FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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EPPURE NON E' IMPOSSIBILE

Testo




...e a chi non lo crede,
e a chi vede e sente soltanto solitudine,
a chi fugge e si nasconde,
occorre insegnare a vivere.
Proprio con la dolcezza e la libertà
dei sogni

A chi potrà capire questo libro
perché abbia
il coraggio di vivere
e di restare barbone per sempre.

E ad Armando
il re di ognuno di noi

Alle tese corde di una chitarra
al loro riflesso alla luce della luna al loro suono che trasforma il silenzio
della spiaggia.

E a chi,
aspettando l'alba innanzi ai bagliori di un fuoco,
vola in alto lontano verso la felicità
semplicemente sognando
semplicemente giocando
...
con quella chitarra.













PROLOGO





Ormai una decina di minuti mi separano dalla stazione di Ferrara, una manciata di chilometri si frappongono tra me e il volto buio di mia madre, e mi domando se il treno avverta le sensazioni dei propri passeggeri, o se, viceversa, si ponga inerte ed insensibile di fronte alle storie che l'accompagnano sulle rotaie, come il perfetto burocrate, come un irreprensibile boia giacobino giocava alla luisette o, all'opposto, un farmacista dispensa gratis medicine salvavita a chi presenta la debita ricetta.

Quante volte ho odiato questo treno, che negli ultimi anni ha rappresentato il viatico obbligato per qualche fredda e povera lezione universitaria, diventando in tal modo uno dei simboli più riconoscibili della routine, ed insieme un anello della catena d'acciaio che, anch'essa inesorabile nell'impiccare il tempo all'albero delle consuetudini, lega il collare della mia vita a tutto ciò che ho dovuto essere. Eppure quante volte ho finito per amare questo treno, nei momenti in cui si trasformava in un lasciapassare verso i miei sogni, nei momenti in cui, trovando la forza di piegare gli anelli della catena d'acciaio, per mezzo di esso sono uscito dalla tetra galleria del "normale" e sono corso verso l'abbacinante sole delle emozioni, che, pur sorgendo non molto lontano da noi, non è facile ammirare se non si possiede la voglia di fantasia e di vita, la voglia di volare.

Dunque ho amato ed odiato questo stesso treno che mi trasporta, ora, ancora una volta, verso una città, Bologna, che pure alternativamente adoro e ripudio con medesima intensità.



E' curioso come alle cose, intese come entità prive di vita ed eterne quali un treno o una città, non sia riconosciuta un'anima, pur essendo le cose stesse in grado di suscitare a volte straripanti emozioni. Giusto! Esse sono in grado di suscitare, di appiccare il fuoco delle emozioni. Ma è chi vive che brucia di queste emozioni, che le partorisce, che ne gode o ne soffre, che appunto ne vive. Le cose, immutabili ed eterne, altro non possono che condizionare i ricordi, giocare con le aspettative, solleticare i presagi. Ma il mio treno continuerà il suo interminabile viaggiare e Bologna resterà la rossa, invariabilmente ed insensibilmente, ben lontano dall'essere vinti o impietositi dal flusso di sensazioni che a loro si lega. Io, l'uomo, o ancora più selettivamente, chi vive continuerà a misurare le proprie emozioni sugli oggetti che inerti lo circondano, e non solo non fuggirà dal confronto, ma, per quanto spesso doloroso, avrà brama di nuove battaglie.

Dunque ho amato un treno ed odiato una città, anche se inerti ed inanimate, perché per mezzo loro ho incontrato sogni ed ho perduto favole; ho odiato un treno ed amato una città, anche se indifferenti al mio amore ed odio, perché sono capace di farmi sorprendere dalle emozioni. Chi non prova gioia, dolore, amore o spavento non può che solo vedere le cose, e sentire per esse tanto interesse quanto esse per lui. Chi è così, vive quanto vivono le cose. Ringrazio il cielo di aver odiato questo treno.



Così affronto i primi pensieri, tra chi mi guarda e sorride magari provando nostalgia alla vista dei miei compagni di viaggio - una chitarra yamaha nuova ed uno zaino invicta azzurro - oggi sostituiti dalla ventiquattrore e dal telefonino; tra chi approfitta del conciliante rollare del treno per prolungare l'illusione del proprio cuscino e tentare il quotidiano, ripetuto, ed ingenuo inganno ai danni del tempo; tra chi, incazzato col mondo senza capire perché, mi fulmina, ancora senza comprendere, con l'odio dell'invidia, forse perché appaio diverso, sul treno, appaio estraneo, appaio come un ricordo o una immagine di una vita che poteva essere e non è stata. Qui, adagiato su un seggiolino sempre troppo piccolo per il mio metro e novanta di altezza, svaccatamente accasciato con l'ineleganza che jeans e scarpe a tennis concedono, mi piace ritornare ai giorni di poco precedenti, chiedermi ancora una volta cosa è accaduto, perché da una manciata di minuti non sono parte della corrente del fiume ma, fermo sulla sponda, osservo la realtà e il mondo che scorrono, che si svolgono nello spazio e nel tempo, ma senza di me?

E mi ricordo Shiddarta, ma non sono Shiddarta. Eppure contemplo il fiume, e questo mi riempie di eccitazione e di momentanea gioia.

Ma perché, cielo! Perché, nella schizofrenica sequenza di esaltazione e di depressione che prende il mio cuore, ha voluto prevalere la felicità solo quando l'idea di vagabondare qualche tempo è sbucata dall'id, ha attraversato il superego ed ha parcheggiato nella piazza nobile del conscio?

Perché, laureato a pieni voti nella regina delle scienze odierne, in quella economia che smuove il mondo per mezzo dei suoi freddi e bui cavalieri, il reddito e la ricchezza, perché, scudiero di tanta potenza, ho affidato la mia vita all'avventura e ai sogni di una chitarra e di un sacco a pelo?

Perché a ventiquattro anni, al momento di apparire sul palcoscenico della vita, indugio nei camerini e accampo scuse verso le richieste di entrare in scena? Sto fuggendo? Da cosa? Oppure sto cercando?



Queste domande, fuggendo e perdendosi in un mare, in un oceano di possibili risposte, scompaiono nella diafanità del caos. Così continuano a fare da tempo, così hanno fatto il giorno che mi sono bellamente presentato al direttore del giornale la Nuova Ferrara, senza un discorso preparato, senza una logica mozione perché mi ascoltasse, conscio di avere qualcosa di interessante, di diverso, da raccontare.

Non potevo certo annunciarmi come un giovane e sognante aspirante scrivano: poiché il tempo è un bene scarso, quindi economicamente possiede un valore, appare spesso consigliabile confondere la realtà di quel minimo sufficiente a renderla caleidoscopicamente e surrentiziamente all'altezza delle aspettative di colui il cui tempo si impiega. La mia innocua menzogna mi assegnava un anno di collaborazione al Resto del Carlino. Tuttavia, era la menzogna meno innocua quella su cui facevo maggiore affidamento: al momento di bussare alla porta ed ancora al primo passo nell'ufficio del direttore, ad inganno illibato, ero il figlio di un facoltoso imprenditore in grado di sfoderare nuove proposte economiche, sempre interessanti per una carta stampata in continuo dissesto finanziario.

Al secondo passo nell'ufficio ed al primo sguardo degli occhi del personaggio che lo occupava ho imparato che, non solo l'aggiunta di una menzogna non rafforza l'efficacia di una prima falsità, ma che addirittura si rivela il più delle volte la prova lampante del sottostante macchiavello.

Senonché sono stato grato a quel sorriso gattone che, ad un tempo, scoperchiava da sé la verità, evitandomi una penosa ed inevitabile confessione, ed esprimeva un che di rassicurante, ricordando la mansuetudine di chi, potendo punire a discrezione, sceglie il colpevole più audace ed ingenuo, punto dalla curiosità di conoscere le ragioni dell'inconsueto misfatto.

La mia arringa - tale diventava il mio parlare poiché difendevo innanzi al giudice il reato di frode e furto di tempo - suonava del tutto spontanea, e come tale acquistava i pregi della sincerità e dell'entusiasmo, ma anche non si liberava, ancor meno nell'orgasmo della prima esposizione, dalla confusione e dai dubbi. Il risultato è stato un groviglio di ventiquattro anni di vita, di obiettivi e speranze, di luci ed ombre, di patemi e paure, di orgoglio e coraggio.

Ricordo di aver parlato della mia laurea appena conseguita, della consapevolezza di aver commesso un errore nel consacrare la mia esistenza alle ambizioni di ricchezza, della mancanza di sentimento e gioia nello studio dell'economia, del dolore di non aver potuto approfondire, ai tempi del liceo per mia deficienza mentale, ai tempi dell'università per deficienza temporale e fisica, la conoscenza delle lettere, della storia, e di tutto quanto sia umano o sia umanamente conoscibile. E poi delle gioie più grandi, quelle ottenute attraverso i viaggi e le nuove conoscenze, entrambe cose così ambite eppure ancora così poco sperimentate. So di aver espresso il mio amore per le nuove esperienze, a prescindere dal fatto che si rivelino belle o brutte, e più in generale per la vita, intesa come strumento per conoscere e per arricchirsi, e quindi ho dichiarato l'amore per la lettura, surrogato dell'esperienza diretta, ma unico mezzo per volare quando il mondo tarpa le ali. E poi ho arringato sulle speranze: che non sia troppo tardi per deviare un futuro, fatto di tassi di interesse e denaro, verso un domani più povero ma più vivo, costruito su continue nuove esperienze, belle o brutte, fondato sullo studio delle emozioni delle persone, che conduca, o che possa illudere di farlo, alla consapevolezza di cosa sia e come si debba vivere la vita.

E da qui sono giunto alle ambizioni, le prime che mai nella mia vita mi siano apparse chiare, le prime che io abbia esposto a qualcuno in modo differente da come si espongono le favole.

L'ambizione di poter scrivere, di poter riflettere nelle parole, e così facendo riorganizzare nella mia anima, i sentimenti e le sensazioni che gli avvenimenti del mondo, mio o di chiunque, creano ed alimentano.

L'ambizione di veder dipinto in ciò che scrivo, tutto ciò che vedo e sperimento, ciò che vivo.

L'ambizione di trascrivere su una tabula rasa i segni dell'anima di un uomo, e così capire ed esprimere cosa accidenti significa vivere.

L'ambizione di creare o ricreare le emozioni, di far sognare attraverso le righe chiunque sia capace di sognare, di permettere - massima presunzione - di provare senzazioni emotive anche a coloro che il destino ha condannato - ma è davvero una condanna? - ad esistere immuni ai colpi del cuore.

L'ambizione ad essere scrittore, poeta forse, giornalista se sarò in grado di superare le selezioni dei pochi corsi che vanno a cominciare in autunno.



Già, autunno.... pochi mesi per decidere un futuro, torno a pensare vedendo il tempo materializzarsi nello scorrere dei paesaggi che salutano il passaggio del treno. Lascio il mondo della sicurezza, dell'università, in cui la bambagia giornaliera si concretizzava in pagine e pagine studiate senza dover affrontare altra scelta se non quella della data dell'esame. Lascio la sicurezza di non dover decidere ed affronto il palcoscenico della vita, per la prima e vera volta da quando sono nato. Affronto la roulette del destino e voglio puntare tutto, non sulle garanzie economiche come feci al momento di scegliere economia e commercio, ma sui miei desideri e sogni: diventare un operatore della macchina da scrivere. Il "rien ne va plus" sarà pronunciato fra pochi mesi, a Bologna, a Urbino o Milano, dove uno sconosciuto croupier valuterà la validità e la realizzabilità dei miei sogni, mi proporrà due anni di corso per permetterne il raggiungimento, oppure mi inviterà a destarmi poiché, a suo giudizio, nel mio futuro non c'è traccia d'inchiostro.



Certo, ma come poteva tutto ciò coinvolgere un direttore di giornale.

Si dice che un esercito di aspiranti giornalisti si offrano quotidianamente alle redazioni, probabilmente già sovraffollate. La baldanza della mia presentazione, per soprammercato effettuata per vie così dirette, non derivava da una eventuale consapevolezza di esser più abile dei numerosi e forse meglio raccomandati concorrenti. Bensì derivava dall'idea, e qui si concentrava il confuso e contorto discorso rigurdante la mia vita con le sue aspirazioni e le sue paure, di trasformarmi per un po' in un inviato speciale, con destinazione l'altra parte della realtà, l'altra parte del nostro modo di vivere, l'altra parte della società, il mondo dei vagabondi. L'idea di essere un vagabondo, seppure a termine, mi ha sempre affascinato. L'esperienza di vivere con ciò che permette una giornata di canzoni, o di poesie, cantate o recitate lungo le strade, mi è parsa inderogabile, impossibile da effettuarsi in un momento successivo alle scelte che questi pochi mesi mi impongono. Passare dall'altra parte della realtà mi permetterà di capire, guardando il mondo dal di fuori, quale strada sia quella giusta. Ed anch'io, come il gabbiano Jonatah, scriverò di ciò che si prova nel volare più in alto, nell'osservare la realtà dal luogo più libero ed indipendente possibile.

"Mi stia a sentire, di questo viaggio, di questa avventura e delle emozioni che incontro, intendo scrivere per il suo giornale" mi pare di aver detto al direttore del giornale, dimostrando la sicurezza di chi nulla ha da perdere - è probabile io abbia in verità usato toni mitigati da qualche condizionale, ma si sa, la memoria è certo assai orgogliosa -.

Ed ancora: "Lei non è per nulla obbligato alla pubblicazione di questo diario, ancor meno in forma integrale, ma le chiedo un'opera di filantropia e di mecenatismo quando le propongo di sponsorizzare questo viaggio pubblicando sul suo giornale gli episodi che le appariranno migliori. Il miglior compenso di chi scrive è quello di poter essere letto".



Non ricordo, mentre già si avvicina Bologna, quali sono state le reazioni del mio giudice. O forse non le voglio ricordare. So che il direttore della Nuova Ferrara resterà comunque il mio Radamanto e che la pubblica lettura della mia ricerca dipenderà unicamente dal suo insindacabile giudizio.

E come spesso mi accade, quando non riesco o non desidero ricordare, mi chiedo se realmente i lievi e confusi bagliori della memoria siano frutto di qualcosa di vissuto o solamente sognato.

Ma dove finisce, nei ricordi, il sogno e dove inizia la fantasia? E nella realtà? Se in verità ho sognato la Nuova Ferrara, allora ancora sto sognando questo viaggio e questo treno.

Una cosa è certa: la prima tappa resta comunque una favola. La favola della città di Firenze.



L'INIZIO DEL VIAGGIO

Le domande, i dubbi e le giustificazioni che accompagnano le scelte dell'uomo, e che, donando le incertezze e le titubanze che dominano il pensiero, nel contempo possono indebolire la forza di volontà istintiva e bestiale, si spengono come la rigida fiamma, all'alzarsi di quel vento che spazza le indecisioni e soffia sul volto di chi, varcato il Rubicone, volge il cuore alle armi e segue deciso il destino che ha scelto. Così alla stazione di Bologna, è quando salgo lo sportello di un treno mai preso, lasciandomi alle spalle le fermate consuete, che mi abbandono per la prima volta alle vertigini del viaggio, annientando le paure e rigirando gli interrogativi, qual cosa viva, al tempo che aspetto. Come al comandante a nulla giova il vaticinio dell'esito della battaglia dell'indomani, poiché la sera ventura sarà foriera della risposta, così smetto di chiedermi le ragioni del mio bizzarro vivere, in quanto proprio queste ragioni forse si nascondono in questo viaggio. E non si può altro, dunque, che attendere. Siamo in ballo, balliamo con entusiasmo.



Il treno ha carrozze dotate di scompartimenti separati, il che, poiché limita il numero dei compagni di viaggio ed accende le esuberanze di coloro che amano eccedere in confidenza, rende ancor più importante la sempre angosciosa scelta del posto. Non ho certo problemi di intimità, ma scarto un paio di scompartimenti prima di aprire la porta scorrevole e rovesciarmi all'interno di uno di questi palchi a sei posti, occupato - o fortuna! - da un solo spettatore. Mi pare superfluo domandare il permesso di scaricare zaino e chitarrone.

Trovo difficile spiegare quest'insolita arroganza: forse una licenza dovuta al peso dei bagagli, forse un frammento di ancestrale superbia maschile sulla donna - il passeggero è una ragazza - o, molto più probabilmente, una comune e normale indifferenza reciproca - del resto, se questa particolare sensazione non fosse né normale né comune che indifferenza sarebbe -.

Ancora l'indifferenza, o forse addirittura l'ostilità verso chi occupa il posto a fianco, - che si rivela in ambienti angusti e recintati quali uno scompartimento o una sala d'aspetto, ma che oggi, non credo si possa negare, aleggia spesso nei cuori dei bipedi allorché questi, spinti da necessità, affrontano sulla difensiva la prima conoscenza di un simile - mi consiglia di accomodarmi nel sedile più lontano, all'angolo opposto dalla ragazza, che non mi considera. Regolo l'appoggiatesta sull'altezza massima e restiamo così, lei con lo sguardo immerso in un libro di cui non scorgo il titolo, io, ancora stordito dall'emozione di un inizio tanto atteso, con la bramosia di cogliere maggiori particolari del viso di lei, delle colline che risucchiano il treno, dei miei enormi bagagli, dello scomparto colonizzato e separato dalle due forze invaditrici, delle mie scarpe, dei jeans... di tutto.



Ci sono momenti in cui rimango affascinato da ogni cosa, come se, a seconda dei luoghi e delle situazioni, gli oggetti acquistassero un'anima, donatagli da noi o dalla natura non importa: essi appaiono allora diversi, ci parlano e sorridono, vivono.

Mi concedo qualche attimo di nulla, assorto tra le cose le ascolto e insieme, io e loro, gioiamo della semplicità del momento. Certo, la mia prima comunicazione su questo treno non avviene con una persona! Questa continua, o così pare, a non accorgersi che la mia entrata ha moltiplicato le anime di quella piccola frazione di mondo. E minima frazione di tempo! Sono attimi continui e fuggenti che alimentano le nostre emozioni. Le sensazioni seguono, come un vascello, la corrente e le onde di un mare di minuscoli istanti, che si alzano a bianchi e spumosi cavalloni, per abbattersi su scogli improvvisi, morire in mille goccie iridate, e cadere in buie e profonde risacche.

Esco dalla balìa di queste onde all'arrivo del controllore: "Biglietti prego". Clack! "Grazie".

Lei, la ragazza: "Già visto".

Il controllore richiude la porta e se ne va. Non ho parlato, tutto è avvenuto automaticamente. Qui non può esserci più né spirito né anima.



Tornata l'indifferenza tra me e lo scompartimento, decido di impiegare il tempo, non più emotivo, in un modo comunque utile.

Mi alzo e sulla punta dei piedi raggiungo quasi i due metri di altezza, più che sufficienti per arrivare alla tasca anteriore dello zaino in cui tengo i libri che ho designato a compagni di viaggio. Nemmeno i due metri, che forse ho inconsciamente voluto distendere innanzi alla mia distratta ospite, ne scuotono lo sguardo. Così, sebbene la mia curiosità stia ormai sorpassando la mia indifferenza verso la ragazza, e sia anzi accesa dalla impassibilità di lei, richiudo la breve breccia aperta dal mio movimento nelle nostre frontiere invisibili, rialzo il muro di Berlino, e comincio ad esaminare i libri.



Niente mi mette a disagio come i preparativi di una partenza, quando le scelte degli strumenti da viaggio non solo non sono procrastinabili ma nemmeno possono essere rimesse all'istinto o al caso: le decisioni ponderate e razionali in tal caso non danno scampo. E appunto in subordine alle scelte ragionate ritrovo sempre, illuminante ed infinita, la mia insicurezza. E poiché la gravità del dubbio si accresce con l'importanza della decisione, il parossismo della mia incertezza è di solito raggiunto con la cernita delle letture. Questa volta, tuttavia, i posti disponibili erano pochi.

Due libri, inoltre, non ammettevano dinieghi: una guida, ormai consunta per l'uso, degli ostelli italiani, ed una guida del touring sull'Italia centrale. Sono il prestito di una persona di grande spirito e intelligenza, che, sono ormai certo, ama le avventure della mia vita, e così le incoraggia, come amasse una donna che, non sempre potendo raggiungere, non può che possedere attraverso le sensazioni raccontate da altri.

Non so da cosa nasca l'amicizia, fragile e immortale creatura, ma penso possa scaturire dalla comunanza dei sogni e delle sensazioni. So per certo, invece, che i due libri non sono solo un prestito, ma rappresentano la parte di questo ragazzo che vorrebbe essere con me, guidarmi e seguirmi, per guardare assieme un mondo che dipingeremmo e ridipingeremmo uguale. Siamo così simili... e viviamo in modo tanto diverso!

E mi chiedo chi di noi abbia più coraggio. Io, che affronto un vagabondaggio di strada senza aver chiaro il perché, o lui, indirizzato verso la seconda laurea a pieni voti, della cui pochezza umana è certo conscio, e che rappresenta una chiara direzione ed un'indelebile impronta della sua vita sociale? Sono due tipi di coraggio? O - il chiederselo è impavido - sono forse due diverse forme di codardia?

Ne abbiamo discusso spesso, chiedendoci quale vita possa avvicinare alla felicità. Mai finiremo di imparare e di sentire il tempo sgusciarci dalle mani? Per ora studia ragazzo!, esclamo mentalmente, ché anche di questa esperienza ti narrerò, e continuerai a nutrirti delle mie parole e delle mie favole, come io della tua intelligenza, e confronteremo desideri e pensieri.... forse anche questa è amicizia.

Ho poi con me un libro di storia consigliato dalla commissione esaminatrice del corso di giornalismo di Bologna, e trovato alla bibioteca comunale di Ferrara. Infine un libro di Hesse, che se può apparire una scelta effettuata a fini di totale armonia con lo spirito del viaggiatore, di cui lo scrittore tedesco è massimo cantore, è forse più un segno di rispetto e riconoscenza per la dolcezza e la gentilezza di colei che me ne ha fatto dono.



Strane cose accadono tra le persone.

A volte una conoscenza interessante diventa attrazione, e le condizioni contingenti, quali la solitudine, il desiderio di dimenticare e sostituire qualcuno, l'assidua ricerca di punti di riferimento, e, perché no, pure il bisogno di dolcezza e comprensione, possono trasformare quest'attrazione nell'illusione dell'amore.

Pagine e pagine esistono sull'amore: favole, liriche e canzoni, ma anche saggi e studi imminenti. Quanti pensieri caratterizzano, sempre e ovunque, ciò che mai potrà essere compreso! Così effimero, vano e fuggente. Eppure così presente nel cuore dell'uomo, che dona la propria vita alla sua ricerca. E nessuno conosce la meta, nessuno sa quando incontrerà l'amore. Per questo pochi lo raggiugono. Si illudono, si compiacciono, si ingannano, si arrendono. Niente fa più paura della solitudine, nemmeno un surrogato dell'amore. Forse l'amore eterno non esiste altrove che nel proprio cuore, forse l'amore è solo un attimo, da cogliere, da vivere e lasciar spegnere, forse.... forse!

Ma ogniqualvolta mi renderò consapevole che anche solo una delle situazioni contingenti ha segnato il mio amore, non potrò che trasformare quest'ultimo in qualcos'altro, amicizia o simile, che mi donerà forse minor dolcezza e compagnia, ma mi lascerà la libertà di continuare a sognare. Dell'ultima metamorfosi dei sentimenti mi è rimasto in dono, appunto, Narciso e Boccadoro, storia di amicizia, di viaggi... e d'amore.



Non è passato molto dacché il treno ha lasciato Bologna, seppur l'intensità degli attimi vissuti nello scompartimento, tra il silenzio dei seggiolini vuoti e la impalpabile presenza della mia compagna di viaggio, abbia reso il tempo forse più lento del solito e finisca per confondere il numero dei giri compiuto dalle lancette - è interessante vedere come, se anche il tempo diventa una variabile relativa alle circostanze, non si possa che misurarlo attraverso la convenzione dell'orologio -.

Non so di preciso quanto occorra per giungere a Firenze. Ma non molto. Decido comunque di dedicare il resto del viaggio all'approfondimento delle mie conoscenze sul capoluogo toscano, quasi a mo' di sopraluogo finale del campo di gioco.

E le informazioni storiche e artistiche della guida del touring si confondono, in una sorta di ipnosi, con i ricordi, o forse con i sogni.



Firenze, devi le tue fortune a tempi assai lontani, ai secoli dei comuni e delle signorie, la cui grandezza ti fece regina di una penisola che per leggiadria già è al centro del mondo. Eppure per me sei nata nei giorni in cui, bambino, passeggiavo in fronte a Santa Maria Novella, ebbro dell'ammirazione per mio padre e del chianti che lui amava, ed ammiravo, nella penombra serale, la semplicità della piazza dominata da una chiesa di cui volentieri dimenticavo la storia.

Quanta gioia mi donò quella gita.

Così come allora mi parve di aver compiuto il giro del mondo, così oggi quei momenti di felicità con la mia famiglia mi paiono tanto distanti da sembrare non più raggiungibili. Nemmeno la semplicità di quel bambino potrà più tornare: ricordo che, dall'alto del campanile di Giotto, che pensavo febbricasse pastelli, scrutavo la città tenendomi ben lontano dalle ringhiere, temendo che il vento, a quella altezza per me chilometrica, avesse la forza di trascinarmi nel vuoto. Affascinato da tanta grandezza ascoltavo papà che assegnava al campanile un'altezza maggiore della cupola, e mi domandavo se, in caso di crollo, sarei stato capace di balzare tra quei due pianeti.

La cupola!.... penso che Brunelleschi sia rimasto a lungo il solo nome rimastomi di quella gita impresso nella memoria, o meglio, nell'immaginazione, poiché lo vedevo come il nonno all'atto di tirar su il muro di una casa... solo che la casa di Brunelleschi era enorme, e in più era anche curva!

Può un bambino, o un qualsiasi essere dotato di tanta semplicità ed ingenuità, non essere felice?

Ancora non conoscevo i nomi di Leonardo e Michelangelo, e tantomeno colui che è "nato e vissuto sovra il bel fiume d'Arno a la gran villa", la cui ombra dal naso ricurvo continua ad aleggiare sulla città, nonostante il ripudio e l'esilio ed il passare dei secoli. Dante cantò l'odio e l'amore di Firenze, cantò l'inferno e il paradiso. Non poteva cantare il sangue dei Pazzi, o quello dei Georgofili, e nemmeno la rivolta del "bel fiume d'Arno" del '66. Dante nemmeno conobbe la grandezza dei Medici, Firenze capitale, e "Canzone triste" di Graziani, dedicata alle storie d'amore del lungarno.

Già... le storie d'amore che qui nascono o qui vengono a struggersi.

Non sono di qui Romeo e Giulietta,... e tuttavia venimmo qui una sera. E ti ricordo ancora, donna e sempre bambina, capricciosamente gelosa, quando nascondesti le chiavi della macchina per farmi dispetto, e poi me le donasti con un bacio. Fatico a dimenticarti e forse non voglio. Quanto è passato? C'è un tempo per capire se era amore? E il cuore ancora accelera al pensiero di piazzale Michelangelo,... a questo ricordo ormai tanto lontano da quelli di bambino.

Firenze in tal modo mi doni un sorriso.

Sorriso che scompare pensando alla volta che ti visitai con un amico. Scompare perché credevo nell'eternità e nella nobiltà dell'amicizia, perché non credevo che l'amicizia dovesse cessare per opportunismo o per insensibilità. Ho sbagliato a dire amico, era, o si è dimostrato, solo un conoscente. Capita a chiunque non sia fanciullo di ingannarsi sulla sincerità delle persone, e fa male illudersi di un'amicizia, tanto che poi si cambia, si diffida, ed un'ombra in volto ci accompagna per sempre. L'ombra del dubbio sull'esistenza della vera amicizia.

Ma non devo oscurarmi l'animo. Firenze, tu rimani la città dell'accademia della Crusca, il cui nome, buffo e popolare, mi è sempre piaciuto, e trovo curioso e divertente che venga così indicato uno dei più noti istituti italiani dediti alla filologia. E poi non è un tuo cittadino che recita: "chi vuol esser lieto sia"?



Questi ricordi si legano automaticamente alle nozioni esposte nella guida, senza alcuno sforzo mnemonico, e mi rendono la città assai più familiare di quanto non potessi immaginare. Ancora mi convinco che l'anima delle cose, come per una città, venga svegliata dalle nostre sensazioni, quindi anche dai ricordi.

Ma da che nascono i ricordi? mi chiedo. Istanti, attimi impercettibili risvegliano i ricordi. Forse non basta nemmeno la lettura di una guida, ma occorre una parola, o forse quella parola più una predisposizione d'animo. La guida l'avevo letta già una volta, a casa, ma nessuna burrascosa ondata di immagini ha allagato la camera. Ora invece la marea rischia di trasportarmi al largo dalla realtà. Quella realtà che rimane necessaria, per quanto più triste dei sogni, per vivere. Mi sovviene che devo annotare l'indirizzo dell'ostello, il numero dell'autobus, gli orari di chiusura e magari il numero di telefono.



Ho quindi già imboccato la strada per la realtà quando, così come in precedenza il controllore, un altro uomo in divisa apre la porta scorrevole e sconvolge il delicato equilibrio di silenzio ed indifferenza raggiunto nello scompartimento.

Solo un intervento esterno avrebbe avuto la forza di sciogliere il ghiaccio accumulato nel corso del viaggio.

Solo un terzo attore che chiede: "Servizio bar, i signori desiderano qualcosa?".

Nessuna indecisione da parte mia; l'obiettivo di rimanere attorno alle ventimila lire di spesa quotidiana mi libera da ogni tentazione. Se qualcuno deve rompere l'omertà del silenzio non sono certo io con il mio semplice "No grazie".

Mi attendo qualcosa di simile dalla ragazza quando, quasi inopportunamente, la sua voce risponde "Si, un'altra bottiglia di acqua minerale grazie".

Non solo. Al sorriso complice del barman aggiunge, un po' a giustificarsi un po' a spegnere l'spressione cretina dell'uomo: "Bevo esageratamente in viaggio".

E così si alza e paga, valicando, oltre al muro del silenzio, anche la frontiera che tacitamente avevamo segnato.

Quando l'uomo col carrello richiude e se ne va lo scompartimento è cambiato, sotto la spinta che un corpo non in equilibrio acquista pare che le due persone e le cose al suo interno stiano fremendo alla ricerca di una nuova condizione di armonia.

Lei ha violato il trattato di non ingerenza negli affari altrui, e, nella simpatica confusione di imbarazzo e buona educazione, sempre lei decide di saggiare le conseguenze del suo ardire. "Che cosa suoni di bello?" mi chiede improvvisamente voltando il viso dalla mia parte e permettendomi di incrociare per la prima volta i suoi occhi. Occhi non grandi e nemmeno vicini, che promettono acutezza ma anche dolcezza e bontà. I lineamenti del viso sono appena marcati. Le labbra sottili. Acquista bellezza per la sua semplicità.

Ma che domanda idiota penso immediatamente. Poi mi rendo conto che, effettivamente, con la custodia che esibisco la ragazza dai capelli scuri non ha commesso idiozie. Al contrario, la sua domanda evidenzia la speranza di trovarsi innanzi ad un vero musicista - perché tali devono essere coloro che trasportano uno strumento diverso dalla chitarra o dall'armonica a bocca - e perciò mi rendo conto di rischiare una situazione imbarazzante. Metto le mani avanti e rispondo: "Tento di suonare la chitarra, così, per divertimento".

Le mie paure si rivelano esatte: la sua delusione è evidente. "Ahhh, la chitarra! Pensavo che con una custodia così grande... Sai, nell'ultimo viaggio ho incontrato un violinista e l'ho costretto a suonare".

Dio me ne scampi!, penso nascondendo le parole. Poi ribadisco: "No guarda, non ne vale assolutamente la pena, conosco si e no una decina di canzoni... gli accordi intendo!" Forse l'ho convinta, mi dico, ha perso la speranza.

"Peccato, era stato il viaggio più interessante che mi era mai capitato da quando lavoro a Firenze".

"Lavori a Firenze? Che fai?" le chiedo.

"Lavoro in un hotel" mi risponde.

"Ma non sei di Firenze, dico bene?".

"Infatti sono di Padova, mi hanno detto che avrei lavorato a Firenze qualche mese, ed invece sono già quattro anni".

Lavora come hostess all'hotel Excelsior, il più bello della città mi dice. Dorme cinque giorni nell'appartamento che le hanno messo a disposizione e poi via, verso quel veneto che pare stregare i propri abitanti, mammoni e pieni di nostalgia, forse per il loro carattere chiuso o, molto più probabilmente, penso ridendo, per la loro inconfondibile ed insopportabile parlata. Lei comunque non pare avere accento veneto. Per forza, col lavoro che fa parla più inglese che italiano suppongo.

"E ti fai questi viaggi sempre e solo in treno?" domando non aspettandomi una conferma.

E invece lei conferma: "Sempre! L'autostrada Bologna - Firenze mi spaventa". Ah! donne al volante, maligno tra me sorridendo... eppure ha un'aria assai sveglia.

Mi chiede cosa vado a fare a Firenze e, non volendo io pubblicizzare del tutto le mie intenzioni - la cui stravaganza, quando rivelata a qualcuno che temo non la capisca, mi mette a disagio - rispondo semplicemente: "Voglio fare un giro della Toscana, o meglio, dell'Italia centrale. In una dozzina di giorni voglio visitare Firenze, Siena, Perugia, Gubbio, Assisi, Todi ed Urbino. Chiamiamola una vacanza premio per la laurea".

"In cosa ti sei laureato?" "In Economia e Commercio".

"Ohh! allora farai un sacco di soldi" si lascia sfuggire, come una frase fatta, come fosse la realtà inconfutabile.



Non sopporto questa frase che mi mette innanzi tutta la povertà d'animo della gente, come se il fare soldi fosse l'unico vero obiettivo della vita.

La ragazza ha toppato, inconsciamente ma gravemente.

Perdo ogni sorta di riserbo nel confermarle apertamente che ho maledetto mille volte la scelta di Economia e Commercio proprio per la pochezza che mi permette di raggiungere: la possibilità di fare tanti soldi.

"No, ragazza! I soldi forse non li farò, ma stai certa che la mia vita varrà più di tutti i rendimenti che mi hanno insegnato a calcolare e prevedere. Non sarò certo un commercialista e difficilmente mi imprigioneranno in una banca. La vedi quella chitarra e questo sacco a pelo. Con quella conto di racimolare qualche soldo, e con questo cercherò di risparmiarne, magari dormendo in strada. Quello che cerco non sono la ricchezza e gli Hotel di lusso. E' la gente, i viaggi e le emozioni" mi lascio scappare confusamente.

Temo poi di essermi scoperto eccessivamente. Ma gli occhi di lei brillano.

"Sei grande" mi dice, "non so come potrai farcela se davvero speri di cavartela con solo duecentocinquantamila lire, ma sei grande. Non ne avrei mai il coraggio, io".



E' curioso. Come quello studente che affronta un esame scritto e, non concludendo nulla per tutto il tempo a disposizione, trovata sul finire la soluzione, si fa prendere dall'orgasmo di scrivere tutto il possibile, arruffandosi per porre rimedio al tempo perduto, così noi due, all'avvicinarsi di Firenze S.M.Novella, scopriamo le carte tenute fin'ora nascoste. E l'indifferenza diventa una smania di conoscere e di farsi conoscere. Il desiderio di verificare se qualcuno, tra i cinque miliardi di anime del globo, a volte ti capisca e valga perciò la pena di esser incontrato. Questa ragazza, lontana ed invisibile fino a pochi istanti fa, ha accettato lo scontro sul denaro e sulle emozioni. E' diventata essa stessa un'emozione del mio viaggio. Questa ragazza, mi ha confessato, scrive poesie.



UNA PERSONA

Tutte le stazioni del mondo, all'arrivo del treno, offrono il medesimo spettacolo. Un autoparlante indecifrabile comunica, o almeno così si suppone, che il desolato marciapiede che costeggia la carrozza, che la pensilina grigia che sovrasta gli occhi sconosciuti di coloro che attendono, che i telefoni, le fontane per persone e colombi, che tutto quello che esiste aldilà del finestrino, appartiene davvero alla stazione desiderata. Occorre percorrere il marciapiede, lasciarsi alle spalle il buio dei sottopassaggi, orientarsi tra le mille indicazioni di uscita, per avere il sollievo di essere dove ancora solo si sperava.

E forse anche le persone, come tutte le stazioni del mondo, hanno le loro pensiline, i telefoni e le fontane, le infinite indicazioni, gli autoparlanti. Forse le pensiline sono più o meno alte, i telefoni e le fontane più o meno numerosi e puliti, gli autoparlanti più o meno ammiccanti, ma anche per sapere chi è una persona occorre percorrere i marciapiedi e i sottopassaggi che conducono all'uscita.

Siamo stati estranei. Siamo stati indifferenti allo spettacolo che offrivamo l'un l'altra. E forse anche parlando siamo rimasti indifferenti. Non c'era nulla che differenziasse le nostre persone da tutte le persone del mondo, come tutte le stazioni del mondo. Ma ciononostante, per una ragione che non conosco e che taluni chiamano destino, abbiamo trovato in pochi minuti la strada che ci ha condotto alle persone che sono dentro noi, seppur mascherate dai marciapiedi, dalle pensiline e da quant'altro. Abbiamo scoperto le nostre diversità, restando abbagliati dalla luce dell'uscita, semplicemente rivelando che io non avrei mai potuto essere un laureato in economia e commercio e che lei era tanto di più che una hostess d'albergo.

Perché mi affascina una ragazza che scrive e pubblica un libro di poesie?

Amo scrivere, anelo a diventare giornalista, sogno di essere scrittore, e mai, dico mai, in ventiquattro anni ho incontrato qualcuno che avesse i miei stessi desideri, o che, addirittura, avesse potuto realizzarli. E lo trovo qui, all'inizio di un viaggio in cui cerco di darmi alcune risposte e di trovare il coraggio per vivere una vita che non sia già decisa dalla forza della corrente. Lo trovo per caso negli ultimi istanti prima di arrivare a destinazione, come a sottolineare che niente è deciso, che nulla è scontato, che ogni millesimo di secondo che ci separa dalla morte può avere il significato di tutta una vita. L'importanza del tempo è una variabile impazzita. Ed ora non posso non rivelare a lei, che di certo comprenderà e apprezzerà, che uno degli obiettivi di questo viaggio è la stesura di un diario, di un libro... il mio sogno.

Ormai siamo scoperti. Le persone che si dividevano pochi metri quadrati, in un tacito accordo di non intromissione nelle rispettive vite, hanno condiviso in realtà le emozioni del viaggio, le hanno cercate, ed un giorno tenteranno di trasmetterle ad un foglio di carta. Questo penso sia magia, sia esaltazione, sia emozione.

Avrei anche potuto incontrare un giornalista, addirittura uno scrittore di romanzi. Ma un poeta! Dio mio, un poeta non scrive mai per compenso o per ordinazione. Scrive perché ama scrivere, perché oltre ad avere una emotività sublime sente la necessità di dipingere le proprie emozioni in pezzetti di carta, per esternarle, per recitarle, per comunicarle, per amarle. Questa ragazza può già amare ciò che io posso ora solo sognare. Chissà se ha coscienza di quanto grande sia il dono che il destino le ha fatto. Chissa se percepisce la mia ammirazione e la mia gioia per questo incontro.



Cerco di controllarmi e tuttavia so che il rallentamento del treno non mi lascia molto tempo per saperne di più. Sono disperato, non oso chiedere notizie dirette sulle poesie e quindi mi affido ad una domanda scontata "Come hai fatto per pubblicare il libro? Insomma, so che tanti principianti finiscono per rinunciare proprio perché non trovano un editore".

"Sono stata fortunata" mi sorride "scrivo poesie dall'età di diciotto anni e frequento a Padova un circolo di poeti, o presunti tali. Beh! Mi hanno consigliato di spedire alcune poesie a certi indirizzi. Dopo pochi giorni il primo editore a cui mi sono rivolta mi ha telefonato per conoscermi. Pare sia rimasto entusiasta". Poi mi allunga un diario aprendolo su una pagina.

Una poesia è un moto della propria anima, è un sentimento, semplice o profondo non importa, è personale, direi di più, è intimo. E' difficile immaginare che poche righe fanciulle, dono recente del proprio io più profondo, possano essere mostrate, nude ed indifese, a qualcuno che può spaventarle, che può ucciderle e violentarle. E' sufficiente che non le capisca, che rida di loro.

Lei ha avuto coraggio, si è fidata di me, ha voluto credere al mio entusiasmo, mi ha concesso la sua poesia. Questo soddisfa quanto non avrei saputo domandare e, ancor più, mi sembra di aver superato una prova importante. Nelle mie parole e forse nei miei occhi deve essere apparsa una sensibilità che lei ha giudicato sufficiente. Ora mi aspetta la conferma della sensibilità riconosciutami.

Nel più timoroso imbarazzo devo leggere ciò che ella mi porge e verificare se in effetti sono all'altezza della poesia, se raggiungo le capacità emotive sufficienti a non infangare i suoi sentimenti. Fingere sarebbe del tutto inutile.

Sono pochi versi. Inquadrano, disegnano, richiamano. Pochi versi, un momento. Un istante fotografato con le emozioni che porta con sé. La poesia si intitola "Momenti". Ferma il tempo che va, e passa, e poi ritorna. All'infinito, trasportando il dolore, anch'esso forse legato alla caducità della vita. Dolore che tuttavia scompare, ancorato anch'esso al tempo che porta alla fine di tutto. E mi pare fantastico questo affresco del tempo, fantastico e al tempo stesso inquietante. E' l'immagine della vita di chi è ad un passo dalla morte. Ma è anche l'immagine che soltanto chi ama profondamente la vita, attimo per attimo, può conoscere.

Tante emozioni mi regalano le poche righe scritte sul suo diario. Quanti pensieri nascono e possono nascere. Eppure devo scegliere un complimento. Voglio che capisca che non solo mi è piaciuta ma... non so, qualcosa in più. Non posso dire "E' molto bella". Bell'idiota sarei, suona quasi come "me ne scrivi una anche a me!?". Non so se il mio vocabolario sia troppo limitato, se sia invece il mio bon ton ad essere insufficiente o se invece le poesie non debbano venir commentate. Fatto sta che, dopo un'incerta attesa, l'unica frase che mi esce è "Mi è piaciuta!".
Penso sia stata sufficiente. Forse non la frase ma la mia titubanza, la mia espressione di smarrimento e di ammirazione per le poche righe. Forse non si aspettava altro che il mio sorriso. Quanto vale, oggi, un sorriso sincero!

Risponde al mio sorriso e aggiunge: "Scrivo parecchio in viaggio, quando la solitudine e la malinconia si confondono alla gioia e la curiosità di nuovi incontri, reali o immaginati, allo splendore di questi paesaggi, agli alberi piegati dal vento, alle goccie di pioggia sul vetro, al rumore del treno che misura il passare del tempo e rende presto ricordi le immagini che si allontanano sulle rotaie. Il tempo, il vento, la solitudine, i colori... che poesia passa col treno! E amo pensare alle storie che avvolgono, come una continua e gigantesca galleria, la corsa dei vagoni, all'interno dei quali esistono infinite altre storie. Storie che in tal modo si intrecciano materialmente e, restando estranee e sconosciute, finiscono per acquistare l'inestimabile dono della fantasia".

"Pensa ad uno stagno" ella continua "ad un cigno che difende il nido in cui la compagna, senza cibo per giorni, attende la schiusa delle uova. Pensa così ad un quadro, ricco dell'eroismo di quel cigno che si batte contro il motore ed i cingoli di un trattore; ricco dell'affetto del cigno per la compagna e di questa per i piccoli. E così nello stagno magari vive una coppia di rane che gracidano canzoni al candore del cigno, scambiandolo per il pallore della luna; o una coppia di pesci rossi, che un giorno vedranno i luna park del mondo attraverso il vetro curvo di un vaso; o forse una famiglia di tartarughe, che placidamente e serenamente saranno a lungo testimoni della vita dello stagno, e diverranno vecchie e sagge, molto più del cigno o del pesce, quasi il tempo per loro fosse meno veloce. E forse lo stagno gelerà e la vita e le storie continuerranno più lente. Oppure qualcuno lo asciugherà, e la storia del nostro cigno, per non morire, avrà bisogno di nuova fantasia.... Non credi che il treno sia un mezzo fantastico per la poesia?".

"Si certo" rispondo, "è fantastico... uno stagno dici... certo, il treno..". Sono ammirato della semplicità con cui nasce l'immaginazione di un poeta. Sono felice di sapere che un finestrino del treno, un viaggio, possa creare tanti sentimenti e fantasie. E' ciò che cerco e di cui voglio narrare.

Eppure, mentre il treno sta terminando la sua corsa tra i marciapiedi e le pensiline di Firenze, mi rendo conto che qualcosa ha stonato nelle ultime parole della ragazza e forse anche nella mia risposta. Ho espresso un titubante "si certo" ma cosa non mi ha convinto? Il treno va considerato realmente un mezzo fantastico per la poesia? E un viaggio? Ma la fantasia e i sogni non hanno bisogno di rotaie! Chi ha il dono di inventare favole, da cui trarre le proprie emozioni, perché necessita di un treno e non si accontenta invece di un divano in una stanza buia? Nascono tali domande mentre, fiducioso, mi accingo a compiere il primo sbarco verso una avventura che credo indispensabile alla fantasia.

C'è qualche contraddizione in questo. Una contraddizione non chiara ma in grado di offuscare per un istante la mia sicurezza.

Perché, mi dico, indispenabile alla mia fantasia? Sto cercando lontano dal mio nido una maggior libertà di sognare e perciò di vivere?



Tuttavia ancora i pensieri e i dubbi lasciano il campo alla baldanza e alla decisione quando, passato il tempo della irrequieta attesa, sopraggiunge improvviso, irrinunciabile, minaccioso, il momento dell'azione e della gloria. Niente si frappone tra noi e Firenze. L'ultimo ostacolo, il corridoio del treno, è affrontato con trepidazione ma con gioia. Lei mi precede in quanto il carico dei miei bagagli mi ha attardato nello scompartimento.

I problemi derivano non tanto dallo zaino, col quale, nonostante l'enorme peso, ho la confidenza di un vecchio amico, quanto piuttosto dall'elefantiaco baule nero - ben più di una custodia! - che contiene la chitarra. Poiché l'unico trasporto previsto e possibile per un tale oggetto è quello in posizione orrizontale - grazie ad una robusta maniglia di gomma posta su un fianco - mi approprio per un attimo delle sensazioni di coloro che passano dalla guida di una macchina a quella di un autobus.

La mia storica ed adorata giacca nera di lana, non potendo essere indossata in una Firenze soleggiata, né potendo ambire ad occupare l'unica mano libera, inizia qui un probabile calvario e finisce legata allo zaino, stretta dai tiranti con cui ho fissato il sacco a pelo.

Trasporto anche un secondo zaino, uno zainetto nero in cui viaggiano gli spartiti delle canzoni, il mio cappello nero modello "amici pescatori di Heidi" e ciò che con coraggio chiamo la mia toiletta da viaggio - tre broncodilatatori per l'asma, spazzolino e dentifricio, un contenitore per lenti, gli occhiali da vista, una mezza confezione di viamal; nella farmacia mancano shampo e sapone, nonché deodorante e pettine, che come da copione sono stati ricordati, ma solo alla prima fermata del treno; c'è il pennello per la barba; ma oltre al sapone ho dimenticato il rasoio -. Questo secondo zaino lo infilo in maniera opposta al primo, appendendolo alle spalle e lasciandolo penzolare sul davanti. Quando esco dallo scompartimento sono un gigantesco sandwich con gli occhiali da sole e con la scritta posteriore "non affiancarsi in curva". Non può che rimanere stupita della mia mole una volta comparso sulla banchina toscana.



Poi è tornato improvviso il silenzio. Quasi a prendersi la rivincita sull'entusiasta slancio ciarliero. Come una pausa di riflessione, come se prolungare ora la conoscenza comportasse un passo nuovo, un qualcosa di diverso, di meno scontato di una semplice conoscenza di viaggio.

Ad ogni passo nella conoscenza, così come era stato al primo approccio nello scompartimento, qualcosa ci rende titubanti. Ogni passo avvicina le nostre anime e le scopre. E' dunque comprensibile che anche la più desiderata delle frasi costi fatica, quasi sconti, anticipi, i possibili dolori, o comunque gravi il cuore delle emozioni future che la nuova persona ci preannuncia. E il silenzio finisce per ingigantire, secondo dopo secondo, il peso di ciò che stiamo per dire. Si costruiscono frasi mentali, si cambiano, si attenuano, e poi carichi ci si prepara ad aprir bocca quando improvvisa compare la paura di non avere la voce necessaria.

Il brivido lungo la schiena consente allora un unico "Bene, ora dove vai?", che mi permette di interrompere il mutismo senza scoprire il mio desiderio di non salutarci ora. Mi permette di passare la mano.

Ma non sono il solo a conoscere il poker perché mi risponde rilanciando: "Credo di avere il turno più tardi, questo pomeriggio. Tu ora che fai?".

"Non so, per me una cosa vale l'altra. L'ostello apre alle due.. ora sono quasi le undici.. non so!".

E' lei infine che va a vedere le carte, scherzando sulla scarsa elasticità del mio budged finanziario. "Ti posso offrire l'aperitivo? Ci risparmi qualcosa" mi schernisce sorridendo. Sa che è il meglio che mi aspettassi. Anzi, il meglio lo propone subito di seguito con la domanda: "Se ti va possiamo fermarci alla libreria Feltrinelli così ti mostro il mio libro. E' qui vicino".

Non è sempre importante, tranne che nei ricordi, il nome di qualcuno. Ma ora mi appare naturale, del tutto spontaneo, conoscere il suo nome, quasi fosse il ringraziamento per averla incontrata. Le chiedo: "Come ti chiami?".

"Cristina" mi risponde, e quasi le racconto che non poteva che essere un nome del genere, che differisce per una sola vocale dal nome di una persona che ho ringraziato di esistere. Mi trattengo, ma sono felice di questo nome.

"Sei grande Cristina. Accetto volentieri. Anzi, sono contento. Penso che il mio arrivo a Firenze non potesse essere migliore. Mi chiamo Luca".



Il nostro cuore è grande, tanto da prevalere, nei nostri momenti, sulla coscienza e la ragione. Non mi accorgo di attraversare la stazione, con le sue mille facce e mille indicazioni; le osservazioni sulla realtà lasciano il posto all'emotività, accesa da una sola persona qui accanto. E' solo il bagliore del sole ed il vento, un vento magico che sembra scandisca il passare della nostra vita, che mi riportano a Firenze. Attraversiamo una strada quando mi dice che le piace il mio nome.

E guadando il rio d'asfalto mi ritrovo di nuovo immerso nei ricordi, che mi assalgono con la forza di un fiume in piena, improvvisamente, senza preavviso, come sempre e come deve essere. Rivedo le persone che hanno amato quel breve e semplice nome, Luca, felici di amarlo o disperate. Tutte le ricordo e tutte le ringrazio. Mi chiedo se mai potrò dimenticare chi ho amato o chi mi ha amato. E il vento che pare trasporti i ricordi è anch'esso un vestigio di un luogo che non posso scordare: nel primo viaggio in Europa raggiunsi la Scozia dove, sotto un cielo azzurro e spazzato dalle correnti, ho ammirato i due arcobaleni che ancora oggi appaiono a dare colore ai miei sogni più belli.

Esistono veramente momenti in cui l'accensione di un ricordo avviene con una minima scintilla; allora la distanza tra il mondo che viviamo e quello che abbiamo vissuto - o crediamo di aver vissuto - si riduce, ed ogni sguardo permette di vedere tra gli oggetti e le persone di oggi i diafani fantasmi del passato. Mi chiedo, urtando un signore con la mia lunga e pesante coda, se tali momenti dipendano solo dai luoghi in cui transitiamo, se invece esista una nostra congenita smania di ricerca della vita passata - come rappresentasse la parte inattaccabile ed imperitura della vita stessa, sottratta allo scorrere del tempo indipendentemente dalla piacevolezza dei ricordi - o se, invece, la frequenza con cui ci avviciniamo ai fantasmi della nostra memoria consegua semplicemente alle capacità favolistiche di ognuno, all'amore per i viaggi fantastici che in misura così diversa capeggia nei nostri cuori. Fatto sta che il flusso dei ricordi termina spesso, o vi è costretto, così come inizia: inconsciamente ed improvvisamente.



Sono desto innanzi ad un garage, e mi accorgo di Firenze alle parole di un arrotino che a pochi metri da me calunnia, assieme ad un cliente, un comune amico: "L'hè nehanche chaphace di farsi na bisteccha dha sé!". Sorrido a questo pittoresco e inconfondibile scroscio di acca e al pensiero che lo stesso scriscio mi accompagnerà durante tutto il viaggio.

