FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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UN DITO MI BASTA

Marrano




Rilettura del racconto "Una vita mi basta di Harry Wald"


Era notte, per cui era buio. Era un cimitero di campagna, di notte, per cui era buio.
Era estate, c'era vento, faceva freddo, faceva caldo, c'erano le stelle, c'erano i fiori, c'era la plastica, quindi era autunno.
Come in un film sui vampiri, squarci violenti e maligni giunsero poco dopo, e ammantarono di luce maligna e violetta le sagome rigide in piedi all'ingresso del cimitero, dove le sagome rigide in piedi all'ingresso del cimitero si dondolavano pur essendo rigide. Ma forse non erano in piedi. Una sagoma guardò l'altra negli occhi, non sapendo bene cosa fare per contrastare il vento e per dominare le proprie emozioni contrastanti. Per tutta risposta, l'altra sagoma prese a cigolare ritmicamente sbattendo contro al vecchio pilastro. La cancellata osservava la scena indignata.
"Brrr. Tesoro, questa è l'ora delle streghe! Stammi vicina, ho paura che arrivi il morto a tirarmi i piedi", disse la sagoma (che in realtà era una figura) più alta, un uomo di una certa età, pingue, occhiali Porsche per vedere meglio i semafori e doppiopetto in jeans alla moda di Las Vegas, qualunque cosa ciò significhi in una notte buia e tempestosa.
"Si, no, forse, mah. Sai, sono un po' stronza!", biascicò lei (l'altra sagoma, no?) velocemente.
La donna volse lo sguardo in giro, come se fosse facile, ma lei poteva farlo senza problemi. Un lampo appena meno violetto degli altri ne illuminò il corpo: una chiattona fasciata in un elegante abitino di stretch modello stazione Garibaldi.
"Ma non mi rompere, non mi!" gracchiò lui. "Mi caco addosso, mi. Che faccio, gli sparo, gli, ai fantasmi?". Dicendo "fantasmi" si portò istintivamente la mano a toccare il cavallo dei pantaloni, e con l'altra mano fece quel gesto inconfondibile che fanno tutti gli automobilisti che indossano o meno gli occhiali Porsche per vedere meglio i semafori.
"Basta con queste cazzate, cazzo. Mi ci hai portato tu, in questa latrina, e tu mi ci tiri fuori, che ho caldo, freddo, plastica, vento, autunno, cazzo. Ma del resto siamo qui per questo."
"Stronza (l'hai detto tu, eh), sbrighiamoci sì! Sei tu che mi fai paura, con quelle cosce da lottatore di sumo", mormorò lui varcando la cancellata indignata.
Il vialetto di ghiaia era un filo di seta, ma più che seta sembrava nailon. Camminava davanti a loro, per conto suo, sculettando solo leggermente; lo seguirono senza avvertire lo scricchiolio, che rimase fuori dalla cancellata indignata, e pure lui si indignò.
Camminavano barcollando, ma rigidamente, evitando di guardare le lapidi, tutte di granito, tutte delle medesime dimensioni. Gli ricordavano il pavimento di casa, che era veramente un cesso di pavimento. Evidentemente era da meno di un secolo che i bagliori dei lumini si erano spenti, perché a regola i fiori di plastica esistono da meno di un secolo. Comunque in quella notte buia e tempestosa non c'era neppure uno straccio di gelido fuoco fatuo.
Il respiro notturno dell'acqua era penetrato da un fottio di schermi. Addirittura il fiume faceva finta di non esistere perché si vergognava di esistere.
I due entrarono in una notte più nera del nero. Sì, il nero che si sbatteva la chiattona all'insaputa del pingue. Cominciò a piovere. Pioveva come al solito, dall'alto verso il basso, il che inquietò i due non poco.
La chiattona e il pingue, per non bagnarsi, cominciarono a correre. Lei bestemmiava come un turco. A un certo punto il filo di nailon si spezzò, lei si smagliò brutalmente una calza, raggiunsero il mausoleo, cui si addossarono per non perdere la classica rigidezza che li contraddistingueva (pur non vedendoci una mazza).
In origine era stato di pietra grigia, poi lo avevano imbiancato, poi lo avevano rivestito con pannelli di teak, adesso faceva schifo, sembrava un container per terremotati, per giunta in ombra.
Quell'ombra nera ricordava tanto il nero. La chiattona sospirò, tirò fuori dalla tasca un po' di nero e disse al pingue: "Se solo tu fossi nero...". La scalinata aveva gradini, come tutte le scalinate. Col tempo era crepata anche lei, per cui era stata portata al cimitero. "Pensa te", si trovò a pensare l'uomo, con un brivido.
