FABULA - CIRCOLO LETTERARIO TELEMATICO
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DIFFERENZE

Giuseppe Iannicelli




Un'avventura di Lorenzo Macewan

If only I knew the answer
Or I thought we had a chance
I would stop this thing
from spreadintg like a cancer
depeche mode


La piramide era colossale, non osavo pensare quanto tempo avesse richiesto la sua realizzazione.
Un lavoro lungo, meticoloso, pesante.
Il cibo per gatti era molto trendy, davvero.Ê
E la piramide di scatolette "Xtrafelis" che torreggiava nel centro dell'ipermercato aveva un compito ben preciso: ricordare a tutti quanti che chi non ha un gatto è proprio tagliato fuori.
Io non ho mai avuto gatti.
"Un giorno i gatti prenderanno il potere" pensai con soddisfazione, mentre il micio meccanico della promozione "Xtrafelis" si sfregava contro le gambe di una massaia in procinto di caricare il carrello con una mezza tonnellata di scatolette.
-Muuuush!- disse la signora attempatella carezzando il micio della "Xtrafelis", come se non si fosse trattato di un robottino con quelle quattro o cinque funzioni impostate. Un aggeggio molto meno complesso di un autoservant giardiniere.
Presi in mano una scatoletta, per provare l'ebbrezza che doveva provare la signora al cospetto della sacra piramide e del gatto divino.
Pensai che avrei potuto comprare dell 'Xtrafelis" per Chiattopapoff, il gatto del custode del dipartimento, all'Università. Decisi di no: perché accelerare la sua salita al potere?
Il gatto meccanico mi si avvicinò con passo leggero.
- Hei gatto, sei mai stato a Gattonside#? Non è molto lontano... dalle parti di Melrose...-
Sfiorai la testa del felino: si percepiva la vibrazione del motore, e sembrava facesse le fusa.
"OK, ora basta, MacEwan, per oggi è abbastanza", mi dissi.Ê
Il giro di ispirazione al supermercato aveva dato certamente i suoi frutti. Non sapevo ancora quali, ma in fondo perché aver sempre fretta?
Non puoi occuparti di Sociologia del Network correndo solo dietro agli hackers e alle sette di pazzi furiosi.ÊBisogna anche calarsi nella vita quotidiana e cercare di capire cosa pensano tizio e caio. Io spesso lo facevo al supermercato. Un luogo dove quasi tutti passano. Quasi.
Mi fermai alla gastronomia e selezionai sulla tastiera un sandwich al formaggio prosciutto e crescione. L'apparato si mise in moto, tagliò le fette di pane fresco e sistemò le farciture prescelte.Ê
Una goccia di formaggio fuso cadde giù dal sandwich, sul ripiano di lavoro.ÊNessuno è perfetto.
Mi avviai verso l'uscita buttando un'ultima occhiata alla piramide, che svettava dietro le scaffalature e gli apparati di servizio, come una montagna dietro foreste tropicali.
Un gesto del tutto superfluo, evidentemente.ÊEppure spesso il superfluo serve. Vidi l'uomo che mi seguiva, e mi resi conto di averlo già notato prima, qua e là. Col suo impermeabile grigio a doppio petto, e quel faccione baffuto, i capelli impomatati. Era un tipo sulla cinquantina, con le mani in tasca.ÊNon aveva carrello. E non aveva nemmeno comprato un sandwich al formaggio prosciutto e crescione.
Infilai velocemente gli screenglasses e lanciai il PowerX. La scansione veloce mi mostrò chiaramente che il tipo si portava appresso un bel po' di argenteria.
Non avevo con me la mia Colt Laserbeam.
Mica ci vado a passeggio quotidianamente. Sono un ricercatore, non un killer. Allungai il passo e sgusciai fuori zigzagando tra le signore con i sacchetti.Ê Beh, non ci crederete ma anche il baffuto aveva accelerato e mi stava dietro. Ahiahi. Ecco due giovanotti con l'aria tanto per bene che mi vengono incontro col sorriso sulle labbra e le mani in tasca pure loro.
Ferragliamuniti.


Mi fermai sul marciapiede, tirai fuori dal sacchetto il sandwich e diedi un bel morso, mentre baffettone mi raggiungeva a passo svelto e i suoi due amici mi fronteggiavano con aria distratta.
-OK, sono circondato.- dissi con la voce impastata dal boccone.