Sto aspettando Cristina che è passata in appartamento a posare i suoi bagagli. Di proposito - sono certo che non è stata una dimenticanza - ha evitato di invitarmi da lei, quasi temesse qualcosa. A me pareva la cosa più naturale del mondo e certo mi sarei comportato diversamente al suo posto, a meno che... non so, ma decido che non vale la pena indagare e nemmeno ragionarci su. Scende e si presenta con un sorriso che chiede scusa e ancorpiù si offre, anzi, ordina di lasciarle portare la chitarra.

La libreria Feltrinelli è a pochi passi, è ampia e spaziosa a sufficienza per manovrare con zaino e chitarra. Nemmeno ora Cristina appare nervosa all'idea che qualcuno possa commentare il suo libro innanzi a lei. Al contrario sembra desideri un mio giudizio, quasi fosse certa che sarà certamente positivo. Non posso non domandarmi se questa certezza derivi da una grande sicurezza di sé o da una sua grande fiducia in me.

In ogni caso del libro mi piace tutto: il colore - un rosso sangue che apre il cuore come un goccio di grappa ai mirtilli - la semplicità dell'impaginazione - le poesie sono una per pagina, al centro, senza note o commenti che ne sporchino il messaggio - il titolo. Si chiama "Lo scoiattolo innamorato", che suona come un pleonasmo, in quanto la dolcezza del disegno del piccolo roditore difficilmente potrebbe richiamare qualcosa che non sia amore. Fa molto favola. O voglia di favola. Comunque mi pare un titolo centrato per un libro di emozioni. All'interno ritrovo, come per la poesia letta sul treno, le immagini degli attimi della vita e le sensazioni che questi portano con sé. Sono poesie brevi che evidenziano la capacità e la volontà, e certo anche la gioia, di vivere intensamente ogni attimo della vita, di studiarlo e assaporarlo, di catturarlo tra le mani, accarezzarlo, per poi lasciarlo volare libero nel cielo dell'infinito. Ritrovo ancora il vento, il mare, il finestrino del treno, le storie che si intrecciano, ma su tutto, come una cosa viva, il tempo, che si confonde in attimi che fuggono, che gioiosamente e terribilmente ci dona l'effimeratezza della vita. Non sento pessimismo né ottimismo in ciò che leggo; solo consapevolezza di vivere e accettazione delle regole del gioco; sento però la necessità di emozioni, la voglia e il desiderio di rifocillare l'anima con le emozioni. Le poesia mi appassionano ma non me la sento di azzardare commenti ed ancora lascio agli occhi il compito di esprimere la mia gratitudine mentre dico: "Mi piace molto".

Sa che non mento e che il libro lo leggerei con amore, come merita, ma sa anche che non posso comprarlo, vinto dall'obbiettivo di contenere al massimo le spese. Così si offre di pagarmelo. Non so che dire. E' chiaro che mi fa piacere ma vorrei poter ricambiare, perciò prometto: "Questo significa che se un giorno dovessi scrivere qualcosa su questo viaggio te ne manderò una copia".

"Affare fatto" dice mentre paga con la carta di credito, soddisfatta della soluzione che allevia l'imbarazzo di entrambi.



Uscendo dalla libreria, diretti verso piazza della Signoria, una nuvoletta, un pensiero lontano non chiaro e indefinito, attraversa il passo e la lucidità della mia logica. Manca qualcosa al mosaico di quanto accade, un tassello che mi sfugge. Rimando.



Siamo seduti ai tavolini di uno dei bar più belli di piazza della Signoria, ho il vento alle spalle e il sole negli occhi, lei di fronte. Ordino una fetta di torta salata.

E' questa una situazione nuova, diversa dalla casualità; se siamo qui è perché abbiamo scelto di esserci e non perché lo ha voluto il destino. Dobbiamo perciò continuare la conoscenza ed arrivare a quel bivio che distingue la strada di un rapporto profondo da quella di un passeggero e superficiale incontro. Abbiamo un'ora per giocare le carte che ci conquistino a vicenda. La partita si svolge inconsciamente. E' sufficiente parlare di noi.

E inconsciamente prendiamo le decisioni sulla persona che esaminiamo. Aspettiamo che scatti qualcosa che trasformi il bar, la piazza e il mondo in un universo composto solo da noi due; un coupe de foudre ritardato, cercato e forse posticcio. Credo che la sensibilità di lei conosca e comprenda queste sensazioni, come sia conscia del forte legame tra le nostre anime. Entrambi tentiamo di superare le barriere innalzate da chi ama il rumore del vento, da chi ode il rumore del mare, da chi ama il colore del cielo; possenti fortezze a protezione di anime troppo sensibili e timorose, che aprono i ponti poche volte nella vita, che non possono far entrare chiunque. Troppo indifeso è il loro cuore. Permettere l'accesso alla persona sbagliata può significare morire.

Ed all'improvviso, dopo l'ultimo di numerosi istanti, mi accorgo che siamo dunque arrivati al bivio, senza coscienza, ma certi di quale sarà la nostra strada. So che lei è giunta alla stessa conclusione. Non ci sono ragioni. Non esiste la spiegazione nelle indicazioni che segnalano il bivio. So che niente avrebbe cambiato il destino, come so che nessuno di noi è triste per ciò che succederà a breve. Non ha importanza ciò che ci stiamo dicendo o ciò che ci siamo detti: niente infatti avrebbe meglio coinciso con ciò che entrambi cerchiamo. Ma le scintille che accendono i ricordi e le emozioni non hanno acceso l'emozione dell'amore e a nulla vale continuare a giocare con l'acciarino. E' questa, tutto sommato, l'ebrezza della vita.



Sorrido, qualche minuto più tardi, mentre alla fermata del tram saluto Cristina e per la prima volta mi accorgo delle migliaia di persone che muovono il centro della città. Mi passano accanto, mi sfiorano e a volte mi urtano, qualcuno mi guarda, ma sono tutti lontani, su autostrade parallele e non intersecabili, intenti a non investire gli ostacoli, con lo sguardo proteso oltre le persone, come non esistessero, come nessuno di loro esistesse qui, ora, assieme. Questa è l'immagine peggiore della solitudine.

Mi domando quale coraggio sia necessario per affrontare da soli questa città, per lasciare fuggire così, senza rimpianti, una ragazza che scrive poesie.

Non ho insistito per rivederci, seppur poco prima già eravamo d'accordo di trovarci domani per una gita assieme. Non ha voluto nemmeno conoscere il mio indirizzo. Quasi siamo fuggiti a nasconderci nella nostra vita di incompresi e solitari, diventando improvvisamente ostici e scorbutici, non vedendo l'ora di poterci confidare nuovamente con chi solo pensiamo possa capirci: noi stessi.

Anche questa è solitudine. Ma a questa finiamo per essere assuefatti, quasi affezionati, poiché, sebbene speriamo continuamente che qualcuno arrivi e vi ponga fine, la proteggiamo con le barriere più alte, quelle che ci impediscono di invitare in camera chi per noi potrebbe diventare importante, quelle che ci conservano immuni dagli attacchi del cuore, quelle che ci impediscono di scrivere poesie d'amore.

Ecco cos'altro mi aveva colpito delle poesie; mi ha colpito alle spalle e di nascosto forse, ma certo non era passato del tutto inosservato. Perché l'indissolubile ed eterno binomio poesia e amore è stato spezzato nello "Scoiattolo innamorato"? Una ragazza che si commuove davanti alle goccie di pioggia sul vetro sono certo abbia volato sulle ali dell'amore, e così ne abbia pianto, e certo recitato versi, sublimi, commoventi, irripetibili... ma non scrivibili, perché scritti per lei, sul cuore. Questi non saranno mai pubblicati. O forse solo un giorno... superata la tempesta che l'amore regala ed impone.

E così come scappa dai suoi versi più belli scappa da coloro che le possono toccare il cuore, come oggi, forse, è scappata da me.

Che buffo sarebbe, continuo a pensare mentre attendo il tram, se tutti i miei pensieri su Cristina risultassero falsi, se tutte le emozioni che le ho assegnato finissero col coincidere con una noia tremenda, affrontata, un po' per educazione, ed un po' per pietà verso uno che da solo non avrebbe mangiato e avrebbe dovuto trasportarsi la chitarra per tutta la mattinata.

Beh!, se così è stato non importa. Io continuerò a credere di avere incontrato e conosciuto, non solo una ragazza carina e intelligente, non solo una hostess, ma una persona, con un cuore ed un'anima tanto grandi. E' questo pensiero, illusione o no, che mi regala un sorriso.

VILLA CAMERATA, VIALE AUGUSTO RIGHI, AUTOBUS 17/B

E' il mio primo autobus con zaino e chitarra in Italia, il che pare, ma non è, privo di rilevanza. Scopro presto, infatti, che la stessa esperienza fatta all'estero comporta due notevoli vantaggi, uno di ordine sociale ed uno di natura economica.



Inizio il viaggio chiedendo all'autista di avvertirmi quando raggiungeremo la fermata dell'ostello; questi mi osserva e certo si domanda perché un ragazzo italiano per visitare Firenze debba scarrozzare con sé un bagaglio così ingombrante: sono insolito; poi tento di girarmi per allontanarmi dal guidatore, in quanto impedisco il passaggio a coloro che salgono, e scopro che, inevitabilmente, devo urtare la coda contro le faccie di chi, alto molto meno di me, arriva col naso all'altezza dello zaino; non ho le mani libere poiché una serve alla chitarra - che orizzontalmente occupa tre posti - e l'altra a sorreggere un quintale mezzo di peso dagli scossoni del tram; dopo aver causato notevoli danni a ginocchia, piedi e volti nel tentativo di timbrare il biglietto mi incastro, sudante di fatica, in un antro sulla destra del bus, penetrando con la coda uno spazio vuoto che mi permette, apparentemente, di non creare altri guai senza togliere lo zaino dalle spalle.

"Signore, signore" - e tutti a guardare il sottoscritto, occupatissimo a mantenere l'equilibrio di corpo e chitarra - "dico a lei col cappello nero" esclama il guidatore.

"Dice a me" rispondo sinceramente sconvolto.

E tutti in coro "si che dice a lei!".

"Dovrebbe spostarsi da quella posizione. Mi impedisce di vedere la discesa della gente" quasi ordina il conducente.

Sono disperato ma sorrido, al guidatore e ai cittadini di Firenze che pare prendano tutti questo tram e che pare non aspettino altro che menare gli intrepidi che salgono impreparati. Li affronto e li sfondo col peso enorme che mi trascina e sento, poiché sono italiano, le offese e i malumori che la mia presenza provoca. All'estero non avrei capito. E nemmeno mi sarei sentito un emarginato, una persona assurda, uno che sceglie lo zaino e la chitarra per fare qualche chilometro, e che dorme in ostello.

Mi pare di udire o forse solo immagino. Ma mi mette a disagio questo pensiero. Mi sembrano le donne le più insofferenti; le stesse donne che, se fossi straniero, mi consolerebbero con un sorriso, ora non paiono propense a concedere benevolenza a chi, in patria, si comporta da forestiero, da diverso.

Forse è soltanto un'impressione ma continuo a sentirmi straniero come nemmeno in Scandinavia sono stato.

Non mi resta che scaricare tutto in terra, zainetto, zaino e chitarra, e rimanere lì, in mezzo al corridoio del tram a gustarmi - si, proprio a gustarmi - l'attenzione della gente, come un novello Charlie Chaplin.



La conseguenza economica è che tutto questo disagio non posso evitare di pagarlo, ed anche profumatamente, visto che un carnet di biglietti mi è costato qualche maledizione e dodicimila lire.

Innanzi tutto l'ostello - accidenti anche a lui, sul monte Amiata dovevano metterlo! - è improponibilmente raggiungibile a piedi. Ma soprattutto è dalla quarta superiore che ho perso il coraggio del portoghese, quando nel giro di un mese beccai due multe, sullo stesso tram e dallo stesso controllore - che poi scoprii essere l'archetipo, il controllore per antonomasia di tutte le generazioni che si sostituivano sui tram ferraresi dal dopoguerra; dalla prima guerra intendo -. Era un signore il cui zelo rasentava il sadismo e su cui sentivo raccontare leggendarie storie riguardanti la sua capacità di travestirsi e la sua tenacia negli inseguimenti di coloro che tentavano la fuga. Si diceva che avesse la licenza di sparare sui fuggitivi e che possedesse più di un cane feroce nascosto nei punti strategici tra una fermata e l'altra. Non ridevo affatto di queste storie, non dopo aver conosciuto il suo ghigno trionfante per avermi colto in fallo, ghigno che esprimeva maggiore gioia al crescere delle mie suppliche di assoluzione, ghigno che diventò espressione di deliquio quando, disperato, gli confessai di avere sbagliato autobus.

Queste sono cose che ti rimangono. Ti spingono a obbliterare qualsiasi biglietto, anche il più caro, pur di non dover rivedere le fauci spalancate di questo genere di antropofagi. A meno di non essere in un tram estero, dove ho visto utilizzare due armi di difesa: o un classico "Aidonanderstend" oppure, extrema ratio, un "Aievnomonei" che ripara da ogni genere di sanzione pecuniaria immediata - che all'estero è l'unica pagabile -.

In Italia non saprei fingere, non riuscirei a resistere alla fobia del controllore, non potrei nemmeno fuggire. In Italia, esempio di senso civico, pago il biglietto.



Arrivo sudato in via Righi, quasi l'avessi raggiunta a piedi. L'indicazione dell'ostello non promette nulla di buono, in quanto indica un bosco di un verde splendido in cui una strada si inoltra come in una favola, ma scomparendo in salita.

Però oggi deve essere una giornata fortunata perché due ragazze che ho visto scendere dal tram mi precedono di pochi metri e, giunte a fianco di una macchina ai piedi della salita, mi sorridono e chiedono: "Do you want a passage?".

Sono dell'idea che un invito debba rifiutarsi di rado, molto di rado se lo effettua una ragazza, mai se si ha il sentore che possa far risparmiare soldi o fatica.

"I'd be happy. Thank you!" rispondo e rifilo la chitarra alla ragazza che siede dietro tenendomi lo zainone sullo stomaco e tra le gambe. Ad occhio la salita dura quasi un chilometro, e qualche minuto. Faccio in tempo a chiedere: "Where are you from?". Al che mi rispondono che vengono da Nizza e che sono a Firenze da un paio di giorni.

Alla parola Nizza mi accendo di entusiasmo, memore di quanto il nome di un luogo conosciuto doni gioia a chi è in viaggio, e di quanto un luogo di nostalgie comuni possa avvicinare tra loro le persone, quando lontane da casa. Spiego loro che i miei nonni abitano a pochi chilometri da Nizza, a Bordighera, al confine, sono italiano.

Rispondono in modo che raffredda, anzi uccide, il mio entusiasmo: "Ah... so you are italian. You look as american". Non abbiamo più parlato fino al thank you di fine corsa. Qualcosa mi dice che non mi daranno più passaggi, non sono americano.

Affronto dunque la reception dell'ostello villa Camerata con una paura nel cuore, nata già nelle meditazioni che hanno preceduto la partenza e poi volutamente dimenticata, e infine riaccesasi negli ultimi minuti nonostante l'apertura di ogni idrante della mia volontà.

Mi trovo in fila dietro ad un giapponese. Sento il suo inglese corretto e quello un po' più arrangiato del ragazzo dell'ostello. Poi, al mio turno, mi impressiona la mia voce baritonale che, senza alcuna difficoltà, come se deviassi dalle regole del gioco, come se scorrettamente barassi, si permette di chiedere ogni genere di notizia sul regolamento del dormitorio, del refettorio, sul prezzo, senza errori di comprensione, senza lasciare alcuno spazio alla fantasia della traduzione, senza alcun segno di cameratismo negli occhi dei giovani che mi stanno a fianco.

Oddio! Anche questa è solitudine! La solitudine che ho incontrato sul tram, la repentina indifferenza delle due francesi di poco fa, l'isolamento che mi accoglie nell'ostello. Questo temevo. Ma non lo credevo così subitaneamente capace di ferire.



Il mio inconscio sapeva che sarebbe stato così.

Ho girato gli ostelli di tutta europa, a volte in compagnia e a volte da solo, a volte ho incontrato italiani a volte nessuno; quello che però ho sempre e ovunque trovato era quel senso di cameratismo, quella sensazione di simpatia reciproca che caratterizza chi si trova nelle medesime condizioni di precarietà e disagio, un po' come accade tra i militari o tra coloro che stanno in corsia all'ospedale. Chi gira gli ostelli ama vedere il mondo con le proprie forze, sfuggire alla semplicità di una gita organizzata, mettersi quasi alla prova. E così trovarsi a Hinverness, nell'estrema Scozia, o a Throndeim, in Norvegia, con i soldi appena sufficienti ad un panino, ma assieme a persone che sono sulla tua stessa barca.

E' come lasciare la propria isola, sulla quale tutto ci è dovuto, a bordo di una zattera esposta alle intemperie, alle burrasche, ai pericoli, ma governata da noi. Noi diveniamo, anche nella più perigliosa delle tempeste, i comandanti della zattera, i capitani della nostra anima. E niente temiamo. Anzi, bramiamo le tempeste e godiamo della condizione di incertezza in cui volutamente navighiamo, perché cerchiamo l'ebrezza del rischio, e in tal modo aprezziamo il vento sulla faccia, gli spruzzi gelidi sulla pelle, la sete e la fame. In tal modo amiamo ogni piccolo particolare, ogni pesce o gabbiano, ogni isola sconosciuta diventa un ristoro ed un luogo da scoprire e da possedere. Così finiamo per amare il mondo, per conoscere anfratti mai veduti dai semplici turisti, e siamo felici di seguire un motto che senza dubbio è stato scritto da un ostellista latino: "Carpe diem".

Sulle nostre zattere non possiamo non provare attrazione verso chi naviga a pochi metri da noi, magari proveniente da isole distanti miglia e miglia dalla nostra, ma ora come noi in mezzo all'oceano. E ci piace comunicare, trovare parole o segni comprensibili, trasmetterci il coraggio necessario per arrivare all'isola successiva. E il discorrere di luoghi lontani ci rende fratelli, come se tutti fossimo nati sulla terra di cui narriamo, perché nessuno è diverso in mezzo all'oceano, nessuno è straniero. Nessuno, in mezzo a questo oceano, è davvero solo.

Gesù, quanto mi sembrano lontano, oggi, quelle zattere e quei mari.

Per anni ho disegnato i miei sogni attingendo alle emozioni di quel navigare. Oggi mi accorgo che le sensazioni non possono, e non devono, essere ricreate surrentiziamente, magari prendendo un sacco a pelo e andando a dormire nell'ostello sotto casa. Come chi avendo conosciuto la luna non può accontentarsi di guardare la terra dai Colli Euganei. E non posso pretendere che chi mi circonda nasconda la sua commiserazione per chi naviga nella piscina del proprio giardino, e provi per me il rispetto dei comandanti d'alto mare, e senta in me un camerata, un fratello, non uno straniero. Io sono stato come loro.



Salgo in camerata e depongo la mia roba nella parte inferiore di un letto a castello e faccio un po' di conti: ho già speso una fortuna tra viaggio, autobus, carta degli ostelli e pernottamento. Senza il mangiare!

Decido di passare il pomeriggio di questa splendida giornata di sole a Fiesole che, mi ha consigliato Cristina, è senza dubbio un posto da vedere, soprattutto per la panoramica su Firenze che offre. Dalle informazioni ricevute in ostello è sufficiente percorrere un po' di strada a piedi per raggiungere la fermata dell'autobus giusto, il numero sette; certo che all'ostello mica sapevano quanto si allunga un percorso se si decide di trascinare con sé una custodia per chitarra dal peso di una roulotte.

Cara chitarra, solo ora mi avvedo di quante e quali bestemmie mi costerai!

Sbuffo, impreco, cambio impugnatura da un braccio all'altro, l'unico pensiero inizia a diventare la distanza, percorsa e da percorrere; sudo, mi abbatto, mi fermo, riparto, non riesco a ricordare perché diavolo trasporto questo enorme baule, e intanto mi accorgo che fatico a respirare - so che sotto sforzo vado in apnea ma ultimamente il movimento più consistente è stato quello delle mascelle: avevo scordato la rabbia della mia asma - e corro ai ripari somministrandomi una bella quanto letale dose di Ventolin - sarebbe interessante studiare quale proporzione di coloro che soffrono di asma sia capace di rinunciare ad una spruzzata di broncodilatatore ben sapendo delle conseguenze terribili che questa stessa spruzzata ha sul cuore, sul fegato e sul cervello: penso che chiunque procrastinerebbe il male... perché niente è peggio che non avere l'aria -.

Alla fermata del tram, ucciso dalla chitarra, dal caldo e dall'asma riesco comunque a ritrovare l'entusiasmo - potenza degli animi sognatori - ed aspetto fiducioso Fiesole.



F COME FIESOLE; F COME FANTASIA

Il coraggio, sia che derivi dalla fiducia in sé, sia che provenga dall'esperienza, sia che tragga origine dall'incoscienza e dall'inconsapevolezza, si materializza nell'allontanamento della paura, in atteggiamenti che paiono spesso incomprensibili, al limiti della guasconeria.

Ormai da anni confesso a chi mi sta attorno il desiderio di suonare la chitarra nelle piazze, tra la gente, certo di avere il coraggio necessario, quasi stupito dalle manifestazioni di incredulità, risentito per le incomprensioni spesso incontrate. A volte, tuttavia, mi chiedevo cosa vedessero gli altri che io non vedevo, cosa apparisse così insormontabile nel mio progetto; e finivo per chiedermi se davvero occorresse poi tutto il coraggio che mi veniva assegnato, e da dove infine questo coraggio traesse le sue origini. Ora mi accorgo che le fonti della mia temerarietà non possono certo essere l'esperienza e la sicurezza in me, e che perciò la mancanza di timore debba venir attribuita all'inconsapevolezza e all'incoscienza. Questo in fondo mi rallegra.

E' giusto affrontare questa avventura con l'animo di un bambino che impara un nuovo gioco - esiste, mi domando, una interpretazione più vera della vita, o, senonaltro, più auspicabile? -. Non significa, come direbbero i francesi, semplice jemenfoutisme, ma al contrario significa interpretare la vita alla maniera del Cirano di Rostand, guascone, cavaliere, poeta, sognatore e bambino. Se incontrassi un giorno qualcuno destinato a vivere all'infinito gli potrei soltanto augurare di non scordarsi mai di essere bambino.

E comunque so di dover superare un ostacolo tremendo per arrivare al mio traguardo; un ostacolo che i sociologi mettono alla base della maggior parte dei problemi di alienazione e di frustazione presenti - e ben evidenti! - in ogni cerchia sociale, composta da giovani, vecchi, uomini o donne poco importa; l'ostacolo dell'indifferenza della gente per la gente, che a poco a poco diventa fastidio, si trasforma in discriminazione, misantropia e odio.

Certo, non so quando siamo diventati cattivi - può essere quando abbiamo finito per sopraffare la nostra fanciullezza... o forse siamo homus lupus anche se piccoli cuccioli? - ma mi rendo sempre più conto di quanto difficile diventi convivere con altri e di quanto invece sia facile desiderare di non vederli e di farli sparire. Anche da qui, e forse soprattutto da qui, nasce la solitudine.



Alle prese con una sensazione di estraneità già più volte presentatasi quest'oggi, e che gli sguardi dei passeggeri del tram numero sette ribadiscono, sento però una crescente eccitazione che sale di pari passo con l'arrampicarsi dell'autobus e che viene alimentata dalla incomparabile dolcezza del paesaggio fiorentino, anfiteatro e musa ispiratrice dei cantastorie dell'amor cortese.



Prossimo cantastorie, qualcosa ancora mi distrae mentre gli scossoni dell'autobus mi costringono contro il finestrino posteriore e lo sguardo, attraversandolo, si posa su una macchina bianca a pochi metri dalla nostra poppa, risale il cofano lucido ed abbagliante, e, attraverso l'ulteriore vetro del parabrezza scorge una figura femminile, che sorride, dai capelli lunghi e ricci. Dura un attimo. Eppure sono sicuro che il volto di questa ragazza mi rimarrà impresso nella memoria più a lungo di visi conosciuti e noti, perché scorto dal finestrino posteriore di un tram forse, ma più probabilmente perché trovato tra centinaia di persone, quelle del numero sette e quelle delle macchine che seguono, senza peraltro essere cercato.

O magari esistono figure e disegni che sempre inconsciamente cerchiamo con la speranza di sentire, una volta trovati, il suono di una nota segreta della nostra anima?.

La macchina sorpassa e si porta via i pensieri e la musica che mi distraeva.



Sono infine a Fiesole: sbarco in una ampia piazza, equipaggiata con ogni sorta di attrezzatura turistica, dal gelataio all'ufficio informazioni, dai numerosi bar ai negozi di souvenir, dai parcheggi a pagamento alle immancabili indicazioni. Mi affido a quelle che puntano la freccia verso i giardini e la veduta panoramica, al fine di evitare il grosso dei turisti che suppongo si spinga nel centro di questa miliardaria antica holliwood di Firenze. Penso infatti non sia necessario confrontare le mie principianze musico-canore con il grande pubblico, anzi, ritengo opportuno provare a porte chiuse.

La panoramica richiede una notevole arrampicata per una stretta stradina ciottolata che, non fosse per il numero devastante di negozi di souvenir, potrebbe ancora ricordare i viotoli dei paeselli medioevali.

Sempre più sfinito trovo finalmente un luogo che promuovo, contemporaneamente, a rifugio e palcoscenico. Mi accascio a fianco di un monumento, la cui epigrafe ora non mi importa, appena a ridosso della ringhiera che protegge un lieve e indifeso burrone dalle stravaganze di chi ama la notorietà, anche se ottenuta alla memoria; le spalle parzialmente protette da un alberello e da qualche gradino. Stravaccata lucertola mi abbandono ad un sole che illumina Firenze e i suoi tesori, lasciandomi abbagliato e privo di pensieri, in una sorta di nirvana provocato dalla stanchezza e dalla eccitazione, o forse dalla stanchezza della eccitazione. Quasi a concedermi un minuto di raccoglimento e di sospensione nello stress dello spettacolo. Per raccogliere le forze necessarie ad aprire una cutodia mai tanto pesante.

Il minuto si rivela tanto piacevole da ottenere numerose deroghe. Il sole è più obliquo di mezz'ora quando decido di aprire il sipario.

I riflessi del sole sulla cassa scura, dorati ed argentati dai brillii delle corde, rendono la chitarra, accarezzata dal velluto rosso che riveste l'interno della custodia, del tutto simile ad un prezioso gioiello ricevuto in dono e alla cui suprema bellezza si rimane sottomessi e umiliati, consapevoli di non meritare tanto. Il vento insistente mi ricorda la grandezza delle vallate prospicienti, l'immensità della platea che ho di fronte, io, che di solito strimpello chiuso nella camera, con la porta chiusa per fermare le note e le stecche al confine del mio piccolo teatro.

Questo vento attende il primo pizzicare di corde per trasportare nell'aria gli accenni di musica che non potrò fermare e limitare: senza controllo la voce potrebbe giungere fino in cima ai colli più alti di Fiesole, oppure passeggiare tra i verdi boschi di questi apennini, giungere ai vigneti del chianti e addirittura cercare il refrigerio dell'arno, giù a Firenze. Sento che la forza del vento e la meraviglia di questo mio liuto avrebbero il potere di conquistare il mondo... se solo fossi all'altezza di questa scena. Vorrei saper davvero l'arte del dominare la potenza e la grazia della musica, poter esprimere con le dita le emozioni più profonde, riuscire a toccare il cuore di chi ascolta accompagnando la mia voce di cantante o di poeta.

Purtroppo sono dottore in economia e le mie parole saranno accompagnate solo da semplici ed imperfetti accordi: "Scusate le stecche, perdonate la semplicità dell'esecuzione, concedetemi la lettura degli spartiti, plaudite l'arditezza, cercate qualche emozione, amate ciò che potrei essere lasciandovi cullare dai sogni; se non siete capaci di ciò non biasimatemi... siate indifferenti" recito inchinandomi a Firenze.

Passano alle mie spalle due anziane signore quando, titubante, inizio "Canzone triste" di Graziani, cercando una voce che mi appare flebile e scomposta, filtrata dal tremore di chi esce per primo sul palco. Non termino il pezzo, credo sia più interessante per il pubblico ascoltare un mix continuo di canzoni. Sostanzialmente diventa uno stratagemma per continue sospensioni e pause, che modificano il giorno della prima nel giorno delle prove generali e mi concedono maggior coraggio e giustificazione, maggiori margini di errore.

Prendo sempre più confidenza col suono della chitarra che ora non mi appare più un assordante tuono in questi giardini silenziosi, ma acquista il fascino che già gli riconoscevo. Ciò che ancora non odo è la mia voce.

Cercando quello che sono certo nessuno può avermi rubato - le cose più preziose possono davvero rubarle altri che il tempo? - mi avvedo che dalla platea si alza qualcuno e si avanza. E' inevitabile scorgere questo movimento nell'immobilità di tale pubblico composto da vallate, alberi e piazze lontane. Perciò scruto, coperto dagli occhiali da sole, chi cambi il suo posto dal loggione alla prima fila. E' un solo spettatore ed avanza convinto nella mia direzione. E' vestito di chiaro, una maglietta a striscie bianche e blu. Percorre lo stretto sentiero tra gli alberelli del giardino e, ancora un poco, riuscirò a distinguerne le sembianze, anche se quella maglietta mi ha colpito come l'avessi già conosciuta.

Sto cantando sottovoce qualcosa di Battisti, quando appaiono nella prima fila i neri capelli e il sorriso che poco prima avevano azzerato gli ostacoli e le distanze che la realtà poneva tra i miei occhi ed i suoi, lontano nell'auto.

Cristo! ma è possibile una tale coincidenza.

E' proprio la ragazza dell'automobile. Abbasso gli occhi e resto indifferente quando la ragazza mi passa accanto e si posa alle mie spalle, distendendosi sull'erba poco più in alto, e giurerei che sorrideva quando ne ho incrociato lo sguardo.


Ora non sono più un menestrello che dona la sua musica al silenzio; sono qui un poeta che recita a colei che "per li occhi mi giunse al core"; divento adesso un cavaliere che pugna per la dama col cui velo si è ornato l'elmo; sono Dante che loda Beatrice; sono Tristano che cerca Isotta; la mia musica dovrà condurmi al suo paradiso; la mia chitarra sarà una spada.

Sento la folla che acclama l'inizio delle danze; il teatro trattiene il respiro; il maestro gira le spalle al pubblico; l'aria non è mossa nemmeno dai battiti delle ciglia, immobili e sbarrate; l'enorme peso di questa attenzione è sulle mie spalle, e ci gioco, lo prolungo; è piacevolmente esaltante diventare il cuore e il cervello della platea, del palco e del loggione; e poi... tac, tac, tac, tre colpi di bacchetta sul reggispartito, e il plettro scende sulle corde, con dolcezza e rabbia, a consumare il suo desiderio di suoni.

Non c'è più Fiesole con la sua panoramica, i suoi giardini e gli alberelli delle vallate. Non vedo più il sole e non sento il vento.

Con il mio cappello e la mia giacca neri, con una chitarra in mano, sto esibendomi in uno stadio mai così stipato, e per una sola persona. Divento Vasco quando faccio "Una canzone per te" e "Una nuova canzone per lei", divento Cocciante cantando "Margherita", oppure mi trasformo in Bennato urlando "Sono solo Canzonette" e "Un giorno credi", e ancora Battisti, Baglioni, De Gregori e De André.

Non mi giro per ricevere gli applausi. Lo show deve continuare; la tenzone non è terminata; chi sospenderebbe una serenata?

Eppure gli occhi del maestro riescono a vedersi alle spalle, così come il cavaliere scorge tra le fessure dell'armatura la trepidazione e l'affanno della bella che prega per la sua vittoria. La ragazza è sempre a pochi passi dalla mia schiena. Ha i lineamenti molto marcati, che si stagliano in un dolce ovale abbronzato in cui risaltano gli occhi blu. I capelli neri e ricci. Un ampio sorriso bianco continua ad accendermi e ad esaltarmi, e nello stesso tempo mi confonde: è veramente indispensabile che continui lo show? mi chiedo. O ci sono cose - cose che desideriamo con tutto noi stessi anche se richiedono il coraggio di lasciare gli schemi e i rifugi abituali - per cui lo show, la corrente che ci trasporta, le nostre abitudini e protezioni, vanno interrotte e rimandate? Perché devo continuare il mio show, e non andare da questa stupenda ragazza? Perché continuare a fingere di non avere notato i sorrisi e gli sguardi, e continuare a recitare? Forse perché recitando evitiamo di esporre noi stessi, ci proteggiamo e ci nascondiamo nella commedia, nei suoi schemi provati e riprovati e che tanti pericoli ed incognite evitano. Se continuo lo show posso evitare di cercare il coraggio di parlarle.



Così continua il mio show come tanti altri show sono continuati; forse addirittura portati avanti da chi, fingendo di esaltarsi e convincendosi davvero che lo show debba sempre e comunque continuare, ha finito per smettere di vivere la sua vita per vivere la vita prevista dal copione.



Le luci rimangono soffuse e l'atmosfera è all'apice: sento che il pubblico attende una nuova canzone che lo faccia ridere e piangere, urlare! Che gioia sentire il pubblico che vive per te, che ti segue con lo sguardo, con l'udito, e che ti cerca con le dita protese. E' un genere di amplesso platonico, ma in grado di avvicinare magari più di quello fisico. Si è una persona sola e le emozioni sono unitariamente guidate dalla mia chitarra.

Mi ubriaco di queste sensazioni, consapevole dell'attenzione della mia dama.

E accetto il continuare dello show, accetto la mia parte; non importa quanto desiderio io abbia di scendere dal palcoscenico ed abbracciare il mio pubblico speciale; questa scena, questo paragrafo della mia vita è stato scritto perché io sia l'attore ammirato ed applaudito, ma rimasto sconosciuto; se mai scendessi veramente dal palco romperei un incantesimo, una vicinanza ed un abbraccio col pubblico che non sarei in grado di ricostruire con la semplicità di una presentazione e di qualche parola; il mio incontro con queste luci soffuse e con questi invisibili applausi ha il dono della magia: come dal nulla appare cosi nel nulla può scomparire.

Si, credo veramente che questa volta continuare lo show sia importante, che non significhi sfuggire ad altre paure.

Il plettro così continua la sua danza tra canzoni d'amore, canzoni di ladri, puttane e di guerra. Canto tutto quello che so.

Ogni canzone rappresenta un ricordo ed un'emozione lontana che si riavvicina, piano, con timore, quasi ritorna nel cuore di oggi; ma poi si avvede del tempo che è passato e stupita, spaventata, scappa e si ritira in un lembo più lontano di anima. Questo nascondino di sensazioni accomuna chi ascolta e chi canta. Non importa se le storie sono diverse. Cosa può avvicinare di più?



Eppure anche i concerti e gli spettacoli terminano. Alcuni perché gli attori giungono al termine dell'opera, altri invece perché qualcosa rompe la magia, spezza il connubio tra chi sta sul palco e chi siede in platea. Nel primo caso sono gli spettatori a soffrire il divorzio. Ma molto di più soffre l'artista che scopre, rapito dalle ali della musica, che qualcuno ha riacceso di soppiatto le luci ed ha fatto fuggire, senza un applauso o un saluto, chi volava con lui.

Lei si è alzata improvvisamente.

Ora riesco a guardarla direttamente. A qualche metro da me si ricompone, si spazzola l'erba dalla maglietta e dai capelli. Si muove inaspettatamente turbata, come chi ha litigato con la sveglia ed ha rimandato fino all'estremo il momento della dipartita. E' veramente bella. Cammina sulle punte dei piedi e pare danzi mentre scende il sentierino che mi passa accanto. Acquista il fascino della bambina nel suo procedere saltellando sulle scarpe a tennis bianche. Aspetta fino al punto di massima vicinanza, anche lei tradendo un po' di quell'emozione che ora mi costringe nuovamente a cantare sottovoce, per far risplendere il suo stupendo sorriso e permettermi di affondare un attimo nel blu dei suoi occhi. E' contenta di aver passato assieme a me questo tempo. Sono certo che è felice di essere entrata in quel teatro dalle luci soffuse in cui si è intimamente congiunta al cantante, senza che questi abbandonasse lo show, per far ciò che magari ognuno fa quando la incontra. Il suo secondo sorriso mi ringrazia e mi saluta. Scompare dietro agli alberelli in fondo al sentiero e rimango in silenzio.

Niente è più silenzio di quello che segue un magico concerto. Scopro che è così anche per i cantanti.

Questo silenzio riporta anche Dante e i cavalieri al loro posto nella mia memoria e nei miei sogni. La chitarra è adesso un pesante aggeggio da cui escono accordi privi di passione, che non si librano più in volo ma che al contrario paiono incapaci di essere uditi. Mi chiedo che forza possieda, quale potere abbia la solitudine per ritornare sempre così prepotentemente in me, in noi, dovunque e senza preavviso.



Avrei dovuto seguirla, chiederle il nome e magari sapere dove abitava, che faceva a Fiesole. Tante cose potevo domandarle una volta terminato lo show, magari mentre si faceva insieme la strada di ritorno. Ma che accidenti ho aspettato, mi domando!? Sono rimasto qui facendo finta che non mi importasse della sua scomparsa, impassibile, idiota strimpellatore di una musica diventata vuota come il rumore di un rubinetto che perde. Perché tante volte non smetto di recitare e affronto i giochi che la vita mi propone, senza titubanze disastrose, senza pensare a come si comporterebbe chi si comporta spontaneamente? Cosa sono la timidezza e la vergogna se non strumenti che trasformano i rimorsi in rimpianti? Il mondo come andrebbe se fossero molti di più i rimorsi e molto meno i rimpianti? Probabilmente l'uomo è l'unico animale che conosce la distinzione tra rimorsi e ripianti e ne cerca - è giusto, logico, corretto? - un equilibrio.

Ma l'equilibrio che vale nel mondo in cui vivo non può mantenersi qui, durante un viaggio in cui voglio osservare e scoprire quali regole è giusto rispettare e quali no, un viaggio che provi a spiegarmi chi desidero essere e quali equilibri dovrò ricercare. Hic et nunc le regole e le consuetudini che mi imprigionano vanno spezzate e dimenticate. Come capirne altrimenti la fallacità? Ora non ho più la scusa dello show che deve continuare dietro cui nascondermi: solo banalità del tipo "ma dai... l'hai vista arrivare in macchina assieme a qualcuno... cosa speri che sarebbe accaduto anche se c'avessi parlato...". E' come nascondersi dietro ad una scopa: è stata qui a fianco gran parte del pomeriggio, santo Dio! Solo un insicuro coglione come me poteva evitare di parlargli e addirittura compiacersi di non averlo fatto perché così si lascia maggiore spazio alla immaginazione di ciò che sarebbe potuto accadere. Se non ci provi, infatti, rimane sempre la piacevole sensazione di averci potuto provare, e la possibilità di confortarsi con i sogni che nascono da ciò che non è accaduto e che quindi non può cancellare le nostre fantasie.

Ma anche qui - appunto qui! - esiste un punto di equilibrio: possiamo tranquillamente rimandare alla fantasia situazioni inattuabili o per le quali le emozioni sognate saranno di certo più intense di quelle raggiungibili nella realtà, e dunque arrestarci un passo prima di compiere l'intero tragitto, di scoprire tutte le carte, di conoscere, assaporare, odorare o toccare la totalità di ciò che incontriamo. Per cose, il cui sapore, odore o aspetto promettono tanto più di quanto possa concedere il parossismo della nostra fantasia, è invece doveroso compiere anche l'ultimo passo, poiché il rischio di veder sfumare, oltre alla realtà, anche i nascituri sogni sarebbe questa volta ben ricompensato.

Non sempre è evidente dove si pone questo punto di equilibrio, questo dare e avere tra fantasia e realtà, dipendendo dalle nostre capacità di sognare e dalle nostre capacità di emozione, che, come pesi, determinano, misurandosi anche con la nostra storia e il nostro coraggio, la scelta che ci è preferibile.

Certo, non sempre è evidente... ma mi sa che stavolta, per come ora mi sento vuoto, l'equilibrio sia stato piuttosto nettamente dalla parte della realtà.

Stupito, è perciò per merito di questa fredda logica di economista che decido di ritrovare, qui a Fiesole, l'immagine di colei che già decidevo di lasciare a completo e unico dominio dei sogni.



Cerco già con gli occhi quella maglietta bianca e blu mentre mi affretto a riporre la chitarra nella custodia e gli spartiti nello zainetto.

Ancora una volta, superate le innumerevoli titubanze del giusto o sbagliato, la decisione e la sicurezza amplificano le mie forze e così annebbiano ogni pensiero che non sia la ricerca di lei. Arrivo fino in cima alla camminata panoramica tra frotte di ragazzini e ragazzine in gita, quindi assai baldanzosi ed invadenti, che paiono sinceramente stupiti nell'osservare un tipo dal cappello nero che si sfianca per giungere in vetta, negare un'occhiata al tramonto fiorentino, e precipitarsi immediatamente verso la piazza bassa. In alto dunque non c'è. Tutte le mie speranze le ripongo nella piazza in cui si trovano il gelataio, il parcheggio e la fermata dell'autobus. Se non è qui... non so.

Giro la totalità della piazza, scrutando ogni gruppo e persona, lanciando occhiate disperate all'interno dei bar: niente. L'ho persa.

E mi accorgo che allo scemare della speranza vanno diminuendo esponenzialmente anche le forze fisiche. Non devo scordare che non ho mangiato e che devo cercare un negozio di alimentari per la cena della sera. Le energie che mi restano occorrono alla sopravvivenza. Questo mi acquieta: le difficoltà, nel momento in cui sopravvengono o nel momento in cui si prende coscienza della loro esistenza, possono cancellare i tormenti dell'anima - siamo anima e corpo, ma saremmo anima senza corpo? -.

Nella tranquillità di chi, sapendo di non poter in alcun modo superare l'esame, attende spensierato il termine della prova - la tranquillità del certo sconfitto insomma - decido di sedermi alla fermata del tram. Saluto con lo sguardo una Fiesole che non ho veduto e mi chiedo, lasciando ora spazio alla fantasia, quale romantica ed antica atmosfera ho perso evitando di esplorare il centro storico.

L'autobus arriva presto. Salgo, obblittero automaticamente il biglietto e prego l'autista di avvertirmi quando raggiungeremo la fermata giusta. Incurante delle occhiate di disapprovazione occupo, sfinito, un paio di posti nel fondo dell'autobus e ascolto il rombo del motore che annulla per un attimo i miei rimpianti, la mia fatica e la mia stanchezza.

L'autobus ci mette una decina di minuti a raggiungere la prima fermata. In questi minuti già mi scordo di Fiesole e della sua magia. Guardo con disattenzione - è tutto un giorno che mi concentro sui volti delle persone! - quelli che salgono scorrettamente dalle porte centrali. Sono molti: evidentemente la strada che porta alla prima fermata del numero sette è più piacevolmente percorribile a piedi che non in tram, chitarroni permettendo.

Ma mi accorgo di lei, seppur con un ritardo comunque colpevole. E con ancora più colpevole titubanza e confusione rimando la decisione di avvicinarmi a lei: aspetto che si accorga di me. Però mi volta la schiena e se sto seduto la gente che affolla l'autobus rende impossibile incrociare di nuovo gli sguardi.

Finalmente decido di alzarmi e così di spostare qualsiasi insignificante qualcuno si ponga tra me e lei. Le arrivo a pochi passi dalle spalle. Decido di parlarle quando l'autobus inizia la frenata e riconosco che sono arrivato alla mia fermata.

Non posso scendere ora... non dopo che il destino si è divertito a farci riincontrare. Non scendo! mi dico. Scenderò quando scenderà lei. Che simpatico scendere assieme, già immagino. Che posto fantastico una fermata dell'autobus di un'altra città per fermare una ragazza. Sono certo che mi parlerà a quella fermata dell'autobus, qualunque essa sia.

Già sto quindi sognando quando l'autista tira il freno a mano - gesto che segnala grosse novità o inconvenienti e che sempre mette i passeggeri in apprensione - lascia il posto di guida e, con mio grande terrore, in piedi si gira per guardarmi negli occhi. So che gli attimi che seguiranno a breve sono ormai segnati: sono a fianco della porta, questa è la mia fermata, le persona dell'autobus cercano e vogliono il colpevole che ha fatto alzare il conducente.

Dico: "Grazie, molto gentile" quasi contemporaneamente al "E' questa la sua fermata" del conducente. E ora, davanti ad un pubblico che pare applaudire la gentilezza senza però comprendere la mia disperazione, scendo l'ultimo palco che Fiesole mi ha offerto.

Lei si è girata, quasi spaventata ha atteso che scendessi, poi mi ha guardato incerta... e mi ha regalato ancora il suo stupendo sorriso. Il suo saluto diceva: "Forse è meglio così
$... niente è più bello degli amori impossibili". Alla fermata sorrido: questa volta ho fatto di tutto per trasformare un sogno in realtà. Ma ho trovato un destino che, sebbene si sia divertito parecchio a confondere la fantasia col mondo reale, ha voluto riaffermare la sua supremazia sulla nostra vita. Forse l'equilibrio a cui prima pensavo non esiste. Forse è tutto buffamente deciso dal destino.
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O forse, ora, questi pensieri mi servono a sentirmi meno solo.





ARMANDO RE DEI BARBONI

Sono seduto su una sedia di plastica bianca, la chitarra è distesa nell'erba al mio fianco. Sento provenire dalle finestre dei piani superiori il rumore delle docce; dal bosco che circonda l'ostello arrivano invece gli ultimi canti degli uccelli e lo stormire degli alberi.
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E' stato una giornata emozionante: anche le emozioni speciali, come il buon vino, richiedono un attento esame dell'odore e del gusto attraverso riti e cerimoniali che enfatizzano, con la flemma di un sommelier che libagiona sbattendo lingua contro palato, la qualità del calice bevuto. Appunto nella frescura del tramonto ho l'occasione di gustare il dolce o l'acidità, la gradazione e il retrogusto delle ore vissute a Firenze. Non si tratta di ricordare. E' proprio "gustare" il termine giusto!

Nel giardino a fianco dell'ostello ci sono solo un paio di ragazze tedesche che cenano consumando un pacco di provviste. Decido di fare altrettanto. Ho comprato due panini e qualche etto di formaggio al negozio che sta all'inizio della salita, a fianco della fermata del tram che porta in centro, ad alcune centinaia di chilometri da qui mi pare. Mi chiedo quali affari faccia un tale negozietto spennando in pratica la totalità di coloro che soggiornano a villa Camerata - non esistono altri negozi accessibili, soprattutto per chi viaggia con lo zaino -. Ma ognuno fa il proprio gioco... mica posso pretendere che un negoziante si faccia scrupoli nel far pagar la roba!
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Apro i due panini con le dita e sempre con le dita spalmo il formaggio - mi accorgo che l'utilità della pulizia è cosa ben marginale quando non si hanno le gambe sotto un tavolo; marginale se non buffa -. Quanto si diventa retorici se si dice che quando si ha fame tutto diventa squisito: in fondo i padri, i nonni e i bisnonni hanno sempre ragione... infatti sono retorici.

I panini, il fresco, il silenzio del bosco, l'erba che mi circonda, l'albero di rusticani che diventano il mio dessert, una birra che mi sono concesso come premio per la prima giornata di viaggio, tutto ciò mi fa amare la solitudine in questo giardino. Vorrei restare qui, fermo e immobile ad ascoltare il vento, fino alla scomparsa del sole, fino a che il sonno non riaccenda la luce in altre dimensioni.
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Il freddo e il desiderio di una doccia - desiderio ancora vigile la prima giornata di viaggio, ma che, secondo quanto mi consiglia l'esperienza, tende progressivamente ad assopirsi col passare del tempo, quasi a divenire una malinconica ed inutile e dispendiosa abitudine - mi riportano in camerata, dove, con grande gioia e sorpresa scopro di essere solo - esistono dunque solitudini che regalano felicità! -.
Quest'ostello sembra deserto, mi sorge quasi il dubbio che le persone mi evitino. Ma questa tranquillità è provvidenziale al momento della doccia. E' infatti questa la situazione di massima vulnerabilità per chi viaggia da solo: non è certo possibile portarsi in doccia tutto quanto normalmente si tiene sotto controllo. Occorre perciò proteggere quanto rimane in camerata nascondendolo tra le lenzuola o in fondo allo zaino: in pratica poi si finisce per contare esclusivamente sulla buona fede del compagno di stanza.

Poiché non c'è nessuno - non so infatti se in presenza di qualcuno avrebbe prevalso ugualmente la prudenza o viceversa il rispetto della buona fede altrui - mi permetto di chiudere a chiave la custodia della chitarra e di agganciare quest'ultima allo zaino per mezzo di un lucchetto. Questo obbligherebbe un eventuale malintenzionato a trasportare uno sopra l'altro il cassettone della chitarra e il sacco: che ridere. Metto poi tutto quello che ha maggior valore - soldi, orologio, documenti - nello zainetto che porterò con me in doccia e lascio il resto - vestiti, medicine e spartiti - alla rinfusa sulle coperte, poiché più disordine c'è e meno selezionato potrà essere un eventuale attacco. I libri e le guide invece, più per una questione di coscienza che per la certezza che un tale comportamento sia veramente efficace, vanno sotto al cuscino.

Ho un'ultimo problema tattico da risolvere: la sostituzione degli strumenti visivi. Quando decido di fare la doccia senza lenti a contatto è necessario prevedere dove andranno appoggiati gli occhiali nel momento dell'abluzione, in quanto non è pensabile affrontare il tragitto stanza-bagno con la naturale, ed irrilevante, visibilità che i miei soli occhi mi concedono. Mi munisco di un sacchettino impermeabile e di asciugamano e sono pronto alla doccia.

Arrivo nella stanza con l'idicazione showers ed è buia. Sono ancora fortunato: potrò ancora godere di quella speciale solitudine che tanto si può desiderare nei momenti di intimità - ecco un'altro interrogativo curioso che mi accende i pensieri: quindi una persona finisce per stare tanto meglio sola quanto più necessità di momenti di intimità... va bè ma che vuol poi dire intimità se non desiderio di solitudine? -.

Scelgo una doccia delle tante, e intanto noto che accendendo la luce si aziona automaticamente un ventilatore. E' fantastico! Il rumore del ventilatore, come quello del phon, mi ha sempre fatto un effetto rilassante e rassicurante, quasi l'eliminazione della percezione dei suoni esterni al mio microcosmo mi proteggesse da ogni pericolo. Ho dunque ancora più intimità.

Attrezzo una delle numerose doccie con il mio seguito di asciugamani, biancheria, sapone - regalatomi in ostello-, zainetto e sacchettino per gli occhiali. E' un'opera ingegneristica. Non è sufficiente appoggiare; occorre valutare gli spruzzi dell'acqua; è necessario avere lo spazio per usare il sapone senza infradiciare il resto; bisogna prevedere che, a lavaggio eseguito, non sarà possibile spostare tutto per prendere l'asciugamano che perciò deve rimanere in prima fila; gli occhiali, infine, devono restare comunque a portata di mano: sono la mia comunicazione con l'esterno.

Sperando che l'impalcatura regga giro il rubinetto e dimentico l'ostello, la chitarra, gli occhiali, lo zainetto, la stanchezza, oggi, domani, tutto. Se mi chiedessero ora di definire la doccia direi che la doccia è tutto e nello stesso tempo è niente: quando fai la doccia... c'è solo la doccia! Mi accorgo quindi che, poiché tanto più una cosa è sudata tanto più si prova piacere nel raggiungerla, ciò che mi ha portato sotto questo getto d'acqua ha reso il getto stesso una vera e propria cascata, un'oasi del deserto, una soddisfazione unica. Questo è il potere delle difficoltà. Farci amare una vita che diversamente, spesso, non apprezzeremo pienamente.

Il piacere di questa doccia filosofica termina improvvisamente quando entra un ragazzo seminudo, privo dell'organizzazione che invece ha caratterizzato il mio spostamento, che si lancia dentro allo scomparto alla mia sinistra e, senza alcun rito benedicente, semplicemente si lava. Chiudo il rubinetto e riordino il mio piccolo esercito di oggetti, con un atteggiamento sacrale che non mi ricordavo di possedere. Provo un senso di gratitudine verso questa doccia e verso i miei stessi oggetti che l'hanno resa tanto cerimoniosa e benefica, ed anche verso lo sconosciuto che mi regala una grande gioia nel vedere la sua biancheria cadere in terra e infradiciarsi nell'acqua di migliaia di altre docce. La bestia che si sta lavando nel box a fianco un'altra volta imparerà che significa docciarsi in un ostello.

