FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ESECUZIONE

Giuseppe Sanso'




Nonostante il buio, questa grotta è il mio ottimo rifugio per i lunghi mesi in cui vivo esclusivamente del mio sognare. Gli uomini possono solo tentare, dando a se stessi la morte e perciò rischiando il nulla, di cadere volontariamente in un oblio infinito ed interminabile, ma senza sogni, purissimo ed emendato dalle ribelli convulsioni della vita. Senza l'aiuto della luce gioisco per la sensibilità del mio olfatto capace di riconoscere, grazie ai muschi o alle muffe o, ancora, per qualche profonda radice qui delusa dal vuoto, gli anfratti e le materialità di questa vasta tana. Mi muovo dunque a mio agio nel mio ambiente invernale e persino nel sonno riconosco, familiare, la superficie scabra su cui poso ed a cui, ma con parsimonia, offro un po' del mio prezioso calore. Questo è il mio ridotto universo per le molte settimane in cui però, la mia mente spazia in territori ben più ampi di quelli che i miei passi hanno conosciuto, monotoni, forse, ma ricchi di colori e di vita e di cibo. Non necessito di molto: una leggera corrente d'aria che mi ricordi quei venti incessanti del nord, il lieve bagliore del giorno che caparbio ha rimbalzato oltre le felci ed i microscopici rumori del sottosuolo che mi distolgano dalla fissità del sogno. Aspettando il risveglio presagisco i morsi della fame e la debolezza del corpo ma anche la gioia della ricerca di cibo e la potenza, solo impigrita, delle membra pronte alla nuova primavera, alle cacce, agli amori, alle migrazioni per questo selvatico mondo di cui nulla temo.

In un tempo lontano ed immemorabile sono stato rinchiuso in questo luogo che costituisce ormai tutto il mio universo. Circondato da una gabbia di acciaio e di spesso cemento sulla cui superficie ho disegnato la geografia della mia esistenza, ho imposto il significato di viaggio ad ognuno dei tragitti tra un oggetto e l'altro (per prescrizione non autolesivi) di quelli che costituiscono l'arredo finale della mia esistenza. Ho riempito lo spazio vuoto con le mie emozioni, associato quasi tutti i pensieri notevoli della mia reclusione ad una forma materiale capace di evocazione, classificato i suoni in una fonologia universale (per il mio mondo) che comprendendo anche i rumori eventuali impedisse ogni possibilità di soprassalto dell'attenzione. Il tempo scorre infinito perché ho imparato a dilatarlo affollandolo di pensieri compiuti e tuttavia rapidi come lo svolgersi di un sogno. L'assenza di finestre verso l'esterno aperto, impossibili in un luogo chiuso in un altro luogo chiuso e poi in un altro ancora, mi impedisce di percepire il succedersi del giorno alla notte e perciò la mia giornata è scandita dalla consegna dei pasti che avviene ad intervalli per me inafferrabili dal momento che sono stato privato dell'orologio. Per questi motivi la mia vità avrà la stessa durata virtuale di quella di chiunque sia esposto al rischio del tumore, del contagio, della morte naturale. Dunque non mi lamento: ho commesso un grave crimine, un delitto ~efferato~, e perciò mi trovo in questa tecnologica e protetta cella di una prigione.

Sento la presenza di un uomo a pochi metri da qui. I rumori che produce gli sono caratteristici ma, in aggiunta, la decisione nei suoi movimenti tra i cespugli insieme alla cauta circospezione negli spostamenti mi persuadono che egli imbracci una potente arma da fuoco. Sicuramente essa rimane puntata anche durante la ricerca di una postazione confortevole e sicura poiché lo spazio da controllare, cioè l'imboccatura di questa grotta, è molto ridotto. Nonostante la vastità della foresta, io e lui ci troviamo nel medesimo luogo, è evidente che egli mi ha cercato con determinazione. Siamo estranei l'uno all'altro, nessuna emozione personale ci lega stabilendo una relazione tra noi, addirittura non mi ha ancora visto. Eppure è qui fuori, inutilmente minaccioso e certamente pericoloso per se e per me. Dovrei fermarmi molto tempo a riflettere poiché, veramente, sono un po' debole e stordito dal lungo letargo ed invece tra poco uscirò, spinto dalla curiosità e dalla necessità di cibo. Egli lo sa ed attende; mi chiedo se conosca proprio tutto di ciò che pensa un orso. Mi chiedo quanto possa essere futura, per lui, la gioia di un gesto che, immediatamente, non deve dargliene affatto. Ed anche se il prossimo inverno troverò una tana confortevole come questa.