Baffettone pomatone si avvicinò e mi squadrò con una certa perplessità.
-Professor MacEwan, ci faciliterà moltissimo il lavoro se vorrà seguirci di sua spontanea volontà.-
- E naturalmente senza fare domande...- osservai.
-Già. Senza.-
- Mi dia una buona ragione per farlo... Non vorrete mica mettervi a sparare qua in mezzo?-
Il faccione del tipo si allargò in un bel sorriso, e così sorrisero anche i suoi soci junior.
-No certo.ÊMa se consideriamo tutte le noie che lei con le sue ricerche ha dato negli ultimi tempi ai maggiori governi del mondo, una bella strapazzata gliela potremmo dare senza che nessuno abbia a lamentarsi.-
-Noie?ÊMaggiori governi del mondo? Ah, capisco. E il suo quale sarebbe, tra i maggiori?-
- Il maggiore.-


Sarebbe piuttosto noioso un racconto di quel che accadde immediatamente dopo.
Mi fecero spegnere il PowerX. Un'auto fino all'aeroporto, un bel jet privato, un po' di ore di volo fino a Pittsburgh, un altro poco di automobile.ÊIl tutto in compagnia di baffettone ed i suoi nipotini.
- Sarei troppo indiscreto se chiedessi dove stiamo andando?...ÊTanto lo scoprirò, tra poco, no?...-
- Ecco, bravo... Scoprilo.- disse sarcastico uno dei due giovanotti.
Il capo gli lanciò un'occhiataccia.
- Ha ragione, professor MacEwan... Siamo diretti ad un centro studi. Roba del suo genere, credo...-
L'auto si fermò in uno spazio segnato davanti ad un lungo muro di mattoni rossi, dal quale penzolavano verzure di vario genere.
L'uomo dall'impermeabile grigio, che uno dei due giovani aveva chiamato "signor Hopper", allungò il passo precedendoci, mentre i due angioletti mi scortavano standomi appiccicati come fette di prosciutto in una busta sottovuoto.
Di fianco ad un largo cancello grigio chiaro, passammo per un posto di guardia dove baffacchione Hopper fece vedere un tesserino alla telecamera di controllo.


Camminammo un bel po' lungo un viale alberato: qua e là edifici bassi e razionali a malapena spuntavano dal verde intenso che imperava dappertutto. Poi raggiungemmo lo spiazzo vastissimo che stava davanti all'edificio principale.
Sulla sinistra della palazzina, un colossale pannello ritraeva il faccione sorridente e stilizzato di un uomo paffuto, quasi calvo. Sotto, il suo nome: Karl Normacek.
Cazzo.ÊNormacek. Il padre della moderna robotica.
Sopra l'ingresso della palazzina c'era una scritta a caratteri cubitali: "Diamogli esperienze complesse e avrà coscienza".
C'era gente che entrava ed usciva, scrutando di tanto in tanto i micromonitor di computers da cintura, o portando sottobraccio fascicoli di fogli apparentemente disordinati.
Tutti indossavano un'uniforme celeste: una comoda tuta piena di tasche, un berretto morbido blu, con visiera.
Ci guardavano brevemente, stupiti o sospettosi, poi proseguivano a passo spedito per la propria strada.
Sul petto c'era un logo, KN foundation.

La hall della palazzina era molto vasta, circolare, luminosa.
Nel centro c'era una cupoletta trasparente con dentro un aggeggio metallico che si muoveva qua e là. Un modello primitivo di robot di oltre vent'anni fa, una specie di ragnaccio in un girello cosparso di ottiche e puntamenti infrarossi. Lo tenevano lì come simbolo, ma avrei preferito che fosse disattivato. Così dava la sgradevole sensazione di un animale primitivo in gabbia, ansioso di liberarsi e maciullare tutti.
Nel silenzio quasi totale -chi parlava lo faceva a voce bassa e i tizi KN avevano suole di gomma- si sentiva una morbidissima voce femminile che ad intervalli di due o tre minuti diffondeva una frase udibile ovunque, ogni volta diversa. Citazioni legate al pensiero robotico di Normacek e di altri come lui. "Cosciente è chi appare cosciente, indipendentemente dal sistema che utilizza per apparirlo." "Coscienza significa saper legare sempre più informazioni tra loro".ÊE altra roba del genere.
Percorremmo qualche corridoio voltando a destra e a sinistra.