Tornato in camerata le operazioni di riordino sono assai veloci e semplici. Gli indumenti, sporchi e puliti non importa visto che domani saranno uguali, li infilo nello zaino. L'asciugamano l'appendo al letto a castello. Restano fuori la tuta che indosso, i libri e tutto ciò che appartiene al reparto medicine e bellezza. Tutto va nello zainetto. Le scarpe e gli spartiti sotto il letto. Scendo in ciabatte; per la prima volta cammino senza esuberanze di peso e di volume.



Ho deciso di accomodarmi nella sala di ricreazione a fianco del bar in cui si vendono ogni genere di lattine e bottiglie di birra. L'ostello figura tutto occupato ma nella sala, me compreso, ci sono soltanto cinque persone. Continuo a domandarmi il motivo di tale apprezzabile defezione, visto poi che per arrivare a Firenze da qui occorre vendere l'anima al diavolo. Devo però ricordare che non tutti si portano dietro una chitarra, che tutti o quasi viaggiano in compagnia e che, se io non so del tutto perché sono qui, ciò non significa che gli altri non abbiano deciso di essere semplici turisti. Quindi la spiegazione di questa tanquillità è semplicemente che sono le nove, c'è valuta estera da spendere e una città pronta ad accogliere nelle anse del suo fiume chi ama sollazzarsi tra le risate e i sorrisi provocati dal chianti.

Sono più che mai contento di provare piacere nella lettura di un libro. La mia serata è qui. E non è detto che la mia fantasia non riesca a concedermi più di quanto non facciano gli occhi di chi è sceso in città.



Prima di cominciare la lettura mi incanto a guardare un ragazzo biondo, apparentemente più giovane di me, che, dinnanzi ad un sacchetto di panini e di frutta, cenando esterna un sorriso che riconosco. E ritorno a pensare alla necessaria programmazione, alla indispensabile praticità, alla improrogabile continua attività a cui mi arrendo ancora, come già feci negli anni e nei viaggi passati, quando decido di agrappare la mia vita a tutto ciò che ho nello zaino. Lasciando il guscio del nostro infinitesimale ma inattaccabile universo casalingo diventiamo, è vero, capitani di navi che non temono le colonne d'ercole e viaggiano felici verso qualsiasi mare, ma automaticamente riscopriamo, assieme all'euforia, quello che enfaticamente può definirsi "istinto di conservazione". Ci si scopre immersi nella foga della ricerca del cibo, del luogo per dormire, del bagno, del letto, dell'ombra, del sole e di tutto quanto già ci è parso scontato. Si apprende così a programmare, ad essere pratici, continuamente attivi, a misurarsi anche con le banalità. Probabilmente Gide si riferiva a situazioni assai più nobili quando affermava che gli uomini ritrovano davvero sé stessi innanzi al pericolo; tuttavia, nel suo piccolo, credo che esista un parallelo tra la situazione di pericolo sottintesa dal letterato francese e la condizione di naviganti inesperti e vulnerabili dei giovani che girano in sacco a pelo.

Il sorriso del ragazzo biondo è forse immagine di quella soddisfazione, per l'ottenimento di un banale obiettivo quale la cena, che già ho conosciuto appunto. E ora sono qui per ritrovarla ...credo!?

O forse sono qui per permettere alla necessaria programmazione, praticità, ecc. di sottrarmi energie e tempo in quantità sufficiente a garantirmi l'isolamento dai miei dubbi e dalle mie paure sul futuro? Non è che stia cercando di sacrificare ad una emozione ben nota - quella del ragazzo biondo che sorride -, i miei pensieri, il mio otium, in modo da sfuggire, spensierato, alle responsabilità delle mie scelte? Davvero questo farsi sopraffare dalla immediatezza e dalla oggettività è il modo migliore di ritrovare sé stessi? Non credo di poter rispondere. Queste domande nascono solo ora, davanti all'immagine di un ragazzo spensierato che ero io ai tempi dei primi interreill, quando non cercavo certe e precise emozioni - ancora non le conoscevo - erano loro a trovare me! Mi illudevo, alla partenza, di ritrovarle oggi senza traumi. Invece sono qui a meditarci addosso.

Ma allora è ancor più: il fatto che io senta il desiderio, questa sera, di interrompere la frenesia dell'attività di viaggio per concedermi attimi di pensiero e di lettura, denota forse il bisogno di mantenere le distanze dalla completa spensieratezza; denota una interna consapevolezza che il superare le difficoltà della pancia non sarà sufficiente a soddisfare la tranquillità dell'anima. Questo mio desiderio di leggere rappresenta la differenza maggiore tra quel che sono e quel che ero.

Sono dunque riuscito a legittimare nel modo più convincente la mia solitaria serata di lettura.



E' buffo che il soggetto delle avventure che mi appresto a vivificare, cioè il Boccadoro di Hesse, sia un vagabondo in cerca di se stesso, o meglio, in cerca di un significato per la sua vita. E' buffo perché la scelta del libro non è stata mia, visto che è un regalo, né tantomeno posso dire di averlo portato con piena coscienza del suo contenuto. Diciamo pure che l'ho infilato automaticamente nello zaino senza alcuna riflessione sulle affinità che possono vedersi tra me errabondo e Boccadoro. E che perciò mi piace ringraziare il destino per l'ironia che talvolta si concede nelle sue decisioni.

E leggo le storie di un giovane che vive grazie all'amore e alla simpatia degli altri, che vive cercando quello spirito che non trovò nelle matematiche e nella fede, concedendosi alla vita senza nulla domandarle se non di vivere, amando gli altri come uomini e donne e non come appoggi e baluardi per una esistenza più tranquilla, le storie di un giovane che lega la sua anima al mutar del vento e così vola alla ricerca di ciò che gli sussurra il cuore... e leggo la poesia hessiana della favola della vita, e mi accorgo di... che annuso uno sgradevole, un terribile odore.

Una puzza improvvisa mi ritrasporta dalle lievi colline germaniche del medioevo allo squallidamente bianco semi-refettorio da cui ero partito pochi minuti fa. C'è un uomo ora accanto a me. Un uomo che guarda il vuoto innanzi ai suoi occhi, che pare pensare profondamente a qualcosa di lontano. Gioca con le mani e con la penna prima di estrarre da una borsa di stoffa grigia una sorta di agenda, e di ricamarci all'interno alcuni disegni e crittogrammi. Ha parte dei capelli e dei baffi di colore argento, la pelle bruna, gli occhi chiaro metallo eppure in grado di trasmettere mitezza, dolcezza, e forse anche tristezza. Anche i vestiti, la sua giacca e i pantaloni, pare non vogliano rallegrare la grigia immagine di quest'uomo che potrebbe essere mio padre. E' da lui che arriva il puzzo micidiale, inconfondibile, di sudore misto all'odore di roba consunta, mai lavata, sporca insomma.

E' insopportabile il primo impatto, tanto che spudoratamente mi alzo e mi risiedo nel posto più lontano possibile. Mi guarda. Sono certo che sa cosa penso di lui ora.

Stramaledetto vagabondo, dico tra me e me, nemmeno mostra di dispiacersene, pare sia tutto normale, pare che le reazioni di coloro che lo circondano appartengano ad un mondo che non lo riguarda, che non trova interessante, che un tempo ha classificato insignificante e da cui ha consapevolmente deciso di togliersi. Certo ha proprio l'odore di un vagabondo! Mi ricorda Armando: aveva lo stesso odore.



Armando doveva essere nato più o meno una sessantina di anni prima, in qualche paesello della Toscana, quando io lo conobbi sul lungomare di Bordighera.

Fermai la mia graziella arancio colpito da quel signore dalla lunga barba bianca che ricopriva parte della passeggiata con un gran numero di fogli. Lessi a caso uno di quei fogli:

"Maledizione"
"Non maledire, uomo
i tuoi ricordi
Perché un vecchio
senza memorie
non è mai stato fanciullo
non conosce la gioia
delle lagrime
non è
e non è mai esistito."

La firma forse mi ha colpito più della poesia. L'autore si firmava "Armando re dei barboni". L'uomo dalla barba bianca si accorse del mio interesse per la poesia e mi venne incontro sorridendo.

Mi chiese: "Ti piace? Se ti piace te la riscrivo ora su un foglio e te la regalo".

Avevo sentito dire di poeti viaggianti che componevano per i passanti ma trovarne uno che sembrava vivesse di quella stramba professione mi lasciava esterefatto ed affascinato. Non risposi subito alla sua domanda. Lo guardavo cercando di dominare una curiosità che andava ben oltre la poesia. Poi gli risposi: "Si certo è carina. Sei tu Armando... il re dei barboni".

Terminai la frase con una colpevole titubanza che provocò il risentimento di Armando.

"Si sono il re dei barboni, o dei clochards se più nobile ti sembra... ma chi sono i barboni? Noi che giriamo per le strade, voi che leggete il "Sole 24ore" o tutti, sia noi che voi, in infiniti modi diversi?".

La cosa mi conquistò: potevo entrare in un argomento che mi incuriosiva da tempo.

"Beh!... Credo che tutti si sia un po' barboni e un po' signori" dissi "e non penso certo che la signorilità venga misurata dai vestiti, dall'abitazione o dai soldi.... è vero: signori si nasce! Forse un re dei barboni finisce per essere assai più nobile di un re metropolitano". Ora tornava ad osservarmi soddisfatto.

Mentre mi scriveva la poesia su un foglietto mi chiese il nome. Interpretai la cortesia come un permesso a nuove domande - in realtà poi scoprii che del mio nome non gliene fregava un bel niente visto che me lo chiese almeno una decina di volte -.

Gli chiesi di raccontarmi un po' della sua storia, aspettandomi una reazione rabbuiata. Invece pacatamente prese a parlare di una vita nata verso i quarant'anni - infatti da lì, afferma, iniziano i suoi ricordi - quando suo figlio gli propose una innocua domanda: "Papà! Se tu incontrassi il genio della lampada, che ti concedesse di realizzare un tuo desiderio, quale desiderio esprimeresti?".



Alle domande innocue che sorgono da bambini si crede di poter sempre rispondere una volta cresciuti. Tuttavia a volte - e quella era senza dubbio una di quelle volte - l'innocenza e la semplicità scoprono timori e confusioni che si pensavano superati, che si erano dimenticati, o che più probabilmente erano finiti annacquati dalla continuità quotidiana.



Armando non sepppe rispondere a suo figlio. Non seppe nemmeno mentire, perché non solo non riusciva a scegliere una priorità nei suoi desideri, ma perché Armando non aveva più alcun desiderio. La sera di quello stesso giorno abbandonò la sua casa e la sua famiglia, lasciò loro tutte le sue ricchezze, si dimenticò di essere professore universitario e corse fuori ad inseguire se stesso. Nel biglietto che mise sulla sua scrivania si ricordò di alcuni versi di un poeta sconosciuto; furono le uniche parole di commiato:

"Il giorno in cui
aprendo una porta
vi scorgessi oltre il destino dei miei sogni,
tornerò indietro e sbarrerò quella porta
e tornerò a sognare".
Non poteva lasciare altre spiegazioni.

Fece così vent'anni di notti all'addiaccio, senza una dimora che non fossero le piazze, conobbe uomini e donne della strada, e ricominciò davvero a sognare. Con i sogni arrivarono presto le poesie e la voglia di recitarle alle persone, ai suoi figli e ai figli degli altri.. lui, che fu professore di matematica!

A chi gli ha domandato da cosa era fuggito ha sempre risposto che non c'era nulla da cui fuggire perché era un uomo che aveva vinto tutte le sue battaglie.

"Ma una ragione devi averla Armando!" osai sentenziare.

"Vedi ragazzo, è proprio vivendo sul piano della logica che l'uomo perde di vista se stesso. E' proprio cercando una ragione esplicabile con un discorso razionale, che non sarei mai capace di comunicarti le mie emozioni e i miei perché. La ragione non esiste. O meglio, la ragione è nascosta. Ma non dietro alla logica! Ti posso dire che se sono ora il re dei barboni è proprio per cercarla questa ragione. E ti posso dire che un giorno ti accorgerai, camminando su una strada, di un fiore stupendo, mai visto prima, nato a pochi passi dalla tua via. Tanti proseguono e si dimenticano di quel fiore. Se ti fermerai e ti lascerai abbagliare dalla sua bellezza allora accetterai di infangarti per coglierlo. In quel momento ti sarà chiaro perché sono Armando il re dei barboni".

Rividi Armando dopo un paio di giorni e scoprii con grande rammarico che già non si ricordava di me. E pensare che al primo incontro si era rivelato entusiasta di recitarmi le sue poesie, al punto da promettermi il suo futuro libro in regalo, spedito a casa. Ma forse è il destino dei vagabondi, signori o barboni, inseguire i propri sogni, tanto più belli quanto più irrealizzabili - questo pensai del suo libro - senza farsi interrompere da quel mondo reale che hanno ripudiato. In fondo per Armando io facevo comunque parte di quel mondo. E chissà quanti altri sono stati suoi fratelli soltanto per un attimo.

Quell'uomo ha cercato la solitudine. Ho forse l'ha soltanto accettata, l'ha ufficializzata nella propria esistenza, finendo così per essere compagno degli alberi, del sole, della luna, dei sogni che trasportava con sé sui fogli sgualciti e unti. Se non fosse per l'odore di vino che mandava la sua perona, quell'ultimo giorno che lo vidi, avrei detto che quello era un uomo che aveva vinto la solitudine.

Comunque provai profondo affetto e rispetto per le parole e la scelta di quell'uomo. Si! uomo, pensai, molto più di quanto non lo sia un amministratore di società che finisca abbagliato dal successo e che non abbia tempo per sentire il figlio chiedergli: "Papà ma quale desiderio vorresti realizzare?". Uomo che ha giocato tutte le sue partite. Uomo che può aver perso, ma i cui ricordi testimonieranno una vita non regalata o prestata alle consuetudini ma tenuta saldamente tra le mani. Rispetto per questo poeta re dei barboni!



Mi accorgo di non aver per lungo tempo distolto lo sguardo dall'uomo dai capelli grigi. E mi accorgo pure che l'odore dei suoi abiti ha ormai impregnato l'intera sala. E' strano come ora non mi dia più alcun fastidio, anzi, quasi mi renda il suo portatore una persona affascinante. Sono certo che la sua storia meriterebbe l'attenzione che dedicai un tempo a quella di Armando. Entrambi portano l'odore dei vagabondi, quello stesso odore che probabilmente emanava Boccadoro.

In fondo cosa sono io, vagabondo da un giorno e perdipiù a termine, nei loro confronti. Loro certo possono identificarsi in Boccadoro, molto meglio di me! Ma la fantasia e i sogni, continuo a chiedermi, hanno bisogno davvero della libertà delle notti all'adiaccio, degli zaini e dei sacchi a pelo? I tuoi sogni Armando, le righe che stai scrivendo, misterioso signore grigio, da cosa nascono, da voi o dalla vostra vita? E tra noi e la vita che viviamo che relazione esiste... o dovrebbe esistere? Ancora domande che sicuramente non troverebbero risposta nemmeno presso il vagabondo che ho di fronte. Domande che continuano a seguirmi in questo viaggio. Viaggio a cui ho chiesto aiuto.



Non sono sicuro che esistano risposte a tutte le mie domande. Forse nemmeno credo sia giusta l'esistenza di tutte le risposte che cerco. Forse è meglio lasciare alle speranze della fantasia una considerevole parte dei nostri pensieri.

Sono disteso sul letto, dopo aver rinunciato a prolungare oltre la mia serata di viaggi illusionistici ed aver espletato il più velocemente possibile le operazioni di congedo al giorno. Le prime spruzzate di ventolin annunciano una notte assai sofferta, combattuta tra l'asma, la polvere della camerata e i violenti colpi di vento che entrano da una finestra lasciata cretinamente aperta per chissà quale ordine superiore.

I lampi e i tuoni di un temporale che si avvicina accompagnano le ultime fantasie di una giornata che mi appare già come una favola.

Incapace e nolente, non distinguo ormai più le immagini della stanza con quelle di orfeo quando giungono ad augurarmi la buonanotte pochi versi di Yeats:

"non esiste verità
salvo che nel tuo cuore
sogna, sogna, perché anche qui è il vero".



A QUESTO PUNTO STAMATTINA DIVENTO TURISTA

Il buio nella camera è profondo e completo, unicamente interrotto dai lampi di un grandioso temporale che scuote gli alberi del bosco circostante. Gli alberi paiono piangere per la violenza del vento e confondono i loro singhiozzi con le urla delle goccie di pioggia che corrono ad infrangersi, con una forza angosciante, sui tetti, sui muri, sulle finestre, sulle porte, sull'erba e sui sassi dell'ostello. Pare che solo la finestra della nostra camera possa resistere alle onde del mare in burrasca: probabilmente siamo sottovento poiché nemmeno una goccia entra a consigliare all'incauto comandante della camerata una veloce chiusura del boccaporto.

Se comunque non imbarchiamo acqua la finestra aperta si sollazza a sbattere seguendo il vento, quasi a vendicarsi della mancata bevuta.

Un esasperato disertore tra l'equipaggio si assume la responsabilità di fissare una volta per tutte l'uscio; lo chiude. Dovrei trarre un sospiro di sollievo, visto tra l'altro che l'oblò è a meno di un metro dalla mia testa, ma sono consapevole che la mia insonnia non va certo attribuita alle voci che nascono col temporale. Anzi, finisco addirittura per dispiacermi che qualcuno abbia attenuato i suoni dello spettacolo. Ora sono rimasto in compagnia di un solo rumore: quello del mio respiro.



Il buio, in cui si nascondono i nostri incubi notturni, ci appare dunque come il mantello scuro di uno sconosciuto che, forte della protezione visiva, si può divertire a mantenere una spada di damocle sulla nostra vulnerabile testa. Il sonno rimane la protezione maggiore da questa burla delle tenebre.

Se il sonno si scorda di noi allora la danza continua fino a quando lo sconosciuto che sta dietro al mantello non ci diviene amico e così, dopo ore di incognito, finisce per farci compagnia durante la notte.

Dopo qualche notte, di fatto attendiamo l'arrivo della nostra ombra notturna, e quasi ci si rammarica se il sonno arriva in anticipo.

Se tuttavia il sonno non arriva per colpa di nostri problemi respiratori non vi è alcun dubbio che nemmeno il buio si offrirà di donarci conforto. Non si sdraierà accanto al nostro letto e si dimostrerà amico ma, al contrario, si irriterà per il nostro comportamento sobillatore della quiete notturna, ci parrà sempre più opprimente fino a toglierci completamente il poco ossigeno a disposizione, e ci maledirà per ogni colpo di tosse, rendendola apposta più acuta, meno controllabile, più insistente. Il fatto che il buio che ci circonda non sia quello conosciuto della nostra camera ma sia invece un buio estraneo e straniero rende la situazione più grave e drammatica: non c'è alcuna speranza di comprensione.



Le ombre questa notte mi tormentano e io le odio. Così come odio questa asma e questa tosse che rendono tanto lunghi i minuti e le ore.

Nel mio bunker rettangolare, sopra le coperte poiché sotto ho difficoltà di movimento, mi rendo conto di quanto non esista limite alla solitudine. Entrare in camerata di giorno si è rivelato assai frustrante per la normale e quotidiana indifferenza che regola i rapporti tra gli estranei. Ma di notte, colpito da un malanno che la mamma non può guarire, mentre sento i regolari respiri altrui, di notte.... mi sento veramente circondato dal freddo. Vorrei costruire una barriera tra me e il silenzio che inizia ai bordi del mio letto, vorrei avere il pupazzo che non ho mai avuto con cui scaldarmi il cuore, vorrei che mi apparisse un angelo.... forse vorrei soltanto star meglio e dormire.

Non mi aspettavo di peggiorare tanto la prima notte fuori casa. Penso che oltre alla polvere le mie condizioni siano dovute alla fatica dello zaino e della chitarra. Fatto sta che stanotte non mi basta nemmeno il ventolin a cui, da quando sono al mondo - il che significa più o meno da quando sono asmatico - ho sempre con successo affidato il mio disperato bisogno di aria. Accorgermi della vanità della medicina peggiora la mia condizione, soprattutto quella morale.

Non ho mai desiderato, e mai nemmeno ho avuto il sentore di desiderare, di essere a casa. Ma niente è più terribile di un tempo eterno, che mai trascorre, in cui si combatte, in mille posizioni continuamente cambiate, per un filo di aria e per quietare la tosse. Niente è più terribile di terminare comunque la battaglia seduti sul letto alla caccia di quel respiro che pare fuggire sempre più in alto. Niente è più desolante di sputare una tosse imprevedibile e irrefrenabile in un limbo silenzioso, in cui l'eco dei colpi di tosse risuona ricco dell'odio delle ombre della notte. E ritornare a posare la testa sul cuscino, sperando che questo sia stato l'ultimo attacco, mentre si attende la carica successiva che sarà sempre più difficile arginare, in quanto colpisce un fisico stremato, e che renderà il buio ancora più pesante e silenzioso.

Lo stillicidio è regolare e continuo. Non può essere altrimenti poiché la tortura rinasce ad ogni ispirazione e ad ogni espirazione. Le pause coincidono con la sospensione del respiro.



Penso che domandare ad un asmatico cosa non farebbe per superare una crisi equivalga a chiedere ad un eroinomane in astinenza quanto darebbe per una dose. Entrambi conoscono il prezzo di un miglioramento momentaneo e per questo rimandano il più possibile la decisione di risolvere i loro problemi nell'unico modo che, già sanno, non gli resterà infine che accettare. L'eroinomane si procurerà la dose che spingerà i suoi passi in prossimità della tomba. L'asmatico, a cui ormai non importa del domani, cercherà il suo broncodilatatore e raddoppierà, triplicherà, decuplicherà se necessario, le dosi massime consentite dalle istruzioni. Finché, danneggiati sempre più i polmoni, i bronchi, il cuore e tutto quanto può essere danneggiato, si addormenterà stordito dal tranquillante della medicina, che, in dosi elefantiache, lo accompagnerà in un surrogato di sonno. Mentre un rantolo continua al centro del petto.



E' quasi giorno quando mi abbandono al fatal ventolin che mi spinge a forza in un ora di anestesia totale.



Ed è appena giorno quando un movimento del corpo risveglia i miei bronchi che si ricordano immediatamente di essere eccitati, salutandomi con un estenuante e lunghissimo tossire ininterrotto. Esco dalla camerata per evitare di svegliare chi ancora dorme. O più probabilmente scappo dagli sguardi di chi, con la luce, ha voglia di soddisfare la propria curiosità e quindi cerca il volto del camerata che, nel buio, scandiva i secondi col respiro.

Entro nei bagni per sciacquarmi la faccia anche se sono senza asciugamano. Mi guardo nello specchio e trovo conferma di quanto il mio torpore e il rantolo mattutino nei polmoni facevano sospettare. Sono spaventosamente allucinato. Non so da cosa sia più evidente: dalla barba, che sembra cresciuta quanto normalmente cresce in cinque notti - che cresca in rapporto a quanto lungo ci pare il tempo invece che in rapporto al tempo reale? - dai capelli, che appaiono sporchi e stanchi quasi abbiano versato lagrime e sangue ad ogni respiro, dagli occhi, lontani ed assenti, spenti, e dal colore del viso. Se comparissi con questo pallore innanzi a mia madre sarei costretto al ricovero nella giornata.

Ma va beh! mi dico. Forza e coraggio che il peggio è passato. L'aria fresca del mattino sento che già mi rigenera. E' un'aria pulita, depurata dalla cascata d'acqua caduta nella notte. E' già piacevole vivere con questo fresco che massaggia il corpo e con questa luce che scaccia i ricordi dei fantasmi della notte.

Mi incuriosisce notare come tutti si muovano automaticamente: come programmati dedicano un rituale preciso, chi alla doccia, chi ai denti, chi alla barba. Sono il solo ad essere disorientato e a pormi fuori dal tran tran. Appoggiato alla ringhiera di una finestra del corridoio mi godo l'attività di queste formichine che seguono, senza pensare e dubitare, le loro abitudini. Già!... le abitudini. Anche qui, lontano da casa e dalla vita comune le persone finiscono per costruirsi le proprie abitudini, come un riparo dai dubbi e dalle scelte, come certezze a cui affidare il proprio esistere. Il mattino è l'unico momento in un ostello, poiché tutti finiscono vincolati al preciso orario della colazione, in cui è possibile intravedere un vestigio della ruotine quotidiana. Mi fa sorridere accorgermene. Tanto più che, vista la brevità del mio viaggiare, sono il solo che non può agire seguendo schemi ripetuti e collaudati, ovvero secondo abitudine. Mi sento quasi il più libero.

Torno in camerata e la trovo in completa attività, come se si diffondesse una inspiegabile frenesia di dimenticare di aver dormito lì, assieme a coloro che stanno rifacendo il letto accanto. Scopro anche con simpatia che l'unico camerata ancora in branda è proprio l'uomo dai capelli grigi che la sera precedente ha ispirato i miei ricordi. Appare ancor più stravolto di me. E senza dubbio, oltre a me, è l'unico a fregarsene delle abitudini. Anzi, a saper non costruirsi abitudini.

Resto poco nella camera in quanto, ancora stordito dalle massiccie dosi di ventolin non smaltite nei pochi minuti di sonno, il turbinio di chi si lava, si veste, fa i bagagli, si pettina, si asciuga o piega il pigiama mi confonde, mi rende insofferente, aumenta la pesantezza della testa, e mi impedisce di capire che voglio fare di questa giornata. Penso sia saggio rimandare le decisioni importanti a dopo colazione, nella quale confido di trovare sostegno fisico e morale.



Memore delle colazioni degli ostelli nordeuropei, ricche al punto da stonare nella parca vita di ostellista e tali da rendere superfluo il pasto di mezzogiorno - quindi costituenti un bel guadagno economico - assaporo la possibilità di trascorrere una mezz'ora nella voluttà della tavola.

Il buono pasto che mi hanno consegnato all'arrivo in ostello diventa fantasticamente una ciotola di marmellata contornata da ampie razioni di burro, un cabaret di affettato e formaggio accompagnato da diverse qualità di pane tagliato a fette, una pirofila di cereali con accanto il latte fresco per zuppe zuccherate, differenti tipi di spremute, magari un contenitore di yogurt, e, perché no, un vassoio di fette di torta. Così era ad Oslo, così è stato ad Utrech, con gli italiani che, increduli di tanta abbondanza, si avventavano una seconda, una terza e addirittura una quarta volta su ogni genere di pietanza; buffo e pittoresco spettacolo di una secolare abitudine all'opportunismo.

Amabili questi italiani che a costo di farsi indicare come morti di fame, loro che sono tutt'altro che affamati, non sono capaci di resistere alla tentazione di scavalcare ripetutamente la composta fila degli anglosassoni per presentarsi, candidi ed innocenti come cuccioli, a ricevere l'ennesima razione di caffè o cioccolato. Veramente amabili nella loro debolezza di fronte alla necessità di self controll e savoir faire. Amabili perché divertenti. Divertenti perché cafoni. Ma fatto sta che all'estero accettano di divertirsi vedendoci lasciare la tavola impigozzati, sull'orlo del conato di vomito, mentre, non contenti della razzia compiuta, giungiamo persino a riempirci le tasche con pane e marmellatine.

In Italia questa amabilità non è certo riconosciuta. In casa nostra i cafoni diventano antipatici e non hanno il via libera. Qui si impediscono gli odiosi sorpassi ed eccessi semplicemente scambiando il buono pasto con un piattino in cui riposano un cucchiaio ed un coltellino di plastica, un burrino e una marmellatina, un panino proveniente dal congelatore e mal riscaldato. A fianco un bicchiere, sempre di plastica, in cui ti versano il latte, il caffè o la cioccolata. Non troppo bollente perché se no può fondere. E così gli italiani e gli aspiranti tali sono serviti.



E' abbastanza chiaro il significato: non è certo lecito aspettarsi dalle volpi le costruzioni delle tagliole. Solo in Italia poteva escludersi una colazione fondata sul buon senso e sul rispetto di regole civili non scritte. Perché gli Italiani, compreso chi gestisce questo ostello e compreso pure tutti quelli che hanno capacità di controllo, posseggono in fondo in fondo - o forse nemmeno tanto in fondo - la dote, l'istinto o la maledizione - dipende dai punti di vista - di superare e sciogliere le regole e le condizioni. Da qui proviene la costituzione del diritto scritto, dei codici romani. Occorreva necessariamente un grande apparato di leggi per frenare questa ars vivendi così colorita ed estrosa. Che non perde occasione per rifarsi alla prima occasione. Occasione che mai cercheremo di concederci tra noi.



Resto estremamente deluso dall'inizio di questa giornata e il mio stato d'animo, durante questa misera colazione, è scevro di eccitazione e di entusiasmo. Addirittura lancio occhiate di fuoco ai sempre tranquilli orientali che affollano il refettorio, ben lontano dal comprendere cosa renda questi numerosi omini gialli tanto uniformemente ligi alle regole della pacatezza e della soavità. Non risparmio nemmeno gli anglosassoni con la loro pulita tenuta mattutina, anch'essi sempre controllati e schiavi delle buone maniere. Non un capello fuori posto nel gentleman che al mio fianco, busto eretto e gomiti attaccati al corpo, spalma con garbo un burro ghiacciato su un panino di ferro. Trovo qualcosa anche contro alcune ragazze tedesche, certo più sanguigne e malmesse degli altri commensali, ma decisamente, anzi, orrendamente e provocatoriamente brutte. Ma dove sono gli italiani arruffoni, puzzoni, cafoni, urlatori e scrocconi?

Non è giornata! Ci metto ancora un po' per domandarmi con quale diritto mi ergo a giudice di questo popolo imbelle; proprio io che ho l'aspetto meno presentabile della sala. Addirittura sono sceso con gli abiti con i quali ho dormito e con le ciabatte. Sono l'unico! Eppure nessuno mi degna di uno sguardo, foss'anche di disprezzo. Gli orientali pare vedano solo attraverso gli obiettivi delle loro futuristiche cineprese; gli anglosassoni non guardano diretto perché non sta bene; le tedesche hanno la curiosità e l'estroversione delle lumache. Cristo! Nemmeno se ballassi il tip tap nudo sui tavoli riuscirei a rompere questa accettata e coccolata solitudine. E' giusto che sia io il giudice di questi ignavi. Tutti colpevoli, l'udienza è tolta ed io torno di fretta in camerata.

Qui, decido di restare un'altra notte a Firenze, di non affrettare le tappe del viaggio visto il poco salutare impatto iniziale, e di passare una mattinata il più riposante possibile.

Esco con la giacca, il cappello e gli occhiali neri: un look da passeggio, da sbarco, da struscio... niente male! Ho con me lo zainetto con le guide sulla città, con le indispensabili medicine e con una bottiglietta di plastica riempita nel bagno dell'ostello. Ho l'immagine del turista spensierato e questo mi procura per davvero un poco di serenità mentre percorro la strada che, attraversando un bosco in cui pioggia e rugiada brillano e scoppiettano ai raggi puliti di un bianco sole mattutino, mi porta alla fermata del tram che va in centro.



Aspettando l'autobus mi accorgo che il carnet dei biglietti appare notevolmente ridotto, troppo per il prezzo che è costato. Immediatamente maledico quella stronza di tabaccaia che mi ha fregato, maledico gli autobus e i controllori, maledico questi accidenti di italiani che approfittano dei turisti distratti... e certo anche un po' coglioni.

Ma perché non gli ho contati mi chiedo!? Resto qualche minuto fissando il vuoto, cercando di calcolare quanto mi hanno fregato e quanto il furto mi venga a costare in termini di biglietti aggiuntivi. Nero di rabbia cerco poi qualche ignota speranza tra i minuscoli cavilli del regolamento stampato sui biglietti. Niente. Rileggo più volte lo stralcio del regolamento dalla prima all'ultima parola. Niente di confortante.

Con il mio biglietto in mano mi arrendo all'idea di essere un pollo e di dover sborsare altri denari per soddisfare la mia sindrome da controllore. Quanto dovrò spendere, mi domando, per acquistare almeno altri tre o quattro di questi maledetti biglietti validi per due corse.... due corse?

Si, c'è proprio scritto due corse. Lo leggo ora per la prima volta.

Su tutti i biglietti del carnet sta scritto due corse di un'ora ciascuna. Quindi anche su quelli che ho gettato, dopo averli utilizzati una sola volta, stava scritto due corse. E quindi, in conclusione, non sono un pollo ma solo un grandissimo coglione. La differenza è che quella parte di astio che rivolgevo ai presunti truffatori dovrò rivolgerla totalmente verso di me, e che comunque salvo la figura di pollo verso la tabaccaia e i soldi di nuovi biglietti.

Essere l'unico responsabile delle proprie sfortune è perciò molto meglio gestibile che dividere la responsabilità con qualcun altro. Così trovo la forza di ridermela. Sai quando la racconterò! Perché è certo che la racconterò, mi dico. Autosputtanarsi è molto più divertente che essere sputtanati: almeno si ha il completo controllo della sputtanata. E comunque continuo a rendermi conto che oggi proprio non è giornata.



A volte mi chiedo cosa possa pensare la gente che mi vede, come ora, mentre parlo con me stesso; e non solo parlo, ma mi arrabbio e poi sorrido.

Non ho mai seriamente creduto di essere normale e tuttavia non penso che il discutere con il proprio ego sia sintomo di pazzia. Cioè, non penso che la pazzia debba venir giudicata sulla base di un comportamento, bizzarro si, ma che diventa abituale e necessario per chi ha una grande capacità di estraniarsi dalla realtà, per chi ha bisogno di isolare i propri pensieri per almeno un attimo della giornata, per chi trova piacere nei viaggi della fantasia. Trovarsi a parlare a sé stessi non deve spaventare più che il tenere un diario. Si tratta unicamente di avere la forza di prolungare le riflessioni ben oltre i cinque minuti serali. Si tratta insomma di tenere aperto il diario per tutta la giornata. Questo magari aiuta anche contro la solitudine e me ne frego se mi danno del pazzo o dello schizofrenico. Se i pazzi e gli schizofrenici riescono a sorridere per quello che si raccontano allora tanto meglio per loro... non sono da invidiare?



Sull'autobus lascio il posto ad una anziana signora rimasta in piedi. Mi costa veramente poco questo gesto visto che non ho il peso che ieri mi impediva ogni movimento.

Eppure non conta quanto mi sia costato, mi dico, soprattutto perché mi è venuto spontaneo. Mi colpiscono due cose.

La prima è appunto la spontaneità con cui mi sono alzato e ho domandato: "Signora si vuole sedere?".

La seconda è stata la gioia che mi ha donato il suo sorriso quando ha accettato quasi stupita una cavalleria ormai dimenticata.

Il fatto che io abbia agito spontaneamente - e quando capita tendo a ricordarmene poiché succede ben di rado purtroppo - escude che io abbia valutato che non ci perdevo nulla mentre invece guadagnavo la riconoscenza della signora. Del resto quello che mi ha donato il sorriso di gratitudine andava, certo, oltre la soddisfazione per una gratificazione ed una riconoscenza verso la mia persona.

Non mi resta che acquistare una maggior considerazione dell'uomo, che non sempre si comporta da lupo, e che in fondo conserva qualche istinto sociale. Inoltre mi accorgo che stando in mezzo agli altri diventa necessario, anche solo per qualche attimo, rompere la freddezza dell'indifferenza e provare a gettare una corda, per primi, verso chi ci sta a fianco. Non al fine di ottenere qualcosa, fosse anche gratitudine - nel qual caso diverrebbe ancora sintomo dell'egoismo dell'homo lupus -, ma semplicemente per scorgere se dentro ai carri armati che viaggiano paralleli sta una persona, pronta anche a gettare le armi per regalarci il calore di un sorriso. Forse basterebbe chiederlo più spesso. O, più probabilmente, essere più spesso pronti a regalarlo questo sorriso. O, ancora più probabilmente, sto cercando di inventare l'acqua calda.



Per fortuna arrivo in piazza duomo, ancora sommariamente deserta, ovvero popolata solo dai Fiorentini che si incrhocihano, si shalhuthano e fhanno cholhazione con un chaffè o un chappucciho. Mi siedo su uno dei quattro lati di un'aiuola-panchina di fianco a santa Maria in Fiore. Credo sia da assaporare la calma irreale che regna qui, in un luogo attraversato giornalmente da migliaia di turisti, al sole ancora bagnato del mattino, mentre i marmi verde e rosa della chiesa già reclamano la luce e gli occhi per sé. Mi sdraio su questa panchina e resto ad ascoltare la città che dimentica gli ultimi torpori ed inizia, come una trottola sempre più veloce, a girare attorno al suo magico centro.

Chissà, inizio a fantasticare, quante e quali persone sono state sdraiate su questa stessa panchina ed hanno avvicinato i miei pensieri. Ogni tanto opino che esistano un gran numero di persone a me identiche che vivono la mia stessa identica vita, solo scalata di un giorno, di due, di tre e così via. Un po' la storia degli infiniti universi che si comprendono come una matriosca russa, solo che gli infiniti "me" vivrebbero tutti nel medesimo mondo, spostando soltanto la dimensione tempo. Significato? Queste cose, la panchina, la chiesa, il selciato, sono eterne se misurate in rapporto alla durata della nostra vita. Se mai avessero la capacità di ricordare avrebbero una cultura storiografica enorme. Nel qual caso sarebbe divertente, oltre che culturalmente illuminante, riuscire ad interrogare queste cose sulle loro esperienze passate.

Ad esempio, chiederei alla panchina: "Si è mai posato qui un qualche personaggio destinato a divenire rilevante nella storia dell'umanità? Si!? E che faceva? Mangiava un panino al gongorzola che faveva un puzzo incredibile!?! E che diceva? Come.. diceva sta cupola è proprio 'na schifezza!?! Lasciamo perdere và... e ragazzi innamorati... ne sono venuti qui? Tanti dici?!! Ahh... e la storia più bella riguarda due ragazzi che si sono conosciuti su questa panchina dopo che lui era stato licenziato per l'ennesima volta e lei bocciata alla maturità. Però, un bel momento... e poi? Dici che se ne stavano seduti fingendo di non vedersi e senza il coraggio di parlarsi... capirai con la sfiga che avevano. E mò... che è successo? Come hai parlato negli orecchi ad entrambi!?! Che vuol dire che a lei hai detto che lui era l'uomo della sua vita di lei e a lui hai detto che lei era la donna della sua vita di lui!!?!! Mica posso credere che ti sei messa a parlare con questi qui... e poi anche gli hai spinti l'uno contro l'altra che già si baciavano senza sapere i rispettivi nomi!!??! Quindi tu saresti una panchina magica, quindi io starei davvero parlando con una panchina che tra le altre cose è in grado di rendere felici le persone!!?! Nooo?!! Ho capito male?!? Dici che la felicità non la puoi donare, che non è alla portata di chiunque, che bisogna crederci e conquistarla????!! Ma che significa che la felicità sta dentro di me? Quei due ragazzi li hai fatti felici però! Dici che loro non potevano aspirare a niente di più?!!? Che per loro quella era il massimo della felicità!!??! Che la felicità dipende dai sogni!!??!! Che diavolo dici.... cosa vuol dire "tutto qui!". Ahh.. mi stai salutando... mi stai dicendo di continuare a cercare e di non disimparare a sognare.... solo in questo modo potrò incontrare ancora un'altra panchina magica.... e chissà che lei non possa allora svelarmi i misteri della felicità.... Panchina!.. Panchina! Rispondimi ancora... panchina!!".

E sollevo le palpebre, convincendomi, man mano che gli occhi tornano ad abituarsi alla abbagliante luce della realtà, che la mia forza di fantasia tende spesso a sfuggire al controllo del mio conscio, e che perciò l'ultimo dialogo non si è mai svolto altrimenti che tra me e una parte di me.

Però che forza, mi compiaccio. Mi è parso di sentire sul serio una voce roca e saggia, antica e dolce, come di chi osserva divertito ed ansioso il comportamento dei protagonisti di un gioco, diventandone giudice e suggeritore. Mi ha parlato di Federico e Francesca... che dolce, in ogni caso.



Firenze e i suoi turisti mi concedono veramente un tempo assai breve di tranquillità. Infatti, sono stato subito costretto alla realtà dal passaggio di un mezzo per la pulizie delle strade, di tre macchine dei vigili e di un carroattrezzi. Ma la resa diventa inevitabile al comparire della prima scolaresca, fiume di mocciosi straripanti, ingenerosi verso il silenzio, altezzosi, superbi, maleducati, ignoranti, stupendamente fanciulli. La loro vera ricchezza è di possedere, qualunque via percorrano, il mondo che incontrano. Ma non ce lo sottraggono: soltanto lo condiscono con un po' della nostra invidia per la loro semplicità. Tutto qui. In fondo il chiasso dei bambini è quanto di più bello rimanga agli uomini cresciuti. Chi non sa sopportarlo sono sicuro sarà colui che un giorno tenterà di annullarlo col rumore delle bombe.



Mi lascio il duomo, la prima scolaresca, le bombe e le fantasie di matriosche e panchine alle spalle mentre mi dirigo, per una viuzza a caso, verso l'arno. Mi è parso di aver notato, mentre mi alzavo, una scritta intagliata nel legno, all'interno di un cuore perfetto. Mi pare facesse: "E' il giorno che riprenderai a credere alle favole il giorno che ti innamorerai. Ogni tanto qualche sogno si avvera, F.F."

Ho deciso di arrivare a S. Croce per visitarne l'interno, visto che non ricordo di esserci mai entrato. Il tragitto non ha importanza. E' stupefacente come, anche camminando a caso, mi capiti di passare innanzi a monumenti del calibro del museo nazionale o della chiesa della Badia.

Dando un'occhiata alla cartina mi accorgo di essere nelle vicinanze della casa di Dante, alcuni versi del quale sono riportati nella facciata della chiesa della Badia. Decido di non poter soprassedere e mi avvio con passo trepidante verso il monumento del poeta.

Vi trovo un edificio a due piani, abbellito e riordinato... ristrutturato! C'è un giardino molto grazioso e una tabella con su scritto il nome di un circolo culturale di poesia. Su un lato della casa che da sulla via leggo una targa: "nato e vissuto sovra il bel fiume d'arno a la gran villa". Questo, assieme ad una breve ricostruzione storica del luogo in cui visse il poeta, ricostruzione che sta in una seconda targa di rimpetto alla precedente, è tutto ciò che dimostra la riconoscenza di Firenze per il suo ostracizzato vate.

E comunque l'atmosfera di questa viuzza, i versi sul muro, i colori della pietravista rendono questo angolo del capoluogo toscano una fotografia indelebile. E poi su questo stesso ciottolato camminò Dante Alighieri, non importa se sognando Beatrice o maledicendo Bonifacio VIII; qui saranno indi passati, almeno col pensiero, i grandi d'Italia, chi a lodare e chi ad esecrare.



Le cose - insiste questo pensiero! - ci osservano mentre usciamo dal grembo materno, mentre ci sviluppiamo e ci distruggiamo. Rimangono ad osservarci quando ce ne andiamo. Restano immobili e tuttavia ci hanno dato qualcosa e qualcosa hanno preso. Questo luogo, ormai da centinaia di anni, dona a chi passa la sensazione di essere un più intimo amico di colui che qui ha vissuto. E così esalta l'amore per la poesia che, mi appare bello crederlo, tanti, uscendo dalla via, avran tentato di misurarsi con le rime. Nello stesso modo chi gira quest'angolo di città non può che lasciarci, oltre ai ricordi, anche i desideri di tornarci, dopo aver riletto la Commedia magari, o semplicemente più avanti negli anni, un po' più maturo e forse, speriamolo, un po' meno solo.



Quando riparto per santa Croce mi chiedo se il destino dei grandi sia di convivere con la solitudine. Non ricordo con precisione la storia di Dante ma rammento l'esilio, il "quanto sa di sale scendere e salir le altrui scale". E, inoltre, un'opera come la Divina Commedia deve essere costata anni di sacrifici e penso notevoli periodi di isolamento. Ma soprattutto, mi chiedo, un poeta dello spessore di Dante quali rapporti aveva con la gente di quei secoli lontani?

Già oggi, e in tal modo torno a pensare a Cristina, l'esser veri poeti comporta una sensibilità e una suscettibilità che rende spesso problematico affrontare gli altri con la spontaneità del proprio animo. Si rischia di sentirsi troppo diversi ed occorre una gran forza per non rifugiarsi in lunghi periodi di volontario isolamento.

Non ricordo chi disse che una persona realmente intelligente è quella che sa elevarsi o abbassarsi, con la stessa facilità, al livello dell'interlocutore. Ma non è una questione di intelligenza, di saper comunicare seguendo le regole del rispetto dell'altrui personalità. E' una questione di sensazioni interne, di vuoto, di solitudine che avanza quando ti accorgi di non riuscire a capire, non ciò di cui discuti - sarebbe un problema semplice e limitato -, ma le persone con cui vivi e il loro modo di vivere, e quando, allo stesso tempo, ti rendi conto che quelle stesse persone - con le quali magari anche comunichi e sei grande amico - non possono capirti, sono diverse.

Questo mi domando: se Dante è mai stato costretto a questa solitudine. Ancor più mi domando se questa solitudine sia certa conseguenza della grandezza di spirito o se, viceversa, sia la grandezza che nasca dalla solitudine. E mi ricordo di Leopardi. E mi sovviene Pavese. Quanti hanno cercato rifugio nel suicidio. Altri sono scappati a combattere guerre lontane. Altri ancora hanno riversato la loro solitudine in sogni o ideali, patriottici, d'amicizia o d'amore.

Che sia dunque la solitudine, o la fuga da essa, la musa ispiratrice di tutte le poesie, anche di quelle più gaie? In fondo quale più infinita libertà esiste se non quella della solitudine.

Eppure... eppure voglio, fortissimamente voglio che non sia così. Che nessun Dante, Manzoni, D'Annunzio o che so io, siano mai condannati ad esser poeti dalla solitudine.

Di che ho paura poi!? Chi ha detto che sarò mai poeta! In tal modo mi impongo di chiudere questo pensiero.



E così arrivo nell'ampia piazza rettangolare di S. Croce. Ci sono centinaia di persone, per la maggior parte ragazzi in gita: chi si scalda al sole, chi fa fotografie, chi addirittura organizza una partitella a calcio sul selciato. Mi sembra di essere il più anziano di tutta la piazza. Che tristezza!

E che differenza da qualche mese fa, quando giunsi qui di sera tenendoti per mano, quando ballammo al centro della piazza e del mondo e finimmo per giocare con l'acqua di questa fontana; e scaldammo le labbra bagnate fermando il tempo, come due soldatini ribelli in un carillon spento. Quanto sei lontana e dove è finita ora quella piazza?

A volte i medesimi ricordi fanno ridere a volte piangere. Non c'è una legge precisa e definita. In questo momento passo da una sensazione di tristezza ad una di dolcezza e di rimpianto. Infine arrivo alla consapevolezza di avere i ricordi più belli di tutti coloro che sono in questa piazza oggi. Li sfido ad avere un giorno così tenere memorie. E giungo alla felicità.



Sono perciò allegro quando varco la soglia della chiesa. Sulla guida sta scritto una caterva di roba ma in realtà ciò che mi interessa sono le tombe di questo pantheon delle glorie italiane.



Non ho mai accettato, nemmeno in condizioni di massima ebbrezza, l'idea di avvicinarmi per gioco ad un cimitero dopo il calar del sole. Preferirei piuttosto affrontare un plotone di skin - heads con la pretesa di spiegargli la minima differenza tra la quantità di calcio sedimentato che sta nei sassi e quello che sta nei loro cervelli.

Il pensiero di passare accanto alla tomba, al luogo in cui giacciono i resti mortali di qualcuno, mi terrorizza. E' come se mi aspettassi di sentire l'anima del fu colui che mi osserva, che mi scruta, quasi come facesse la guardia al sito che la sacralità della religione ha reso suo per l'eternità.

Davanti alla tomba, allora, mi accorgo di cercare vanamente con gli occhi l'immagine pensosa e preoccupata del trapassato, che seduto a cavalcioni della croce attende il passare del tempo, attende che il pomeriggio diventi sera, che spariscano coloro che, vivi, seguono l'abitudine dei fiori, per festeggiare il ritorno della notte e delle pace. Nel buio chiama le anime che giacciono lì a fianco e, girando per il loro albergo, sfogano i residui di istinti umani, quelli che gli sono permessi ovviamente. L'importante è l'assenza di estranei. Se un vivo arrivasse nel mezzo di un poker, di una partita a tennis o altro, allora urgerebbero provvedimenti, autorizzati indubbiamenti dall'Autorità. E qui nascono le leggende dei morti di crepacuore all'interno di cimiteri.



Per questa sensazione di onnipresenza di ombre e di spiriti, che d'altronde con la luce del sole attendono quieti l'invasione delle proprie dimore, mi affanno in un comportamento dignitoso e rispettoso innanzi ai sepolcri di Michelangelo, Macchiavelli, Foscolo, Galileo ecc., ricercando una traccia della presenza delle loro anime, superbiamente convinto di meritarmi, per chissà poi quali reconditi motivi, un loro saluto. Fremo nell'atmosfera regale che assumo e nella speranza che questa provochi sufficiente gratitudine nelle glorie. Mi arresto davanti ad ogni tomba o monumento, leggo ogni epitaffio, latino o italiano, comprensibile e non, conosciuto o ignoto. Non calpesto, tentando di risparmiare qualche calcio a colui che lì da secoli conta i passi sul naso e sullo stomaco, alcun marmo bianco tombale, che peraltro si alterna frequentemente al pavimento.

Uno qualunque di questi spiriti accettarei di scorgere. Mentre mi trovo tra loro non distinguo le loro storie, dimentico i loro differenti meriti. Mi appaiono tutti egualmente interessanti. Se solo riuscissi a scambiare anche una brevissima occhiata con qualcuno di questi che ora mi osservano, nascosti dietro il paravento dell'aldilà, ma con tante maggiori capacità di raggiungerci di quante non ne abbiamo noi di raggiungere loro. In fondo loro da qui provengono. Noi la strada per arrivare là aspettiamo volentieri di conoscerla.

Forza, premo con me stesso, fatevi vedere, forza! Ogni mia energia è protesa verso ogni angolo o oggetto possa evidenziare una traccia: un altare su cui immagino sia comodo sedersi ad aspettare, una candela la cui fiamma è facilmente oggetto di giochetti di prestigio, un cordone utile a far da dondolo, e così via.

Compio quasi tutto il giro della chiesa prima di incontrare le personalità che più mi interessano. Davanti al loro "ufficio" attendono infatti crocchi numerosi di persone. Significa che ricevono, penso scherzando, e che dunque sono presenti. Scavalco il nutrito nugulo di scolari per scorgere il viso di Leonardo. Non lo vedo. Lo stesso capita con Dante. Nulla! Gli unici volti che continuo a vedere sono quelli di tre o quattro ragazzine che paiono molto più interessate ad inseguire la mia giacca nera che i professori. Potenza delle gite. Le ragazze acquistano un coraggio leonino, attaccano, se non scappi sei perduto. Avranno meno di sedici anni.

Mentre esco, mi chiedo perché non sono stato capace di comunicare, sia realmente che con la fantasia, con nessuna delle ombre che qui dimorano. Se la mia immaginazione è stata capace di farmi dialogare con una panchina non credo occorresse molto a far apparire un Michelangelo o un Leonardo. Ingenuamente devo rispondermi che la panchina ha accettato il dialogo perché sono pochi quelli che cercano di comunicare con lei. Chi sta qui, come un divo di Holliwood, schiva le conoscenze comuni. O almeno è costretto a selezionarle. Quanti autografi firmati nei secoli altrimenti. Da morire!



All'uscita dalla chiesa dò spettacolo. Ancora al nugolo di ragazzine che mi applaudono.

Sono seduto su una panchina di marmo, esausto per la vana ricerca di contatti fantastici e con gli occhi stralunati per i centinaia di epitaffi letti, quando il signore seduto al mio fianco mi osserva e si guarda bene dal parlare prima di sorridere a tutta bocca. Dopo una solenne e gretta riduta indica alle mie spalle dicendo: "Penso che il suo cappello stia facendo il bagno!".

Orrore!

Quel cappello lo comprai in Carnaby street ai tempi del primo interreill. Rappresenta qualcosa di più degli ultimi sei anni. Rappresenta tutta quella parte della vita che ho assaporato da allora in poi. E' l'alter ego della università e delle consuetudini ferraresi. E' il mio copricapo di piume d'acquila. E' il mio wampum, simbolo di pace e di libertà. Il vento, quel vento così amico, ora sta trasportandolo di pozzanghera in pozzanghera, umiliandolo, infangandolo innanzi a tutti questi insensibili che ridono della tragedia.

Ma io non sono una melliflua dama impomatata. Combatterò per porre termine a questo pogroom, dovessi correre fino all'Arno e poi anche fino al mare: ho deciso che raggiungerò il simbolo del mio onore. Non permetterò che il vento mi rubi una parte del cuore, seppure per gioco. E chiedo al cielo di trasportare per sempre lontano i sorrisi di chi ora si spancia perché non sa.