Nella sua rigidità, il pingue scivolò come un cretino e perse la borsetta (era un famoso feticista di Las Vegas), lei, per darsi un tono, tirò un bestemmione, si volse e tastò l'uomo alla ricerca dell'oggetto. Annaspando, arrancando, e sempre bestemmiando, lo trovò. Le sue aspettative vennero deluse.
Credeva di trovare qualcosa di meglio. Però nel frattempo si ritrovarono all'asciutto. Lui fece scivolare le mani sulla fredda superficie, sulle rare borchie, sullo stemma. Poi si accorse che stava toccando il giubbino da tamarro di lei e ritrasse le mani con disgusto.
"Meno male che il nostro bastardino non è venuto, questa sera" (voce fuori campo, fortunata lei).
Ogni tanto lui si voltava, no, anzi, era lei quella che si era voltata per prima, allora, si rivoltava, lei non lo vedeva, allora si voltava, lui si voltava, entrambi volgevano lo sguardo, insomma un casino. Alla fine lui la afferrò per le orecchie e le disse: "Cazzo, averci una casa così"
E lei afferrò gli la testa e gli disse: "La casa delli mortacci tua! Che romantico! Apri la porta, stronzo pure tu."
L'uomo si inginocchiò, armeggiò con la lampo dei pantaloni, estrasse una lampada e le infilò le dita negli occhi. ("Ma come, l'hai accecata! Cazzo!") Poi tirò fuori una matassina di gomma con tasche (solo Eta Beta e il pingue ce l'hanno). Poi estrasse la calcolatrice e fece 2 x 2, tanto per rimanere in allenamento. Poi controllò a mente il risultato, rimase sorpreso, tacque. Questo pingue era una specie di gatta morta, ma riuscì a raggiungere il lucchetto. Lei si volse; si volgeva sempre quando era di cattivo umore. Quella sera era nera. Con aria allucinata sorrise, si passò la lingua sulle labbra bagnate, sgaracchiò, imprecò. Ce l'aveva con gli operai.
"Operai, generazioni, operai, stupide, bestie, prigionieri, anche, morti. Cos'hanno in comune? Le anche!" esclamò giuliva la chiattona, "State allegri, ragazzi, io sono un genio dell'enigmistica".
All'improvviso si sentì piena di energie. Ma soprattutto di plastica. Si volse, volse gli occhi in giro, sentì il vento, i fulmini e le saette, si tastò le cosciazze ed esclamò: "Il brodo primordiale! Siam tutti figli delle stelle, del temporale, della plastica!"
La voce del compagno la interruppe: "Tavaric, finiscila di menartela con la plastica e seguimi".
Varcarono la soglia del mausoleo e lui, con l'ausilio della sua matassina di gomma, della calcolatrice e della lampada cecata si accostò alle spalle il mausoleo.
Evidentemente fuori si era scatenata una tempesta. Adesso il pingue e la chiattona speravano che da dentro si sentisse la tempesta, erano andati lì per quello, ma niente da fare, nemmeno un garbato ticchettio, addirittura nemmeno uno sgarbato ticchettio. Niente di niente.
Alla luce della lampada (sia pure cecata) si rivelò l'interno del mausoleo. Pentagonale e pertanto spoglio. Alcuni scudi appesi alle sei pareti sembravano come quattro scudi equidistanti appesi a cinque pareti. O forse le pareti erano nove e gli scudi quattordici? Al centro del locale, una tomba, o meglio un parallelepipedo di marmo venato d'azzurro come se ne trovano solo in un'altra dimensione, infatti era grigio come il mausoleo che era nero. E sopra c'era incisa una grande croce. Il pingue si accorse che il coperchio era fuori posto. Cosa ci faceva lì un coperchio?
La chiattona sobbalzò, la voce rimbombò, lui le fece un gesto con il dito medio e lei capì. O meglio, non capì:
"E allora? Che cazzo vuol dire?"
"Mi sembra strano, tutto qui".
"Allora te l'avevo detto io, sono i fantasmi".
"A fare che?"
"I bagordi. Non sono quelli del piano di sopra, non sono quelli del piano di sotto. Sono i fantasmi. Prendiamola e filiamo".
"Scusa, non ho capito."
"Neanch'io, ma va bene lo stesso".
"Cazzo."
"Figa."
"Culo."
"Tette."
"Questo sì che è parlare."
Nel frattempo non si erano accorti che il coperchio di pietra, spingendo come un ossesso, era scivolato e si era sbucciato un ginocchio. Al di sotto apparve una bara di mogano.