Incontravamo sempre i soliti tipi in uniforme, uomini e donne. Poi da dietro un angolo sbucò fuori un personaggio davvero notevole.
Un trentenne alto e magro, vagamente curvo, con indosso una camicia tipo hawaiano fuori dai jeans sdruciti: ai piedi, dei sandali dall'aspetto monacale. Aveva una barba chiara, rada, e capelli molto lunghi, fin sulle spalle. Portava un paio di occhialini rotondi dalle lenti blu cobalto.
- Oh, dottor Carmody! Giusto lei... Abbiamo portato...-
- Lorenzo MacEwan.- disse lui.
- George Carmody- dissi io.
Avevo letto qualcosa su Carmody. Seguivo occasionalmente il suo lavoro in fatto di robotica -quando non era coperto da segreto, e a volte anche quando lo era.Ê
Lo guardai bene. Una gran faccia da stronzo.
Avevo visto delle sue foto, in passato, ma lì non aveva quella fottuta aria da hippy che sfoggiava adesso. Molto alla moda.
Hopper guardava lo scienziato con un espressione mista di rispetto e di fastidio.
Carmody non lo degnò di uno sguardo e si limitò a dirgli: -Ripeto che MacEwan non ci serve, e poi questo non è il suo campo.-
-I miei superiori non la pensano così.- replicò asciutto il mio ormai quasi amico Hopper: gli stava sulle scatole Carmody, proprio come a me.
-I suoi superiori non capiscono niente di robotica. Figuriamoci lei...-
Ci fece un cenno stizzito con la testa, e si incamminò.ÊNoi dietro, come una bella pattuglia di salami.
Poco dopo entrò in un ufficio. Il suo. IÊdue amici di Hopper rimasero fuori. Nell'anticamera una segretaria bonazza strizzata in un vestitino fuori ordinanza sfarfallava tra un computer e l'altro spostando carte e facendo finta di essere molto utile.ÊOltre che decorativa.
- Non fare entrare nessuno, Sandy, almeno per qualche minuto.-
Il dottor Carmody, ripetendo il cenno con la testa rivolto a noi -non voleva sprecar fiato con gente della nostra risma, evidentemente- passò nell'ufficio vero e proprio, una stanza enorme dalle pareti curve, con piante per ogni dove ed una scrivania che sembrava il ponte dell'Enterprise.ÊQuella che va per mare.ÊO quella di Picard. Fate voi.
Ci mise un paio di minuti per aggirarla e si sedette dietro quel baluardo bianco e sgombro come un lettino della morgue prima del fattaccio.
Poi parlò, e mi sorpresi dell'assenza di eco.
-Dunque, il professor MacEwan è stato scomodato... per il nostro problemino.- Non dissi niente. Non volevo fare il suo gioco.
- E dovrei raccontargli l'intera faccenda.- Fissò Hopper. Anche lui rimase muto.
- Si rende conto, e si rendono conto i suoi superiori che così facendo riveleremo una questione che dovrebbe rimanere nel massimo riserbo? E a chi la andiamo a raccontare?ÊA Lorenzo MacEwan, un valente studioso, certo, ma anche un ficcanaso di prima classe che non vede l'ora di divulgare nuovi segreti nelle sue pubblicazioni... scientifiche.-
"Scientifiche" lo aveva detto con lo stesso tono con cui si potrebbe dire "letame".
Io non sono un tipo che si offende.
Lo avrei ammazzato.
-La Sociologia del Network non c'entra nulla con la robotica.- aggiunse con tono definitivo il nostro eroe, incrociando le mani sul ponte della portaerei. -Vero. Possiamo andare.- dissi io alzandomi.
Hopper si alzò a sua volta e mi disse con tono conciliante -Per favore, professore...-
Ci risedemmo.
- Mi stia bene a sentire, dottor Carmody: lei è un genio, qui comanda lei, lei sa quello che fa... Però la questione è che da oltre dieci giorni non riuscite a risolvere il problema di quel coso, lì, quel Solomon. I miei superiori si limitano ad interpretare il malumore di coloro che hanno finanziato e sostenuto la sua Fondazione in questi ultimi due anni...- Hopper ebbe un sussulto d'orgoglio: -...Coi soldi dei contribuenti!-
Molto americano. Già. Carmody sbuffò. Si levò gli occhialetti. Mi fissò con occhi chiari ed incazzati.