Tuono verso il cielo e scatto colpendo di spalla le persone che diventano ostacoli. Il vento accelera e mi pare di udire, lontane e disperate, le urla del mio cappello che invocano aiuto. Cade in acqua, riparte, rotola in terra, frena ancora in una nuova pozzanghera.

Anticipo l'ultimo soffio di vento e raccolgo felice il mio gioiello, gioendo del salvataggio e della possibilità di guarirne le gravi ma rimediabili ferite. Perdono le risa del pubblico ma decido che è tempo di ritirarmi dalla scena. Mi avvicino alla fontana coccolando il mio cimiero, dicendogli che non è nulla, che basterà un po' d'acqua per togliere il fango, e così lo costringo a sciacquarsi le ferite.

Ora mi appare come un pulcino fradicio, spaventato e intirizzito dai colpi di vento sulle piume bagnate.

Decido che l'unico modo per rincuorare del tutto il mio compagno di tante avventure è di dimostrargli la completa fiducia e di porlo immediatamente a capo dei suoi doveri. Ritorna così a cavalcare i miei capelli, bagnato ma fiero, ritrovando una dignità che temeva perduta.



Ed ora non ho mete. La cappellomachia mi ha privato di parecchie forze ed entusiasmo.

O forse non è stata la battaglia appena conclusa: l'entusiasmo si affievolisce ogni volta ci si accorge di far trascorrere il tempo ingannandosi sui fini e i desideri della propria persona. In questa maniera il tempo lo si sciupa nel peggiore dei modi.

Io, improvvisandomi turista, ponendomi in testa di visitare, cartina alla mano, ciò che si dice debba essere visitato in questa città, sono stato spinto troppo lontano da ciò che ha stimolato questo viaggio. Non che l'obiettivo del mio vagabondare io sia riuscito a definirlo con precisione: tutt'altro. Ma sono certo che non sono qui per osservare e comprendere le strutture architettoniche, per seguire itinerari storici indicati ed interpretati dalle guide, per fotografare la facciata del tal museo, per farmi ammaliare da qualche cicerone, per fare il milionesimo turista di Firenze.



Sono qui per vivere; per farmi trasportare dal destino alla ricerca di quelle emozioni che qui, in una culla millenaria di arte e moti d'animo, hanno la possibilità di raggiungere il parossismo. Sono qui per uscire dalla quotidianità e per comprendere cosa questo significhi, costi o permetta in termini di solitudine, di felicità, di noia, paura e amore.

Insomma sono qui confuso, indeciso, stordito, incapace di decidere, spiazzato da una vita che non conosco. Sto forse solo cercando di orientarmi ed ho scelto la via che meglio conosco: quella dei sogni. Ma i sogni, per quanto vitali, viaggiano spesso paralleli alla realtà ed in un certo senso rischiano di confondere maggiormente. Si tratta di comprendere quanta parte di questi sogni sia possibile inserire nella vita e quanta parte farla restare solo fantasia.

Perciò occorre valutare il valore delle emozioni e il loro costo. Perché hanno un costo! Non economico ma fisico e psicologico. Ad esempio la solitudine: cercare una vita che, fuori dalle protezioni delle consuetudini, perda ad esempio le usuali barricate del bar, della parrocchia, della pizza alla domenica sera, significa confrontarsi con la solitudine, o meglio significa accettare il rischio di dimenticare meno frequentemente la solitudine. Quanto ciò costi in freddo e paura deve essere conosciuto. Non fare questo viaggio, o farlo attenendosi alle regole non scritte che comunque possono isolare il turista dal frastuono delle emozioni improvvise, significherebbe rinunciare a confrontare i miei sogni - così ancora lontani nel cielo - con le mie paure. Forse.



Rinuncio così al turismo, ai musei e agli epitaffi. Torno ad affidarmi alle correnti del destino e alle sensazioni spontanee, date da una scritta sulla vetrina di un negozio, provocate da una ragazza che va contromano in motorino, accese dalla sguardo di una persona che passa.



Quanto amo gli sguardi di chi incrocio per strada, quasi potessi vivere la vita altrui attraverso quelle due pupille sconosciute, e così soddisfare l'insaziabile fame di sensazioni che mai pare appagata dalle sole mie avventure.

E' però molto pericoloso avventurarsi, anche solo per un attimo, nella profondità dello sguardo di un estraneo.

Esiste la possibilità che nasca una battaglia combattuta a colpi di odio, quell'odio nascosto nell'animo, forse vestigio di guerre tribali, che rinasce a protezione delle proprie paure quando cadono gli steccati della privacy. Allora quest'odio viene rivolto verso quello sguardo indagatore e non ci sono freni: la capacità di odiare viene con sollievo lasciata esplodere negli occhi di chi ha voluto entrare in noi senza bussare. E' qui che perdo le scherzose guerre che di tanto in tanto mi trastullo a dichiarare inquadrando fisso il volto di qualcuno per vedere, la sua reazione, e chi di noi due avrà la forza sufficiente a mantenere più a lungo i propri occhi in quelli dell'altro. Quando mi accorgo del ghiaccio dell'odio perdo e abbasso lo sguardo, restando un istante pentito del mio ardire, rattristato dalla mia debolezza, sconvolto dalla forza dell'odio.

E' buffo come le stesse giocose guerre finisco spesso per perderle quando incrocio lo sguardo di una donna. In tal caso non riesco a sostenere lo sguardo se vedo negli occhi di lei la passione e il desiderio di conoscermi. Allora stacco e corro a rifugiarmi nelle recite di indifferenza che solo la timidezza sa inscenare.

Sia il freddo di uno sguardo triste e rabbuiato, sia l'acceso sguardo di sfida della passione mi portano dunque a distogliere gli occhi. Non ho l'equilibrio per resistervi, sbando e cado al primo attacco.

Resisto se trovo occhi che cercano amicizia e dolcezza. In tal caso il dolore proviene dal proseguire oltre, dal non avere avuto il coraggio o il tempo per fermarsi e conoscersi e tentare di scambiare a parole ciò che si è detto con gli occhi.

In sostanza, mi ripeto, è davvero un gioco pericoloso.


Ma giocare con gli occhi a Firenze, tra i clacson e le accelerazioni degli autobus, con un flusso continuo di esseri umani che ti rema accanto, disperso tra i milioni di turisti con gli occhi al cielo, non è affatto semplice. Come fare a stabilire un contatto con lo sguardo di qualcuno quando, con due soli occhi, tenti di misurare la particolarità di un numero esorbitante di persone, di continuo, in moto inarrestabile, e perse a loro volta in una vorticosa confusione di sguardi? E' forse più semplice ottenere un contatto in una chiesa vuota durante un rosario.

No, non è affatto facile questo gioco a Firenze. E la gente che incontro deve aver rinunciato ad accecarsi invano e pare abbia dimenticato l'importanza comunicativa dello sguardo. Occhi allegri certo, quelli di questi toscani, ma privi di attrazione, spinti volontariamente innanzi, nel vuoto, incapaci di guardare veramente gli occhi altrui. Anche i turisti paiono adeguarsi al comportamento dei Fiorentini. Sono incapace di trovare qualcuno con cui giocare. Non posso giocare solo.

Eppure, in piazza della Signoria dove ora mi trovo, credo ci siano non meno di un migliaio di persone. Fossi in un bosco in alta montagna, raggiungibile dopo ore di cammino e il guado di torrenti, in compagnia dei funghi e delle pigne, all'ombra di un abete secolare, sentirei meno la solitudine.



Continuo così il mio girovagare assaporando questa sensazione di isolamento ed imitando i comportamenti del turista. Tutto sommato è divertente immedesimarsi in una parte anche se totalmente estranea ai nostri interessi. Dà una comoda copertura del tempo, dona la tranquillità di chi fa qualcosa che, sa, va bene fare, che è normale fare; e nello stesso tempo, proprio perché la parte ci è fondamentalmente estranea, rimane la piacevole sensazione di non esserne prigioniero, di poterla prendere in giro questa parte di turista, di poterla sputtanare, di poterla abbandonare ad ogni volger del vento.

E giro attorno alle statue fingendo di conoscerne l'autore, impressionato dall'interesse che questi pezzi di marmo risquotono, non per la loro anima o per quella di Cosimo de Medici che, continuo a pensare, passa le giornate a cavalcioni della statua ad osservarci annoiato, ma piuttosto per un ignoto significato di una certa linea scultorea, per uno sconosciuto perché stia lì la scultura, da dove provenga, dove sia stata, e gli originali, e via! Nessuno pensa al povero Cosimo che due metri più in alto non riesce più a giocare agli sguardi con nessuno. Se sapesse cosa darei per giocare con lui.

E pochi si domandano quanto ne possa avere piene le tasche questo tapino marmo di essere toccato, maneggiato, criticato, colpito da secoli da turbe di nuovi vandali che, in nome della cultura, discendono ex novo le alpi e gli apennini per porre al sacco questa città.

Ancora in meno hanno l'idea di chiedere alla statua se qualcuno di interessante mai abbia sostato qui o se mai due innamorati abbiano conosciuto qui la realizzazione di qualche favola.

E io nemmeno pongo domande, ligio allo status di turista. Non le pongo al Cosimo e neanche parlo alla fontana, sebbene da sempre nulla abbia per me il fascino di una sorgente d'acqua lungo una strada, luogo di rinfresco e di ristoro per secoli, segnata nelle mappe dei viandanti che della loro acqua vivevano e vivono.



L'acqua che nasce in un angolo delle piazze dona vita ai monumenti e ai colonnati, ricorda incessantemente che il luogo ha un'anima, che l'immobilità dell'arte non pregiudica l'esistenza delle emozioni che nella piazza sono nate e nasceranno. Il rumore dell'acqua risveglia il sonno del marmo e richiama, continuamente, i secoli che passano lasciando tracce invisibili nei selciati e nelle mura. Lo scorrere di quest'acqua trasporta nel tempo nuovi viandanti, i quali, a loro volta, trasportano nello spazio le immagini impresse negli occhi e il conforto dell'acqua nel cuore. Dalla fontana l'acqua rivede la luce, nascosta per chissà quali sotteranei torrenti, esplode al sole della piazza tra le grida di gioia dei piccioni e degli uomini, rimane nell'aria un istante e ripiomba verso terra dopo aver scrutato gli archi, le statue, i marmi, i gelatai e i turisti, imbocca una nuova caverna e, nel buio, porta con se gli sguardi e le emozioni che nascevano là. Quanto amo le fontane! E quanto guadagnano le città ricche di fontane!



Col naso all'aria arrivo poi spensierato innanzi agli Uffizi, dove c'è una coda lunga almeno una cinquantina di metri.

Mi incuriosisce vedere quanta fatica si sobbarchino le frotte di scolaresche, i grupponi organizzati di orientali, i claudicanti viaggi organizzati dell'est europeo, per poter dire un giorno io c'ero e io ho visto. Tutta questa fatica per non veder l'ora di uscire per giocare a calcio nel primo prato o ascoltare gli stereo al massimo volume. Ore di fila aspettando di passare innanzi alla famosa opera d'arte al fine di acquietare una coscienza che reclama la foto; foto che il vicino ha scattato l'anno passato con una macchina nuova che permette il risalto del colore grigio. Aspettano una consacrazione sociale, un comportamento che fa di loro persone più elevate, salite su gradini più alti, soltanto perché lì, negli Uffizi, sono passati tutti a dire "che bello è una cosa incredibile" senza magari riuscire a vedere un fiore che sboccia nel fango a fianco della strada.

Cercano di emozionarsi innanzi alle poesie scolpite o dipinte da chi raccolse quel fiore.

E sentono di emozionarsi, loro, che mangiano la pizza ogni domenica mentre guardano dieci volte di fila i gol di Roberto Baggio, che si esaltano per una gita fuoriporta, che pagano milioni al parrucchiere, che scioperano per lavorare meno e per un sempre migliore salario, che pregano un Dio che non conoscono, che sentono i soldi, che odiano la pioggia, che puntano la sveglia da sempre, che non hanno tempo per un libro, che non hanno tempo per i sogni, loro, quelli del bar, quelli dell'associazione, del rotary che fa figo, quelli che faranno i commercialisti e quelli che amano le banche, loro, che sanno, che possono decidersi, che non hanno paure che non siano la salute e i denari, loro, che vanno dritti senza pensare perché pensare fa male, loro adesso sono in fila per entrare in un mondo che non è il loro ma che li conquista, per moda consuetudine o curiosità, come un piatto di pastasciutta.

E sono tanti, anche se non tutti.

Qualcuno solo avrà l'encomiabile coraggio di affermare che lui non ci capisce nulla, che a lui quelle opere lì purtroppo non dicono niente, che occorre una conoscenza e una sensibilità che non tutti hanno e che non è sufficiente avere una buona Cannon per essere degni di questo museo. Solo pochi usciranno senza fingere di pensare alla pastasciutta che li aspetta nel risporante più vicino. Pochi passeranno avanti, curiosi di tanta folla agli Uffizi, sapendo di non essere preparati all'immensità che dentro vi regna. Pochi si accorgeranno umili e attenderanno tempi in cui, uomini, sapranno forse meglio assaporare l'arte antica.



Tra quei pochi viaggio e scruto, fino a voltare lo sguardo alle impalcature, snobbate e trascurate dalla folla, in cui giacciono fiori e preghiere.

Questa è la realtà in cui vivono quelli che ora sono in fila pochi metri più in là. Questa è la realtà dimenticata di questa società che si incanta davanti ad un quadro perché ci si è incantato quello prima, e prima di lui quello prima ancora. Questa è la misera realtà, impietosamente condannata dall'assenza di una fila di attesa per osservare e ricordare chi davvero siamo, sempre e comunque. Questa è la realtà da cui improvvisamente si sono visti circondati coloro che una bomba qui uccise l'anno passato.

Uccise ignari di un perché, eppure tanto semplice ed universale: quelle bombe sono la realtà quanto la fila agli Uffizi, quanto l'odio di chi sta dietro, di chi sta peggio, di chi si crede migliore, quanto l'assenza di sogni e di pensiero, quanto l'assenza di un mondo giusto.

Questa è la realtà, davanti all'ex accademia dei Georgofili, in cui nascono tanti fiori nel fango senza poter essere raccolti.



UN LUOGO DI PASSIONE E MEDITAZIONE

Sono il primo a sedersi qui oggi, dopo le pulizie dell'ostello, e questo è una bella cosa, un piacere.

Non è dovuto al caso ma a tattiche apprese nei viaggi precedenti: è altamente consigliabile entrare in ostello all'ora di riapertura pomeridiana, allorché sono state sbrigate le faccende domestiche.

E' forse l'unico momento in cui tutto appare in ordine e pulito oltre che assolutamente tranquillo. C'è infatti un dolce silenzio negli scomparti a fianco al mio, riesco ad udire il fruscio delle foglie del giardino. Ascolto anche il cadenzato gocciolio di una tubatura che perde. Addirittura c'è nell'aria un profumo profondo, acceso, che mischia un che di fragola con la canfora. Non sento nient'altro.

Mi appare quasi un delitto rompere per primo questo equilibrio di silenzio e fragranza. Attendo perciò il momento più propizio, quello in cui il tempo necessario all'opera è massimamente breve, momento in cui si concentrano acutissimi passione e piacere.

Nel frattanto contemplo gli intagli e i dipinti che artisti ignoti hanno lasciato sulle pareti che circondano il mio scranno, quasi a firmare inconfondibilmente e indelebilmente un passaggio obbligato, quasi a ringraziare e a ricordare la grazia ricevuta e data in questo luogo. Noto figure classiche, archetipi della vita, eppure sempre variate, come se ogni dipinto segnasse, con l'originalità della larghezza, della lunghezza o delle aggiunte orror-naif, i desideri dell'autore, oppure esorcizzasse con una manipolazione di questi simboli universali le paure e i complessi più remoti. In ogni caso, pur avendo scarsa esperienza artistica, mi accorgo di avere di fronte alcuni capolavori.

Rifletto un attimo e mi rammento del fatto che la peculiarità delle opere è certo dovuta alla cosmopoliticità di questo piccolo museo. Alcuni di questi cactus, campanili e campane non li avevo mai visti disegnati in tal modo. E neanche riesco a decifrare ogni poesia didascalica. Rimango convinto che comunque sia un bel lavoro... e soprattutto permette di leggere quacosa se non si hanno con sé giornali.



Ho appena permesso al mio corpo di salutare poco amichevolmente, ossia in modo non privo di dolore né, è naturale, privo di odore, ciò che non riteneva proteicamente e vitaminicamente necessario, quando passi pesanti prima lontani terminano nel box alla mia sinistra, dove nasce adesso il suono di un martello.

La presenza di qualcuno che lavora qui di fianco mi consiglia, in un rinnovato pudore, di portare a termine i riti di analisi e studio della seduta nel modo più silenzioso possibile. Perciò sopporto quasi senza lamenti le ultime appassionanti contorsioni addominali; di fronte alle mirabolanti fontane di pittori ignoti dell'ultimo novecento; accanto alla squisitezza espressiva - che arte! che livelli di tregenda trivial-religiosa! - delle rinnomate bestemmie toscane, con cui, l'ospite che lavora appresso, condisce i suoi illuminati e forse illuministici - senza dubbio materialistici! - pensieri sulle donne. Anche costui parla tra sé, penso ironicamente, ed infatti è certo un artista.

Mi accorgo di aver forse commesso un errore di galateo nel non aver evidenziato la mia presenza, in quanto il solitario artista diventa un vero e proprio cantante e dà un assaggio del suo repertorio migliore, rassicurato dalla lontananza del pubblico. Il tema preferito dalle canzoni è, dovutamente, assioma dell'arte, l'amore: un critico d'arte direbbe "egli vede l'amore metaforicamente espresso da giochi di aperture, da cavalcate fantastiche, da movimenti dei corpi che, come onde continue, si alzano e si abbassano in una musica suonata da flauti e clarinetti e colpi di tamburo". Sorrido pensando con quali affreschi potrebbe costui ricoprire le pareti di ogni stanza dell'ostello.

Ma il sorriso mi finisce deglutito di traverso quando sento il mio Pavarotti che si rivolge, con immagini davvero pittoresche sul paradiso, ad un aiutante arrivato ora, dicendo tra le bestemmie: "Chhe lhe phossha pigliharhe lha phesthe ha sthe mhaihalhe. Senti chhe puzzha!".

E l'aiutante: "Noi non si hè micha nel bhagno dellhe mhaihalhe, l'he il cesso degli homini quhesto!".

Accidenti, penso, al momento che ho optato per un comportamento silenzioso. L'idraulico non solo si è esibito in ciò che di più romantico conosceva sulle donne ma ora ha pure espresso pareri inconfutabili su una realtà scientifica e fisiologica, di cui tra l'altro certo sono corresponsabile. Esibizione e analisi scientifica di cui probabilmente non avrebbe egoisticamente voluto far partecipe alcun pubblico. Uscire da questo camerino, dopo aver evitato di rivelare la mia presenza, potrebbe mettere in pesante imbarazzo qualunque rispettabile signore che veda travalicata la propria irreprensibile privacy, figuriamoci un artista di questo calibro.

Del resto, non posso certo passare qui il pomeriggio, sebbene ancora mi resti qualche quadro da studiare e un concerto che va a riprendere. Così decido di uscire; sempre silenziosamente, nonostante già l'acqua scrosci alle mie spalle, passo innanzi ai due lavoranti che mi guardano come vedessero un fantasma e cercano una ragione per credermi, per sperarmi, straniero. Gliela dò volentieri: sorrido di cuore.



In camerata faccio i piani per la parte restante del pomeriggio. Occorre qualcosa che dia una svolta a questa giornata che ha preso le cadenze di una tranquilla gita turistica.

Resisto alla tentazione di sdraiarmi sul letto, anche se convengo col mio corpo di averne parecchio bisogno. Poi ho l'idea di sfruttare la tranquillità che regna in ostello in queste calde ore per lavarmi i capelli. Lavati con il sapone e in parte asciugati curvandomi sotto un asciuga-mani elettrico a muro non sembrano comunque riusciti male. L'ars arrangiandi s'è dimostrata all'altezza. Ma non è certo questo che può dare la svolta, anzi, mi sento sempre più turista.



Mentre finisco per concedermi alcuni minuti supino sul letto ripenso al pullman scassato dei cecoslovacchi che, come me, attendevano in giardino l'apertura dell'ostello un'ora fa. Corriere del genere in Italia ormai non usano più. E nemmeno usa pranzare al sacco, cioè portarsi da casa casse, dico casse, di frittelle, pagnotte, vasetti e che so io.

Mentre consumavo un misero pasto di pane, acqua, formaggio e marmellata - vivarie acquistate, a parte il beveraggio, in mattinata alla standa - osservavo attentamente questi europei dell'Est. Cercavo di comprendere cosa differenziasse i nostri pasti frugali e cosa invece, se c'era, li accumunasse.

C'è una bella differenza, mi dicevo, tra chi, come me, in giro senza una meta, quasi senza una ragione che non sia mettersi alla prova, risparmia sul mangiare perché ancora non lavora, perché non può domandare i soldi ai genitori vita natural durante, perché, infine, ritiene che il suo viaggio, lungi dall'essere una gita di cultura o di piacere, vada vissuto senza soldi... e quelli come questi signori che, probabilmente crema di una nazione ferma agli anni cinquanta, affrontano consciamente un temibile calvario sul pullman portandosi i viveri per l'intera settimana, consapevoli che l'esborso, per loro comunque notevole, e i sacrifici valgano la conoscenza di Firenze. Loro conoscono gli obiettivi del loro viaggiare e ne accettano i sacrifici. Io, mi ripetevo, voglio i sacrifici perché non conosco i miei obiettivi. Loro appartengono ad un mondo dove occorrono tali sforzi per raggiungere luoghi come Firenze. Io, mi accusavo, sono uno snaturato componente di una società che vola a Parigi, Vienna, Londra ad ogni stormir di fronde, ma nemmeno per cultura, spesso solo per moda o addirittura ignoranza. Questi, mi convincevo, sono i signori del mondo mentre mangiano le loro frittelle di carne, molto più signori dei romani che vedevo uscire dai ristoranti del nord europa gonfi di spaghetti. Difficilmente tra loro qualcuno ignora l'anno di costruzione del duomo, le caratteristiche dell'azzurro di Giotto, la storia dell'Italia, le evoluzioni continue della politica nazionale ed internazionale. Sono sicuro, infine mi sono detto, che qualitativamente queste persone rappresentano il meglio dei turisti presenti adesso a Firenze, i più colti e stimolati. Sono insomma tra i pochi ad essere turisti non per consuetudine.

Ancora mi torna evidente come le necessità e le difficoltà riescano talvolta ad avere una forza correttiva nella società che il panem et circenses non può avere.

Ho rinunciato con fatica ad offrire il mio formaggio ad uno di loro.



Ora, col pensiero degli eroi della repubblica Ceca e Slovacca, pensiero che si dissolve come un'ombra cinese alla luce del sole, lascio che gli occhi si chiudano e mi consegnino stremato alla quiete.

Ancora non dura a lungo: mi sveglio tossendo e privo di respiro e mi accorgo che, come già questa mattina, lo sforzo bronchiale è tale che la stanchezza è maggiore al risveglio che al momento dell'intorpidimento. Dormo dunque in perdita, dico ironicamente tra me non appena il fiato e il ventolin me lo concedono.

E così, visto che le circostanze mi impongono di continuare senza soste la ricerca di emozioni sconosciute, mi risolvo di partire, chitarrone alla mano, alla conquista della città.



Il tragitto è il solito, solita gente indifferente, meno traffico della mattina. Stavolta riesco a comunicare con un vecchietto che porta con sé Repubblica. Mi dò un tono il più serio possibile, in quanto non voglio che il mio interlocutore venga messo in imbarazzo dagli occhiali scuri, dalla giacca, dal cappello e dai quaranta anni che mi concede. "Scusi, mi farebbe dare un'occhiata ai risultati di ieri della borsa?" domando timoroso e rispettoso.

Il signore, con i riflessi appannati propri della raggiunta saggezza, si volta, piano, e, stupito dell'attenzione, sembra che mi osservi intontito. Mi guarda, come gli anni soli credo insegnino a fare, un po', certo, come fa mio nonno, con un misto di invidia e di consapevolezza di cosa davvero sia la vita, con lo sguardo di chi è già rimasto fregato ma tuttavia è felice di esserlo stato, cercando di convincere il proprio io ribelle che in fondo non è stato poi così male, vivere. Sensazioni che nascono alla vista di come si era, magari senza Raiban e con un cappello di un altro colore, e al contatto, seppur effimero, con una parte di realtà a cui si può ormai essere solo - solo? - maestri.

D'un tratto mi accorgo di cosa significhi felicità; o, forse, è meglio dire di cosa significhi disperazione: la condanna peggiore che possa augurare a qualcuno è quella di nascere già vecchio, a settanta anni, con le speranze dei settant'anni senza tuttavia aver conosciuto quelle degli anni precedenti.

Le speranze dei settant'anni non sono forse né più brutte né più belle di quelle di ogni altra età, ma privare un uomo delle speranze, dei sogni e delle emozioni andate è come condannarlo a vivere un finale senza conoscere la trama, è come diventare protagonisti di una storia estranea, che non si conosce e a cui non si è dato il proprio contributo, è come vivere senz'anima.

In questo momento quest'uomo è felice dei suoi anni, e mentre mi porge il giornale mi auguro di arrivare ai pochi secondi che precedono il gran salto con il suo sorriso sulle labbra. Qui dovrebbe essere nascosto il segreto della felicità. Spero di avere tempo per averne sentore.

Appena prima di farmi afferrare il giornale il vecchietto lo ritrae e, ancor più contento, mi fa: "Dimmi che pagina cerchi che te la trovo".

E così mi consegna la Repubblica aperta sulla quotazioni di borsa. Quotazioni che vanno in modo e maniera che non trattengo il mio disappunto, anzi, chiedo al vecchio se conosce l'andamento del Mib di oggi.

Lui divertito mi fa: "Anche oggi si va male ragazzo!".



I soldi, questi odiati e denigrati mezzi di pagamento, scambio e riserva di valore, odiati perché portano il male nella società, denigrati perché causa di corruzione ad ogni livello, biasimati perché diventati punto di arrivo di tutti, travolgendo miti e valori millenari, esecrati perché alla base di ogni minimo spicchio di questa altrettanto odiata, denigrata, biasimata ed esecrata società consumistica, individualistica e capitalistica, dove ognuno mira a migliorare la propria vita solo esclusivamente, invariabilmente, inevitabilmente, ora e sempre, accumulando un mucchio il più grande possibile di soldi. Ma che bella assurdità, che ragionamento ad absurdum, mi dico, che parte da una ipotesi di odio ed arriva ad una conclusione di amore per i soldi.



E che assurdo io, che mi esilio volontariamente da un modo di vita che dico di non amare e poi mi lascio alterare, qui, su un autobus di Firenze, con una chitarra e un nonno a fianco, da un meccanismo economico che, d'accordo con Flaubert, taccio come privo di sentimenti. E scopro con terrore come invece tanta parte dell'emotività sia dunque legata ai propri affari sociali, e come diventi difficile, se non impossibile, uscire dal sistema una volta dentro, quasi il sistema prosciugasse con i tuoi interessi anche il tuo spirito. Già questo provavo ai tempi di economia e commercio.

Solo ieri mi ripromettevo di isolarmi dal sistema, di prendere un attimo in mano la mia vita per consegnarla nuovamente alle emozioni dei sogni, per capire neutralmente, dal di fuori perciò, quali scelte occorresse fare.

Per pochi miserabili denari ora vendo la mia ricerca? Che sto facendo?

Ridi, mi dico, ridi della borsa e dei denari, e ridi del sistema, del capitalismo e di chi lo denigra attingendovi a piene mani, ridi dei politici, della destra della sinistra del centro e delle tangenti, di coloro che professano l'uguaglianza sociale e vanno in vacanza con il tre alberi, ridi degli ipocriti e dei raccomandati, ridi, ridi, ridi, e che ridere ti possa preservare dal contagio dell'arrivismo.

E ora ringrazia, mi impongo, questo vecchietto, immagine di cosa realmente significhi vivere, immagine della saggezza degli anni, della imperturbabilità di chi sa bene quanto poco valgano gli sforzi privi di sentimento, immagine di un mondo certo più semplice ed umano di quello privo di commozione dell'economia e della finanza. Magari anche chiedigli qualcosa, tipo, se è di Firenze.

"No sono Milanese; sono direttore della filiale locale della Popolare di Milano" mi risponde, e i suoi occhi brillano di presunzione, ed io precipito in un baratro senza fondo e senza appigli.

Trovo la forza di dire: "Allora grazie e complimenti" prima di scendere alla fermata successiva, una fermata a caso, non importa. Chiuso il capitolo denaro e borsa.



Ho deciso di prendere un secondo tram visto che il biglietto vale un'ora, visto che la chitarra mi spezza le braccia, visto che voglio arrivare sul lungarno e visto poi che sui tram pare avvengano incontri talvolta interessanti. Salgo. Passiamo immediatamente di fronte a S.M. Novella dove rivedo la piazza e i giardini in cui camminavo con mio padre tanto tempo fa. Mi fa tenerezza ripensare a quei momenti, lontani quanto ora sono lontani tra loro gli stessi padre e figlio. E' un'immagine che passa svelta, e subito la signora a cui avevo in precedenza chiesto consigli mi suggerisce di scendere alla prossima: sono sul fiume.

Cammino rasentando un muretto che impedisce ai più la vista dell'acqua - mi domando se muri così alti risalgano al '66 e servano scaramanticamente da ultimo argine - in direzione di Ponte Vecchio. Riesco a focalizzare sempre meglio la sensazione inebriante che nasce quando si approssima il momento di suonare la chitarra.

Posso mettermi ovunque io desideri, nessuno mi impedirà di cantare ciò che più mi piace, attaccherò e chiuderò quando mi pare, nessuno uscirà dalle fila compatte che mi cammineranno innanzi per giudicarmi o criticarmi, chiunque potrà rifiutarsi di ascoltare, mai sarò libero come con la chitarra tra le mani. Divento libero di comunicare con tutti, libero di giocare con lo sguardo, libero di farmi guardare, di salutare, parlare ridere scherzare dire poesie. La chitarra mi fa essere a disposizione di tutti coloro che passano. Divento un servizio, un'attrazione, con la licenza di comunicare, cantastorie ope legis. Libero, certo.

Ma quanto costa la libertà!! Un animale in gabbia muore se riportato nel suo habitat; gli uomini rinchiusi in cella per anni spesso non ritrovano più, una volta fuori, l'equilibrio con la realtà; i popoli dell'est europeo urlavano a gran voce a favore della libertà eppure oggi i sondaggi riportano in auge gli ideali di vent'anni addietro; le donne, i neri, i giovani hanno chiesto la libertà e ne hanno pagato il prezzo. Occorre dunque pagare.

Ma cosa pago io per essere cantastorie?

Sconto il prezzo di rompere con tutto ciò che ha rappresentato, a tutt'oggi, il mio mondo: la riservatezza, la vergogna di fare elemosina, il pudore negli atteggiamenti, il non fidarti di nessuno, lo stai attento alle brutte compagnie, non uscire dalla fila, segui gli altri, comportati bene insomma. Vedo mio nonno, irreprensibile lavoratore e Catone di questa società di scostumati, piangere e strapparsi i capelli dinnanzi al nipote vagabondo e bandito. Penso a mia madre, al suo sorriso che insieme esprime amore e una disapprovazione destinata a non trovar parole. Mi chiedo come i miei amici reagirebbero passando qui davanti: alcuni rinnegherebbero di conoscermi, altri, i migliori, mi seguirebbero nei canti. Mi seguirebbero, senza però pagare nulla, loro.

E' il superamento delle barriere sociali dietro cui in fondo ognuno di noi, sebbene vincolato, tuttavia si protegge, il vero costo di imbracciare un strumento e mettersi a cantare in piazza.

La paura di scavalcare quelle barriere ci fa stare in fila, ci fa educati, ci rende pudici, estremamente riservati.

E forse non è affatto vero che desideriamo una società più libera, meno individualistica, perché il prezzo psicologico mi sembra davvero grande: perché abbandonare la comoda via dell'individualismo per mettersi a confronto con gli altri? Questo è bello, è un sogno, ma è dannatamento scomodo. Restiamo nel nostro mondo privato, con le nostre manie e fobie, con le nostre abitudini e lasciamo i sogni in quel cassetto in soffitta, tra la polvere, raggiungibile solo con la scala a chiocciola se funziona ancora, in mezzo agli scarafaggi e ai topi, con una polvere che poi sporca i vestiti e i capelli, che poi ce li dobbiamo lavare.

E' davvero difficile, penso, mentre la chitarra ritorna a brillare alla luce del sole, quasi rispondesse da quassù, sul muretto del lungarno, ai riflessi mobili che salutano dall'acqua che scorre, laggiù, nel fiume. E in fondo ritengo che tutti i salmi e i concioni sui vagabondi, sui cantastorie di strada che chiedono cento lire, non siano altro che sofisticherie atte a sostenere le paure di vivere senza scudi del nonno, della mamma, di tutti noi borghesi, mie.



Il coraggio di estrarre la chitarra comunque l'ho trovato, e anche quello di far scendere il plettro sulle corde. Sono ancora lontano, invece, dal superare l'ostacolo della voce sommessa e quello della custodia chiusa.

La custodia l'aprirò quando avrò la sicurezza di guardare in faccia chi mi passa accanto mentre suono, quando mi convincerò che i soldi gettati nella custodia sono tra i meno sporchi del mondo. E così, seduto su un muretto poco lontano da Ponte Vecchio strimpello a lungo qualcosa, spesso cambiando il pezzo appena cominciato, senza una precisa volontà, attaccando quello che mi passa in mente: è sufficiente che coincida con l'ultimo accordo formato dalle dita.

Canto sottovoce, e quasi mi spengo quando mi fanno passerella davanti le scolaresche che mi osservano attente, perché per loro devo sembrare una normale e comune bizzarria del mondo, e quasi si fermano, ma non per ascoltare, solo per imprimere meglio negli occhi una scena che non c'era sui libri, che non gli ha raccontato il nonno, che la mamma ha consigliato di evitare. Eppure le pupille di questi ragazzi splendono mentre alzano gli occhi verso la cima di questo muretto dove sta una chitarra e un tipo vestito di nero, splendono assai più, e di questo non dubito, che alla vista di un Cristo di Giotto. E anche gli occhi delle maestre si domandano cosa, quale impulso, le spinga verso questa chitarra e cosa invece le mantenga lontane, frenate, nella fila, in testa alla colonna che procede meno sicura verso gli Uffizi.

Pochi si abbandonano al suono, vincono la titubanza e superano l'interesse dell'immagine per vivere davvero anche la magia della musica.

Quei pochi sono gli innamorati che Amore spinge al di fuori del mondo: per loro più niente è normale, tutto è ora diverso e va vissuto e affrontato con gioia. Gli schemi e le protezioni già sono scomparsi. Gli innamorati sono gli esseri più curiosi, più indifesi, più teneri e conquistabili al mondo. Nessun innamorato ha pregiudizi, "gli innamorati, i veri innamorati, vedono la realtà con gli occhi della loro fantasia" disse Moliere. Chi si innamora perde le proprie barriere e, come i due ragazzi qui accanto, abbandona i suoi balli e i suoi baci alla musica di strada.

Poco importa se poco più tardi mi accorgo che i due sono francesi.



La custodia però non l'ho aperta: caro nonno - me l'immagino di fronte mentre mi ascolta contento - ancora resta illibato l'onore della famiglia, ancora nessuno si è messo a fare l'elemosina. Sono infine stanco di esercitarmi a cercare gli sguardi dei passanti e sono anche abbattuto per non essere riuscito, nonostante continue tentazioni, a scendere dal muretto per aprire il mio sarcofago e dichiararmi così disponibile a rompere l'ultimo laccio che mi lega alle consuetudini.

Mi sento tuttavia sulla strada buona, verso quella libertà che forse rappresenta uno degli obiettivi di questo vagabondare.

E mi sento più libero in questo momento, giratomi dall'altra parte del muretto, voltate le spalle a Firenze e con le gambe protese verso l'acqua del fiume.

Come mi sentii più libero la sera del giorno che conobbi Gianni, Marisa e Antonella, ragazzi di Torino.



Incontrarsi un pomeriggio in spiaggia non significa certo conoscersi e diventare amici, e quindi cenare assieme comporta titubanze e insicurezze, anche quando, e talvolta ancor più, si è giovani. Ricordo di aver passato la serata a tavola desiderando di fuggire, di tornare al paese dove vivevo, dove stavano le persone con cui ero cresciuto e da cui non dovevo proteggermi. Quelle persone, anzi, che costituivano il mio universo, il mio limbo, il nido.

Eppure dopo cena volevo superare i timori di paesano, volevo diventare una parte dell'universo di Gianni e di Marisa e di Antonella. Rischiavo molto nel gioco. Forse rischiavo anche la sicurezza necessaria alla vita futura. Eppure giocai. Mi giocai tutto su una proposta bizzarra che poteva riscuotere entusiasmi ma allo stesso modo poteva rendermi assurdo e irraggiungibile da loro. Proposi di andare sugli scogli, di metterci a portata delle onde di un mare quella notte furioso, di accendere un falò, nascosto da una roccia, e lì di suonare la chitarra chiedendo al fuoco e al mare di accompagnarci con la luce e con le onde, per quella sera, e per sempre. Accettarono felici, anzi sorpresi del lampo che illuminò la nostra serata.

Allora mi sentii libero, capace di superare le barriere che mi separavano da quei ragazzi, in grado, da quel momento, di confidare a qualcuno le mie paure e i miei desideri, qualcuno che non necessariamente doveva essere del mio paese, universo, nido.

Ancora oggi sento quei ragazzi con cui accesi quel falò. L'amicizia abita molto lontano e molti ostacoli ci separano da quella vera. Sono però sicuro che noi già abbiamo scacciato il buio dal nostro cammino, proprio con la luce di quel fuoco.



Dedico all'Arno le mie canzoni e i miei ricordi e poi mi arrendo alle lancette dell'orologio. E' ora di tornare in ostello.


Arrivo stremato.

I passi, lungo la stradina che dalla fermata del tram giunge in cima alla collina dove alloggio, esplodevano ad uno ad uno nella testa. Il respiro veniva filtrato dal fazzoletto dell'asma e il tragitto mi è parso infinito, anche se non ricordo nulla, né di aver pensato nulla che non fosse arrivare. Arrivo proprio stremato.

E ancora mi restano le scale per arrivare in camerata. Decido allora che una spruzzata in più di ventolin non può ormai creare un gran danno marginale visto che la dose massima consigliata per oggi è stata già abbondantemente superata con le spruzzate della prima metà della giornata. Arrivo in tal modo col fiato abbastanza tranquillo in camerata dove ripongo velocemente la chitarra e mi organizzo per la doccia.

Noto con stupore di aver tralasciato di legare la chitarra allo zaino come avevo fatto ieri. Anche le operazioni ante docciam si rivelano più sbrigative e meno cerimoniose.

E tutte le considerazioni sulla sicurezza e sulle strategie? Ma!?! Mi rispondo che forse già è stata capace di subentrare l'abitudine e che magari, con il diminuire delle forze, si va abbassando la soglia entro la quale considerare essenziali le operazioni. Ma non sono in grado di pensare oltre. La stanchezza mi fa agire automaticamente, e i dubbi passano velocemente, quasi se ne scorrano via assieme all'acqua della doccia. Al termine dell'aspersione l'unico mio desiderio è dannatamente concreto, ad evidente dimostrazione di quale precedenza esista tra i problemi della pancia e quelli esistenziali. Scendo con il pane, il formaggio e la marmellata, cerco un posto isolato nel giardino e lì, molto più vicino al bosco che all'ostello, consumo in pace la mia cena. Nessun pensiero mi distrae. Nessun perché mi assilla. A volte la pace è così vicina.

Termino di mangiare restando ipnotizzato dalla corsa di grosse formiche che spazzano ogni briciola dal terreno, mentre il rindondare del verso degli uccelli tende a richiamare l'effetto anestetico del ventolin. Non mi rammento quale formica ho veduto per ultima prima di chiudere gli occhi con l'ultimo boccone in mano.





E' il freddo che mi sveglia, ed assieme è l'umidità, che mi bagna i capelli. L'ultimo pezzo di pane è in terra già mezzo divorato dalle formiche che ormai non distinguo più: è buio, dannatamente buio. Se non fosse per le luci lontane non giurerei di essere ancora nel giardino dell'ostello.

E' strano ma non mi pareva di essere così lontano. E nemmeno il bosco mi era apparso così vicino e minaccioso. Il buio che mi avvolge è in parte dovuto alle ultime propaggini di vegetazione che mi nascondono la luna e le stelle. Mi sento intorpidito nei muscoli e per niente lucido. Continuo a non capire per quale motivo ho scelto di cenare seduto qui affondando i piedi in questa selva addormentata.

Il silenzio del bosco pare nasconda le voci che arrivano dall'ostello, pare le assorba e le annulli, permettendomi di solo immaginarle.

So che l'ostello è alle mie spalle ma curiosamente continuo a guardare il buio del bosco e a cercare il suo silenzio. Non posso girarmi, non mi va di abbandonare questo schermo scuro, come se attendessi l'inizio di un film.

Questo mio comportamento mi spaventa, il buio mi spaventa, e il silenzio.

Oltre al buio ci sono queste enormi foglie che impediscono di immaginare cosa accada dietro questi alberi.

Che mai potrà accadere, mi ordino di pensare, se non che ci siano altre foglie e altri alberi e tanto tanto buio.

Eppure dietro alle prime foglie, del tutto immobili, sento un fruscio intenso, come se il vento riuscisse a selezionare le fronde su cui accanirsi. E gli alberi alti continuano immobili ad osservarmi, qui seduto, mentre sono sempre più ipnotizzato dalla fissità del buio e delle prime foglie che riesco a scorgere.

E poi si solleva un vento, forte e continuo, alle mie spalle. Il vento pare mi spinga verso il bosco; tra le musiche che il vento mi suona nelle orecchie mi sforzo di trovare parole di conforto o qualche spiegazione alla metamorfosi a cui sto assistendo. Gli alberi mi appaiono sempre più grandi, come se si sforzassero di accerchiarmi, di inglobarmi tra le creature della selva. Sento un brivido lungo la schiena che non è provocato dal vento: è paura di voltarsi e di non vedere più le luci dell'ostello.

Lentamente giro la testa, come per prepararmi gradualmente allo shock, e gli occhi non incontrano il finire del bosco. Continuo a girare ma gli occhi incontrano ancora foglie e alberi, ancora alberi e foglie.

Non c'è più un orizzonte, solo bosco. Sono dentro al bosco.



Non mi sono alzato da questa sedia, sono rimasto a guardare queste gigantesche immobili foglie per qualche minuto ed ora sono dentro ad una selva, con il buio che mi circonda, con un silenzio ora non più turbato nemmeno dal vento, come in un sogno, anzi, come in un incubo.

Conosco la forza dei sogni e dunque sono terrorizzato da ciò che potrebbe accadermi se davvero mi trovassi in un incubo. Non riesco a staccarmi da questa maledetta sedia. La sedia stessa è come infissa nel terreno. Terreno? I miei piedi scompaiono in qualcosa che solo vagamente ricorda il terreno. Sono appoggiato su una massa gelatinosa che assomiglia, e dannatamente in peggio, alla fanghiglia di una stalla.

Sono sudato e l'umidità di questo posto - posto? - inizia a ridurre il mio già compromesso respiro. Ho paura. Non c'è ormai più nulla di razionale attorno a me. Comanda l'irreale. Ho trovato un varco verso la fantasia, se questa fantasia sia buona o cattiva non è dato saperlo, e comunque ho perso del tutto il controllo del mio destino. Vorrei pregare ma mi rendo conto che non saprei cosa chiedere. Di essere salvato forse. Ma da che?

"Che cazzo sta succedendo?" urlo. E' lo stadio finale della paura e della disperazione. "Che cazzo sta succedendo?" Niente, nemmeno l'eco esiste più. Allora aspetto. Uno due dieci minuti non so. Non so misurare il tempo, il mio orologio è buio.

Riprovo senza molte speranze ad alzarmi. Ed infatti pare che una specie di campo sopra la mia testa mi spinga su questa sedia. Provo il tutto per tutto. Ondeggio. Sposto tutto il mio peso da una parte e la sedia inizia ad inclinarsi. Mi arresto però. Mi ricordo della fanghiglia su cui finirò per cadere e il ribrezzo mi frena. Ma non vedo altra soluzione e così mi rovescio a terra o su ciò che qui rappresenta la terra. Ora posso muovermi. Mi accorgo che alle mie spalle la vegetazione è meno fitta, quasi ci fosse un passaggio. Non ho scelta.

E' mentre mi avvio tra le prime foglie che credo di comprendere la ragione che mi ha spinto qui.



Una luce proveniente dalla direzione in cui ho lasciato la sedia mi fa infatti voltare lo sguardo. Ad una distanza indefinita, dopo la sedia, tra foglie gigantesche che ora si agitano quasi in segno di devozione, è apparso un qualcosa di luminoso. E' un fiore stupendo, in cui vivono i colori dell'arcobaleno, che nasce dal suolo e si alza, composto da infiniti tipi di fiori tutti uniti l'un l'altro in una girandola di vivi colori, e che termina con due enormi petali di un bianco illuminante, brillante.

Tra me e lui non sembra esserci troppa distanza: sono ormai certo che questa è l'occasione per raggiungere il fiore di cui mi parlò un giorno Armando il re dei Barboni: "E ti posso dire che un giorno ti accorgerai, camminando su una strada, di un fiore stupendo, mai visto prima, nato a pochi passi dalla tua via. Tanti proseguono e si dimenticano di quel fiore. Se ti fermerai e ti lascerai abbagliare dalla sua bellezza, allora accetterai di infangarti per coglierlo. In quel momento ti sarà chiaro perché sono Armando il re dei barboni".

Non tornerò indietro senza aver colto quel fiore, urla il mio pensiero contro la paura. E per non ripensarci mi affretto a ripercorrere il sentiero che mi porta nei pressi della sedia.

Ormai non manca tanto al fiore. I piedi affondano sempre più profondamente nella melma ma sento che la mia forza cresce. L'entusiasmo moltiplica le energie ed ormai non ragiono, sono abbagliato e istupidito dalla luce del fiore; la smania di coglierlo mi porta a gettarmi in tuffo aldilà della sedia.

E' così che d'un tratto mi sento stritolare la faccia contro un muro, che mi pare di essere finito contro un camion in corsa, che mi ritrovo in terra con la fanghiglia negli occhi e un male terribile al naso e alla spalla destra che non riesco a muovere. Mi dimenticavo di quel campo invisibile che mi spingeva sulla sedia. Il mio slancio si è infranto su questa sorta di schermo invisibile. La mia stupidità mi è costata cara.



E il fiore, mi chiedo di soprassalto. No! No! Non lo vedo più, è scomparso. Non mi ha concesso una seconda opportunità. Non sono stato degno di raccoglierlo.... dopo tutto questo, dopo quello che ho passato ho fallito il passo finale... avevo qui innanzi il fiore della poesia, dell'anima, della felicità e non sono stato in grado di arrivarci... piango, e lacrime amare escono dai miei occhi, disperate.

Mi rimetto in piedi e senza gioia corro, seguendo il sentiero, verso le luci che sono ora riapparse in direzione dell'ostello. Sto fuggendo da questo bosco, ne ho abbastanza di queste malie. Voglio la luce, voglio un posto secco, voglio un letto.

Correndo inciampo più volte ma sempre mi rialzo. Sono appena fuori dal bosco quando il mio piede si impiglia nello zainetto che, rimasto nel luogo dove tempo prima mi ero addormentato, mi sgambetta ancora una volta. Cado di faccia e di spalla. Sempre la destra. Ora sento anche un dolore all'altezza dei polmoni che si acutizza ad ogni faticosissimo respiro.

Ormai ne sono fuori ma rimando i pensieri a quando avrò riacquistato una respirazione e una pressione più normale.



Mentre si avvicinano le luci dell'ostello mi rendo conto che non c'è più traccia della fanghiglia che poco fa insozzava i miei vestiti. Restano però i graffi, il male alla spalla e al naso, e l'asma. E' il momento di una nuova dose di ventolin.

Nel momento in cui lo spray mi arriva in gola inizio a pensare agli effetti allucinogeni della medicina. Ma solo per un attimo. Le mie condizioni e il sudore mi riportano alla realtà. O a quella che penso sia stata la realtà.

Necessito di una doccia.



L'acqua della doccia mi tranquillizza e mi permette di analizzare quello che mi è accaduto.

Mi chiedo prima di tutto cosa mi ha spinto all'interno di quella selva.

Su questo è meglio sorvolare.

E il significato? Era forse una prova per misurare il mio coraggio? Mi rendo subito conto che potrei porre centinaia di domande di questo genere senza arrivare alla minima risposta reale.

Credo comunque di aver meritato la chance di arrivare al fiore per due ragioni: la prima e che non sono fuggito quando ancora potevo, quando cioè è iniziato il vento ed è arrivato il brivido lungo la schiena; la seconda è che sono stato in grado di liberarmi dalla sedia. Senza contare che poi sono pure tornato indietro in quella selva diabolica per arrivare al fiore.

Già! Selva diabolica. Non ricordo dove si trovasse Dante quando dice "nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita". Forse era proprio sotto la collina di Fiesole dove sta quest'ostello. Chissà?!

Ma perché il fiore mi è sfuggito? Forse perché sono stato inetto, banale, smanioso di arrivare al successo. Che bella metafora! Ma se raccoglievo sto fiore? Forse mi capitava ciò che è successo a Dante. Chissà se è capitato pure ad Armando il re dei barboni. L'unica cosa certa è che mi sono dimostrato incapace, come fossi impreparato a coglierlo.

A questo pensiero mi dimentico della paura, del freddo e della delusione. Solo una grande gioia mi resta. E' la consapevolezza che il fiore un giorno tornerà, a procurarmela.





Poco dopo, sono qui a terminare la mia giornata, seduto esattamente dove avevo cominciato il pomeriggio. Evidentemente il formaggio non era buono, o forse è colpa dell'avventura e del freddo, oppure tutto ha una logica, tutto ritorna.

Con le brache calate, in un luogo divenuto assai più disgustoso di quando lo visitai qualche ora fa, non riesco ad evitare buffe meditazioni. Richiamo alla mente personaggi di ogni genere, artisti, uomini politici, eroi, stars del cinema o della canzone. Personaggi di ogni genere. Mi vedo Dante, Giotto, Cavour, Napoleone, la signora Thacher, i puffi, Tex Willer, il Gabibbo, Marina Ripa di Meana, tutti con le brache calate, intenti in sforzi addominali terribili, sudati e paonazzi, seduti in un vomitevole olezzo.

Immagini degne di una commedia greca di Aristofane, penso sorridendo. Eppure proprio in Grecia nacque lo studio del pensiero, la filosofia, segno che per comprendere, per cercare di sapere è forse necessario misurarsi anche con ciò che pare più sgradevole, senza rinnegare le cose che meno piacciono.

Infatti quello che sto immaginando non è irreale, anzi, rappresenta la realtà nel modo più assoluto. I personaggi che la mia fantasia spinge a calar le brache, dovevano tutti comunque e davvero aprire o chiudere - i più attivi sia aprire che chiudere - la propria giornata seduti in posizione batracica o perlomeno in una posizione che prevedesse l'abbassamento dei pantaloni o della gonna. Questo significa che ho scoperto il segreto punto in comune di tutti, belli e brutti, ricchi e poveri, conformisti e sognatori. Qui siamo uguali. Qui siamo anche impegnati in competizioni singole. Qui siamo soli. E' dunque un luogo dove tramontano gli sforzi arrivistici e le pose sociali; dove trionfa l'individualismo che tanto viene condannato quasi fosse davvero un comportamento innaturale; dove si accomunano coloro che credono nel sistema e ne seguono pigramente le regole e coloro che combattono per le loro utopie, messe impietosamente a confronto con la realtà.



E torno col pensiero ai sogni e alle speranze lette recentemente in un libro di Mario Capanna, abbagliato da idee e utopie che prima di lui già avevano abbagliato milioni di morti. Mi chiedo se, avendo valutato attentamente i minuti che era costretto a passare giornalmente nei cessi della Statale di Milano, sarebbe divenuto lo stesso identico Mario Capanna. Mi chiedo, ancora, se, qualora il gesuita Torquemada si fosse accorto di avere un corpo, e che quel corpo puzzava e lo trascinava al cesso non meno di una volta al dì, e non diversamente da quello che facevano i corpi da lui torturati, se, quindi, le cose sarebbero andate come sono andate. Mi chiedo se, essendosi accorto, chi ha messo le bombe - di destra o di sinistra poco importa - che il mal di pancia non sarebbe sparito nemmeno dopo centinaia di botti e di morti, se, appunto, le cose sarebbero andate diversamente. Mi chiedo se, nel caso chi, sul calvario, quel giorno, avendo notato che l'unico vero peccato commesso da chi saliva sulla croce fu di non aver creato lo sciacquone, avesse in quell'istante interrotto la passione, le diaspore, i pogrom e la shoà, se, dunque, le cose sarebbero andate in un altro modo.