Dalla borsetta l'uomo estrasse il trapano a batteria, innestò una punta del '19 e cominciò a perforare la cassa. Sì, ma quale cassa?
"Cazzo fai? ci sono le viti! vuoi rovinare la vendemmia", cazzeggiò lei come al solito.
"La presiun", rispose lui. "La presiun del cumpresur, la pumpa del magutt, la cansun de la mala, porta romana, el panetun, a ciapà i bott, a ciapà i ratt! L'è 'l bamborin del me bambin, Oh bel tusan, vaà dà via i peeeè!"
La chiattona controllò nella sua borsetta. Il pezzo di nero era sparito.
"Il contrario", disse lui, secco.
"Cazzo", sottolineò lei, rigida.
Poi gli eventi si successero in un bailamme da teatro dell'assurdo:
Lui si volse, lei si volse, lui posò il trapano, con una mano si lussò il naso, con l'altra allontanò la chiatta dalla bara, poi entrambi si volsero, si tolsero dal naso due mollette, un lenzuolo matrimoniale, due federe, un copriwater, un'annata completa del New Yorker, li rimpiazzarono con quattro cetriolini, raggiunsero la soglia.
Si rimisero in sesto e rientrarono. Facevano un po' fatica a respirare ma erano andati lì per quello.
Intanto le viti erano uscite dalla cassa. I due approfittarono dell'occasione per togliere il coperchio delle viti. Che ringraziarono, fecero un piccolo inchino e intonarono una vecchia canzoncina di Lelio Luttazzi, quella che fa "Davanti a un fiasco de vin, quel fiol di un can fa le feste, perché l'è un can de Trieste, perché l'è un can de Trieste" e così via.
Nella bara giaceva il padrone del vapore. Il sciur padrun, insomma, che per il funerale aveva optato per braghe nere. Aveva un opificio, da vivo, dove impiegava prevalentemente manovalanza nera, il che lo rendeva adorabile agli occhi della chiattona. Insomma, adesso il mortaccio suo (del pingue, che era suo nipote) era lì, bello rinsecchito, forse un po' impolverato e puzzoncello, con quell'aria da vecchia canaglia che lo aveva reso famoso in tutto il mondo. In segno di rispetto, il pingue e la chiattona si tolsero i cetriolini dal naso e li ficcarono sotto le ascelle del morto, macchiando irrimediabilmente il suo completino così chic.
Al pingue venne un attimo il voltastomaco, ma la chiatta, imperturbabile, ballonzolante e idiota come un ippopotamo di "Fantasia", mise una mano nella bara e rimase con le dita prese in una trappola per topi.
"Anvedi 'sto barstardo!", cinguettò la chiattona.
Lui (il pingue) non poteva rispondere, soffocato dai conati di vomito, dal sudore, dalla matassina di gomma, dalla plastica. Ma era andato lì per quello. Lei tirò fuori la mano intrappolata dalla bara. Il materiale con cui era costruita turbinò i dardi di luce riflettendo la pazza lampada sulle pareti. L'uomo seguì incuriosito il movimento della mano di lei, che intanto ululava dal dolore. Osservando tutto la lucentezza dei dardeggianti scintilli dei dardi di luce pazza riflessa, la chiattona, con voce ispirata, ma allo stesso tempo rotta e acuta, intonò quella simpatica canzoncina che le cantava il papà transessuale quando ancora abitavano nelle favelas di Rio:
"Brasil
El gà l'usel che pesa 'n chil
E quand el pica el fa scintil
El pare el manec d'en badil
Brasil, Brasil"
Il pingue, che oltre a essere feticista era anche uno sporcaccione, sussurrò eccitato:
"Che cazzo fai?"
"Due dita, bello! Mi sono rimaste solo due dita. Ma siamo venuti qui per questo, no?"
Il pingue allora seppe che era arrivato il momento. Tolse gli occhiali, si riprese i cetriolini, si prese pure le dita mozzate della chiattona, infilò il tutto su per il naso e uscì.
Qualche istante, dopo, soprappensiero, rientrò e diede alla chiatta un po' di dita, mugolando pacatamente "Un dito mi basta".
I due uscirono, chiusero a chiave il lucchetto, si accorsero che non pioveva più e che il fiume era tornato. Se ne sentiva infatti lo scorrere. Chiusero la cancellata indignata e si allontanarono verso occidente canticchiando una canzoncina da osteria, appunto intitolata:
Osteria numero sei
Osteria numero uno
paraponzi ponzi pà
questo dito è di qualcuno,
paraponzi ponzi pà
E' di quella gran chiattona
tutta tette, culo e mona
Daghela ben biondina, daghela ben biondaaaa!




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