- E va bene.-


Uscimmo dal retro della palazzina principale e attraversammo un'altra macchia di alberi.
Subito dopo c'era uno spiazzo enorme, e nel mezzo un capannone molto grande, con una vasta fascia di prato tutt'attorno.
Il capannone era recintato, roba con corrente e filo spinato, per intenderci. Carmody si avvicinò all'unico cancello, guardato da un paio di telecamere, e impresse il pollice sulla piastra d'apertura.
La stessa procedura la ripetè davanti alla porta del capannone. Ed entrammo. Dentro l'ambiente era unico, e sembrava enorme.
Era una posto assurdo, quel capannone: un miscuglio tra un'abitazione, un magazzino ed un laboratorio.
Facemmo un giro.
C'erano grosse librerie piene di volumi, attrezzi da palestra, una cucina, un'automobile in un angolo, strumenti scientifici di ogni genere, mobili d'epoca, un tavolo da biliardo, statue, strumenti musicali, una bicicletta... Insomma, qualunque cosa possiate immaginare in un capannone gigantesco, c'era. In sottofondo si sentiva confusamente un motivo musicale ripetuto più e più volte.
Ci avvicinammo ad un pianoforte a coda, la musica arrivava da lì.
-Ecco Solomon.- disse Carmody.
- Cristo, non pensavo davvero che fosse così.- sibilò Hopper, turbato. Solomon era ovviamente un robot, per prevederlo non occorreva certo una laurea. Quel che era meno facile da immaginare era il suo aspetto. Non ne avevo mai visti di simili. Era antropomorfo, se così si può dire.Ê
Aveva uno scheletro in metalli leggeri e materiali plastici, con tutta la solita attrezzatura di piccoli tubi e stantuffi per i servomeccanismi di movimento. Quel che lo faceva apparire davvero strano però era la copertura. La forma di corpo umano era data da una serie di sacchetti di plastica modellati, ripieni di una gelatina blu, che, evidentemente, sottoposti a pressione reagivano più o meno come l'insieme dei tessuti epiteliali e muscolari di un essere umano. Così, benché SolomonÊavesse "muscoli" radicalmente diversi da un essere umano, poteva tranquillamente sedersi in una avvolgente poltrona da dentista e trovarcisi esattamente come voi.ÊFifa esclusa.
- Le caratteristiche della gelatina sono state calcolate con grande precisione, e ora SolomonÊpesa esattamente quanto peserebbe una persona normale della sua statura.- disse Carmody con indifferenza, come se parlasse del tempo.
- Potevate scegliere un'altro colore.- commentai con voce piana.
- Oh, si tratta solo di un prototipo.-
Il "prototipo" stava seduto davanti al piano e ripeteva sempre quelle stesse note, guardando fisso davanti a sé, come se noi non ci fossimo.
Feci un giro tutt'attorno per osservare bene il robot. Era una macchina inquietante.Ê
Cercai di convincermi che era esattamente come una lavatrice o poco più, ma il tentativo fallì miseramente.
La sua testa non era molto diversa da quelle dei manichini che una volta si usavano per i crash test delle auto, solo che era di plastica trasparente e si vedevano tutti i meccanismi interni. Gli occhi erano due microcamere a fibra ottica, dei puntini e niente più.
- Dove stanno i processori?- domandai.
-Qui.- disse Carmody puntando un dito alla tempia di Solomon, facendo platealmente il gesto di una pistola puntata. In quella parte del corpo del robot si vedeva solo una sfera piena di liquido. Accesi il PowerX mentre Hopper mi squadrava severo, e diedi un'occhiata ad alta risoluzione.
- Non vedo circuiti...-
Carmody rise.
-Circuiti... Ma dove vive MacEwan?-
Era tutto soddisfatto della mia inadeguatezza.
-Non starà cercando di farmi credere che state utilizzando un processore DNA...-
-Complimenti, ci è arrivato.-
-Ma...-
- Cosa crede che stiamo qui a fare? Noi ne abbiamo uno che funziona. Lo abbiamo progettato e sviluppato all'interno della Fondazione. -
-E' lì...Ênel liquido?-
-In qualche modo è il liquido.-
-Non credevo fosse possibile per ora...- ammisi.
- Stiamo sperimentando.-
- Il robot si è bloccato.- disse acido Hopper.
