inconsistente? A una giustizia inesistente? A un lavoro incomprensibile? A una società di cui abbiamo conosciuto solo la solitudine? E la libertà? Libertà da che cosa? Dal deserto attorcigliato dei centri commerciali? Libertà per che cosa? Per fare qualunque cosa? Libertà d'indipendenza? Prima vorremmo dipendere da noi stessi. O dovremmo credere forse alla libertà di parola? E' sempre stata fin troppo libera, per noi -e per voi- la parola! E la libertà di pensiero? Una vera beffa! Ci piacerebbe, per una volta, essere schiavi di un pensiero, almeno!
Siamo stati dimenticati. Certo, oggi sono tutti molto preoccupati per noi, infatti pare che abbiamo votato in maniera quanto meno maldestra. Abbiamo votato, dicono, per un babbeo che non sa parlare. Sfido! Alcuni giovani, qui da basso, dopo tante assenze di illusioni, non ne potevano più! Non siamo stati considerati altro che cassetti da riempire, e adesso che ci promettono benessere a basso prezzo, che ci costa crederci? Non ci avete fatto credere a nulla, non alla patria, per fortuna, non alla famiglia, non alla libertà, non alla giustizia, non al lavoro, non alla pace, e adesso trovate strano che riusciamo a credere solo ai nostri singoli bisogni? Trovate strano che prestiamo ascolto solo ai rumori del nostro intestino, sia quello grande che produce letame, sia quello piccolo che escogita tutto il giorno sistemi per nasconderlo? Ci avete fatto leggere, nei sussidiari, la vita degli uomini illustri, ma il vostro lustro spesso riposava negli estratti conto. Ci avete chiesto di emulare i giusti del passato, ma perché poi stringevate le spalle di fronte ai piccoli soprusi quotidiani? Ci avete mostrato l'orrore del fanatismo, bene, ma anche avreste potuto avvisarci che la miscredenza genera indifferenza. Ci mandavate all'oratorio, dai preti, per giocare, capite? per giocare, e noi abbiamo pensato che Dio fosse un balocco per bimbi e che, una volta cresciuti, anche noi, come voi, avremmo cambiato gioco. Per non dire di quelli che, rapidi come anguille, sono passati dai panni caldi dell'asilo nido al grembiule del collegio fino alla giacca dell'università, per ritrovarsi sul bancone del mercato del pesce affettati in un sondaggio d'opinione in guazzetto.

La nostra angoscia, già. Ma chi più la riconosce? Chi avrebbe il coraggio di chiamare angoscia l'apatia, la rabbiosa ingordigia di chi non ha più niente di nobile nell'animo? Chi potrebbe chiamare angoscia l'urlo della folla allo stadio, il sudore di un corpo ubriaco agitato nel ballo, la vorace determinazione di un giovane consulente globale? Chi vuole chiamare angoscia la ricerca ossessiva di un'identità personale attraverso il consumo pubblico di prodotti di ottima fattura?

E' una parola, soltanto una parola che si prostituisce nella bocca di chiunque, l'anima? O è forse il nome dell'assenza? Noi sentiamo, senza saperlo, l'assenza di questo nome.

L'anima non si fa sentire una mattina qualsiasi, stiracchiando l'azzurro torace, l'anima deve essere svegliata da un'altra anima che le dice: "guardami, rispecchiati! Adesso anche tu esisti". Ma noi esistiamo solo nelle indagini di mercato. Per questo siamo un vostro prodotto. Consumateci scartando la nostra apparenza. Oppure cominciate ad amarci, pulite la vostra opacità e fateci specchiare nelle vostre anime incrinate. Altrimenti: lasciateci riflettere in pace nelle vetrine dei Grandi Magazzini. E ricordatevi di appoggiare dei soldi sul tavolo, prima di uscire.



ATTENZIONE!
Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore.
L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti della banca dati e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne al circolo.
L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.