Se - e me lo dico con certezza - quelli che si bucano, che si uccidono, arrivassero a capire che in sostanza, possa cadere il mondo o ritornare il paradiso, niente li priverebbe o gli eviterebbe l'abbassamento quotidiano delle brache, allora le cose andrebbero davvero diversamente.



Spesso mi è capitato di invidiare coloro che credono ciecamente in qualcosa. Oggi noi, la nostra generazione, quanto differiamo dalla generazione ricca di ideali e di utopie del '68? Poveri e miseri siamo. Ci suicidiamo perché abbiamo tutto. Ci alieniamo perché non possiamo combattere per niente, perché non riusciamo più a sognare nulla.

Quanto invidio, dichiaro a me stesso, Mario Capanna, anche se non condivido un grammo del suo pensiero.

Mi rendo conto della verità delle parole espresse, con il moderatismo e la sapienza dei cinquant'anni, da Giampiero Mughini: "Quelli del '68 non sono stati né i migliori né i peggiori anni della nostra vita, ma soltanto gli anni della nostra giovinezza, e ne avevano le tinte forti". Quindi anni vissuti per quello che erano, tinti dei colori forti delle ideologie, giuste o sbagliate, ma ideologie.

Che differenza dagli anni della nostra, della mia giovinezza. Noi che invece andiamo in giro a cercare noi stessi e i nostri sogni, noi che preghiamo di veder un giorno un fiore stupendo lungo la strada.

Eppure noi e loro, alla mattina o alla sera, continuiamo a frequentare lo stesso posto, che invariabilmente segna le nostre giornate.

Poi alcuni di loro si sono accorti, dopo anni e anni di sedute, che i loro sogni erano spesso e volentieri utopie irrealizzabili.

Significa quindi, mi chiedo, che esiste un punto di equilibrio tra i sogni e la realtà? Che gli estremisti, gli sciovinisti, gli ortodossi, gli abbagliati, si allontanano troppo dal loro cesso?

In medio stat virtus. Non è quello che afferma anche colui che sorridente rimase a guardare per anni l'acqua di un fiume prima di accorgersi che probabilmente aveva esagerato; colui per questa scoperta venne chiamato il Buddha, l'illuminato?



Questo viaggio, in cui ho rimesso tante speranze, forse troppe, di ritrovare i sogni che valga la pena inseguire, mi appare ora soltanto un banale trucco per allontanarmi da una realtà che non ho mai lasciato. Un paravento dietro cui illudersi di nascondersi dalle responsabilità reali, illudersi di poter giocare con la fantasia e di ritrovarsi.

Ed è qui, seduto con i pantaloni abbassati, che mi rendo conto del perché io, con la mia fantasia, con la mia sensibilità e con i miei sogni, non sia ancora degno di cogliere il fiore di Armando. Non ho raggiunto alcun equilibrio tra la mia vita e i miei sogni. Scappo dalla vita e mi annego nella fantasia, sciupando l'una e l'altra.

E' qui, in questo cesso, che capisco come sia impossibile e ingiusto, e pericoloso, sfuggire alla realtà, per disgustosa che sia.

E' qui, in questo cesso, che già so che un risultato questo viaggio l'ha raggiunto e che ormai non sembrano esserci più ragioni di continuare.

E' qui che, mentre cresce la speranza di poter un giorno cogliere quel fiore, mi tornano a mente le parole amate di Calderon de la Barca: "La vita è un sogno raccontato da un idiota ubriaco in un momento di pazzia".

Rido di gusto quando le confronto con la riflessione, qui incisa, opera di un suo discendente poeta di questo secolo: "La vida es un ciesso".



RICOMINCIAMO COME NIENTE
Sul tabellone dei treni in partenza dell'atrio centrale della stazione di Firenze sta scritto che il diretto per Bologna si muove tra una ventina di minuti, il locale per Siena tra meno, una decina circa. I binari in cui riposano ora i due mostri di lamiera - che macabro Guccini! - sono entrambi alla mia destra, in fondo, in pratica appaiati. Ho così almeno il conforto di non dover decidere la direzione dei miei passi. Ed ancora alcuni istanti prima di arrendermi ad una scelta.

Camminando, il respiro, il rollare, i dolori alle spalle e alle braccia, gli urti di chi sembra si voglia soffiare il naso nel mio zaino, la rabbia di quelli che picchiano stinchi o ginocchia sul mio carroarmato nero per chitarra, la mia incapacità di avere pieno controllo della rotta e degli ondeggiamenti, mi ricordano, come petulanti e preoccupati amici, quanto la seconda notte sia stata simile alla prima, negli eccessi di tosse, nei difetti di respirazione, nella fatica abbondantemente superiore al riposo.

E come chi attraversa momenti terribili, quindi apparentemente indimenticabili, e si trova in salvo spesso non rammentando cosa lo abbia portato sulla spiaggia e, nei ricordi obnubilati, scorge appena le ombre della paura e dell'angoscia, così mi scopro immemore di ciò che l'affanno, ora, tenta disperatamente di suggerirmi. Con difficoltà rivedo i particolari delle ultime ore, quelle che hanno seguito la doccia nutturna. Ma tutti i miei sforzi mnemonici si scontrano con l'ubriacatura dovuta alle medicine e alle stesse fatiche della notte, sicché le uniche immagini riportate al presente sono quelle che mi ritraggono deambulante e sonnambulo nei corridoi deserti e sulle scale buie, senza pensieri e senza sguardi, privo di coscienza e volontà. E non ho altro da esaminare della notte passata, quasi vi avessi scoperto per brevi momenti cosa significa vivere senza senno e memoria, aldilà delle emozioni e del dolore, ma privo di anima e di tempo.



Forse ora per la prima volta mi accorgo di non poter più invidiare gli incapaci mentali. Non vivono in un mondo loro senza udire le rabbie e gli odi della realtà; a loro è stata invece rubata la vita assieme alla memoria e all'anima, essi non vivono.

E così riesco a giustificare anche il mio a volte inconcepibile amore per coloro che hanno grande emotività e sensibilità. A giustificare anche il mio rifiuto di riconoscere vantaggi a chi è più freddo e riparato dalle delusioni del mondo, semplicemente perché quest'ultimo, per grande che sia il successo raggiunto nella vita, resterà sempre molto più vicino ai senz'anima e ai senza coscienza, e il suo vivere sarà comunque sempre assai prossimo al sonnambulismo della mia notte dimenticata.



Non solo sembra cancellata la notte; pure il risveglio mi si presenta lontano, e i gesti e le azioni e persino i pensieri della colazione, del vestirsi, e dello scendere le scale e la stradina verso il bus, finiscono per confondersi e per coincidere con i ricordi dei gesti e delle azioni e dei pensieri di ieri. Ho dunque sostituito, in un tempo immobile, un pezzo della mia vita di oggi con un frammento di quella di ieri, e ho perciò smesso di vivere.

Non è altro che ciò che accade a chi lega la propria esistenza alle abitudini, alle consuetudini, alla routine, pensando di proteggersi dagli imprevisti casi della vita, ma ottenendo di vivere unicamente attraverso i casi della vita che accadono ad altri, in televisione.

Non c'è male peggiore di esistere senza vivere, scriveva Hugo. Oggi pare che questo male peggiore sia diventato il desiderio di molti.

Forse Hugo si sbagliava. Forse Hugo non capiva che vivere comporta pericoli troppo grandi. Forse Hugo non conosceva le gioie del consumismo e del conformismo. Forse Hugo era diverso, direbbe oggi qualcuno di fronte alla pubblicità della coca-cola ghiacciata, e non poteva comprendere cosa significa, adesso, nell'era dell'opulenta obesità, semplicemente esistere. Eppure amo queste parole di Hugo. E ritengo di dover essere stato davvero male per essermi abbandonato, imbelle e incosciente, all'automatico ripetersi del me di ieri, nella vita di oggi.





La visione del tabellone delle partenze, non la colazione, non il bosco, non il tram, mi ha restituito al tempo. Tempo che nella sua implacabilità torna a fluire e a condurre con sé scelte e responsabilità.

Ho dieci minuti per scegliere tra Siena e Bologna. Dieci minuti per ricapitolare i pensieri di ieri sera, confrontarli con gli incubi della notte, considerare le conseguenze delle alternative antitetiche, e intanto trasportare verso i binari un carico che appare più pesante passo dopo passo.

Ricordo che nei momenti che hanno preceduto la notte passata, seduto in un luogo di comuni meditazioni, mi sono accorto di essere prossimo al raggiungimento degli obiettivi del viaggio; mi sono reso conto di avere, insomma, a portata di comprensione le ragioni che qui mi hanno spinto, e che dunque i rimanenti giorni di vagabondaggio, inizialmente previsti, mi iniziavano ad apparire superflui, se non visti in funzione unicamente turistica.

Tuttavia le già deboli convinzioni della sera terminano in vacuità alla luce di questo sole che, quasi illuminando ulteriori dubbi, mi scopre ancora lontano dal sapere con certezza e precisione le risposte alle infinite domande, forse confuse per loro natura, che accompagnano il mio vivere e che dunque pare richiedano una proroga al viaggio.

D'altro canto esiste, chiara come questo sole che cade sulle rotaie a pochi passi da me, la possibilità che le già precarie condizioni fisiche che mi accompagnano, al crescere e al prolungarsi dello sforzo, si acuiscano al punto da inibire le mie preoccupazioni trasferendole su altri, ovvero su coloro che avranno il dovere morale di chiamare, e su coloro che avranno l'incombenza di caricarmicisi, un'ambulanza.



E' davvero stupefacente osservare come le persone riescano a nascondere le loro paure mistificando la realtà, arrivando persino a spacciare la propria viltà per eroismo, per nobiltà, concionando ed arringando in tal maniera da illudersi per primi della veridicità della propria falsa e ingannatrice grandezza. E' forse un modo di sopravvivere senza impazzire per coloro che peccano di coraggio in un sistema che schiaccia e che annulla, per i vasi di coccio tra quelli di ferro.

Così infatti era per il simpatico Don Abbondio, ma così è anche per chi chiude gli occhi davanti alla verità per riaprirli rassicurato soltanto davanti al giornale che parla come a lui piace, è così per chi accetta di non capire gli errori, per chi finisce per prendere o pagare tangenti, per chi tace gli orrori del vicino, per chi non saluta o sorride a chi incontra per strada convincendosi che è giusto che l'altro saluti per primo, è così, sempre e comunque, per coloro, per noi che fatichiamo sempre ad ascoltare la verità, e ce la costruiamo perché così fa meno male.

Ma il vero guaio di chi si assolve è che, non avendo nessuno che si opponga alla sentenza, termina spesso per creare precedenti e precedenti e precedenti, i quali a loro volta alterano del tutto il sistema di pensiero della persona che, sempre più convinta della correttezza del proprio modus agendi, annega nel suo mondo di immaginari ma vuoti valori. E diventa difficile far poi nascere il dubbio che la nostra nobiltà nasca dalle ceneri della nostra codardia, mascherata soltanto, e giammai davvero trasformata, da un castello ben fortificato di scuse.



Così è, difficile appunto, ammettere, mentre salgo sul locale per Siena, che la scelta di continuare il viaggio non sia veramente dovuta al prevalere del nobile desiderio di continuare la ricerca della mia coscienza sulla turpe e vile tentazione di abbandonare il campo di battaglia per ritornare alla mia riposante borghesità, ma sia piuttosto una scelta causata dai timori, dalle paure insite nelle conseguenze del ritorno.

Paure che forse si riferiscono al dover ammettere che è stato veramente poco il tempo necessario a dissuadermi da un'avventura di cui parlavo da anni. Ammetterlo a me stesso in primis, ma anche a coloro che mi aspettano alle forche caudine nelle piazze di Ferrara. Paura di spiegarlo, sapendo ab initio di non poter essere compreso, ai miei genitori, a chi mi aveva ammirato e a chi mi aveva denigrato.



Incerto se attribuire la mia scelta al coraggio o alla viltà sono comunque ormai sicuro che arriverò a Siena in mattinata.



Sebbene io sia giunto sul treno trafelato e sudato, spossato come dopo una lunga marcia che non c'è stata, sebbene mi accorga che l'asma non fosse poi un avversario da cui scappare sarebbe stato da considerarsi così vile, sebbene le mie convinzioni siano state scheggiate da meditazioni subito abbandonate, nonostante tutto ciò, arrivo a convincermi, come spesso capita a chi si scopre tradito nelle questioni di cuore, che nulla è accaduto, che nulla è successo, tutto normale, chiudo gli occhi e possiamo ricominciare da capo.

O meglio. Ricominciamo da Siena, come niente.





ROTAIE

Ho appena terminato di caricare la chitarra e il sacco a pelo sul portabagagli che, come mi avessero spalmato sul seggiolino, immediatamente il rilassamento e lo sgranchirsi del corpo mi portano a socchiudere gli occhi.

Non a chiuderli del tutto... non mi sento completamente a mio agio infatti. Sebbene io senta le grida di gioia degli arti, la sgradevole sensazione di aver tralasciato qualcosa impedisce la resa totale all'incoscienza. Ma solo per poco.

La forza del sonno e la consapevolezza che la paura di una dimenticanza mi accompagna da sempre, finendo perciò la dimenticanza stessa per essere inflazionata, vincono ogni resistenza.

Un paio di minuti dopo essere salito sul treno sto già dormendo.



E chissà quanto avrei dormito se durante quella breve transizione tra la veglia e il sonno profondo, che chiamano dormiveglia, non mi fosse caduto dal capo il cappello e si fosse arrestato giusto giusto sulle mani.



Riapro così improvvisamente gli occhi e quasi rimprovero il mio compagno per la sua impudenza, come si fa con i bambini quando la notte piangono. Poi mi accorgo che, come non si può pretendere che i figli dormano se non gli si fa il letto, anche il mio elmo da pescatore ha avuto le sue ragioni per svegliarmi, in quanto il suo posto per riposare non era certo schiacciato tra il poggiatesta e la mia pesante crapa, ma piuttosto a fianco dello zaino, lassù sul portabagagli. Perciò perdono e accetto di alzarmi per portare il cappello in un luogo più consono. Non so se sia meglio posarlo accanto allo zaino o dentro lo zainetto, oppure se devo fidarmi a lasciarlo appoggiato in bella vista sopra la custodia della chitarra a qualche metro da me. Nel contempo non posso evitare di notare, divertito, che il mio corredo, da solo, occupa gran parte dello spazio bagagli di questo limitato vagone; vagone costruito non a scompartimenti separati ma con due fila di coppie di poltroncine che, a due a due, si guardano in faccia, formando una successione di piccoli salotti da quattro posti ciascuno in entrambe le file. Se ognuno avesse con sé un tal volume di bagagli, dico tra me con il sogghigno di chi commette un'ingiustizia che passerà certo impunita, non sarebbe possibile viaggiare tutti su questo treno. Dovrebbero far pagare un supplemento a chi trasporta più di un dato volume di cose, un biglietto speciale unito al biglietto normale, penso.

Per furtuna che ancora pago solo un semplice viaggio in seconda classe senza alcun supplemento, esclamo mentalmente. Già, per fortuna... visto che ho già speso un mucchio di soldi... si, proprio una fortuna che non debba pagare qualcosa in più oltre al biglietto... oltre al biglietto..... al biglietto... Biglietto!.



Mentre corro verso il centro della stazione e l'autoparlante annuncia che il treno per Siena è in partenza dal primo binario mi chiedo cosa divida le persone tra dimentiche e non.

Non può semplicemente essere la sensazione di dimenticanza o di trascuratezza nell'opera compiuta, mi dico, che rende le persone più precise e complete e costrette a concentrarsi e a combinare fino a che la sensazione non sparisce. Perché, gran Dio! la stessa sensazione mi accompagna sempre qualunque cosa io combini e con qualunque diligenza io la compia, non mi abbandona comunque. E d'altronde, quella sensazione non permette di risolvere i problemi di dimenticanza, poiché io continuo a non ricordare, a dimenticare e a tralasciare. Ma nemmeno si può opinare che la sensazione nasca sempre da effettive dimenticanze, imprecisioni o errori, perché, per Giove!, non tutto ciò che combino va in malora.

E allora si può affermare che la sensazione di dimenticanza nel mio caso diventa del tutto inutile, in quanto essa è presente sia quando serve che quando non serve, essa non distingue quando deve nascere e quando deve sparire, e combina un casino tale che finisco comunque per dimenticare, o ciò che dovevo fare, o addirittura ciò che ho dimenticato.

Da qui forse nascono l'insicurezza e i dubbi.

O, viceversa, forse questa continua sensazione nasce essa stessa dall'insicurezza o dai dubbi. In questo caso la distinzione finisce per essere più corretta, non tra persone dimentiche o meno, ma tra persone dubbiose e persone sicure. Visto che dai dubbi nascono a volte le scelte migliori, e comunque sensazioni forti e contrapposte come la paura e la gioia, e visto che anche Proust diceva che l'intelligenza è in misura al dubitare di tutto, allora trovo confortante aver dimenticato, qualche mese fa e a pochi giorni dalla laurea, la mia tesi, costata un anno di lavoro, sul treno per Venezia; allora finisco per trovare divertente, ora, correre a fare il biglietto per Siena mentre l'autoparlante annuncia la prossima partenza del treno, e con lui, di tutti i miei bagagli che occupano gran parte dello scompartimento.



A volte è come se il tempo si fermasse solo per noi, consentendoci cose che la nostra sensazione temporale, e il nostro orologio, escludono categoricamente dall'ambito delle cose realizzabili, da quell'ambito che funziona senza magia e senza sogni.

E in questo arresto irreale speravo mentre correvo verso la biglietteria lasciando tutto quello che possedevo sul partituro treno; in solo questo potevo contare confrontando le lancette del mio orologio con la fila che mi precedeva; in che altro potevo contare con solo un paio diminuti a disposizione? Eppure sono qui sdraiato, trafelato e sudato, ma sdraiato sotto il mio zaino, ad aspettare tronfio qualsiasi controllore. Siano essi uno dieci o centomila dovranno comunque arrendersi a questo biglietto, voltarmi le spalle e tirar dritto. Quindi ce l'ho fatta: ho vinto la scommessa contro il tempo. Oppure il tempo mi ha dato una mano, barando affinché una delle sei miliardi di formichine che si inseguono in questa dimensione avesse modo di proseguire la sua ricerca, e così, magari, riuscisse anche a dare un più vero significato al tempo.

Mi rende davvero allegro pensare al vecchio signore dalla immensa barba bianca mentre gira all'infinito la ruota dei secoli, e che col suo girare continua da sempre a far seguire le ore alle ore ed i giorni alle notti; mi rende allegro vederlo, appunto, quando decide di sospendere un attimo l'eterno movimento, per un caffè, per uno starnuto, o perché qualcuno finisce per essere più o meno simpatico pure a lui. Ed è più un gesto automatico che una sfiducia nella simpatia del vecchio dalla barba bianca ciò che mi spinge a domandare, prima di concedermi per davvero qualche minuto di sonno, che ore faccia l'orologio del signore che, rivolto verso di me ma intento a leggere un giornale, occupa diagonalmente il posto opposto al mio.

Niente di più semplice e di più realistico: il mio orologio, e questo però non so spiegarlo, era soltanto avanti di cinque minuti.





Esistono certo differenti tipi di sonno; quello che ci sorprende in treno è senza dubbio assai improvviso e difficilmente vincibile, ma tuttavia mai estremamente profondo, tanto che spesso accade di riaprire gli occhi e di ricordare perfettamente ciò che si stava sognando, quasi si trattasse di pensieri, di una meditazione profonda, piuttosto che di sogni. E facilmente accade di interrompere questo tipo di sonno nel momento in cui il conciliante rumore che lo accompagna e lo stimola - il rumore delle rotaie - scompare e viene sostituito dai rumori e dalle voci della gente che scende o che sale alle fermate.

Apro gli occhi in una piccola fermata di cui non distinguo il nome, poiché sono senza lenti e momentaneamente senza occhiali, allorché di fronte alla mia cecità, a fianco del posto sotto cui allungo le mie lunghe leve, distinguo i contorni di una figura senza dubbio femminile, in grado di esibire gambe sottili, liscie e color ambrato.

Vorrei ritornare ai miei sogni. Riprovo a chiudere gli occhi. Il rumore del treno sulle rotaie è ripreso. Sto nuovamente navigando sul batello che galleggia nel canale arginato da due barre lunghissime di acciaio. Sono ancora in movimento e il ronzio dei motori riprende ad isolare le mie orecchie dalle voci indesiderate della gente sconosciuta. La mia posizione corporea non è cambiata di un centimetro. Nessuno ha toccato i finestrini, nessuno ha manomesso il riscaldamento, non sento urla disturbatrici, la distanza da Siena è ancora tale da non doversi preoccupare di svegliarsi tardi. La luce è la stessa di pochi attimi prima. Gli odori anche. Il mio respiro e la mia asma restano costanti. Lancio un'occhiata cieca al mio cappello e l'ombra nera mi fa segno che non ci sono problemi: nessuno lo ha importunato. Non ci sono mosche e chi ascolta il walk-man, se c'è, appare stranamente insonorizzato. Il vagone, insomma, è lo stesso di quando sono partito, di quando non ho dovuto cercare il sonno. Tutto ciò che vedo e sento è identico.

Ma non trovo quel sonno a cui avevo chiesto di attendere un secondo, perché sarei tornato in un attimo. Pare quasi che il sonno mi aspetti in un altro vagone. Forse quello in cui i pantaloni del signore che, fin dalla partenza alla stazione di Firenze, davanti a me leggeva il giornale, non sono ancora stati sostituiti da un paio di gambe scoperte ed ambrate.

Sono costretto ad ammettere una volta ancora che l'uomo è ben poca cosa in fondo, è limitato, nonostante la metafisica, la fisica, l'ingegneria, l'economia, la matematica, la letteratura, la poesia e tutto quanto crediamo ci distingua dagli animali. Bastano, e basteranno, almeno finché l'uomo conserverà gli attributi per considerarsi tale, un paio di belle gambe per arrestare le stelle, gli algoritmi, i sistemi produttivi e le trilogie, e il mio sonno. Due gambe ambrate, di cui nemmeno vedo distintamente la proprietaria, hanno il potere di rendere più importante il tempo, più prezioso, quasi scappasse più in fretta impedendoci, e di osservare attentamente ciò che affermiamo non stia bene osservare, e di bramare ciò che ci è consentito solo di sognare, e quindi di immaginare ciò che se ci fosse data la possibilità di ottenere alfine forse rifiuteremmo.



E' un istinto. Forse neanche quello di possedere ma quello di guardare. Nessuno sa spiegare cosa si intenda per bello. Forse è ciò che più si conforma alle nostre idee di bello dicevano i greci e Platone. E forse per ricercare cosa davvero esalti la nostra anima attraverso questa conformità finiamo per osservare il numero maggiore possibile di gambe.



Ma è inutile, mi dico, cercare di fornire una spiegazione razionale per legittimare un comportamento che rende l'idea di quanto l'uomo ancora sia vicino agli animali - per carità, nessuno ama gli animali come il sottoscritto, solo mi rattrista scoprire in fondo l'inutilità del pensiero -. La realtà è che restiamo e sempre resteremo bestie. Bestie che cercano di soddisfare i propri istinti e le proprie voglie nella maniera più sofisticata e meno faticosa possibile. Qualcuno a volte si accorge che forse c'è dell'altro. Ma poi viene isolato e incompreso e finisce per rendersi conto che, poiché vive tra bestie, la maniera più gaia e gioconda è quella di restare una bestia. E davanti alle gambe scoperte perde il suo sonno.





Ora si tratta di scegliere come impiegare il tempo risvegliato. Attorno al treno si snodano i continui e verdissimi paesaggi della regione del Chianti, che torrenti e boschetti rendono niente affatto monotona, e il sole illumina rendendone i colori ipnotizzanti, quasi le colline diventassero un caleidoscopio da cui non si riesce a deviare lo sguardo.

Ma una vera e piena visione del panorama mi impone l'utilizzo degli occhiali. So quanto piacevole diverrebbe il finestrino indossando gli occhiali.

Ma con pieno potere visivo quanto resisterei alla curiosità di esaminare meglio le qualità della mia vicina compagna di viaggio? So per certo che le colline, quelle della regione del Chianti, passerebbero in secondo piano; che qualunque cosa io abbia a fare passerebbe in secondo piano, così la lettura, così i miei pensieri e sogni; tutto finirebbe secondo alla curiosità - e certo anche al piacere - di studiare l'aspetto della ragazza e di cercare di scambiare anche poche parole con lei.

Ma non trovo gratificante, ora, donare il mio tempo a questa pur piacevole bestiale parte della mia persona, a questo istinto. Voglio restare libero di pensare e, perché no, di leggere. Voglio evitare di restare dominato dall'istinto, almeno qui, dove cerco di allontanare la normalità quotidiana. Respingo perciò la tentazione congiunta delle verdi immagini lontane e delle vicine sensuali visioni, e lascio gli occhiali appoggiati sul portaoggetti.



Come se il mondo terminasse poco oltre la punta del mio naso continuo così il viaggio, chiudendomi nella mia miopia, che assieme mi isola e mi protegge dalle immagini troppo abbaglianti del mondo. Leggo un libro sulla storia d'Italia contemporanea, dal '45 ad oggi per la precisione.

Ho sempre trovato la storia estremamente interessante, a volte coinvolgente. Penso sia dovuto alla mia capacità di immaginazione e forse anche di immedesimazione. La trovo dunque più che magistra vitae una magistra somniorum. E inoltre credo non si possa parlare, e tantomeno scrivere, senza conoscere ciò che è stato. Su cosa fondare altrimenti i propri pensieri e le proprie considerazioni?

La stessa economia basa tutto il suo apparato analitico-matematico e i suoi sistemi previsionali su ciò che è accaduto, anche solo il giorno prima.

E poi anche i propri sogni, appunto, si arricchiscono delle esperienze passate. Come sognare i cavalieri altrimenti? E le favole... quante favole e leggende trovano spunto nella storia - vedere Tolkien -.

Si, penso, la scienza come l'immaginazione sono come quelle statuette ricordo che brillano la notte quando sono state esposte alla luce: se restano immobili in una stanza buia, prive di quei riflessi e di quelle scintille che ne nutrono lo splendore, prive perciò della storia, resteranno solo sempre statuette spente.



E poi, quoque modo, il libro lo devo leggere perché è stato consigliato dalla commissione esaminatrice delle ammissioni al corso di giornalismo di Bologna.



Proseguo in tal modo il viaggio, immerso nella lettura di un'Italia passata con i suoi problemi e le sue reazioni, seguendo i commenti dell'autore che forse mai come in un libro di storia ha la possibilità di caratterizzare ed ideologizzare la propria opera.

E passano le fermate e scorrono le verdi colline, mentre io le sostituisco con la conoscenza di giorni lontani, di ore di ieri.

L'azzurro del cielo e dei fiumi, la luce del sole che esalta i colori e le ombre dei boschi, gli spazi in cui soltanto i colli improvvisi arrestano il vento; il treno così ricco di ricordi delle persone che qui hanno pianto o sorriso le loro esperienze o memorie; la gente di questo vagone, così solo apparentemente inutile e poco interessante, così lontana, con una vita nascosta agli occhi, con un'anima celata dall'indifferenza reciproca; la ragazza che mi rifiuto di osservare, di cui temo il fascino, e che magari pensa di chiedermi da dove vengo ed invece finisce per guardare ancora una volta l'orologio; tante cose postpongo alla lettura. Alla lettura di ciò che qualcuno ha combinato per finire nei libri di storia, invece di limitarsi a leggere ciò che era già storia ai suoi tempi.

Chi ha fatto la storia deve aver smesso, almeno per un istante, di leggere, e deve aver trovato il coraggio di deporre il libro e affrontare i colori che stavano aldilà del vetro e le persone che gli viaggiavano accanto.

Proprio questo pensiero è il pungolo che mi tormenta mentre continuo a deviare gli occhi dal mondo per immergerli in righe innocue.



Esiste anche in questo caso un punto di equilibrio in cui si confronta l'utilità del tempo. Un tempo in cui si escludono a vicenda, in quanto inattuabili contemporaneamente, la lettura e la vita reale. Rammento una frase di Daniel Pennac: "Il tempo per leggere è sempre tempo rubato (come il tempo per scrivere d'altronde, e il tempo per amare)". Quando anteporre la lettura alla realtà, o viceversa, se non quando l'una ci diventa più utile dell'altra, più desiderata?

L'equilibrio, cioè quanto dedicare alla lettura e quanto al mondo, varia da situazione a situazione, varia a seconda dei libri e a seconda di chi o cosa ci circonda. Chi entra nei libri di storia, chi ha fatto la storia voglio dire, ha certo smesso per un istante di leggere. E in quell'istante l'equilibrio pendeva certo a favore dell'azione.



Ma appunto - continua fastidiosamente il pensiero a pungolarmi - tutto ciò significa che la storia che ora leggo, con tutta la sua bella nobiltà, va confrontata con ciò che perdo non guardandomi attorno. Non sapessi che cosa mi sta accanto d'accordo, ma invece lo so e ne conosco anche il valore.

Quanto valgono queste colline, le conoscenze fatte sul treno, le emozioni di uno sguardo con la ragazza che mi sta di fronte? Valgono più di qualche pagina di storia che resta comunque sul libro, non può scappare e mi attenderà stasera, domani, sempre. Il treno e il tempo invece mi concedono questa unica possibilità.

E allora scopro - e il pungolo diventa rammarico - quanto spesso si ripeta il nascondersi dietro menzogne che finiscono per cancellare le nostre paure sotto un così spesso secondo strato di vernice falsa da rendere nobili le azioni più vili. Sto nascondendo dietro la nobiltà della storia, e dietro una velleitaria volontà di allontanare le consuetudini, la paura di un fortissimamente desiderato sguardo e, perché no, dialogo con colei che ha presentato le sue gambe prima del suo nome. Ecco la conclusione. La mia assurda timidezza e il terrore di non interessarle a sufficienza, ovvero la mia insicurezza, sono riuscito a farli diventare uno stoico e lodevole e prezioso amore per la storia.

Ma non deve essere così! Come ho abbandonato il mio passato desiderio di divenire professore universitario, quando mi accorsi che nasceva dalla paura di uscire dalla stanza di ricerca e di studio, e dalla paura di dover guardare lontano, senza schermi, una realtà di cui temevo la forza, allo stesso modo ora devo avere la capacità di varcare il rifugio della mia cecità, indossare gli occhiali e guardare il mondo, a cominciare da ciò che ora più di tutto desidero guardare. Gambe fianchi seno spalle labbra naso denti occhi capelli tutto. Perché vivere è anche questo, anzi, soprattutto questo. Perché la storia, con tutte le sue nozioni o fantasie, resta comunque una cosa scritta sulla carta, e come la carta fa palpitare il cuore.




Afferro perciò gli occhiali, e sto per indossarli, quando penso che sia un'idea migliore mettere addirittura le lenti a contatto. Chissà, mi auguro, che il traffico che l'operazione comporta non finisca per attirare l'attenzione.

Mi alzo per metter via gli occhiali e tirar fuori il contenitore delle lenti. Lenti che passo in bocca una alla volta prima di inserirle negli occhi. E torno in quattro e quattr'otto nella realtà del vagone. Aspetto, come provassi piacere nel centellinare la scoperta, ad indirizzare lo sguardo direttamente sul corpo di lei.

Osservo prima i disegni fiabeschi che si susseguono dietro al finestrino, trovando conferma a quanto immaginavo sui paesaggi di questa parte di Toscana.

E poi volto lo sguardo verso il finestrino opposto e gli occupanti i sedili dell'altra fila, sorpassando con noncuranza ma forse con velocità sospetta il viso e lo sguardo della ragazza.



E' come se cercassi ancora interessi che si frappongano all'approccio con lei, come se rimandassi e continuassi a trovare priorità inderogabili ma inesistenti. Ora però, a differenza di quanto accadeva con la scusa della storia, il gioco di rimando è piacevole. Ormai so che il momento del contatto visivo e vocale l'avrò. L'ho deciso. Sto gustando appieno i preparativi.

In ogni caso, mi dico, devo smetterla di pensare. Devo lasciare da parte dubbi e titubanze sul cosa dirò, come reagirà, ma perché dovrebbe reagire così o cosà, e se non dirà nulla, e se sorriderà e via di seguito.



E intanto comincio a voltare gli occhi, tenendo il volto ancora verso il finestrino della mia parte. Comincio a guardare le scarpe, bianche, di tela, con un tacco di un paio di centimetri. Sono subito le gambe, liscie e luccicanti nel loro colore abbronzato, lunghe e sottili, che fermano il mio sguardo e mi fan girare il volto. Salgo verso il suo viso, cercando di raccogliere e di far mio, nei brevi attimi in cui il suo corpo entra progressivamente nel campo visivo, tutto quanto suscita emozioni nella sua bellezza, quasi io stia cercando di arrivare preparato al confronto con i suoi occhi. Il colore ambrato delle gambe accavallate termina molto in su, dove comincia una graziosa succinta minigonna chiara, anch'essa di tela mi pare. La minigonna, sottile al punto da lasciar intravvedere - o immaginare - nella parte più curva del corpo il profilo e il colore scuro dello slip, termina stretta stretta da una cintura di cuoio. Da lì parte il blu del corpetto che sembra colori il suo corpo, rendendo in tal modo più evidente ciò che sta sotto l'ampia scollatura del vestito, di ciò che appare scoperto. Nella scollatura la pelle è tanto liscia e ambrata da luccicare, e un ciondolo azzurro sostenuto da un sottile cuoio nero pare si diverta a richiamare l'attenzione sulla sua fortunata e privilegiata posizione, tra le falde e le valli del seno e il sottile e lungo collo. Arrivo poi alla bocca che, tra le labbra semichiuse, lascia intravedere una lunga fila di denti bianchissimi. Il naso all'insù, a patata si dice, divide gli occhi lontani e lanceolati, scuri e profondi, riparati da sopracciglia nerissime.

Mi sento arrossire. Non solo mi appare bellissima, assai più di quanto immaginassi nella mia cecità, ma, avvolta nell'ebano dei lisci capelli a caschetto, mi stava come attendendo. Divertita sorride quando i miei occhi finiscono per arrestarsi ed affondare nella scura profondità dei suoi. E' come se avesse pazientemente atteso che io completassi la mia analisi introduttiva, se avesse compreso ogni mio commento, ed ora aspettasse il giudizio ad alta voce, detto faccia a faccia, negli occhi. E sapeva l'effetto di quanto è accaduto, come se avvenisse ogni giorno, su ogni treno. Sapeva che sarei restato senza parole di fronte alla sua amabile sfacciataggine, di fronte al suo sorriso abbagliante ed ai suoi occhi semichiusi che mi guardano e mi interrogano. Come a dire: "E allora.. su coraggio, di' qualcosa, vediamo se sei almeno originale".



Non credo di essermi mai trovato così impacciato. Non poter staccare lo sguardo. Non poter allontanarsi né girarsi per far finta di aspettare qualcuno. Non aver niente, ma proprio niente da dire. Anche questa è un'occasione, trovo la forza di dirmi, in cui il vecchio dalla barba bianca che gira la ruota del tempo si diverte a distrarsi e a rallentare i giri.



Non passa questo attimo di panico. Sembra eterno. Non passa fino a quando non trovo la faccia tosta di chiedere una banalità enorme, talmente grossolana da risultare divertente: "Scusa, mi sai dire a che ora arriviamo a Siena?".

Risponde con un sorrisone che mi pare, nel contempo, voglia esprimere anche un minimo di rammarico per una chance perduta, mia credo, non sua. Finge di guardare l'orologio mentre dice: "Tra non più di cinque minuti".

Dico grazie e, intanto che riordino i bagagli e li preparo per la discesa, mi chiedo perché non mi sono deciso prima a comunicare, quando ancora avevo parecchio tempo, quando avrei avuto la possibilità di prolungare le enormi emozioni che questa splendida ragazza è riuscita a procurarmi in pochi istanti. E poi chissà, forse mi poteva pure aiutare a Siena.

Invece ho solo il tempo di risedermi e di incrociare furtivamente un altro suo sguardo prima che il treno freni definitivamente.

Stramaledico ancora una volta la mia titubanza quando, a treno fermo, lei si alza e dall'alto del suo fisico scultoreo mi dice ciao. Mi fa cenno con la mano, allontanandosi verso la discesa, mentre io resto seduto a cercare, e di infilare le spalline dello zaino, e il coraggio di seguirla.

La prima immagine di Siena, ottenuta rotolando di corsa verso l'uscita, è quella di lei, delle sue gambe stupende che salgono i gradini di un tram. Poi chiudo gli occhi. Forse era meglio la storia.



SIENA

E' una bellissima giornata di sole e in più è un fine settimana.

La guida degli ostelli consiglia di prendere in considerazione l'eventualità di dormire in camere affittate in centro, prima di gettarsi ad occhi chiusi sull'ostello. La ragione è semplicissima: quest'ultimo è distantissimo dalla città, per cui la guida stessa riflette sulla convenienza economica di un posto notte che richiede salati biglietti tramviari per garantire il sonno, e inoltre chiude alle undici. Ma non nutro grandi speranze di trovare posti economici in centro, vista la combinazione bel tempo-giorno festivo.

Infatti all'ufficio informazioni della stazione non possono altro che consigliarmi di cercare direttamente sul posto, in centro, e di rivolgermi al limite all'ufficio turistico in piazza. Non mi fanno certo coraggio. Mi vendono un biglietto del tram e mi indicano la fermata dall'altra parte del piazzale della stazione. Sembra, a quanto mi dicono, che tutti gli autobus che stoppano lì conducano in centro.



Le prospettive non appaiono allettanti. Dopo l'esperienza di Firenze, in cui l'ostello distava chilometri dalla città e dalla fermata più vicina, non mi aggrada una sistemazione di nuovo periferica. Inoltre, l'aspettativa di passare ancora una notte in una camerata affollata dalle persone e dalla polvere mi spinge a giocare il tutto per tutto. Non prenoto in ostello, col pericolo di perdere gli ultimi posti disponibili, ma vedrò, mi faccio animo, di riuscire a trovare un buco in città.



Attraversando il piazzale della stazione mi accorgo che non mi era mai capitato di ragionare in questi termini durante i numerosi viaggi compiuti in Europa. Mai nemmeno avevo dubitato di abbandonare gli ostelli per un minimo di comodità in più. Questo significa, e lo conferma lo sconforto che mi prende accorgendomi che la fermata del bus è priva di panchine, che le mie condizioni fisiche sono tali da più che bilanciare le spinte entusiastiche dell'avventura. Oppure significa che sono cambiato?

Lo zaino pesa un accidente e non posso fare altro che appoggiarmi, stando in piedi, contro un palo della luce. L'autobus non arriva. Il dolore alle spalle e la consapevolezza che prima arrivo all'ufficio turistico e maggiore è la possibilità di dormire al coperto mi suggeriscono di provare l'autostop. Che ci perdo? mi chiedo. Aspettare per aspettare.

Eppure esporre il pollice appare subito più difficile di quanto sospettassi. Tutte le persone, parecchie, che mi fanno compagnia nell'attesa del tram mi osservano come fossi un marziano. Alcuni lanciano occhiate malevole, altri fingono di disinteressarsi ma interrompono il discorso iniziato con l'amico vicino. Il volume delle chiacchiere si abbassa notevolmente all'alzarsi del dito. E' certo che i precedenti soggetti delle loro calunnie e pettegolezzi hanno lasciato a me il proprio posto.



Ormai conosco da tempo quale invidia e quale rabbia verso chi rema controcorrente stanno all'origine di queste attenzioni. E tuttavia mi disturba sentire gli sguardi sul mio braccio teso e alzato, quasi lo appesantissero e richiedessero al gesto un grande sforzo muscolare. Anche gli sguardi di chi passa in macchina fanno male. Questi sono davvero cattivi, come se augurassero del male a chi ha l'impudenza di pensare di sedersi sui sedili delle adorate quattroruote, così custodite e amate, così protette, così importanti. Gli occhi che incrocio brevemente pare non si sforzino di capire l'universo di pensieri e dubbi che spingono un ragazzo all'autostop. Pare che essi siano certi delle risposte: chi chiede passaggi è un fannullone, un buono a nulla, un disadattato che non si merita compassione, è un qualcuno che - quale orrore e ribrezzo! - sta semplicemente cercando di mettere in dubbio le nostre certezze, sta scavando in ciò a cui affidiamo le nostre sicurezze. Egli è un soggetto che prova ad uscire dalla corrente delle consuetudini e in tal modo rischia di compromettere il sistema. Non va favorito. Anzi, va ostacolato.

Sono pochi quelli che passando mi lanciano uno sguardo di solidarietà e insieme di incoraggiamento, comunicandomi con un'espressione di rammarico che ci sono per loro appuntamenti e orari e mansioni da rispettare, che magari il passaggio me lo offriranno quando non ci sarà la suocera, quando non ci sarà il bambino, quando non ci sarà il ragazzo che le aspetta poco più avanti, quando la macchina sarà più pulita, quando sarà più sporca, quando ne avranno voglia, quando riusciranno a prendere in mano la loro vita, quando.... non lo sanno.

E poi c'è la paura in quegli occhi. Aprire la portiera ad uno sconosciuto è come invitarlo in casa quando si è soli. Perché dare la possibilità a qualcuno, di cui non conosciamo le intenzioni, la abitudini e i pensieri, di arrivarci tanto vicino da poterci fare del male? Chi mai affiderebbe la propria sicurezza ad una pallina che rotola tra il numero della buona azione e quello di un'azione inutile e pericolosa? Si tira dritto, fatti un paio di calcoli di convenienza, e si tira assieme un sospiro di sollievo: anche oggi tocca a qualcun altro.

La buona azione, l'aiutare gli altri, non deve diventare un rischio inutile. Mi dispiaccio mentre dò ragione a chi per timore non mi guarda nemmeno. E' terribile ad ammettersi ma siamo persone spaventate. E riflettendo si scopre quanta parte gioca la paura nei nostri comporamenti più biasimevoli, e quanto allora saremmo migliori senza di essa. Quante volte anch'io ho tirato dritto. Il braccio è diventato ora davvero pesante.



Poi arriva l'autobus, non importa il numero, vanno tutti in centro. Ma di quale centro parlano, mi chiedo dopo un numero esorbitante di curve e tornanti affontati a velocità da gran premio, di quello di Siena o di quello di Roma? Non so quante altre città al mondo possiedano stazioni allocate così distanti dal nucleo della città.

In ogni caso, il nostro pilota ci porta fino ad un ampio piazzale, piazzale Matteotti, da cui penso sia immediato arrivare in piazza.

Parto a razzo seguendo il flusso maggiore di persone. Nonostante il peso dei bagagli supero nugoli e nugoli di turisti. Non credo di essere mai andato così veloce con lo zaino. Rischio di abbattere qualcuno ad ogni passo. Nella foga della camminata inizio ad accorgermi della bellezza delle vie che percorro. Ma solo distrattamente. La mia attenzione è perlopiù catalizzata dai cartelli indicanti piazza del Campo e l'ufficio turistico. Ogni sorpasso mi conforta: potrei aver rubato al ritardatario l'ultimo posto disponibile. Sto veramente gareggiando con l'intero flusso di gente che procede verso la piazza. E sono in testa! Nonostante la salita, la distanza maggiore delle mie previsioni e l'asma, la foga e la rabbia mi spingono di prepotenza nella piazza.

La piazza è come una conchiglia, come un'ostrica, dalle cui valve si prolungano come raggi piccole viuzze, brevi sentieri tra la piazza e le vie che la circondano. Le trascuro, mi appaiono insignificanti, così buie e affollate.

Mi getto nell'ostrica e scruto ogni angolo e ogni negozio alla ricerca dell'ufficio turistico. Forse sono il primo turista al mondo a disinteressarsi della piazza. Il primo che arriva lì per la prima volta e chiede subito di un altro posto.

Ma non mi frega dell'affronto alla città e alla sua piazza. Devo trovare quel dannato ufficio. Ho corso per arrivare qui. Ho rischiato il collasso per superare decine di persone e ora la piazza pare scherzare e si diverte a nascondere il traguardo.

Dopo essere girato su me stesso almeno una dozzina di volte per scoprire dietro quale insegna fosse mimetizzato l'ufficio turistico mi decido, sudato e ubriaco per la foga con cui ho trottolato, a domandare indicazioni alle persone più vicine. Trovo un cinese, delle olandesi, un inglese e infine un romano. Nessuno mi è di aiuto. Siena comincia a diventare veramente antipatica.

E intanto ho paura che le persone che avevo distanziato nel mio personale gran-premio della montagna mi abbiano ormai preceduto all'ufficio. Abbattuto decido di tornare nella via che circonda la piazza. Scelgo un raggio a caso. Con lo sguardo basso attraverso il vicolo. Mi rituffo nel flusso della via grossa. Vedo un vecchietto che avanza lentamente a tre gambe, appoggiandosi ad un bastone di legno. Gli occhi brillano di acutezza e simpatia toscana, il viso ha il colore rossastro del sole e del vino genuino. Se non mi è d'aiuto lui, penso.

"Scusi" gli chiedo, "mi sa indicare l'ufficio di informazione turistica?".

Solleva la testa per arrivare all'uno e novanta dei miei occhi, un po' stupito e un po' divertito per l'attenzione che un giovane così apparentemente forte gli concede. Infine, improvvisamente, come mi rivelasse un segreto avito mi dice: "L'hè lhì, happenha dhentro nhel vihottholho. Si vhede dha qui!".

Ha ragione. Nel viottolo che ho appena attraversato, dopo la folla rallentata dalla strettoia, nell'ombra delle case che coprono a mo' di ponte la viuzza, è davvero illuminata l'insegna dell'ufficio promozione turismo. Saluto, sorrido, ringrazio il vecchio e in un attimo sono nell'ufficio.

Ci sono luci al neon e aria condizionata. Prima di me chiede informazioni una coppia che mi era accanto alla fermata dell'autobus. Che corsa inutile la mia, penso. Costoro non sono certo sudati, devono essersi gustata la città e la piazza, magari hanno pure preso un caffè, ed ora sono qui a fregarmi gli ultimi posti. Chissà, mi chiedo ironicamente per alleviare quella sensazione da coglione che mi sento addosso, che non abbiano incontrato il vecchietto qualche minuto prima di me. Mi consolo a pensare che cercando essi una camera doppia non possono essermi di grande danno. Resto però deluso quando sento l'impiegato rispondergli che gli unici posti rimasti sono in albergo.



Alla parola albergo qualcosa mi scatta dentro, qualcosa che suppongo si fosse assopito al tepore del sole una volta giunto in questa città. D'accordo, l'idea di una camera singola da utilizzare ad orari più elastici di quelli imposti in ostello, l'idea di una doccia in camera seguita da dolci momenti di rilassante lettura sul letto, il pensiero di un po' di tranquillità, di un rifugio, erano e restano alquanto allettanti. Soprattutto se la camera avesse la vista sulle vie o sulle piazze di questo antico centro. Ma il prezzo?! Già, il prezzo di questa comodità a quanto arriva?



Intanto la coppia che mi precedeva è uscita dall'ufficio. Il commesso mi chiede cosa può fare per me. Senza pudore gli domando se è possibile trovare un posto per dormire in città restando bassi col prezzo.

"Certo" mi risponde, "è possibile affittare piccole camere presso famiglie". Alza il ricevitore del telefono, compone un numero, ascolta e mi dice: "la signora chiede trentamila lire per questa notte, è in via Roma, appena fuori dal centro, non ci sono i servizi in camera".

"Le dica che richiamerò io fra un po'" rispondo, "dopo che avrò dato un occhiata agli alberghi" continuo tra me.

Esco dalla stanza dell'aria condizionata con le idee ghiacciate. Non ho ancora un posto per la notte. Per ora ho un numero di telefono in un bigliettino e il consiglio di provare con gli alberghetti che stanno proprio nel prolungamento del viottolo, passata la strada grossa, a pochi passi in salita.

Entro nel primo alberghetto, Eden si chiama, dove mi informano che una singola per la notte viene sulle quaranta, senza servizi, e poi comunque l'albergo è pieno. Passo al secondo, l'albergo Dolce Oriente, stessa storia... per fortuna.

Scendo verso piazza del Campo. Non credo valga la pena di continuare a cercare alberghi, anche perché il prossimo avrebbe potuto chiamarsi Moulin Rouge se non addirittura Fantastica Moana. Ho ancora in mano il biglietto con l'indirizzo e il telefono della signora Turri, quella della camera.

Penso alla trentamila lire. Sono solo diecimila di differenza da quanto mi costerebbe l'ostello - almeno stando a quanto c'è scritto sulla guida -. Eppure pesano. Pesano in un viaggio che è nato allo scopo di dormire sulle strade, pesano perché sanno tanto di turismo e non di avventura, pesano, e come pesano, perché appartengono comunque al sudore dei miei genitori, che stanno lavorando per mantenere un tizio che col cappello in testa fa il beat a Siena.

Non riesco ad accettare la camera di questa signora.



La tentazione è forte ma, dovessi schiattare qui sulla piazza, non posso ribaltare, in cambio di un'ora di tranquillità, tutto il significato di questa avventura. Se entrassi in quella camera accetterei una sconfitta ancor prima di aver concluso la battaglia. E spenderei, o meglio in questo caso sciuperei, i soldi di chi, pur senza capirmi, ha voluto credere nell'utilità di questa ricerca, si è fidato del proprio figlio.

Mi è già costata una fortuna questa "gita", mi dico. Molto più di quanto avessi previsto.

Devo però anche considerare che non presagivo di respirare e dormire tanto male, e che non potevo nemmeno opinare quanto la sensazione di solitudine sarebbe stata pesante nell'ostello e nelle piazze di Firenze. né, insomma, potevo sapere che già al secondo giorno nascessero dubbi sull'utilità di proseguire il viaggio, né che, d'altro canto, riuscissi così presto ad intravvedere le vere ragioni della cosiddetta ricerca.

E' dunque vero che queste ultime considerazioni in parte favoriscono l'idea di sospendere per qualche ora le ferree leggi di austerità e di vagabondaggio impostemi dai miei obiettivi.

Ma che vagabondo sarei, o, scrivendone un giorno, che vagabondo sarei stato, se alla prima debolezza finissi per ricordarmi che in fondo sto solo imitando una vita non mia.

Starei dunque solo scherzando, giocando con il tempo.





E' la torre del mangia, un'ombra buia che si staglia ciclopica verso il sole, ad interrompere i miei pensieri. E' la torre che mi impone di posare gli occhi su questa bizzarra e stupenda piazza. Violentemente ritorno alla realtà, scordandomi volentieri della signora Turri e dei problemi che mi crea; una realtà che mi vede immobile, con la chitarra in mano, il cappello in testa, due zaini che mi rendono un sandwich, a metà pendio della parte sinistra dell'ostrica. Perché davvero come un'ostrica la piazza si inclina dai punti più alti dell'emiciclo verso il nocciolo, il punto più basso, dove sta il palazzo da cui parte la torre.

Sono come immerso nel sole. Confuso ed abbagliato da ciò che all'improvviso mi è apparso attorno: la terracotta, i palazzi, la torre, la gente, tanta gente, e una grande spossatezza, e perché no, una certa fame. Sento che il sole potrebbe riuscire a sghiacciarmi le idee, a suggerirmi con tranquillità il da farsi, cosa che forse il sudore, congelatomi poi addosso dall'aria condizionata, impediva. Perciò lascio che la luce mi accarezzi e mi pieghi le gambe, mi faccia scivolare giù gli zaini, mi baci sulla fronte mentre mi accascio, finalmente quieto, lì dove mi trovo.

Provo la sensazione di libertà di chi è riuscito ad affrancarsi dai propri problemi, quasi fossero spariti anziché rimandati. Infatti, appena la mia parte meno nobile si adagia sul cotto della piazza, i miei dilemmi appaiono d'un tratto enormemente lontani, invisibili e impercettibili. Esiste solo il presente, con il sole e un vento che pare voglia consacrare ancor più la vittoria dell'adesso sul dopo. Anche questa sensazione credo si possa inserire nella tanto ricercata e remota definizione di felicità.

Mi torna improvvisamente alla memoria, mentre consumo il solito pasto a base di panini e marmellata, ciò che lessi in un libro di Wayne Dyer a proposito della necessità di imparare a vivere gli attimi, di non farsi sopraffare dalla programmazione del domani, perché solo in tal modo si eviterà di aspettare sempre il minuto successivo dimenticandosi di assaporare ciò che accade, ciò che si raggiunge, dimenticandosi di vivere.