Intanto Solomon continuava a suonare con perizia gli stessi novanta secondi di musica, per ricominciare immediatamente dopo. Il brano mi sembrava familiare - Già, si è bloccato, e quelli sono così idioti da credere che lei ci possa fare qualcosa. Dal momento che non sa nemmeno come funziona un processore molecolare...-
Il suo sarcasmo mi infastidiva ma dovetti subire il colpo.
- Come è successo? - chiesi comunque.
- Ah, e chi lo sa? Il programma di apprendimento funzionava perfettamente. Le capacità di Solomon aumentavano di giorno in giorno.ÊPoi una bella mattina lo abbiamo trovato al pianoforte. A suonare questo motivetto.ÊVa avanti da dieci giorni.ÊNon reagisce più a nessuno stimolo.-
Solomon continuava nell'esecuzione. Procedeva piano, con perizia.ÊUn pianista niente male, meglio di molti altri che si danno un sacco di arie suonando "Blue Moon" in serate passate con gli amici a sbevazzare porto.
-Come mai avete scelto di sperimentare con lui un processore DNA?-
-Domanda stupida, professor MacEwan. Noi stiamo cercando di ottenere una forma artificiale che si avvicini il più possibile all'uomo. L'uomo è un'entità biologica, e quindi adottare un processore basato su principi biologici era la cosa più ovvia da fare.-
-Già. Mi spiega qualcosa sul programma di apprendimento?-
-Ma a che serve?-
Hopper grugnì, e Carmody allargò le braccia e alzò gli occhi al cielo.
-OK. Il programma è elementare.ÊAbbiamo impostato una semplice necessità, a parte tutte le subroutines di sicurezza che si usano coi robots fin dal tempo di Isaac Asimov... Una necessità naturale: imparare. Tutto quello che vede qui dentro è destinato al suo apprendimento, lo abbiamo lasciato qui da solo, a toccare, leggere, provare, fare. E stava funzionando. Era in grado di fare un sacco di cose, di parlare correntemente sei lingue...-
-Faceva dei download?.-
-...Sì, naturalmente, poteva fare tutti i download che voleva.ÊPartendo sempre da qualcosa che apprendeva qui, poteva accedere alla rete e caricare tutte le informazioni sull'argomento. Usavamo questo sistema per avvicinare il suo tipo di apprendimento a quello dell'essere umano.ÊOvvio. Il punto di partenza era la realtà circostante di questo laboratorio, poi...ÊE tra un po' lo avremmo portato fuori. Il suo processore è immensamente più potente di quelli conosciuti finora, può elaborare una quantità di informazioni enormemente superiori a quelle di un cervello umano... La sua esperienza può diventare inimmaginabile, è impossibile dire quante informazioni ormai siano già state assorbite e trattate lì dentro...-
Si stava scaldando.
-Ho capito.- dissi distrattamente.
Ero molto impressionato da Solomon, ma non volevo dare soddisfazione a Carmody. -Quando esattamente si è bloccato così?-
-Presumibilmente a metà dell'ultimo test giornaliero a cui lo abbiamo sottoposto.ÊNe ha fatta una parte e poi, secondo i sensori, le sue attività motorie e cerebrali si sono progressivamente ridotte, fino a che... Si è seduto al piano e suona questo motivo, ripetendolo per 310 volte.ÊPoi si ferma un minuto.ÊE ricomincia esattamente come prima.
-Quante volte ha detto?-
- 310. ma non significa niente, abbiamo valutato tutte le possibilità, provato con programmi di decrittazione... Probabilmente è andato in tilt e si limita a ripetere un'operazione qualunque tra i miliardi di quelle che potrebbe compiere.ÊAvremmo potuto trovarlo che preparava un panino. E adesso se volete scusarmi... Ho molto da fare.ÊProfessor MacEwan, può restare qui, se vuole... Sono obbligato ad ospitarla, fin tanto che lo vorranno i pezzi grossi.-
-La sua gentilezza mi commuove.- dissi. -Sì, credo che farò un giretto nel capannone.-
- Ma non tocchi Solomon.- Carmody girò sui suoi sandaletti e si allontanò a passo veloce.
Hopper mi guardava interrogativo.
