FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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L'ULTIMA DOMANDA

Marcello




-Allora, vedi qualcosa?- Domandai impaziente. Carlo, impassibile, teneva il binocolo incollato agli occhi evitando di rispondermi. Quando faceva così mi innervosiva maledettamente, ma sapevo che era inutile insistere, perciò mi rassegnai ad aspettare. la mano corse a cercare quelle sigarette che ormai non avevo più da troppo tempo.
-E' tedesco.- Disse lui dopo un'interminabile minuto di osservazione.
-Sei sicuro?- Chiesi speranzoso.
-La croce teutonica non si distingue bene. Quel carro è in pessime condizioni, deve aver percorso mezzo Sahara. Ma ora che è visibile non posso sbagliarmi: sono crucchi.- Mi passò il binocolo ed osservai eccitato. La polvere e la sabbia avevano ricoperto il panzer di una patina color avana e la croce nera simbolo delle truppe germaniche non era facile a vedersi, se non dopo un attento esame.
-Andiamo a fermarli o finiranno in braccio agli americani.- Disse Carlo alzandosi. Corremmo a perdifiato per intercettarli, cercando di non farci sparare addosso prima di fargli capire che eravamo dalla stessa fottuta parte. I proiettili a frammentazione non sono la cosa più divertente da prendersi in faccia, ma un cannoniere esperto avrebbe sicuramente aspettato a sparare contro due soldati appiedati e coi fucili mitragliatori ben in evidenza sopra la testa. Il carro si fermò con un sussulto sdegnato ed il capocarro aprì la torretta e ci venne incontro.
-Europei?- Chiese in un tipico accento Bavarese.
-Sei cieco?- Esclamò Carlo indicando lo stemma della Comunità sulla divisa. -Siamo italiani. Una dozzina di dune più avanti c'è un posto di blocco nemico, e se continuavate ad andare avanti sareste finiti nel raggio dei loro sensori.-
Il tedesco ci guardò in silenzio per un'istante come se fossimo due alieni, poi tornò in sé. -Grazie dell'avvertimento. Siete soli?-
-No, siamo in sei.- Dissi prontamente. -Noi due, due inglesi, un francese ed un portoghese. Sono in una camionetta due dune più in là.-
-Bene, ci aggreghiamo a voi. Saltate sul carro.- Girò i tacchi e lo seguimmo. -Quelli del posto di blocco...sapete chi sono?- Chiese cercando di mascherare il proprio timore.
-Sono americani.- Disse Carlo. L'espressione del tedesco si rilassò. -Bene...il mio battaglione è stato spazzato via dagli israeliani dieci giorni fa.-
Io e Carlo ci guardammo senza dire una parola. Non doveva essere una bella esperienza per un tedesco finire nelle mani degli israeliani.