Quanto era vera la frase "carpe diem" che, pur considerando un motto invincibile, ho sempre faticato ad adottare. Troppo ansioso, troppo dubbioso e smemorato nei momenti in cui esco dai miei sogni, per riuscire a starmene quieto su uno scoglio ad aspettare i gabbiani e le onde senza calcolare il tempo della risacca o la velocità del volo. E tali credo ci renda questa società, in cui la competizione è tanto insistente da distruggere gran parte dei momenti.

E mi scopro ancora a criticare il mondo.

E' facile criticare il sistema: qualcuno dice - mi pare Eco - che tale critica è certo lo sport più praticato dagli intellettuali, semplicemente perché meno faticoso del tennis, della bicicletta e altri.

Ma in verità, cerco di convincermi, io non desidero criticare. L'analisi di una società che permette a me e a tutta questa gente di essere qui, in una stupenda piazza nel cuore della Toscana, senza nulla fare se non godere del sole e del vento, di una società la cui efficienza e efficacia ci concedono il benessere economico, l'analisi dunque, va effettuata in termini di costi e di benefici. I benefici sono tanti. Ma la realtà è un gioco di equilibri. Anche i costi è bene sapere sono tanti.

Aldilà del compromesso sviluppo di altre - e lontane - regioni del mondo, il prezzo del nostro benessere è un velo sugli occhi che impedisce di vedere il cinismo, l'ipocrisia, l'egoismo che deve accompagnare la lotta per la ricchezza. Oggi va di moda piangere per chi le televisioni, con ottimo senso dello spettacolo, ci propongono morente e affamato. Va di moda la carità. Va di moda offendere il sistema che permette la Bosnia, il Ruanda, le bombe e le armi. Ma poi la domenica ci si trova sulle spiagge, sulle nevi, a mangiare il pesce o semplicemente la pizza. Dimenticando che solo questo sistema egoistico e crudele, che abbiamo cercato per secoli, uccidendo, calpestando e affamando gente che le televisioni non possono più intervistare, solo questo sistema lo permette. Ed è per questo che, tra i costi, accettiamo inconsciamente l'ipocrisia, il cinismo, il perbenismo, la crudele competizione. E non ci accorgiamo che in fondo il prezzo diventa assai alto e che il benessere non è assolutamente un regalo. Lo paghiamo lasciando indietro i momenti, abiurando al "carpe diem", vivendo di miti, di domani e sempre di domani, e ci stupiamo quando ci accorgiamo, come capita a me ora, di cosa significa riuscire a scordarsi i ritmi preoccupati e competitivi di un mondo difficile, di cosa significa tuffarsi con spensieratezza in attimi che niente deve rubarci.

E non importa cosa accadrà più tardi, la minaccia del tempo mi troverà preparato, io sono il padrone del mio destino, io sono il capitano della mia anima.

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E' dunque con stupore che accolgo questa sensazione di libertà. Una sensazione che da tempo non provavo e che forse avevo dimenticato. Penso con gioia alla casualità con cui mi è piombata addosso, con cui l'ho trovata. E' bastato lasciarsi cullare dal sole e dal vento e togliersi del tutto da un flusso di cose programmate. E' bastato sedersi qui, sul foglio in cui sta scritto un indirizzo e un numero di telefono.

Nasce ora la consapevolezza di non avere limiti, di poter superare qualsiasi vincolo. Di non avere barriere.

Nasce la sicurezza che era stata uccisa da una programmazione e da una competizione forzate.

Qui, comprendendo cosa davvero significa essere libero, vagabondo, capisco che niente può impormi la strada, niente deve farmi competere, niente riuscirà a riagganciarmi alla giostra che non permette di camminare, che impedisce di sedersi per terra davanti alla torre del Mangia. Qui forse sono più vicino che mai ad Armando il re dei Barboni. E da qui, sono pronto a giurarci, comincia la crescita della mia sicurezza e la strada della mia vita. La strada che un giorno, voglio sperare, mi condurrà preparato al fiore dell'anima.

Qui, dove termino il mio frugale pranzo, riprendo il comando della nave, ritrovo un timone disperso, che non guiderò verso la distruzione di questa società, ma che utilizzerò per vedere di viverci, non di solo sopravviverci, per cercare di renderla più umana.



Poi improvvisamente, così come è comparsa la sensazione di libertà, appare il desiderio di suonare e cantare per la gente che mi passa accanto.

E allora comprendo quanto importante sia stato questo momento, che grande conquista sia avvenuta in piazza del Campo. Sono veramente entrato anche con l'anima nel ruolo dei vagabondi cantastorie. Sono riuscito a diventare, forse anche solo per un attimo, un vero vagabondo poeta. Era il traguardo agognato, quello di avere il coraggio, il desiderio, l'aspirazione di aprire la custodia e chiedere denaro per le proprie canzoni. Un traguardo che, supponevo, doveva avere in sé l'implicito significato di libertà.

Un traguardo raggiunto.

Eppure sbagliavo quando credevo che sarebbe stata la chitarra a permettermi di raggiungere la libertà. Perché, viceversa, è stata la consapevolezza di essere libero che mi permetterà, adesso, di cantare con quanta voce ho in gola e di accarezzare, finalmente impavido, le brillanti corde. Questo ribaltamento dei termini, anche se ora non so decifrarne il perché, sento debba avere un enorme significato.

Apro perciò la custodia e ne estraggo la mia Musa. Getto qualche moneta sul velluto rosso che riveste l'interno del sarcofago nero e, restando seduto, accarezzo dall'alto in basso le sei corde, per saggiarne la voce, quasi a chiedere alla chitarra "come stai?".



E' fantastico attaccare immediatamente, scordando le titubanze che solo ieri impedivano ai suoni di lasciare la gola, con una canzone di Vasco, e urlarla, ed esaltarsi, e sognare cantando. Vedere così che chi passa allora si accorge della tua esistenza, non finge più l'indifferenza di chi nota una presenza scomoda e imbarazzante, ma accetta la sfida. Accetta di ascoltare e di giudicare. Di non guardarti come un poveraccio che domanda pietà, ma bensì come un artista, come un personaggio strano, bizzarro, che comunque ha avuto il coraggio di accalappiare gli sguardi, di sostenerli, di rispondere con un sorriso. Un personaggio che ha avuto il coraggio di opporsi a quanto di più alienante ed oppressivo gira per le piazze del mondo: l'indifferenza. Un personaggio che esce dagli schemi e che forse suscita invidia, preoccupazione per coloro che temono per l'integrità degli schemi stessi, ma che comunque merita l'onore delle armi, merita rispetto, merita di essere ascoltato.

E' ubriacante la sensazione che provo lasciando che la mia voce arrivi alle orecchie di chi, magari, sta leggendo su una cartina la storia della torre del Mangia. E' davvero fantastico vedere chi, mentre legge "compiuta nel 1348, essa si slancia agilissima fino a 102 metri", si accorge che "Alfredo ha perso un'altra occasione buona stasera"; oppure osservare frotte di signori in pensione che, quando la guida indica il fusto in laterizi e il coronamento in pietra lassù in alto, spostano la testa verso chi, lì in basso, attacca provocatoriamente il valzer di romagna mia. O anche accorgersi che i bambini corrono sorridenti verso un juke-box vivente da cui sperano di sentire Giovanotti, lasciando maestre disperate a chiedersi pure loro che mai saranno le loggie e le trifore e chi era poi sto Federighi.

Si, penso che questa sensazione di arrivare a sconvolgere anche solo pochi momenti della vita delle persone per riceverne in cambio un sorriso, sia davvero difficile da ritrovare altrove o altrimenti. Anche chi canta negli stadi, tutto sommato, non fa che dare ai suoi fans ciò che essi si aspettano. Chi suona in strada si impone. Fa quasi violenza al tranquillo isolamento delle persone. Rischia. Da qui l'ebrezza e la massima gratificazione di un sorriso.


Dura comunque poco il mio concerto solitario. Qualche canzone e nemmeno un cent guadagnato.

Inaspettatamente compare un ragazzo dai capelli cortissimi che si siede alla mia destra, ed un altro subito dopo si ferma in piedi alla mia sinistra. Entrambi salutano tranquilli guardandomi negli occhi. Poi quello che sta ora alla mia destra mi fa: "Che canti di bello?".

Sorpreso vorrei in breve raccontargli tutta la storia degli ultimi due giorni ma finisco per dire unicamente: "Soprattutto, anzi, praticamente solo canzoni italiane. Le sto provando, poiché la chitarra me l'hanno appena regalata e gli spartiti li ho fotocopiati prima di partire".

Lui ha già in mano alcuni spartiti e li sta leggendo interessato. Quindi mi chiede dolcemente: "Possiamo cantare con te?".



Dio mio, quanta tenerezza mi fa questo ragazzo mentre mi domanda una cosa che vorrei tutti mi chiedessero, che vorrei non ci fosse bisogno di chiedere. Quanto bello diverrebbe vivere se al suono di una chitarra anche solo la metà degli uomini diventassero come questo ragazzo.



Sono talmente felice di aver scoperto un lembo di umanità in grado di vincere la solitudine che nel mio prolungato sorriso, che non riesco a controllare, pare quasi si nasconda una velata titubanza. Alla fine del sorriso mi riesce soltanto di rispondere: "Ma certo, vedi lì qualche canzone che possiamo provare a cantare?".

"Conosci Bennato?" mi chiede.

Non rispondo. Attacco invece con "L'isola che non c'è". La riconoscono subito. Di seguito propongo "Sono solo canzonette". Si scaldano e urlano. E' bastato davvero poco per rompere il ghiaccio.

Adesso penso si possano sbrigare le formalità dei nomi e delle residenze. Poi saremo liberi di conoscerci.

Bene. Siamo io, Gigi alla mia destra e Paolo alla mia sinistra. Paolo non si siede, rimane un po' distaccato. Il massimo per me è Gigi. Sono entrambi di Salerno. Qui studiano scienze bancarie. Dicono che Siena è bella ma parecchio noiosa. Gigi qui ha conosciuto il vino. E' il chianti che lo accompagna spesso a letto le sere che non trova tanto da fare.

Poi sta a me raccontare la mia storia. Mi colpisce come mi guardano stupiti. E' Gigi che mi espone per primo la sua ammirazione. Infine si riprende a cantare. E' bello. Ad ogni canzone si intercalano nuove notizie e discussioni. Si parla del coraggio di suonare, dello studio, della gente e, immancabilmente, di donne. E credo che ognuno di noi tre dedichi la propria voce ad una ragazza particolare mentre intoniamo "Margherita", con una rabbia e un trasporto tali che anche i giapponesi restano affascinati. Finiamo di certo dentro a qualche foto-ricordo.



Quindi capita quel che mai ti aspetti e che ti fa dire "ma come è strano il mondo!". E te lo fa amare..

Arriva un tipo, capelli nerissimi e corti, impomatati, con basette ben curate. Occhi neri e profondi, ricchi di una bontà trasformata in malizia dalla storia. E' scuro di pelle. Non è una persona di colore. Sembra piuttosto un mediterraneo di carnagione molto scura e molto abbronzata. Ha una camicia con tutti i colori del mondo, mischiati in righe e tondi, in strani disegni insomma. Un paio di jeans e stivaletti all'americana, con tanto di tacchi. La camicia è aperta fin dove anche il cattivo gusto non concederebbe di più. Ha nelle dita un numero marchiano di anelli. Tiene per mano una ragazza di carnagione chiarissima, bionda e occhi azzurri. Ricordano il giorno e la notte. Ricordano anche quanto intravisto nei film degli anni cinquanta e sessanta sugli emigrati italiani nel nord Europa.

Si ferma davanti a noi. Si blocca convinto proprio.

Sono l'unico ad accorgermi della sua presenza. Stiamo cantando "Bocca di rosa" che, conoscendo a memoria, non devo leggere sullo spartito, al contrario di quanto fanno Gigi e Paolo. Piano piano salgo con lo sguardo verso il suo viso. Continuo intanto a suonare e cantare.

Quando arrivo a perdermi nella sicurezza del suo sguardo che mi ipnotizza, lui fa sentire la sua voce, tranquilla e sicura, calda ma meno baritonale di quanto il suo aspetto lasciasse prevedere. Al suo "ciao" smettiamo di suonare e cantare.

Gigi e Paolo alzano gli occhi quasi spaventati da quella scura e inconsueta figura. Io, che già ho attutito la sorpresa rispondo con un "ciao" interrogativo. Quindi attendo la reazione dei miei compagni, curioso di ottenere dalla reazione stessa alcune spiegazioni. E le ottengo. Gigi, superato il primo attimo di sorpresa, senza dire niente muta l'espressione di stupore in una di gioia e si alza in piedi. Si avvicina allo sconosciuto e gli stringe forte la mano mentre esclama: "Sei proprio tu!". Poi si abbracciano, sempre senza aggiungere parole.

"Accidenti quanto chianti abbiamo ingozzato assieme... ma dove sei sparito?... e che fai ora?... quanto tempo che non brindiamo.."aggiunge sorridendo Gigi.

"Sto a Firenze. Ti ricordi che ti parlai di un tipo che mi propose di trafficare con merce proveniente dall'est? Beh! Un giorno questo mi telefona da Firenze e mi dice che mi aspetta entro la sera. Se volevo cominciare non c'era che da arrivare il più presto possibile a Firenze. Ti ho telefonato, non ti ho trovato, e sono partito" replica l'altro.

Poi Gigi: "Sarà passato ormai un anno!.. Ma di un po', come te la passi?... Mi sa che rischi parecchio con quei traffici... almeno il rischio vale il guadagno?".

Sento lo sconosciuto rispondere, malvolentieri e sottovoce, che lo smercio della sua merce è abbastanza facilitato dalle buone conoscenze e dai pochi controlli. E, inoltre, sulla roba che non va venduta gli restituiscono quanto lui l'ha pagata: una specie di contratto estimatorio, penso tra me.

Mi sento alquanto a disagio. Continuo a scambiare sguardi di curiosità e di indagine con il ragazzo appena arrivato: mi accorgo che anche lui è infastidito dal non conoscere chi sta ascoltando le sue parole.

Alla fine Gigi si ricorda di ciò che avrebbe dovuto fare da un pezzo: "Questo è un mio amico. Sembra un napoletano ma è molto di più di un napoletano. E' un arabo, perciò occhio!" dice facendoci scherzosamente l'occhiolino. E aggiunge: "L'ho conosciuto l'anno passato. Stava nell'appartamento accanto al mio. Cristo che bevute e che feste mi ha combinato!".

Io e Paolo ci presentiamo. Non capisco il suo nome ma non me ne importa. Ora vorrei ricominciare a cantare.

Gigi invece si scorda della chitarra, riferisce i problemi di Siena e chiede i guai di Firenze.

Non riesco a suonare accanto a questi che se la raccontano. Tanto più che scopro nascere ed accrescersi la curiosità di conoscere questo arabo. Dietro la sua aria di buzzurro sono certo c'è una storia. E dove c'è una storia è la volta che si incontra un uomo.

Abbandono gli indugi e, ancora con la chitarra in mano, interrompo all'arabo un discorso di ex-donne - che peraltro mi appare una balla notevole - tentando di soddisfare il mio desiderio di ficcare il naso. Domando candidamente di cosa si occupa a Firenze.

Mi risponde altrettanto candidamente: "Vendo roba in pelle e stoffe al mercato nero".

"Cazzo!" rispondo, non so dire altro anche perché non ho ben chiaro il concetto di mercato nero. Poi mi decido e continuo: "Che significa esattamente mercato nero?".

Lui sorride della mia audacia e ingenuità e mi spiega a mo' di fratello maggiore: "E' semplice: si cerca di importare questa roba da paesi dove costa assai poco, si prova a non farla registrare alla dogana e a venderla senza ricevute o scontrini vari. Esentasse dunque!".

"Ma non ti spaventa fare qualcosa di illegale?".

"Mica è illegale ciò che faccio io" continua tranquillo "io solo cerco persone interessate ad acquistare giubbini di pelle ad un certo prezzo. Come poi si comportano nei confronti del fisco quelli che mi pagano non credo debba coinvolgermi".

"Ma sei in regola, voglio dire sei regolarmente assunto?".

"Assolutamente" mi risponde.



Non sono certo se la sua risposta significasse assolutamente si o assolutamente no. In ogni caso non mi pare del tutto legale ciò che combina a Firenze. Ma non per questo mi appare scorretto. D'accordo, continuo a pensare, tuttavia è proprio perché a volte non tutto ciò che è illegale appare ingiusto che "dura lex sed lex". Se si dovesse giudicare secondo quanto appaia corretto di volta in volta ad ognuno, allora staremmo freschi!

Guardandoci meglio, addirittura forse troverei corretto tutto ciò che questo arabo combinasse.

E quindi, a me, sono sufficienti le sue spiegazioni. Mi ispira una simpatia innata. Trovo nei suoi occhi e nel suo portamento - non certo nel suo vestire - un qualcosa di nobile.

Come fosse un principe - direi un Tuareg se non sapessi che stanno nei deserti nordafricani - evita di sedersi in terra, ma resta accosciato, sempre tranquillo, mai a disagio, come avesse tutto sotto controllo.



Continuo sempre più incuriosito la mia indagine: "Da quanto sei in Italia?".

"Cinque anni" mi risponde.

"E che facevi a Siena?".

"A Siena ho lavato montagne di piatti" mi dice "ma ci sono stato bene, è un posto tranquillo. Gli italiani non sono razzisti".

Ecco un argomento che mi interessa sul serio.

Mi spiega che, secondo lui, gli italiani sono molto più simili agli arabi di quanto non si creda. L'unica differenza sono la religione e la ricchezza. Mi dice di essersi stupito della nostra guasconeria e della nostra innata capacità di trafficare. Capisce comunque che dietro una facciata rispettabile anche l'Italiano nasconde l'istinto dell'opportunista. Si è accorto che questo è vero soprattutto a Napoli. Poi fa un confronto con i Tedeschi, che non gli sono affatto simpatici. Li trova apparentemente migliori di noi nell'accettare nel proprio sistema gli stranieri, li trova meno irascibili e impulsivi. Ma dice che dietro nascondono molta antica superbia e odio, quello che in Italia non esiste. L'italiano ti guarda male, è diffidente, ti frega se può, ma non è davvero razzista e non odia un arabo perché arabo. Mi piace sentirlo parlare in questo modo.

Lo interrompo per conoscere qualcosa in più della sua storia. "Quanti anni hai?" gli domando, aspettandomi un'età di molto superiore alla mia.



Infatti, tardo sempre ad accettare che si possa essere più giovani di me ed aver vissuto maggiormente gli anni; tardo ad ammettere - non che non voglia, semplicemente nelle discussioni è un pensiero che tende ad arrivare con più lentezza di quanto non accada nelle riflessioni introspettive - di aver trascorso gli ultimi quattro anni in una prigione natia, proteggendomi vilmente con lo studio matto e disperatissimo.



Il ragazzo arabo mi risponde di avere ventitre anni.

"Cristo!" erompo, "sei giovanissimo. Quindi sei in Italia da quando avevi diciotto anni?!".

Sorride e dice: "Esatto, e molto di rado sento i parenti o vado a trovarli. A loro è dispiaciuto molto che io abbia fatto questa scelta e continuano a non approvarla. Io però mi sento ormai italiano. Anche se un italiano solo". Dice queste cose con grande dignità.

"Di dove sei?". "Vengo da un paese situato a cinquanta chilometri da Hebron".

"Allora sei palestinese".

"Esatto" mi risponde.



Lo sa che dire palestinese non è come dire inglese, o tedesco, o algerino, o tunisino, o egiziano o qualsiasi altra nazionalità. Sono certo che sa che nasce per forza una sensazione di grande incertezza in chi interloquisce. Aumenta la curiosità di sentire una voce diversa da quella dei giornalisti televisivi parlare di quanto viene filmato da decenni, ma nello stesso tempo non si osa chiedere nulla, per timore di ferire gli animi, di rivoltare coltelli in piaghe aperte, per paura di accendere a pochi passi una rabbia di una tragedia lontana.



Lui è sempre calmo quando mi risponde palestinese.

Non vedo perché non approfondire questo lato della sua storia, mi dico. Allora domando: "Hebron è il posto in cui si è verificata la strage nella moschea. Cosa hai pensato di quel massacro? E cosa pensi sui recenti negoziati di pace tra la tua gente e Israele?".

Per un attimo si rabbuia, come se cercasse difficili parole che è raro giungano a chiedergli. Poi sorride, come se fosse giunto alla conclusione che dargli la possibilità di parlare della realtà del suo popolo non sia un affronto. Anzi, sembra si accorga ora che è un onore che mai di solito gli viene concesso.

Innanzi tutto mi spiega che le distanze in Palestina, o in Israele, hanno un valore relativo molto diverso da qui. Significa che parlare dei cinquanta chilometri che laggiù separano il suo luogo natio da Hebron, è come intendere da Siena a Milano in Italia. Questo da un'idea delle possibilità anarchiche di quei paesi ed insieme degli odi che, come bubboni pestilenziali, nascono e si alimentano regione per regione, città per città, rione per rione. Questo spiega perché egli si aspettasse un episodio come la strage di Hebron, città così vicina ed insieme così lontana dai suoi pensieri.

Parla come se da qui, dall'esterno, fosse stato capace di dare una logica a tutto, alla guerra e all'odio, senza far parte del gioco, senza farsi contagiare dall'illogicità che attenaglia chi ha un fucile in mano. Sa che la sua terra è luogo di tragedia per due popoli, non solo per il suo; popoli che il destino ha spinto a combattersi senza poter assegnare la ragione a nessuno dei due contendenti. Riconosce, citando Thomas Mann - e qui mi accorgo davvero quanto le persone abbiano di scorta, nascosto dentro, invisibile alla inettitudine degli occhi -, che l'uomo scende dalla sua montagna incantata quando sente l'odore dell'infinita stupidità. Solo per questo l'uomo abbandona il suo rifugio, solo per questo affronta di propria volontà la realtà del mondo, per scendere negli orrori della guerra, nella distruzione di tutto, nel monumento all'ignoranza.

E quanta più ignoranza domina in un popolo, mi dice, quanto più pochi ricchi, in tal caso integralisti islamici, avranno la possibilità, senza dubbio più per interesse che per credo religioso, di formentare il sabotaggio degli accordi di pace. Possono di più pochi con possibilità economiche che la maggioranza della popolazione che crede e desidera la pace. Questi pochi pagano e organizzano veri e propri apparati di sussistenza indipendenti, e finiscono per comandare l'esercito che si creano. Questo, continua, resterà il maggiore problema anche se si dovesse davvero arrivare ad una Palestina indipendente. Lo scontro tra i vari gruppi non resterebbe confinato allo scontro politico. Diverrebbe conflitto armato. Guerra civile. Questo è il rischio maggiore adesso, dice convinto.

Inoltre, prosegue, c'è anche il pericolo che si diffondano pericolose idee di estrema sinistra che portino ad un regime rosso e rivoluzionario. Non verrebbe certo visto di buon occhio da Israele e dagli Stati Uniti. Senza contare che, soffocando subito un'iniziativa economica già praticamente inesistente, si finirebbe per confermare le attuali ristrettezze economiche e democratiche.

Il trasporto con cui ha preso a parlare mi spinge a domandargli: "Ma non senti il bisogno di fare qualcosa per la tua terra?".

La risposta riflette una logica spietata, o forse la necessità di nascondere la sua paura, o davvero il bisogno di lasciarsi alle spalle una solitudine impressagli dalla storia.

"Sento molto" esclama dopo una breve meditazione "questo desiderio. Vorrei dare alla mia terra quanto essa ha dato a me. Se possibile renderla migliore. Vorrei evitare il rischio di guerre civili. Vorrei che tutti avessero quanto le loro fatiche meritano. In questo modo si evitano gli odi tra le persone, tra le città. Così forse si potrebbe combattere il razzismo contro i meridionali e gli extracomunitari. Perciò, se avessi avuto già il diritto di voto, avrei votato Bossi alle ultime elezioni".

In realtà mi è sfuggita la logica politica del suo ultimo discorso ma, ciò che mi affascina, è che questo palestinese si sente forse più italiano di me. Forse solo per un attimo, mi convinco, pare abbia sospettato che, chiedendogli della sua terra, io intendessi la Palestina e non l'Italia. Sono affascinato. Si!, è difficile voler giustificare questo fenomeno, e voler dargli una logica, eppure sento che deriva da un profondo sentimento di riconoscenza.

Quindi la patria nasce nella terra che ci offre la libertà e il benessere?

Mi rendo conto che ciò confuta gli ideali in cui, da sempre, credono gli eroi e i poeti. Rivaluta invece i concetti dell'economia, scienza fredda finché si vuole ma che spiega la realtà in ogni suo più dolce ed amaro risvolto, semplicemente perché è la realtà!



Mentre rifletto su quanto ho ascoltato, Gigi, che appariva assai interessato dalla discussione, si accorge che Paolo gli fa cenno di dare un'occhiata all'orologio.

"Accidenti siamo in ritardo" dice. Poi mi guarda dispiaciuto e aggiunge: "Senti, noi ora andiamo. Ti lascio il mio numero e se per stasera non trovi posto per dormire chiamami che vedo di farti dormire sul divano. La padrona di casa non vuole, ma se devo lasciarti sotto i ponti... ".

Sorrido per quella che mi appare una gentile uscita di commiato.

"Guarda che non scherzo" continua, "mi fa piacere se telefoni, solo fallo dopo le otto". E intanto mi allunga un bigliettino su cui ha appena scritto il numero di telefono.



Ora, nel breve attimo che impiega il bigliettino a passare dalla sua alla mia mano, mi accorgo quanto poco, ancora, io conosca la realtà.

La realtà fatta di sogni e poesia che paiono nascosti, quasi invisibili, nelle persone.

Sogni e poesia che quasi mai spiegano il procedere del mondo.

La realtà fatta di cinismo e di competizione, fatta di economia, che tutto spiega con logica freddezza.

Logica così evidente nel procedere del mondo.

Da questa seconda realtà, dalla realtà apparente, dal mondo che procede invitto, dalle persone che con me competono, spesso mi sono guardato, cercando rifugio in un mondo di sogni e fantasia, di ideali, un mondo estraneo. Di rado ho visto e toccato la parte poetica della realtà.

Eppure ora mi accorgo che proprio la fuga in un mondo solo mio mi ha fatto credere in una realtà terribile, per chi sente cadere le foglie degli alberi e conta i raggi del sole. Da questa fuga è nato lo scarso acume che, anche solo poco fa alle parole del ragazzo palestinese, mi convinceva della freddezza di quel mondo che io facevo coincidere con le leggi dell'economia.

Forse l'economia resta la spiegazione ai fenomeni più evidenti del nostro sistema.

Ma per spiegare Cristina, Armando, il vecchio che scriveva, tutti coloro che mi hanno sorriso, e infine Gigi, che ha sentito il bisogno di cantare con me e di ospitarmi a casa dopo che, sconosciuto, gli ho raccontato la mia assurda storia; per spiegare queste piccole cose, questi piccoli sogni, questa parte della realtà per cui credo sola valga la pena vivere; per spiegare questo non è sufficiente l'economia, e nemmeno la logica.

E da queste piccole cose fuggo, assieme alle grandi e terribili cose del mondo, quando salgo sulle nuvole.

Forse avrei meglio conosciuto la realtà, e più l'avrei apprezzata, se l'avessi guardata da nuvole più basse.

Gigi, caro Gigi, penso mentre afferro il biglietto, tu non sai quanto calore e insieme quanta luce porta nel mo cuore questo invito. Il calore che proviene da una nuova consapevolezza di vivere in un mondo che è fatto anche di piccole grandi cose. E la luce che mi consiglia di smettere di chiudere ottusamente gli occhi davanti a queste piccole cose, negandone l'esistenza se non nei sogni.

"Ti ringrazio tantissimo Gigi" gli dico restando seduto e guardandolo negli occhi per comunicargli la scoperta di questa nuova realtà. Il suo sorriso spero significhi "ho capito!".



Resto dunque solo con l'arabo e la sua ragazza. Mi chiedo se, ora che Gigi se n'è andato, troverà ancora interessante parlare con me. Evidentemente si, visto che ora è lui a domandare la mia storia.

Ma non dico molto, perché, probabilmente, oggi è la giornata delle sorprese. Non basta, infatti, aver trovato due compagni cantanti a cui si aggiunto un palestinese che mi fa ora compagnia con una ragazza muta.

All'improvviso noto che Ayman - questo è il nome che mi sono fatto ripetere dall'arabo - si alza in piedi e gesticola e si rivolge a qualcuno alle mie spalle dandogli ironicamente del capitalista. O meglio, urlandogli "maledetto capitalista".

Sorride tra un verso e l'altro, e questo mi tranquillizza sulle finalità non offensive degli epiteti da lui usati: non vorrei nascessero casini politici.

Non mi volto. Non faccio in tempo perché il destinatario dei saluti compare subitamente alla mia sinistra. E qui si siede. Anche lui come fosse la cosa più naturale del mondo; e mi chiedo se qui sia di moda prendersi confidenze con chi si siede in terra a suonare.

Ha davvero l'aria da capitalista, ma nel senso più dispregiativo del termine, ovvero da fighetto figlio di papà. Così come Ayman mi era piaciuto quasi subito, questo biondino con la camicetta bianca, un gilet di camoscio e i jeans di Armani è l'immagine di ciò che meno mi sta simpatico. Non importa se lui i suoi jeans li siede per terra. Anzi, ancora peggio.

Mi guarda con i suoi azzurri occhi, sicuri, ma di una sicurezza diversa da quella dell'arabo. La sicurezza di colui che domina il sistema dall'alto della fortuna che si è trovato nella culla. Quella sicurezza che diventa presto superbia e sbruffoneria.

Il biondo e io ci presentiamo. Con Ayman, invece, che è occupato a confabulare con la biondina silenziosa, non vi è certo la necessità di adempiere alle formalità.

Immediatamente l'arabo gli parla dei momenti in cui si trovavano a discutere da posizioni opposte le teorie di Marx e di Mao, a confrontare ciò che scrivevano il Manifesto e Montanelli. Se la ridono entrambi, come se i vecchi contrasti apparissero oggi superati, come se fossero riusciti a trovare la giusta via di mezzo. Qualcosa tuttavia mi suggerisce che sia stato Ayman ad abbandonare la posizione intransigente.



In ogni caso, se ora tornassero a discutere, tiferei per questo moro che ha lottato e lotta con i denti per recuperare le posizioni che il biondino aveva dalla nascita. Tiferei per lui anche se, hic ed nunc, mi proponesse le antiquate teorie del manifesto marxista, anche se mi proponesse la rivoluzione leninista, anche se... non so!

E questo, rifletto, conferma un mio vecchio convincimento. Sebbene tutto sia politica - ora sono io a ricordare Mann - è pur vero che le bandiere sono libere di seguire il vento. Se fossero inamidate e immobili perderebbero il loro significato. Dunque gli ideali politici non devono richiedere posizioni intransigenti e assolute. Su tutto occorre domini la ragione e una certa etica e giustizia. E le situazioni possono farci scoprire, e l'irragionevolezza di un comportamento radicale di destra o di sinistra - ormai quasi scatole vuote -, e, più umanamente e civilmente, l'auspicabilità di un atteggiamento una volta di destra e una volta di sinistra. Alcuni potrebbero chiamarlo "voltagabbana". A me pare il predominio della ragione e delle emozioni personali dell'uomo su quelle collettive dei movimenti ideologici, della destra e della sinistra, dei partiti in sintesi. Credo non sia il partito a dover fornire un pensiero all'associato ma, al contrario, sia il pensiero dell'associato a dover costituire il partito.

E poi, dulcis in fundo, vedo anche nell'adesione ad un partito un'ulteriore manifestazione della paura della solitudine e delle scelte. La tessera finisce, se non altro, per accomunarti a qualcuno, per farti parte di un nucleo la cui forza è certo maggiore di quella della singola persona. Permette di trovare farisaicamente una compagnia, forzata e dunque inscindibile. E spesso evita di pensare, il partito decidendo per il singolo cosa sia bene e cosa sia male. Singolo che si estrae dal dilemma del dubbio e lascia comunque monda la propria coscienza.

E questo Ayman, che ha lasciato la sua casa all'età di diciotto anni, che parla emozionandosi della situazione arabo-israeliana, che nasconde, fors'anche a se stesso, di sentirsi prima di tutto palestinese, e questo per seppellire le sue ragioni poetiche e di sogno sotto le ragioni economiche; questo ragazzo che lavora umilmente con l'obiettivo di raggiungere le posizioni perdute, e che intanto trova il tempo per leggere Mann, Marx e chissà cos'altro, per poi discuterne con chi lo voglia ascoltare; questa persona con chissà quale storia alla spalle, storia che comunque sta scritta negli occhi; un ragazzo che tiene per mano una ragazza svizzera, bruttina direi, e le regala un fiore; questa persona, che ha avuto la semplicità di comunicare con me senza conoscermi, di sorridermi, e di restare accosciato al sole per ascoltarmi, merita tutto il mio rispetto e tutta la mia approvazione. A una tal persona non chiederò mai cosa vota. Non avrebbe importanza. Rosso o nero che fosse, mangerei una pizza con lui e poi andrei a votare.

Le mie meditazioni si interrompono quando sento Ayman che dice all'altro: "Ma che stai dicendo! Non ho mai avuto una ragazza a Milano".

E il biondino: "Certo che l'hai avuta. Me l'hai presentata. Elena mi pare si chiamasse".

Ayman: "Senti, lo saprò io se ho avuto una ragazza a Milano!? Quando te l'avrei presentata?".

"Una sera che siamo usciti anche assieme al Giorgio e alla sua donna".

"Giorgio? Che Giorgio?".

Ancora il biondino: "Dai, Giorgio, quello di Rimini, quello che suo padre ci ha invitato tutti a cena nel suo ristorante in viale Vespucci".

A questo punto Ayman richiama le sue guardinghe origini arabe, stringe gli occhi a fessura e chiede: "Capitalista, qual è il tuo nome?".

Alla domanda il biondino resta di stucco, come se gli avessero aperto improvvisamente gli occhi su un'assurdità inconcepibile, e dice poco convinto: "Davide, mi chiamo Davide e tu?".

Ormai è chiaro. Questi due si sono salutati da fratelli, hanno rinverdito un gioioso passato in comune, si sono guardati e studiati, dicendosi a vicenda che gli anni non sono sembrati passare sui loro volti, per poi accorgersi, decantando il più banale dei ricordi, quello di una ragazza presentata una sera, che invece non si sono mai visti in vita loro, che sono più sconosciuti di quanto lo fossi io... che almeno conoscevo il nome di entrambi.

E' senza dubbio una delle cose più buffe che mi siano capitate negli ultimi tempi, e comincio a pensare che piazza del Campo sia un serbatoio di sorprese: come fanno a dire che Siena è noiosa!

Davide se ne va sorridendo e dicendo: "Piacere di avervi conosciuto".

Io non ci credo, e mi fa piacere aver scoperto che non era amico di Ayman e che se ne vada. Ayman forse la pensa come me, almeno così appare dall'espressione soddisfatta e diveritita.

Infine anche lui si alza: "E' tardi, devo essere a Firenze nel primo pomeriggio e ho il treno fra poco. Vorrei lasciarti il mio indirizzo... che so... se ripassi da Firenze mi telefoni. Chissà chi becchiamo in giro staltra volta?!".

Rispondo: "Mi fai un grande onore lasciandomi il tuo indirizzo".

Gli appare una presa in giro.

"No, dico davvero. Sono felice che tu mi lasci l'indirizzo" ripeto. E intanto vedo nello zainetto se ho un foglio a portata di mano. Trovo una penna e il libro di poesie di Cristina: quale foglio più degno!

Si inginocchia per scrivere. Alla fine mi allunga una sua piccola agenda sdrucita su cui mi prega di lasciare nome e indirizzo. Quando si rialza depongo la chitarra e mi alzo con lui.

"Ciao e buona fortuna" esclamiamo simultaneamente.



Entrambi conosciamo le leggi del mondo a riguardo dei brandelli di amicizia che nascono lungo le strade e che ci si lascia dietro la schiena quando si segue la propria via. Se le nostre strade fossero linee rette direi che non ci rincontreremo più, che le nostre vite abbiano consumato l'unico punto di incontro che può caratterizzare, appunto, due rette sul piano.

Ma chi conosce veramente l'andamento delle nostre vite? Chi dice che le amicizie e gli amori lasciati agli incroci delle strade debbano restare effimeri e non ritornare? Chi dice che la vita sia una retta e non un cerchio?

Non so Ayman, penso mentre mi risiedo e lui si allontana alle mie spalle, se mai ci rivedremo. Se accadrà, e ne avrò la possibilità, vorrò festeggiare offrendoti una pizza.



E ritorna la solitudine, come se questa fosse davvero l'unica condizione immutabile dell'uomo, che la attenua, la dimentica, lotta per sconfiggerla, ma mai ne guarisce perché nasce con essa e con essa muore. Ma questa volta l'accolgo volentieri. Per ritrovare me stesso in mezzo a tanto trambusto emotivo. Per ritrovare la chitarra e la musica sotto questo sole accecante. Per ritrovare Siena.



SIENA, NEW YORK... O LA LUNA

E' già trascorsa più di qualche ora dacché sto qui seduto, con la chitarra tra le mani, in una piazza in cui l'ombra della torre del Mangia pare si diverta a segnare il passare del tempo, spostandosi come una lancetta in un quadrante semicircolare. L'ombra mi ha già sorpassato. Da qualche minuto sono di nuovo al sole. La luce con prepotenza mi accende il viso e spazza via gli ultimi resti dell'incantesimo che mi rese, spensierato e incosciente, menestrello di piazza.

Ora la chitarra pesa, come avesse in sé il peso delle emozioni provocate dalle canzoni e dagli incontri di questa metà giornata. Chiede quasi il meritato riposo.

Guardo la custodia aperta, in cui avevo precedentemente gettato una manciata di monetine, illudendomi adesso di trovarle moltiplicate, come se un ammiratore invisibile avesse voluto donare il suo obolo ad una musica trasformatasi in parole, in conoscenze, in brevi attimi di amicizia.

Sono soddisfatto di quanto mi ha fatto guadagnare quest'oggi la chitarra. Nessuno ha gettato monete, è vero, ma qualcuno ha lasciato un pezzetto di anima in questa custodia: aprendola, in futuro, è certo sentirò ancora l'eco delle voci di Gigi, Paolo e Ayman. Niente raccoglie i ricordi come la custodia di una chitarra.

E se l'attimo di magia in cui sentivo la piazza cantare con me è passato... pazienza, forse tornerà o forse no, ma comunque posso affermare di averlo conosciuto. Perciò se anche nessuno ha lasciato denari, essere riusciti a chiederli è stato importante lo stesso.

E poi, mi rammento, sorridendo, dell'invito per questa notte. Potrebbe risultare divertente. In ogni caso potrebbe permettermi di risparmiare i soldi di una camera. A volte lasciare andare il destino senza guinzagli, osservo, riserva piacevoli sorprese.

Conscio della fine dell'incantesimo concedo alla chitarra di tornare al suo giaciglio e mi distendo. Vedo sopra di me un cielo turchino, in cui le nuvole accelerano spinte da un vento forte e gentile, e dove frotte di uccellini giocano gioiosi, non parendo lor vero di aver rifugio e riposo nella sì grande altezza della torre.



Presto però la spensieratezza si allontana dal mio animo. Ora non è il pensiero di dove passare notte a turbarmi, ma un sempre più deciso fischio nel respiro che scoraggia una mia dipartita dalla piazza. Piazza che pure devo lasciare, con il mio consueto carico, per procurarmi acqua e cibo per la cena. Ho infatti terminato il pane e quasi finita la marmellata. Domani è domenica. E il cantare e il parlare mi hanno reso secca la gola e ardente il viso e le labbra. La mia bottiglietta ha già da parecchio donato l'ultima goccia.

Mi guardo attorno alla ricerca della consuete traccie di una fontana. Cerco un angolo, un anfratto, in cui sia riconoscibile un tubo, un rubinetto, un argenteo riverbero, un sordo scroscio, una scura striscia o macchia umida nel terreno arso da questo sole africano. E lo sguardo sonda prima ciò che mi è immediatamente vicino, poi fiducioso si allontana, percorrendo, pilone dopo pilone, l'intero perimetro della piazza, per tornare, una volta terminato il circuito, a supplicare gli antri più prossimi. Non scorgo nessuna traccia. Se voglio l'acqua - e la voglio - debbo scordarmi l'idea di restare nella piazza1.
Riparto dunque con gli zaini in spalla e la custodia in mano, sotto un sole cocente che mi impone immediatamente di camminare all'ombra.

Mi occorrono davvero pochi passi per rendermi conto che il tempo trascorso accasciato per terra non è stato minimamente sufficiente a ricomporre le già minime forze che stamane, prima della grande corsa, residuavano dai giorni passati.

Arrivo alla base del Palazzo Pubblico ed entro in una loggia buia e fresca. Nasce improvviso il desiderio di distendermi in terra e di addormentarmi. Cerco un angolo il più possibile riparato dagli occhi del pubblico. L'unico che mi pare plausibile è occupato da un gruppo di suore che consumano il loro pranzo al sacco. Per un secondo medito di sedermicisi accanto. Poi mi sovviene che le suore non accetterebbero un ramingo al loro fianco senza cercare l'occasione per una buona azione, e che perciò, sedendomi, finirei per dover rifiutare offerte su offerte di pane e companatico, se non addirittura offerte di compagnia.



Siano benedette da qualunque cosa comandi in cielo queste donne, penso, tanto coraggiose da donare l'incommensurabile valore della loro vita per una scommessa di bontà e altruismo, e dedizione e sacrificio. Una sorta di puntata di azzardo. Giocano tutto su un dogma che non le chiede di meditare sul giusto o sbagliato, ma di obbedire.

Dietro il riparo dei postulati religiosi esse trovano forse la pace spirituale. Al pari di un soldato, sia che esso appartenga ad una forza di pace, sia che faccia anche parte di un plotone di esecuzione. A Norimberga la frase più inflazionata fu "io obbedivo agli ordini". E' un pressappoco di quanto esprimevano coloro che, dalla parte opposta al plotone di esecuzione, o in croce, o nelle arene, spiravano fiduciosi, per aver fino in fondo rispettato gli ordini del proprio Dio. Ma un conto sono ordini che chiedono di togliere la vita, un'altro sono gli ordini che impongono di donarla. Finché prevarranno i secondi sono certo ci potrà essere ancora felicità in qualche luogo del mondo.

Ma qualunque sia la pace spirituale raggiunta, il prezzo pagato, per queste donne spesso dimenticate, rimane assai alto.

Per questo, pur decidendo di non avere la forza per consentire alle suore di realizzare, ora e su me, i propri dogmatici divisamenti di altruismo, le osservo con attenzione, lasciando nascere nel mio cinico e logico cuore una dolce sensazione di tenerezza.

Sono però costretto a vincere il desiderio di sonno e riposo.



Esco dalla buia e fresca sala e ritorno nella piazza. Continuo a non veder fontane e a sentir crescere la difficoltà respiratoria. So che una dose di ventolin, ora, finirebbe per stendermi del tutto; ma l'aria stenta sempre più a giungere nei polmoni, occlusi anche dal peso dello zaino. Sono davanti ad una gelateria quando, di fronte a due bambine impressionate, mi esibisco nel fantascientifico spettacolo di spararmi in bocca due puf di gas con una piccola arma azzurra. Un'arma vitale, penso sorridente mentre osservo le due bambine al limite dell'isteria. Affido la mia vita ad una piccola arma azzurra prodotta a Verona. Chissà se chi la produce ha sentore della riconoscenza degli asmatici.

Poi mi accorgo di aver esagerato nel recitare la mia carnevalesca parte di visitor cattivo. Addolcisco più che posso lo sguardo, nascondo il ventolin, e cerco di confortare le bambine con un sorriso e un ciao. Una di esse mi fa: "Sei brutto e cattivo tarzan!". E poi scappa tirandosi appresso la più piccina.

Continuo a non veder fontane. Lascio dunque la piazza avviandomi verso il duomo, che le frecce indicano essere dalla parte opposta a quella da cui sono giunto.

Ma non è del duomo che mi importa.

Seguo le indicazioni automaticamente e perché spero che in una nuova direzione sia possibile incontrare una fontana e un negozio di alimentari, che non rammento di aver veduto durante la mia folle corsa verso l'ufficio turistico di qualche ora fa.





Questo disinteresse per il duomo trovo non sia altro che la conferma al mio tutto sommato scarso interesse per S.M. in Fiore, per gli Uffizi, per la torre del Mangia, per i nomi e le storie delle piazze e delle statue che ho sin'ora incontrato. Ero contento di questa sensazione di non-turista che mi portavo dietro nel mio vagabondare.

Ma, come già altre volte è capitato in questo viaggio, mi accorgo che le certezze da cui sono partito si tramutano piano piano, surrettiziamente e vilmente, senza avviso o sentore, in sensazioni di disagio. Come mi accorgessi di aver sbagliato le ipotesi di partenza. Come trovassi qualcosa di nascosto dietro le mie sicurezze. Come con esse avessi appunto cercato di nascondere altri e opposti pensieri che ora, nella guerra di emozioni e meditazioni, ritrovano la forza di far capolino nella coscienza, senza ancora delinearsi, timorosi di scoprirsi. Disagio, è vero, nel non capire cosa adesso mi scontenta in questo disinteresse per il duomo.

Poi, ancora come già è capitato, la sensazione passa, e viene cancellata da altre sensazioni e pensieri meglio conosciuti che, appositamente, sono richiamati per allontanare il disagio. O, più semplicemente, come in questo caso, è la fatica di una salita, che mi appare infinita, a sciogliere i dubbi nel sudore.





Anche nelle prime ore del pomeriggio, con i negozi chiusi, incontro un certo via vai di persone. La salita pare non finisca mai ed io continuo a non trovare tracce di negozi di alimentari, né di fontane.

L'assenza di fontane in questa città non mi pare possibile. Sembra del tutto intoccata dal passare del tempo. Mi pare di girare gli occhi in un lontano passato, nel medioevo, tra queste stradine strette che si allungano zigzagando nelle lavoratissime facciate di palazzi antichi. E come?!... mi chiedo, nel medioevo in che modo si procuravano l'acqua.

Non ne posso più di salire - anche se mi rendo conto di aver percorso si e no cento metri - quando appoggio in terra la custodia e attendo il discendere di un omino felice del luogo.

Lo vedo sbucare dalla curva appena più in alto. Il passo di chi ha tempo da spendere e non gli pesa. Lo sguardo di chi ama la strada che percorre, forse perché ci ha lasciato sogni importanti. Solo un autoctono girerebbe così familiarmente e senza nulla seco tra questi palazzi. E da solo, con in capo la coppola e il sigaro in bocca.

Non ho il coraggio di chiedere delle fontane. Ma mi risolvo di interpellarlo sui negozi. Vede il mio guardo interessato. E' già fermo quando apro bocca: "Buongiorno! Senta, sto cercando un supermarket. Mi sa indicare la direzione se ne esiste uno qui nei paraggi?".

Non sembra abbia capito da come mi guarda. Eppure risponde: "Oh..beh! Mi phare di chonoscernhe huno lhassù...". E intanto indica un punto inpreciso nell'aria.

"Heppoi, n'ha vholtha ho chomprhatho le sigharetthe lhaggiù...". E fa un altro segno in aria.

Poi si avvia verso il basso, prosegue la sua strada senza interrompere il suo discorso di "lassù" e di "laggiù" e di "di qui" e di "di là". Ecco uno che ha smesso di avere problemi, mi dico.

I miei, di problemi, restano. Non trovo nessuno, tra le persone che mi vengono incontro svoltando la curva da cui è comparso il pazzo, che conforti la mia idea platonica di perfetto informatore. Del resto, se l'ideale si è dimostrato il signor "lassù", è forse meglio continuare a lasciar fare al destino. Così riimpugno la custodia e riparto verso la fine della strada.

Giro la prima curva. La strada continua. Giro un'altra curva. Non finisce.

Poi vedo in fondo uno spiazzo in cui il sole, non più imprigionato tra le fila dei palazzi, gioca, finalmente libero di abbagliare. Prima di giungere nella piazzetta butto l'occhio su una vetrina in cui sono esposte mele, arance e altra frutta. Non mi interessano. Ma mi accorgo che la vetrina prima, che non avevo osservato, è quella di un minimarket. O gioia! Per quanto al cibo sono arrivato. Mi accorgo di dover aspettare circa tre ore per l'apertura del negozio, ma già ho deciso che non mi muoverò da questi paraggi. Per quanto all'acqua... si vedrà.



La piazzetta è a pochi metri. Tiro dritto. Quando ci arrivo scopro di trovarmi in una specie di cortile quadrato in cui confluiscono quattro vie, una per ogni lato. Al centro del patio spero di trovare la agognata fontana e invece il mio sguardo incontra, si, un pilastro bianco di altezza fontanesca, ma il pilastro serve a sostenere un aggeggio di ferro arruginito di cui ignoro l'utilità, anche estetica. Eppure la piazzetta mi dà subito il conforto che può giungere dalla propria camera. Sento che è in grado di riservare sorprese.

Appena giuntovi, sul lato meno appariscente, alla mia destra, stanno due ragazzi. Si stanno baciando. Ciò che attira i miei occhi è il loro bacio, ma solo per un pudico anche se profondo momento. Poi volto lo sguardo ed osservo il lato di fronte alla via per la quale sono giunto. Scopro, alla base dell'unico muro che costituisce quel lato, una sporgenza di marmo, sopra la quale sono alcuni disegni fatti con la vernice a spruzzo. Qualsiasi siano gli autori e i significati dei disegni decido che quella sporgenza diverrà mia: baia, porto, casa, camera, rifugio, per il tempo che vorrò dedicare alla magnifica insignificanza di questo luogo. Dunque appoggio lo zaino su questa specie di panchina a muro e lo distendo alla mia destra. Mi ci siedo affianco e lascio la chitarra ai miei piedi, aderente alla sporgenza di marmo su cui sono seduto. Tolgo in un attimo le lenti a contatto che una ragazza mi aveva fatto "indossare" sul treno. Prendo in mano la custodia degli occhiali per averli a portata di mano nel più breve tempo possibile in caso di necessità. Alzo i piedi e li giro sulla panca dalla parte opposta a quella dello zaino. Lascio che la testa cada all'indietro e, con uno zaino che mi fa ca cuscino e l'altro da coperta, in un attimo raggiungo le mie nuvole.



E' buffo che ci si accorga di aver dormito solo quando il sonno finisce. Quando poi ci si sveglia del tutto è spesso solo il ricordo di aver smesso di dormire che ci garantisce di aver dormito. Per questo dubito dell'insonnia della gente di poca memoria.

In ogni caso, è solo riaprendo gli occhi che mi rendo conto di aver agito stupidamente. Certo, pensare di allontanarsi con una chitarra rubata non è immediato. Ma se si scopre che il proprietario se la dorme beatamente allora il pensierino diventa meno scemo. E lo scemo diventa l'ex proprietario.

Guardo sussultando se la chitarra è ancora mia. Tutto è ancora ok!

Dopo aver scoperto che il sonno ha impegnato soltanto un quarto d'ora delle tre che mancavano all'apertura del negozio decido di finire le avventure di Boccadoro. Seduto, metto gli occhiali e inizio a cercare il libro nello zainetto. Mentre tasto con le mani lo sguardo vaga perso nella piazza.

Vedo di sfuggita l'insegna del bar dell'angolo alla fine della panchina di marmo a una decina di metri alla mia destra, di fronte la fermata del tram, poi il pilastro marmoreo fontanesco al centro del cortile, poi il palazzo grigio a cinque piani che mi sta innanzi, alla mia sinistra l'angolo in cui stavano i due ragazzi che si baciavano, e in quell'angolo una strana figura scura, posta su un piedistallo, che prima il bacio mi aveva nascosto, e infine una viuzza, che parte dall'angolo opposto a quello del bar, quasi del tutto ostruita da impalcature.

Ho terminato il giro della piazzetta senza che le mie mani arrivassero a Boccadoro. Riprendo perciò in senso contrario.

Osservo le impalcature bianche, immobili perché è sabato pomeriggio, la strana scultura, a forma d'aquila mi pare, una macchia scura in terra ai piedi del piedistallo su cui sta l'aquila, il palazzone grigio su cui si staglia il sole, il pilastro bianco che sorregge... ma ecco che le mie dita hanno trovato nello zainetto il libro di Hesse.

Col libro in mano torno a distendere nuovamente le gambe sulla sporgenza di marmo, in direzione della stradina con le impalcature e della strana figura bronzea dell'aquila. Stavolta non appoggio la testa allo zaino ma la schiena. Ora tutto è pronto per lasciarsi trasportare nel mondo della Germania medioevale dove nascono le favole di Hesse.

Eppure mi sfugge qualcosa..