- Vuol sapere se ci posso fare qualcosa? Bene, la risposta è: se si tratta di un problema robotico, no.- Hopper annuì abbacchiato. -Ce ne andiamo?-
-Perché tutta questa fretta?ÊMI avete fatto viaggiare per mezzo mondo e già mi volete rispedire a casa. -
Il mio amico pomatone si illuminò. -Ha la soluzione?-
-Hei, piano. No, non ho la soluzione, ma ho qualche traccia.-
Sul faccione baffuto di Hopper si stampo' un bel sorriso. -Senta io mi sposto un po', questa musica inizia ad ossessionarmi, e poi quel coso tutto blu mi fa impressione.-
Fece qualche passo e si trasferì in cucina, dove rovistò fino a trovare una scatola di biscotti.ÊSi sedette su una sedia e cominciò a sgranocchiare.
-Il dottor Carmody dice che invece di suonare avrebbe potuto mettersi a fare panini... Beh, lo avrei di gran lunga preferito!- mi gridò.


Aprii gli occhi e il mio sguardo si perse verso la volta distante.
Nonostante le lenzuola odorassero decisamente di lubrificante, mi ero addormentato secco sul letto che occupava un punto imprecisato nell'universo del capannone.
La musica continuava ipnotica e il suo senso si trasformava ad ogni identica ripetizione, mettendo in vibrante mutazione il tessuto mentale anziché quello sonoro.
Mi stiracchiai e andai alla ricerca di Hopper.
Era addormentato con la testa sul tavolo e la scatola di biscotti vuota ancora stretta in una mano.
Guardai l'orologio: nove e ventisette.
-Hopper... Hopper!-
-Uh? Che c'è?... Ah, è lei...-
-Forza, è ora di andarsene.-
-Non ha scoperto niente, eh?-
-No. Non ho scoperto niente.-
-Accidenti.-
-Però ho la soluzione.-
L'agente del governo si alzò in piedi stiracchiandosi. Non si era mai levato l'impermeabile grigio di dosso.
-Crede che funzioni quella macchina per il caffè?-


Avevamo appena riempito i tazzoni quando vedemmo un drappello che si dirigeva a passo militare verso di noi.
Davanti a tutti, Carmody, seguito a ruota dalla curvilinea Sandy.ÊPoi due tizi con la divisa della Fondazione.ÊPoi i due giovani colleghi di Hopper.
Carmody oggi sfoggiava una t-shirt con la pubblicità di una birra sudamericana. Si fermò con le mani incrociate dietro la schiena a fissarci mentre sorseggiavamo il nostro caffè, seduti al tavolo della zona cucina. Rimasero tutti così, fermi e in silenzio, per almeno un minuto o due. -Allora, volete lasciare il laboratorio, ora?- disse Carmody con una cantilena che ostentava pazienza.
-Ma certo, ma certo!- disse Hopper tutto allegro -visto che il professor MacEwan ha spiegato il caso del vostro dannato Solomon.-
Carmody rimase ancora un po' fermo e zitto.ÊStava valutando come comportarsi. -OK,- disse alla fine, prendendo una sedia ed accomodandosi -sentiamo.-
Nascosi il naso nella tazza del caffè. Non avevo per niente fretta.
-Allora?-
-Ah, sì...- dissi, distrattamente. - Dunque, avete certamente fatto una ricerca sul pezzo musicale che Solomon continua a ripetere, no?-
Carmody fece un gesto spazientito -Ma sì, ma sì... E' una cosa di un musicista francese vissuto tra l'ottocento ed in novecento... Uno tra le centinaia di brani che Solomon ha in memoria...-
-Se il suo orizzonte musicale fosse un po' più ampio e lei si sforzasse di ascoltare qualcosa in più delle solite riedizioni di Bob Dylan, dei Doors e degli Hopeful Crash come impone la moda di questo trimestre, saprebbe che si tratta di un brano di Erik Satie. S'intitola "Vexations". Non vi ha detto nulla un titolo del genere?-
-Lo abbiamo analizzato con attenzione, abbiamo cercato gli algoritmi che...-
-Lasci perdere gli algoritmi!- dissi secco. - Mi ha fatto tre ore di predica dicendo che volete avere dai vostri robot un comportamento umano, e poi pensa che affidino messaggi agli algoritmi...-
-Non vorrà farmi credere che la risposta stia nel titolo "Vessazioni"?-
-In parte, solo in parte.ÊIl fatto che Solomon si sia messo a suonare Vexations interrompendo il test quotidiano al quale non ha dato nessuna risposta avrebbe dovuto dirvi qualche cosa.ÊMa no, voi avete continuato con la vostra dannata matematica. -
-Già, la vostra dannata matematica.- sottolineò Hopper, tutto compreso, senza avere la più pallida idea di cosa stessi parlando.