Coloro che mi hanno giudicato sono uomini liberi che vivono lontano da questo luogo di detenzione e che, dopo la loro decisione, hanno dimenticato anche il mio nome sapendo che la legge avrebbe seguito il suo corso. Non parteciperanno alla conseguenza finale della loro scelta avendo affidato ad altri, per molti aspetti ignari ed irresponsabili, la conclusione della vicenda. Non fosse per questo interprete del mio pensiero muto che dà forma ai grovigli primitivi dei miei sentimenti, la mia reclusione sarebbe ~oggettiva~, cioè come quella di un animale, quella di un oggetto posto sotto sequestro. Esiste anche un interprete consapevole dei loro ben celati delitti? E sono io ad aver evocato questi uomini perché mi giudicassero o sono loro ad essersi appostati nei luoghi in cui più probabile risulta essere chiamati a prendere decisioni ~vitali~? L'avvicinarsi della fine produce in me un dolore ogni giorno meno intenso; se la punizione consistesse nella sofferenza generata dal pensiero della conclusione allora avrei già scontato la mia pena. Mi chiedo quali siano i sentimenti dei miei carcerieri, dei miei giudici, dei miei esecutori quando, ~per servizio~, sono costretti ad entrare in contatto con la mia fugace esistenza. Mi chiedo, constatando la mia rassegnazione, se ~dopo~ sarà meglio.

Sono passati secoli da quando le dimore degli uomini e quelle degli animali erano nettamente separate e le incursioni degli uni in quelle degli altri producevano le conseguenze della paura o della necessità. L'uomo che mi aspetta con il suo fucile ostinatamente puntato non ha rimosso gli antichi rancori e simula condizioni che ormai non esistono più. Eppure mi è difficile comprendere le sue ragioni, mi è difficile capire perché abbia bisogno di me per dimostrare, a se stesso, di poter vincere la propria insicurezza. Infatti egli sta' provando una grandissima paura, quella di sbagliare il colpo nonostante quell'arma così ben puntata. Se non fosse per questo dubbio non gli sarebbe necessario rimanere in quell'estenuante posizione predisposta proprio per rendere impossibile l'eventualità di un errore. Egli deve cancellare il dubbio di poter sbagliare, egli esploderà un colpo mortale proprio per cancellare questo dubbio e con esso la propria paura. Quando l'arma tuonerà nel silenzio della foresta egli avrà polverizzato ogni dubbio, annullato la propria angoscia che non solo non esisterà più ma, anche, non sarà mai esistita. Egli mi avrà sacrificato per eliminare ciò che, avendo lui stesso volontariamente creato, vorrebbe non esistesse, secondo la regola di un gioco che stento a comprendere. Dunque è appostato fuori da questa grotta, nascosto e visibile dietro ai cespugli, pauroso delle proprie paure ed emozionato per la prova di sicurezza che tra poco offrirà a se stesso e ad un ignaro plantigrado. Dimostrerà l'inesistenza di una condizione dell'animo, la paura, necessaria ad un gesto indirizzato al suo stesso superamento. Mi chiedo, con partecipazione, quali pensieri attraversino la sua mente, ora.

Questi mesi di reclusione, l'esperienza di un pubblico giudizio ed il contatto con tutte le persone che si sono occupate del mio caso hanno prodotto nel mio essere un profondo cambiamento. Io non sono più colui che sono stato, ma di questo cambiamento sono testimone, a malapena, soltanto io stesso. Se la capacità di comunicare non è condizione sufficiente per dimostrare la buona qualità dell'animo di un uomo, l'assenza di essa in chi ha commesso un reato è, per molti, dimostrazione di aberrazione e bestialità. Mentre imparavo a leggere la realtà, la mia coscienza non riusciva a dirla, perciò nessuno sa di me, di chi sono, ~ora~. Temo tuttavia che sia questo il loro problema: i miei giudici non possono contemplare, tra le eventualità, quella che io abbia subìto un profondo cambiamento. La condanna che giustamente hanno deciso di infliggermi, deriva da una visione unitaria e definitiva della mia vita, da un giudizio inappellabile verso la natura del malfattore che era in me e per la quale non è possibile frammentarietà, episodicità degli avvenimenti. La legge verrà applicata fatalisticamente, come tutto fosse già scritto. Perciò non vale la pena indagare se nei tanti mesi di detenzione, in attesa dell'esecuzione materiale, qualcosa sia cambiato. Tutto è deciso. Anzi, deve essere cancellato proprio questo inevitabile dubbio, deve essere esclusa l'eventualità che venga giustiziato qualcuno che non è più potenziale autore di un delitto. Ecco perché se ne cancella la prova vivente. Il condannato-uomo verrà ucciso proprio per il timore, da parte della legge-principio, di un errore. Verrà estinto colui che, non più pericoloso, non più malvagio, con la propria vita testimonierebbe l'eccesso di una condanna a morte. Sarò giustiziato da giudici che intendono evitare la possibilità di ripensamento, annientato da uomini che vogliono impedirsi di contemplare la mutevolezza dell'animo umano. Inchiodato ad un attimo della mia vita.

L'uomo col fucile se ne è andato voltandomi le spalle e rinunciando a risolvere, così, i suoi dubbi. Ha lasciato nei cespugli la vasta impronta del suo corpo di animale tecnologico. I nostri pensieri comuni si sono dissolti negli evanescenti vapori, nelle malinconiche nebbie del mattino.

Presto sarà concluso il rito e, per la legge, la mia storia. La mia paura è finità, se lo scopo della condanna era questo, ora ho capito: so più di loro di quanto essi evitino di sapere di me. Io non morrò che nel loro pensiero, nulla morrà, invece, di ciò che è chiuso per l'eternità nella mia mente.



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