Leggo e mi appassiono alle ultime gesta del vagabondo artista biondo, e giungo al momento della sua prossima esecuzione, della sua condanna a morte, impostagli da un destino che è comune a chiunque ami vivere rischiando, giocando somme troppo forti su numeri pericolosi. La gioia e il piacere della vincita sono commensurati al dolore della perdita, ragiono con il puntiglio dell'economista. E poiché in genere esiste un equilibrio tra le fortune e le sfortune.. la legge di Murphy assicura che le perdite arriveranno.

Ma il libro ha ancora numerose pagine. So che la morte dell'eroe sarà rinviata da qualche colpo di scena che smonterà la teoria dell'equilibrio.

Con l'ambizione di arrivare a prevedere quale sarà il colpo di scena chiudo le pagine tenendo il segno con un dito, e alzo lo sguardo. Le ipotesi per cui lavora ora il mio cervello rendono del tutto estraneo ciò che i miei occhi incontrano.



Ma anche se assorti nella meditazione più profonda esistono cose o persone che riescono a portarci alla realtà. Certo, quanto maggiore è la profondità dei pensieri quanto dette cose o persone devono avere rilevanza. Generalmente accade per questioni di denaro, amore o sesso. Ma può capitare che anche solo vedere un bambino con un palloncino verde fosforescente, di un colore diafano, quasi trasparente, ma con una consistenza superiore a quella dell'aria, come fosse una grossa goccia di gel, riesca a riaccendere l'attenzione per le cose che sono intorno.





Il palloncino verde richiama automaticamente le immagini dell'ultimo anno di liceo, quando, nelle ricreazioni più calde e soleggiate, con alcuni compagni costruivo montagne di bolle multicolori. Era bello maneggiare quelle molli e viscide e fresche gocce di gomma. Veniva il desiderio di ingoiarle come fossero gomme da masticare. Nella loro trasparenza era possibile osservare il loro interno, riuscire ad attraversarne l'anima e scorgere piccole bollicine muoversi nel loro corpo.

Riempivano le mani, aderendo, quasi spalmandosi, su ogni piccolo angolo della pelle. Parevano sciogliersi tra le dita.

Eppure restavano lì, a brillare al sole, a colorarne la luce.

La loro fragilità mi rendeva geloso e apprensivo. Non era ammissibile farle toccare a qualcun'altro e le accarezzavo, le tenevo tra le dita senza stringere. Ma non le tenevo propriamente, bensì le portavo sul palmo della mano come si farebbe con un pulcino.

Niente forse amavo così dolcemente per attimi così fuggenti e intensi.

L'amore giungeva al canto del cigno quando, infine, decidevo di donare la mia colorata e diafana amante ad una persona a cui, generalmente, già l'avevo promessa.

La discrezione impediva a questa persona di accettare il dono. E si finiva puntualmente per imporlo, per lanciarselo dietro.

E così la goccia di gel volava nell'aria, roteando e allungandosi come un fagiolo, brillava al sole e rallegrava l'etere con il suo colore, e calamitava gli sguardi sulla propria parabola, assieme alle esclamazioni di ammirazione e di sorpresa. Gli occhi affascinati seguivano il volo di quel fantasmino colorato fino all'incontro con il destinatario che, sdegnato, porgeva l'ultimo assoluto rifiuto voltando le spalle.

E così sulle spalle andava imperterrita e tradita ad atterrare la bolla. E per la rabbia e la disperazione del rifiuto essa spariva, suscitando gli "hoooo!" della folla sempre più affascinata, tra mille riflessi dorati, tra spruzzi e scrosci che ne nascondevano la dipartita.

Ci voleva un po' per accorgersi che la dolce goccia di mare non era sparita, ma era morta. Sulle spalle dell'ingrato promesso era possibile scorgerne i piccoli torturati colorati resti, ora privi di quella luce e diafanità che diffondevano in vita.

Ma, nella disperazione di chi assisteva alla tragica scomparsa di un sì tenero cucciolo di cielo, faceva infine capolino la soddisfazione, la gioia, di osservare la vendetta della bolla respinta: gli abiti dell'antipatico e altero omicida erano inzuppati d'acqua. E nascevano così grida e risate di soddisfazione al pensiero delle seguenti umide ore di lezione.





Che divertimento quelle bombe d'acqua, sospiro ora.



Ci metto dunque un po' a realizzare, ad associare all'immagine del bambino che se ne va con una bolla verde in mano l'idea che la strana aquila di bronzo a pochi metri da me sia magicamente una fontana.

Come avessi ritrovato un caro amico d'infanzia lascio ogni cosa - zaino, custodia degli occhiali, medicine, lenti a contatto, libro, segno delle pagine lette del libro - tutto abbandonato e disperso sulla mensola di marmo per precipitarmi ad abbracciare la mia piccolissima amatissima fontana. La sete e il caldo che mi spinsero fuori da piazza del campo sono quasi dimenticati quando corro incontro all'aquila. Ma il piacere che mi dona l'acqua che scorre nelle piazze, la sensazione inebriante di potersi sciacquare il viso e rinfrescare la gola in un angolo della via, oltre alla sicurezza di avere un aiuto nel viaggio, mi tramutano in un anfibio ansioso di venire a contatto col liquido per lui vitale.

Arrivo a fianco dell'aquila muta.

E' con stupore che mi accorgo che dal becco dell'uccello esce un filo continuo e sottile di limpida e fresca acqua. Non fa rumore cadendo nel vaso di sotto, vista la poca forza che la spinge. Ma, sebbene tante fontane io abbia scoperto udendone il suono, mi sconcerta non aver notato il filo argenteo nascere dalla scura figura bronzea. Forse il bacio, che qui innanzi si consumava al mio arrivo, mi ha reso questo angolo di piazza imperscrutabile; forse gli occhiali donano troppa poca forza ai miei occhi già stanchi; o forse la piazza ha voluto regalarmi una sorpresa.

Ha voluto in tal modo accogliermi come padrone di casa, offrirmisi come rifugio, ma solo dopo avermi visto vagabondo e stanco al pari degli antichi viandanti che fermavano fiduciosi i loro passi ai piedi dell'acquila.

E infatti la fontana mi rende felice, mi dona sicurezza. Più non temo che qualcuno arrivi a sottrarmi la roba. Ora mi sento a casa. Mi pare di considerare questo angolo la cucina e la sporgenza del muro la camera da letto. Bevo, molto più di quanto non mi sia necessario, perché lo considero un omaggio all'acqua che scorre. Tengo le mani tra il fresco zampillo solo per comunicare più a lungo con questa benedetta fonte, per conoscere da dove viene, quale cima sia la sua generatrice, quali posti ha conosciuto, e per consegnare al flusso, che scompare sotto di me, il mio messaggio di gioia e di gratitudine, messaggio che spero arrivi a chi si rinfrescherà nella prossima fontana.

Con il viso e le braccia bagnate ora mi scopro a danzare - si proprio a danzare! - per questa gentile e accogliente piazzetta, attorno al piedistallo di non so che, cercando adesso particolari e segreti che in precedenza non desideravo conoscere. Osservo la particolare lavorazione del piedistallo, del ferro arrugginito in cima, scruto in alto la regolarita e la perfezione delle finestre e dei piani del palazzo grigio di fronte, vorrei sapere cosa sta dietro le impalcature che coprono la piccola via d'angolo, noto che il pavimento della piazza è formato da lunghe pietre rettangolari, e termina con uno scalino dove cominciano le strade che l'attraversano. Studio le persone che passano e si fermano al bar. Così come farebbe chiunque vedesse attraversare il proprio giadino o la propria porta da sconosciuti.

Ma poi smetto di osservare la gente. Torno vicino alla fontana, vera anima di questo cortile abbastanza grande per tutti, e ribadisco la mia supremazia con un altro lunghissimo sorso.

Dissetato e felice ritorno presso la mia roba. Per la prima volta da quando sono partito provo una sensazione di familiarità col luogo in cui giaccio.



Siedo e rifletto sulla sicurezza e il conforto che ho scoperto tra queste quattro mura in cui giungono quattro strade.

Non credo possa attribuirsi soltanto alla presenza di una fontana. Certo la vicinanza e la disponibilità dell'acqua hanno una gran parte ma non è sufficiente, perché presso altre fontane, ad esempio in piazza S. Croce a Firenze, sono stato ben lontano da come sto ora. E nemmeno penso la discriminante possa essere la presenza della gente. A ben considerare, infatti, ho un bar a pochi passi da me, quindi parecchi estranei mi circondano anche qui.

Credo, invece, che la ragione principale sia quella di aver dato fiducia a questo luogo. Spinto indubbiamente dalle necessità ho salutato questo piazzale come un regalo del destino, ho ringraziato il cielo per questa sporgenza marmorea su cui ho appoggiato le mie croci, ho addirittura offerto la gola a chi desiderasse approfittare del mio sonno, e quindi ho trovato persino le condizioni per continuare quelle letture fantastiche che richiedono, in genere, una poltrona e un cognac.

Insomma ho chiesto io stesso a questo cortile di essere la mia isola per questo pomeriggio.

Ed il cortile infine, come si riservasse una risposta, ha accettato di proteggermi e mi ha dimostrato la sua lealtà con l'ultimo regalo. Una fontana è nata quasi per incanto. Anche questo, penso mentre decido, rassicurato, di richiudere gli occhi, devono provare coloro che, come Armando, passano la loro vita per le strade.

La loro casa, essi dicono, sono le piazze. Eppure adesso sono sicuro che anche per loro esisteranno piazze o vicoli o alberi particolarmente famigliari, più consueti, più ombrosi e dolci; adesso sono consapevole che in qualche luogo del loro peregrinare hanno lasciato una parte del loro infinito cuore, e a quel luogo essi tornano col pensiero nei momenti più bui e freddi; che non è giusto chiamarli nomadi o senza radici: al contrario essi hanno più radici e più rifugi di noi; e forse proprio la ricerca di nuove unioni con i luoghi, forse proprio il desiderio di divenire famigliari a più piazze, li ha spinti a lasciare l'unico tetto dove i "normali" costruiscono oggi la loro piccola e insignificante storia.

E magari nell'amicizia di una fontana o di un albero - continuo a vedere l'anima delle cose - essi trovano la spiegazione alla solitudine, e l'accettano molto più serenamente di chi si nasconde tra le numerose ed effimere amicizie dei vicini di casa. Conscio dell'importanza di aver scoperto un'altra delle particolari emozioni dei vagabondi, più vicino a comprendere le ragioni di dormire le proprie notti per strada, mi accorgo che due turisti, intenti ad osservare il piedistallo bianco al centro della piazza, mi gettano un'occhiata di disprezzo.

"Placet experiri per poter giudicare" gli urlo mentalmente. E mando un sorriso di compassione a quei due turisti e a chi non saprà mai nulla di tutto ciò che disprezza. A loro dedico il prossimo sonnellino.

Quando mi sveglio manca ancora più di un'ora alla riapertura del negozio. E intanto dovrò cercare anche un luogo in cui soddisfare certi bisogni fisiologici che la troppa acqua bevuta ha esaltato. Nella mia piazzetta manca la comodità del bagno in camera. Decido, guardando la cartina di Siena, dalla quale tra l'altro scopro di soggiornare in un luogo noto come piazza dei Quattro Cantoni, di fare una visitina al duomo. E' davvero divertente pensare che la mia visita è finalizzata soprattutto alla ricerca di una toilette pubblica.

Il duomo è a poco più di una cinquantina di metri prendendo la stradina che sta a destra della via da cui sono arrivato.

Arrivo in una piazza assai più ampia di quella dei Quattro Cantoni. Ci sono dei pullman parcheggiati. Nella mia ignoranza artistica il duomo è soltanto una bellissima costruzione, imponente per grandezza, arricchita dal color verde di alcuni suoi marmi. Per poter dire di più devo fermarmi a leggere la guida del Touring. Ma guardo solo un paio di date e poi parto alla ricerca della toilette.

Con soddisfazione vedo subito, entrando in una specie di sagrestia adibita a rivendita di souvenir, l'indicazione murale che mi interessa. Seguo un corridoio molto stretto e rinfrescato dall'aria condizionata, in cui spero di non incontrare nessuno. Infine arrivo in un angusto locale dove trovo una enorme cicciona seduta che si tiene la testa appoggiata alla mano del braccio il cui gomito si ferma su un tavolo. Tavolo che occupa gran parte del poco spazio che la coda di donne in attesa lascia a me, al mio zaino e alla mia chitarra.

Sul tavolo sta scritto che per andare in bagno occorre pagare cinquecento lire.

Scarico a terra i bagagli e li appoggio accanto alla sedia della grassona che non mi nota per nulla. Continua a lamentarsi e ad imprecare contro il mondo per la sua testa che scoppia. Si vede che soffre e che vorrebbe mollare tutto e coricarsi. Potrebbe farlo visto che in quelle condizioni non mi sembra in grado di controllare il pagamento del biglietto né tantomeno di pulire i servizi. Le chiedo se va bene dove ho appoggiato la roba.

Alza la testa e apre gli occhi, quasi sorpresa e delusa di trovarsi ancora lì. Poi mi guarda e dice: "Aaaah! Eeeeeh! Chu mhal'hu chaphu!".

Lo prendo come un assenso e mi metto in fila. Prima pago alla cicciona, per la prima volta in vita mia volentieri, il prezzo della pisciata. Poi, dopo qualche minuto esco e termina così il mio interesse per il duomo di Siena.

Mi fermo un po' sulla gradinata frontale prima di allontanarmi. Voglio decidere dove passare l'ora che manca all'apertura del negozio.



Dopo un po', intanto che mi diverto a giocare al solito gioco degli sguardi con la gente, passa, a pochi metri ma nascosta dalla folla che esce da un pullman, una maglietta a strisce bianche e blu. "Non è possibile" esclamo a bassa voce. Eppure la maglietta è identica. Non solo, ma anche il colore e la pettinatura dei capelli mi son parsi gli stessi.



Quante volte la vita ci propone attimi decisivi, in cui le scelte non concedono tempo. E spesso, poiché non siamo certi di ciò che magari pensiamo o addirittura speriamo, lasciamo che l'attimo fugga. Per pigrizia o per paura. Pigrizia di abbandonare la nostra apatia quotidiana. Paura di affrontare emozioni in grado di sconvolgere la nostra quiete.

Dopo, passato l'attimo, siamo anche capaci di pentirci, trovando che in fondo non costava poi tanto andarsela a giocare. Così nascono i rimpianti. Che odio così tanto.



Perciò mi aggrappo alla seppur minima e del tutto irrazionale speranza di aver visto davvero la persona che spero. Decido rapidamente di incamminarmi nella direzione in cui l'ho vista sparire.

Guardando avanti, oltre le persone che incrocio, provoco numerosi scontri da cui nascono improperi in tutte le lingue. Le mie spalle li sopportano bene, così come il mio peso complessivo sopporta ogni tipo di scontro. Ma mi rendo conto di non poter proseguire in questo modo per tutta Siena.

Torno sconfitto a sedermi sulle gradinate del duomo. Il dubbio di averla persa un'altra volta mi infastidisce. Prima sulla collina di Fiesole, poi sull'autobus ed ora, quando il destino sembra abbia fatto di tutto per farmela riincontrare, tra i greggi di pecore che seguono le guide-pastori.

Presto però il pensiero di essermi sbagliato ha il sopravvento. Figurarsi se, tra tutti i milioni di persone che hanno circolato a Firenze in questi giorni, io dovevo proprio incontrarne una che seguisse il mio autobus fulminandomi lo sguardo, che scegliesse di prendere il sole a fianco della mia chitarra in un giardino di Fiesole, che salisse sul mio stesso bus e mi salutasse mentre scendevo alla fermata, e che ora, a due giorni e molti chilometri di distanza, mi passeggiasse davanti tra un altro milione di Senesi e turisti dopo che ho trascorso gran parte del pomeriggio a sonnecchiare. Figurarsi se tutto ciò può accadere senza un senso e finire con la scomparsa di quella donna.

Poiché credo nei colpi di fulmine, e nella voglia di scherzare del destino, direi che se davvero fosse stata la stessa ragazza ci sono grandi probabilità che io e lei si vada d'accordo - volendo usare un eufemismo - per parecchio tempo. In altre parole, in tutti i film in cui capitano queste cose il finale è sempre "e vissero per sempre felici e contenti". Non può essere altrimenti, continuo nelle mie fantasticherie gratuite. Del resto, mi era sembrata veramente carina. Chissà che penserebbe lei nel rivedermi qui.

Eppoi mi impongo di smettere di sognare ad occhi aperti. Un episodio del genere - o un presunto tale -, infatti, avrebbe la capacità di farmi fantasticare fino al tramonto, potrebbe farmi dimenticare del tutto la realtà, rischiando in tal modo di compromettere i miei programmi. Anche se poi mi domando: quali programmi? Succede così, mentre cerco, ancora seduto sulle gradinate del duomo, di controllare la mia natura sognatrice, con gli occhi ubriacati dalla strenua ricerca del suo volto ed abbassati a contemplare le formiche che girano sotto i miei piedi, che mi si para innanzi l'ombra di una figura femminile. Alzo titubando lo sguardo, come temessi l'emozione troppo forte, ma ho già negli occhi i colori bianco e blu della parte superiore della ragazza. Non aspetta che i miei occhi giungano ad incrociare i suoi per esclamare: "Ho visto che mi hai seguito per un po'! Io ti avevo visto ma non potevo parlarti".

Io sono costernato, addirittura annichilito. Nemmeno penso di trovare parole. Posso solo guardare la ragazza che fino a pochi secondi fa avevo dipinto nella fantasia, peraltro con gli stessi particolari che mi trovo ora innanzi: gli occhi chiari, il viso abbronzato, l'altezza, le forme, addirittura la voce profonda e sensuale, ma giovane. Tuttavia non con un parlare così incerto come mi pare di aver udito.

Nel mio silenzio è ancora lei a continuare: "Sei il cantante che ho visto e ascoltato a Fiesole vero?!".

Non attende la mia risposta. "E' davvero strano il mondo. Forse avremmo dovuto conoscerci ma non ti potevo presentare ai miei genitori. Mio padre è un diplomatico Bulgaro ed sono qui a Siena con lui e la mia famiglia. Gli ho mentito dicendo che sarei tornata indietro a comprare una cartolina. Che potevo dirgli? Forse: "Papà vado a conoscere uno che suona la chitarra per le piazze?"...E' molto geloso. Quindi ho paura che mi veda parlare con te. Donc, comme on dit en Francais: Adieu!".

E mentre dice adieu sorride e se ne va di corsa.

Nel momento in cui, appena accennato, con le labbra chiuse, rispondo con una parola, adieu, che non vorrei dover mai pronunciare, ella si gira, come a lanciarmi uno sguardo che non voleva dimenticassi, o forse, come per imprimersi negli occhi l'immagine di un cantastorie italiano. E intanto dice: "Semmai ci rivedremo... il mio nome è Elèn".

Addio Elèn, penso, nell'istante in cui la sua maglietta a strisce scompare nella gente. Ora mi hai dato almeno un nome da associare alle fantasie. "Se mai ci rivedremo" hai detto. Quante volte ho pronunciato e sentito questa frase sempre inutile. Ma visto che il destino si è così tanto divertito fin'oggi.... chissà.



Poi penso alla frase relativa al suonatore di chitarra nelle piazze. Il disprezzo del padre era anche il suo? Non credo, se due giorni fa si è fermata ad ascoltare e oggi è addirittura tornata indietro. Ma certo immagina che il padre avrebbe disprezzato un ragazzo che canta per strada. Significa che, nonostante tutto, la figura del cantastorie ha in sé, oltre alla poesia, l'idea dell'imperfezione, dello sbagliato, del non presentabile. Solo pregiudizi? finisco per chiedermi. Se io fossi un padre vorrei davvero che mio figlio diventasse un beat, un artista da strada, o che mia figlia venisse a contatto con un cantastorie? Non sono certo che la mia risposta sarebbe positiva.



E da questi dubbi nasce una nuova sensazione di disagio. Tuttavia se ne va presto, o meglio, lo cancello presto.



Alzandomi e camminando verso la mia piazzetta decido di lasciare libero sfogo alle fantasticherie che riguardano Elèn. Questo è molto più piacevole che non trovare risposte che non si vogliono trovare.

Rientro nella piazzetta davvero come se rientrassi in casa. Attraverso un lungo corridoio che passa accanto alla specie di obelisco marmoreo, arrivo in camera da letto e qui lascio cadere i miei bagagli sulla mensola di marmo che sporge dal muro. Appoggio la chitarra ai piedi del giaciglio e parto verso la cucina, dove un lungo sorso d'acqua e una abluzione parziale mi rinfrescano e mi preparano per sonnecchiare gli ultimi minuti prima dell'apertura del negozio. Intanto ne approfitto per riempire la mia bottiglia-borraccia.

Un attimo dopo sono disteso in camera con lo zaino a mo' di cuscino.



In breve mi accorgo però che mi sarà impossibile tenere chiusi gli occhi: essere ansiosi difficilmente permette di seguire a lungo la filosofia del "carpe diem". Quando si avvicina il momento - e si avvicina tanto più rapidamente quanto più si è ricchi di ansia - le intenzioni di procrastinare i pensieri, a quando saranno meno inutili, diventano favole.

Pochi sono davvero coloro che affrontano i piccoli problemi così come si presentano, evitando di consumarsi il cervello anche solo un secondo prima di quanto sia necessario. A me, temo, non capiterà mai. E già oggi credo di aver stabilito un mio record personale nell'aver rimandato le preoccupazioni a pochi minuti dall'apertura del negozio.

Continuando a pensare mi accorgo infine che anche l'ansia è un sinonimo dell'insicurezza.

In ogni caso, visto che non posso evitare di programmare, affronto i problemi che mi attendono. Il primo riguarda la scelta degli acquisti: avendo un vincolo di ricchezza assai basso, la scelta, escluso il pane, si riduce a che companatico, tra il formaggio e la marmellata, mi costi meno a parità di rendimento. E' quasi certo che sarà marmellata. Tuttavia, visto che stasera magari risparmio sul dormire, potrei anche lasciarmi andare ed acquistare del salume. No, non può andare, cerco di convincermi, se anche stasera dormissi da Gigi - e questo è il secondo dei problemi che attendono una soluzione - non significa che domani il salume sia mangiabile. E domani, essendo domenica, i negozi chiudono. Dopo altri virtuali ragionamenti concludo che è quasi certo che sarà marmellata.

Per quanto al dormire da Gigi, la scelta, ancorché allettante, comporta dei costi e dei rischi che stamane la lontananza temporale rendeva improbabili e più sostenibili.

Prima di tutto, e mi vergogno a sospettarlo, Gigi potrebbe anche aver cambiato idea e non farsi trovare in casa quando telefono. Conosco parecchie persone - per carità, buone ed oneste, e poi anche generose - che, poiché il gesto è stato comunque vantato pubblicamente mentre la negazione del gesto - il rifiuto postumo per intenderci - avverrebbe in segreto, non troverebbero alcun costo sociale nel lasciar libero corso alla loro vera ipocrisia. Col risultato di lasciare veramente per strada una persona che, fatta sera, ancora non ha accordi non traditi sull'alloggio. Inoltre, Gigi mi ha chiesto di telefonare dopo le otto. Ipotizziamo che io abbia anche la spudoratezza di telefonare alle otto e cinque, di certo non sarei a casa sua prima delle otto e mezza, o forse otto e tre quarti. E una volta giunto là difficilmente avrei l'ardire di chiedere o accettare una doccia. Infine, sebbene l'invito si fondasse su una sorta di simpatia epidermica, non credo sottintendesse il passare assieme la serata, o almeno in casa sua. Ciò significa lasciare là i bagagli e uscire a cercar di far trascorrere ancora il tempo fino all'arrivo del sonno di Gigi.

Vediamo un po': manca alla telefonata almento tanto quanto mancava all'apertura del negozio quando sono giunto in questa piazza. Dalla telefonata al sonno di Gigi al minimo passerà poi ancora altrettanto. E questo tempo? Mi accorgo di averne parecchio davanti, senza alcun preciso programma, se non attendere.





Questo tempo che da sempre considero la cosa più preziosa che ho. Tempo che mai sono riuscito a sprecare, o meglio, ad utilizzare in maniera da farlo semplicemente passare. Questo tempo che oggi ha perso del tutto il suo significato diventando soltanto un ostacolo, un fossato posto tra l'adesso e l'apertura del negozio, tra l'adesso e il sonno di Gigi. Posso dire che con la spensieratezza ho evitato l'ansia e la frenesia che accompagna coloro che si sentono scappare il tempo. Ma, appunto, mi sembra di aver fatto del mio tempo una cosa inutile.

Questo fatto è ciò che apparentemente dovrei considerare il costo più grande del dormire da Gigi.

E' davvero così? mi domando poi al nascere dei dubbi che sempre mi accompagnano. E' stato davvero inutile passare il pomeriggio attendendo l'orario di apertura? E saranno così irrilevanti i minuti che mi separano dal coricarmi in casa di Gigi?

E finisco per pensare alla sensazione di familiarità provata nell'entrare in questa piazza, alla tranquillità che mi ha portato a dormire tra i passanti, alla gioia di scoprire una fontana, al supremo e incontrastato desiderio di trovare un bagno piuttosto che un altare, allo stupore, all'incredulità, al rammarico di accorgersi quanto potente e poco predeterminabile sia il destino, soprattutto quando lasciato del tutto a sé stesso. Penso infatti a Selèn.

E tutto questo è gettar via il tempo? Cosa significa allora non sprecarlo.

Significa forse utilizzarlo per lo studio? Per Dio, oggi ho imparato cose che nessun libro mi potrebbe insegnare.

Allora significa impiegarlo al fine di far soldi? Ancora per Cristo mi dico, ma se mi sono sempre ripetuto che i soldi sono niente, che il vero significato della vita sta nelle emozioni che essa a volte ci regala e a volte ci fa sudare.

E non sono forse sempre stato convinto che la felicità è raggiungibile solo al momento finale, quando avremo coscienza di aver vissuto e non solo di essere esistiti, quando ci accorgeremo di non aver potuto emozionarci di più?

Allora la sensazione di disagio, che riappare assieme ai pensieri su questo pomeriggio, non pare sia dovuta all'idea di aver sputtanato il tempo. La ragione è nascosta.

E la ricerca della risposta la devo rimandare a più tardi. E' giunta l'ora di apertura del negozio.





Sono il primo ad entrare.

Ed anche il primo ad uscire pagando quasi trentamila lire per qualche panino e un vasetto di marmellata di una marca sconosciuta. Un ragazzo all'uscita mi sorride vedendo la mia faccia abbattuta, costernata, e incazzata nera.

Mi dice: "Eh, Sienha l'he unha dhellhe citthà più chare d'Italiha!". Poi se ne va lasciandomi col dubbio se le sue erano parole di conforto o di presa per i fondelli.

Mi invio automaticamente verso giù, verso piazza del Campo, e nemmeno saluto il cortile che mi ha ospitato tanto volentieri. Sono del tutto preso dal ripensare quanto dei soldi persi debba imputarsi alla mia inettitudine e quanto alla sfortuna.

E' infatti vero che se avessi pensato a posare lo zaino all'entrata avrei evitato di pagare anche i due vasetti di vetro che ho fatto sfracellare in terra urtandoli con la mia coda invicta - e fortuna che ne ho salvato uno prendendolo al volo -. Ma, accidenti, che diavolo c'era in quei barattoli da farne i più cari di tutto il negozio. Diecimila lire l'uno venivano. E il titolare mica si è commosso. Al contrario, è stato contento di rifilare in tal modo a qualcuno i suoi vasetti d'oro.



Camminando, ormai abituato alla fatica e all'asma, ripenso alle trentamila e a tutti i soldi che già ho speso nei primi tre giorni di un viaggio che, alla partenza, doveva durarne dodici, di giorni, con una spesa di venti-venticinquemila al dì. Sono clamorosamente molto al di fuori del budged. E sto spendendo, come accade da ventiquattro anni, i soldi di chi ha un figlio laureato che fugge di casa per fare il vagabondo e non lavorare. Si, così ora mi sento, un inutile mantenuto. E non vedo più alcuna utilità in questo viaggio se non quella di rimandare le responsabilità del lavoro, se non quella di costituire una scusa per continuare ad essere mantenuto. Una vera e propria fuga. Oltretutto una fuga stupida in quanto non dormo, non mangio e non respiro. In più nemmeno mi interesso dei luoghi che incontro, se non per cercarvi un cesso.

Quanto sono abbattuto mentre mi avvicino a piazza del Campo. Vorrei che all'istante sparisse tutto quanto mi circonda che, ormai ne sono certo, potrebbe in egual modo appartenere a Siena, New York o alla luna. Per me non farebbe differenza dormire per le strade di questa o quella città o tra i crateri di quel pianeta. Spendere il tempo qui o lì non pare avere alcun significato.

Vedo i giovani preparati allo struscio in piazza, i turisti che fanno l'ultima passeggiata prima di andare a cena, le famiglie che comprano gli ultimi gelati. E vedo me, vestito solo in modo un po' più originale di quando sono a casa, con un cappello nero e uno zaino a tracolla. Questa, ciò che mi porto addosso, quest'aria da vetero-capellone-vagabondo, questo falso e scordato Woodstok che chiedo di rappresentare, questo atteggiamento insomma, è l'unica e sola e triste cosa che mi fa capire, che differenzia il mio essere a Siena e non a Ferrara.





Da qui, intuisco, sono nate le sensazioni di disagio con cui oggi ho combattuto e che fin'ora sono stato capace di tenere nascoste.



Ora penso di capire il perché sentirsi così poco turista non ha solo risvolti positivi, ma bensì possa procurare il fastidio che ho provato, oggi, nell'accorgermi quanto in realtà il duomo di Siena non mi interessasse.

E alle stesse ragioni si congiunge la spiacevole sensazione che ho provato quando mi sono accorto che, pur non gettando propriamente al vento il mio tempo, in quanto esso stesso foriero di grandi emozioni, aspettare le ore giacendo lungo la strada non pareva avesse significato; e finivo comunque per ritenere le ore mal utilizzate.

Tutto ciò mi appare adesso in tutta la sua grottesca inutilità. Un'inutilità che credo sia anche alla base del sentimento di disprezzo che ho attribuito al padre si Selèn, ma che forse covavo già nella mia anima, verso i barboni, verso di me.

Ma perché inutilità?: qui sta il punto. Semplicemente perché la ricerca della gente, delle emozioni, dell'avventura e della libertà non deve necessariamente legarsi al vagabondaggio. Lo dissi io stesso ad Armando, con una sorta di premonizione sui miei pensieri futuri, che vagabondi siamo un po' tutti, vagabondi si nasce. E come anche chi ha i miliardi può non essere un signore, così pure non è necessario girare il mondo dormendo per strada per essere amabilmente e poeticamente vagabondi. Quella stessa libertà devo essere capace di viverla, assieme alle emozioni che comporta, ovunque, a Ferrara, Siena, New York o la luna. Non ha bisogno di essere cercata per forza con una zaino e una chitarra. Se così ci si ostina a pensare, allora si!, si sputtana il tempo.

Oltretutto le emozioni del vagabondare già le ho provate, e forse già le conoscevo. Restare ancora seduto tra la gente solo per scrutarne gli occhi e le sensazioni non ha più senso. E nemmeno ne ha cercare un luogo in cui suonare la chitarra.

Perciò nasceva il disagio; perché l'obiettivo di questo mio viaggio si nascondeva dietro nobili propositi di ricerca di libertà, di anticonformismo, di poesia e sogni - che, ora ho capito, non posso che ritrovare in me - quando invece non era che una fuga. Una fuga dalla difficoltà di affrontare nuove responsabilità, nate il giorno della laurea, quando si schiudeva anche per me il sipario della vita. Responsabilità che temevo distruggessero, o almeno che avessero la forza di farlo, ogni mio sogno o illusione che negli anni di limbo universitario avevo creato.

E la fuga, signori miei, porta al disinteresse per il duomo, porta al disprezzo di sé stessi, getta il tempo nelle latrine.

Per capire come la ricerca non possa che concludersi con l'obiettivo di prolungare se stessa all'infinito - ma nella realtà, nella realtà in cui vivo, e non più unicamente nei sogni - ho quindi dovuto ammettere che fuggivo.

E per capire che stavo fuggendo ho dovuto comprendere che le emozioni vissute in questi giorni sono esistite perché ho voluto che esistessero. E che non vi è alcuna ragione perché il fiore, quel bellissimo e fantastico fiore di Armando che vidi ier'sera a Firenze, debba necessariamente fiorire, lontano dal mondo in cui esisto e combatto, e solo in un luogo in cui fuggo a cercare sogni. E che dunque era la mancanza di coraggio a portarmi qui, nella fantasia... Siena, New York o la luna fa lo stesso.



UNA NUOVA STRADA

Camminando senza meta tra la gente sorridente e preparata al sabato sera, gente che pregusta le ore più attese della settimana e si agghinda secondo cerimonia, scorgo l'estraneità di qualcuno che gira con uno zaino in spalla, una chitarra nella custodia, le scarpe da tennis e i pantaloncini corti. Questa estraneità sempre cercata e vantata, a volte scambiata per snobismo da chi, proprio perché incapace di comprenderla, rimane invidioso a rimirarla e ad offenderla, richiede un coraggio che non sempre l'animo ha la forza di dare: poiché il confine tra estraneità e solitudine è un finissimo crine di cavallo; perché la solitudine si affronta peggio quando non si cammina soli; e perché il coraggio si lega strettamente al vigore fisico.

Camminando senza meta tra la gente sorridente del sabato sera, senza più un briciolo di fiato e di forza fisica, vedo una estraneità che vorrei non vedere, e vorrei abbandonare per un po' la solitudine, che non fa mai così male come quando si cerca di sfuggirle. Ho lasciato il coraggio qualche passo indietro ai miei, dove ho smarrito anche la certezza che la vita di questi ultimi giorni, con le sue privazioni e la sua diversità, non sia stata una perdita di tempo. Il coraggio non deriva quindi solo dall'incoscienza, ma anche dalla consapevolezza, dal sapere che le proprie azioni pagano un rischio in cambio di un valido risultato.

Quando, appunto, scompaiono questa certezza e questa consapevolezza, e nessuna forza fisica sorregge lo smarrimento, allora si ammira la freschezza e il calore della normalità, dove pare non vi sia alcuna traccia di estraneità e solitudine. E si aspira a tornare normali, ad abbandonare gli stracci per un vestito firmato, a dimenticare le idee e i pensieri curiosi per abbracciare i discorsi della piazza, a rimandare a domani i sogni e le favole della sera per sentirsi liberi, liberi di essere normali, liberi di nuotare a favor di corrente, finalmente liberi dal vincolo, dalla voglia di cercare per davvero la libertà.

Quando, appunto, scompaiono questa certezza e questa consapevolezza, e nessuna forza fisica sorregge lo smarrimento, allora si smarrisce il coraggio di restare davvero liberi.





Adesso, ormai nei pressi di piazza del Campo, deciso ad abbandonare lo zaino e la custodia, deciso a fare una doccia, ad avere una cena e ad apparire come Cristo comanda, scruto oltre le spalle delle persone con la speranza di trovarvi un po' di rosso, oppure anche il giallo, ma anche solo la scritta "SIP". Però non mi accorgo di nessun telefono, giallo o rosso che sia, e sempre più estraneo e isolato inizio a maledire questa aria da vagabondo, comincio a pensare di essere un grosso idiota nei panni di un personaggio che non esiste, quasi come Babbo Natale.

Sfiancato sorpasso la piazza. Ora guardo le persone e mi accorgo che con gli occhi chiedo un po' di comprensione, chiedo di essere notato, chiedo quasi di aspettare a giudicarmi, perché andrò a cambiarmi e ricomparirò diverso, uguale a loro, con la giacca, con i pantaloni lunghi, senza niente che ricordi i vagabondi o i cantastorie. Comparirò turista, d'accordo?



I primi telefoni che raggiungo, o che vedo, sono quasi in piazzale Matteotti. Ho rifatto tutta la strada percorsa stamattina e niente al mondo, ora che sono qui, mi costringerà a ripercorrerla con ciò che mi porto addosso.

Osservo un gruppo di ragazzine che occupano la cabina prima di me. Ammiro e invidio la loro spensieratezza, la loro tranquilla certezza che questa sera sarà un divertimento, che da adesso in poi, crescendo, la loro vita diverrà sempre più eccitante, con nuovi vestiti, senza limiti di orario, con le vasche, i bar, le scarpe firmate, l'auto, la pillola, un impiego, i soldi, "Gioia", "Grazia", "Anna", "Annabella", "beatifoul", i
$week-end, la cena del sabato sera, il sole, le vacanze.... il turismo. Si!, perché rifiutare questa tranquillità, mi chiedo. Del resto, se tutti l'accettano, significa che è la miglior vita possibile.

Poi tocca a me. Davanti al telefono mi accorgo di non aver deciso a chi o dove telefonare. Tuttavia un posto vale l'altro.

Non sono convinto di voler dormire da Gigi. L'idea mi appare improvvisamente troppo spericolata, e soprattutto troppo lontana e distante, difficilmente raggiungibile con le mie energie.

E' per lenire la coscienza, ben sapendo comunque di essere parecchio lontano dall'orario in cui Gigi torna a casa, che faccio il suo numero e ansiosamente aspetto che l'apparecchio squilli. Non resisto oltre il terzo squillo, poi butto giù e mi dico sollevato che Gigi non è ancora tornato.

Poi provo a telefonare all'ostello, con poche speranze di trovare posto.

"Pronto!, ostello Guidoriccio" mi risponde subito una voce molto giovane di ragazzo.

Mi faccio coraggio e ci provo: "Buonasera, vorrei sapere se è possibile avere un posto per questa notte?".

Con grande sorpresa sento: "Certo, non ci sono problemi".

Non ci credo e voglio una sorta di conferma: "Senta, è necessario prenotare dandole il numero della mia tessera degli ostelli, o non c'è il rischio di perdere il posto?".

Senza alcun dubbio la voce mi fa: "Nooo! Non c'è alcun problema. Lei arriva entro stasera?".

"Arrivo ora, sono in piazza a Siena" rispondo.

"Bene, allora ci si vede tra un po'" conclude la voce.

Aggancio il ricevitore alquanto stupito. Davvero non riesco a spiegarmi come possano esserci ancora posti all'ostello a quest'ora, di sabato e con tanta gente in giro. Per un attimo dubito delle parole del ragazzo che mi ha risposto. So come sono quelli che lavorano negli ostelli: devono essere per forza guasconi.

E comunque mi fido.

Entro in una tabaccheria per un paio di biglietti e per chiedere il numero del mio autobus. Il ragazzo della tabaccheria, molto simpaticamente, inizia ad enunciare un numero impressionante di numeri: di alcuni è certo di altri meno. Comunque è sicuro che parecchi bus arrivano nella zona dell'ostello perché è una zona molto popolata ma assai distante dal centro e dalla stazione. Infine mi consiglia di chiedere agli autisti.

E così faccio. All'autista del primo autobus che arriva alla fermata di piazzale Matteotti domando se va all'ostello di via Fiorentina. Poiché la risposta è affermativa salgo e gli domando se per cortesia mi può avvertire una volta nei paraggi.



Per il resto è la storia di sempre. Ancora scarso equilibrio, urti da tutte le parti, imprecazioni, sguardi terribili, una fatica immane per sorreggersi con una sola mano, difficoltà a scorgere la città e la campagna che si dipanano fuori dal finestrino perché l'angolo visivo è molto ristretto stando in piedi, da un metro e novanta di altezza.

Dopo numerose fermate resto in compagnia di pochi anziani passeggeri. Riesco finalmente a sedermi e una signora, che pare assai divertita dalle mie difficoltà, decide di ricambiare scambiando due parole ed offrendosi per consigliarmi la fermata giusta.

Sono scettico sulle capacità visive ed ancor più sull'acutezza dell'anziana signora, e spero di non dover scegliere tra i consigli suoi e dell'autista. Rischierei di offendere la nonnina o di scendere alla fermata sbagliata.

La signora pare svegliarsi dopo che il bus riparte da una certa fermata e con il suo sorriso mi indica che è la prossima. Dicendo grazie mi impegno nei suoi confronti. Ora attendo fremente che l'autista si giri. Nulla. Sento l'autobus che inizia a rallentare. Vedo avvicinarsi la fermata e il guidatore sembra indifferente: o è dimentico del favore promessomi oppure, come mi appare più probabile, questa è la fermata sbagliata.

In ogni caso non desidero offendere la signora dichiarandole in faccia la mia poca fiducia nelle sue vetuste capacità e quindi mi alzo in piedi. Qualcuno ha già suonato la richiesta di discesa. Il tram è già fermo ed io già pronto ad una lunga camminata quando l'autista si gira è mi indica una salita ad una cinquantina di metri da noi. "Su per quellha shalitha si harrivha allhe sphalle dell'hostello".

Forse lui non ha capito la mia grande gioia nell'udire le sue parole. Infatti mi osserva turbato quando gli sorrido e lo ringrazio come fosse la donna più bella del mondo.



Mi aspetta l'ultima grande fatica della giornata. Giunto ai piedi della salita scorgo quello che penso sia l'edificio dell'ostello. Mi sembra molto grande. E' isolato dalle altre costruzioni e, a differenza di quello di Firenze, attorno non vedo boschi ma campi coltivati. Gli unici alberi paiono nocciole e albicocche. Salendo arrivo in un piazzale che deduco sia il parcheggio dell'ostello. Subito alla mia sinistra noto una lunga e ampia vetrata oltre la quale dev'esserci il refettorio, a giudicare dal numero di tavoli e seggiole. Al termine della vetrata del refettorio ne comincia un'altra che continua poi fino all'angolo visibile ai miei occhi. Tutto il pian terreno direi che è illuminato dai vetri e questo mi dona, anche se non riesco a darmene una ragione compiuta, la piacevole sensazione di arrivare in un ostello del nord Europa.

La continuità del disegno della vetrata si interrompe in un punto, dove lo sguardo definisce un possibile varco, e dove sta scritto "entrata".

Vi giungo innanzi e, prima di spingere l'uscio, cerco di riacquistare una respirazione normale. Lungi dall'averla raggiunta mi scaravento all'interno dell'edificio. Non c'è nessuno. Solo io e la mia asma.

Mi appoggio al bancone di quella che pare la reception, appena innanzi all'entrata, bancone che continua sulla mia destra dove si trasforma in banco di un bar ben fornito. Passano alcuni minuti che impegno studiando le marche, le dimensioni volumetriche e i prezzi delle numerose bottiglie di birra. Un qualunque bar in Italia non avrebbe un tale assortimento. Questa è una traccia inequivocabile della clientela nord-europea del locale, clientela che ora, sempre più strano mi dico, pare scomparsa.

Improvvisamente alle mie spalle odo la voce con cui parlai al telefono.

Sbriga la mia pratica in un attimo: mi dice il regolamento, il prezzo, mi consegna le chiavi dopo aver incassato, e mi indica il tragitto più breve per arrivare in camerata.

Non lo trovo simpatico il ragazzo della reception. Mentre salgo le scale, sempre deserte, alla ricerca della toppa per la mia chiave, mi punge la sua aria spavalda e insolente; oltretutto, dico tra me, mi sembra un grosso ignorante della peggior specie, cioè di quelli che si sentono superiori e più intelligenti degli altri; si dà un sacco di arie, un vero bullo e inoltre...ma eccomi di fronte alla camera venti. Ora mi aspetto di infilare la chiave, girare, aprire la porta e di trovarvi dentro un bel mucchio di zaini, se non addirittura gli stessi padroni sdraiati sui letti.

O meraviglia! Anche la camera, così come l'entrata e le scale dell'ostello, è del tutto vuota. Ci sono tre letti e tre armadietti ma non vi è alcun segno di ospiti.

Non importa se qui regna la polvere, non importa se i cuscini e i materassi - su cui, beninteso, metterò lenzuola e federa - sono macchiati di ogni sorta di colore, e non importa nemmeno scoprire chissà quali schifezze avariate nel cestino dei rifiuti sotto un lavandino - proprio così!, un lavandino in camera - incrostato e nero. Potrei anche trovare uno scheletro nell'armadio eppure questa stanza immonda resterebbe comunque una reggia per me. Lo stupore e la gioia si confondono. Finalmente un po' di solitudine e di tranquillità. L'ultima gaia solitudine risale alla doccia notturna di ieri. E quanto mi sembra passato.

Ma ora ho la possibilità di fermarmi, di restare per la prima volta immobile senza dover fregarmene di chi mi gira accanto, senza l'ansia di proteggere le cose lasciate in camerata, senza l'angustia di addormentarmi con le cose a portata di mano e, super omnia, senza la sensazione di colpevolezza acuita da ogni colpo di tosse.



La sensazione di libertà che mi prende quando ho la possibilità di avere una camera solo mia, in cui posso lasciare ogni cosa nel disordine che amo, da cui posso uscire e rientrare come, quando e con chi voglio, dove posso girare nudo, dove mi sento al sicuro, dove abbasso la guardia, dove riesco a leggere e scivere, dove posso fare tutto, anche conquistare il mondo, questa sensazione di libertà appunto,

è la coscienza di non avere limiti.



La familiarità che nasce subito con la camera mi ricorda quella nata con la piazzetta nel pomeriggio. Ma, pur dandomi tutta se stessa, la mia piazza non poteva donarmi un letto vero, un tetto, un armadio, un cuscino, una finestra, né mi permetteva di fare la doccia. Mi regalava si, è vero, un'acqua fresca e dolce, ma una volta riempita la borraccia...

Qundi, mi domando, perché non ammettere che non cambieresti questa misera camera con nessuna nuova avventura da vagabondo? Perché non avere il coraggio di dire che non sarai mai come Armando, che preferisci essere un normale turista? Perché negare di essere un normale futuro borghese che ama distendersi comodamente sul letto, al chiuso, dopo una doccia e con la prospettiva di andare a cena subito dopo il pisolino?

E' vero, confesso a me stesso, che questa camera è divenuta il tuo paradiso. E' anche vero che ora non capisci come ti sia saltato in mente di divenire vagabondo, proprio tu, neolaureato in economia col massimo dei voti.

E' altresì indubbio, continuo a persuadermi, che un tale pensiero non tornerà più nel tuo bacato e ravveduto cervello, e che l'unico obiettivo rimarrà sempre quello che tutti ti hanno suggerito: di entrare nel sistema e godere dei piaceri che può riservare ad una persona che ne accetti le regole.

Quanto si sta bene nella soffice e accogliente quiete della semplicità. Che piacere questa stanza vuota in cui recitare finalmente la parte piacevole del turista. Che piacere socchiudere gli occhi pensando di tornare tra la gente, più tardi, e di essere come loro, intento a sorridere al sabato sera, al gelato, alla birra, alla pizza, alle donne.





E così, dopo una doccia sempre solitaria, dopo un panino alla marmellata per quietare la fame, disteso sul letto, ripenso alla fine delle mie assurde avventure e, disertore felice, mi addormento.



Poco dopo mi sveglio, ed è l'ora giusta per uno struscio in piazza. Mi preparo dunque per una serata alla grande: vasca e pizza e magari qualche giro per i locali. Niente stravaganze e bizzarre magie, o pensieri esistenziali. Voglio tornare sulla terra e smettere di cercare il nulla. Le energie occorrono per le ragazze, per i balli e i soldi.
Un gilet scuro sulla maglietta bianca, sopra la consueta e mai smunta giacca nera. I capelli ancora bagnati scendono a ricci lungo il viso. Una barba di due giorni risalta sul bianco della maglietta e dona un tocco, come dire, da uomo vissuto, da protagonista di film poliziesco.

Col cappello nero esco in strada e vado alla fermata sulla via principale, dalla parte opposta dell'ostello rispetto a dove sono arrivato. Qui, nonostante faccia poco figo, non so resistere alla tentazione di risparmiare qualche centesimo facendo l'autostop.

Ma presto la sensazione di sfacciataggine che nasce ancora dal vedere gli sguardi riprovevoli degli automobilisti che tiran dritto mi convince ad abbassare il pollice. E' l'ultima macchina, quella che mi sono posto come limite entro il quale gettare la spugna, che inaspettatamente mette la freccia ed accosta.

Sono imbarazzato e quasi vorrei non averla fatta fermare. So di dover affrontare una emozione nuova, legata al ragazzo sconosciuto che sta nella macchina. So che dovrò instaurare una seppur breve relazione con questa persona, svicolando da tutte le regole della sicurezza, della semplicità, dell'apatia dominante. Perché la persona che sta al volante, se si è fermato, non può che essere il contrario di coloro, i normali, che mi biasimavano e mi disprezzavano evitando di fermarsi. Quei normali a cui sono ora convinto di volere, di dover assomigliare per evitare la solitudine.

So che il mio filantropo deve avere in sé la curiosità di emozioni propria delle persone a cui non desidero più tornare ad assomigliare, quella Cristina, quell'Armando che, andando controcorrente, rischiavano di affogare ad ogni piccola onda. Persone a caccia di emozioni, che, udendo anche le foglie che toccano terra, impazziscono al rumore degli alberi che cadono.

Ora rischio di incontrare un nuovo poeta e di non volere più capirlo, rischio di entrare in auto e di volerlo investire con un "Non è corretto dare passaggi a chi non si conosce, non c'è alcuna ragione, né tantomeno quella di arrivare a conoscersi".

Invece mi controllo, ed entro nella Y10 con finta tranquillità, come fosse la cosa più normale del mondo, come l'autostop fosse solo una cosa utile ma scevra di emozioni. Mi chiede se vado in centro a Siena. Gli rispondo che è OK, senza esagerare in sorrisi o ringraziamenti.

Continuo a mantenermi calmo e a non evidenziare alcuna curiosità. La mia semplicità pare non desti alcuna curiosità nemmeno nell'autista. Ma dura poco.

Non resisto, infatti, ed inizio a porre domande su domande: se lui è di Siena, da dove viene, quanti anni ha, che fa nella vita qui in Toscana, se conosce Ferrara, se sa che pure Ferrara è come lui dice che è Siena, ovvero chiusa e di mentalità provinciale.

Gli domando anche cosa lo spinga a dare passaggi agli autostoppisti, e qui rabbrividisco per il mio ardimento. E faccio bene.

Il ragazzo mi guarda e ascolto esattamente quello che non desideravo più sentire.

"Credo che una persona che decida di fare l'autostop ha spesso qualcosa di diverso e interessante da essere scoperto. E credo che, poiché divido la gente in persona normali e persone stravaganti, e poiché di quest'ultime ne trovo poche, e poiché sono esse a creare le situazioni più emozionanti, se sono dell'umore giusto le raccolgo. So di rischiare tanto il furto di qualcosa nell'auto quanto la delusione di scoprire qualcuno di una mediocrità tale da non rendersi nemmeno conto di che significa autostoppare, passami il termine" mi dice "e tuttavia il gioco vale la candela... così ho conosciuto i miei migliori amici. Ho girato spesso in autostop, sia qui in Italia che all'estero. Poi un giorno, sei anni fa, tornando da una visita ai miei giù a Salerno, ho dato un passaggio ad una ragazza romana che se ne andava in giro a dipingere le colline toscane. Beh! Ci siamo sposati due anni dopo".





Continuo ad incontrare persone che la normalità non sanno nemmeno dove stia di casa, penso passandomi una mani nei capelli. O forse continuo inconsciamente a cercarle. O forse è normale che ci si incontri e ci si scopra speciali, perché tutti in fondo possiamo essere speciali come tutti possiamo essere normali.

Ma va!, mi dico, mica tutti danno l'idea di essere scrittori come questo qui. Mica tutti parrebbero preferire passare il sabato sera su una collina per assaporare gusti e profumi di una notte da dipingere sui libri.

Mi torna in mente una frase di Bobbio: "gli uomini sono tra loro tanto eguali quanto diseguali... dipende da chi li osserva".

Quindi come faccio a dire che voglio tornare ad essere normale, eguale a tutti gli altri. Da cosa distinguo il guidatore di quest'auto dagli altri?

Anche lui è normale, mi impongo, mi urlo mentalmente,... e basta con una distinzione che non sta né in cielo né in terra. Anche se fosse realmente uno scrittore, anche se salisse sulle colline per sentire davvero il rumore delle foglie che si posano in terra, mi dico, io continuerei a vederlo un tipo normale, come tanti, come tutti, come me.





Frattanto arriviamo in piazza Matteotti. Mi chiedo se lui intuisca cosa sta dietro al mio silenzio.

"Qui va bene" dico improvvisamente. "Grazie" aggiungo mentre l'auto si ferma.

"Figurati, è stato un piacere per me" mi risponde "potrei scriverne in un libro un giorno" sento che dice, quasi voglia che io intuisca quel che sussurra appena a se stesso.

Quando appoggio entrambi i piedi in terra trovo la forza di girarmi e di domandargli: "Senti, ti posso chiedere dove passerai la serata?".

Mentre la macchina torna ad immettersi nel traffico vedo che si gira verso di me sorridendo ed indicando un punto all'orizzonte. Dal movimento delle labbra credo di intuire la risposta: "Su quella collina". Non ho nemmeno conosciuto il suo nome e tuttavia, anche se fatico e non vorrei ammetterlo, il suo incontro, così come fecero già Cristina e Armando, Gigi e Ayman, mi ha lasciato qualcosa. Forse la consapevolezza che conoscere una sola persona a volte fa molto più, contro la solitudine, che incontrarne un milione per strada?