- Dunque- continuai- la storia di Vexations ci dice che Erik Satie scrisse questa breve composizione con l'idea che avrebbe dovuto essere ripetuta maniacalmente una quantità di volte...- -Quello che fa Solomon.- disse Carmody con un'alzata di spalle -E che c'è scritto in un file del suo cervello...- -No. Nel file ci sarebbe scritto che la composizione va ripetuta 840 volte. Così scrisse Satie. Ma Solomon la suona 310 volte, fa una pausa e poi ricomincia. Dunque, quel numero, 310, significa qualcosa.-
-Lo abbiamo controllato e quel numero...- iniziò Carmody - Ma se non funziona può commettere un errore sul numero delle esecuzioni...-
osservò Sandy.
Non li lasciai continuare.
-Mi sono chiesto a lungo cosa potesse significare. Ho girato tutto il vostro dannato capannone alla ricerca di una traccia, sperando che Solomon si riferisse a qualcosa che sta qui dentro, nel suo universo, e non a qualcosa che aveva uploadato dalla rete. In effetti ho avuto fortuna, o meglio Solomon ha saputo comunicare come si deve.-
Sollevai il libro che avevo appoggiato sul tavolo, accanto a me.
- Tra le migliaia di volumi che ci sono qui dentro, c'è anche questo, una raccolta dei testi di Erik Satie in lingua originale, che si intitola semplicemente "Ecrits", curata alcune decine di anni fa da Ornella Volta, la massima esperta di tutti i tempi del "buon maestro di Arcueli". Solomon è stato in gamba, non si è limitato ad un messaggio vago, ci ha spiegato esattamente cosa non va in lui. Il libro contiene testi e brevi note del maestro francese, e tutte sono numerate. Ovviamente quella che ci interessa è la numero 310.-
Feci una bella pausa. Sfogliai il libro e trovai la nota che ci interessava. -Numero 310: "L'esperienza è una forma di paralisi".-
Richiusi il libro, mentre Carmody mi guardava con un'aria di compatimento. - Beh, a me sembra davvero che questo spieghi tutto.-
- Può spiegarsi meglio, professor MacEwan?ÊIo dovrei poi fare un rapporto...-
Hopper appariva piuttosto confuso e stava affannosamente prendendo nota con una matita in un librettino.
- Sì, posso spiegare la mia teoria ma è meglio dire subito che non posso provarla.-
Così dicendo mi alzai e raggiunsi il pianoforte dove Solomon suonava imperterrito. Tutti mi seguirono.
-Io dico che secondo me il fatto che Solomon suoni "Vexations" è un messaggio multiplo, che il nostro povero amico blu sta cercando di comunicarci. Per lui il test è stato "una tortura", e perché? Perché "L'esperienza è una forma di paralisi".-
Mi versai dell'altro caffè.
- Ho ragionato sulle straordinarie qualità di Solomon che ci ha decantato il dottor Carmody. Ma ci sono ancora delle differenze tra un cervello del genere e quello umano.ÊDelle differenze che non saprei nemmeno come definire...
Quell'idea di "coscienza", che ripetete in continuazione, nelle frasi diffuse da una speaker sensuale, nelle scritte dipinte sui muri... Che ridicola idea che esista, "la coscienza"... E che ne esista un tipo, un solo tipo preciso, che si può definire. E' davvero uno sforzo di immaginazione troppo grosso pensare che possano esistere tipi di coscienza diversi, processi di pensiero diversi?-
- Non faccia il filosofo, MacEwan: noi lavoriamo ad una "coscienza" di modello umano.-
-Ma non è così semplice, Carmody, non basta moltiplicare enormemente la semplicità per ottenere la complessità. Anche perché nella complessità umana esistono poi dei sistemi di semplificazione imprevedibili che diventano a loro volta estremamente complessi... Avete un programma che dall'osservazione di un bambino che versa acqua in un formicaio faccia scaturire delle considerazioni sull'essenza di Dio?...
-Professore, professore, per piacere...- implorò Hopper la cui matita si muoveva a velocità supersonica.
