FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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PER ESISTERE

Giuseppe Sanso'




Vivono certamente più numerosi sulle montagne, in ogni stagione: esseri che il prossimo inverno, abituati a fare a meno di qualsiasi abitazione, grotta o altro riparo, sopporteranno il freddo, il vento, le lunghe notti solitarie senza un lamento, senza disperazione per il proprio destino.
Rimanendo in completa solitudine, ma non come eremiti che abbiano abbandonato la compagnia degli uomini, dedicano quasi tutto il loro tempo ad osservare, svolgendo questa occupazione con cura e meticolosità di scienziati. Si soffermano su ogni particolare per tutto il tempo necessario e poiché i particolari da osservare sono numerosi quanto i fuscelli d'erba, anzi molto di più, loro stessi esistono in grandissimo numero e senza disturbarsi reciprocamente, piuttosto ignorandosi.
Li ho conosciuti durante una precoce estate percorrendo i solitari sentieri degli alti valloncelli montani. I nevai si accingevano a sublimarsi nelle profondità del cielo cedendosi in parte ai declivi erbosi che se ne ristoravano. L'aria immobile, come in attesa del fischio della marmotta, si lasciava penetrare per distanze inusuali sicché ogni cosa appariva nitida e illusoriamente vicina. Descrivere la suggestione di simili luoghi sarebbe inutile perché chiunque conosce il fascino dei colori, delle rocce ricoperte di licheni, dei piccoli laghi montani immersi nell'appena sopportabile silenzio. E' incomprensibile, anzi inaccettabile che la miriade di particolari, anfratti e microambienti tra cui difficilmente gli occhi sanno scegliere un oggetto definitivo della contemplazione, possano esistere, abbiano senso per esistere, prima e dopo la breve sosta di uno spettatore. Gli uomini sono abituati da sempre a superare la vertigine provocata dal senso di fugacità di estetiche figure naturali come la nuvola nel cielo, un albero proteso per il vento, la forma alta dell'onda che sta per abbattersi sulla battigia. Ma in questo caso l'incanto di un attimo dipende più dalla capacità umana di sintetizzare istantaneamente immaginarie forme che dall'esistenza oggettiva di figure significanti. Altra cosa è l'esistenza della bellezza, quasi immobile e trascurata, di luoghi strani ed unici di cui non è l'uomo l'abile architetto e il giardiniere. Perciò, loro esistono.
Tuttavia, come a dimostrare che anche l'oblio contribuisce all'armonia dell'universo, qualcosa sfugge alle cure ininterrotte dei silenziosi testimoni. Si tratta, quasi sempre, di combinazioni di oggetti naturali oppure di questi ed altri costruiti dall'uomo ma temporaneamente abbandonati e dei quali l'attributo di bellezza è più evocato dai ricordi personali, dalle analogie e dagli echi non sopiti di un sogno che dall'obiettiva distinzione con ciò che appare banale e perciò trascurabile. Le pietre denudate del muro di una veccha baita e l'epilobio che le accarezza, ciuffi d'erba sui tronchi rugosi gettati a scavalcare il riottoso ruscello, un solitario traliccio corteggiato dai larici nella gara a chi si avvicina di più al cielo: questo forse, non la fessura in cui si è annidiata la minuscola felce o la genziana che cresce al riparo dell'amica roccia sfugge a quegli strani esseri.
Perciò, ho saputo, anch'essi hanno dovuto immaginare o, come me, sognare in una precoce estate lungo i solitari sentieri degli alti valloncelli montani, strani esseri, forse uomini, la cui costante occupazione consiste nella osservazione, la pura contemplazione senza la quale le cose neppure possono pensare di esistere. Quanto a me, il vento, continuo a compiacermi della varietà del mondo e delle sue cose e poiché il mio destino è non fermarmi mai, come il tempo, del tempo trasporto le storie e le sussurro agli uomini e a quegli esseri che attendono qualcosa che non accadrà mai.



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