Già, Israele. Erano entrati in guerra per ultimi e ci avevano presi a calci per tutta l'Africa, come se fossimo dei bambini coi fucili a tappo. E gli ebrei non erano nuovi a questo genere di cose, bastava pensare alle guerre che avevano fatto nel secolo scorso contro gli arabi. Ottimi combattenti, e maledettamente fanatici. L'alto comando poi aveva avuto la bella pensata di spedire in Africa alcuni reggimenti tedeschi, e per di più proprio di fronte alle truppe della stella a sei punte. Cristo, Hitler era morto da quasi un secolo e loro ancora oggi se trovano un tedesco lo spellavano vivo.
-Scusi, comandante?- Chiesi riscutendomi dai miei pensieri. Un soldato non dovrebbe pensare troppo, corre il rischio di diventare un pensatore morto.
-Ho detto: quanti carri hanno gli americani?- Ripetè il capocarro.
-Due o tre.- Risposi.
-Sheisse! Nessuna possibiltà di forzare il blocco. Dannati americani! Ci hanno trascinato in questo pasticcio solo per i loro maledetti soldi. -
Questo non era del tutto esatto, pensai. Si trattava anche dei "nostri" maledetti soldi. Dopo lo scioglimento della NATO nel 2027 il problema più grosso per le nuove alleanze era l'Africa. Le varie nazioni africane chiesero aiuto per combattere la carestia e la sovrappopolazione: gli americani fornirono subito dollari in cambio di sfruttamento minerario, noi fornimmo ECU in quantità minore, ma a basso interesse e con un aiuto politico per formare una futura comunità africana; e fu proprio in questa direzione che le varie nazioni africane si mossero; sfortunatamente si mosse anche la flotta americana, con il risultato di entrare in guerra con la vecchia Europa nel marzo del 2029. Poi, come sempre succede, il conflitto si allargò a quasi tutto il globo.
L'unico posto sulla Terra dove non si combattesse, in quel febbraio del 2030, era il Sud America, se si escludeva un paio di colpi di stato in Bolivia e Paraguay; il mondo era in fiamme, e noi eravamo dalla parte che stava bruciando.
Appena arrivati al nostro veicolo, Carlo scese dal panzer per chiedere le condizioni di Jean.
-Non bene.- Disse Manuel. -Deve essere operato immediatamente.-
Fortunatamente i tedeschi avevano un po' di Solimax, ma sarebbe bastato per soli tre giorni. Fra tre giorni saremmo potuti essere tutti morti. Il Solimax era un medicinale che rallentava al minimo il metabolismo del paziente, permettendo di mantenere in vita un ferito grave per il tempo necessario a portarlo in ospedale.
Kurt, il comandante del carro, osservava il nostro veicolo, una camionetta da comunicazione in rete.
-Non avete provato a contattare il comando?- Chiese con aria di disapprovazione.
Robert scosse il capo. -Troppa sabbia e pochi filtri. L'unica cosa che funziona è il motore, ma ancora per poco temo. Anche l'apparecchiatura per il Cyberspazio è andata. Senza contare che devono esserne rimasti ben pochi di nostri satelliti lassù. Possiamo provare ancora con la trasmittente ULF a bassissima frequenza, ma ci vorrebbero almeno due ore di trasmissione e ci intercetterebbero sicuramente, dopodiché uno Stinger a ricerca frequenziale ci brucerebbe il culo in pochi secondi. Siamo troppo vicini a quel posto di blocco.- Robert era sempre molto colorito nelle sue espressioni, ma devo ammettere che lo eravamo diventati un po' tutti da quando ci avevano spedito al fronte.
-Diciamo che siamo troppo vicini al nemico.- Disse Carlo accendendosi una sigaretta. -Deve essere pieno di pattuglie israelo-americane qui, ed è già un miracolo che siamo riusciti ad evitarle fino ad ora. -
La sigaretta fece il giro del gruppo. -Abbiamo bisogno di un mezzo per portare Jean. E di Solimax per mantenerlo. Ed anche di cibo ed acqua. E di una mappa.-
-E di una donna!- Esclamò Manuel.
-Comincio a pensare che era meglio trovare gli israeliani.- Sentenziò Kurt.
Edward, l'inglese di colore, si avvicinò a Carlo. -Hai detto che c'era un simbolo sopra i carri americani, vero?-
-Si, una N ed una Y sovrapposte. 14à battaglione meccanizzato, quasi tutti di New York. Erano di fronte alla 23à brigata spagnola, quindi ora siamo in Tunisia. Ehi Ciccio,- Disse Carlo voltandosi verso di me. -non eri tu che avevi fatto il cameriere nella grande mela? Magari ne conosci qualcuno.-
Sei stato a New York? Per quanto tempo?- Mi chiese Edward.
-Quasi un anno. Lavoravo in un ristorante italiano.-
-E la lingua l'hai imparata bene?-
-Si, certo. L'accento di New Yor...ehi, cosa ti sei messo in testa?-
-Il mio slang americano è buono. Io credo che si debba provare.- Disse rivolto a Carlo ed al tedesco. -Le tute mimetiche sono pressoché uguali, il carro tedesco è uguale all'88 tonnellate israeliano. Ci basta avvicinarci e prenderli di sorpresa.-
-Tu sei completamente pazzo.- Sbottò Robert al connazionale. -Con tutta l'elettronica di cui sono imbottiti i moderni carri tu pensi di andare lì e dirgli "Salve fratelli, avete una coca?" e credere che ci caschino?-
-E perché no?-Disse Edward senza cambiare espressione. Carlo mi guardò un attimo in silenzio ed io gli feci un cenno di approvazione. -OK.- Disse. -Togliamo tutti i simboli della nazionalità dai mezzi e dalle tute. Mettete Jean nella camionetta. Manuel prenderà il lanciafiamme, io le granate incendiarie. Voi due raccogliete tutte le informazioni possibili sul 14à e studiatevele. Avete dieci minuti di tempo. E speriamo che il servizio informazioni le abbia prese giuste.-