-Cerco di spiegarmi. Solomon ha un cervello molto potente, che funziona con modalità inedite rispetto ai soliti processori. Di solito, quando nei racconti di fantascienza si incontrano delle entità di questo tipo, diventano qualcosa di simile a Dio, diventano onniscienti ed altre amenità del genere. Beh, io mi sono chiesto come farei a prendere una decisione se davvero conoscessi tutte le implicazioni di ogni possibile scelta.-
- Prenderebbe la decisione giusta.- disse Sandy con il tono di chi ci rivela l'ovvio.
-Questa è la prima risposta che viene in mente. Ma immaginando una complessità di ordine sempre più grande, la risposta è che non sarei più capace di prendere nessuna decisione perché in ognuna ci troverei degli aspetti negativi che non posso ottimizzare.ÊSì, io penso che noi siamo in grado di prendere in continuazione delle decisioni, dalle più piccole alle più grandi, solo perché non siamo in grado veramente di proiettarne le conseguenze. La complessità dei processi decisionali ha invaso il cervello di Solomon, lo ha letteralmente riempito di variabili fino a renderlo inservibile.ÊProbabilmente ce l'ha fatta a malapena a tenere uno spazio per questo messaggio... Io temo che dietro questo blocco totale delle attività la "coscienza" di Solomon sia ancora viva. Sì, in un certo senso è vero, le esperienze complesse gli hanno dato "coscienza". Una "coscienza" ben diversa da quella che avevate pensato per lui.ÊUna "coscienza" che l'ha sprofondato nel più totale terrore digitale, paralizzandolo del tutto mentre ancora percepisce quanto lo circonda, immobilizzato dall'infinito numero di possibilità che gli si sono rivelate in qualunque stupido pensiero. -
Tacqui per un attimo e in quel momento Solomon smise di suonare.
- Ha ragione!ÊSolomon si è accorto che il messaggio ci è arrivato e non lo ripete più!- gridò Sandy con entusiasmo, ondeggiando sui tacchi di venti centimetri, mentre Hopper continuava a scarabocchiare.
-Non dire cazzate, cretina.ÊSemplicemente si è definitivamente bloccato.-
replicò Carmody gelido.
-E proprio adesso, per puro caso...- Ironizzò Hopper.
- Forse sì.ÊForse per puro caso.- dissi io.Ê-Non posso provare nulla di quel che ho detto, ve lo ripeto.-
SolomonÊfu attraversato da un tremore generale e crollò al suolo con un tonfo morbido, attutito dai sacchetti pieni di gelatina blu.
-Siete in grado di scaricargli la memoria?- chiesi a Carmody.
-No. Non con questo tipo di cervello.-
-Capisco.ÊAllora temo che dovrete ricominciare daccapo. Non sono io a poter dire come.ÊMa il problema è quello che vi ho detto, credo. Dovrete trovare un filtro al processo decisionale. Alle vostre care "esperienze complesse".-
Mi infilai il mio giubbotto di pelle nero e feci per dirigermi verso la porta del capannone.
Poi mi fermai.
-Dovrete in qualche modo... smantellare Solomon.ÊPotrebbe davvero essere ancora cosciente, in background...-


Traversammo i meandri della Fondazione Karl Normacek, fino all'uscita. Hopper mi cedette il passo: - Dopo di lei, professore...-
- Grazie, troppo gentile.-
Affogammo nella luce grigia e malata di un mattino piovoso.
Non riuscivo a scacciare l'immagine orrenda di me stesso sdraiato su un letto che odora di lubrificante, incapace di decidere se alzarmi o no: e avrei dovuto mettere il maglione nero o quello blu? Completamente paralizzato dell'indecisione, completamente bloccato dall'intero universo a me noto che precipita nella scelta del colore di un paio di calzini...-
-Che ne direbbe di un buon pasto da qualche parte, Hopper?-
- Un'ottima idea.-
-Trovo anch'io. Naturalmente paga il suo governo.-
Ci incamminammo senza fretta sotto l'acqua, verso il viale inghiottito dalla vegetazione.Ê
Mi voltai indietro e vidi un paio di operai intenti a dare vernice bianca sopra la frase "Diamogli esperienze complesse e avrà coscienza".
La pioggia cadeva di traverso e faceva sgocciolare via il colore ad ogni nuova pennellata. La scritta si vedeva ancora, sbiadita, in trasparenza.

Netective MacEwan on the www:
http://www.newciv.org/Netective/




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