Mi giro.

Ho ora di fronte piazzale Matteotti. I precedenti convincimenti e propositi di abbattere l'estraneità e la solitudine, lasciandomi finalmente trasportare dalla corrente, sono più forti dei dubbi sortemi in quella Y10.

Parto fiducioso verso la strada che percorsi stamane con lo zaino e con la chitarra, quando ancora trasportavo meco i sogni romantici sui cantastorie e sui vagabondi di piazza. Ora quei sogni voglio metterli nel cassetto come fanno tutte le persone normali.

Si, perché è chiaro, mi convinco, che ognuno sogna di cantare, scrivere e recitare; perché è indubbio, mi dico, che tutti amano le emozioni e le favole; è impensabile, rifletto, che ci sia qualcuno che non possa capire la bellezza e la sublimità del passare una notte in cima ad una collina, o un pomeriggio a parlare con una fontana, o tre giorni a spasso cantando con la chitarra. Solo che tutti, o la maggioranza, capiscono che queste cose non hanno senso, non danno alcun giovamento, non sono nulla se comparate con la vera vita, con le serate in piazza come questa che mi prometto di trascorrere; e i sogni, le favole, le colline e le chitarre vengono messe in un cassetto e sostituite con le emozioni, per intenderci, della discoteca. E poiché è la maggioranza, va seguita e occorre imparare da essa. Pena: la solitudine.

E' quindi una nuova strada quella che mi accingo a percorrere. Non è più quella di stamane.

Ora vi scorgo le pizzerie; entro nelle sale giochi; ascolto la musica che fa muovere le gambe di ragazzine adolescenti; mi fermo a scrutare gruppi di ragazze molto carine; tento di entrare in un paio di bar alla moda per un aperitivo ma la calca mi consiglia di riprovare tra un po'. Mi fermo a guardare le vetrine di abiti per uomo. "Quanto tempo che non mi compro qualcosa di decente da indossare" esclamo dando voce ai miei pensieri.

E così proseguo, tra i negozi illuminati del primo crepuscolo, tra le minigonne di ragazze che lanciano sguardi ammiccanti al mio cappello, tra gruppi di giovani belli, intelligenti e normali che ridono felici parlando del più e del meno nelle piazzette della loro città.



E così attraverso un paio di piazzette mentre la luce della luna già inizia a proiettare nuovi giochi d'ombra sui palazzi.



Camminando tra questi colori antichi illuminati dalla luce bianca delle lampade mi pare di entrare nel ricordo di un'estate non tanto lontana, quando, assieme, visitammo mano nella mano i cortili di un borgo medioevale che pareva aprisse i suoi portoni agli innamorati. E visitammo le torri in cima al paese, e come un cavaliere ti portai in braccio, e come una antica e bianca dama mi premiasti con un bacio. E fu un bacio indimenticabile, perché sentivamo insieme la voglia di volare, e di cantare a tutti che i principi del castello eran tornati e che nulla li avrebbe pił divisi.

E ora ti abbraccio, tra le stradine di questa cittý tanto simile al nostro lontano borgo medioevale. Ti vedo ammirare gli alti palazzi che accompagnano la via, ti vedo commentare i disegni sui muri e gli stemmi sulle porte. Come confrontassi le tue porte e i tuoi selciati con quelli su cui ora abbiamo tanta brama di accostare tra loro le nostre labbra.

E il vento che compare dalle curve delle viuzze non riesce a raffreddare il calore dei nostri abbracci, non riesce a frenare le nostre danze.

Un ballo continuo, i cui i passi ci conducono magicamente tra le persone immobili, statue di sale di fronte al nostro amore.

Canto la tua bellezza che ben si intona con la magia di queste piazze; canto la tua dolcezza che fa di me un cavaliere inerme, fa di me un poeta; ti prendo per mano per correre verso gli angoli bui, dove i suoni del mondo spariscono e le luci si spengono, e il calore dei nostri baci riscalda la cittý. E la mia anima torna a volare in alto, come allora, nel vederti felice di percorrere, al mio fianco, questo meraviglioso ducato toscano. Mi sento nuovamente il principe che avevo dimenticato di essere. E ad ogni passo ti stringo e ti domando quali sono adesso i tuoi desideri. Fossero anche la guerra e la distruzione non esiterei.

Ma mi chiedi solo un altro bacio, e, tra queste romantiche mura, cerco di renderlo il pił indimenticabile tra gli indimenticabili.

Quindi mi chiedi la storia di Siena e dei suoi palazzi e, mentre narro le lontane gesta, ci fermiamo di tanto in tanto a curiosare le scritte sui muri e sugli antichi portali.

Arriviamo danzando sotto un portico degno dei principi e sfidiamo orgogliosi ogni divieto di accesso per finire il nostro ballo di sogno all'ombra degli intarsiati soffitti. E giriamo, giriamo sempre pił stretti, finché l'ultima giravolta, prima del finir della musica, si interrompe per l'ultimo bacio di addio.



Mi trova così, mentre stringo l'aria e mi inginocchio a guisa di un cavaliere che bacia una mano invisibile, una guardia decisa a far rispettare il divieto di accesso ad onta della nobiltà che sta infangando. Con l'ira negli occhi, come il più adirato dei re verso il suddito irrispettoso, mi levo in piedi per salvare l'onore della mia dama.

Prima di affrontare la guardia prendo di nuovo la tua mano
$sussurrandoti: "Tanquillo cerbiatto, nessuno pił ci dividerý".

A queste parole la guardia strabuzza gli occhi. Prende paura e mi urla: "Di che chazzho di cherbihattho pharli, o bhischerho!".

Gli urli e la sua mano che si ferma su una sporgenza al suo fianco mi riportano improvvisamente alla realtà. Mi accorgo di cambiare la mia espressione di odio in una che cerca comprensione. Poi passo a fianco dell'uomo ed esclamo, con la massima naturalezza: "Mi scusi, era soltanto un bellissimo ricordo tramutato in un fantastico sogno. Non mi dica che non le è mai capitato".

La guardia resta paralizzata, quasi ti vedesse ancora danzare nel portico.

Mentre mi allontano penso buffamente che se avessi solo porto le mie scuse forse mi avrebbe portato dentro. Devo stare attento ai sogni: a volte possono diventare pericolosi.

E che diamine! Voglio smetterla con questi sogni! Non voglio più essere capace di viaggiare così lontano con la fantasia, non è costruttivo, mi allontana dalla realtà, mi isola, è una malattia che mi impedisce di vivere una vita come gli altri. Ad esempio mi sta rovinando un sabato sera in piazza. Non voglio, non voglio, non voglio, quasi urlo nella strada, continuare ad essere un sognatore, continuare a provare le commozioni che provo ad ogni stormir di fronda, continuare ad amare l'anima dei vagabondi e dei poeti, scambiare un secondo di musica con un anno di silenzio. Voglio, si, voglio invece essere come dovrei essere: una persona pragmatica, più fredda, più reale, più confacente al modello dell'economista. Una persona in grado di integrarsi del tutto in un sistema dove regnano le leggi dell'economia, e capace di divertirsi senza cercare la luna ma semplicemente accettando gli svaghi della città.





Sto camminando con gli occhi bassi, mentre espongo al cielo i miei desideri esistenziali. Non conosco dove conduca la via che seguo. Non importa, sento che la risposta, o meglio, una risposta arriverà da sé, fra non molto, devo solo seguire i miei passi.

Cammino per un tempo indefinito, immerso in dubbi amletici. E' pazzesco a dirsi, ma sto chiedendo al mio destino di mutare tutto ciò che è stata la mia esistenza sin'ora. E' come se questo viaggio mi avesse aperto gli occhi sulla assurdità della mia vita. Una vita che ho diviso tra uno studio matto e disperatissimo della realtà economica e una ricerca di nuove emozioni, di nuove conoscenze, di stravaganti esperienze.

Una vita perciò dedicata a due obiettivi incompatibili, opposti, antagonisti.

Due obiettivi situati agli estremi opposti della concezione del vivere. Due obiettivi tra cui mai sono stato capace di scegliere, sebbene sia io ormai laureato, sebbene io abbia di fronte una strada spianata per una vita razionale, tranquilla, economica. Infatti sono qui, in giro per la Toscana, a ribadire la mia voglia di trasgressione, la mia necessità di scaldare continuamente il cuore, la mia ansia di trovare sempre qualcosa di diverso, di nuovo, di emozionante, da amare. Ed ora mi impongo di mutare, di procedere dritto verso la strada che la mia vita reale, quella universitaria, ha già tracciata innanzi. Mi impongo in tal modo di adeguare il mio spirito a questa società, per combattervi e per godere dei piaceri che essa riserva ai vincitori. Mi impongo di lasciare alle spalle i sogni fantastici sui vagabondi, le possenti bracciate contro corrente, la poesia, le ambizioni da scrittore, la musica.

E soprattutto chiedo, a questa scelta, di aiutarmi a lasciare indietro la solitudine e la diversità. In queste ore, con questi passi che scandiscono il tempo, penso si sia deciso il significato ultimo del mio viaggio.

Ormai guardo le case e le porte che mi circondano con l'occhio del turista che ben sa di tornare tra breve alle proprie occupazioni; vedo Siena e vi scorgo niente più che un insieme di monumenti ed opere degne di venir visitate e studiate, e magari comparate con gli edifici di tante altre città del mondo. E seguendo la strada salgo, salgo ancora, sempre più verso la sommità di questo colle su cui dorme la città.



Improvviso mi arriva un suono amato e conosciuto. O meglio, so di conoscerlo ma non riesco, all'istante, a rammentarne la provenienza, lo strumento da cui nasce. Proviene dalla cima della viuzza che sto percorrendo. Ad ogni metro diviene più forte e più distinto, come mi chiamasse ed aumentasse i suoi sforzi per impedirmi di voltarmi e andarmene. Il suono è ormai chiaro ma ancora, al pari i chi udì le mortali sirene, non riesco a superare l'incantesimo che pare voglia tenermene ignota l'origine. In tal modo quasi sono costretto dalla curiosità a proseguire verso la fine della strada.

E' proprio la fine della strada che mi regala la banale risposta. Dovevo sapere dove sarebbe terminata la via.

Dovevo sapere che la piazzetta che oggi mi accolse, gentilmente illuminata, non mi avrebbe lasciato partire senza la cortesia di un saluto.

E solo ora, una volta arrivato in questo cortile che un buio pesante non mi impedisce di riconoscere, si spezza l'incantesimo che confondeva la certezza che il suono udito era musica della fontana.

L'incantesimo non serve più. La curiosità mi ha spinto qui. Ma ora che so non volterò le spalle a quest gentil piazza. Mi siederò ai piedi della sua fontana e diverremo amici per questa sera, e per sempre.

Bevo e brindo a questo secondo incontro, all'incantesimo che mi ha spinto inconsapevolmente sin qui. E brindo pure alla speranza che le mie decisioni di poc'anzi mi donino quella sicurezza e spensieratezza che mai mi ha accompagnato.

Così mi siedo nel buio, lontano dalla vista di chi passa e procede senza dubbi per la propria strada, là, dove la luce del lampione illumina la strada che attraversa la piazza. Io qui, nel buio, lontano dalla luce della certezza.





"La vita ricomincia ad ogni istante, messere" esclama dolcemente e profondamente una voce alle mie spalle. Non mi volto, la stavo forse aspettando, sentivo che avrei comunicato con l'anima di questa fontana dopo che essa stessa mi ha chiamato qui.

"E' quello che dico a tutti coloro che giungono qui, spinti dai propri dubbi, alla ricerca del significato della vita. E' una frase da non dimenticare mai e che nasconde molte risposte" continua la voce.

Mi volto per cercare con lo sguardo il mio interlocutore. Il buio alle mie spalle è più fitto che mai: solo gli occhi dell'acquila brillano. "Chi sei?" allora chiedo, per nulla spaventato, anzi, pieno di gratitudine verso questi momenti.

"Sono molto vecchia. Da tempi lontani qui hanno riposato le loro stanche membra molti cavalieri e molti viandanti. Qui hanno bevuto e gioito e qui hanno lasciato un briciolo della loro anima e della loro saggezza. E pian piano quei frammenti hanno modellato il mio spirito, in cui trovan posto le anime dei poeti, dei guerrieri, dei musici, e dei saggi. L'acquila che vedi non è altro che un'immagine dell'acutezza e del coraggio nati in secoli di avventure che da qui son passate. E da tempo ormai, da molto tempo, riesco a scegliere e a parlare con chi ha davvero sete".

"Che vuol dire?"domando.

"Significa che sento i dubbi e i travagli di coloro che arrivano nella piazza. Alcuni ardono di una sete che l'acqua riesce a soddisfare. Altri sono perseguitati da una sete più grande, che non tutte le fontane possono lenire. Spesso solo chi appartiene al secondo tipo di viandante mi scorge in quest'angolo di piazza, si disseta e raggiunge la pace. Ma la pace può essere lunga e sicura, come incerta e assai breve. Dipende dalla profondità della sete".

"Io trovai una ben limitata pace, o fontana dell'aquila, che durò un breve percorso del sole nel cielo" dico, affascinato dallo spirito antico che mi ascolta.

"Conosco la profodità della tua sete, che mai nessuna fontana potrà spegnere. Per questo sei tornato, o meglio, ti ho chiamato... La vita ricomincia ad ogni istante, e perciò ogni momento va vissuto intensamente e consapevolmente. Ogni momento rappresenta l'inizio, rappresenta un nuovo destino, indipendente da ciò che è stato. Perché ciò che è stato è l'unico tempo che ti appartiene di certo e per sempre. In questo nuovo presente tu ora senti la gravità delle scelte della tua vita, una vita combattuta tra le magie dei tuoi sogni - ricchi del calore e della luce del sole - e la realtà difficile e ostile in cui spesso prevale il buio e il freddo dell'egoismo, in cui il trapasso dei sogni si trasforma puntualmente in tragedia. Ti sei accorto di amare troppo le emozioni dei sogni per essere davvero capace di integrarti in un sistema spietato. Ti sei accorto che la sensibilità rende fragili e vulnerabili. Ti sei accorto che cercare tra le persone ciò che vedi nelle favole finisce per renderti diverso, incompreso, solo. Eppure la vita ricomincia ad ogni istante, e tu sei tra i pochi che colgono gli istanti perché sei capace di ascoltare una fontana. Le tue lagrime sono profonde e disperate, ma i tuoi sorrisi illuminano il cielo. I tuoi dubbi saranno continui, non riuscirai a compiere una scelta definitiva, mai. Eppure questo ti spingerà alla ricerca, alla continua ricerca di risposte di cui forse ignori pure le domande. E ciò ti farà davvero uomo, perché una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Forse ciò ti spingerà verso la felicità, se sarai in grado di bilanciare, di raggiungere l'equilibrio tra i tuoi sogni e le tue azioni. Non aver paura della solitudine. Essa ci accompagna e forse ci guida nella via. Non combatterai la solitudine agganciandoti al treno della conformità. Vivere secondo gli schemi ti renderebbe ancor più solo. Ti troveresti immerso in un fiume soffocante senza saper nuotare, e nessuno di coloro che nuoterà al tuo fianco ti comprenderà a sufficinza per aiutarti. Sei un vagabondo. Lo sei sempre stato e sempre lo sarai. Non riuscirai a dimenticarlo entrando stasera in una pizzeria o in una discoteca. In te c'è lo spirito della poesia. In te c'è il seme della vita e quello della morte. In costante guerra, in conflitto. E tu sei in bilico e dovrai lottare per non far prevalere la disperazione. E il modo migliore è quello di seguire la tua anima di vagabondo. Ricorda: vagabondi si nasce e si muore. Non si diventa né si cambia. Si può fingere, come hai pensato di fare tu questa sera. Si può fingere di ignorare la forza della fantasia, della poesia, della curiosità, la forza delle nuove emozioni, del suonare una chitarra, del dormire in terra e di tutte le cose libere che sempre hai sognato. Ma si può solo fingere. Alla fine ricompaiono i sogni e ti trasportano lontano. E resti vagabondo, la tua anima resta vagabonda e desiderosa di nuove libertà".

Si interrompe inaspettatamente, quasi desiderasse una mia ulteriore domanda. La faccio: "Significa che la mia vita sarà per le strade e nelle piazze?".

"Già l'ho detto. Dovrai raggiungere l'equilibrio tra i sogni e la realtà. Vivere viaggiando e dormire sotto le foglie degli alberi è solo una delle vie possibili. Tu sceglierai la via del tuo equilibrio ascoltando il cuore. Così, e così solo, avrai la certezza di combattere ad armi pari con chi mai ha avuto sete. Così solo potrai aspettare felice la fine dei tuoi giorni. E solo così potrai godere di una solitudine sopportabile e gentile, e forse addirittura potrai sconfiggerla per brevi momenti".

"Perché, spirito della fontana, mi parli e cerchi di aiutarmi?" chiedo, timoroso per l'impudenza.

E la voce riprende: "Vi fu un tempo in cui non parlavo. Erano tempi in cui già capivo i travagli delle anime ma non potevo alleviare la sete se non con l'acqua. Ma incontravo molte anime buone, che cercavano continuamente la via della libertà, una via impervia e difficile, dove spesso finivano sopraffatte dalle anime vuote, assai più numerose. E le anime vuote aumentavano, mentre le anime ricche scomparivano, distrutte proprio per la loro ricchezza. Giunse un giorno un cavaliere che si sedette e mi raccontò una breve storia."

"Raccontava di un tale che appena alzato, un dì, si rivolse al compagno che lo guardava sorridente. Il tale diceva al compagno che anche quella giornata sarebbe iniziata come quella prima e quella dopo, con una misera scodella d'acqua e un briciolo di pane. Il compagno sorridente rispondeva che quindi tutto andava bene. Il tale proseguiva dicendo che il lavoro nei campi sarebbe stato anche quel giorno sfiancante e appena sufficiente a sopravvivere, appena sufficiente ad un pranzo di erbe e pane, e che così sarebbe stato sino alla fine. E il compagno continuava a guardarlo contento. Poi il tale pensò al pomeriggio, ancora sotto al sole per un tocco di pane, e alla cena, e alla sera, sempre uguali, senza utilità alcuna che la sopravvivenza. E pensava che giunto alla fine della giornata non avrebbe avuto altro da pensare che all'arrivo della giornata seguente. Come gli animali. In continua lotta per sopravvivere e niente più. E con suo grande stupore il compagno continuava divertito e contento ad ascoltare le sue parole, trovando che tutto quindi andava bene. Fu così che il tale capì l'importanza della consapevolezza, che solo la consapevolezza apre la strada verso la felicità e verso la vera libertà."

"Il cavaliere seduto ai miei piedi" continua la fontana "concluse dicendo che è così che l'uomo si libererà dai vincoli della consuetudine e viaggerà libero. Disse che quando l'uomo avrà raggiunto la consapevolezza non dovrà più temere gli agguati delle anime vuote, che con le loro vacuità ingannano e perdono chi ha in sé la ricchezza dei dubbi. E mi disse che se il mondo dovesse perdere le anime ricche perderà con esse i poeti, i cavalieri, i cantastorie ed ogni genere di viandante. Scompariranno i vagabondi e con essi le fontane, che dalla loro anima traggono la vita. E tutti dimenticheranno le fontane. Tutti saranno contenti e sorridenti e nessuno sarà più libero di cantare o di recitare, perché nessuno sarà più in grado di avere sogni e di inseguirli. Il mondo sparirà e con esso le fontane, disse. Poi si alzò e mi chiese se desideravo io questo. Con grande stupore scoprii che potevo parlare, che avevo una voce. E risposi che non volevo l'estinzione delle anime ricche. Allora, senza altro aggiungere mi consegnò un fiore, un bellissimo fiore che mi attraversò e mi donò la consapevolezza di non avere alcun limite. Poi l'uomo mi disse che da quel momento potevo parlare con gli uomini e cercare di aiutare chi mi pareva bisognoso di giugere alla consapevolezza. Chiesi a quell'uomo, mentre se ne andava, quale fosse il suo nome e quale il suo destino. Si voltò e i suoi occhi brillavano mentre pronunciava parole in una lingua antica e incomprensibile. Poi gli occhi smisero di brillare e volle solo presentarsi come il signore delle fontane, dei fiori, degli alberi e di tutto ciò che appartiene ai vagabondi. Credo fosse il re dei vagabondi".

"Un giorno lo troverai anche tu" aggiunge l'aquila rivolgendosi a me con voce profetica "il fiore della libertà, la massima libertà di sognare e di seguire i propri sogni, che dona

la piena consapevolezza del proprio ruolo

e del non aver limiti.

Quella stessa sensazione che a volte già ti appare, come quando entrasti qualche ora fa nella tua camera vuota, ma che non è vera e definitiva. Fugge e viene confusa, associata stupidamente alla libertà di girare nudi per la camera, quando invece deriva da una libertà molto più grande; ripeto: quella di seguire i propri sogni."

"Perché dunque ti ho parlato?! E' perché spero tu riesca a trovare la giusta via, che sta nel mezzo tra la fantasia e un mondo difficile, perché dunque tu sappia mantenere viva la tua anima di vagabondo senza permettere alla vanità, alla viltà e all'avidità di sopraffarla. Perché in tal modo anche tu raggiunga il fiore della completa consapevolezza, che ti renderà conscio del tuo grande valore e ti permetterà un giorno, forse, di cantare di una graziosa fontana a forma di acquila che ti parlò e ti mostrò la conclusione di un viaggio, che tu non riuscivi a trovare. Perché tu capisca che il tuo valore, al termine di questa avventura, è enormemente aumentato: hai cominciato a divenire consapevole. E lo sarai indipendentemente dai luoghi che incontrerai. Dovrai esserlo ancor più a casa, dove la guerra con il mondo non ha tregue. E qui giunge al termine il mio compito. Ora sta a te meditare sulle mie parole e dimostrare che non mi sono sbagliata sulla profondità della tua anima."

"Infine" pare sussurri ora il magico totem dagli occhi accesi "permettimi un desiderio. Promettimi di tornare a dissetarti della mia acqua e delle mie parole, un giorno". Detto questo i suoi occhi aumentano lo scintillio.

"Lo prometto" esclamo solennemente "lo prometto e ti ringrazio, fontana dell'aquila, e ti auguro di incontrare ancora tanti vagabondi che qui soddisfino la propria sete. Sete che nessuna acqua può quietare".

A queste parole gli occhi si spengono e il buio nella piazza si fa, come per incanto, meno denso. Bevo l'ultimo sorso e riempio la bottiglia-borraccia, poi mi incammino verso il basso, verso piazza del Campo, verso piazzale Matteotti.





Questa via, questa strada, ritorna ad essermi nuova.



I passi mi appaiono più leggeri. Volo in mezzo alla gente, ora radunata dopo la cena negli stessi identici posti in cui ci si è trovata prima, e mi diverto a riproporre i gioco degli sguardi con ragazzi e ragazze. Ho una nuova sicurezza in me, e non abbasso gli occhi a fronte di nessuno sguardo.

Questa sicurezza quasi è gioia, felicità per aver udito parole che non trovavo in me. Parole che danno un forte equilibrio ai miei pensieri. E danno un grande significato a ciò che ho fatto.

In medio stat virtus: si tratta di smettere di farsi sballottare da un estremo all'altro.

Ovvero di smetterla di affrontare decisioni nella realtà, per poi fuggirle nei sogni. E nemmeno dovrò più scegliere di rientrare nelle regole vincolanti delle consuetudini perché sognare può far male.

Che gran risultato questo viaggio, a volte dimostratosi una fuga dalla realtà e a volte una fuga dai sogni.





Mi accorgo che una ragazza sostiene il mio sguardo, mi si avvicina e mi domanda il nome. Inizio a pensare che già il momento sia giunto di cercare nella realtà le fantasie dei sogni.

Le rispondo... e mi chiedo se anche lei faccia parte di quelle anime ricche che si attraggono, o se invece appartega al più numeroso esercito delle anime vacue.

Guardati dalla vacuità mi ha detto la fontana.

Ma questo certo non significa rinunciare ai piaceri che questa splendida donna sembra promettere. Significa soltanto non diventarne schiavo. Mantenere l'equilibrio.

Ma figurati, schiavo, mi dico.



************



Mentre mi verso il primo bicchiere di birra seduto davanti al televisore dell'ostello

, con un film di Boldi davanti agli occhi, ripenso alla frase successiva di quel pezzo di figliola: "Vorrei che tu venissi all'Angelo Verde" -... o era rosso?.. o bianco?... o giallo?... non ricordo; milioni di discoteche in giro per il mondo hanno un nome simile - "questo è il biglietto riduzione sull'entrata e sulla consumazione".

La mia risposta è stata da antologia: "Mi spiace bella, ma me ne torno a casa guardando le stelle, chissà che un angelo io non lo trovi sul serio".

Allontanandomi ho gettato un'ultima occhiata alle mie spalle. La pupa dopo un attimo di delusione si è subito ripresa e stava offrendo lo stesso biglietto al cavaliere che mi seguiva.

Ora io, dopo un ritorno veloce all'ostello, ho voluto raccontare al buzzurro della reception la storia della fontana.

Dal suo sorriso ebete, comparso già all'inizio della storia, ho sospettato quanto poco potesse il tipo arrivare a comprendere. Giunto al racconto del re dei vagabondi ho trovato infine conferma ai miei sospetti, e ho proposto di guardare Boldi alla televisione. E lui ha accettato con enorme entusiasmo.



Arrivato all'ultimo bicchiere di birra, con i pensieri eccitati dall'alcol, trovo il coraggio di ammettere che costui mai potrà bere da quella fontana. Ma nemmeno avrà mai nessuna sete. E nemmeno potrà sentirsi solo. Solo da che?! sorrido.

E' così finisco di ubriacarmi e brindo ai miei dubbi, alla mia insicurezza, ai miei sogni e alla mia solitudine.

E sono felice delle mie depressioni e delle mie angustie, fin'anche della mia solitudine. A ben guardare, sono certo di non commettere un marchiano errore affermando che, sono queste le vere cose che distinguono, il tipo della reception, da me consapevole.



ULTIME RIGHE E PENSIERI

Spesso, troppo spesso accade di non capire il significato degli attimi che si vivono nel momento in cui avvengono. L'importanza e la solennità di piccoli gesti del nostro esistere appaiono successivamente, qualche minuto più tardi, qualche giorno magari, a volte anche qualche anno.

E' battendo sulla macchina da scrivere, mentre fuori, all'esterno, la pioggia ripete lo stesso tic tac sulle persiane di plastica, e mentre cerco invano, lontani, i rumori di una compagnia umana, che scopro, con certezza scopro, che quell'ultimo bicchiere di birra all'ostello Guidoriccio di Siena segnava la fine di un viaggio importante; ancor più, quel bicchiere aveva il gusto di un nuovo e più importante viaggio: quello verso il mio destino, il mio nuovo destino.





Ancora non sapevo, riportando il bicchiere vuoto al banco del bar, cosa avrei deciso di fare il mattino dopo. Avevo, è vero, alle spalle pensieri e parole che illuminavano la strada da seguire, e che quella strada portava dritta dritta verso casa, eppure qualcosa impediva di ascoltare il mio nuovo desiderio di tornare, di affrontare consapevolmente i miei desideri e i miei sogni, il mio destino. Quel qualcosa mi stava accompagnando a letto, forse approfittandosi delle troppe bollicine di birra che bulicavano a quell'ora nel mio cervello.

Ma quel qualcosa ricomparve anche la mattina seguente, nonostante le bollicine fossero ormai tutte scoppiate.



Ero in refettorio, davanti ad una colazione non meno misera di quella dell'ostello di Firenze ma tuttavia in grado di allietare chi finalmente aveva passato la notte dormendo, quando mi accorsi del sole. Vidi il sole appena sbucato dalle colline. Lo vidi illuminare la stupenda terra di Toscana, e, per la prima volta dall'inizio del viaggio, fui amico della mattina.

Già, mattina, il sole sorgeva a Siena, a Firenze, a Ferrara e anche a San Giminiano, a pochi chilometri da lì.

Ed ecco tornare la sensazione che mi accompagnò a letto la sera: un irresistibile desiderio di arrivare sino a San Giminiano. Si! Avevo deciso. Quel giorno avrei osservato il cammino del sole nel cielo, attraverso le torri più note d'Italia.

E per convincere del tutto la mia coscienza, che ben conosceva il mio pressoché totale disinteresse per tutto quanto fosse osannato nei libri di storia dell'arte, mi ripetei che arrivare a San Giminiano partendo da Siena era certo assai più conveniente che tornare a Ferrara per poi, un giorno, visitare il paesello delle torri partendo da là.



Senonché fu il fato, non tanto a decidere in mia vece, quanto ad impormi di svelare a me stesso quale fosse la sensazione comparsa dopo l'ultimo bicchiere di birra, ovvero ad impormi di confessare le vere ragioni della scelta di San Giminiano.

La vera e sola ragione.



Era il primo di maggio.

Il primo di maggio spiegava infatti l'ostello deserto.

E' dai tempi della seconda internazionale, negli ultimi decenni del secolo scorso, quando il primo di maggio divenne la festa dei lavoratori, che a Siena, cascasse il mondo, gli autobus non si muovono. Non importa la meta: il centro, la stazione o San Giminiano loro non si spostano; non importa il disagio: chi si trova lontano dal centro o dalla stazione, che cammini.

La conoscevano bene questa regola coloro che si sono tenuti alla larga dall'ostello: quasi tutti almeno.

Io e pochi altri avevamo a quel punto soltanto le nostre scarpe per giungere in qualche luogo. E il più vicino, la stazione, era a non meno di quattro chilometri dall'ostello.

Vi giunsi distrutto, sudato e con il morale a pezzi. Non parliamo di cosa augurai ai cari lavoratori di Siena.

Ma il fato, che aveva preparato dietro l'angolo la sorpresa degli epigoni di Marx, e che ora se la rideva beatamente delle mie bestemmie, mi aveva - involontariamente? - aiutato.



La vera e unica ragione per cui decisi di optare per San Giminiano era infatti la possibilità di allontanare il momento del rientro.

La sensazione che la sera prima mi aveva accompagnato a letto altro non era che paura, una fottutissima e silenziosa paura di comunicare a mia madre che sarei stato a Ferrara entro la fine del giorno, e di affrontare lei con la sua richiesta di spiegazioni, e l'universo di persone pronte ad accogliermi come un figliol prodigo, come un rinsavito illuso, come un sognatore che, sconfitto, è costretto a consegnare le armi a chi, alle sue spalle, tramava contro una sua pericolosa e destabilizzante vittoria.

Non avrebbe avuto senso, no davvero, rifugiarsi a San Giminiano perché la telefonata a casa rendeva il ricevitore troppo pesante.

La strada percorsa sotto il sole dall'ostello alla stazione, con le bestemmie e la delusione di chi è stato tradito nei suoi proponimenti, furono la mia salvezza. Stanco e con l'anima immondata dagli improperi non potevo più raggiungere un luogo il cui toponimo iniziava con "San". Tantomeno in assenza di mezzi di trasporto. Fu così che dovetti confrontarmi con la mia paura.

Quel giorno, quel primo di maggio a Siena, tornai verso quel nuovo destino che mi attendeva a casa, grazie al fatal riposo dei lavoratori.





La pioggia sta ormai cessando di accompagnare, da fuori, il ticchettio delle mie dita sui tasti dell'Olivetti, e qualche tempo è trascorso da quel primo di maggio, tanto o poco non importa. Ma ora so, mentre mi appresto a concludere i ricordi di quel viaggio, ora davvero so che lo stesso viaggio si concluse con quell'ultimo bicchiere di birra.

Ciò che venne nel tempo anche immediatamente successivo era già ritorno.



**********



Ho camminato a lungo, tra le case con i giardini incolti e reduci da un inverno disabitato e solitario, nelle vie deserte dove ai cani non par vero di essere i soli randagi, e infine sul bagnasciuga delle spiagge lunghe e silenziose di una piccola e giovane primavera, quando ancora le impronte non si confondono e procedono ininterrotte fino all'orizzonte.

Mi sono sforzato di trovare sulla sabbia anche le tracce del percorso di avvicinamento da Siena a Ferrara, tracce che da qualche parte devono essere rimaste, impresse a vestigia di un passaggio che c'è stato, anche se quasi del tutto dimenticato.

Ho passato ore ad interrogare i gabbiani e il mare, poi sono rientrato, per osservare l'ultima luce del tramonto dal mio balcone, l'unico abitato tra le migliaia di balconi che mi circondano, l'unico in cui siano ora apprezzate le dolci note di commiato del sole che si corica, là, lontano, da dove giunge il vento.

Ma non ho visto tracce sulla sabbia, non ho udito nulla dai gabbiani e dal mare, né il vento mi ha portato i consigli del sole: il percorso da Siena a Ferrara si rivelò scevro di emozioni, o almeno di emozioni in grado di restare a memoria. Quasi il mio cuore avesse in quei momenti fatto il pieno, come mi fosse impossibile integrare il già ricco bottino di esperienze e di ricordi.



E' dunque vero, scrivo pensando anche ai momenti di poco fa, quando ascoltavo la buonanotte del sole, che le emozioni nascono spesso dalla nostra predisposizione nei loro confronti, a guisa di figli fortissimamente desiderati, e non dal mero verificarsi di fatti a accadimenti.



Mi piace tuttavia ricordare un episodio, a conferma di quanto, talvolta, sia semplice comunicare con gli altri, di quanto possa apparire semplice vivere.

A Poggibonsi, circa a metà tra Siena e Firenze, salì in treno un ragazzo dalla faccia simpatica, un tipo alla Dustin Offman pensai. Si sedette di fronte a me e si mise a leggere un giornale sportivo.

....niente di anormale sin qui...

Dustin - così l'avevo battezzato - si fece tutto il viaggio fino a Firenze seminascosto dalle pagine sportive. Ed io guardavo fuori, i paesaggi che nel viaggio di andata avevano lasciato la precedenza ad un libro di storia e poi alle gambe di una ragazza. Nessuno parlava. Il treno pareva un castigo.

....ma comunque ancora tutto normale, sin qui, ancora tutto secondo copione; quel copione che porta i più soli verso un finale triste, fatto a volte di polvere da sparo, a volte di barbiturici, a volte di lamette......

Stava per finire il tragitto per Firenze quando Dustin posò il giornale ed io trovai il coraggio di chiederglielo in prestito.

Prestito accordato. Una breve occhiata a stupide notizie. Veloce restituzione del giornale.

Fu pazzesco, ma è stato come se il mio gesto avesse appiattito ogni genere di barriera confidenziale tra me e Dustin.

Non solo questi mi sorrideva in continuazione, ma mi raccontò della sua macchina incidentata, della sua domenica a Firenze con gli amici, del suo lavoro, della sua nonna, e di ogni altra sorta di cose potesse apparire irracontabile a qualcuno che era appena più di uno sconosciuto.

Infine -... davvero incredibile e divertente... - mi chiese di scambiarci gli indirizzi e i numeri telefonici. Perché lui, mi disse, ci teneva ad ospitarmi la prossima volta che fossi passato per Siena, ed inoltre, -...sempre più incredibile, ma sempre più divertente...- mi avrebbe telefonato quando fosse passato in vacanza per i lidi di Ferrara.

Ci eravamo ascoltati, o meglio, l'avevo ascoltato per soli dieci minuti.

.... no, non è poi davvero impossibile vivere...



Il resto del viaggio passò dunque senza avvenimenti o pensieri in grado di ricevere un ruolo in questo palcoscenico.

Ancora invece rabbrividisco, mi stupisco, mi diverto... insomma mi emoziono, al pensiero di ciò che avvenne, o meglio, di ciò che feci in modo avvenisse una volta giunto a Ferrara, nelle ore serali.



Le ore serali, quelle passate a vagabondare per i luoghi di ritrovo, soliti e immutabili, in cui ero conscio di dovermi confrontare con frotte di inquisitori.

Temevo quegli inquisitori. Non avevano mai capito le domande che erano all'origine della mia avventura, ed avevano guardato altezzosi e preoccupati la realizzazione dei miei assurdi - per loro - propositi. Sapevo che per quelle persone mai sarebbe stato possibile comprendere le risposte alle suddette domande, e sapevo che mi avrebbero odiato ancor più se solo avessi provato a spiegarle. Esistono sordi che odono soltanto ciò che amano udire

Per questo, per farmi sentire, comunicai a tutti di essere reduce da un fallimento, e non accesi nelle anime che mi circondavano nessuna ferita per la delusione, anzi.

Mi accorsi che quasi tutti mi chiesero innanzi tutto se avessi raccolto qualche soldo suonando la chitarra, e in second'ordine se avessi combinato qualcosa con le fanciulle toscane. E poiché, ne sono certo, le prime domande in certi casi riguardano ciò che massimamente si spera non sia avvenuto - ciò di cui si è massimamente invidiosi insomma - pur dimostrando di essere buoni attori nel fingere il contrario, così i miei amici restarono delusi nell'apprendere che né un soldo né una donna facevano parte della storia, intanto che le loro ombre tiravano un lungo e soddisfatto sospiro di sollievo per la gradita notizia.

E la serata filò via così, col mio ripetere fino alla nausea
$lo stesso rapporto, quello che ero riuscito a rifilare a mia madre, e che speravo riuscisse ad ingannare tutti tanto quanto aveva ingannato lei. In linea di massima fu così; a pochi, forse a nessuno sorsero i dubbi di un raggiro.

Il rapporto certificava che il ritorno era stato deciso per questioni economiche e di salute: la media di spesa giornaliera era stata superiore al doppio di quella prevista, mentre il respiro si era rivelato largamente al di sotto della metà di quello preventivato. Certo questo era vero, ma di sicuro non era tutto, e nemmeno la parte importante.

Capii che le giustificazioni erano state più che sufficienti dall'apprensione di mia madre, che alla parola asma non seppe trattenere la sua commiserazione e insieme la sua disapprovazione per la mia vita sempre così complicata. E lo capii dai sorrisini dei miei amici - parola che mi accorgo di usare lato sensu, fino a disconoscerne il significato originario -; sorrisini malcelati al momento in cui mi videro seduto affianco a loro, con un'aria tanto normale e consuetudinaria dopo i proclami di ribellione e di libertà da me osannati solo pochi giorni avanti.


L'inquisizione, che tanto avevo temuto di irritare e di non riuscire ad ingannare, si dimostrò tutto sommato un ostacolo malleabile.

"E' davvero facile" pensai mentre mi prendevo gioco dei miei uditori "alterare la realtà se chi ti ascolta non desidera altro che proprio quella realtà posticcia". "E pensare" dissi tra me sorridendo "che tanta paura mi incuteva Ferrara solo stamattina, alla stazione di Siena, da dubitare di trovare il coraggio di tornare".

Fu invece addirittura piacevole, accorgersi di essere indifferente agli sguardi compiaciuti di chi mi aspettava alle forche caudine; fui soddisfatto di osservare esattamente ciò che avevo previsto e che temevo: tanti identici stereotipi del tutto simili al ragazzo dell'ostello, quello che aveva preferito guardarsi Boldi alla televisione.



E comunque restavo in fondo convinto che qualcuno sapeva che c'era dell'altro. Qualcuno che non avrebbe potuto ritenere sufficientemente esauriente il mio rapporto ufficiale.

Forse anche qualcuno tra chi mi ascoltò quella sera.

Ma ero molto più convinto che chi davvero avrebbe potuto comprendere i veri motivi della conclusione del viaggio fosse il ragazzo che mi prestò le sue guide sulla Toscana. Anch'egli, sapevo, amava viaggiare, amava sognare, e forse anch'egli temeva la fredda durezza della realtà.

Lui fu l'unico a cui non comunicai immediatamente il mio ritorno. Lo feci per lasciarlo sognare ancora: perché lui davvero avrebbe continuato a sognare avventure toscane fino a che una voce, al telefono o al citofono, non lo avesse svegliato dicendogli che era finita.

Glieli dovevo alcuni giorni in più di sogni. Sogni rubati, certo, ma sempre sogni.



***********



E' bizzarro.

Sapevo che la principale ragione della sospensione del viaggio era che avevo trovato qualcosa - alla cui ricerca ero probabilmente quanto inconsciamente partito - qualcosa di veramente importante.

Ma ancora adesso, a distanza di qualche tempo, a seguito delle riflessioni che accompagnano i ricordi, e giunto ormai al termine di questo racconto, resta ancora difficile identificare appieno, concretizzare in pensieri e parole, quel qualcosa di veramente importante. E' infatti nascosto su una stella tanto difficile da scrutare, a cui le emozioni giungono sulle ali di una farfalla, e a cui si dà generalmente il nome di anima; è nascosto nella mia anima.



E certo allora, al recente ritorno dal viaggio e di fronte a chi mi inquisiva, mai sarei riuscito a dare una forma razionale, un costrutto logico, alle sensazioni che volavano nella mia anima. né tantomeno sarei stato, anche volendolo, in grado di costruire un discorso.

Come anche il giocatore di poker che si alza vincente dal tavolo si apparta per contare la vincita prima di offrire da bere, io stesso chiedevo, quella prima sera a casa, tempo e meditazioni, prima di tentare di confidare, anche solo a pochi, cosa davvero era stato il mio vagabondare. Dovevo innanzi tutto spiegarlo a me stesso.

Partii perciò il giorno seguente, sempre senza darne motivo a nessuno, verso un luogo dove sapevo di non poter incontrare persone, dove, confidandomi col sole e con la luna, ascoltando le onde del mare e la pioggia sui vetri, avrei potuto dare la caccia alle nuove farfalle che mi svolazzavano nel cuore.

E là, o qui, sono tuttora.





Appena fuori Ferrara passai innanzi ad una figura che sporgeva il braccio verso il centro della strada, con il pollice alzato. Non mi arrestai perché non ne ebbi il tempo, ma non riuscii a proseguire. Feci due inversioni per raccogliere quell'autostoppista.

Era un ragazzino di prima superiore che aveva marinato la scuola.

Che buffo, alla sua età già faceva l'autostop giornalmente e per lui farlo era una cosa normale, e non dava nessuna emozione che non desse già la corriera.

Che buffo, a lui, di studiare, di fare il commercialista, l'avvocato, il manager ecc. ecc. non gli importava affatto, mi disse - oddio, nemmeno a me importava alla sua età, ma diversamente da lui poi io non sapevo che differenza corresse tra un commercialista e un bisonte -.

Che buffo, non solo io alla sua età non ero capace di abbandonare ciò che tutti facevano, ovvero studiare ed ubbidire ai genitori, per seguire i miei sogni e i miei desideri, ma addirittura mi sono serviti altri dieci anni per capire l'importanza di non farmi imprigionare dal mondo. Lui, piccolo zingaro, aveva invece già trovato il coraggio di scegliere, di seguire un istinto che lo spingeva verso i fiumi di questa immensa campagna, dove, mi raccontava tutto entusiasta, aveva fatto ogni giorno il bagno vestito. Lui, felice, mi confidava di amare davvero soltanto una cosa - certo lui non sapeva che tanta gente passa tutta la vita prima di trovare una cosa, magari anche stupida, una sola cosa da amare - e che per questa cosa avrebbe sacrificato tutto. I cavalli, amava, il piccolo zingaro. Ed ogni giorno scappava a sognare di volare cavalcando, abbandonando alle spalle i lati oscuri della realtà, spinti indietro dal vento della velocità.

Fu davvero buffo, accorgersi, trovarsi innanzi, veder realizzato cosa significa vivere dei propri sogni, senza giungere a compromessi con la realtà. Vidi una persona felice. Molto più felice di coloro che restano vincolati ai propri doveri di buoni figli e buoni studenti.

No, davvero non me la sono sentita di pensare che quel ragazzo stesse sbagliando, e di seguire la logica di tutte le vite, la logica che impone di non spezzare gli agganci con la storia, con l'italiano, con la matematica, con la politica, con l'economia e con la realtà. Non me la sono sentita di trasformarmi nel solito saggio che emette il solito consiglio, vaticinando che un giorno si pentirà chi ha seguito soltanto ed esclusivamente i propri sogni, parafrasando la realtà nell'antica storiella dalla cicala e della formica.

Cielo! Nessuno conosce dove stia la felicità, e nessuno può dire come sia meglio vivere.

Mi chiesi, dopo averlo scaricato, se mai quel ragazzino avrebbe incontrato la solitudine. Ma non lo credetti: pensai che egli già in quella giovane età aveva trovato l'equilibrio tra le sue fantasie e la realtà, il giusto equilibrio. E senza bisogno di cercare sé stesso in giro per il mondo, senza bisogno di bere a nessuna fontana.

Ognuno di noi ha il proprio equilibrio, pensai, più o meno vicino, più o meno lontano.

Fu buffo, davvero, scoprire, dopo l'avventura che avevo passato, quanto semplice potesse essere trovare i propri equilibri. A volte basta seguire il cuore, e se ne hanno esempi tanto vicini.

Fu davvero buffo.





Pochi giorni fa sono tornato in un luogo che spesso ho visitato in passato, a breve distanza da dove ora consumo i miei pensieri. Ricordo di esserci stato la prima volta con i miei genitori, poi con gli amici, poi, chissà, con qualche ragazza. Comunque sempre in compagnia.

Passavo tra le acque di un fiume che si trasforma in laguna, posando i piedi a volte su ponticelli di legno, a volte in rari spazi di terreno asciutto. Mi accompagnavano milioni di zanzare e il mio diario.

Seduto su un ceppo guardavo l'albero più grande del bosco, e, osservando la folla di canne nate ai suoi piedi, cercavo di immaginare ancora, come accadeva da bambino, il re-albero parlare e confortare i suoi sudditi filiformi con parole di forza e di saggezza. Poi mi sono fermato in una piccola radura, a lato di un grazioso laghetto nascosto alla vista da una fitta vegetazione. Rammentavo una favola che amavo raccontare alle ragazze con cui riuscivo a giungere sin lì.

La favola parlava di una coppia di cigni bianchi, gli unici abitanti del laghetto nascosto, i quali vivevano in quel luogo da secoli. Li si poteva scorgere, si raccontava, da una segreta apertura tra le foglie. E si narrava che fossero magnifici, i più grandi e i più belli tra i cigni. La magia era accaduta, secondo le favole più antiche, perché i due cigni si erano baciati in quel luogo per la prima volta.

E poi, con nostalgia ricordavo guardando solitario il laghetto dei cigni, a volte volava qualche schiaffo, quando trovavo il coraggio di confidare alla ragazza che mi stava accanto che la magia poteva verificarsi anche per gli esseri umani.

Mi sono poi lasciato alle spalle anche il laghetto fatato e, camminando, riflettevo sul fatto che mai, prima, avevo sentito la necessità di giungere sin là, solo. Era come se avessi desiderato rivedere quei posti per confrontare, me, tanto vulnerabile e sottomesso alla caducità del tempo, con la loro eternità.

La sera mi sorprese, fermo, immobile, su un ponticello, intento a leggere una poesia che qualcuno - forse il re-albero? - aveva ricopiato sulle pagine del mio diario.

I rumori del bosco cessarono, il vento e lo stormire delle foglie cessarono, e la mia voce sembrava dominare quel piccolo universo, quasi quell'universo stesso ripetesse la poesia con me.



Un tempo fu in cui valli, boschi e rii
La terra ed ogni cosa naturale
Sembrava a me
Vestita di luce celestiale,
La gloria e la dolcezza di un sogno.
Adesso non è come un tempo è stato Vedilo come vuoi,
Di giorno o notte,
Quello che vidi un dì, è ormai passato

William Wordsworth (1807)





E Frodo Baggins disse: "Non esiste un vero ritorno. Anche
tornato nella Contea, essa non mi parrà più la stessa, perché
anch'io sono cambiato".





E quando lessi "Stand By Me" trovai nero su bianco ciò che avrei provato al ritorno dal primo interrail.

Il mondo in cui avevo vissuto era, allora, diventato così piccolo.





E così anche ora, mentre batto a raffica i pensieri per paura di perderli, ritrovo conferma che gli uomini sono fatti delle emozioni e delle esperienze che hanno vissuto. E che davvero non può esistere ritorno, se anche una nuvola che passa alta nel cielo ci rimane nel cuore; perché dopo il passaggio di quella nuvola siamo più ricchi, siamo più uomini, ma siamo diversi. Ciò che conoscevamo prima di incontrare quella nuvola lo guardiamo poi con altri occhi.



Come sono tornato dunque dal viaggio, chi sono ora mentre scrivo queste ultime righe, cosa ho di nuovo nell'anima?

Nessuna, ma proprio nessuna certezza.

Assolutamente, assurdamente, piacevolmente, coscientemente, solo nessuna certezza.

Potrei scrivere pensieri e frasi immense e in apparenza inconfutabili, per poi ripudiarle, cancellarle e pensare a nuove verità subito negate..... e sarebbe una bella perdita di inchiostro... e di tempo.



Non ho certezze perché non posso aver certezze. Non posso essere certo di aver sino ad ora compiuto scelte corrette. Non posso essere certo di compiere in futuro scelte corrette.

Che vuol dire poi corrette?

Non so, ad esempio, se mi ripresenterò al direttore della Nuova Ferrara, perché ancora devo scoprire cosa è davvero un giornalista, fuori dalla mia fantasia.

Non so, se mai dovessi avere un figlio, e se questo figlio dovesse amare più i cavalli della scuola, quale sarebbe il consiglio migliore da dare.

Non so, sul serio non so, cosa potrei rispondere a qualcuno che oggi mi chiedesse: "Se un giorno incontrassi il genio della lampada, cosa chiederesti?".

Ho vissuto così a lungo nei sogni da non avere, quaggiù, la sicurezza per scegliere un sogno tra gli altri.

Certo, probabilmente in testa metterei il sogno di diventare uno scrittore, ma poi mi chiedo: "Come fai ad essere certo che la scelta di diventare uno scrittore o un giornalista non sia un modo elegante per sottrarsi alla competizione della realtà?".

E' vero, ma come posso saperlo, solo ieri sono uscito dalla università................................ e così resto immerso nei dilemmi dell'asino di Buridano?.............. e così a chiedermi, qui, seduto, lontano dai rumori e dal mondo, di risolvere un dubbio dietro l'altro, fino alla pazzia???



No, qualcosa di grande, eppure, la mia avventura mi ha permesso di trovarlo.



Proprio la consapevolezza della necessità, dell'utilità, della bellezza di questi dubbi, di questa assenza di certezze.



E forse così mi avvicino a conoscere, per brevi attimi, me stesso. Finalmente comprendo di non dover temere la mia diversità, che nasce, assieme a volte alla solitudine, dalla continuità dei dubbi che mi nascono accanto, dalla necessità di confutare sempre qualsiasi certezza, dalla voglia di scoprire ancora e ancora nuovi punti di domanda, perché dal nuovo, dall'incerto, dalla ricerca, nascono le esperienze, nascono le emozioni, nascono i sogni, nasce l'uomo.

Adesso non sento tristezza nel veder passare il tempo: il tempo, anche questo tempo che pare inutile perché si interpone tra la fine degli studi e l'inizio dell'entrata in società, è inaspettatamente l'unico vero messaggero delle domande e di alcune delle risposte che cerco.

E questi pensieri, queste riflessioni, questo libro, quand'anche tra un anno, tra un giorno o tra un ora, mi apparissero indegni di essere espressi, scritti o letti, sono comunque stati una nuvola, nemmeno troppo alta nel cielo, che, entratami nel cuore, ha reso i miei occhi gli occhi di un altro uomo, ancora una volta nuovo e diverso.

Quindi dubbi, dubbi, dubbi, annego nei dubbi e mi compiaccio di farlo. E sempre solo mi avvicinerò a conoscere me stesso, per brevi istanti, perché già l'istante successivo sarò un altro.

E mi arrendo con gioia a questa ricerca, alla ricerca di tutto ciò che ancora non sò.



Nel quinto secolo avanti Cristo un tale - era Socrate! - la pensava già come me, e diceva che una vita senza ricerca non vale la pena di essere vissuta.

Dunque cercherò, eccome se cercherò. E tenterò di vivere più veloce del tempo.

E forse tornerò, mia cara, dopo averti sognata e cantata per il mondo, a suonare sotto la tua finestra. E forse troverò, allora, la strada per il tuo cuore, che giace molto in alto, nei cieli immutabili dell'empireo, molto pił in alto di qualsiasi balcone di questo mondo.

Se poi un giorno i dubbi dovessero terminare, se mai la ricerca dovesse portarmi a qualcosa, allora sarò finalmente il padrone del mio destino, sarò infine il capitano della mia anima, e deciderò dove dovrà condurmi il mio vascello.......

... ma quella, come chi è senza fantasia suol concludere, sarà un'altra storia.






1 In realtà piazza del campo è adorna di una fonte, fonte Gaia, pare, che di tanta luce e tanta bellezza risplende da risultare oscura a chi, assetato, un goccio sol d'acqua si attende.





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