Un quarto d'ora dopo i nostri due mezzi spuntarono da dietro una duna presentandosi davanti al posto di blocco americano, formato da due carri, un'autoblindo ed una tenda. Io ed Edward stavamo ancora ripassando i nomi degli ufficiali del 14à. Facemmo sparire le carte all'ultimo momento, quando il pilota tedesco fermò il carro a dieci metri da quello americano. Saltammo giù dal panzer cercando di fingere con naturalezza.
-Salve ragazzi.- Disse Edward con fare molto amichevole. -Meno male che vi abbiamo trovato. Ci siamo persi dopo uno scontro con una brigata di tedeschi, ma questi israeliani ci hanno dato un passaggio.-
Gli americani ci guardarono con sospetto per qualche istante, continuando a tenere puntate su di noi le armi; poi un tenente si avvicinò.
-Di che compagnia siete?-
-Quarta.- Rispose secco Edward.
-Chi è il vostro comandante?-
-Tenente Johnny F. Woodge.-
-Ed il capo della sesta?-
-Robert "il marziano" Marteens.- Dissi prontamente accentuando la mia pronuncia anglo-americana. I soldati americani si rilassarono sorridendoci, ma il tenente non sembrava ancora convinto.
-Dove abitate?-
-23à strada, Harlem.- Rispose Edward.
-Bright Street, Brooklin.- Dissi io. Il tenente sorrise, squadrandoci dall'alto al basso. Carlo e Manuel intanto erano scesi dalla camionetta e si stavano avvicinando silenziosamente agli altri mezzi. Il tenente Yankee si rivolse ad un commilitone.
-Hey Bob, fagli un'ultima domanda.- Bob, un negro enorme con cannottiera verde e la pelle madida di sudore si alzò in piedi sul carro.
-In quale franchigia militava Samuel "Duke" Ellington prima di arrivare nei Knicks?-
Impallidii e mi voltai verso Edward. L'inglese continuava ad avere un'espressione spavalda, ma potevo vedere benissimo una goccia di sudore scivolargli lungo la tempia. Rimase in silenzio per un istante lungo un'eternità, poi aprì la bocca.
-Nuggets!-
-Giusto fratello, hai passato l'esame!- Scese giù dal carro per dare un "cinque" ad Edward. Il tenente ci sorrise e tornò alle sue occupazioni, come anche i soldati. Noi ci rilassammo e ci disponemmo nelle nostre posizioni; ormai era fatta. Quando Carlo ci fece il segnale scatenammo l'inferno e gli yankee, presi di sorpresa, non poterono fare altro che morire. Il cannone del panzer tedesco tuonò, ed uno dei carri americani scomparve in un globo di fuoco. Edward ed io falciammo con i mitragliatori il tenente ed il negro in cannottiera, poi lanciammo nell'altro carro una bomba a mano. Carlo sparò contro la tenda, che si afflosciò emettendo grida strazianti. Nel frattempo Manuel, il portoghese, arrostiva con il lanciafiamme l'autoblindo ed i suoi occupanti, che non avevano fatto in tempo a chiudere il portello. In pochi minuti era tutto finito; i carri americani lanciavano verso il cielo un ultimo messaggio di denso fumo nero. Raccogliemmo tutti gli oggetti utili che trovammo nella tenda, tra cui il Solimax per Jean, una mappa con le posizioni delle nostre unità e pollo fritto del Kentucky. Dopo dieci minuti avevamo già lasciato la zona dello scontro.
-Se continuiamo a muoverci a questo ritmo dovremmo riuscire rientrare tra due giorni.- Disse Carlo.
-Ehi, mi sono collegato!.- Disse Robert con un casco da cyberspazio con sopra lo stemma dell'aquila yankee. -Ricevo solo il bollettino di guerra, però. Gli americani hanno preso Australia e Nuova Zelanda e buttato i cinesi fuori da Formosa. In compenso è caduta San Pietroburgo. I russi stanno negoziando la resa.-
-Non mi frega un cazzo di sapere come va la guerra ora.-Dissi stancamente.-Voglio solo un bagno caldo ed un materasso morbido.-Mi voltai verso Edward. -Sai,- Gli dissi.-quando l'americano ti ha fatto quella domanda sul basket mi sono sentito morire. Meno male che la sapevi.-
Edward mi guardò sorridendo per un'istante, poi mi dette la risposta che ci fece gelare la schiena nonostante il caldo del deserto:-Infatti non la sapevo. Ho tirato ad indovinare.-



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